Il mistero del M5S

Un mistero aleggia sull’Italia, quello del M5S. Cosa è veramente questa formazione politica? Chi ne possiede le chiavi? Quante facce ha? C’è quella pubblica fatta del consenso di milioni di persone; c’è quella più ristretta basata sul collegamento in rete di 100 mila (o più?) militanti digitali; c’è quella dei gruppi locali che si incontrano fisicamente, ma che non sono inseriti in un’organizzazione di tipo tradizionale e, quindi, non discende da loro la legittimazione democratica degli incarichi e delle decisioni politiche. D’altra parte è finita pochi mesi l’era del Non statuto che stabiliva la natura proprietaria del M5S, marchio registrato di proprietà di Beppe Grillo. Figuriamoci cosa potevano contare i militanti…

Il M5S fin dall’inizio è stato la sua rete. I suoi capi, Grillo e Casaleggio, hanno teorizzato ed esaltato una democrazia diretta che si realizza su internet. Hanno teorizzato, cioè, l’immediatezza che chiude il circuito informazione – formazione di un’opinione – espressione di un voto, che inizia e finisce davanti allo schermo di un computer. Se questa è stata l’idea di base ovvio che diventasse centrale il ruolo della struttura che gestisce la rete e che, ovviamente, la controlla. Diversi scandali e, da ultimo, quello che ha coinvolto Facebook e Cambridge Analytica hanno mostrato l’estrema facilità di falsificare le informazioni, di impossessarsi dei dati e di manipolarli. Il ruolo di chi gestisce i server è quindi decisivo perché la realtà su internet non esiste di per sé, ma va sempre preparata e poi mostrata e può, quindi, anche essere inventata.

Per anni Grillo nei suoi spettacoli-comizi ha preparato il terreno per il suo movimento sbeffeggiando, denigrando e minando le verità ufficiali. Per ogni cosa lui dimostrava che bastava fare una ricerca in rete e si scopriva la verità alternativa non condizionata dagli interessi economici. Il M5S così è nato ed è cresciuto: una guida illuminata che rivelava al popolo ciò che le élite volevano tenergli nascosto per poterlo sfruttare meglio.

Le condizioni perché funzionasse questo schema erano che la Guida non dipendesse da nessuno, che avesse l’ultima parola su ogni scelta del Movimento che doveva appartenergli perché lui lo garantisse dagli attacchi esterni, che disponesse della struttura tecnica di controllo per gestire il tutto. In nome della democrazia diretta futura veniva nel presente rifiutata la vecchia politica e tutte le pratiche, le regole, i metodi che le appartenevano. Rifiuto che si estendeva alle istituzioni e alla democrazia rappresentativa giudicate come pure illusioni ed ipocrisie.

Gli undici milioni di voti presi dal M5S alle ultime elezioni non smentiscono questo impianto di base e nemmeno l’allontanamento di Beppe Grillo modifica nulla dello schema originario. Il M5S continua a basarsi su un ordinamento interno che assegna tutto il potere a vertici ristretti, sia ufficiali che oscurati, ma entrambi sostanzialmente non legittimati con metodo democratico. È l’unico partito dotato di un Capo politico che decide la linea e dal quale discendono tutte le cariche rilevanti a partire dai capigruppo di Camera e Senato. Una struttura autoritaria che non rientrerebbe nella regola di cui all’art. 49 della Costituzione che richiede ai partiti un ordinamento interno democratico.

Tuttavia nemmeno il Capo politico rappresenta l’ultima istanza del potere all’interno del M5S. Esiste una struttura alla quale questo è intimamente legato che è ancora più incontrollabile e inaccessibile: l’Associazione Rousseau. Il nuovo statuto del M5S approvato poco prima delle elezioni stabilisce all’articolo 1 che “Gli strumenti informatici attraverso i quali l’associazione M5s si propone di organizzare le modalità telematiche di consultazione dei propri iscritti… saranno quelli di cui alla cd. ‘Piattaforma Rousseau’”. Alla quale, inoltre, tutti gli eletti in Parlamento dovranno obbligatoriamente versare un contributo mensile.

Una strana associazione con soli quattro iscritti e nella quale uno, Davide Casaleggio, assomma tutte le cariche di responsabilità. In pratica un’associazione che somiglia ad una società privata alla quale il primo partito italiano è legato giuridicamente, economicamente e tecnologicamente senza alcun potere di controllare il suo operato. Un legame che si può modificare soltanto cambiando lo Statuto, ma per farlo servono una procedura complicatissima e una maggioranza irraggiungibile. E in ogni caso “la verifica dell’abilitazione al voto e il conteggio dei voti – dice lo Statuto – sono effettuati in via automatica dal sistema informatico della Piattaforma Rousseau”. Capito?

La logica dice che questa costruzione complessa ha un solo significato: il M5S è un partito controllato da una struttura aziendale esterna priva di qualsivoglia legittimazione democratica. Perché? Per fare soldi? Grazie al contributo mensile già citato nelle casse dell’Associazione Rousseau arriveranno oltre 100 mila euro al mese, più di 1,2 milioni l’anno. Inoltre ci saranno le donazioni dei volontari. Tutti soldi che verranno gestiti come in una qualunque azienda privata cioè autonomamente senza alcun tipo di controllo. Pochi per essere questo l’obiettivo finale della costituzione di un movimento politico. A meno che non si preveda che le attività di Casaleggio e dell’Associazione non possano espandersi proprio grazie al potere conquistato dal M5S per provare a realizzare le visioni del suo fondatore e del suo erede.

