Jobs act. Il lavoro senza qualità (di Andrea Ranieri)

jobs actCi risiamo. La politica dell’occupazione viene ricondotta, come accade da un ventennio, a misure lavoristiche. La presunta rigidità del mercato del lavoro è ancora vista come causa della disoccupazione. Intendiamoci, nei provvedimenti sul lavoro del “piè veloce” Renzi ci sono cose utili e sacrosante: le riduzioni Irpef per i dipendenti, che dovrebbero portare in busta paga le famose 80 euro al mese, le misure per garantire alle donne il diritto alla maternità qualunque lavoro svolgano, l’impegno a misure per incentivare la conciliazione fra tempi di lavoro e di vita, e tanto altro. Ma è la logica complessiva e soprattutto il contenuto delle prime poste in essere – quelle del decreto Poletti – che va da tutt’altra parte. E non coglie l’obiettivo fondamentale: creare lavoro nuovo e di buona qualità.

Perché le due cose – bisognerebbe convincersene dopo anni nei quali il lavoro è divenuto più precario e la disoccupazione è aumentata – vanno insieme. Ce lo ha detto, da ultimo, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco: «Il miglioramento della competitività delle imprese passa dalla valorizzazione del capitale umano di cui dispongono, anche in collaborazione con il sistema di istruzione e di ricerca. Studi della Banca d’Italia mostrano come rapporti di lavoro più stabili possano stimolare l’accumulazione di capitale umano, incentivando i lavoratori ad acquisire competenze specifiche all’attività dell’impresa. Si rafforzerebbero l’intensità dell’attività innovativa e, in ultima istanza, la dinamica della produttività».

lavoro precarioSe il problema del nostro sistema industriale è la scarsa produttività e propensione all’innovazione, se sono queste le cause di fondo che frenano lo sviluppo e la crescita dell’occupazione, allora continuare a rendere più facile e conveniente il ricorso a forme di lavoro precario è un freno allo sviluppo. Ed è anche un segnale sbagliato mandato alle imprese: continuate pure a sacrificare lo sviluppo futuro per ottenere risparmi di brevissimo periodo. Perché la capacità di innovazione produttiva e organizzativa richiede stabilità e investimenti di lunga lena sulle capacità e le competenze delle persone. La cosa che sembra non importare affatto al governo, visto che nelle misure non c’è nessun segnale di rafforzamento della formazione permanente, nonostante l’avviso che l’Ocse ci ha mandato con la ricerca Piaac. Uno studio molto chiaro: tra i 24 Paesi indagati i lavoratori italiani hanno il più basso livello di competenze; e ben il 70 per cento di loro, per capacità di leggere, scrivere e far di conto, è al di sotto del livello 3, che per l’Ocse è il livello minimo per vivere e lavorare dignitosamente.

Non sembra essersene accorto il ministro Giuliano Poletti, il quale con tutta tranquillità voleva addirittura far fuori la formazione dall’apprendistato professionalizzante. Se non ci riuscirà è perché si è insinuato il timore che quell’apprendistato non sarebbe stato considerato dall’Ue coerente coi fini della “Garanzia Giovani”, dal momento che si sarebbe caratterizzato come un puro aiuto di Stato alle imprese e non uno strumento di rafforzamento delle competenze dei lavoratori. La “Garanzia Giovani”, un provvedimento europeo, già cofinanziata e impostata dal governo Letta, è allo stato dei fatti l’unica misura attuabile utile ai giovani disoccupati. Il combinato disposto dei primi provvedimenti del governo Renzi va in direzione esattamente contraria a quella annunciata dal Renzi segretario del Pd.

giovani e lavoroAnnunciando il Jobs act alla direzione del Pd, il segretario disse che la priorità era far crescere la produttività e l’innovazione delle nostre imprese, per portarle a competere sulle produzioni di maggior qualità e a maggior valore aggiunto. Il suo primo decreto da capo del governo è invece funzionale all’esatto opposto: lasciare le nostre imprese nella fascia bassa della produzione di merci e servizi, quella appunto che compete quasi esclusivamente sulle dinamiche di costo e sulla riduzione delle tutele dei lavoratori. I contratti temporanei “liberalizzati” non creano più occasioni di lavoro. Lavoce.info ha pubblicato una ricerca relativa alla Spagna, in cui l’aumento esponenziale dei contratti temporanei ha prodotto meno giornate di lavoro e salari più bassi. La stessa Spagna – oggi in piena deflazione e con la disoccupazione giovanile in crescita – che qualcuno continua ad additare come esempio “riformatore”.

