E’ partita quota 100 ma non le assunzioni

L’Europa sembra avere un bellissimo effetto sull’occupazione dei suoi stati membri, il tasso europeo di disoccupazione non è stato mai così buono dal 2008 (prima del tracollo finanziario mondiale), ma non per Grecia, Spagna e, chiaramente, l’Italia. Gli storici  fanalini di coda dell’eurozona viaggiano ad un tasso di disoccupazione oltre la media europea  fissata al 6,4%, con l’Italia al 10,2, la Spagna al 13,8 e la Grecia al 18,5. Insomma, seppure in buona compagnia, restiamo tra gli ultimi nonostante il governo del cambiamento e i suoi cavalli di battaglia: decreto “dignità” (fra poco compirà 1 anno), reddito di cittadinanza e quota 100; tutti provvedimenti che avrebbero dovuto rilanciare l’occupazione.

Prendiamo ad esempio quota 100. Il Governo, per bocca degli stessi due leader e a più riprese, aveva proclamato quanto il provvedimento fosse anche una straordinaria occasione per far crescere l’occupazione. Mandare in pensione in anticipo i lavoratori avrebbe comportato una repentina e certa assunzione di giovani con una proporzione, stimata in varie occasioni (interviste, comizi e dibattiti tv), addirittura in tre nuovi assunti per ogni pensionato. Stima, in verità, ritoccata al ribasso più volte fino a giungere all’ultima (sarà un caso a elezioni avvenute?) di mezzo assunto per ogni pensionato.

I primi dati (aprile) sulle uscite per quota 100 però ci forniscono delle indicazioni diverse. A fronte di circa 27 mila lavoratori che sono andati in pensione non ci sono stati incrementi significativi dell’occupazione. Ovviamente bisognerà attendere altri dati nei prossimi mesi per avere chiara la reale portata dell’impatto sull’occupazione di quota 100, ma non possiamo sottovalutare quanto già avvenuto.

Forse le aziende ragionano diversamente dai Ministri e dai politici. Sicuramente non agiscono per impulso né sull’onda emotiva di qualche slogan. Il problema è che i politici che hanno presentato come probabilissima la sostituzione di un lavoratore anziano con tre neo assunti e molti elettori ci hanno pure creduto. Strano, perché sarebbe bastato un po’ di buon senso per chiedersi perché mai una segretaria di 63 anni sarebbe stata rimpiazzata da 3 (o due) giovani segretarie, per quale motivo e con quale logica economica ciò sarebbe dovuto accadere?

La realtà, invece, rischia di essere ben diversa. In fondo l’uscita agevolata di un lavoratore di circa 63-64 anni arrivato al culmine del suo iter lavorativo, con un costo notevole per l’azienda, è stata vista da molti datori di lavoro come una benedizione per i propri conti e, forse, anche per la gestione. Senza conflitti e senza incentivi ci si è “liberati” di lavoratori arrivati quasi al capolinea lavorativo e con la mente volta ormai alla pensione. Se quei dipendenti non sono stati sostituiti vuol dire che il loro lavoro è stato già in qualche modo assorbito da altri internamente oppure che quel posto (mansioni, funzioni) era già diventato obsoleto per conto suo.

Dunque nessun automatismo tra uscita e assunzione, ma, anzi, spesso un’occasione di risparmio e riorganizzazione interna gentilmente offerta dalle agevolazioni a spese dello Stato. E, a proposito di agevolazioni, quelle per le nuove assunzioni non ci sono, tranne quelle già esistenti (bonus under 35, bonus sud) per le quali, piccolo dettaglio, ancora non si è provveduto a renderle operative.

Il mercato del Lavoro dunque ristagna, non c’è stato nessun boom, non c’è stato alcuno scatto da parte delle aziende. C’è stata, invece, una straordinaria crescita negli ultimi mesi delle ore di cassaintegrazione con un aumento del 78% ad Aprile rispetto allo stesso mese del 2018. E ci sono state molte crisi aziendali (oltre 150 i tavoli di crisi aperti al ministero del lavoro).

D’altra parte la politica del governo e, in particolare del Ministro del Lavoro, sembra essere stata guidata più da preconcetti e illusioni che da un percorso chiaro e determinato. Il decreto “dignità” di luglio 2018 è stato soprattutto un segnale contro l’odiato Job Act, ma ha reso evidenti le fragilità del suo impianto e ha creato molti più problemi di quelli che ha risolto. Nulla si è concluso con i ciclofattorini (rider). Il reddito di cittadinanza è stato annunciato come una panacea per la povertà e per il lavoro, infine è arrivata l’utopia di quota 100 e della supposta impennata occupazionale a certificare la distanza tra i proclami e la realtà.

Insomma il Governo ha soprattutto parlato, ma, dopo un anno il lavoro è sostanzialmente immutato nei suoi numeri. L’instabilità politica e la confusione creano sfiducia e questa si riflette sullo spread costantemente ai livelli più elevati d’Europa mentre il Pil naviga tra 0 e +0,1. Decisamente un anno di governo con un bilancio negativo

Alessandro Latini

Riflessioni sul salario minimo

Se la maggioranza di governo regge, il prossimo terreno di scontro sarà forse il salario minimo. Al netto di immigrati, sbarchi, fidanzate (dei viceministri), cannabis legale e negozi che la vendono il salario minimo è pronto a diventare il prossimo tormentone estivo.

Per i 5 stelle sembra che il salario minimo sia il nuovo vessillo da sventolare dopo il reddito di cittadinanza (e il suo parziale flop), contro la povertà. Alcuni pensano sia giunto il momento di  elaborare ed approvare un provvedimento che in qualche modo intervenga a gamba tesa sul lavoro, per alzare in fretta  le retribuzioni più basse e mettere soldi in tasca ai “lavoratori poveri”. Peccato che così si rischi di colpire allo stomaco aziende e sindacati creando più problemi di quelli che si vogliono risolvere.