D’altra parte, come scrivono tre ricercatori nel volume “M5s – Come cambia il partito di Grillo” (il Mulino) curato da Piergiorgio Corbetta: “La piattaforma Rousseau offre più che altro una vetrina per le iniziative legislative dei parlamentari pentastellati, a cui segue un disordinato elenco di commenti generalmente di bassa qualità e largamente ignoranti. Il risultato è che il contributo degli iscritti all’attività parlamentare tramite la piattaforma online è prossimo allo zero”. Anche la votazione online dei candidati attraverso le varie comunarie, parlamentarie ecc., si deve scontrare con i poteri del vertice di ripulire le liste a monte e a valle della selezione, oltre alla facoltà di indicare direttamente i candidati come è avvenuto per tutti i collegi dell’uninominale. Non sembrano queste le premesse per il trionfo della democrazia diretta digitale di cui fantastica Casaleggio.

Gli italiani delusi dai partiti tradizionali hanno dato la maggioranza relativa dei voti a questa strana creatura. Sicuramente gli italiani non hanno capito che questo è il M5S e, se lo hanno capito, non gliene importa un bel nulla perché ciò che conta per molti di quelli che votano 5 stelle è riconoscersi in qualcuno che esprime la rabbia e la indirizza verso un nemico da battere. Non sarebbe certo la prima volta che una folla chiede ai suoi capi di indicargli un nemico contro cui scagliarsi.

Il mistero del M5S non è un mistero, ma un progetto fortunato che nemmeno i suoi ideatori pensavano di realizzare. Ora visibilmente non sanno dove andare. Di Maio manda messaggi a sinistra e poi a destra alla ricerca di una sponda. Ha proclamato che la terza Repubblica sarà quella dei cittadini, ma non è in grado di dire altro perché nelle società complesse la politica è messa di fronte a scelte complicate che l’appello ai cittadini non semplifica. D’altra parte la prima battaglia del M5S in questa legislatura è di nuovo quella dei vitalizi e dei costi della politica. Che li tagliassero così si vedrà meglio che non sanno che fare del loro potere. Sanno che lo vogliono e per questo si impossessano di tutte le poltrone disponibili, ma non sanno per fare che. Finiranno gestiti da un soggetto forte della politica che si legherà a loro per usarli

Claudio Lombardi

La crisi della politica

Nell’analisi e nel tentativo di capire il perché del non voto è necessario evitare provincialismi ed analisi italocentriche, semplificando ed addossando la responsabilità soltanto sulla Politica italiana, sullo Stato italiano, sui Partiti e sui Sindacati italiani. E non perché Politica, Stato, Partiti e Sindacati debbano essere assolti. Anzi.

Ma perché, negli ultimi 30 anni, il fenomeno del loro distacco dai cittadini ed il lento assurgere di fenomeni di astensione, di disillusione ed ancor peggio di movimenti populisti, è comune a tutto il mondo occidentale ed ha cause sistemiche e strutturali ben più profonde dell’incapacità dimostrata di recente dai soggetti che dalla fine della seconda guerra mondiale e fino agli anni 80 hanno invece dominato incontrastati nella società.

Soggetti a cui in quel lungo periodo trentennale i cittadini si rivolgevano fiduciosi perché riuscivano a risolvere molti loro problemi (sia individualmente sia attraverso la costruzione di un inclusivo sistema di welfare in tutta Europa).

In sostanza e semplificando al massimo, fino ad un certo periodo della storia dell’Occidente la “storia” veniva fatta dentro i confini degli stati nazionali sia dal punto di vista economico che dal punto di vista politico. Globale era semmai la difesa anche se divisa in 2 grandi blocchi.

globalizzazioneQuesto in pratica significava che il cittadino italiano, francese, inglese o americano si poteva rivolgere ai poteri nazionali, ai politici o agli imprenditori, e questi avevano al tempo tutti gli strumenti per risolvere i problemi che venivano loro posti.

La Politica era perciò avvertita come una cosa utile, che sapeva e soprattutto poteva affrontare i problemi. E così, di fronte alle richieste dei sindacati, gli imprenditori avevano ancora l’autonomia di dire si o no.

E quando la politica o gli imprenditori dicevano no ci si organizzava, si lottava, si provava a cambiare i rapporti di forza e si sapeva che in quel Palazzo della Politica o in quella palazzina della Direzione aziendale c’erano tutti gli strumenti per decidere. E spesso si trovavano compromessi dignitosi.

Da qui, oggi nascono quei rimpianti di un periodo dominato da grandi figure, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro, i Di Vittorio e poi gli Agnelli, i Lama, i Carniti, i Trentin, i Benvenuto, i Berlinguer. Ma quel periodo non tornerà più. Facciamocene una ragione. Oggi quel quadro è completamente sottosopra.

Ci sono la Politica, lo Stato, gli Imprenditori, i Partiti, ma i cittadini in Italia, in Francia, in Inghilterra, negli Usa avvertono che quei soggetti non hanno più la possibilità di decidere della loro vita e hanno perso gli strumenti per risolvere i loro problemi.

mercato e politicaE questo perché 30 anni di globalizzazione (cosa in se positiva) e 30 anni di liberismo (cosa negativa) hanno trasferito i poteri economici in territori transnazionali, i poteri sono diventati extraterritoriali e la vecchia politica si trova spiazzata e disarmata.

Ed in questi anni il Politico di fronte alle domande pressanti dei cittadini è stato costretto a considerare solo 2 possibilità, alzare le braccia al cielo e riconoscere di non poter far nulla (atteggiamento sincero ma destrutturante per la Politica) oppure raccontare menzogne, fare promesse mirabolanti che si sapeva non poter mantenere. E giocandosi spesso la “carta distraente” della sicurezza.

E naturalmente queste due possibilità venivano declinate secondo le inclinazioni dei popoli e da noi il secondo atteggiamento è stato straordinariamente interpretato da Berlusconi.

La politica quindi appare sempre più lontana dalla gente non perché ci sono i ladri ed i corrotti (in altre epoche quando la politica poteva risolvere sarebbero stati solo un problema di codice penale), non perché c’è una casta insaziabile (che sicuramente c’è anche se io non generalizzerei), la politica appare lontana perché non decide più nulla ed a decidere sono i “mercati”, entità indistinte che decidendo di comprare o meno i titoli emessi da questo o quello Stato possono mettere in ginocchio un paese intero.

politica e antipoliticaNaturalmente il cittadino normale che non è obbligato a studiare i testi di sociologi, economisti e scienziati della politica e tanto meno di filosofi barbosi, se la prende con chi ha più vicino, il politico locale ed in generale la Politica, rifiutandogli la fiducia ed astenendosi o votando per movimenti populisti come Grillo e la Lega.

