E dei “London riots” nessuno parlò più (di Anna Rita Cosso)

Sono passate poche settimane dall’esplosione dei “fuochi di Londra” e, ormai, nessuno ne parla più. Al di là di quello che si sta facendo di concreto nel Regno Unito penso che la questione non sia confinabile ad una città e ad una nazione. Per questo propongo una riflessione che va oltre e che interessa anche noi in Italia.

Partecipo dal 2010 ad un progetto europeo che si chiama IGIV  (Linee Guida per un lavoro intersezionale di prevenzione della violenza giovanile) www.intersect-violence.eu.

Il progetto si occupa di prevenzione della violenza giovanile con un approccio integrato e multifattoriale: cosa vuol dire, in concreto? Che noi siamo abituati a segmentare i problemi: da una parte la violenza negli stadi, dall’altra il bullismo, in un altro settore e con altri specialisti la violenza di genere, capitolo a parte per l’omofobia,  sezione speciale per le baby gang, il vandalismo  e così via. Questo vuol dire  affrontare il tema della violenza con un approccio settoriale e  iperspecialistico.

Il progetto  della Commissione europea IGIV (che è un progetto Grundvitg e pertanto si occupa della formazione dei docenti e degli operatori sociali, come anche degli allenatori e dei leader di gruppi giovanili) si propone di affrontare tutti questi argomenti con un approccio integrato e intersezionale. Chi sono i giovani  violenti? Dove sono nati? Di che colore hanno la pelle? Sono maschi o femmine? A quale comunità appartengono? Sono nati in questo paese ? Hanno studiato? Hanno lavoro?  Che prospettive di vita hanno? Come si percepiscono nella scala sociale? Questo è l’approccio che in Europa si definisce “intersezionale” (approccio ahimè in Italia molto poco conosciuto e con bibliografia pari a 0): avere consapevolezza delle posizioni di dominanza sociale presenti nella società e da cui muovono sia i giovani sia coloro che si relazionano con i giovani in un’azione educativa.

Questa lunga premessa per dire  che nei primi giorni di agosto l’esplosione dei tumulti tra i giovani londinesi mi ha molto colpito, con tutto il seguito di analisi sociologiche, interventi dei politici, le disquisizioni sul ruolo dei media e dei social network. Mi ha colpito che tutto ciò partisse dai  quartieri degradati della grande Londra multietnica e multiculturale.

Mi ha poi anche molto colpito come, una volta avuto successo l’ inevitabile azione repressiva del governo Cameron, il tema sia scomparso dai media (anche se molto più lentamente dai social network che hanno continuato a discuterne in forum di grande intensità). Certamente non si può negare che quello che abbiamo visto nei tre giorni dei London Riots sia stato un movimento di protesta degenerato presto in teppismo e sciacallaggio, ma certamente non sono tra coloro che credono  che si possa semplicemente derubricare quanto accaduto  come “criminalità”.

Il problema è ovviamente quello di capire più a fondo le dinamiche di questo mondo giovanile (non solo a Londra ma nell’intera Europa) :  che cosa vuol dire essere oggi in una capitale europea una donna giovane, single, senza lavoro, magari con figli? Che prospettive ha un giovane bianco, figlio di alcolisti, che ha interrotto gli studi? Ed uno  di colore?

Abbiamo esaltato la primavera araba che cresceva su Facebook e Twitter: ma abbiamo anche ascoltato i leader del governo inglese dire che  se i London Riots si dovessero ripetere, bisognerebbe bloccare i social network!

I media di tutto il mondo si sono molto soffermati sui furti di iPad e borse firmate. Ma si può davvero gridare allo scandalo per questo? Il mondo occidentale  oggi non ha come simboli gli iPad e le borse firmate? Non è certo demonizzando un movimento che si esorcizzano i problemi del mondo giovanile e del potenziale di aggressività e di violenza che esso porta con sé.