Salario minimo dovrebbe essere quell’importo da erogare al lavoratore dipendente fissato direttamente dalla Legge e sotto il quale non si può andare. Un importo, dunque, che sarà definito dal  Legislatore e dal quale non si potrà prescindere nei rapporti di lavoro, un limite, quindi, non derogabile nemmeno dalla contrattazione collettiva.

In apparenza tutto semplice e chiaro. Ma se si ragiona un po’ non è così e diversi dubbi ci frullano nella testa: come definire l’importo minimo? Con quale criterio? Sarà dentro una legge, ma chi sarà l’Ente o l’organo che lo dovrà quantificare? Ogni quanto tempo dovrà essere aggiornato? Sarà valido per tutti i settori? Sarà uguale per tutti i lavoratori? Sarà applicabile dalle Alpi a Trapani? E i contratti collettivi con le loro tabelle salariali che fine faranno? Come si vede le domande non sono poche.

Di sicuro è un tema intrigante, di grande effetto mediatico e facilmente cavalcabile politicamente. Al momento ci sono già due disegni di Legge: uno del M5S e uno del PD. I sindacati, invece, sono schierati decisamente contro, temendo un forte ridimensionamento della loro funzione base che è quella di stabilire nella contrattazione collettiva la retribuzione per i lavoratori dipendenti. In Italia, infatti, spetta alla contrattazione collettiva definire le retribuzioni anche se la validità erga omnes dei contratti non è mai stata realizzata per la mancata attuazione dell’art.39 della Costituzione.

È quindi possibile che i datori di lavoro non applichino il CCNL. Da qui la proliferazione di altri contratti sottoscritti da sigle sindacali minori e altri ancora concordati a livello aziendale. Una situazione piuttosto complessa ed articolata che comunque riesce a toccare la stragrande maggioranza dei lavoratori.

Diverso l’approccio delle due proposte di legge. Il M5s vuole fissare la retribuzione minima a 9 euro (lordi) l’ora. Il Pd punta anch’esso alla stessa cifra (al netto però), ma non vuole scavalcare la contrattazione collettiva. Entrambe le posizioni tuttavia non sembrano tenere conto adeguatamente delle problematiche che una norma del genere avrà sulla gestione delle aziende e sullo stesso trattamento retributivo dei lavoratori.

Se si considerano anche le altre voci che compongono il costo del lavoro oltre alla retribuzione oraria l’aggravio di costi per le aziende potrebbe non essere indifferente. Infatti in molti settori (pulizie, ristorazione, fattorini, operai dei primi livelli, colf, badanti) le retribuzioni di fatto sono inferiori ai 9 euro l’ora proprio per quanto stabilito dalla contrattazione collettiva e non per una volontà sfruttatrice delle aziende. Si calcola che circa il 25% dei lavoratori avrebbe un aumento della propria retribuzione, ma i costi per le aziende sarebbero ovviamente più elevati.

Se si considera il periodo di crisi (Pil quasi a zero), la forte disoccupazione, una diffusa presenza di lavoro nero, un costo del lavoro tra i più alti al mondo, si capisce che l’impatto di una misura drastica come l’aumento delle retribuzioni per legge sarebbe molto pesante per l’economia.

Come minimo occorrerebbe alleggerire il costo del lavoro per le aziende attraverso la decontribuzione e insieme introdurre benefici fiscali per i lavoratori.

Il Jobs Act  con la Legge Delega 183/2014 aveva già tentato all’epoca di aprire con un “esperimento” la strada ad un salario minimo di Legge da introdurre solo nelle aziende  dove non c’era o non veniva applicato il CCNL. Questo tentativo all’epoca molto criticato abortì dinanzi alla fortissima opposizione sindacale e agli scontri interni alla maggioranza di governo. Già allora però fu evidente la reale difficoltà applicativa della proposta.

In questa situazione lanciare slogan per un salario minimo europeo risulta quanto meno azzardato. In Europa 6 Paesi non applicano un salario minimo per Legge, ma questo, invece di rafforzare la proposta di una misura unica a livello europeo, conferma la presenza di visioni diverse che non possono essere sottovalutate. Oltre all’Italia anche Svezia, Finlandia, Danimarca, Cipro e Austria affidano le tariffe salariali alla contrattazione collettiva, mentre in Belgio il salario minimo legale si affianca alla contrattazione collettiva e in altri Paesi come la Germania il salario minimo è stato approvato da poco (dal 2015), mentre altri si muovono con regole di intervento diverse e variegate. Insomma diversità ce ne sono e anche un po’ di confusione; nessuno sembra avere una soluzione chiara e una risposta efficace. È quindi evidente che il salario minimo, nazionale o europeo, è, per ora un’idea vaga più utopica che reale

Alessandro Latini

Il voto degli immigrati per il Parlamento Europeo

Il 26 maggio si vota per il nuovo Parlamento europeo, un appuntamento che sa di sfida all’ultimo sangue, visto l’attacco frontale all’Istituzione lanciato dai  “sovranisti” e dalla galassia dei populisti che animano il vecchio continente, un attacco che di fatto punta a minare  le fondamenta della stessa Europa, col tentativo nemmeno troppo nascosto di ricacciarla indietro,  verso gli anni grigi, cupi e drammatici dei nazionalismi. Un voto dunque che segnerà uno spartiacque, una tappa storica sicuramente che porterà con sé conseguenze sostanziali per il futuro di tutti noi. Nuove dinamiche internazionali apriranno  scenari complessi che porranno  l’Europa al centro di attacchi anche delle superpotenze (USA, Russia, Cina) per condizionarla e tentare di impedirne la coesione.