E se i contratti temporanei vengono “liberalizzati”, il famoso contratto di inserimento a tutele crescenti, salutato con favore anche in ambienti “liberal”, perde la qualifica di “unico”, la sola che poteva giustificare il superamento della giusta causa sui licenziamenti nel periodo di ingresso. E diventa un contratto tra i tanti: non una misura per ridurre la frammentazione del mercato del lavoro, ma per rendere più flessibile i tempi indeterminati residui.

spending reviewIntanto incombe la cosiddetta spending review, che “revisiona” poco, ma taglia molto. Anche questa un’occasione persa, perché il nodo che dovremmo affrontare per ridare fiato all’occupazione è un altro: come ridare efficienza, efficacia, qualità ai servizi, a partire dalla Pubblica amministrazione. Che è il settore dove il lavoro potrebbe crescere, dando risposta al bisogno di salute e istruzione, ai desideri di cultura, città vivibili e paesaggi restituiti alla loro bellezza. Su questi terreni l’Italia ha un numero di occupati in rapporto ai cittadini molto inferiore rispetto a tutti gli altri Paesi europei. Combattere gli sprechi ha senso se in questi settori si reinveste e si crea nuovo lavoro.  Insomma, la questione dell’occupazione non può più essere affidata esclusivamente al mercato. Meno che mai al mercato del lavoro. La durezza della crisi ci ha fatto dimenticare che la crisi è venuta dopo anni di crescita senza occupazione. Porsi sul serio il problema del lavoro vuol dire affrontare i nodi di fondo che hanno frenato lo sviluppo del sistema produttivo. Per immaginare un ciclo virtuoso, che metta in sintonia il lavoro col desiderio delle persone di vivere in un mondo più pulito, più giusto, più sano. Più bello.

Andrea Ranieri tratto da www.left.it

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (seconda parte)

codecisioneNella prima parte di questa intervista hai sottolineato più volte che la partecipazione dei cittadini deve essere diretta cioè non preformata sulla base di decisioni già assunte a monte. Che si tratti di partiti, di associazioni o di sindacati il salto da fare è passare dal livello della consultazione a quello della codecisione. Ora, mi chiedo, i partiti che ruolo hanno in tutto questo?

I partiti hanno una bella verifica su questo terreno, ma soprattutto ce l’ha la sinistra perché ha tutto l’interesse al fatto che i cittadini prendano il più possibile la parola; la destra, invece, ha una matrice culturale diversa e propende verso altre gerarchie decisionali (si va dai tecnici, a gruppi di comando ristretti fino ad arrivare ai furbi che si arrampicano sulla scala gerarchica).

Su questa impostazione ovviamente si discute e ci si divide: io non penso che la funzione del partito politico sia quella di sequestrare a sé la decisione pensando di possedere sempre le conoscenze più avanzate per deliberare. Dico questo perché io sono di sinistra e penso che bisogna rendere sempre più uguale e diffuso il diritto a prendere la parola e sono fermamente convinto che un partito di sinistra non può che ricondurre la propria azione a questi valori. Valori che corrispondono ad ideali, ma anche a linee strategiche che poi si devono tradurre in atti concreti.

dibattito pubblicoIntendiamoci, dò per scontato che gli iscritti a un partito si ritrovino su posizioni simili perché frutto di confronti e discussioni. Ma non credo che ci debba essere una disciplina, un vincolo quando si va al confronto con i cittadini. Se si condivide una cultura politica di sinistra non può che esserci dibattito. Se io militante (o dirigente), invece, penso che la mia funzione essenziale sia quella di conquistare il consenso alle scelte del partito (e se il partito governa, anche alle scelte dell’amministrazione) allora la partecipazione scende e c’è anche una crisi di cultura politica. Io credo, invece, che la funzione essenziale del partito sia quella di sollecitare la presa di parola anche quando può risultare sgradevole.

