Considerazioni di una cittadina romana su Alemanno (di Angela Masi)

A Roma si vota per il sindaco e per il consiglio comunale. Il punto di partenza dovrebbe essere il giudizio su chi ha amministrato la città negli ultimi cinque anni visto che Alemanno si presentò con un programma ambizioso e pieno di promesse. Cavalli di battaglia mobilità, sicurezza, edilizia sociale, rifiuti.

Per un cittadino romano mettersi a confrontare le promesse con i risultati è un lavoro enorme complicato dalla variabile politiche di bilancio nazionali che hanno penalizzato tutti i comuni.alemanno

Forte di questa difficoltà il sindaco Alemanno risponde ad ogni critica proprio ricordando i tagli di bilancio e, ovviamente, minimizza le proprie responsabilità.

Allora come posso fare a dare il mio giudizio?

Osservando, ascoltando gli altri, informandomi, ragionando.

Partiamo dalla mobilità. Il traffico è diminuito non perché è aumentata l’offerta di trasporto pubblico, ma perché sono diminuiti i soldi nelle tasche dei cittadini. Il biglietto Metro e bus è aumentato del 50%, la metropolitana B si è fermata innumerevoli volte per guasti vari, i lavori delle altre linee vanno avanti piano piano, la metro A è sempre quella, i bus e i tram in circolazione non bastano (si legge che una buona parte stanno fermi nei depositi) e le corsie preferenziali sono sempre le stesse. Insomma da romana posso dire che in cinque anni è cambiato solo il prezzo di benzina e gasolio. I risultati dell’amministrazione comunale invece io non li ho proprio visti e i percorsi casa-lavoro sono sempre estenuanti.bus atac

Però, però qualche novità c’è stata ed è stata chiamata “Parentopoli”. Eh sì perché i giornali hanno dato notizia di centinaia di assunzioni all’ATAC gestite in maniera clientelare dai vertici aziendali e non per mettere in strada più mezzi, ma per mettere negli uffici più personale amministrativo cioè quello di cui non c’è bisogno. E l’ATAC è del comune.

Posso giudicare male l’operato del Sindaco allora? Sì per la mobilità sì.

Forse però ha lavorato bene per la sicurezza. Vediamo.

I dati che circolano sono contrastanti: l’Eurispes valuta la situazione capitolina come realtà in cui la criminalità è scesa di ben 10 punti percentuali. L’ISTAT invece è di parere contrario. Ancora, la Regione Lazio ha reso pubblici e consultabili on-line sul sito alcuni dati relativi al 2011: secondo loro è stato un anno terribile. Da cittadina romana, però, al di là dei dati andando in giro per le periferie romane più prossime, neanche tanto lontane dalle zone centralissime avverto una grande sensazione di degrado: lo vedo, lo respiro e le cronache me ne danno conferma. Degrado è anche un solo reato che si compie e poco conta che l’anno precedente ne siano stati registrati di più o di meno. Le periferie abitate da cittadini extra-comunitari sono state protagoniste di svariati fatti di cronaca, a volte ai danni degli stessi, altre volte contro di loro, altre volte ancora tra di loro. Una tensione che si taglia col coltello, insomma, aggravata negli ultimi anni dalla crisi economica e sociale. Favorire l’integrazione potrebbe favorire la sicurezza? L’amministrazione il problema non se lo è posto, mi pare…

Quindi sicurezza è anche come è fatta la città perché se si permette che ci siano periferie desolate con pochi servizi e mal collegate poi non ci si può meravigliare se la gente che vive lì non si sente parte della città. Non sarà la spiegazione della delinquenza in tutti i casi, ma certo aiuta.discarica malagrotta

Allora Alemanno ha lavorato bene per il trattamento dei rifiuti e la pulizia della città? No perché la discarica di Malagrotta è sempre la soluzione preferita per i rifiuti romani. Malagrotta è dell’avvocato Cerroni da sempre “amico” di tutti i partiti e lui guadagna se tanta spazzatura va in discarica. Sarà per questo che la raccolta differenziata a Roma non è mai stata una cosa seria? Comunque Alemanno ha avuto cinque anni per fare qualcosa di nuovo, per rendere la città più pulita e l’ambiente più sano. L’ha fatto? No e allora il mio giudizio è negativo anche su questo.

Nel programma di Alemanno del 2008  c’era l’impegno a sviluppare l’edilizia sociale. A me sembra che l’unica edilizia che ha continuato a svilupparsi è quella dei soliti costruttori romani che hanno allagato di cemento le periferie (con il permesso dei sindaci precedenti bisogna dire) creando interi quartieri alle porte della città. Edilizia sociale? Manco per sogno, le case sono in vendita mica le danno in affitto e costano pure tanto. E allora? L’aumento delle occupazioni di edifici non utilizzati da parte dei movimenti di lotta per la casa non è un bel segnale perché significa che anche in questo campo i poteri pubblici lasciano che le persone si arrangino come possono.

Anche per questo devo dare un giudizio negativo su Alemanno.

Insomma tre giudizi negativi su tre. Non mi sembra il caso di riprovarci con la stessa persona e con lo stesso partito. Meglio cambiare con qualcuno che sia l’opposto di questo sindaco.

Angela Masi 

Pensieri sparsi su Berlusconi e sull’etica del potere (di Angela Masi)

Anche stamane l’autobus ha offerto lo spettacolo quotidiano del “fuori di testa”…. Sempre più frequente, sempre meno preso in considerazione. Stamattina parlava di soldi con un amico immaginario e ascoltandolo mi sono chiesta: “Chissà che storia tremenda ha, chissà se era un lavoratore, chissà se il lavoro lo ha perso, chissà se le sue turbe mentali derivano da situazioni personali e soggettive o se qualcuno deve sentirsene responsabile”.confusione etica

Ieri Repubblica ha pubblicato un trafiletto in cui si leggeva che una donna calabrese, che riceve poco più di 350 euro al mese di pensione, è stata sorpresa a rubare al supermercato per un importo totale di 7 euro e 50 centesimi. Denunciata per furto aggravato e a nulla è valsa la promessa di saldare il debito con l’accredito mensile del contributo pensionistico. E poi dicono che la giustizia non funziona!

Dall’altra parte della barricata, la scorsa settimana ascoltavo Daniela Santanchè, ospite di Servizio Pubblico. Non faccio nessuna considerazione di natura politica, mi chiedo solo: ma un pizzico di amor proprio la classe dirigente lo conserva? La politica è diventata così distante dall’essenza stessa che il termine esprime? Il potere, i soldi, la corruzione sono diventati così importanti da annullare sé stessi, la propria dignità e la propria etica? Un onorevole plurieletto, può continuare ad urlare in televisione che, nel caso del processo a Berlusconi per sfruttamento della prostituzione minorile non ravvede nessun reato e nessuna vittima? I ragazzi che di politica non hanno mai sentito parlare come interpretano una presa di posizione assolutamente contraria ai codici penali vigenti, ai valori morali e al semplice buon senso?

Berlusconi festeDa anni Silvio Berlusconi continua ad opporsi ai processi e a difendersi da essi, non dentro di essi, come spesso Marco Travaglio ricorda. Organizza manifestazioni contro la Magistratura a cui prendono parte i “suoi” parlamentari e i “suoi” membri del governo. Lancia la sua sfida sapendo che nessuno del suo partito oserà opporsi: lui è in Parlamento e ci resterà.