Quanti europei voteranno? Il diritto al voto riguarda circa 400 milioni di persone, ma nelle ultime elezioni (2014) ha votato solo il 48%. Comunque voteranno solo i cittadini con passaporto di uno degli stati membri. E gli altri? Quelli che vivono e lavorano nelle nostre città che non cittadini di uno degli stati europei, ma che hanno ottenuto il permesso di soggiorno  EU di lungo periodo? Sono esclusi dal voto eppure si tratta di persone che hanno creduto nell’Europa.  Ricordiamo che ottenere  il permesso di soggiorno Eu non è facile e richiede una serie di documenti importanti fra i quali quelli relativi al reddito, al lavoro, alla residenza di almeno 5 anni e comporta una disamina da parte degli organi competenti prima di essere rilasciato e consente l’accesso a tutta una serie di diritti (esempio pensione di invalidità ecc.) e  badate bene non è soggetto a rinnovo! Insomma avere il Permesso di soggiorno EU vuol dire essere un immigrato integrato, un immigrato che è parte integrante del percorso della comunità, di fatto un cittadino che ama l’Europa.

Possiamo affermare dunque che il  Permesso di soggiorno EU è concesso per sempre eppure l’Europa  considera  questi cittadini inadeguati ad esprimere un voto, a partecipare democraticamente allo sviluppo e alle scelte politiche. Perché?

È il caso di ricordare che il voto dovrebbe essere un diritto fondamentale per  ogni cittadino residente in un determinato Paese, nel quale dimostri di lavorare e pagare le tasse. Un concetto cardine della democrazia rappresentativa ormai patrimonio di tutte le democrazie mondiali che  fu urlato e richiesto per la prima volta dai vecchi coloni americani contro il Governo Britannico e che è diventato il motto per la stessa rivoluzione americana, un concetto ancora oggi  fondamentale per la  democrazia:  “No taxation without representation” .

Come si può dunque oggi escludere dal voto proprio quei cittadini che hanno creduto fortemente nell’Europa pur non essendo di nascita europei, che hanno scelto di viverci e crescervi i propri figli, che hanno deciso di portare il proprio lavoro e la propria cultura e la propria intelligenza e di entrare a far parte di questo continente? Oggi sono gli ultimi, ma, inevitabilmente nel futuro saranno parte integrante dell’Europa. La crisi demografica la rende una via obbligata. Non sarebbe più logico coinvolgerli da subito nella scelta della massima istituzione rappresentativa che unisce popoli diversi?

In fondo questo voto è fortemente incentrato sulla questione dell’immigrazione eppure a mancare sarà proprio la voce di coloro che sono arrivati come immigrati, ma che ormai tali sono soltanto per provenienza, ma, di fatto, sono residenti stabili. Se non possono esprimersi su una scelta così importante quando sarà loro consentito di farlo? Bisognerebbe, invece, completare la loro integrazione con il voto per l’elezione del Parlamento Europeo. Sono già oggi e ancor più saranno in futuro i nuovi europei

Alessandro Latini

Gli stranieri e il Reddito di cittadinanza

Alla fine, dopo lunghe discussioni, infinite accuse e banali considerazioni, il Governo  è riuscito a rispettare il proprio dettato politico legato all’ormai famoso slogan “italian first”, rendendo così più complicato e difficile se non impossibile per gli stranieri  l’accesso al Reddito di cittadinanza, con una decisione dal forte sapore di discriminazione palese per una componente della nostra società. Una decisione che rischia, oltretutto, di essere anche incostituzionale.

In sede di conversione del DL 4/2019, infatti, è stato inserito nell’art.1 un nuovo comma, l’1-bis, che obbliga i cittadini extracomunitari alla presentazione di  una certificazione “aggiuntiva”  in merito al reddito e al patrimonio oltre che alla propria  composizione  del  nucleo familiare, una documentazione da richiedere al proprio Stato e da presentare poi in versione tradotta e legalizzata dall’autorità consolare italiana che ne deve attestare così la conformità all’originale.

Una procedura dunque più complessa e articolata che dovrà essere eseguita da tutti gli stranieri, anche da coloro che hanno già presentato la domanda (i quali saranno pertanto richiamati per l’integrazione documentale), una procedura che creerà quantomeno per loro  tempi più lunghi e costi più alti. Restano esclusi dalla presentazione di questa  documentazione aggiuntiva, da effettuare in sede di compilazione ISEE, i soggetti con lo status di rifugiato politico per ovvie ragioni di impossibilità oggettiva, inoltre la norma prevede delle altre esclusioni non soggettive ma solo nei  casi in cui le convenzioni internazionali dispongano diversamente e per quei soggetti nei cui Paesi sia impossibile acquisire la certificazione.

Gli stranieri hanno più volte riscontrato negli anni  l’impossibilità di acquisire documenti e certificazioni dai propri Paesi non solo per le pratiche di cittadinanza o ricongiungimento familiare ma anche per la concessione delle detrazioni fiscali, per via della mancanza spesso di servizi anagrafici ad esempio. Lo Stato italiano, conscio di tale difficoltà, si è impegnato ad emanare un decreto entro 3 mesi,  concordato insieme  fra  il Ministero del Lavoro e degli Esteri, con l’elencazione esplicita  dei Paesi esclusi per i quali non sarà possibile fornire quanto richiesto ed esonererà i cittadini di detto stato alla presentazione.

Dunque per molti stranieri ad oggi la richiesta non potrà che essere  sospesa o non accettata, in attesa o dell’arrivo della documentazione o in attesa del Decreto, con un danno economico notevole per loro, oltre alla creazione per Legge di una nuova categoria sociale di poveri ancora più disgraziati!