C’è differenza tra il giustificazionismo degli anni ’70 e un approccio integrato al tema della violenza. Ci sono molteplici segnali d’allarme da affrontare con più scuola, più servizi, più prospettive, più protagonismo per i giovani. E soprattutto  lavoro.  Tutto il contrario dello scenario che si delinea in Europa ogni giorno di più.

Sentivamo in questi giorni l’ISTAT dirci che oltre un quarto dei nostri giovani sono senza lavoro e tanti tra questi neppure lo cercano più: e noi in Italia non abbiamo nessun sussidio per i nostri giovani! Segnalo un forum italiano dove questi giovani inglesi venivano definiti “fortunati”  in quanto, almeno loro, godono di un sussidio pubblico da 350 sterline al mese (i giovani italiani li definivano  “fancazzisti”, modo senz’altro più pittoresco ed efficace di dire “nullafacenti”).

Il quarantenne Sindaco di Perugia Vladimiro Boccali mi diceva, durante un’intervista fatta proprio nell’ambito del progetto IGIV : “Io ritengo che l’inafferrabilità del futuro dei giovani incida moltissimo sulla loro visione e sul modo di relazionarsi. Abbiamo di fronte generazioni profondamente insicure. Per i quarantenni di oggi aveva ancora un senso parlare di ascensore sociale, vale a dire di possibilità di miglioramento delle proprie condizioni sociali di partenza…. Lungi da me giustificare i comportamenti violenti, ma è evidente che in questo modo si è preparato un contesto. Se non dai protagonismo e non dai futuro, che cosa ti devi aspettare? Se tutto il sistema pubblico e privato, si basa sullo sfruttamento del lavoro e sul precariato, che cosa ti puoi  aspettare? Una recente indagine della Banca d’Italia sui giovani tra i 24 e i 35 anni ha presentato un quadro allarmante sul livello di disoccupazione. Non c’è quasi più lavoro a tempo indeterminato e sotto la voce tempo determinato ci sono le forme più assurde di precariato. “

E’ vero, la televisione ha messo molto in risalto la contrapposizione tra i giovani che distruggevano  e i giovani che pulivano il giorno dopo (c’erano anche in Egitto, ma all’interno dello stesso movimento di protesta, ovviamente). Questo non meraviglia: ci sono diversi modi di vivere e di integrarsi ( o non integrarsi) in una società. Sicuramente i giovani che pulivano le strade e si mettevano a difendere gli i esercizi commerciali del proprio quartiere avranno avuto alle spalle una comunità più coesa e un’identità culturale più forte, ma sono comunque diverse facce di una stessa medaglia. Quella  di un  mondo giovanile  che stranamente proprio le nostre generazioni sembrano  non riuscire proprio più   a capire.

Concludo con queste parole ,  lette in un forum:

“Piaccia o non piaccia agli amici di destra, una politica che non si assume la responsabilità di attenuare le diseguaglianze sociali… di creare opportunità per le future generazioni… che taglia le spese sociali, espone ciclicamente la collettività a disordini, tumulti, saccheggi.

La repressione poliziesca non potrà mai sostituire il compito proprio della politica di affrontare il declino economico e il degrado sociale di una generazione che appare sempre più abbandonata a sé stessa.”

Anna Rita Cosso

La sanità nelle regioni: intervista a Anna Rita Cosso segretario Cittadinanzattiva Umbria

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini. 

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplifica bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi?

Risposta:
Per parlare di servizi sanitari in riferimento alla mia regione, l‘Umbria, credo non si possa che partire, per onestà intellettuale, da un dato incontrovertibile, che troviamo ben esplicitato nel Dap dell’Umbria (Documento annuale di programmazione 2011-2013): l’Umbria, regione virtuosa, ha il vantaggio di presentarsi ai blocchi di partenza con i conti in ordine e con un sistema sanitario in grado di fornire prestazioni di qualità.

