La favola ambientalista di Greta Thunberg

Bisogna riconoscere che, da quando è comparsa sulla scena europea Greta Thunberg, i temi dell’ambiente e del clima hanno di nuovo attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inutile negarlo: viviamo anche di simboli e milioni di giovani si sono identificati con la ragazza dal viso imbronciato e dalle lunghe trecce che dall’agosto dell’anno scorso si è votata alla causa della salvezza del pianeta. Nulla da eccepire: l’entusiasmo dei giovani è necessario per qualunque cambiamento e l’aspirazione a vivere in un ambiente più salubre è assolutamente legittima.

Tuttavia si possono riconoscere i meriti di questo nuovo movimento senza per forza accettare tutte le semplificazioni e agli allarmismi che rappresenta.

Greta ripete sempre che non c’è più tempo e lancia la sfida di un cambiamento radicale da realizzare entro il 2030. Al primo posto mette l’eliminazione dei combustibili fossili dalla generazione di energia.

Possiamo veramente farlo e in tempi così brevi? Sembra proprio di no. Non possiamo eliminare i combustibili fossili. È una delle drammatizzazioni che vengono utilizzate per richiamare l’attenzione e per non mollare la presa su temi considerati cruciali. C’è un rischio però: che il discorso ambientalista si radicalizzi e non trovi sbocchi concreti. Infatti, secondo le previsioni più accreditate, nel 2040 la produzione di energia mondiale verrà ancora al 74% dai fossili. Inoltre la domanda petrolifera mondiale ha superato il record dei 100 milioni di barili/giorno. Perché? Perché non ci sono alternative valide. Le mitiche energie rinnovabili sono previste in aumento, ma: l’idroelettrico fornirà il 7% dell’energia nei prossimi trent’anni; il nucleare resterà fermo al 4-5% (per volontà politica e non per impossibilità tecnica); le altre fonti rinnovabili passeranno dal 4 al 14 per cento, ma solo perché incentivate dagli stati. Eolico e solare per ora non sono fonti che possono sostituire i combustibili fossili perché intermittenti e quindi inaffidabili dato che l’energia prodotta non si può accumulare.

È quindi evidente che battere e ribattere sul tasto del catastrofismo (“siamo in emergenza” come ripete continuamente Greta) non serve ad offrire soluzioni praticabili (il “fate qualcosa” che torna in tutti gli interventi di Greta). La sostanza del messaggio del nuovo movimento ambientalista consiste in un allarme e nella richiesta accorata di un generico intervento rivolta ai governi. I quali sono ben contenti di assecondare il movimento e dare risalto al simbolo-Greta perché sanno che è in gioco il consenso di milioni di giovani. È proprio il caso di dire che in questo clima chi propone un’evoluzione graduale, che poi è l’unica praticabile, viene visto quasi come un sabotatore.

La realtà, come sempre, è meno entusiasmante e più difficile degli slanci ideali. E la realtà è fatta di decisioni politiche che producono effetti concreti. Seguire la strada del radicalismo ambientalista non porta da nessuna parte.

Infatti, l’esperienza di governo del M5s dimostra quanta distanza ci sia tra i proclami e i problemi concreti. Erano partiti con l’utopia della decrescita, ma la conquista del potere non li ha aiutati a realizzarla bensì ad abbandonarla.

Prendiamo il caso della Tav. Spostare dalla gomma al ferro il trasporto delle merci è sempre stato uno dei principi cardine dell’ambientalismo. Per farlo, però, bisogna che ci siano le ferrovie e che superino gli ostacoli naturali. Invece il M5s si è incastrato nel movimento NO TAV che più che ambientalista è antagonista.

Altro caso di radicalismo pseudo ambientalista è quello della cosiddetta ecotassa sui veicoli benzina o diesel posta come contraltare all’incentivo riservato ai veicoli ad alimentazione ibrida ed elettrica. Per ora l’effetto è stato quello di disincentivare la sostituzione delle auto più vecchie e inquinanti e di colpire la produzione nazionale di veicoli.

L’opposizione dei 5 stelle agli inceneritori sta bloccando in mezza Italia il ciclo dei rifiuti. Blocco anche per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi in mare sulla base di un’ipotetico danno all’ecosistema marino e al paesaggio. Così l’Italia è condannata a rinunciare ad una risorsa naturale e a continuare con le importazioni di petrolio e gas.

Quale è il succo del ragionamento? Messo di fronte alla concretezza delle decisioni da assumere l’ambientalismo radicale si rifugia regolarmente nella recitazione dei mantra che lo caratterizzano cioè in affermazioni idealistiche incapaci di portare a risultati positivi e intanto blocca tutto e lotta contro tutto. Cioè aggrava i problemi invece di risolverli.