Quindi lo sganciamento della gestione della nostra vita dagli strumenti politici locali e nazionali sta provocando il disastro dell’antipolitica.

E questo è stato possibile perché in questi ultimi 30 anni ha trionfato quella ideologia, quel pensiero unico dominante che, come un mantra, ci ha convinti che i problemi non sono mai sistemici ma si risolvono a livello biografico, quella ideologia che ci ha convinti che basta l’impegno personale al di fuori di ogni solidarietà di gruppo per affrontare la vita, quell’ideologia che considera la valorizzazione dell’individuo non nel suo rapporto con l’altro, il diverso da se ma solo nel suo essere avulso dall’altro visto solo come un competitore se non addirittura un pericolo (i talk show o i talent come Amici, diffusi in tutto il mondo, sono stati e sono i diffusori di massa di questo pensiero unico dominante).
E paradossalmente il rifugio nelle comunità locali chiuse (tipo Lega), nei fondamentalismi religiosi è l’altra faccia di questa globalizzazione dei mercati.

Guai per l’onnipotenza dei mercati se i cittadini del mondo occidentale capissero che al mercato globale bisogna contrapporre una Politica globale.

E allora la distruzione della Politica è propedeutica ad impedire che qualcuno possa illuminare i cittadini su questa grande verità, possa togliere il velo che ci impedisce di vedere dove stanno i poteri veri e quindi, togliendo quel velo, far si che la Politica si sposti a quel livello.

Se la politica viene delegittimata (magari con l’aiuto della Politica stessa che continua a ballare mentre il Titanic affonda) i “mercati” festeggiano, perché il loro potere rimane intatto ed unico.

Ed è per questo che gli organi di stampa posseduti dai mercati (il Corriere in Italia per esempio) hanno alimentato l’antipolitica, facendo anche gli apprendisti stregoni per Grillo ed oggi per Salvini.

Enzo Puro tratto da http://manrico.social/blog

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

L’ideologia dell’antipartito. Intervista a Salvatore Lupo

Pubblichiamo stralci di un’intervista di Simonetta Fiori a Salvatore Lupo

«L’antipartito? Non è la soluzione ma il problema. Sono convinto che molte tendenze degenerative non siano state conseguenza di “un eccesso di partito”, ma al contrario della presa sempre più debole dei partiti sulla società italiana»

partito e antipartito“Un’ideologia” – l’antipartito – che sin dal fascismo si estende prepotentemente nel sottofondo della storia nazionale, fino a esplodere nel 1993 con la retorica della nuova politica contrapposta alla vecchia – vedi Lega o Forza Italia – ora ripresa quasi in fotocopia dal Movimento 5 Stelle. Un fiume sotterraneo che invade luoghi inaspettati, come la destra eversiva e la P2, le mafie e la nuova camorra organizzata, ma anche – su un versante opposto – il movimento del Sessantotto e più di recente il «partito dei giudici». Con conseguenze talvolta simili, nell’arco degli ultimi vent’anni, «perché i propugnatori del cambiamento hanno dimostrato analoghi se non maggiori difetti della tanto detestata partitocrazia: partiti personali o neopartiti che – sventolando il vessillo della novità e della società civile – sono stati assai meno incisivi dei partiti tradizionali».

Nostalgia per i vecchi partiti? « No, nessuna nostalgia. Però dobbiamo levarci gli occhiali con cui negli ultimi vent’anni abbiamo guardato la storia repubblicana. Non solo nei primi decenni le forze politiche furono in grado di rappresentare davvero l’Italia reale, ma anche negli anni Settanta – a dispetto delle tesi storiografiche prevalenti – fecero cose fondamentali come la riforma delle pensioni, della sanità, della psichiatria, il nuovo diritto di famiglia, e molto altro ancora. E aggiungo: non è forse un caso che tra le rovine fumanti dell’attuale scena pubblica il massimo leader morale, il presidente della Repubblica, sia figlio di quella storia, una personalità cresciuta nel “partito più partito” di tutti».

grillo vaffaLei rintraccia un’analogia con i 5 Stelle. «Grillo porta all’esasperazione i toni dell’antipartito, riprendendo la retorica dei neopartiti: i partiti tradizionali fanno schifo, noi siamo un’altra cosa. Pretende di incarnare il nuovo e ripete slogan coniati dai manifestanti di vent’anni fa. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano”, è un’espressione usata dai militanti neofascisti davanti a Montecitorio nel 1993. E poi ritorna la mistica della società civile, una formula fin troppo abusata nell’ultimo ventennio»….Questi movimenti non ammettono di essere una parte tra le altre, appunto “partiti”, ma si pensano come totalità. Noi siamo la società civile – e dunque l’insieme delle persone perbene – voi no. Ora questo procedimento diventa inquietante quando coinvolge la magistratura, che è un potere dello Stato, e dunque non dovrebbe per principio prendere parte».

Di solito l’origine dell’antipartito viene collocata nel movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, tra il 1944 e il 1946. Lei risale ancora più indietro, a Giuseppe Bottai. «Bottai fu il primo a cogliere dentro lo stesso fascismo la dinamica tra antipartito e iperpartito: prima la diffidenza verso il Pnf, sospettato di riprodurre il vecchio mondo prefascista delle parti, poi la sopravvalutazione di quel partito unico che si identifica con lo Stato, ed è qui la nascita del regime.

Questa doppia pulsione la ritroveremo in età repubblicana, specie a destra, con la liquidazione dei partiti come principale ostacolo nel rapporto tra popolo e sovranità».