Eppure questo comma 1-bis  potrà essere “neutralizzato” in seguito da un ricorso probabile presso la Suprema Corte ed è davvero strano che i nostri legislatori abbiano ignorato completamente quanto già successo per la storia delle mense scolastiche cui è seguita una  sentenza della Corte Costituzionale, fingono cioè  che non sia avvenuto o fingono di non sapere o hanno semplicemente deciso di sfidare la Corte? La Corte Costituzionale con sentenza n. 106 del 2018 ha sancito in maniera del tutto chiara che lo status di cittadino non comporta il privilegio di accedere a benefici dei servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente con tanto di permesso soggiorno UE, ribadendo, come già fatto più volte, che i soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro ai fini del godimento delle prestazioni sociali anche in considerazione dell’art.11 della Direttiva europea 2003/109/Ce.

Perché dunque il legislatore ha volutamente ignorato la direttiva e la sentenza della Corte Costituzionale? Ha senso esporsi a nuovi ricorsi con la certezza  di essere sconfitti?

Purtroppo i motivi politici sono evidenti. Sono imminenti le elezioni europee e la scelta è chiara: gli stranieri nell’ideologia sovranista e populista vengono dopo gli italiani anche perché……non votano!!! Se più in là verremo sommersi di ricorsi, se la Corte Costituzionale toglierà questi obblighi e imporrà di risistemare la legge in conformità dei principi costituzionali, se la stessa Europa ci bacchetterà, se si dovrà rivedere le domande presentate e erogare il beneficio a chi volete che importi?

Non dimentichiamo che il soggetto con permesso di soggiorno UE ha dovuto già dimostrare allo Stato Italiano alcuni requisiti per ottenerlo, in primis il possesso di un reddito non inferiore all’assegno sociale (5.954,00) o di importi superiori nel caso vi siano anche familiari, avere un lavoro, e  la disponibilità di un alloggio per sé e la sua famiglia che rientri nei parametri minimi previsti dalle Leggi Regionali e che sia fornito dei requisiti igienico sanitari accertati dalla Asl competente. Dunque allo straniero non basta avere il permesso di soggiorno UE ed essere residente in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo,  ma per il RdC deve dimostrare altro e per molti sarà difficile poterlo fare

Alessandro Latini

L’Inps e il Reddito di cittadinanza: un matrimonio pericoloso

Il principale obiettivo del legislatore nel pensare al Reddito di cittadinanza è stato sin dall’origine quello di evitare gli abusi e di scuotere i potenziali “divanisti” dal loro torpore,  di colpire duramente i furbetti o, più propriamente, i malandrini e gli  approfittatori. Insomma, il Reddito di cittadinanza può funzionare, si è detto da sempre, solo se non è per tutti e se le sue regole sono chiare come le sue sanzioni. Già, le sanzioni: non c’è legge che non le preveda e anche in questo caso ci sono e sono pure pesanti, arrivando in caso di “dolo” alla reclusione in carcere, ma si colpiscono anche gli errori, le negligenze e le disattenzioni. Attenzione dunque, il Reddito di cittadinanza non permette errori e se si commettono si paga.

A chi spetterà l’onere di comminare le sanzioni ai cittadini? Ovviamente la risposta è scontata:  all’Inps!

Infatti la normativa riserva all’Inps la gran parte del lavoro per il Rdc. Spetterà all’Istituto accogliere e vagliare le domande presentate e entro 10 giorni comunicare il risultato all’utente. Sarà dunque l’Inps a dire Si o No al beneficio e dovrà altresì provvedere a determinarne l’importo e gestire mensilmente l’accreditamento sulla card, oltre a dover emettere i provvedimenti di revoca e decadenza del beneficio ed effettuare anche la decurtazione e la sospensione della card. Alla fine, gli toccherà pure recuperare le somme indebitamente elargite.

Ai più sembra naturale che sia l’Inps a svolgere anche il ruolo di “sanzionatore” oltre a tutto il resto. Ma, chi conosce da vicino l’Inps, le sue procedure e il suo modo di approcciarsi con gli utenti, non può che essere molto preoccupato. Sarà in grado, ci si chiede, di sostenere questa nuova mole di lavoro senza rendere l’operazione un calvario? Sarà in grado di essere anche giusto nell’applicazione delle sanzioni oltre ad essere preciso e rapido? Sarà in grado di dialogare con gli utenti? Non dimentichiamoci che il Rdc è destinato per sua natura ad una platea di persone in gravi difficoltà e questo dovrebbe rendere gli uffici dell’Inps ”umani”,  gentili e accoglienti e non avere (per favore toglietele!!!) nei box dell’informazione le “guardie”, i vigilantes, che già intimoriscono prima di porre qualsiasi domanda e che ormai fungono da filtro con i toni degli inquisitori.

Chi conosce  bene l’Inps o, in qualche modo, ci ha avuto a che fare, ha consapevolezza del suo modo di agire spesso confuso e disarticolato. Ha esperienza di quanto sia difficile farsi ascoltare (appuntamenti telematici non prima di 30 giorni!). Sembra che l’Inps sia chiuso in sé stesso, non voglia dialogare con gli utenti. In molti sono costretti a parlare con i call center che spesso non hanno le informazioni giuste e non danno risposte esaurienti.

E se i contatti sono difficili sarà problematica anche un’applicazione severa, ma giusta delle sanzioni.

Nel caso del Rdc sono previste sanzioni penali per chi tenterà di prendere il Rdc  senza averne diritto o falsificando i documenti con la reclusione da 2 a 6 anni e da 1 a 3 anni in caso di dichiarazioni e/o documenti falsi o attestanti cose non vere. Anche omettere con dolo di comunicare una nuova attività lavorativa intrapresa rientra in questo tipo di sanzione.