Ricorda Alberto Brambilla in un recente articolo sul Foglio che negli anni Settanta è avvenuto il distacco tra l’energia e l’economia: si iniziò a pensare che l’ambiente fosse una variabile indipendente dallo sviluppo e anzi proprio lo sviluppo capitalistico, che accompagnava la crescita del benessere e della popolazione, dovesse essere rallentato insieme all’aumento demografico occidentale. Questa impostazione portò ad identificare l’uomo quasi come un parassita del mondo che andava frenato con la crescita zero. Natura e pianeta sono stati soggettivizzati (difendiamo la natura, proteggiamo il pianeta terra) quando si tratta di mere realtà oggettive. La verità è che l’umanità deve proteggere se stessa in un contesto di impetuosa crescita demografica che mette sotto stress le risorse naturali. La strada di un’economia sostenibile che risparmi materie prime e ricicli il più possibile è obbligatoria, ma non discende da vacue aspirazioni di salvezza della Terra. L’alternativa è lo scontro per conquistare migliori condizioni di vita.

Oggi possiamo evitare la guerra perché possediamo le conoscenze per affrontare razionalmente i problemi della vita dell’umanità e non abbiamo nessun bisogno di ricorrere alle favole, alla magia e alle superstizioni in alternativa alla scienza e alla tecnica. Cerchiamo dunque di vedere le cose per quello che sono e di affrontarle con realismo e con concretezza. La simpatica Greta lo apprezzerà

Claudio Lombardi

Niente innovazione e l’Italia declina

L’avversione o l’indifferenza alla ricerca scientifica (o alla scienza in generale) evidenziate senza possibilità di dubbio dalle scelte effettuate dalla dirigenza politica in Italia sono un riflesso ormai di una più generale avversione che permea la società stessa, a partire  anche e soprattutto dalle classi benestanti e dal ceto intellettuale “colto”  ed hanno profonde e lontane  radici culturali e storiche.

Sussistono comunque anche motivazioni altrettanto importanti e decisive, legate a passaggi storici decisamente più recenti ed è importante sottolinearle in un contesto più legato alle vicende economiche del nostro paese. Cerchiamo di schematizzare quanto affermato con alcune considerazioni puntuali:

  • Le più generali considerazioni storiche contro la scienza e la libera ricerca non sono una peculiarità italiana. Si pensi a particolari momenti della storia (a volte durati anche secoli) di grandi nazioni come Spagna, Francia, Polonia, Russia, ecc. ecc. che hanno oggi un’altissima considerazione della ricerca scientifica.
  • Le basi antiscientifiche non sono tutte assimilabili ad una matrice religiosa (come è il caso di tutto il periodo della Controriforma) ma attraversano trasversalmente anche il cosiddetto mondo laico; si pensi per esempio alla posizione dell’idealismo italiano, in particolare al provincialismo antiscientifico di Croce e Gentile, che ha influenzato non poco la   riflessione “marxista” dello stesso Togliatti e del gruppo dirigente del PCI.
  • Infatti si può affermare serenamente che la storia italiana dell’area chiamata progressista o di sinistra non è certo immune da questo problema. Si pensi per esempio alle tante battaglie portate avanti dal movimento ambientalista sulla base del principio NIMBY (magari senza ammetterlo). Oppure si pensi ancora alla chiusura aprioristica da parte della cultura di sinistra di fronte ai temi della ricerca scientifica in campo genetico, con un rifiuto assoluto (e in gran parte inutile e ipocrita) degli OGM.

A tutte queste considerazioni deve comunque aggiungersi una motivazione molto più concreta che affonda le sue radici  nel campo dell’economia e delle strategie industriali compiute dalla classe dirigente della nostra nazione.

Con questi presupposti, il momento fondamentale di svolta si situa tra la fine degli anni 50 e i primissimi anni 60.  Riprendiamo le parole di Marco Cattaneo, direttore di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, nell’editoriale del numero di luglio 2018 della rivista.

Poco più di mezzo secolo fa l’Italia era ai primi posti al mondo nelle nuove tecnologie. Quelle di allora, beninteso. Vale a dire la produzione di energia nucleare per uso civile (terzi dopo Stati Uniti e Unione Sovietica), il settore della farmacologia pubblica con relativa ricerca, la chimica dei polimeri con il polipropilene di Giulio Natta, l’elettronica di Adriano Olivetti che portava all’Expo di New York il primo personal computer, il P101, l’ingegneria aerospaziale (terzo paese al mondo a lanciare un satellite per telecomunicazioni).