Non c’è niente da fare, invece di lasciare il passo ad altri, questa è gente che per fare meglio i propri interessi, si avvinghia ancora di più alla poltrona. Il governo Letta? Esiste per l’emergenza del lavoro, della crisi economica e per cambiare una legge elettorale che sta per essere dichiarata incostituzionale; non può e non deve diventare il tram che porta a spasso le proposte che servono ad alcuni partiti o ad alcune persone per fare la prossima campagna elettorale.

Un cittadino comune che avverte l’urgenza delle cose da fare non comprende la scelta dei temi e la scala delle priorità. Tutto appare strumentale e non genuino.

Berlusconi, però, deve abbandonare la scena politica. Lo dico così senza voler entrare nella questione ineleggibilità che mi sembra ridicola dopo 18 anni. Non sono esponente di un partito e parlo dalla mia posizione di giovane donna che ha sudato tutti i risultati che ha ottenuto nella vita. Ho dei principi, mi riconosco in alcuni valori e lo posso dire con chiarezza: per me è indegno di stare in Parlamento e sulla scena pubblica perché è l’esempio di tutto ciò che non va fatto in politica e attraverso la politica. E’ l’esempio di come la corruzione possa penetrare nel profondo della cultura civile spingendo le madri e i padri ad offrire le figlie per denaro, i giudici a vendersi le sentenze e i testimoni a giurare il falso. Da molti anni andava respinto dalle persone oneste anche se carico di potere e di voti, la coerenza, prima o poi, paga e punisce chi non ce l’ha.etica

Per capire mi sono messa a cercare i significati di etica e di morale. Magari sono io che non ho capito nulla di quello che accade intorno.

Tra le varie definizioni ne ho letto una che dà ragione ai miei pensieri: “L’uomo è al Mondo perché qualcuno lo accoglie. Si trova fin dall’inizio in una rete di relazioni e l’etica corrisponde al modo in cui gli uomini abitano la terra e per questo ha a che fare con l’abitare e in senso stretto con l’esistere. La nascita si colloca all’incrocio di una rete di legami, ed è perciò un fatto comunitario e sociale. L’etica coincide dunque con l’appartenere e insieme con il sentirsi parte. […]. La morale, in quanto modalità dell’appartenere può essere descritta come “conformità alle regole”, e le regole sono date per aiutare gli uomini a condursi nella vita. Ogni uomo prende consapevolezza di sé nel contesto in cui si trova, da qui una tensione costante tra il singolo e la comunità[…]”

Kant dice “il carattere essenziale di ogni determinazione della volontà per la legge morale è che la volontà sia determinata semplicemente dalla legge morale come volontà libera” (Critica della Ragion Pratica). Cioè: se faccio qualcosa per ottenere un vantaggio il mio comportamento non è morale. Devo farlo perché corrisponde ad un “valore”.

Insomma, i filosofi se ne sono occupati. Non mi aspetto che la classe dirigente sia fatta da filosofi, ma che sappia che non c’è vita pubblica senza etica e senza valori morali.cooperazione

L’etica personale e quella sociale devono essere intimamente connesse. L’uomo che ha un autentico desiderio di essere utile alla società e al bene comune, deve vincere la forte tentazione di agire per proprio tornaconto. Un uomo politico dovrebbe rappresentare un modello da seguire, dovrebbe essere visto come una persona giusta ed equa e con l’esempio spingere i cittadini a comportarsi onestamente. Solo persone che abbiano un profondo senso etico possono agire rettamente per il bene comune. E invece abbiamo avuto le istituzioni piene di indagati e i legami con la malavita come presenza permanente nei centri dove si amministra il potere.

No, così non si vive bene. E’ urgentissimo riformare la politica e rinnovare gli uomini.

Angela Masi

Ius soli: un problema serio vuole soluzioni intelligenti (di Angela Masi)

Il dibattito sulla cittadinanza, tornato in auge con l’affidamento del Ministero per l’integrazione all’onorevole Kyenge, sembra concentrato su questioni ideologiche che non hanno più alcuna utilità né concretezza (ammesso e non concesso che mai l’abbiano avuta).kyenge

Quello che contano sono le proposte concrete e l’analisi delle stesse.

Il 21 marzo 2013 (molto prima del governo Letta) viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro Kyenge insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito.

Il testo proposto ad inizio legislatura ha molti elementi in comune con i progetti che l’hanno preceduta in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, seppur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri.

L’ipotesi della ministra Kyenge è il doppio ius soli  che raccoglie suggerimenti sia dal sistema francese che da quello tedesco. Si prevede l’acquisizione della cittadinanza per i figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia e qui residente legalmente. Oppure per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni Nessuna paura quindi che le gestanti africane vengano a partorire in Italia.immigrati

Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato tale da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine.

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene da una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione.

Non si tratta, però, di una questione puramente giuridica. L’ultimo rapporto ISTAT e il rapporto dell’Arci Migrantes dicono che i minori residenti in Italia, nati da genitori stranieri, sono circa un milione. Di questi, circa 650 mila hanno visto la luce nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Tutto lascia prevedere che i dati, alla fine dell’anno in corso, risulteranno aumentati con un incremento che, ormai da diverso tempo, si attesta attorno all’1,5 – 2% annuo. Un milione di giovani italiani che studieranno e, speriamo, lavoreranno qui sono una ricchezza, non un problema.

In Italia, la legge sulla cittadinanza (Legge 5 febbraio 1992, n.91) ha più di vent’anni ed è basata sullo ius sanguinis, per cui, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori e, in ogni caso, non hanno diritto alla cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età.

I loro padri ottengono la cittadinanza compiuti dieci anni di residenza legale, se percepiscono un reddito dichiarato che garantisca l’autosufficienza (condizione quasi impossibile se consideriamo il numero degli stranieri che lavorano a nero e quelli che non raggiungono quella soglia di reddito).

La legge prevede che la procedura attraverso la quale ottenere la concessione, deve durare 730 giorni, cioè due anni. In realtà, gli anni che trascorrono non sono meno di quattro.balotelli e madre

Il calciatore Balotelli è un esempio di questa procedura e nonostante sia nato in Italia, abbia frequentato scuole italiane e cresciuto calcisticamente nelle squadre giovanili della sua città, non ha potuto giocare in nazionale, in quanto non cittadino italiano, fino ad oltre 19 anni di età. E consideriamo che per un personaggio pubblico e ben retribuito i tempi burocratici si sono contratti di molto…

Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza. O ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana. Infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni.

Possiamo concludere, dunque, che al di là della questione italiana sul riconoscimento della cittadinanza per ius soli, tutti i Paesi europei dovrebbero avviare una riflessione sull’argomento poiché tale modalità di riconoscimento della cittadinanza vige solo in Francia dal 1515. Vero è che la Francia ha una lunga storia di colonizzazione e di immigrazione ma altrettanto vero è che la società contemporanea ci ha sottoposti ad una serie di cambiamenti economici e culturali tali per cui la presenza di cittadini extra-comunitari in tutta Europa non può più essere regolata da una legislazione appartenente ad altri tempi.

immigratiUn’altra questione importante è quella dei diritti derivanti dal riconoscimento dello status di cittadino: diritti civili, diritti politici, diritti sociali.