Tra i più tipici rappresentanti dell’antipartito, negli anni Cinquanta, lei include personalità diverse come Indro Montanelli ed Edoardo Sogno: tutti artefici in vario modo di oscure trame anticomuniste. «Sì, sospettavano che gli scrupoli legalitari della Dc – che si rifiutava di mettere fuori legge i comunisti – dipendessero da solidarietà partitocratiche. E il loro arcinemico era l’iperpartito per eccellenza, il Pci. Non è un caso che l’antipartito fosse diffuso soprattutto nelle correnti culturali e politiche della destra».

Può sorprendere che in questa genealogia dell’antipartito lei arruoli anche la P2, la loggia massonica di Gelli.

«Senza però sposare tesi complottiste. Non penso infatti che la P2 sia stata la centrale dello stragismo, piuttosto un importante campo di comunicazione tra membri dell’establishment. La loggia massonica si proponeva come un pezzo importante della destra che non riusciva a farsi partito.

Se si va a rileggere i documenti della P2, colpisce il tono critico al “professionismo politico corruttore”, “incapace di esprimere gli interessi della società“».loggia P2

Lei sostiene che lo stesso Grillo, pur totalmente estraneo alla loggia, sia consapevole della curiosa parentela. «È stato lui a dichiarare: “Vedete, io ho messo su una piccola P2 sobria e trasparente. La piduina degli aggrillati”. La sua è una provocazione, ma mostra di saper bene che la loggia massonica fu una forma di antipartito».

Continuando in questa storia nera, tra le forme di antipartito lei inserisce anche la mafia e le Brigate Rosse.

«Sì. Per la mafia occorre una distinzione: fino a un certo punto rappresentò una struttura di servizio per la macchina politica, poi si mise in proprio per una drammatica scalata al potere in concorrenza con i partiti».

Ma sarebbe sbagliato liquidare l’antipartito come pulsione storicamente antidemocratica.

«Sbagliato sì, anche perché è esistito un antipartito di tutt’altro segno, di radice azionista o liberaldemocratica. Ed era antipartito anche il Sessantotto. Quel che però viene fuori è che la retorica antipartititica è vecchia quanto è vecchio il Novecento, seppure più robustamente fondata negli anni Novanta del secolo scorso. E il fatto che oggi Grillo ripeta slogan del ’93 rivela il carattere fumoso e inconcludente di queste formule.

L’antipartito non ha mai portato da nessuna parte. E più che distruggere i partiti, dovremmo oggi preoccuparci di rifondarli daccapo».

Il testo integrale dell’intervista su Repubblica del 26 aprile 2013

Dalle primarie alla grande riforma della politica (di Claudio Lombardi)

Il confronto che si è svolto ieri sera in TV fra i cinque candidati a rappresentare il centro sinistra alle prossime elezioni ha suscitato un grande interesse e non pochi entusiasmi (incluso quello di chi scrive).

Cosa vuol dire ciò? Siamo concreti. Non ci sono bacchette magiche e non basta l’iniziativa delle primarie a cancellare azioni inaccettabili ed errori di linea politica che hanno segnato il percorso del centro sinistra da ormai lunghi anni. Nessuno si illude che le persone che abbiamo ascoltato ieri sera escano da un mondo nuovo o provengano da un altro pianeta e possano proclamarsi al di sopra di ogni responsabilità per la situazione in cui versa l’Italia oggi.

Se questi fossero i requisiti per formare la nuova classe dirigente non avremmo altra possibilità che escludere del tutto chiunque si sia presentato sulla scena politica negli ultimi trenta anni. Ci sono gruppi che lo propongono, come il M5S e, probabilmente, avranno molti voti alle prossime elezioni. Sicuramente, però, molti cittadini voteranno altre formazioni politiche e, fra queste, il centro sinistra è accreditato della maggioranza relativa dei voti. Poichè in democrazia nessuno, al di sopra del corpo elettorale (e salvo il potere della magistratura di perseguire i reati) è autorizzato a dire “tu sì, tu no” con la realtà sarà bene fare i conti.

Detto questo le primarie del centro sinistra possono essere una innovazione importante nella politica italiana. Una e non la sola, ovviamente. Non si può sottovalutare che uno schieramento politico che non ha padroni si presenti agli elettori prima del voto per decidere chi sarà il suo massimo rappresentante alle prossime elezioni. È vero che le precedenti primarie, tutte in ambito centro sinistra, apparivano a risultato predeterminato, ma, comunque, ci sono state (in pieno impero berlusconiano torbido e corrotto come poi si è visto), ma questa volta la competizione è reale e i cittadini saranno chiamati a scegliere un candidato alla Presidenza del Consiglio e un programma.

È poco tutto ciò? No, non lo è, soprattutto se si pensa cosa offre il resto del mondo politico. Compresa “l’antipolitica” del M5S di Grillo che sta dando di sé l’immagine di un movimento con caratteristiche autoritarie e settarie che fa torto alla passione civile dalla quale ha preso origine. Del Pdl è inutile parlare tanto è squallido ciò che questa gente sta mostrando di sé appesa ai capricci, ai soldi e ai processi penali di un padrone – Berlusconi – che è una vergogna per l’Italia.

Alcune osservazioni sono, però, necessarie.

La prima è che il modello delle primarie va oltre la discussione sulla legge elettorale perché implica un sistema nel quale si presentino pochi schieramenti con un leader predeterminato. Il logico corollario di questo modello non può che essere il sistema uninominale a doppio turno alla francese e, magari, anche l’elezione diretta del premier. Lasciando perdere quest’ultima, però, il doppio turno uninominale è perfettamente fattibile fin dalla prossima legislatura.

La seconda osservazione riguarda il sistema dei partiti. Le primarie non possono coesistere con un mercanteggiamento dei posti di governo e sottogoverno né con lo stravolgimento del programma votato dai cittadini. La forza delle primarie sta nell’uscire dalle stanze dei palazzi della politica e nel presentarsi al giudizio di tutti. Una volta ottenuto il consenso diventa molto più difficile mettersi a trafficare con i giochi di potere perché i cittadini continueranno ad osservare e a giudicare.