Questa la risposta che l’amministrazione regionale umbra darebbe alla domanda posta: “ Per il sistema sanitario umbro, la sfida dei prossimi anni è quella di riconfermare la propria natura universalistica difendendo ed allargando il diritto alla salute, aumentando qualità e innovazione e tenendo fermo il principio della sostenibilità finanziaria. Quest’ultima, a sua volta, non si deve tradurre in un approccio “ragionieristico” alla sanità volto a razionare le risorse, ma deve concorrere a proseguire nel lavoro d’innalzamento dell’efficacia e della qualità delle prestazioni, sempre associata all’economicità del sistema”(DAP 2011-2013)

A fronte di tutto ciò, però, la nostra esperienza quotidiana di organizzazione dei diritti dei cittadini continua a segnalarci dati contraddittori; sprechi a fronte di tagli, duplicazione di primariati a fronte di riconversioni ospedaliere, costruzione di nuovi ospedali (a questo punto forse inutili) a fronte di chiusura di reparti importanti per talune zone, liste di attesa abnormi a fronte di una floridissima attività intramoenia. Inoltre ci appaiono ampiamente sottovalutati i rischi della sostenibilità del sistema sanitario regionale, soprattutto in relazione all’assenza di iniziative per analizzare le vere cause dell’aumento della spesa ospedaliera, in particolare nei poli di alta specializzazione, che rischiano di fagocitare progressivamente tutto il sistema ospedaliero regionale e le risorse per l’assistenza territoriale. Il valore esorbitante dei DRG viene riconosciuto come normale, senza neppure attivare forme di controlli reali anche a campione. La duplicazione dei servizi di alta specializzazione e la proliferazione di figure di coordinamento clinico senza compiti operativi, entrambe costosissime, sembrano rispondere più ad interessi corporativi e carrieristici delle corporazioni universitarie che a reali necessità assistenziali. Diciamo dunque che in Umbria ci sarebbero le condizioni di base per coniugare rigore dei conti e universalità del servizio, ma la strada da fare è ancora tanta. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? Esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

Risposta
L’Umbria con i conti in ordine potrà contare su risorse continuative, ma dovrà comunque porre grande attenzione su alcuni parametri di spesa, in particolare quella farmaceutica ospedaliera, del personale, degli stessi singoli ospedali e dei costi delle prestazioni che i pazienti chiedono di fare fuori regione. La spesa regionale per la mobilità passiva è un dato molto poco rassicurante, con saldo negativo per prestazioni ambulatoriali e somministrazione diretta di farmaci (cfr. Piano Sanitario regionale 2009-2011).

Il servizio del 118 è attraversato in questo momento in Umbria da numerose tensioni soprattutto riguardanti problematiche del personale: gare fatte al massimo ribasso che hanno tolto il servizio alla Croce Rossa (Alta Umbria), problema di precariato degli autisti soccorritori del 118, necessità di interventi organizzativi e di messa in rete di tutti i diversi soggetti attualmente coinvolti nella regione (Croce Rossa, Croce Bianca, Croce Verde, Stella d’Italia). Il Piano sanitario regionale 2009-2011 prevedeva la regionalizzazione del servizio ma ancora siamo lontani da decisioni definitive.

L’attuale riduzione delle risorse messe a disposizione dal Governo nazionale potrebbe essere l’occasione per effettuare una reale riorganizzazione della rete ospedaliera, assegnando ai nosocomi più piccoli il ruolo di presidi per l’emergenza con reparti di pronto soccorso molto ben attrezzati e consistenti, in grado di effettuare il primo intervento, con tutte le tecnologie più avanzate, fino alla disponibilità di trasporto dei malati per elicottero. Contemporaneamente sarebbe possibile ridurre il numero e i posti letto degli altri reparti, in modo di recuperare le risorse economiche necessarie a potenziare la rete delle Residenze Sanitarie Assistite (R.S.A.), al fine di disegnare una struttura sanitaria che destina l’ospedale all’intervento nell’emergenza con alta specializzazione, per poi destinare le R.S.A. a seguire la convalescenza e le lungo degenze, ivi compresa l’assistenza alle patologie senili. 