Perché un cittadino, nato in Italia, cresciuto nello stesso Paese, che ha frequentato le nostre scuole non deve, per esempio, avere diritto di accesso ai concorsi pubblici?

Perché non deve poter eleggere i propri rappresentanti istituzionali? Perché non deve avere diritto ai meccanismi di protezione sociale quali, per esempio, la pensione dopo il lavoro pur pagando le tasse nel nostro Paese e pur versando i contributi utili a sostenere il sistema pensionistico dei nostri padri italiani?

Non c’è un po’ di contraddizione nel riconoscere il diritto di voto ad un argentino, per esempio, che ha genitori italiani, ma che in Italia non ha mai messo piede e non ad un cittadino extra-comunitario italiano a tutti gli effetti, tranne che formalmente?

E’ vero, essere cittadini di un Paese attribuisce diritti importanti, quelli cui sopra abbiamo accennato ma non è affatto vero che riconoscerli ad un numero maggiore di persone favorisce il rischio di perderli…. La crisi che stiamo vivendo in Italia e in altri paesi europei dimostra chiaramente che tale rischio non c’entra niente né con gli immigrati né con lo ius soli.

Angela Masi

Buon lavoro Cècile….. avrai tanto da fare (di Angela Masi)

Non pensavo che, nel nostro Paese, la presenza (anche istituzionale) di cittadini extra-comunitari potesse suscitare un dibattito intorno al razzismo come se ci fosse bisogno di ristabilirne ancora una volta l’estraneità alla convivenza civile.

cecile kyengePurtroppo è la politica che, in alcune sue parti, sembra essere lontana anni luce dal progresso e dalla civiltà della società civile. Certo, chi è diverso può ancora suscitare qualche curiosità, ma immaginavo che  un percorso di cultura dell’integrazione fosse già avviato da diversi anni, forse addirittura da più di un decennio. Evidentemente un’analisi parziale la mia che non tiene conto dell’arretratezza di alcune zone del bel Paese e del fenomeno sociale e culturale, diventato politico grazie a Berlusconi, della Lega Nord. Eppure l’Italia è un Paese che dall’immigrazione nasce e che con l’immigrazione continua a crescere: popoli e Paesi hanno attraversato in lungo e in largo l’Italia creandola e trasformandola.

Studi recentissimi (Ismu nel 2011 e Istat nel 2012), tra l’altro, dicono che se l’immigrazione diminuisse sarebbe un problema, soprattutto per l’economia del nostro Paese. Che poi è proprio ciò che secondo questi studi, per la prima volta da molti anni sta accadendo in Italia dato che emigrano più italiani (e ormai anche gli stessi immigrati se ne vanno) di quanti nuovi arrivi si registrino .

Nonostante ciò alcuni settori delle attività produttive e dei servizi alla persona non potrebbero funzionare senza i lavoratori e le lavoratrici stranieri; anzi si può tranquillamente dire che sono stati addirittura rivitalizzati dalla presenza di una manodopera straniera.

Un Paese il nostro, che forse dovrebbe provare ad attirare manodopera di alto livello anche se in effetti la “esporta” come documentato dalla arcinota “fuga dei cervelli”. Ma potrebbe farlo solo attraverso la cultura dell’integrazione e dell’accoglienza che da sempre ha caratterizzato il nostro Paese e che, negli ultimi anni il legislatore ha tentato diverse volte di regolare grossolanamente, in assoluta controtendenza rispetto a quello che nella società si muoveva: dalla legge Bossi-Fini, all’introduzione del reato di clandestinità, dall’istituzione dei centri di identificazione ed espulsione, alla legge sulla cittadinanza.

Insomma, si è tentato di regolare i flussi migratori generando solo il fenomeno culturale della paura, una paura accresciuta dalla mancanza della conoscenza dell’altro che, secondo me, è in linea perfetta con le politiche della scuola pubblica e con uno sviluppo dei mass-media violento, superficiale e soporifero per il pensiero autonomo delle persone.

Il professor Dalla Zuanna, che certo non è una mente rivoluzionaria, un terrorista o un pan-africano ha recentamente affermato: “Chi viene non porta via il lavoro ai nostri. Più si fanno girare persone, più si allargano le opportunità di crescere per tutti”.

Dal punto di vista dei cittadini extra-comunitari, invece, le condizioni attuali degli immigrati e la congiuntura economica sfavorevole hanno provocato la consapevolezza che l’Italia non è in grado di garantire a tutti un’occupazione stabile e quindi la necessità di un ritorno anticipato in Patria rispetto a quello previsto nel progetto migratorio.immigrati in Italia

Cosa portano a casa questi cittadini? Anni, (in alcuni casi decenni) vissuti tra un centro per l’immigrazione e l’altro, attese lunghissime per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno, una vita pubblica mai vissuta perchè non hanno avuto la possibilità di esprimere il loro consenso o dissenso al governo del Paese, nonostante le scelte legislative riguardassero anche loro e di loro si servissero nelle campagne elettorali; anni di contributi versati (nella migliore delle ipotesi di lavoro regolarmente contrattualizzato) per sostenere le pensioni dei nostri padri.

Negli ultimi anni, le forze politiche, spesso hanno candidato nelle proprie liste cittadini provenienti da Paesi terzi: seppur innalzati a vetrina elettorale in risposta ad una società che si muoveva in modo più veloce e all’avanguardia rispetto alla politica, la presenza degli immigrati avviava un percorso di civiltà nuovo in Italia che comunque restava indietro rispetto agli altri Paesi europei. Il governo di Enrico Letta istituisce il Ministero per l’integrazione e mette alla sua guida Cècile Keynge, una donna congolese, immigrata in Italia negli anni ’80 che prima lavora come assistente famigliare in Emilia Romagna e, con quello che guadagna, diventa medico-oculista: un esempio di caparbietà, determinazione e impegno civile non solo per l’Italia, ma anche per i suoi connazionali che una carriera di quel tipo (ma anche molto di meno), neanche riescono ad immaginarla.

Una ventata di modernità, stroncata da tutte quelle forze politiche che, piuttosto che far passare l’evento come una cosa scontata in un Paese civile, avviano una campagna di violenza nel linguaggio  non solo contro l’immigrazione: oltre ai commenti di noti esponenti della Lega Nord, non sono mancati i commenti dei grillini che, hanno urlato alla strumentalizzazione della nuova Ministra, con buona pace del valore delle donne e del rispetto per le capacità politiche, seppur ancora sconosciute.

Abbiamo forse paura di pensare ai Paesi in via di sviluppo come una chiave di volta nello sviluppo dell’economia, non solo italiana, e ai cittadini extra-comunitari protagonisti di questo sviluppo, insomma persone normali e non sudditi dell’Occidente?

Io auguro buon lavoro a Cècile Keynge e attendo fiduciosa il voto unanime per la concessione della cittadinanza a tutti i figli degli immigrati nati nel nostro Paese: è una questione di civiltà, oltre che di modernità.

