Corruzione e sanità: Libera dice la sua (di Angela Masi)

sanità corrottaSupera i cento milioni di euro la somma che la Corte dei conti ha attribuito al fenomeno della corruzione nella sanità italiana. La Rete europea contro le frodi e la corruzione nel settore sanitario ha calcolato che lo scorso anno il 5,6% delle risorse europee investite nel settore sanitario è andato perso in illegalità e tangenti. In Italia, nel solo triennio 2010-2012, sono stati accertati dalla Guardia di finanza reati per oltre un miliardo e mezzo di euro. Solo nel 2012, sempre secondo la Corte dei Conti, i risarcimenti per le sentenze pronunciate per quest’ambito hanno raggiunto un importo complessivo di oltre 45 milioni di euro. Senza dimenticare poi che ad oggi nel nostro paese sono ben quattro le Asl che sono state commissariate per infiltrazioni della criminalità organizzata (Locri, Vibo Valentia, Pomigliano d’Arco e Reggio Calabria). Nonostante le disposizioni previste dalla legge 190/2012, ad oggi sono molto poche le Aziende sanitarie che rispettano gli obblighi previsti dalle norme anticorruzione e trasparenza.

corruzione sanitàGli scandali sono all’ordine del giorno: fatture fraudolente, mancato completamento di strutture, mancato uso di macchinari (persino comprati per fare qualche favore a qualcuno), spese per corsi di formazione mai tenuti, gestione irregolare delle case di cura convenzionate, ingiustificate prescrizioni di farmaci. Tanti soldi, poca trasparenza, controlli scarsi, troppi interessi politici e clientelari.

sconfitta corrottiDi fronte ad un sistema giudiziario che non funziona e che porta gran parte dei processi ad estinguersi per prescrizione del reato, mandando a casa corrotti e corruttori impuniti e di fronte all’immobilità della classe politica e dirigente del nostro Paese, chi si muove sono ancora i cittadini. E’ partita lo scorso 9 dicembre la campagna di Libera e Gruppo AbeleSalute: obiettivo 100%http://www.riparteilfuturo.it/ : lotta all’illegalità diffusa e allo spreco di risorse sono le parole d’ordine. Con la Campagna le associazioni promotrici chiedono ai 21 Assessori regionali alla sanità e ai 21 Direttori generali degli stessi assessorati di far rispettare da ciascuna Azienda sanitaria le prescrizioni di legge che prevedono di:

  • nominare il Responsabile locale anticorruzione
  • pubblicare online il Piano triennale anticorruzione
  • fornire informazioni complete sui vertici dell’organo di indirizzo politico (direttore generale, direttore sanitario, direttore amministrativo) rendendo pubblici i curricola con l’indicazione di tutti gli incarichi pubblici e privati ricoperti, dell’atto di nomina e del compenso.

La trasparenza chiesta con la Campagna Riparte il futuro significa che i cittadini devono poter conoscere sia i responsabili degli atti di governo e di gestione delle amministrazioni pubbliche che i Piani anticorruzione attraverso la rete. Trasparenza significa informazione e questa è la base perché i cittadini possano influire sulle scelte di governo e delle amministrazioni. In un momento in cui la protesta sociale si sta facendo clamorosa contro la politica Libera e Gruppo Abele hanno il merito di smuovere le coscienze e di richiamare tutti alle proprie responsabilità.

Angela Masi

Libera: educazione alla legalità, partecipazione, civismo (di Angela Masi)

libera contro le mafieLeggendo i giornali e seguendo i Tg sembra che l’Italia sia solo quella rappresentata dalle cronache politiche fatta, troppo spesso, di manovre e lotte per conquistare spazi di potere. C’è, però, un’altra Italia nella quale i cittadini si impegnano per svolgere attività di interesse generale. È il vasto mondo dell’attivismo civico e dell’impegno politico in movimenti e associazioni che non si candidano a dirigere le istituzioni, ma che esprimono una consapevolezza e una competenza che li rende degni di far parte della classe dirigente.

Libera è una di queste realtà e di essa vogliamo parlare. Il suo percorso è lungo, interessa diverse generazioni ed è centrato sull’educazione alla legalità e su un cambiamento culturale, del modo di pensare, di vivere e di agire diventato oggi assolutamente indispensabile e che, forse, costituisce il vero traguardo rivoluzionario a cui guardare.

libera no mafiaLibera è un network di associazioni che nasce nel 1995, sull’onda delle gravissime stragi di Mafia che avevano raggiunto l’apice con gli omicidi di Falcone e di Borsellino.

La sua storia, però, affonda le radici nel lontano 1965 quando fu fondato il Gruppo Abele da un’appena ventenne don Luigi Ciotti. Fin dalle origini, l’impegno dell’associazione fu legato ad un binomio inscindibile: l’impegno comune a sostegno degli emarginati e a promuovere la giustizia sociale.

solidarietàNel corso di quasi 50 anni di storia e per far fronte a sfide sempre più impegnative, l’impegno si è strutturato in comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti, percorsi di mediazione dei conflitti, un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice, percorsi educativi, progetti di cooperazione allo sviluppo, un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle. Insomma un mondo dedicato all’impegno sociale e civile sempre dalla parte dei più deboli.