Ed ecco la terza riflessione. Le primarie sollecitano una partecipazione alla politica che non si identifica con i gruppi dirigenti e gli apparati dei partiti. E nemmeno con le loro organizzazioni territoriali. Una volta aperta la porta della politica ci devono entrare tutte le formazioni che praticano la cittadinanza attiva e devono assumersi le loro responsabilità. Non può avere più senso una politica come affare di pochi professionisti che occupano le istituzioni e manovrano le leve del potere mantenendo la società civile nell’ignoranza e nell’opacità.

Le primarie sono un tassello al quale deve seguire una ristrutturazione della politica che si deve aprire ai cittadini e che deve tendere ad essere una funzione sociale diffusa di autogoverno della collettività con forti elementi di democrazia diretta.

Questa dovrà essere la grande riforma del prossimo futuro e la scommessa per una rifondazione della cultura civile degli italiani.

Claudio Lombardi

Dai movimenti romani la spinta per una nuova politica: intervista a Marcello Paolozza

Marcello Paolozza è portavoce della campagna Diamocidafare (www.diamocidafare.com)

D: Sabato a Roma si svolgerà una manifestazione contro la decisione della giunta Alemanno di vendere l’Acea (società che eroga elettricità e acqua) ai privati. L’ iniziativa è dei promotori del referendum sull’acqua pubblica svolto nel 2011; parteciperanno insieme decine di associazioni, comitati di base, organizzazioni di cittadini, sindacati e le organizzazioni cittadine di alcuni partiti. Che pensi di questa iniziativa e dello schieramento che si è formato? È una novità importante che partecipino anche alcuni partiti?

R: Intanto diciamo che affrontare la questione della gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici ha un’importanza speciale per noi tutti e, quindi, per la vita della collettività. È un campo che non può essere lasciato al caso o, meglio, al predominio delle logiche di mercato perché si tratta della difesa della qualità della vita. I diritti che sono stati conquistati (e ci sono voluti tanti anni di lotte e di impegno sociale e politico) comprendono anche il diritto ad avere servizi essenziali come l’acqua, l’assistenza sanitaria, la raccolta dei rifiuti,  un sistema di mobilità collettivo. Il tutto per permettere a tutti di vivere in una città pulita e ordinata e di usufruire delle opportunità che una città moderna può offrire. Tutto ciò è possibile solo se garantito da un governo dei beni comuni e dei servizi assunto e svolto da chi rappresenta l’interesse della collettività. Ciò non vuol dire che la gestione o la responsabilità spetti soltanto allo Stato e agli enti locali; questa rimane un punto fermo pur se espressa in forme diverse da quelle sin qui sperimentate, ma è essenziale che i beni comuni siano gestiti anche con la partecipazione attiva dei cittadini ai processi di governo e amministrativi della città.

Ecco, la manifestazione di sabato vuole sottolineare o ricordare questa prima grande novità. Poi c’è l’altra novità cioè la partecipazione di alcune forze politiche. Evidentemente hanno capito che è ora di prendere sul serio il tema della partecipazione e che di questo non si devono occupare solo associazioni e movimenti. Possiamo infatti constatare che la partecipazione, il coinvolgimento, la responsabilizzazione dei cittadini stanno diventando temi centrali nella preparazione degli appuntamenti elettorali e chiunque pensi di presentarsi alle elezioni nel suo programma sta bene attento ad inserirli.

Ovviamente la partecipazione non ha senso inserirla in un programma elettorale e basta perché è essenziale per disegnare il futuro delle città dato che gli schemi con cui fino adesso sono state governate non reggono più di fronte all’esigenza di coinvolgere i cittadini in maniera attiva nei processi di governo del territorio. Questo lo vediamo ogni giorno: pensare di governare cittadini passivi significa lasciare le città nel disordine e nell’incuria. Per questo in alcuni partiti, probabilmente, emerge la consapevolezza che è necessario non perdere il contatto con i cittadini e che bisogna tenere conto dei movimenti che si sviluppano e si organizzano autonomamente.

Il grande problema che abbiamo tutti è la costruzione di nuove relazioni sociali che permettano di governare i beni comuni e i servizi a vantaggio della collettività. E per questo è inutile cercare la soluzione nel mercato: occorre affrontare la cosa in termini molto più ampi.

D: Guardando alle decine di sigle di associazioni fra i promotori della manifestazione di sabato prossimo si leggono i nomi delle politiche pubbliche (rifiuti, servizio idrico, trasporti e molti altri). Quindi queste associazioni stanno pienamente dentro la politica. Sei d’accordo con questa valutazione e pensi che siano in grado di starci proponendo efficaci soluzioni di governo? E se sì come considerare l’incontro con i partiti: sono anch’essi parte della società civile che individua le sue espressioni politiche con una molteplicità di forme? Ossia: può essere questa la base per costruire un programma di governo della città?

R: Io penso che i movimenti che saranno in piazza sabato e i movimenti che in questi ultimi mesi hanno aperto una serie di vertenze sui temi concreti dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico pongono, come dicevi, problemi prettamente politici. Alla domanda se sono consapevoli di tutte le implicazioni che ci sono in queste loro battaglie, ossia che si tratta di costruire un programma di governo della città, forse la mia risposta è: ancora no.

Qui, in effetti, c’è una difficoltà perché, per esempio, una cosa è dire che l’acqua è pubblica, un’altra è individuare nuove forme di gestione partecipata. Prendiamo il caso dell’ACEA fondata tanti anni fa e messa a capo di due servizi essenziali – quello elettrico e quello idrico – pubblici da sempre, al cui interno è cresciuta una parte importante del proletariato romano. Questa azienda pubblica era governata nel passato in forme, con criteri e con metodi che oggi non sarebbero più adeguati. Ma nemmeno lo sono le odierne logiche di società per azioni che sta in Borsa e che si proietta tutta sul mercato (e per questo, forse, vogliono privatizzarla; così completano la trasformazione). Occorre pensare ad altre forme di gestione che si rivolgano ai cittadini con il coinvolgimento responsabile e non con logiche aziendali. Insomma cittadini come cittadini e non come clienti o consumatori di un prodotto.