Ma sono previste anche sanzioni amministrative gestite direttamente dall’Inps. La revoca del Rdc sarà inflitta nel caso in cui si riscontrino inesattezze e non corrispondenze nelle domande presentate o di successive omissioni relative a notizie su nuove occupazioni. Si parla di quelle situazioni classiche nelle quali si sono verificati  errori e ritardi di comunicazione senza che vi sia stato il  dolo (per il quale è previsto il penale). L’Inps potrà inoltre decurtare il beneficio in presenza di comportamenti dei beneficiari in merito alle politiche attive (mancata presentazione ai progetti del Centro per l’impiego, mancata dichiarazione di immediata disponibilità, assenza alle iniziative di formazione ecc.). Come si sa la normativa è piuttosto complicata ed è prevedibile che saranno commessi anche molti errori involontari da parte dei beneficiari.

In conclusione se, da un lato, le sanzioni contro i furbetti appaiono doverose, non vorremmo che  la gestione elefantiaca dell’Inps, la sua rigidità  e la sua impreparazione alla fine si riversi contro gli stessi destinatari del beneficio, non vorremmo cioè che i “poveri” destinatari del Rdc debbano alla fine chiedere un prestito per pagare le sanzioni all’Inps

Alessandro Latini

Le aziende e il Reddito di cittadinanza

Come ormai sappiamo bene tutta l’operazione Reddito di cittadinanza si basa, oltre che sull’erogazione del sussidio, sulla ricerca di un lavoro e, quindi, sulle cosiddette politiche attive. Il coinvolgimento delle aziende è necessario  e, per scuoterle davvero, il legislatore ha pensato che l’unico modo fosse incentivarle con un sostanzioso beneficio economico sottoforma di sgravi contributivi e credito d’imposta.  Basterà?

Intanto vediamo i numeri dell’agevolazione:  l’azienda che assume il lavoratore che percepisce il Reddito di cittadinanza si prenderà come beneficio  contributivo (escluso INAIL) le quote a lui spettanti per i 18 mesi con un minimo di 5 mesi e potrà, altresì, cumulare detta agevolazione con altre agevolazioni, comprese quelle per assunzioni nel Mezzogiorno. Insomma si tratta di molti soldi che dovrebbero spingere le aziende ad assumere i beneficiari del Rdc.  Sarà effettivamente così?

Vediamo gli ostacoli. Le aziende dovranno iscriversi  sul portale dell’Anpal  per dichiarare la propria disponibilità e la carenza di organico. C’è poi la possibilità,  all’atto dell’assunzione, di vedersi costrette dal Centro per l’impiego alla stipula di un “patto di formazione” per il neo assunto per un percorso di riqualificazione a carico dell’azienda (come, con quali contenuti, con quali modalità?).

Questione cruciale è che l’assunzione del beneficiario del Rdc  dovrà avvenire solo a tempo indeterminato e full time, e quindi sono escluse le attività a termine e stagionali oltre a tener fuori  altri settori  nel quale l’orario ridotto (part-time) è la prassi (pulizie-call center, pubblici esercizi, spettacolo ecc.). Infine, l’azienda dovrà attenersi al rispetto delle regole generali imposte per usufruire delle  agevolazioni che non sono poche ed è bene ricordarle:

  1. Essere in regola con il Documento unico di regolarità contributiva (DURC);
  2. Rispettare la contrattazione collettiva e quindi i minimi salariali previsti
  3. Rispettare le regole in materia di sicurezza sul lavoro
  4. L’assunzione non dovrà avvenire per  un obbligo di legge;
  5. Non devono esserci in corso sospensione del lavoro connesse a crisi aziendali;
  6. Rispettare il principio di precedenza nelle assunzioni

Oltre a queste ovvie, ma non scontate regole (il DURC è l’incubo di ogni azienda, basta poco a volte per vederselo negare!!!) si deve soggiacere anche al rispetto della cosiddetta regola del “de minimis” che impone un tetto massimo di sgravi nel triennio per non essere considerati “aiuti di Stato” come prescrive il Regolamento Europeo.

Se queste regole sembrano già abbastanza la norma sul Rdc  ne aggiunge altre 2 che non favoriscono di certo le assunzioni:

  • il lavoratore assunto deve dar luogo ad un incremento occupazionale netto del numero dei dipendenti, in riferimento ai soli lavoratori a tempo indeterminato;
  • il neo-assunto non deve essere licenziato se non per giusta causa o giustificato motivo.

Questa limitazione sul  licenziamento poi  sembra in effetti una punizione severissima visto che non ha neanche un termine, cioè sembrerebbe che se l’azienda licenzi fra 3 anni il lavoratore e le motivazioni addotte sono contestate e il giudice ravvisa che non vi sono gli estremi di “giusta causa o giustificato motivo” si dovrà restituire l’intero importo con tanto di interessi e sanzioni.

È chiaro che si tratta di ostacoli che possono scoraggiare le assunzioni e non incentivarle. È ovvio che l’azienda che volesse assumere un beneficiario del Reddito di cittadinanza  dovrà verificare in modo preciso  se la convenienza economica valga davvero il gioco ed è evidente che, per esserlo, si dovrebbe assumere subito chi percepisca un Rdc elevato. Le previsioni, invece, indicano la possibilità che il RdC medio sarà intorno ai 200 euro. Sembra proprio che il matrimonio fra aziende e Rdc sarà molto difficile da celebrare

Alessandro Latini

Il Reddito di cittadinanza e i disoccupati che dicono no

La situazione è davvero paradossale: circa 120 mila persone (ma il numero aumenta di giorno in giorno) hanno presentato la domanda e quasi altrettanti sono in attesa di farlo a breve dopo essere passati dal Caf per predisporre l’Isee eppure sul Reddito di cittadinanza  …….nulla è stato deciso!!!! Non c’è ancora la conversione in Legge del Decreto Legge 4/2019 e nel mentre si corre alla Posta e ci si affanna a predisporre carte e a fare dichiarazioni penalmente rilevanti, la politica è in pieno movimento e  discute ancora nelle commissioni su molti aspetti e si presentano continui emendamenti che porteranno dei cambiamenti rilevanti. E poi c’è la trattativa con le regioni che ha già prodotto il dimezzamento del numero dei navigator. Insomma sembra una follia talmente incomprensibile che diventa ridicolo tentare pure di entrarci dentro, si rischia anche di dire cose che il giorno dopo verranno smentite, di fare rilievi su questioni che vengono superate con un nuovo emendamento approvato. Sul Reddito di cittadinanza tutto è ancora molto fluido.

