Elezioni: la secessione degli italiani

La domanda è: cos’è accaduto alle elezioni domenica 4 marzo? Forse il termine più appropriato è secessione. Una gigantesca secessione di parti cospicue del corpo sociale dallo Stato e dalla classe dirigente riformista che si era assunta l’onere di guidare il Paese fuori dalla crisi che il berlusconismo non era stato in grado di affrontare.

Oltre il 55% degli italiani (senza contare gli astenuti) hanno scelto forze antisistema per esprimere una secessione da ogni progetto politico che avesse al suo centro l’Europa, i diritti civili, il rigore finanziario, la cultura, la difesa del patrimonio artistico e ambientale e l’inclusione sociale. Di fronte alla scelta tra futuro e rabbia/paura la maggioranza degli italiani ha scelto questa seconda via che però Lega, FdI e M5S declinano in maniera diversa.
Ci sono due secessioni: quella del nord e quella del sud che vanno lette con lenti diverse.

Quella del sud va interpretata confrontando Pil e distribuzione del voto. Nel sud più è basso il primo più i voti si orientano in direzione dei 5S: la secessione qui dunque affonda le sue radici nel progressivo approfondirsi della “questione meridionale” che né i governi locali di centro sinistra, né i governi nazionali di Renzi e di Gentiloni hanno saputo affrontare facendone uno dei problemi centrali della ripresa economica. Ciò non significa che in questi territori non sia accaduto nulla, perché molte zone del Meridione si sono agganciate alla ripresa e stanno crescendo anche se non come il resto dell’Italia. Ma la ricaduta sociale è stata inferiore e poco percepita perché si è scontrata con tare storiche del sud, la prima delle quali è costituita da un’amministrazione pubblica inefficiente, combinata con una classe politica totalmente inadeguata: clientelismo e cacicchi (basta guardare Emiliano per capirlo) in sintesi che hanno allargato il solco che separa le due Italie. Una che sta nell’Europa che cresce, dalla Toscana alla Danimarca; l’altra che sta con quella arretrata, dalla Sicilia alla Grecia, ai Balcani, all’est europeo. Come in altre circostanze della storia italiana recente il sud rabbioso che si sente emarginato e costretto in una condizione sempre più periferica sceglie un intreccio tra ribellismo antistatalista, aspettative assistenzialiste, finte rivoluzioni fideistiche, conservatorismo antiriformista per incanalare la propria protesta: basta ricordarsi Lauro, fino ai sindaci “arancione” o il movimento dei forconi.

Oggi è l’ora del populismo del M5S che ha promesso mari e monti e soprattutto quel reddito garantito che ha convinto molti. Ma soprattutto è stato scelto perché tutti sanno che lascerà che le vecchie pratiche clientelari, la distribuzione di risorse assistenziali, l’evasione delle tasse locali, il nero nelle attività economiche rimarranno fonte di reddito supplementare. E’ una secessione che va a destra contro la quale il messaggio europeista e riformista del Pd, raccontato da classi politiche locali screditate e divise, non ha avuto nessuna possibilità di essere recepito. Neanche evocare la vecchia ricetta socialdemocratica però ha avuto successo, come testimonia l’eclisse di D’Alema. Come è ovvio questa scelta non risolverà nessuno dei problemi del Mezzogiorno, ma intanto ha consentito di mettere da parte programmi ritenuti minacciosi – i controlli fiscali, la lotta contro l’abusivismo “di necessità”- a favore del ritorno della spesa pubblica erogata a difesa dei redditi, piuttosto che per progetti di sviluppo a lunga durata. In sintesi bisogna ripensare al Sud come si fece negli anni 60, o alla fine del secolo scorso: in grande e con una visione strategica.