Lo stesso si può dire per tutte le aziende pubbliche che sono presenti a Roma. Nel caso dei rifiuti poi questa impostazione si fa eclatante perché una gestione dei rifiuti fatta con criteri di sostenibilità non può che basarsi sul coinvolgimento attivo dei cittadini che non significa solo mettere il sacchetto nel contenitore giusto, ma proprio partecipazione attiva al ciclo dei rifiuti.

Non saprei dire adesso esattamente in quali forme che vanno ricercate e “inventate” perché su questo si devono misurare le associazioni e i movimenti, ma sicuramente ciò implicherà una nuova struttura del servizio pubblico e una nuova articolazione sul territorio. Ecco su questa elaborazione i nostri movimenti sono ancora in ritardo e i partiti politici, secondo me, nello stesso tempo, rischiano di continuare a riprodurre le vecchie logiche di gestione che portano a concepire le aziende con gli stessi consigli di amministrazione e con tutta l’organizzazione aziendale che ha prodotto tanti guasti e lo spreco di risorse all’ombra di pretestuose logiche di mercato. Mi sembra che questo debba essere l’oggetto del dibattito che ci dovrà essere nei prossimi mesi e anni in questa città e non solo in questa città a cui a cui dovranno partecipare tutte le associazioni e i movimenti che si sono formati. Rispetto a questo dovranno misurarsi anche i partiti se vogliono essere, come dovrebbero, parte della società civile.

D: Mi sembra che parlando di movimenti e di partecipazione dei cittadini non abbiamo nemmeno pensato di ricorrere al concetto di antipolitica

R: Assolutamente no. Io non credo che questi movimenti abbiano mai espresso una voglia o un desiderio di antipolitica. Forse possono aver raccolto, anche al di là della loro stessa volontà, delle spinte in questo senso presenti in settori della popolazione colpiti dalle degenerazioni e dagli scandali, ma a me non sembra, per esempio, che il movimento per l’acqua pubblica abbia mai espresso posizioni che possono essere considerate come antipolitica. Tutt’altro, il movimento per l’acqua pubblica si è mosso proprio sul terreno della politica vera e propria rivendicando un cambiamento e dichiarandosene parte attiva. Se si tratta di contestare  gli attuali partiti si tratta di contestarli perché hanno deviato e si sono trasformati in qualcosa di negativo, magari non interamente, ma nella parte prevalente sì. Ma la questione di cancellarli non si pone proprio. Quella di rifondarli sì proprio partendo dal bisogno che hanno i cittadini di organizzarsi politicamente. Questo bisogno è ineludibile perché riguarda il governo della collettività dovrà trovare nuove forme, ma non può essere cancellato.

Intervista a cura di Claudio Lombardi raccolta il 5 maggio 2012

Costruire cittadinanza per una politica nuova (di Fabio Pascapè)

La delicatezza della situazione delle nostre comunità è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi nelle tasche. Basta guardarsi intorno. Basta considerare la qualità dei servizi che riceviamo a fronte della quantità di tributi e tasse che versiamo. Spesso e volentieri neanche i livelli minimi di garanzia e tutela dei diritti sono assicurati.

Una cosa è certa però: mai come in questo momento scegliere di essere cittadini attivi può veramente fare la differenza. E’ una presa in carico di responsabilità nei confronti della comunità ed in particolare di coloro i cui percorsi di cittadinanza sono resi difficili dalle condizioni di svantaggio economico, sociale, culturale, personale. Perchè un diversamente abile a cui sono negate le condizioni minime di accesso ad un mezzo pubblico è meno cittadino degli altri. Perchè un ammalato di SLA a cui è negato il comunicatore oculare è meno cittadino degli altri. Perchè un giovane a cui non sono garantite minime condizioni di ingresso nel mercato del lavoro è meno cittadino degli altri. Perchè un imprenditore che subisce la pressione del racket è meno cittadino di altri. Perchè una persona che vede sfumare i risparmi ad opera di un truffatore è meno cittadino degli altri.

Negare o limitare i diritti significa negare la cittadinanza così come rinunciare ai diritti significa rinunciare ad essere cittadini.

Il fallimento della politica ha consegnato nelle mani di un governo tecnico il delicato compito di realizzare riforme profonde e rapide in grado di salvare l’Italia dal fallimento economico. Siamo nel bel mezzo di un percorso delicatissimo nel quale la presenza partecipativa di cittadini attivi e responsabili diventa una imprescindibile garanzia perché al termine del percorso stesso siano garantite a tutti condizioni minime di accesso ad una piena cittadinanza.

Non è più possibile trincerarsi dietro un atteggiamento da semplici abitanti e, quindi, semplici fruitori passivi di servizi.

Occorre cambiare atteggiamento ed occorre che questo cambio di atteggiamento venga adottato da un numero sempre crescente di persone che scelgano da meri abitanti di diventare veri cittadini attivi, proattivi e responsabili. Attori, registi, animatori di cambiamento civico dunque.

Due le dimensioni dell’intervento civico che può vedere direttamente coinvolti noi cittadini attivi.

Da una parte dobbiamo fare i conti con un vero e proprio deficit di cittadinanza sempre più evidente e crescente che si è via via radicato nelle nostre comunità. Dimostrazione ne sia il sempre maggiore disimpegno del cittadino dalla vita pubblica, la sua distanza dalle istituzioni, la sua crescente sfiducia. Questo ci coinvolge direttamente in un’attività finalizzata ad evidenziare il senso e la utilità di una partecipazione civica qualificata come fondamentale collante in grado di rinsaldare i rapporti tra cittadino ed istituzione, laddove il cittadino partecipa attivamente a costruire le scelte dell’istituzione e ne monitora la realizzazione e gli impatti con strumenti, peraltro, già esistenti come, ad esempio, la valutazione civica e il bilancio partecipato.