Il pericolo più grande che corre la politica oggi è l’exit non la voice. Quando facevo l’assessore e alle assemblee del dibattito pubblico venivano persone a parlare e urlavano e si incazzavano ero contento perché se la gente ha voglia di venire alle assemblee, di parlare e anche di urlarti contro ebbene è sempre meglio dell’exit. Oggi il vero pericolo per la politica è che la gente se ne vada in silenzio, è il fatto che la gente non vada più a votare; laddove c’è voice c’è anche meno astensionismo.

democrazia dei cittadiniStai dicendo che la sinistra dovrebbe fare della partecipazione diretta dei cittadini una sua bandiera?

Sì dovrebbe farne una sua bandiera e anche un carattere identitario per arrivare però ad atti concreti. Per questo dico che ci vorrebbe una legge che renda la partecipazione obbligatoria come nel débat public, anzi, meglio che nel modello francese, per esempio con l’uso delle nuove tecnologie che, però, da sole non servono a molto. Sarà che sono un vecchio sindacalista abituato a fare assemblee su tutto, ma io vedo la tecnologia (parlo della rete ovviamente) che accompagna e non sostituisce il contatto diretto. Qua vedo un’altra discriminante: io non sono perché la gente dica sì o no su un quesito e basta; io voglio che la gente partecipi anche alla formulazione del quesito cioè che possa cambiarle le regole del quesito non subirle. Non credo alla democrazia ridotta ai referendum continui (anche se poi lo strumento referendario ci deve essere) nei quali si può dire solo sì o no su un quesito già strutturato.

Tu allora vedi un partito politico che sia anche  un canale di formazione delle decisioni, una specie di facilitatore del confronto tra cittadini e istituzioni?

parole partecipazioneAssolutamente sì, se io penso al partito del futuro penso a un partito che ha sempre le porte aperte. I meet up mi piacerebbe che li facessero nel Pd (o anche in altri partiti) perché le porte aperte sono sempre meglio delle porte chiuse. L’ho già detto che la cosa che temo di più è l’exit e non la voice e chi ha paura di esser contestato è pazzo, la contestazione è il sale del confronto.

Non bisogna aver paura della partecipazione perchè rappresenta la possibilità di concorrere direttamente al bene pubblico cioè alla risoluzione concreta dei problemi. E non solo a parole, ma con i fatti. Per esempio se i cittadini decidono di gestire direttamente uno spazio pubblico è meraviglioso perché è una mobilitazione di energie fisiche, morali, intellettuali per una cosa giusta. Qua incontriamo la grande questione della sussidiarietà: c’è quella verticale alla Comunione e Liberazione per cui si tratta della pura e semplice sostituzione del pubblico col privato; e c’è un’altra idea di sussidiarietà che è invece connessa all’idea di cittadinanza attiva, una sussidiarietà circolare in cui la presenza attiva dei cittadini cambia anche sostanzialmente il modo di fare amministrazione, il modo di lavorare degli uffici pubblici. Da noi abbiamo un’idea di pubblica amministrazione in cui è lecito quello che è ordinato, non è lecito quello che i cittadini sono in grado di costruirsi da soli. Non dimentichiamo che la Costituzione mette al centro la persona e quindi implica anche il valore della cittadinanza attiva. E ricordiamoci del grande valore del volontariato che rafforza ogni campo nel quale agisce la sussidiarietà anche quello, cui tiene molto il Terzo Settore, dell’impresa sociale.

pericoloDue parole sul Pd. Oggi il Pd appare come un laboratorio politico e sembra che la spinta che viene dalla base debba portare a grandi cambiamenti. È così?

Il Pd vive una crisi profonda del suo gruppo dirigente storico; questa spinta dei militanti e degli elettori nasce dall’indignazione per il governo con il Pdl e dal punto a cui ci ha portato il gruppo dirigente attuale. Ma io, come Fabrizio Barca, ho paura del doroteismo cioè di gente che ha sempre avuto un certo stile di direzione e che adesso dice “sono d’accordo con Barca” e lo dice perché poi tutto venga ricondotto all’interno di dialettiche ben conosciute e che non han portato da nessun parte. Per cui il Pd appare adesso un grande laboratorio come dici tu, ma poi al congresso ci deve essere un rinnovamento radicale perché se poi tutta questa spinta viene ricondotta ad una divisione tra quelli che sono per D’Alema quelli che sono per Renzi  allora esplode il laboratorio.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)