Angela Masi

Un tranquillo week-end di primavera? (di Angela Masi)

Un giorno come tanti ma non certo per qualcuno… qualcuno come me che nonostante i miei 30 anni e nonostante non abbia vissuto il tempo della lotta partigiana sento forte il senso e il significato del 25 aprile….

resistenzaTempo addietro, il governo Berlusconi aveva proposto di abbreviare la lista delle festività che interrompono la settimana lavorativa e di incorporarle nella domenica successiva. Tra queste il 25 aprile…. Effettivamente per la maggior parte dei cittadini italiani è una buona occasione per riposare dal lavoro, un giorno in più di ferie pagate. Magari la primavera affacciandosi consente una bella gita fuori porta, un’occasione per rivedere amici e parenti, vicini e lontani senza neanche pensare a che cosa significa “liberazione” e quanto di questa parola abbiamo bisogno ancora oggi.

Un presidente, vecchio e stanco ma con grande senso di responsabilità ne sceglie un altro (quello del Consiglio) perché il popolo sovrano non ha saputo scegliere fra un saltimbanco, un indeciso e un comico: questi sono stati i pensieri del mio 25 aprile.

Non ha forse bisogno di libertà un popolo schiacciato dalla pressione fiscale? Si è vero, dobbiamo risparmiare tutti, per il bene dei nostri figli e per quello dei nostri nipoti, ma non è un po’ una forma di violenza una classe dirigente che soffoca i suoi cittadini con le tasse e che consente, comunque, gli stipendi d’oro, le pensioni e i tanti privilegi di chi sta sotto la protezione del potere?

Possibile non sentire l’esigenza di contare qualcosa nei giochi di palazzo, nelle stanze dei bottoni dove si spartiscono le poltrone di governo e di tutto ciò che dal governo dipende?… e speriamo che questa volta qualcosa non tocchi pure ai grandi manager per gli appalti e alle mafie che, nonostante succhino (con buona pace delle istituzioni) i soldi ai cittadini onesti credono pure di farti un favore se lavori in una delle loro aziende o in un centro commerciale costruito da loro per controllare gli scambi del posto.

Insomma questa è la realtà nella quale viviamo o, almeno, la sua parte più odiosa, quella sulla quale i cittadini non riescono ad intervenire. (Forse anche molti perché ne sono parte?) Tutti la conoscono, tutti si indignano, ma questa realtà esiste e non penso che fosse questo che avevano in testa quelli che combatterono per liberare l’Italia mettendo le basi della nostra Costituzione che è ancora un modello da realizzare.

Nelle prossime ore inizierà a lavorare il governo Letta. Una strana alleanza Pd-Pdl, strana, ma l’unica soluzione possibile per diverse ragioni.

bilico ItaliaLa prima ragione è che il popolo italiano, nonostante la dura sostanza dell’esperienza vissuta, vota ancora PdL. Il PdL è Berlusconi e così il massimo esempio di disprezzo delle istituzioni e della legalità, il massimo esempio di corruzione che sia mai salito ai vertici della politica riesce ancora una volta a diventare il rappresentante di oltre il 25% dei voti. Insomma un bell’esempio  per tutti noi: chi ha i soldi e ha il potere può tutto. Il 25% degli italiani ne sono convinti evidentemente.

Un Pd che arranca, che supera di poco i voti del PdL e che, piuttosto che essere all’altezza del governo di un Paese in crisi è impegnato a nascondere lo sfascio del partito in preda a gruppi e sottogruppi in lotta fra loro.

E’ difficile riconoscere che, a distanza di oltre 50 anni la democrazia, nei fatti, è ancora molto debole ed ecco che la furbizia di un comico fattosi capo politico smaschera i giochi e prende di mira il sistema dei partiti. Bisogna aver paura dell’attacco di Grillo?

Solo se gli italiani non riescono a raccogliere la sfida del cambiamento per poter dare alle generazioni future qualcosa in cui riconoscersi e di cui non vergognarsi.cambiare strada

Così le mie riflessioni postume sul 25 aprile non vogliono ripetere le chiacchiere di cui è circondata la battaglia politica. Oggi anche l’indignazione sembra diventata una moda mentre anche le novità che escono dalle cabine elettorali sembrano girare a vuoto intorno a scontri verbali, ripicche, polemiche che sembrano diventati lo scopo principale di chi sta in politica.

Sembrerà strano, ma il mio 25 aprile è quello di chi non vive di solo pane; è il 25 aprile di chi non vuole più tornare indietro, portare il cuore via da una realtà marcia e spingerlo verso un nuovo giorno, un nuovo momento che prende vita dalla sofferenza e si rigenera; è il 25 aprile di chi è nauseato e la stessa minestra non vuole più neanche assaggiarla. Di chi ha fame di chiarezza, di solidarietà, di nutrimento per la mente, di rispetto dell’altro e dei diritti.

Ecco, il pane e i diritti. Forse è questo il senso del mio 25 aprile.

Angela Masi

Elezione del Capo dello Stato: svolta del Pd? O dei 5 stelle? (di Angela Masi)

Le elezioni del Presidente della Repubblica, stanno rappresentando in queste ore il banco di prova per tutte le forze politiche parlamentari, Movimento 5 stelle e Pd in primis.

conseguenzeDa elettrice del Movimento 5 stelle sapevo che era stata la speranza di cambiamento a spingere gli italiani a dare fiducia a questo nuovo attore della scena politica. Però, considerando i 50 giorni passati dalle elezioni e trascorsi in una schermaglia di mosse e segnali che nella quale tutte le formazioni politiche sono rimaste coinvolte, non mi è sembrato che fosse cambiato nulla. I vecchi partiti impegnati a capire come allearsi per conservare le poltrone, i nuovi politici impacciati, impreparati e impegnati in un ostruzionismo sterile.

I principali interrogativi che ruotavano e ruotano intorno al Movimento 5 stelle, a mio parere, erano talmente importanti da mettere in discussione la mia scelta elettorale:

 

  1. Democrazia digitale ok, ma perché continuare ad identificare un movimento politico col blog personale del suo fondatore o garante che dir si voglia?
  2. Qualcuno in rete, e non solo, sostiene che non è dato dissentire dalla linea politica di Grillo. Stanno anche nascendo blog che raccolgono tutte le “voci fuori dal coro”, cioè i post pubblicati sul blog di Beppe Grillo e che vengono cancellati.
  3. Dal giorno immediatamente successivo alle elezioni mi è sembrato che i neo-Parlamentari prendessero ordini da Grillo e Casaleggio, che tra l’altro non erano neanche stati eletti. E non ho visto l’impegno degli eletti sulle proposte programmatiche del Movimento; tante critiche contro i partiti, la ripetizione di ciò che ormai tutti conoscono riguardo al malaffare che spopola nel nostro Paese, ma niente più di questo. Insomma, fossi una parlamentare del Movimento 5 stelle mi chiederei cosa fare per onorare il mandato conferitomi dai cittadini, anche a costo di uscire fuori dalla forza politica che rappresento.

Al di là delle critiche che come elettrice del M5S mi sento di fare però non mi dimentico che l’Italia è uscita dalle urne divisa esattamente in tre componenti equamente rappresentate in Parlamento, ma politicamente totalmente disomogenee. Da qui è nato lo stallo.

Naufragate tutte le ipotesi di Governo con i voti Pd e M5S, rimanevano plausibili solo altre due ipotesi: o un governissimo a guida Pd appoggiato dal PdL e dal centro, oppure le elezioni anticipate. Il tutto che ruotava intorno all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.colpo di testa

In questo scenario così complicato ecco che arriva il colpo di testa di Bersani: la candidatura di Franco Marini, formalmente proposta dal segretario del Pd, ma, con molta probabilità, avanzata da Silvio Berlusconi.