La marginalità dei 5S al nord è la conferma che il populismo assistenzialista e statalista si ferma “a Eboli” potremmo dire. Al nord trionfano invece gli imprenditori della paura non della rabbia raccogliendo il consenso dei ceti medi in declino a cui l’Europa non ha saputo dare risposte convincenti sul bisogno di sicurezza e per un’integrazione degli immigrati governata dai poteri pubblici. La Lega di Salvini sta con l’Europa di Visegrad, sovranista ed euroscettica, che sta vincendo in molte altre parti d’Europa e nei confronti della quale la sinistra riformista è poco competitiva. Almeno fino a quando l’Europa non sarà in grado di uscire dalle secche dell’asfissia rigorista e lanciare un grande piano di sviluppo espansivo e socialmente sostenibile.

Questa è la partita che sta di fronte alla discussione interna nel Pd, che resta comunque una forza del 20%, tra le più forti d’Europa: non una rotta dunque, ma un grave battuta d’arresto che impone un salto di qualità profondo della sua proposta politica. Certo che se tutto si riduce a discutere se appoggiare un governo 5S, vuol dire che la crisi del Pd non si risolverà.

Alberto De Bernardi

Populismo e nazionalismo o politica e democrazia?

Bella situazione. Sempre più populismo e nazionalismo entrano in rotta di collisione con la politica e la democrazia. Dopo la Brexit, l’elezione di Trump e poi la Le Pen che si prepara a diventare Presidente della Repubblica francese con in programma l’uscita dalla Ue e dalla Nato. In ogni paese europeo movimenti o governi ostili che vedono l’Unione europea come un odioso limite alla loro sovranità. Ognuno che vuole andare per la sua strada.Europa egoismi nazionali Da noi Grillo e Salvini puntano sul referendum anti euro per farsi dire un bel NO dal popolo inviperito e inconsapevole delle conseguenze come se inondare l’Italia di una nuova lira senza valore potesse essere una risposta praticabile. Manco fossimo la Cina! Il popolo che i populisti immaginano immediatamente capace di scelte complesse, ma popolo “naturalmente” ignorante perché composto da una miriade di punti di vista particolari la somma dei quali non può comporre una scelta generale. Questa può venire solo dalla politica e dalla democrazia che hanno bisogno di sedi nelle quali l’opinione si possa filtrare, educare, formare, mediare, riconducendo la molteplicità a poche scelte di valore generale.

Sarebbe la funzione dei partiti, ma questi sono ridotti al lumicino per l’incapacità di fare pulizia al loro interno e per quella di rinnovarsi trasformandosi in strumenti di formazione dell’opinione nell’epoca di internet. Proprio quest’ultima li ha invece messi nell’angolo mettendo a disposizione di tutti un’enorme mole di informazioni e l’illusione di poterle facilmente interpretare. Se nel passato “lo ha detto la televisione” conferiva a qualunque messaggio il crisma dell’indiscutibilità oggi accade che lo si dica per la rete con l’aggravante che la televisione è sempre stata sotto il controllo di organismi pubblici o privati accreditati, mentre la rete è nelle mani di chiunque riesca a farsi ascoltare (e magari lo si ascolta proprio per l’assurdità di ciò che sostiene). Ulteriore aggravante è che internet manipolazionela rete si presta alla manipolazione del pensiero e del consenso perché permette un controllo centralizzato nelle mani di piccoli gruppi. È il caso del M5S, secondo partito nazionale gestito dai server di una piccola società privata di comunicazione e dal blog di Beppe Grillo. Niente congressi, niente primarie, giusto un po’ di gruppi locali liberi di discutere fino a che non vengono toccati i temi rilevanti che spettano solo al Capo e al suo staff.