L’ultimo rilevante intervento in commissione Senato è quello legato al limite per dire No ad una offerta di lavoro non soltanto sulla base delle distanze chilometriche (nei primi 12 mesi l’offerta è congrua se è dentro i 100 km dalla residenza o è raggiungibile in meno di 100 minuti con i mezzi!) ma anche sulla base della retribuzione offerta oltre alla natura del  contratto: i tre elementi – distanza, tipo di contratto, retribuzione – ricordiamolo  devono essere presenti tutti e tre per poter definire l’offerta congrua.

Tralasciamo la questione della distanza e concentriamoci sugli altri due: in primis il contratto offerto dev’essere esclusivamente a tempo indeterminato e full-time. Questa, che potrebbe sembrare una ovvia disposizione, di fatto comporta una limitazione fortissima per molti settori nel quale l’attività part-time è la prassi e pertanto queste attività non avranno la passibilità di accedere ai benefici previsti in caso di assunzioni di persone con il Reddito di cittadinanza anzi rischieranno di trovarsi a corto di personale. Basti pensare al settore delle pulizie (il 70% sono part-time), della ristorazione per qualifiche quali camerieri, aiuto cuochi, lavapiatti, oppure i call-center per finire al lavoro domestico (colf-badanti e baby sitter). Restano, inoltre, escluse tutte le attività stagionali soprattutto nei settori quali il turismo, lo spettacolo e l’ agricoltura in particolare, dove la scarsità di manodopera purtroppo spinge non solo al sommerso più spietato ma anche a livelli di sicurezza e sfruttamento indicibili.

Queste considerazioni già renderebbero la questione spinosa ma c’è un altro elemento che complica ancora di più la vicenda:  l’offerta deve avere una retribuzione minima da offrire non inferiore a 858 euro mese (oltre alla tredicesima ed eventuale 14 mensilità e tfr?). Anche qui leggendo superficialmente potrebbe sembrare ovvio e sensato ma nella realtà le cose non stanno così:  ad esempio un apprendista parrucchiere al primo anno non arriva a 830 euro mese e questo lo dice il Contratto nazionale non lo decide il datore di lavoro. E allora addio a camerieri e parrucchieri, conducenti e commessi, giardinieri e manutentori, lavapiatti e badanti? Oppure molti preferiranno non lavorare oppure lavorare poco e in nero pur di non perdere il RdC?

Insomma sembra che trovare un lavoro congruo ai  beneficiari del RdC  sarà davvero  impresa ardua. Fra distanza, contratto a tempo indeterminato full-time e retribuzione minima è prevedibile che le offerte di lavoro scarseggeranno. Ma c’è un’altra considerazione da fare. Chi non percepirà il reddito di cittadinanza pur essendo disoccupato/inoccupato sarà penalizzato perché dovrà prendere quello che viene senza poter andare troppo per il sottile. Quanti potranno permettersi di rifiutare offerte di lavoro a termine? Quanti potranno rifiutare i part-time a 600 euro?  Quanti non percettori di Rdc potranno dire No ad apprendistati da 900 euro mese?

Attualmente i lavoratori in disoccupazione involontaria e percettori di  Naspi (indennità di disoccupazione) non possono permettersi di rifiutare una offerta di lavoro. Contrariamente ai loro colleghi in Reddito di cittadinanza, infatti, a loro basta un rifiuto per fargli  perdere l’indennità. Sembra che con il Reddito di cittadinanza si sia introdotta una nuova categoria di disoccupati: quelli che possono dire NO al lavoro.

Alessandro Latini

Il reddito di cittadinanza alla prova dei fatti

Parte il reddito di cittadinanza : dove andrà  a finire? E’ chiaro, nell’inferno dei Centri per l’Impiego!

Oggi i cittadini possono presentare la domanda per il reddito di cittadinanza presso le poste, i Caf o tramite internet, e attendere poi la risposta dell’Inps entro (presumibilmente in questa prima fase) il 15 aprile (poi dovrà essere entro cinque giorni) e nel caso di accettazione (dopo controllo dell’Isee e dei requisiti) vedersi accreditare entro i primi di maggio sulla Post-Card i soldi da spendere.

Tutto facile e tutto semplice, peccato che le ombre sono ancora moltissime sulla norma simbolo del governo a cominciare dalla partenza senza che il Decreto Legge 4/2019 sia diventato legge e quindi con la possibilità di qualche modifica (per esempio si prevedono regole più complesse per gli extracomunitari e verso le coppie separate), mentre è ancora più complessa la situazione dell’assunzione come co.co.co dei Navigator, figura determinante per assistere i beneficiari presso i Centri per l’impiego sia per la ricerca del lavoro che per l’accesso ai corsi formativi (quali? dove? Non si sa).  Insomma si parte, ma la macchina amministrativa ancora non c’è.

Il reddito di cittadinanza è un provvedimento troppo ambizioso e quindi eccessivamente complesso. Si vuole, di fatto,  con un solo strumento risolvere più questioni di enorme impatto quale la povertà, il lavoro, il reddito e l’assistenza, troppe cose insieme che avrebbero bisogno di soluzioni diverse e anche di diversi approcci. Poi ci sono anche troppi enti coinvolti, Anpal-Cpi ,Inps, Poste, Comuni per non parlare dei Caf , una miscela esplosiva in un Paese burocraticamente incasinato, che non potrà che rendere il processo maggiormente  lento e confuso, con competenze che si rincorrono e si accavallano e scambi di dati che produrranno per lo più tempi lenti e risposte inesatte.