Nelle ore immediatamente successive alla proposta si è scatenata la rivolta degli elettori del Pd e si è creata una spaccatura profonda nel partito che ha portato, come sappiamo,  al flop della prima votazione.

È un fatto che quando il Movimento 5 stelle fa un passo indietro e chiede al Pd di convergere sul nome di Stefano Rodotà facendo capire che sarebbe stato l’inizio di un percorso condiviso anche per il governo, Bersani cambia strada e sceglie il Pdl. Una scelta incomprensibile per gli elettori di centro-sinistra: vecchie logiche, vecchi meccanismi e mancato riscontro all’esigenza di cambiamento, unica vera certezza del risultato elettorale della scorsa primavera.

Comunque un bel NO a Rodotà. Perché ?

Forse perché avrebbe rappresentato la prima vittoria del M5S ? Il M5S, infatti, stava sbagliando ancora decidendo di candidare Gino Strada e la Gabanelli che sono due importantissime figure della società civile italiana, ma non in grado di fare il mestiere di Capo dello Stato. Ma con Rodotà cambia tutto: una lunga esperienza politica, la vastissima competenza giuridica, l’elaborazione di idee nuove sui diritti, la sua forte etica del diritto e il sostegno a diritti di quarta generazione, quali l’eutanasia, il testamento biologico, le coppie di fatto. Ce n’è abbastanza per parlare di un cambiamento vero e profondo.

Però il Pd dice di no e ricorre persino a Prodi, (un nome fatto anche dal M5S, ma subito smentito appena gli elettori Pd decidono di votarlo), mantenendo la chiusura agli inviti di Grillo. Il Pd ha persino preferito andare verso l’autodistruzione scegliendo l’accordo con la destra piuttosto che appoggiare la candidatura di Rodotà. Eppure se lo avesse fatto avrebbe avuto una possibilità di riparare, almeno in parte, alla fallimentare esperienza di Bersani.

Però anche la candidatura di Prodi dura poco ed è già finita, affossata dai franchi tiratori del suo stesso partito.

A questo punto quello che mi auguro da cittadina di questo Paese e da elettrice del M5S è che il Pd rinsavisca e scelga la strada di un confronto aperto con tutti quelli che vogliono un cambiamento profondo. L’incontro con il Movimento 5 stelle e il voto a Rodotà sembrano una strada obbligata. Questa è la vera responsabilità da dimostrare verso il Paese.

Angela Masi

Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare…. (di Angela Masi)

“Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo”.  Don Luigi Milani.

solidarietàLe cronache dei TG pochi giorni fa contemplavano anche il funerale della famiglia marchigiana che alla vita e alla lotta per la sopravvivenza ha rinunciato passando, almeno si spera, a miglior vita. Nessuna ironia in questa frase, solo rabbia e stupore…. Indignazione? Può essere, ma da qualche anno abbiamo smesso….

Il signor B. lascia il Paese in una situazione drammatica. Canti e balli per le sue dimissioni… a distanza di poco più di un anno il popolo ha dimenticato e alle urne lo premia con uno strepitoso 125 seggi alla Camera e 117 al Senato.

Il dottor Bersani continua a cercare la risposta giusta alla drammatica situazione del Paese, ma non la trova. Forse perché ha “vinto” le elezioni con così pochi voti che qualcuno ha detto:  “ancora qualche settimana e ce la facevi a perdere”. Insomma abbiamo bisogno che qualcosa cambi e di trovarla ‘sta strada almeno per dire ai cittadini di resistere e sperare, ma chi dovrebbe guidare il rinnovamento non vince.

La novità dell’anno – l’exploit del M5S – tanto acclamata all’estero e elogiata persino dalla dott.ssa Le Pen non porta chiarezza e non si sa come il movimento intende onorare il mandato che i cittadini italiani gli hanno conferito. Ci aspettavamo botti e saette e tanti cambiamenti e, invece, l’unico risultato è stato lo stallo e i comitati dei saggi. Per fare che? Per arrivare senza annoiarci al nuovo Presidente. L’unica novità i conflitti interni al movimento gestiti, o forse annullati sul nascere dal supremo garante nonché fondatore, Grillo.

Aspettiamo di vedere un po’ di personalità politica autonoma di almeno qualcuno dei grillini? O anche una proposta che non sia la solita frase provocatoria lanciata sul blog? Faccio una battuta maligna: probabilmente col primo stipendio d’oro in tasca avranno la mente rilassata per pianificare i progetti politici.

Troppe le situazioni di criticità che con il governo Monti non hanno trovato soluzione. Da una recessione economica che ha messo in ginocchio numerose imprese, causando una crisi occupazionale senza precedenti, all’emigrazione cresciuta del 30% ( più di 80.000 persone, la metà della quali di età inferiore ai 40 anni, hanno lasciato il nostro Paese); dal monito dell’Unione europea e dei suoi Paesi più forti sul rischio di default al penultimo posto destinato al bel Paese per le spese destinate alla scuola e alla cultura.

Di responsabilità veramente poca. Ognuno tenta disperatamente di dar pace a sè stesso provando a convincerci che il dramma che ci si presenta di fronte non l’ha creato lui.crisi Europa

Questo accade nel “mondo di sopra”. Nel “mondo di sotto” intanto….

Monia: “Mi sono laureata nel Luglio del 2007 in Scienze dell’Educazione e dal 2001 lavoro presso una cooperativa come Educatrice. Di anno in anno ho visto abbassare il mio stipendio fino ad arrivare a stipendi da fame. Dopo alcuni mesi dalla laurea ho avuto la fortuna di trovare un impiego a tempo determinato per una multinazionale della moda. Le condizioni di lavoro erano massacranti, stressanti ed umilianti. Mi dissero che non potevo sperare di fare quel lavoro nel migliore dei modi dato che nella vita avevo solo studiato. Dopo 7 mesi non ho avuto il rinnovo del contratto, ho trascorso l’estate da disoccupata e da circa 10 mesi invio curriculum senza ricevere una risposta. Devo, quindi, dedurre che quello che mi hanno detto forse era vero? Altamente deprimente credere che ho impiegato tutta la mia vita nello studio a sgobbare sui libri per non saper fare nulla”.
precariatoFrancesca: “Mi sono laureata in lingue nel 2001 (con specializzazione in tedesco e francese). Dopo la laurea ho iniziato al meglio. Ho lavorato all’estero per più di un anno supportando un team di ingegneri per società farmaceutiche, in Svizzera ed in Francia, dove lavoravo essenzialmente come traduttrice ed interprete nelle linee di produzione. Purtroppo si trattava di progetti con scadenze vincolate ad appalti. Così ho cominciato a lavorare in Italia come assistente con mansioni di segretaria. Ho voluto sperare nel meglio. Così ho continuato a cercare un lavoro diverso, in un contesto internazionale e stimolante. Sono approdata in una società che si occupa di ricerca e selezione di personale altamente qualificato, riconosciuta a livello mondiale. L’ambiente era piacevole e giovanile, stimolante e intellettualmente appagante. Ma è arrivato il ridimensionamento aziendale e sono stata mandata via. Faccio presente che in tutte le mie precedenti esperienze avevo un regolare contratto a tempo indeterminato… compresa quest’ultima, in cui è stato utilizzato l’espediente dei sei mesi di prova per poter concludere il rapporto di lavoro. Niente indennità di disoccupazione. E così eccomi a 34 anni, ricco curriculum professionale, ma disoccupata. Dovrei ricominciare daccapo magari rifare quello che avrei potuto fare a 18 anni subito dopo il diploma. E questo nella migliore delle ipotesi, dal momento che per molte agenzie di somministrazione vengo definita “troppo qualificata” e pertanto non idonea. Tutto ciò non deve impedirci di continuare ad inseguire il nostro sogno… quello per cui abbiamo investito tanto, anima e mente. Spero di non dover cambiare mai idea”.