Dall’altra le condizioni di accesso ad una piena cittadinanza sono messe in seria discussione da una crisi economica senza precedenti e, ancor più, da manager pubblici che non sanno fare altro che prendere atto dei tagli e ribaltarli sui servizi al cittadino laddove, invece, dovrebbero avere il coraggio di mettere mano agli sprechi ed alle diseconomie che affliggono la Pubblica Amministrazione senza se e senza ma.

Questo ci coinvolge direttamente a presidio degli standard minimi di qualità dei servizi pubblici sanitari, di giustizia, scolastici, di trasporto, di trattamento dei rifiuti, idrici.

Occorre, però, sfatare con fermezza due pericolosi luoghi comuni.

Il primo è quello per il quale i tagli si ribaltano attraverso i diversi livelli della Pubblica Amministrazione dallo Stato alle Regioni, dalle Regioni alle Province, dalle Province ai Comuni e da questi ai servizi erogati ai cittadini. Spesso tutto ciò accade con una semplice alzata di spalle da parte del manager di turno. Non è e non può essere così. In realtà dobbiamo pretendere che il trasferimento dell’effetto dei tagli sulla quantità e sulla qualità dei servizi al cittadino avvenga solo a condizione che sia stata rivista l’organizzazione e l’intero ciclo erogativo del servizio nel senso di eliminare gli sprechi e le diseconomie e, quindi, la sola parte restante gravi, eventualmente e salvo verifica con le scelte politiche, sulle spalle del cittadino.

Il secondo luogo comune da sfatare è quello per il quale i decisori si trincerano dietro all’alibi del contenimento della spesa quando praticano tagli generalizzati ed indifferenziati.

Occorre dire a chiare lettere che i cd.”ragionieri” sono necessari per analizzare una spesa pubblica ormai fuori controllo ma non sono loro che decidono. La decisione e la scelta di cosa, come e quanto tagliare spetta ai decisori politici. E’ a loro che è affidato il delicato compito di individuare le priorità ed a noi quello di presidiare i livelli minimi di applicazione delle nostre carte dei diritti al di sotto dei quali non dobbiamo consentire di scendere.

Questo è il compito più importante della politica che nessuna antipolitica potrà mai smentire. La politica vera, però, quella la cui responsabilità spetta a tutta la collettività che decide da sé come governarsi.

In questo momento di crisi economica l’azione della cittadinanza attiva può assumere valenze che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili. Prendiamo ad esempio i cosiddetti “costi occulti da disservizio”.

Se potessimo fruire di servizi sanitari pubblici efficienti, efficaci e nei tempi giusti non avremmo bisogno di ricorrere all’intramoenia, oppure alle prestazioni specialistiche private. Se i servizi scolastici fossero pensati a misura dei nuclei familiari o comunque dei genitori non dovremmo ricorrere a baby parking, baby sitter, etc.

Se i servizi di sicurezza al cittadino funzionassero non dovremmo ricorrere alle porte blindate, alle serrature di sicurezza, agli antifurti o non dovremmo sostenere i danni derivanti dai reati contro il patrimonio (furti, borseggi, rapine, scippi, etc.).

Se i servizi di trasporto pubblico funzionassero a dovere non saremmo costretti a mantenere un’automobile che costa mediamente tra i 4.500,00 euro e i 5.000,00 euro l’anno.

Se politiche di sicurezza efficaci allentassero la pressione che il racket e l’usura esercitano sui prezzi di mercato tutti ne trarremmo giovamento a partire dai consumatori per finire ai dettaglianti.

Questo è il campo di azione di una politica nuova basata sulla cittadinanza attiva e non sui corpi separati degli apparati di partito o delle istituzioni che comandano e non governano.

Diventiamo, dunque, attori di un processo che includa anche il sostegno dei redditi attraverso il recupero di servizi di qualità che aiutino le persone a fronteggiare questo momento di crisi economica.

Riappropriamoci del nostro diritto di scegliere in quanto cittadini che sono titolari di diritti perché sono innanzitutto responsabili nei confronti della comunità civica.

Riappropriamoci dei nostri territori ed affermiamo che non siamo disposti a farceli  strappare da chi, con l’inganno o con la violenza, pretende di esserne il dominatore.

Scegliamo di non rinunciare e di restare e di metter su famiglia scommettendo su un futuro per i nostri figli. Creiamo “presidi di resistenza civica per i diritti” intorno ai quali costruire “filiere civiche” che abbiano la capacità di mettere insieme tutti i “costruttori di cittadinanza”.

Non accettiamo che attraverso la negazione dei diritti e del potere di scegliere si neghi la sostanza della cittadinanza.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Partecipazione civile e protesta (di Alfonso Annunziata)

Chi credeva di aver già visto di tutto nel governo di questo Paese, si prepari in questo scorcio di legislatura a godersi la chiusura della Seconda Repubblica in una apoteosi di fuochi d’artificio , fra sotterfugi, scandali, fughe in avanti e arroccamenti di ogni tipo.

Un modesto assaggio ce lo stanno fornendo questi giorni, con le danze sudamericane di riforme sbilenche, le cadenze rockeggianti di scandali inusitati, e persino l’eco cupo da marcia funebre di una modifica costituzionale approvata nella distrazione dei media in una aula silente e semiunanime.

Sono queste le colonne sonore che rischiano di propiziare tentazioni da partito unico, da grosse koalition, da inciuci indicibili ai danni dei soliti noti, se non rinvii elettorali e altri pasticci ancora peggiori ai danni delle tracce di democrazia che ancora avanza.

E il dubbio che resta al cittadino qualsiasi è che dunque antipolitica non sia il suo proprio sentimento di nausea – ché anzi ancora in lui la voglia di sopportare sacrifici, di comprendere difficoltà del sistema e persino degli amministratori ci sarebbe – ma che vi sia  un’antipolitica reale, un virus che ha assalito la classe politica tutta, una potentissima e irresistibile cupio dissolvi che spinge questi signori a sbagliare ogni mossa, a dichiarare in ogni sede in maniera inoppugnabile e claris litteris il loro disinteresse e disprezzo per gli elettori.