È una trasformazione della formazione del consenso che si accompagna e si completa con un rapporto tra leader e popolo sempre più esclusivo senza nulla che si frapponga nel mezzo. Iniziato come leaderismo molti anni fa oggi populismo è sicuramente la definizione giusta. Dai nuovi movimenti viene però soprattutto una spinta nazionalista contraria ad ogni tipo di organismo sovranazionale. La somma dell’uno e dell’altro ricorda tanto ciò che accadde in Europa a cavallo delle due guerre mondiali. L’impressione è che un ciclo storico iniziato con il secondo dopoguerra si stia fermando e stia invertendo la sua direzione. Fare qualcosa per bloccare questo sviluppo non può consistere nell’invocazione dei “sacri ideali” dell’internazionalismo e dell’europeismo. partito e antipartitoPer troppi anni questi sono stati utilizzati per avocare ogni scelta alle élite politiche e tecnocratiche che hanno fatto gli interessi dei grandi organismi finanziari e imprenditoriali nonché di un ceto ristretto di privilegiati del potere e non certo dei ceti medi e bassi della società. Gli ideali adesso devono essere messi sulle gambe della concretezza e dell’utilità. Bisogna cioè dimostrare che scegliere l’unione invece della divisione conviene e bisogna dimostrare che anche le élite sono chiamate a pagare i conti della crisi.

Altrimenti la tentazione sarà quella di rinchiudersi dentro i propri confini e siccome ciò non porterà i benefici attesi il passo successivo sarà l’inasprimento delle tensioni tra gli stati. Nemmeno Trump potrà realizzare i miracoli promessi in campagna elettorale e, passato il primo periodo, probabilmente dovrà fare i conti con la realtà che l’interdipendenza tra le economie non si può piegare più agli interessi di una sola potenza. D’altra parte non ci si è riusciti nel passato quando la guerra era uno strumento ordinario di risoluzione delle controversie internazionali e non c’era alcuno scrupolo a ricorrervi, figuriamoci se ci si può riuscire adesso con il mondo pieno di armi atomiche.

Claudio Lombardi

Il PPE nel suo labirinto e la svolta in Europa (di Salvatore Sinagra)

identità destra in crisiForza Italia farà una campagna elettorale per le elezioni europee fortemente antitedesca. E’ chiarissimo che la destra italiana fa una grande fatica a trovare una sua identità, fa fatica non solo ad affrancarsi da Berlusconi che presto o tardi dovrà lasciare la leadership, fa fatica a collocarsi nella destra europea.  E’ assai significativo che una buona fetta della destra italiana ha fatto il tifo per François Hollande alle presidenziali francesi del 2012, ed è assai significativo che in Italia la maggior parte (e le più volgari) delle critiche al capo del governo tedesco arrivino da destra.

In fondo Angela Merkel  negli ultimi anni ha portato avanti tutte le politiche tipiche di un moderno partito liberale, liberista e conservatore: ha cercato di ridurre le tasse sulle attività produttive e di rendere la Germania sempre più business friendly, mantenendo il livello di welfare necessario per  continuare ad avere la coesione sociale, ha rifiutato ogni tipo di politica Keynesiana. La “cancelliera” crede fermamente che il miglior modo per aiutare il popolo sia aiutare le imprese; ha ereditato una Germania fortemente orientata alla produttività a  seguito delle riforme varate dal socialdemocratico Schroder e si è ostinata a difendere gli interventi di politica economica del suo predecessore, anche negli aspetti che hanno dimostrato di produrre cattivi incentivi e che ora, anche la stessa sinistra che li ha introdotti, vuole abolire.

Berlusconi prometterà nei prossimi  15 giorni che fermerà i lanzichenecchi della Merkel al Brennero, e forse i conservatori tedeschi e di altri paesi europei prometteranno di proteggere i loro elettori dai clown come Berlusconi (per usare le parole di un socialdemocratico tedesco), eppure sia Forza Italia che la CDU appartengono al partito popolare; quindi la crisi di identità non è oggi solo un problema della destra italiana, che senza Berlusconi negli ultimi 20 anni non sarebbe andata oltre i voti dell’ex MSI, ma è un problema di tutta la destra Europea.

programma PPENel programma, per la verità assai vago, con cui si presentano alle europee 2014, i popolari rivendicano il titolo di partito in assoluto più europeista ed affermano che la casa comune europea oggi non ci sarebbe senza l’impegno di tanti leader democristiani e popolari del dopoguerra; nessuno nega che i popolari  Adenaur e  De Gasperi sulle questioni europee furono spesso più progressisti dei socialisti, tuttavia oggi il Partito Popolare Europeo non è più quello delle origini, è un partito eterogeneo, che raccoglie anche euroscettici e addirittura qualche discutibile figura che molti esponenti della prima democrazia cristiana non avrebbero esitato a definire di estrema destra.