Angela Masi 

Poco spazio per giovani e donne anche nel Terzo settore? (di Angela Masi)

Genere e generazioni: quale sfida per la cittadinanza attiva? Di giovani e di donne si parla molto e sono presenti in quasi tutti i discorsi e fanno bella mostra nei programmi politici. Si tratta di dichiarazioni di principio? Va di moda parlare di giovani, di donne e di nuove sfide oppure effettivamente la società si sta interrogando sul patrimonio rappresentato dalle nuove generazioni e dalle donne in un contesto altamente problematico rappresentato dalla crisi economica e del sistema politico e sociale? E con quali risultati?

giovani europeiCome al solito i dati reali ci aiutano a capire meglio di che si tratta. Uno sguardo ad un’indagine condotta da Cittadinanzattiva nel 2012 ci parla del Terzo Settore, dell’associazionismo e dei centri servizio del volontariato; insomma di tutto il variegato universo di associazioni nelle quali si esprime buona parte del volontariato in Italia. Ciò che accade in questo mondo dovrebbe rappresentare il meglio dell’evoluzione sociale e civile e i dati raccolti in parte confermano questa aspettativa, ma in parte riservano anche alcune sorprese.

Il focus dell’indagine ha riguardato gli organigrammi per scandagliare il tema del rapporto tra generi e generazioni nelle organizzazioni sociali.

Filo conduttore della ricerca sul rapporto tra generazioni sono stati:

  1. il dato demografico: secondo l’ISTAT In 15 anni, dal 1985 al 2010 i giovani tra i 15 e i 29 anni sono passati da 13 milioni a 9 milioni, mentre gli anziani over 65 da 7 milioni a 12 milioni. La popolazione giovanile rischia di trovarsi  costantemente in minoranza nella società contemporanea;
  2. le nuove forme di partecipazione: la percentuale dei giovani che dedicano parte del loro tempo alla solidarietà sta aumentando: si è avuta una lettura distorta a causa del dato demografico. In termini assoluti il numero in 10 anni si è, invece, ridotto (-107 mila), ma proporzionalmente i giovani che fanno volontariato sarebbero addirittura aumentati: se nel ’96 erano sei su 100 i giovani impegnati nel volontario, dieci anni dopo sono saliti a 8,5 . E oggi il Censis ci dice che sono 2.000.000 i giovani tra i 15 e i 29 anni che fanno volontariato. Quindi, non crisi, ma trasformazione della partecipazione, nel senso che quest’ultima si sposta verso organizzazioni meno strutturate e all’interno di associazioni locali, calate nei contesti territoriali, piuttosto che nelle grandi associazioni a carattere nazionale;
  3. il mancato riconoscimento dell’importanza della  partecipazione giovanile. Si sono evidenziati, nel corso della ricerca, stereotipi e modelli secondo cui “I giovani non partecipano, è difficile coinvolgerli, sono più individualisti, cercano qualcosa in cambio…”, nonché una scarsa conoscenza della complessità della realtà e la tendenza ad inibire la possibilità di un protagonismo autentico.

 giovani e donne

L’indagine ha rilevato, in tutte le associazioni intervistate e analizzate che vi è un ricambio “difficile”, nonché una certa imposizione del ruolo dei padri fondatori e delle regole della democrazia interna.

In altre parole, la differenza con il mondo profit, del lavoro è che “l’impegno civico non va in pensione”. In sostanza, tutte o quasi tutte le organizzazioni intervistate contemplavano nei ruoli di maggiore responsabilità i fondatori dell’organizzazione stessa.

Esistono, tuttavia, germi di buone pratiche:  su 99 organizzazioni analizzate, sono circa 30 quelle che fanno riferimento esplicitamente ai giovani sul sito, con diversa “intensità” (servizio civile, sensibilizzazione nelle scuole, settori dedicati, settori con statuti e rappresentanti).

Interessante, per esempio l’iniziativa del CSV-net che ha realizzato un percorso partecipato per realizzare il Manifesto della Promozione del Volontariato Giovanile. Ha lanciato un sondaggio on line (sito internet dedicato, blog aperto ai contributi e delle giornate di incontro per valorizzare l’impegno civile dei giovani e la ricchezza della cultura giovanile) con domande riguardanti l’attivismo giovanile e cosa le nuove generazioni si aspettano dalla partecipazione attiva alla vita di questo Paese.

Quanto alle tematiche di genere,ogni organizzazione ha un organigramma differente.

Laddove è contemplata la carica di presidente, cioè 99 organizzazioni, in 81 casi è affidata agli uomini, solo in 15 casi alle donne. Lo stesso accade per la carica di segretario generale (su 30 organizzazioni in 24 sono uomini, in 6 donne) e persino per quella di vice-presidente (su 62 organizzazioni, 77 uomini e 31 donne).

Nonostante si tratti di dati parziali, la ricerca di Cittadinanzattiva evidenzia che le percentuali di donne in posizioni di responsabilità politica all’interno delle organizzazioni sono ancora basse rispetto alla percentuale di volontarie all’interno delle organizzazioni. Infatti, secondo i dati ISTAT il 46% dei volontari è donna, polarizzato nelle associazioni femminili, in quelle di cura e in quelle per l’educazione.

Una cosa è certa, sui temi relativi alla partecipazione nella comunità di giovani e donne, sopravvivono tuttora numerosi luoghi comuni e stereotipi ed una realtà di fatto che, quasi per inerzia, non permette e non facilita il ricambio. Niente di nuovo verrebbe da dire, il problema del rinnovamento non è cosa che si limita alla politica e alle istituzioni, ma è un problema sociale di grande rilevanza che chiama in causa il modello Italia in tutti i suoi aspetti.

Angela Masi

OPEN DATA : a che punto è l’Italia? La Puglia c’è! (di Angela Masi)

Negli ultimi anni sembra che la trasparenza amministrativa interessi un po’ tutti: dalle istituzioni ai partiti, al mondo delle aziende private e delle associazioni.

trasparenza amministrativaTrasparenza è poter vedere ciò che si decide e controllare il rispetto delle regole. Sarebbe un formidabile antidoto alla corruzione dilagante e all’impunità che spesso è assicurata a chi delinque ed evade nel nostro Paese se non ci fosse una giustizia che non funziona, un groviglio di norme obsolete che dicono troppo, ma spesso non dicono ciò che è importante, una mancanza di strumenti a disposizione dei cittadini per il controllo effettivo sull’operato della P.A..