Ma Libera è conosciuta soprattutto per un altro aspetto del suo impegno. L’antefatto è l’assassinio nel 1982 di Pio la Torre, importante uomo politico siciliano. Con la legge che il Parlamento italiano approvò subito dopo ci fu la svolta di aggredire i patrimoni dei mafiosi attraverso la confisca dei loro beni. Nel 1996 Libera, nata l’anno precedente dal Gruppo Abele, raccoglie oltre un milione di firme per una norma che preveda che questi beni siano destinati ad uso sociale. Questa raccolta di firme porterà poi all’approvazione della legge 109 con la quale fu introdotta la possibilità che i beni confiscati ai mafiosi fossero riutilizzati a favore della società.

capaciNegli anni seguenti le attività realizzate a seguito della confisca dei beni ai mafiosi si sono sviluppate in tutta Italia. Nel Sud si tratta di luoghi e attività dal forte valore simbolico come le aziende agricole sui terreni una volta proprietà di Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Al Nord le confische sono minori come numero, ma segnalano un’espansione delle mafie al di là dei luoghi di origine.

Consolidata l’esperienza sulla confisca dei beni e sul riutilizzo a fini sociali, Libera si è impegnata molto sul fronte della lotta alla corruzione e per la trasparenza: nel 2011 ha avviato la campagna “Corrotti” insieme con Avviso Pubblico con cui si chiedeva l’impegno di governo e Parlamento ad adeguare il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione.

corruzione-italiaUna prima legge anticorruzione venne adottata nel Novembre 2012, ma a giudizio di Libera e di tante altre realtà della società civile si trattò di una legge inadeguata. Nacque così su impulso di Libera e del Gruppo Abele una nuova campagna: “Riparte il futuro” (http://www.riparteilfuturo.it/petizione/).

La campagna “Riparte il futuro” ha chiesto prima delle ultime elezioni un impegno preciso ai candidati perché si facessero promotori di una legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. In  centinaia hanno aderito e ne è nato un intergruppo parlamentare detto dei “braccialetti bianchi” del quale fanno parte circa 250 rappresentanti di quasi tutte le forze politiche. Primo risultato l’approvazione all’unanimità della riforma del 416 ter del codice penale (scambio elettorale politico-mafioso) da parte della Commissione Giustizia della Camera.

Da questi brevi cenni è evidente che Libera porta avanti azioni concrete fuori da logiche di schieramento partitico, ma che rispondono all’interesse generale. Si conferma così che l’Italia già oggi vede all’opera una nuova classe dirigente che si occupa di riforme vere non di quelle evocate come arma di lotta politica o per distogliere l’attenzione dalle mancanze di chi dirige le istituzioni. Il caso di Libera dimostra che con l’attivismo civico e con la partecipazione dei cittadini si può governare meglio e che l’oligarchia che si è imposta nel sistema politico italiano è diventata un peso intollerabile e un freno allo sviluppo del Paese.

Angela Masi

Valutazione civica dei tribunali? Sì, si può (di Angela Masi)

giustizia lentaParlare di giustizia dal punto di vista dei cittadini e non da quello del potente e straricco Berlusconi? Ma veramente è possibile? Sul serio qualcuno ci ha provato? Ebbene sì. Da anni si parla di giustizia, ma se ne parla per i processi di Berlusconi e perché l’Italia ha nel funzionamento della giustizia una palla al piede che scoraggia gli investimenti dall’estero e penalizza i cittadini.

Se di giustizia si vuole parlare sul serio bisogna farlo mettendo da parte Berlusconi e andando a sentire quali sono i problemi dei cittadini e che tipo di aiuto possono dare per metterli a fuoco e risolverli.

Forme concrete di partecipazione alle politiche pubbliche esistono da tempo e sono state sperimentate anche se non sono molto diffuse ed utilizzate da chi governa e amministra. Si tratta di una partecipazione finalizzata a verificare la qualità del servizio pubblico e la tutela dei diritti dei cittadini che non si manifesta in forme spettacolari e, quindi, può essere poco visibile e conosciuta.

cittadini attiviSu questo sito abbiamo già analizzato in precedenti articoli gli strumenti di partecipazione a disposizione dei cittadini e la metodologia della valutazione civica introdotta e sistematizzata da Cittadinanzattiva.

La valutazione civica nel corso degli anni, si è dimostrata un metodo efficace, in grado di fornire risultati preziosi per il miglioramento della qualità dei servizi. La valutazione civica è condotta da cittadini e non da società specializzate o da esperti sulla base di una formazione di base sulla metodologia adottata. Sperimentata nella sanità, nei trasporti, nel trattamento dei rifiuti non è, però, mai stata considerata parte integrante dei processi decisionali. Forse perché è meglio se i cittadini restano semplici spettatori di decisioni prese da altri?

Comunque un’esperienza del tutto nuova è stata la valutazione civica dei Tribunali civili.

valutazione civicaIl progetto, svoltosi in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia ha visto il coinvolgimento diretto dei cittadini che sono entrati nei tribunali per valutare la qualità del servizio, attraverso interviste ai dirigenti e osservazione diretta.