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non tutti lo sanno ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. E sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? In che modo?

Risposta:
L’indagine dell’audit civico realizzata nell’anno 2010 in Umbria, opera di cittadini volontari, provenienti (alcuni, ma non tutti) dall’associazionismo organizzato, ha dimostrato che gli strumenti partecipativi previsti dalla normativa vigente non sono stati attivati tranne in pochissimi casi nei servizi sanitari umbri (ad es: comitati consultivi degli utenti, forme di gestione associata degli URP con le associazioni degli utenti, conferenze annuali dei servizi, applicazione Dlgs 150/2009 sugli obblighi di trasparenza e comunicazione della pubblica amministrazione, ecc…)

Il Tribunale per i diritti del malato è presente da trent’anni nelle strutture sanitarie pubbliche per evidenziare e segnalare disfunzioni e disservizi, ma quello che insieme ad altre associazioni dei consumatori e organizzazioni professionali stiamo chiedendo con forza alla Regione Umbria in questo momento è che i cittadini possano intervenire in fase di:

a)    scelta condivisa delle priorità su cui lavorano i servizi;
b)    valutazione della qualità dei servizi e dell’impatto che hanno sulla salute dei cittadini.

Si chiede inoltre che venga garantito alle associazioni ed ai cittadini un regolare flusso di informazioni sulla sanità reale: troppe volte è difficile avere accesso ad informazioni fondamentali per valutare la qualità e la sostenibilità del servizio. Provate ad esempio a fare la semplice ingenua domanda: quanti medici lavorano in questa Azienda ospedaliera? Bene, non vi risponderà nessuno. L’Associazionismo umbro ha lanciato in queste settimane una forte iniziativa per democratizzare il servizio sanitario regionale toccato dai recenti scandali (“sanitopoli”) che hanno dimostrato l’esistenza di un uso “privato” (da parte dei partiti politici) del servizio sanitario pubblico, come di tutto il complesso mondo dei servizi pubblici.

Anna Rita Cosso segretaria Cittadinanzattiva Umbria

Anche in Umbria arrivano gli scandali nella sanità? Il ruolo dei cittadini (di Annarita Cosso)

Ebbene sì, avremmo preferito non doverne mai scrivere, ma i fatti degli ultimi giorni ci dicono che anche in Umbria è scoppiato un caso di “sanitopoli”, definizione mutuata dalla ben più celebre “tangentopoli” che sta ad indicare la diffusione, a cavallo fra politica e amministrazioni pubbliche, di un malcostume fatto di piaceri, di gestione piegata ad esigenze personali, di affari privati trattati dai posti di potere di qualunque livello e tipo essi siano.

Le indagini della magistratura sono in corso ed è presto per pronunciare giudizi, sia di colpevolezza che di assoluzione. Ciò che è chiaro, però, e che emerge dalle intercettazioni che sono state divulgate sulla stampa (e meno male che ci sono e che sono rese pubbliche senza violare alcuna legge!) è che esiste un sistema di gestione del potere che è più forte delle “fedi” politiche e che tradisce una cultura dello Stato e una concezione della politica che non sono quelle che ci piacciono.
Non è mia intenzione impartire lezioni e sviluppare approfondite analisi. Desidero solo, oggi, scrivere delle brevi note a margine della “sanitopoli” umbra e porre qualche interrogativo che chiama in causa tutti noi.

Cosa succede  quando i cittadini, la politica e la pubblica amministrazione scambiano i diritti per piaceri ? Una domanda che rappresenta un paradigma fondamentale nel rapporto fra Stato e società che ci riporta al senso e alla funzione della politica. Il potere, che si esprime attraverso le istituzioni democratiche e gli apparati che da queste dipendono, esiste per far funzionare la pubblica amministrazione e raggiungere gli obiettivi che soddisfino l’interesse della collettività oppure quelli di gruppi ristretti che vivono su un sistema parassitario di scambio di favori ? 