Insomma, il concetto sarebbe molto semplice: tutte le attività dei governi e delle amministrazioni dello stato devono essere aperte e disponibili per favorire azioni efficaci e garantire un controllo pubblico sul loro operato.

Questo non perchè le Amministrazioni abbiano necessariamente qualcosa da nascondere, ma impedire la trasparenza è indice di un’arretratezza culturale legata a vecchie logiche burocratiche (o di potere) e alla paura di svelare i propri errori e le proprie inefficienze. In ogni caso, non essere trasparenti significa – necessariamente – non consentire l’effettiva partecipazione dei cittadini e il loro coinvolgimento nel processo decisionale.

Ma qualcosa si muove, infatti sono molteplici le iniziative d’apertura del patrimonio informativo avviate in Italia da parte di pubbliche amministrazioni centrali e locali. Il primo data store italiano è stato quello della Regione Piemonte ma, un’iniziativa interessante è anche quella della Regione Puglia, la prima regione del sud ad occuparsene. Il programma di governo del nuovo Presidente del Lazio dichiara di voler compiere una rivoluzione con la trasparenza e con l’open data.

L’open data, nelle regioni meridionali, ha un’importanza se vogliamo maggiore rispetto al resto d’Italia: si pensi, per esempio, a cosa sarebbe potuto cambiare in Sicilia con un controllo diffuso sulle spese pubbliche, al significato della diffusione dei dati su criminalità, ambiente e salute, al ritardo che c’è stato, per esempio, nel conoscere i dati sulla situazione sanitaria nell’area dell’Ilva a Tarantoopen data

A parole, ovviamente, sono tutti favorevoli. Non è un caso che nel meridione ci sia il più elevato numero di disegni di legge regionali in materia di open data (Basilicata, Campania, Sicilia) ma nessun portale regionale (a parte quello della Puglia). Di open data si parla, quindi, ma esiste sempre qualche buona ragione per non farli diventare una priorità. È difficile, ma non impossibile: ci sono testi e Vademecum che spiegano come si fa, ci sono le esperienze di successo, ma anche comunità di sviluppatori, associazioni e attivisti che possono dare una mano. Mancano le amministrazioni di buona volontà, in grado di andare oltre la retorica delle parole.

L’esempio della Puglia dimostra che si può fare. La Regione Puglia si è dotata di un portale dedicato ai “dati aperti” con una legge approvata all’unanimità nell’ottobre 2012. Un testo di 21 articoli mette le basi di un possibile cambiamento del rapporto tra i cittadini e l’amministrazione regionale. Il principio di base è che tutti i cittadini hanno il diritto di vedere cosa c’è dietro un software, come funziona, di conoscere i dati e l’attività dell’Amministrazione.

L’obiettivo dichiarato dalla Regione è il pluralismo informatico attraverso la diffusione e l’utilizzazione del software libero, garantire l’accesso e la libertà di scelta nella realizzazione di piattaforme informatiche e favorire l’eliminazione di ogni barriera dovuta all’uso di standard non aperti.

Fondamentale la scelta dell’open data, prevista nell’articolo 6, “riutilizzo dei documenti e dei dati pubblici”, ossia di aprire all’esterno il patrimonio informativo regionale, in formato aperto e con licenze che “devono consentire la più ampia e libera utilizzazione gratuita, anche per fini commerciali e con finalità di lucro”.

La legge si basa su alcuni elementi importanti:

1. la partecipazione: il software libero consente “di implementare ed attivare meccanismi di partecipazione allargata degli spazi democratici”, da cui anche un maggior controllo nelle scelte operate;

2. l’accessibilità: l’articolo 7, comma 1, prevede che “tutti i servizi ed i siti telematici messi a disposizione dalla Pubblica Amministrazione regionale devono rispettare rigorosi criteri atti a favorire i massimi livelli di accessibilità per i diversamente abili”;

3. diritto per cittadini ed imprese “a richiedere ed ottenere da parte degli enti di cui all’articolo 2 il pieno rispetto delle disposizioni della presente legge”;

4. la ‘comunità di pratica‘, “aperta alle Università e al partenariato economico e sociale, che favorisca lo sviluppo della digitalizzazione attraverso l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in tutte le attività al fine di superare le barriere interne all’introduzione dell’e-business, nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche”.

5. la creazione di uno spazio pubblico, dove università, associazioni, singoli cittadini possono in qualche modo confrontarsi, e dove costruire reti di aggiornamento, studio, implementazione, ricerca, tutoraggio, sostegno.

cittadini organizzati

I cittadini sempre più spesso si sono organizzati in associazioni di partecipazione  civica per tutelare il bene comune. Lo hanno fatto e lo fanno studiando, analizzando e tutelando fenomeni sociali che alle istituzioni, soprattutto negli ultimi anni, sembrano non interessare abbastanza.

La società civile, insomma, ha fatto da collante per la società e sempre più spesso i governi hanno dovuto tener conto del loro “parere” per introdurre novità normative.

Gli open data possono accelerare questo processo di democratizzazione diretta della società: democrazia, insomma, che non si esprime solo col diritto di voto ma anche con il controllo sull’operato delle Pubbliche amministrazioni.

Per consultare l’esperienza pugliese di open data, questo è il link del portale ad esso dedicato

http://www.dati.puglia.it/portal/page/portal/datipuglia

Angela Masi

CORRUZIONE: le norme e i problemi aperti (di Angela Masi)

DEFINIZIONE

Uno dei principali problemi da affrontare nell’analisi del problema corruzione è rappresentato proprio dalla difficoltà di individuarne una definizione che possa essere ampiamente condivisa e rappresentare un concetto di comune riferimento e definisca gli ambiti di applicazione e competenza dei diversi strumenti normativi ed autorità coinvolti.

corruzione2La corruzione, secondo il codice penale italiano è il delitto commesso dal pubblico ufficiale che, per compiere un atto del suo ufficio (cfr. Art. 318 c.p.), o per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio (cfr. Art. 319 c.p.), riceve, per sè o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa.

La scelta operata dalle principali Convenzioni internazionali in materia (prima fra tutte la Convenzione ONU contro la corruzione) è stata quella di rinunciare a prevedere uno specifico reato denominato come “corruzione”, preferendo indicare una lista di reati che vengono considerati come espressione di atti corruttivi o comunque rientranti nell’alveo della corruzione. Fra questi, accanto alle tipiche condotte legate alla promessa, offerta o dazione di “tangenti”, intese come vantaggio o beneficio non dovuto, anche di ordine non economico, si annoverano il peculato e/o la malversazione, il traffico di influenza, l’abuso di poteri, l’illecito arricchimento. Inoltre, traendo ispirazione dallo specifico capitolo sulle misure di prevenzione della Convenzione ONU contro la corruzione, vengono in rilievo le tematiche del conflitto di interessi, delle “lobbies” e del finanziamento dei partiti politici, delle dichiarazioni patrimoniali dei pubblici funzionari, dell’integrità e dei codici etici di comportamento, della formazione e della cultura alla legalità, della promozione della partecipazione della società civile, del rapporto con i media per veicolare una informazione corretta ed adeguata. Va altresì considerato il sistema dei controlli, con particolare riferimento alla gestione della finanza pubblica.