Il report (vedi: www.cittadinanzattiva.it) scaturito dalla valutazione civica è stato molto discusso sulla stampa nazionale ed ha segnato già un primo obiettivo raggiunto perché ha dimostrato che del servizio giustizia si può discutere anche se non si è addetti ai lavori.

Anzi, si è dimostrato che i cittadini possono, insieme a chi esercita un ruolo di responsabilità nei tribunali, mettere sotto esame la funzionalità dei servizi e produrre proposte utili.

Il punto di partenza nella valutazione è stata la “carta dei diritti del cittadino nella giustizia”, proclamata nel 2001, presentata a tutte le istituzioni nazionali (Parlamento compreso) e a Strasburgo alla Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia).

Si è trattato di un primo esperimento, ma è servito a dimostrare la capacità dei cittadini organizzati di proporsi come attori della politica in un ruolo non alternativo, ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche agendo sul governo della società e sull’interesse generale, e non solo sulla soluzione di singoli problemi o sulla mera difesa di interessi privati.  L’esperimento è riuscito e ha dimostrato che anche in Italia è possibile parlare di giustizia attraverso un’analisi concreta del rapporto tra servizio offerto e cittadini che vi accedono e non facendone un’arma di scontro funzionale ai reati e ai processi dell’ex Presidente del Consiglio.

Angela Masi

La farsa del governo e il dramma dei disperati (di Angela Masi)

farsa e dramma ItaliaUn teatro di marionette che si prendono gioco dell’Italia, della democrazia e degli italiani: questo lo spettacolo che ci si è presentato l’altro giorno in Parlamento, durante la seduta per la fiducia al governo Letta. E tutto perché il Parlamento è stato chiamato ad applicare semplicemente l’art. 68 della Costituzione che esclude dall’immunità parlamentare chi è  gravato da “una sentenza irrevocabile di condanna” al caso del condannato Berlusconi.

Un PdL impaurito, impazzito, sballottato da una parte all’altra dal leader della nuova Forza Italia che, geniale come è sempre stato nella comunicazione, sbalordisce tutti (ma forse solo Enrico Letta) accordando la piena fiducia al Governo.

Sbeffeggio delle istituzioni bloccate a parlare di lui che tecnicamente è un senatore condannato in 3 gradi di giudizio e che in Parlamento non ci può più stare.

doppiezza BerlusconiEppure è lui che porta il governo alla crisi, è sempre lui che muove le carte in tavola con le dimissioni date e poi ritirate, è sempre lui che si attacca all’IMU e poi all’IVA per ricattare il Governo dimostrando di non preoccuparsi delle conseguenze di queste mosse da baro sui fragili equilibri di un paese in crisi.

Dall’altra parte il PD terrorizzato dalla possibilità delle elezioni: litigano sulle regole del Congresso, devono tenere a bada Matteo Renzi e convincere i padroni del partito ad abbandonare le poltrone e favorire il ricambio generazionale. Una via faticosa per risalire la china della sfiducia dei cittadini.

In fondo Letta è una “brava persona”, ha credibilità in Europa e poco importa che le riforme serie, urgenti e irrimandabili ancora aspettano di essere approvate: la questione della legge elettorale è impronunciabile, altrettanto la questione della patrimoniale…..

Italia aspettaE Beppe Grillo e i suoi seguaci che avevano promesso fuoco e fiamme in Parlamento? Perfettamente inutili: quattro urla e due schiamazzi e in sei mesi di presenza parlamentare nessun vero risultato concreto per i cittadini… Eppure avevano una grande opportunità: fare esercizio istituzionale (che non significa necessariamente essere corrotti ed impastarsi con il malaffare), sperimentare un nuovo modello di partecipazione e provare ad avviare la nascita di una classe dirigente nuova.

E così l’Italia aspetta. Aspetta senza alzare la voce, non prova a forzare la mano alla classe dirigente.

barcone migrantiChi non aspetta sono i disperati che dall’altra parte del Mediterraneo provano a conquistarsi una vita nuova. Clandestini secondo una legge ipocrita; esseri umani che fanno quello che hanno sempre fatto dall’alba dei tempi: spostarsi alla ricerca di condizioni migliori di vita. Decine di milioni di italiani lo hanno fatto tra l’800 e il ‘900 e sono stati accolti in tutto il mondo. Se adesso lo fanno gli altri qualcuno si allarma. Eppure l’Italia ha bisogno di loro. Fanno parte della nostra vita quotidiana: cucinano le pizze che mangiamo nelle nostre pizzerie, curano i nostri anziani, costruiscono i mobili che compriamo e che esportiamo, raccolgono le arance e i pomodori che nascono sulla nostra terra e tanto altro ancora.