Le indagini sono in corso, ma già si è capito che, anche in questo caso, ci si muove in quel consueto terreno posto al confine tra lecito e illecito che è fatto dal voto di scambio, dal  clientelismo e dall’assuefazione o dall’inclinazione a scambiare le pubbliche funzioni con gli affari privati senza curarsi dei comportamenti e delle regole.
Su questo, non sulle responsabilità personali che dovranno essere accertate, qualche riflessione occorre pur farla. Grande è lo sconcerto che si è diffuso, vergognoso il contenuto delle intercettazioni rese pubbliche, brutta l’immagine che ne emerge e tanti gli ipocriti giudizi che si sentono in giro. Dobbiamo domandarci se tutto ciò riguarda solo amministratori e assessori oppure dobbiamo dire qualcosa di più.
Non credo di dire nulla di originale se denuncio l’esistenza di un mondo nel quale tanti cercano di risolvere i loro problemi affidandosi alle “conoscenze” giuste.

Sono in lista di attesa e voglio anticipare una visita? Parlo con Tizio, uomo politico, e in un batter d’occhio anticipo.
Mio figlio non ha lavoro? “Ma perché tu che conosci tanta gente non cerchi di imbucarlo da qualche parte?”
Ho un pezzo di terra e ci voglio costruire? Prendo la tessera e poi con la santa pazienza comincio a tampinare , a sollecitare, a far presente il problema a chi ha il potere di decidere.

Perché dobbiamo parlare chiaro ed andare oltre la denuncia dei soliti politici o degli eventuali corrotti e dei dispensatori di favori? Perché se è insopportabile che i politici ricerchino il voto di scambio, è anche insopportabile che tanti fra noi, cittadini onesti, si siano lasciati corrompere così profondamente da questo sistema, da non poter più dare tutte le colpe solo agli altri.
Una persona che gode di un’ ottima posizione nella sua vita professionale mi diceva : “Ho fatto la campagna elettorale per XXX. Ma dopo non mi ha  aiutato a far carriera. Alle prossime elezioni non mi chiamassero; perché se  mi chiamano, metto in chiaro prima di tutto che voglio un passaggio di grado!!!”

E’ vero, noi stiamo dalla parte dei cittadini, sempre, perché è evidente di chi è la colpa primaria  di tanta corruzione dei costumi.
Però, se un politico è bravo “perché ci pensa lui al mio problema”, allora dobbiamo essere anche noi a lanciare un grido d’allarme e aver chiara la posta in gioco e la distinzione tra interesse generale e particolare.

Sappiamo che la questione non è dire : tanto lo fanno tutti.
Bisogna dare ai cittadini gli strumenti per contare; bisogna avere la consapevolezza di valere noi cittadini, semplicemente per come siamo e non perché conosciamo il politico di turno, bisogna impegnarsi per far prevalere una cultura di rispetto delle regole e dei valori senza i quali uno Stato non può reggersi. E se occorre battersi per dare una soluzione collettiva a problemi che ci riguardano in tanti dobbiamo farlo e non girare la testa dall’altra parte rifugiandoci in comodi ruoli di spettatori distratti o, peggio, di opportunisti profittatori. Non dobbiamo nemmeno, e qui parlo al vasto mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva (della quale dovrebbero far parte anche le organizzazioni territoriali dei partiti se vale ancora il loro ruolo costituzionale) accontentarci di gestire il nostro piccolo pezzo di attività godendo anche noi della condiscendenza di chi tiene in mano il potere.

Dobbiamo essere noi la coscienza critica, attiva e vigile, che partecipa e controlla e che sempre lo fa alla luce del sole e di fronte ai cittadini. Perché la politica non è quella che fanno gli specialisti: deve essere anche quella che noi sappiamo praticare con la nostra presenza. 

Questa è a mio parere la vera rivoluzione civica, di cui dobbiamo avere il coraggio di parlare

Anna Rita Cosso Segretaria regionale Cittadinanzattiva dell’Umbria