STATO DELLA NORMATIVA

In attuazione dell’art. 6 della convenzione dell’organizzazione delle Nazioni Unite contro la corruzione e dopo anni di aspro dibattito politico è stata finalmente approvata la cosiddetta “legge anticorruzione”, la Legge 6 novembre 2012, n. 190 intitolata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione”.

E’ il primo tentativo di dotare il nostro paese di un “sistema quadro” contro la corruzione che non si limiti a misure repressive penali, ma che contenga importanti misure preventive

La legge prevede principalmentetrasparenza

1. Un ufficio per la vigilanza

La Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità dell’amministrazione (la Civit, esistente da alcuni anni) con questa legge opererà quale Autorità nazionale anticorruzione con i seguenti compiti: approvare il Piano nazionale anticorruzione predisposto dal dipartimento della Funzione pubblica; esprimere pareri facoltativi agli organi dello Stato e a tutte le amministrazioni pubbliche; esercitare la vigilanza e il controllo sull’effettiva applicazione e l’efficacia delle misure adottate; riferire al Parlamento con una relazione entro il 31 dicembre… Il governo, tuttavia, si è corretto in corsa inserendo nel ddl di stabilità l’emendamento del sottosegretario Antonio Catricalà che istituisce il commissario anticorruzione: questa nuova figura, messa a capo dell’Autorità nazionale anticorruzione, potrà avvalersi del «braccio armato» della Guardia di Finanza. Il nuovo commissario sarà un prefetto o un magistrato. La nuova Civit/Autorità, grazie agli articoli anticorruzione curati dal ministro Filippo Patroni Griffi, cambia comunque pelle acquisendo poteri ispettivi e di vigilanza.

2. La misura anti «cricche»

Si chiama traffico di influenze illecite e riguarda i mediatori opachi, i lobbisti che agiscono fuori dalle regole e gli esponenti delle varie cricche che assediano i palazzi della politica. Il nuovo delitto sarà rubricato all’articolo 346 bis del Codice penale (da uno a tre anni di reclusione). In questo modo si tenta di difendere con un «cordone sanitario» il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione, andando a sanzionare comportamenti che eventualmente possono essere anticipatori della corruzione.

3. Corruzione tra privati

Nasce il reato di corruzione tra privati (pena da uno a tre anni di reclusione) grazie a una revisione dell’articolo 2635 del codice civile. Si procede d’ufficio nel caso in cui vi sia una distorsione della concorrenza nell’acquisizione di beni e servizi (quindi non più solo a querela di parte).

 4. Concussione

Viene sdoppiato il reato di concussione che oggi è punito con pena da 4 a 12 anni: 1) la concussione per costrizione nei confronti del privato da parte del pubblico ufficiale che avanza una richiesta in forza della sua autorità sarà punita con pena da 6 a 12 anni; 2) la concussione per induzione (quella di cui è accusato l’ex premier Berlusconi per aver telefonato in questura a Milano quando chiese la «liberazione» di Ruby presentandola come la nipote di Mubarak) sarà punita con pene da 3 a 8 anni. La rimodulazione verso il basso delle pene per questa seconda fattispecie comporta un minor tempo per la prescrizione: i processi pendenti in Cassazione sono 36 e di questi, con le nuove regole, 17 rischiano di estinguersi entro il mese di aprile del 2013.

5. Rotazione tra i dirigenti

Nella prima parte della legge, quella dedicata alla prevenzione, sono state inserite anche le nuove regole che riguardano dirigenti, impiegati pubblici e imprese che hanno rapporti con l’amministrazione statale. Oltre alla rotazione più frequente dei capi ufficio e al monitoraggio periodico del rispetto dei tempi delle procedure, la legge si occupa della Scuola superiore della pubblica amministrazione che predispone percorsi di formazione dei dipendenti sui temi dell’etica e della legalità.

6. Sanzioni accessorie:

i dirigenti e gli impiegati condannati con sentenza passata in giudicato per un reato di corruzione dovranno rispondere, oltre che con la sospensione dal servizio e dallo stipendio, anche per danno erariale e all’immagine della pubblica amministrazione. Ogni prefettura, infine, istituisce l’elenco dei fornitori e prestatori di servizi non soggetti a tentativo di infiltrazione mafiosa.

7. Le toghe fuori ruolo

L’articolo 18 del testo— quello che pone un limite di 10 anni agli incarichi fuori ruolo dei magistrati (ordinari, amministrativi e contabili) — è un corpo estraneo al provvedimento che ha rischiato di far saltare il banco. Nell’ultima versione si stabilisce che «tutti gli incarichi presso istituzioni, organi o enti pubblici, nazionali e internazionali attribuiti a posizioni apicali e semi apicali, compresi quelli di titolarità di ufficio di gabinetto, attribuiti a magistrati… devono essere svolti con contestuale collocamento in posizione fuori ruolo». Tutta la trattativa si è svolta sulle eccezioni e sul destino dei tanti magistrati amministrativi che esercitano il doppio lavoro (consiglio di Stato e incarichi nei ministeri) e che avranno, dal giorno di promulgazione della legge, 180 giorni per fare la loro scelta.

8. Condannati incandidabili

Sull’incandidabilità dei condannati in via definitiva a pene superiori ai due anni la legge non prevede norme prescrittive ma solo una delega al governo esercitabile «entro un anno».scacchi1

I PROBLEMI APERTI

Le perplessità sul neo-approvato ddl anticorruzione sono molte, dal dimezzamento delle pene previste nel caso di concussione per induzione alla difficoltà delle indagini ad hoc, dal mancato inserimento del reato di autoriciclaggio alla prescrizione.

I problemi aperti in tema di corruzione rimangono, principalmente:

1.              Lo scambio elettorale politico-mafioso

Per scambio elettorale politico-mafioso si intende il patto che avviene tra membri appartenenti alle Istituzioni e membri della criminalità organizzata in occasione del voto. Ad oggi la legislazione non riesce a garantire una adeguata tutela dall’infiltrazione delle mafie della vita istituzionale del nostro Paese, poiché l’articolo 416 ter del Codice Penale considera solamente il denaro come termine di baratto in cambio di “protezione” elettorale. Molto più spesso, invece, il patto si basa su promesse di informazioni su appalti pubblici, posti di lavoro da garantire ai clan presenti sul territorio, salvaguardia dall’azione repressiva ostacolando in diversi modi il lavoro delle forze di polizia, ma anche poltrone e cariche influenti.

2.                 La confisca dei beni ai corrotti

Nonostante le previsioni normative, l’istituto della confisca e soprattutto quella dell’assegnazione dei beni confiscati ai corrotti resta pressocchè inapplicata.

La norma del 2006, contenuta nella Finanziaria 2007, che come per i mafiosi prevede che a una persona che è stata condannata per un reato in materia di pubblica amministrazione, al di là di quello che ha intascato, possa essere confiscato tutto ciò che è sproporzionato rispetto al suo reddito. La norma è stata poi recepita nel Codice antimafia del 2011 che, però, ha eliminato la destinazione obbligatoria dei beni a interventi di edilizia scolastica e per l’informatizzazione del processo. Nel 2008, le misure di prevenzione per la confisca sono state estese dai mafiosi a chiunque sia pericoloso e vive col provento dei delitti. È il caso dei rapinatori, estorsori, ricettatori, ecc. Ma devono essere reati ripetuti nel tempo, non occasionali.

Angela Masi

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