La politica, però, è ferma alla legge Bossi – Fini; così gli equilibri fra i partiti sono salvi e i barconi della morte sguazzano nell’illegalità come tutti i trafficanti di morte. Ovviamente gli italiani rischiano anche loro perché dando lavoro ad un clandestino diventano complici del reato, addirittura i pescatori devono stare attenti a soccorrere i barconi dei migranti perché rischiano di finire sotto processo. Ma poi qualcuno chiude sempre (o quasi sempre) un occhio e tutto continua nell’ipocrisia. Chi lo capisce questo, chi protesta, chi impone ai politici di risolvere i problemi? Pochi, veramente pochi. E questo è il problema italiano

Angela Masi

La Concordia e l’orgoglio italiano (di Angela Masi)

naufragio ItaliaStanding ovation mondiale per il raddrizzamento della Concordia…. Adesso il Gigante del mare è quasi pronto per lasciare quelle acque. Tanti, a cominciare dal Capo del governo,  esultano al successo italiano e parlano di orgoglio dell’Italia.

Siamo tutti contenti che il relitto della Concordia possa essere portato via, ma tanto entusiasmo andrebbe ben calibrato. Il successo non è dell’Italia che si è, anzi, dimostrata incapace di prevenire il disastro causato da un’incredibile sequela di violazioni di norme e del semplice buon senso in omaggio a una concezione rapace dove l’interesse privato la fa da padrone.

Il successo è di quelli che hanno concepito, organizzato e effettuato la rimozione della nave. Bravi tutti dagli ingegneri all’ultimo lavoratore nel compiere l’eroica impresa, ma non ci stupiamo: fra gli italiani ci sono tesori di competenza e di capacità che il mondo ci invidia. E infatti il “mondo” riesce sistematicamente a prenderseli. Il problema è che non rimangono in Italia perché qui non c’è molto posto per i meriti, ma ce n’è tanto per le cordate, le camarille, le fedeltà personali.

i buchi dell'ItaliaLasciamo quindi perdere l’orgoglio italiano e parliamo piuttosto delle conseguenze del disastro e della prevenzione di una sua ripetizione.

Sulle conseguenze sappiamo che un maxi processo è in corso e che lo Schettino è agli arresti domiciliari. 32 morti, non si sa quanti feriti, danni all’ambiente, un miliardo perso tra nave affondata e recupero e Schettino sta ai domiciliari pronto a dichiararsi innocente. A quando la dichiarazione di essere un perseguitato dei giudici?

Circa la prevenzione le cronache parlano di passeggiate dei transatlantici nella Laguna di Venezia per soddisfare il turismo “mordi e fuggi” e l’emozione di vedere il Campanile di S. Marco dall’alto del ponte superiore di una grande nave.

navi VeneziaMa è mai possibile che l’Italia abbia così poca dignità? Vorremmo sapere dalle autorità competenti se ritengono di intervenire con la proibizione assoluta di avvicinarsi in nave a piazza S. Marco o se è meglio aspettare l’incidente per cadere dalle nuvole e accorgersi del problema.

Comunque in Italia sappiamo bene cosa voglia dire “abbandonare la nave prima che affondi” anche se la nave non la comandiamo noi. Troppo grandi i mostri da combattere, troppo poche le briciole di Hansel e Gretel da spargere per ritrovare la strada…

La cronaca politica “pompata” dai media sembra un gigantesco fotoromanzo fondato sul pettegolezzo. Si perdono i dati di fatto, i punti di riferimento vengono stravolti e ogni volta cambiati per cui adesso sembra che chi invoca la legalità sia un pericoloso provocatore. Il pluricondannato Berlusconi lancia proclami televisivi contro i giudici e diventa la notizia del giorno non per condannarlo, ma per studiarne le mosse. E vogliamo scandalizzarci se Schettino pilotava la Concordia come un motorino?

giovani e lavorocercasi classe dirigenteLa gente comune spera che l’Italia esca dalla crisi, spera che i rappresentanti politici si facciano carico dei loro drammi e che il Governo, nato all’uopo, risolva delle emergenze che mettono a rischio la tenuta del Paese.

Spera, ma poi ascolta i telegiornali, legge i quotidiani e capisce che i politici si occupano d’altro, presi da un meccanismo impenetrabile alla gente comune e che si autoalimenta e per il quale non è fondamentale il destino del Paese; importante è che l’ultimo che rimane abbia il “bastone” del comando.

Ci sono tanti giovani che hanno studiato e che vorrebbero lavorare, ma si trovano le porte sbarrate perché ….. la crisi e i tagli, i tagli e la crisi….. Intanto, però, dovremmo entusiasmarci all’abolizione della prima rata dell’IMU. Dico: ma siete matti voi che avete il potere di decidere per tutti?

Non sarà il caso di rischiare con un cambiamento radicale che dia una scossa vera allo stato di cose esistenti? Dobbiamo proprio rassegnarci ad essere mal governati?

Angela Masi

E-democracy: una strategia, non un gadget (di Angela Masi)

edemocracyLa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non è fatta solo di norme né di semplice espressione di opinioni, critiche o proteste. La partecipazione non è un termometro sociale da tenere in considerazione con l’occhio rivolto alle competizioni elettorali, ma deve essere il fondamento di un sistema. I cittadini organizzati conoscono i problemi che istituzioni e apparati pubblici devono affrontare, contribuiscono a definire le soluzioni, partecipano alla verifica dell’efficacia e ai controlli successivi. Ovviamente non tutte le politiche possono essere affrontate direttamente dai cittadini organizzati perchè partecipazione non è sostituzione, non è negare le competenze di apparati, esperti, tecnici e politici, ma integrazione e trasparenza.