“Abolire la povertà” è un sogno e un grande obiettivo che presuppone strumenti semplici e regole chiare che il Rei sembrava in tutta la sua difficoltà aver assolto, certo l’importo poteva essere troppo basso e la platea dei beneficiari troppo esigua ma si poteva ragionare su questa base invece di creare un “mostro” che non ha se non in partenza importi più alti e una platea più ampia.

Prendiamo ad esempio  l’importo simbolo del reddito di cittadinanza,  i 780 euro al mese. È un importo che è bene ricordare si compone di due distinte somme:  i 500 euro quale integrazione reddituale per un single con un reddito pari a 0 (zero) e 280 euro di contributo nel caso in cui la stessa persona debba pagare l’affitto di casa.  Mi chiedo: come si può pagare un affitto avendo reddito zero? E se così fosse non è passibile di controllo dell’Agenzia Entrate? Non è forse un cittadino che magari svolge lavoro in nero?  E se fosse così gli conviene ……scoprirsi? Non dimentichiamo che la normativa del Rdc prevede tutta una serie di pesanti sanzioni.  Ovviamente nel caso di reddito Isee invece pari ad esempio 2500 euro l’integrazione reddituale scende (6000-2500 = 3500 pari 291,66 euro mese) e via dicendo, quindi possiamo affermare che la misura standard e bandiera del reddito di cittadinanza è effettivamente piuttosto alta.

Ma quanti lo richiederanno? Il provvedimento richiede delle dichiarazioni piuttosto complesse come la compilazione della DSU che contiene  molte indicazioni sui redditi e sulle residenze dei familiari ed è necessaria l’assistenza  dei Caf per la corretta compilazione. Come già detto, inoltre, le sanzioni sono piuttosto elevate  qualora le informazioni fornite si dimostrino “inesatte e/o false”. Non dimentichiamo poi che  tutti i soggetti del nucleo familiare del richiedente il Rdc dovranno attivarsi per la ricerca di un lavoro, partecipare a colloqui, come indicato dal Patto per il Lavoro che dovrà essere firmato una volta ottenuto il diritto all’importo.

Insomma si sono messi insieme sostegno ai poveri e politiche attive del lavoro, senza averne però i mezzi e gli strumenti, senza capire cosa faranno i famosi “navigator” e quali saranno  le loro competenze e le loro capacità, senza rendersi conto che spesso manca la materia prima: le offerte di lavoro! Le aziende è presumibile che andranno presso i CPI oppure li ignoreranno del tutto? Le aziende storicamente non si sono mai fidate dei Centri per l’impiego , li hanno sempre visti come Enti inutili e carrozzoni burocratici  e non capiamo perché dovranno farlo ora, in fondo il risultato da cui si parte è scoraggiante, solo il 3% trova lavoro in Italia grazie ai CPI! Sarà possibile senza una programmazione seria e senza investimenti corposi invertire la rotta dei Cpi? La paura è che il reddito di cittadinanza seppur riuscirà a superare i troppi ostacoli “brucerà” nell’inferno dei Centri per l’impiego, da dove molti si sono già scottati e altri definitivamente perduti!

Alessandro Latini

I grillini hanno “salvato” Salvini

Era chiaro a tutti, era necessario farlo per continuare a governare, era la soluzione scelta e decisa dalla dirigenza, erano il palazzo e le poltrone a chiederlo: salvare Salvini era l’obiettivo, a tutti i costi bisognava evitare di mandarlo a processo e gli iscritti del movimento hanno accettato! Tutto come previsto. Alla fine, dunque, il M5S si stende definitivamente ai piedi del vero leader, lo tira fuori dai guai, abbandona l’ennesimo baluardo della propria ragione d’essere, lo erge ad unico difensore dell’italianità, e lo difende così bene da andare (con una ruspa?) contro il proprio credo: davanti alla Legge non siamo più tutti uguali.

Perché la domanda non era quella formulata in modo confuso sulla piattaforma Rousseau (il giocattolo della proprietà del marchio grillino) ma era sostanzialmente questa: è giusto mandare a processo Salvini come richiedono i giudici? Tra Salvini e la Legge chi scegliete?

Il risultato? Il 59,05% ha votato per SALVINI e il 40,95% ha scelto la Legge.

I grillini dunque scelgono con coerenza e sicurezza l’uomo forte, chissenefrega della LEGGE, quel residuato di una epoca scomparsa nel quale la legalità era un principio, è il momento di dichiarare guerra anche alla magistratura, anche alla Costituzione oltre che ai diritti degli uomini!

Un grandissimo risultato per i leghisti, inaspettato forse ma decretato dai loro “servitori” attuali, una vittoria per il LEADER MAXIMO, non salvato dai suoi ex amici di Forza Italia o di Fratelli d’Italia ma salvato on line da un popolo che fino a marzo lo definiva fascista e razzista, con il quale litigava, mentre ora lo venera! Di contro è stata una grande e irrimediabile sconfitta per il piccolo Di Maio, il “migliore dei servitori”, che aveva scelto sin dall’inizio, per lui e per tutti che così dovesse essere e così è stato. Non si poteva rischiare minimamente di irritare il grande capo, era doveroso per il M5S stringersi attorno a lui, era l’unica cosa da fare per galleggiare ancora, sperando che l’essere diventati così servili sia utile alla fine per barattare qualche poltrona di prestigio ancora vagante.

E ora cosa ne resterà del M5S? Nulla è più come prima, il M5S è qualcosa ora di completamente diverso, si è trasformato nella guardia pretoriana dei leghisti! Niente del M5S è più come sembrava, tutti i loro slogan sono finiti negli abissi della memoria in nome di un “contratto” di governo capestro!

E d’ora in poi messo in soffitta l’ennesimo “credo” ai grillini, dunque, cosa resta? Sicuramente di iscriversi alla Lega!