Se non bastasse, in quegli stessi anni in questa tormentata penisola nascevano gli anelli di accumulazione, con Ada e Adone, i nonni di LHC. E si promuoveva la nascita del CERN…..”

Una serie di eventi nel corso degli anni indicati cambiò radicalmente lo scenario nazionale.

  • Uccisione di Enrico Mattei;
  • Processo e condanna di F. Ippolito, con la dismissione completa del programma nucleare futuro (completò l’opera di distruzione il movimento antinucleare degli anni 80);
  • processo al direttore dell’Istituto Superiore di Sanità G. Marotta, con la cessazione dei programmi di farmacologia pubblica. Il prof. Marotta fu poi assolto in appello, ma ormai i giochi erano già fatti (non ci ricorda qualcosa questo modo di procedere della magistratura?)
  • Morte di Adriano Olivetti e vendita della Divisione Elettronica della società per concentrarla sul “core business” (niente più personal computer, ma solo macchine da scrivere!)

I punti elencati rappresentano momenti di rottura in settori strategici (allora e soprattutto oggi) che vedevano l’Italia all’avanguardia. Va notato che anche il PCI contribuì per sua parte alle campagne diffamatorie e alle indagini strumentali della magistratura, contribuendo alle campagne stampa che crearono un clima di “caccia alle streghe”. In parte perché  questi eventi venivano giudicati come contraddizioni interne al sistema di potere della DC, in parte perché mancavano totalmente strumenti e capacità di analisi di una fase di evoluzione del sistema capitalistico moderno.

In sostanza, la scelta di fondo compiuta dal sistema economico nazionale fu quella di privilegiare una produzione manifatturiera a basso o medio contenuto tecnologico (auto, elettrodomestici, macchine da scrivere, prodotti di chimica di base…) che richiedevano pochi investimenti e garantivano alti profitti nel mercato italiano e estero grazie al basso costo di produzione (salari bassi, inflazione e, quando necessario, svalutazione).

Nel frattempo la spinta contro la ricerca e l’innovazione tecnologica è continuata imperterrita nel nostro paese e le varie campagne NO a qualcosa sono coerenti con il punto di partenza e sono gli effetti finali delle scelte del periodo che abbiamo indicato (NO-OGM, NO-TAP, NO-TAV e NO-VAX sono solo le ultime recenti acquisizioni di un movimento mai spento).

Come accennato, la sinistra dal PCI alle varie formazioni attualmente esistenti, non ha elaborato strumenti concettuali alternativi né è stata in grado di produrre progetti di contrasto e la reazione di buona parte di essa alle timide riforme costituzionali del periodo renziano, con le timidissime aperture del mercato del lavoro alle sfide internazionali, ha reso evidente la sua inessenzialità in questo passaggio storico.

Abbiamo detto passaggio storico perché la situazione internazionale è profondamente cambiata rispetto agli anni 50 e 60. Il libero scambio delle merci, l’abbattimento delle frontiere europee, l’introduzione dell’Euro, la inevitabile perdita dello strumento monetario per causare inflazione o svalutazione e mantenere concorrenziali le nostre merci (a bassissimo contenuto tecnologico, ormai) e finalmente la mancanza di investimenti nella ricerca e nell’innovazione tecnologica fanno sì che l’Italia sia rimasta ferma, senza futuro. E tutto ciò mentre altri paesi europei hanno invece investito percentuali elevate del PIL in ricerca e sviluppo, anche e soprattutto in occasioni delle ultime crisi economiche e monetarie. In parole povere: l’Italia è un paese in gravissima crisi strutturale e forse condannato al default (o comunque ad una perdita di status economico e di importanza globale) anche e soprattutto perché non ha investito in ricerca scientifica e si trova adesso a produrre e vendere merci povere e di scarso futuro nel mercato mondiale.

Per adesso la reazione di gran parte del ceto dirigente del paese (e conseguentemente di tutti i mass media) si è indirizzata a salvare l’esistente e a rifiutare i timidi tentativi di riforma del sistema. L’estrema sinistra e l’ambientalismo radicale del No a tutto sono stati (come da tradizione) le mosche cocchiere di questa scelta, che si è tradotta per adesso in un governo politico che accelera il fenomeno di taglio degli investimenti produttivi in campo culturale e scientifico e aumenta a dismisura il fenomeno di aiuti a pioggia di natura clientelare.

Il rischio è l’impoverimento generale e il ritorno alla moneta nazionale inflazionata.

L’elaborazione di una proposta politica per l’aumento degli investimenti destinati alla ricerca scientifica, affiancata al ritorno al periodo di riforme costituzionali e amministrative, è quindi un passaggio fondamentale per un programma alternativo all’esistente.

Sergio Mancioppi