In precedenti articoli (http://www.civicolab.it/category/stato-cittadini/partecipazione-stato-cittadini/) abbiamo parlato di partecipazione sotto vari profili, ma bisogna dire che, oggi, non è pensabile senza quella che viene definita e-democracy. L’uso dell’ICT, a sostegno della partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni (appunto: e-democracy), è un campo di applicazione delle nuove tecnologie ancora poco sviluppato, ma sul quale negli ultimi anni è fortemente cresciuto l’interesse tanto dei governi nazionali e degli organismi internazionali, quanto delle comunità locali.

democrazia digitaleSiamo ancora in una fase sperimentale. Chi volesse approfondire può farlo a questo indirizzo http://biblioteca.formez.it/webif/media/e-democracyLG.pdf

Componente fondamentale dell’e-democracy è costituito dall’e-government, cioè da un insieme di strumenti e azioni per l’accesso alle informazioni e agli atti di governo via internet.

Sino ad ora, però, la maggior parte di queste esperienze si sono risolte nella diffusione di siti internet istituzionali, con (al limite) dei forum per la pubblica discussione.

Ma l’e-democracy è un concetto più ampio e riguarda tutti quelli che si impegnano in politica. Un esempio d’applicazione radicale di e-democracy è quello attuato dal Partito Pirata Italiano (dicembre 2011) che usa LiquidFeedback, sviluppato per il Partito Pirata Tedesco, come unico strumento deliberativo della comunità.

coinvolgimento cittadiniNel giugno 2013 alcuni parlamentari del Partito Democratico, di Scelta Civica e di Sinistra Ecologia e Libertà hanno aderito a una piattaforma di e-democracy, basata su liquidfeedback, promossa dalla senatrice PD Laura Puppato.

E’ bene precisare che partecipare via Internet alle decisioni della politica non significa dire sì o no a una legge con un clic. Anzi questa è una banalizzazione della Rete che ai cittadini digitali può e deve offrire molto di più.

La diffidenza verso i partiti, infatti, ha diffuso in Italia un increscioso equivoco sul significato della cosiddetta e-democracy. La profonda sfiducia nei politici ha portato molti a pensare che sia possibile affidare le decisioni direttamente ai cittadini attraverso il Web: un clic e si stabilisce se approvare o no una legge, un emendamento, una delibera. Un’ipotesi affascinante, in teoria che si concretizzerebbe una sorta di iperdemocrazia in cui il cittadino torna a casa dall’ufficio e in una mezzoretta approva o boccia la riforma del lavoro, aumenta o diminuisce le pene per gli evasori fiscali, abolisce o raddoppia l’Imu.

partecipazione digitaleSi tratta, però, di un equivoco, anzi di una grossolana banalizzazione che ridurrebbe a un rapido “mi piace” le straordinarie opportunità reali che Internet offre alla crescita e all’ampliamento della democrazia. L’apertura di nuovi spazi di dialogo tra cittadini e amministrazione pubblica che integrano e rafforzano le forme tradizionali di partecipazione è una cosa diversa e più complessa.

L’informazione, la consultazione e la partecipazione attiva forniscono all’amministrazione una migliore base per formulare le politiche pubbliche, ma anche per avere una più efficace attuazione delle decisioni perché i cittadini prendono dimestichezza con le politiche che hanno contribuito ad elaborare con la loro partecipazione e valutano i risultati.

Si tratta in definitiva di meccanismi di apprendimento e di scambio di informazioni tra cittadini, politici e apparati pubblici per individuare soluzioni, per cogliere esigenze e bisogni che magari restano inespressi attraverso i canali classici della democrazia rappresentativa. Se tutto funziona a dovere, grazie all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione attiva, è possibile migliorare la qualità delle politiche pubbliche, aumentare la fiducia nelle amministrazioni e contribuire al rafforzamento della democrazia.

Insomma vale la pena prenderla sul serio l’e-democracy e non considerarla un gadget da esibire ai convegni e alle fiere, ma un vero e proprio obiettivo strategico che coinvolge enti, istituzioni, amministrazioni, associazioni, partiti.

Angela Masi

La forza riformatrice della cittadinanza attiva (di Angela Masi)

riforme tappabuchiLa parola “riforme” è diventata un tappabuchi per politici in fuga o a corto di idee. Per ogni difficoltà la risposta è sempre “riforme”; quando poi si aggiunge “costituzionali” allora si raggiunge l’apoteosi dei riti misterici perché non si capisce quale magia debbano portare queste benedette riforme costituzionali. Ci sono riforme (o meglio cambiamenti) che procedono nei fatti con poco clamore e tanta sostanza. Quella della cittadinanza attiva è fra queste ed è già partita.