Alessandro Latini

Grillo e l’adesione all’Alde

Davvero Grillo è uscito di testa? No, Si, forse……in verità è rimasto deluso dal suo popolo in RETE !!!!

Il nuovo anno è partito a mille per i pentastellati, poverini non riescono nemmeno a digerire il panettone, che il RE li ha chiamati due volte sotto le feste ad esprimersi in RETE, non hanno un attimo di tregua, il loro Re è scatenato e, tutti stentano a seguirlo. Dopo la giravolta sul nuovo codice etico, con le nuove regole per essere espulsi di cui il RE e solo lui è il SOMMO garante, e il condono sull’avviso di garanzia che non comporta più alcuna reale sanzione se non quella decisa dal RE, ecco la nuova svolta e, il nuovo “coup de theatre” : da euroscettici a supereuropei ! Da Farage a Monti, un passaggio epocale! Anche il nuovo amico Salvini stentava a crederci, anche lui è stato spiazzato dalla giravolta e ha gridato con tutto il fiato al tradimento e ha lanciato una OPA agli elettori grillini (e non solo) “venite nella Lega!, l’unica che vuole abbattere l’Europa e non conviverci!”.

leader-al-comandoIl Re infatti il giorno 4 gennaio aveva trovato l’accordo politico e tecnico per passare nell’ALDE abbandonando il gruppo dell’Ukip e nel fare questo aveva di nuovo invitato il “ suo popolo” al voto, o meglio al plebiscito, lasciando agli iscritti nemmeno 24 ore per decidere sulla svolta, ritenendo questo tempo più che sufficiente per “informarsi” chiaramente in Rete di chi fosse realmente l’ALDE e la sua politica. Poco tempo per decidere e poco tempo per votare: ennesima forzatura di un sistema assurdo di fare politica! Tempo che come ha dichiarato ieri sera in TV un impresentabile Di Battista è più che sufficiente volendo, per decidere: peccato che parliamo di scelte politiche, di scelte ideologiche, di decisioni importanti e non di scegliere se giocare il 34 sulla ruota di Napoli!!! E la Rete ha risposto, il popolo grillino ha deciso per circa l’80% (su circa 40.000) di seguire il RE ed accettare la svolta europeista, insomma quasi l’intero popolo si è schierato con il RE, anche se non sono mancati i mal di pancia, e qualche critica sommessa (in fondo se si critica apertamente il RE vuol dire essere fuori dal movimento!), anche questa volta il popolo ha fatto quello che tutti si aspettavano!

rifiuto-aldeEppure non è bastato: l’ALDE non li ha voluti! L’ALDE ha detto NO all’ingresso dei grillini nel suo gruppo, troppe differenze, troppo difficile accettare quelli che fino a 2 giorni prima gli sputavano in faccia e ora volevano spolverargli le poltrone! Sembra davvero l’ennesimo e il più grave degli autogol del RE, sembra davvero che questo 2017 sia partito malissimo per il movimento, sembra che il RE sia in una fase di crisi tale da lasciare interdetti, diciamolo francamente, il RE Grillo sembra uscito di testa!

E’ davvero così? Davvero il RE e il suo principino hanno perso il bandolo della matassa? Davvero la voglia di non far parlare delle vicende romane della Raggi li ha portati a creare questo caos? Cosa si nasconde dietro questa “non-strategia” , questa improvvisa redenzione grillina?

Il RE non è stupido e sbaglia chi lo pensa! Il Re è soltanto confuso forse ma, ha chiara una questione: a lungo andare la democrazia diretta non regge! Lo sa e ne è consapevole! A lungo andare non può sempre chiedere un plebiscito al suo popolo, e questo movimento dell’ “uno vale uno” è destinato a crollare se non si trovano nuovi rimedi, non potrà reggere a lungo alle accuse pubbliche di aver creato non un movimento democratico ma una Monarchia assoluta, di aver trasformato la RETE in una forma di oscurantismo mentale, per il RE è necessario cambiare o tentare di farlo e quanto meno di impostare un movimento nel quale il RE non lo è per diritto divino ma per condivisione, e la RETE si spogli di questa sua pericolosità!
votazioni-m5sQuale migliore occasione si è forse chiesto il RE di vedersi bocciare dal popolo l’assurda “proposta di entrare nell’ALDE”? Quale migliore occasione di mostrare al Paese che il suo popolo è un popolo che pensa e non di pecoroni? Quale migliore occasione per dimostrare che la democrazia diretta è realmente viva ? Quale migliore occasione per essere messo in minoranza ma essere trionfatore allo stesso modo?

Il Re è stato però deluso dal suo popolo! Gli ha chiesto troppo! Il popolo avrebbe votato Si anche se avesse chiesto una alleanza con Berlusconi o addirittura con Renzi!!! La sua richiesta non era abbastanza assurda! Il Re Grillo in fondo voleva perdere e non vincere, ma il suo popolo non ha capito! Il RE voleva subire una sconfitta da presentare ai media: “vedete! Il mio popolo ha deciso e io mi adeguo, questa è democrazia! “Peccato che il suo popolo non l’ha capito, peccato che il suo popolo non ha pensieri propri ed autonomi!

Il suo popolo abituato ad ubbidire ha risposto compatto e lo ha seguito anche negli inferi: ormai il suo popolo è un corpo unico di cui il RE può disporre a piacimento! Un popolo che non pensa e che si è affidato a lui completamente: questa è la vera risposta della nuova consultazione on line e della semi-farsa europea!

Il RE deluso oggi può solo consolarsi nel vedere il suo popolo ligio steso sotto ai suoi piedi, pronto a difenderlo e seguirlo ovunque anche se domani decidesse di annunciare al mondo intero di essere il “nuovo Messia” e proclamarsi…….PAPA!

Alessandro Latini

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