Il PPE ha cambiato pelle a seguito degli allargamenti che sono avvenuti a partire degli anni novanta: prima ha accolto i gollisti francesi, poi Forza Italia quando già l’immagine di Berlusconi in Europa era fortemente deteriorata, nel nuovo millennio ha assorbito il gruppo conservatore, ovvero quello dei tories di Margareth Thatcher e David Cameron, infine dopo la fusione tra Alleanza Nazionale e Forza Italia molti postfascisti sono entrati nel PPE.

Negli anni il PPE è quindi diventato un partito pigliatutto, all’inizio della legislatura 2009 si era accaparrato tutte le presidenze delle istituzioni europee (Commissione Europea, Parlamento, Eurogruppo e Consiglio), tuttavia il prezzo di queste politiche è stato la rovinosa perdita di coesione interna.  Per la verità a Bruxelles non esistono ancora veri partiti, ma solo blande confederazioni, tuttavia il PPE sembra oggi rappresentare il raggruppamento in assoluto più affetto da insanabili contraddizioni.

composizione PPEI popolari che ancora credono nei valori delle origini a lungo si sono domandati come si potesse continuare a convivere con un leader euroscettico come David Cameron e con un impresentabile come Berlusconi, alla fine non sono stati i popolari a cacciare le pecore nere, ma se ne sono andati via i conservatori britannici, sbattendo la porta e formando un nuovo partito a destra del PPE.

Alle prossime europee il candidato Popolare Juncker sarà sostenuto dalla Merkel e da altri alfieri del rigore, da Berlusconi che dice che bisogna sforare il tetto del 3%, da tutti i francesi dell’UMP compresi quelli che fanno una campagna elettorale che a tratti si confonde con quella del Fronte Nazionale e dal partito del premier ungherese Orban  che ha instaurato un regime autoritario nel cuore dell’Europa e non ha esitato ad etichettare le signora Merkel come nazista.

Da decenni l’UE va avanti con l’accordo tra liberali, popolari e socialisti, eppure oggi una parte sicuramente minoritaria ma comunque rilevante del PPE è inaffidabile. Cosa succederà dopo le elezioni europee? I popolari cercheranno di fare il pieno di voti imponendo il loro candidato alla presidenza, subito dopo faranno finta di non conoscere Orban e Berlusconi, oppure li espelleranno. Anche se i popolari e le forze alla loro destra riuscissero ad avere la maggioranza al Parlamento Europeo ci sarà bisogno di un nuovo accordo con i liberali e i socialisti per mettere fuori gioco i populisti che, stavolta, si nascondono anche dentro il PPE.

crisi EuropaI liberali ed i socialisti dovrebbero allora  provare a rimescolare le carte, magari facendo un accordo solo con alcune componenti del PPE ed aprendo ai verdi, oggi sicuramente più europeisti dei popolari e magari ad alcune istanze della sinistra radicale, se questa strada fosse impossibile sarebbe doveroso pretendere un patto di coalizione e che nessun commissario europeo sia espressione di partiti autoritari.

Soprattutto bisognerà riprendere la strada della politica mettendo da parte accordi e manovre che non portino ad una svolta nelle politiche europee. Determinante sarà dunque il voto degli elettori dal quale uscirà l’indicazione del prossimo presidente della Commissione europea. Per la prima volta un voto democratico sarà la base per tracciare gli indirizzi politici delle istituzioni europee. Un’occasione da non sprecare

Salvatore Sinagra