“Negli ultimi anni assistiamo a sempre maggiori manifestazioni di indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica. Dietro la degenerazione morale e culturale dei partiti risiedono, in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica” […]Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi che, da 25 anni a questa parte, stanno lavorando per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione”.

intreccio di partecipazioneApre così il suo ultimo libro (“La forza riformatrice della cittadinanza attiva”) Giuseppe Cotturri, docente di Sociologia della politica e di sociologia giuridica dell’Università di Bari, già presidente onorario di Cittadinanzattiva onlus e direttore di “Democrazia e diritto”, pubblicazione del Crs (Centro per la riforma dello stato).

Un intento politico-culturale preciso anima il libro:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” (le organizzazioni del terzo settore) non sono irrilevanti per la politica e la storia del Paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre come meglio credono della Costituzione;
  • dimostrare la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

democrazia dei cittadiniUno dei paradossi del trentennale dibattito italiano sulla riforma della politica è che, nel declino e nella deriva del sistema dei partiti, la crescita umana e la partecipazione in forme molecolari di autonomia dei cittadini hanno assicurato la tenuta del Paese in crisi (sostituendo il sistema di welfare al collasso) e per questo possono essere un punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo.

Secondo Cotturri “…nella Costituzione italiana la parola Repubblica è la più estesa e comprensiva. Non identifica solo lo Stato, o l’insieme degli apparati pubblici. Con essa si richiamano anche tutti i soggetti che animano la vita collettiva e concorrono a costituire la organizzazione economica sociale e politica della comunità nazionale: le famiglie, le associazioni, i sindacati, le imprese, i partiti. I cittadini e il popolo. Gli “enti intermedi” e le istituzioni. Tutte le persone e tutti i poteri sono chiamati a impegni di solidarietà. […] Coralità e partecipazione, pluralismo e interazioni, responsabilità diffuse e condivise, ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità: un universo ricco di identità tradizioni e speranze di futuro”.

coinvolgimento cittadiniIl 2001 rappresenta, dal punto di vista della partecipazione civica, un anno di svolta e di legittimazione costituzionale. “Ha fatto ingresso nella costituzione, con revisione del Titolo V (art. 118) poi confermata nello stesso anno da referendum popolare, una inedita nozione di cittadinanza attiva, diversamente “irruenta” e ottimista: è stato riconosciuto alle soglie del nuovo millennio che i cittadini hanno capacità e potere di realizzare per autonoma iniziativa l’interesse generale. La lingua degli obblighi è stata dunque affiancata e sopravanzata da formule appartenenti al linguaggio delle libertà. Libertà positiva, di fare. Gruppi minoritari, o addirittura singoli cittadini, possono quindi produrre o preservare beni comuni, realizzare interessi generali.[…]L’espressione cittadinanza attiva dunque ha acquistato in Italia il preciso significato di un fare utile alla comunità cui le istituzioni devono prestare attenzione e sostegno, portando a compimento un percorso di empowerment di iniziative civiche dal basso, da cui sono derivati revisione costituzionale e già prima le tante misure giuridico-politiche che dagli anni Novanta leggi nazionali e regionali hanno rivolto al cosiddetto Terzo Settore. La tendenza è comune ad altri paesi democratici. Ma in Italia ci sono peculiarità che non sono da sottovalutare: anzi per certi aspetti l’esperienza civica del nostro paese ha fatto da battistrada in Europa per la conquista di poteri della cittadinanza organizzata”.

Insomma, c’è un cambiamento in atto e i cittadini ne sono protagonisti. Se il sistema partitico, in profonda crisi, non sembra più offrire efficaci soluzioni ai problemi di interesse generale, la spinta rinnovatrice viene dalla cittadinanza attiva. Un cambiamento che, per come si presenta non è sicuramente una situazione di passaggio, ma una nuova forma di democrazia.

Angela Masi

Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

Le vie della partecipazione: le reti civiche (di Angela Masi)

cooperazionePartecipazione dei cittadini alla vita pubblica, forme di rappresentanza e crisi dei partiti sono sempre temi di grande attualità. Di più: la carenza di partecipazione viene individuata come una delle cause delle degenerazione del sistema dei partiti con le conseguenze che tutti conosciamo sul governo nazionale, delle regioni e dei comuni.

Se scriviamo “democrazia partecipativa” sul motore di ricerca di Google, otteniamo un numero impressionante di pagine: la diffusione di questa espressione, che è piuttosto recente, è stata rapidissima in tutto il mondo ed è un evidente sintomo del disagio provocato dalle derive oligarchiche e asfittiche della democrazia rappresentativa.

Si direbbe che la democrazia partecipativa sia diventata un ombrello piuttosto largo che copre pratiche e intenzioni di svariatissima natura: giuristi che ragionano sui referendum, politologi che parlano della partecipazione elettorale, gruppi politici di base che rivendicano le primarie, social forum che si interrogano sul nuovo modello di sviluppo, sindaci che sperimentano bilanci partecipativi e così via.

assemblea di cittadiniSpesso la domanda di partecipazione è stata avanzata da movimenti o associazioni che chiedevano alle istituzioni di aprirsi alle loro richieste. Non c’è stata, insomma, una spinta generale ad attuare in maniera strutturale forme di democrazia partecipativa. Forse sarebbe stato compito dei partiti promuoverle, ma, di fatto, si è ritenuto il consenso elettorale come più che sufficiente espressione di partecipazione politica. Un errore grave e non scusabile di cui paghiamo le conseguenze noi cittadini.

Ci sono stati però alcuni momenti cruciali che hanno portato a scrivere norme fondamentali. È il caso dell’art.118 della Costituzione che esprime il principio di sussidiarietà orizzontale: “Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”. Ciò significa che la ripartizione gerarchica delle competenze deve essere spostata verso gli enti più vicini al cittadino e, quindi, più vicini ai bisogni del territorio, ma il cittadino, sia come singolo sia attraverso i corpi intermedi, deve essere aiutato nella cooperazione con le istituzioni per definire gli interventi che incidano sulle realtà sociali a lui più vicine.

aprire ai cittadiniIn questo modo l’apertura delle istituzioni alla partecipazione può far entrare nel loro orizzonte nuovi contenuti, nuove forme di democrazia e nuove priorità. In pratica può rinnovare la politica e le politiche.

Il tema della partecipazione è complesso perché si compone di molteplici profili: dalla partecipazione dei cittadini alla decisione politica e amministrativa, alle condizioni che la rendono possibile e cioè la trasparenza nei rapporti tra i cittadini e le pubbliche amministrazioni e l’accessibilità delle informazioni.

Contrariamente a ciò che potrebbe apparire non siamo all’anno zero e molti strumenti sono già disponibili, in parte conosciuti e utilizzati, in parte no.

Con questo primo articolo vogliamo iniziare a ricostruire le vie della partecipazione indicandone i capisaldi. Partiamo dalle reti civiche.

La Rete civica è sostanzialmente un sistema informativo telematico, riferito ad un’area geograficamente delimitata (comune, area metropolitana, provincia, comunità montana etc.), al quale possono partecipare in modo attivo, ossia come produttori di informazioni oltre che fruitori, tutti i soggetti presenti nell’area stessa: enti locali e altre istituzioni, sindacati, associazioni, imprese, cittadini. In sostanza è uno spazio dove i cittadini possono attivamente interagire con gli amministratori, ottenere servizi dagli enti locali, informazioni e, soprattutto, farsi ascoltare.

interattivitàInfatti i principi fondamentali alla base di tale istituto sono l’interattività e l’accesso alle informazioni.

Quelle realizzate finora sono, purtroppo, poche e, fra queste, non tutto va nel verso giusto. Eccone alcuni esempi.

MILANO con il portale milanese dell’e-participation, PartecipaMi, offre la possibilità ai cittadini, alle amministrazioni (Comune, Consigli di Zona, Provincia, Regione), alle organizzazioni pubbliche e private che gestiscono servizi pubblici, alle associazioni e alle aziende di interagire pubblicamente sulla rete, per informare, segnalare e discutere sui temi della città. PartecipaMi offre anche un ampio supporto informativo ai cittadini milanesi sugli atti amministrativi di giunta, consiglio comunale e consigli di zona. La piattaforma è predisposta per favorire l’osmosi con i social network. Su Facebook è attiva una pagina dove vengono rilanciate le novità del sito ed è anche attivo l’account Twitter. Vi è inoltre per gli utenti registrati la possibilità di farsi notificare, via e-mail, la pubblicazione di nuovi eventi, post e commenti pervenuti sulle discussioni che interessano ciascuno.

partecipareA TRIESTE la rete civica appare come un gazzettino comunale. Il comune pubblica dei post nelle varie aree di interesse ma nessuno dei post è commentato, criticato o integrato dai cittadini o dalle associazioni dei cittadini. Più interessante la parte dedicata alla trasparenza dove si trova una selezione di norme e una sezione dedicata alla pubblicità dei redditi della cariche elettive del comune. Collegamento ai maggiori social network e iscrizione alla newsletter.

ROMA: la “rete civica” consiste in un elenco di associazioni ed enti no profit cioè, praticamente, non esiste.

A FIRENZE la Rete civica è partita già a metà degli anni ’90 per poi dar vita nel 1999 alla Rete Civica Unitaria del Comune di Firenze. Qui hanno avuto il loro spazio i siti delle associazioni che avevano aderito al progetto. I punti di forza della Rete civica: qualità tecnologica; contenuti istituzionali; interattività dei servizi; usabilità e accessibilità.

Queste sono le esperienze più rilevanti “in eccesso o in difetto di partecipazione”. In generale bisogna dire che le reti civiche non sembrano essere una componente conosciuta e praticata per la partecipazione dei cittadini. Una carenza strutturale che deve far riflettere.

Angela Masi

La violenza delle parole e la resistenza al cambiamento (di Angela Masi)

grillo che urlaNon ho trovato per nulla interessante il botta e risposta di qualche giorno fa tra il prof. Stefano Rodotà e Beppe Grillo. Chi, solo un mese e mezzo fa era stato candidato al Quirinale, con agitazione di folle nelle piazze, oggi è un «ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo dove era stato confinato dai suoi». E solo perché ha osato criticare l’analisi politica di Grillo sulla sconfitta elettorale. Un linguaggio da mercato rionale che non ha risparmiato nessuno: ha sbeffeggiato Vendola («il supercazzolaro che non sa nulla né di Ilva, né degli inceneritori concessi alla Marcegaglia»), Bersani («lo smacchiatore di Bettola che ha perso più battaglie del generale Cadorna a Caporetto e ci viene venduto da Floris come Nelson a Trafalgar») e anche Renzi, definito «lo statista gonfiato, venditore a tempo pieno di sé stesso».

Ho votato Movimento 5 Stelle e ho grande stima del prof. Rodotà: mi sono vergognata di essere parte attiva di un movimento che fa di un linguaggio offensivo, anti-democratico e pseudo-rivoluzionario il suo cavallo di battaglia.

Pretende di essere il linguaggio della rivoluzione quello di Grillo: non si accorgono i grillini che si tratta piuttosto del linguaggio della “sommossa da osteria”, senza un progetto politico. La preoccupazione maggiore ruota, a mio parere, intorno al fatto che questo nuovo modo di comunicare con gli elettori e di formulare lo scontento ha aperto la strada ad un abuso più sottile e pericoloso, quello in cui il bersaglio dell’insulto è costituito dai cardini della democrazia.

cittadini e insulti politiciIl passaggio dal discorso dell’argomentazione, dell’esortazione, della persuasione al linguaggio dell’aggressione, della vera e propria violenza verbale e dell’attacco personale non è più l’eccezione: nessuno più si scandalizza, insomma. Sono caduti dei tabù civici e politici ed è possibile adesso attaccare concetti un tempo “sacri” e intoccabili, come, per esempio, il Parlamento, la divisione dei poteri, l’indipendenza della giustizia, l’origine antifascista della Repubbica, la Costituzione, etc. Posso ricordare che il primo a farlo è stato Silvio Berlusconi con la sua “guerra” alla Magistratura e alla Corte Costituzionale?

In questo nuovo linguaggio politico la parola non serve più per designare e denotare, ma per diffamare, per distorcere con la connotazione spesso volgare, per distruggere le premesse di rispetto che devono sottendere e sostenere la struttura dei rapporti dell’ individuo con le istituzioni e tra gli individui.

Non è solo una questione di buone maniere, né la politica italiana, prima dell’avvento del comico genovese, poteva essere interamente dedotta dal manuale del galateo: i commenti del comico genovese e lo stile di cui si pregia si incastrano perfettamente in uno stile che ha iniziato ad affermarsi alla fine degli anni ’80 con Bossi e la lega nord, ha raggiunto la sua massima espressione con il “ventennio di Berlusconi”.

Da parte della destra e della Lega questo sarebbe un ritorno ad un linguaggio politico più diretto ed immediato, più autentico, più vicino al popolo. Ma siamo sicuri che il popolo, le persone oneste e autentiche si esprimano a casa, in chiesa, sul lavoro e con gli amici o nello spazio pubblico sempre con gli insulti, il disprezzo e la denigrazione personale, l’irrisione?

Si dice e si giustifica ogni comportamento, frase e insulto col fatto che ora c’è il web!!!

Ma cosa vuol dire? E’ uno spazio pubblico, che non cancella quelli già esistenti. Può condizionarli, e si spera che lo faccia. Grazie al web, infatti, aumentano le conoscenze, le possibilità di informarsi, le possibilità di partecipare, quelle di controllare. E’ vero anche, però, che vi è  pochissima interlocuzione e nessuna mediazione: è lo sfogo, è il Vaffa day, celebrato una volta in piazza e ogni giorno in rete.

stretta di mano3Temo che il Movimento 5 Stelle stia approfittando di una crisi devastante di cui non si viene a capo, di una esasperazione popolare tracimante, di un sistema indubbiamente penoso: trasforma gli spettacoli in comizi e i comizi in spettacoli ma si guarda bene dal dare risalto alle proposte e, a discutere con gli altri non ci va, li manda a quel Paese.

Mi chiedo fino a che punto è giusto continuare a ritenere che i politici fanno tutti schifo senza passare all’azione? E’ utile a contrastarli o continua a sostenere i privilegi della «casta» il linguaggio e la violenza verbale? Perché la partecipazione alla vita politica non si esprime attraverso movimenti come quelli di Beppe Grillo, sì, ma dotati di autonomia e di linee politiche precise: per intenderci, i parlamentari M5S, favorevoli al dialogo e alla costituzione di gruppi parlamentari insieme ai rappresentanti di SEL e Pd intorno al tema della riforma elettorale o dei soldi spesi per gli F35 perché non lo fanno? In fondo sono stati eletti…. Grillo può mandarli fuori dal Movimento 5 Stelle, ma non dal Parlamento.

Il confronto democratico e civile delle idee è minacciato da forze economiche e finanziarie assai più potenti, ma che difficilmente la politica democratica potrà contrastare, finché sarà fiaccata e buttata a terra dal populismo e dalla violenza verbale che trova in rete uno spazio illimitato che divide quelli che potrebbero essere uniti.

Angela Masi

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