Una simile classe politica sembra dunque unicamente preoccupata di aumentare il distacco, e l’immunità, dalla rabbia crescente del cittadino, cui sottrae il potere di nomina degli eletti, di scelta delle coalizioni, del premier. E potrebbe in ultimo sottrarre anche il controllo democratico, con l’eliminazione di una opposizione parlamentare significativa, o con il rinvio sine die della consultazione, magari per il rincrudirsi dell’emergenza economica, per il terrorismo, per l’intensificarsi degli attacchi dei fantasmi, dei dinosauri o di zorro e mazinga coalizzati.

Il problema per la Società Civile, in conseguenza, è come minimo e in prima battuta quello di individuare forme di protesta che siano al tempo stesso incisive sull’esecutivo e i potentati che ne influenzano le scelte e possano fare anche contare ragionevolmente meno sugli strumenti tradizionali che potrebbero risultare da un momento all’altro vistosamente limitati dall’aria che tira: lo strumento elettorale/referendario, il diritto di sciopero e quello di riunione pubblica e manifestazione.  Strumenti in genere invisi a un governo reazionario che possono facilmente essere limitati dall’emergenza. In prima battuta, dico, perché l’obbiettivo democratico ultimo deve essere quello di riappropriarsi dei Partiti e del Paese.

Restando all’obbiettivo della protesta: nessun governo capitalista, limiterà certo il Mercato, dunque è sul Mercato che una protesta incisiva e non violenta può colpire. Faccio degli esempi banali, alcuni noti e applicati, ma se ne possono promuovere a iosa, piegando lobbies e governo senza muovere una sola manifestazione o un’ora di astensione dal lavoro, e senza dover passare per elezioni:

–          Caso Equitalia: il governo utilizza un sistema medievale di riscossione delle imposte tramite una società con poteri paracostituzionali collegata tramite vertice all’agenzia delle entrate. Si può ottenere una riforma del sistema in senso più europeo, organizzando e capillarizzando uno sciopero del lotto. Propagandare in ogni dove il blocco del gioco del lotto e dei giochi d’azzardo tramite i quali lo Stato realizza una riscossione complementare, fino alla riforma del sistema di riscossione, ad esempio consentendo migliori sistemi di rateazione per i più poveri e la deducibilità dei crediti di imposta per le imprese.

–          Carburanti: noto anche questo, basta prendere di mira i tre maggiori marchi, dico per dire: Shell, Exxon, Total, o quelli che saranno. E iniziare a evitarne i distributori, non per un singolo giorno, ma per sempre, fino a che il singolo gestore, o il marchio non decide una riduzione del 4% del prezzo alla pompa. La caduta del cartello di riferimento produce in ogni zona quello delle altre marche. Se sono impossibilitati i petrolieri, costringeranno il governo a limare le accise…

–          Stretta sul lavoro e delocalizzazione: lo si è già visto con l’esperimento OMSA. Gli amministratori delegati non sono che dipendenti pagati sull’incremento di fatturato. Basta una decisa stretta al concessionario sulla pessima FIAT di oggigiorno per dare l’estremo colpo al traballante Marchionne e alle sue sballate teorie delocazioniste agli occhi della famiglia Elkann. E sbattuto fuori lui saranno fuori anche i suoi seguaci.

Si potrebbe continuare con le banche, la finanza, la borsa… basta riapplicare lo schema… e l’intero inferno dei problemi può essere cancellato da una stretta di spread. Coraggio, e fantasia

Alfonso Annunziata

Politica e antipolitica (di Elio Rosati)

I sondaggi stanno scuotendo l’anima dei partiti.

Secondo i sondaggi sembra che il movimento di Beppe Grillo sia il terzo partito. Sembra anche da altri sondaggi che il PD e il PDL siano sotto il 20% dei voti. Un crollo. Ed ecco che il segretario del PD (per carità deve fare così) attacca l’antipolitica, la demagogia e il rischio che vive la democrazia e invita tutti i partiti a raccolta.

Le opposizioni – Lega, IDV, Vendola e rimasugli della sinistra e della destra – fanno campagna elettorale per l’anno prossimo in modo da potersi presentare agli elettori come quelli che si sono opposti. A cosa poi bisogna capirlo e andrebbe chiarito meglio. Perché la Lega è responsabile del fallimento di questi ultimi 20 anni, perché l’IDV dice no per non perdere elettori proprio verso il movimento di Beppe Grillo, perché Vendola, pur apprezzabile nel suo percorso politico, anche lui rappresenta un modo personale di fare politica.

Ma il ragionamento di oggi è puntato sull’uscita del segretario del PD, che poi fa il paio e il tris con altre uscite di Casini e di Alfano.

Il ragionamento è, più o meno, il seguente. Attenti a non delegittimare i partiti (noi) altrimenti chissà che rischi si corrono. Tradotto: senza di noi non si può fare nulla.

Premesso che non mi piacciono le posizioni di Grillo, di Vendola e di Di Pietro, trovo però abbastanza risibile il fatto che i problemi sollevati da tali schieramenti non siano presi seriamente. Anche se chi li solleva lo fa solo come strumento tattico al fine di conquistare posizioni dalle quali continuare a fare opposizione perché, poi, quando si tratta di governare molto cambia dato che allora si tratta di decidere e di realizzare il che è sempre molto difficile.

Ma la cosa che trovo ancora più paradossale è che dovremmo come cittadini continuare a dare fiducia ai partiti, a questi partiti. Il nostro sistema partitico è in crisi da almeno 30 anni. E’ passato attraverso tangentopoli, il berlusconismo e il partito personale, oggi siamo al governo tecnico (che compie scelte politiche ovviamente) che si è reso necessario per il fallimento dei partiti al governo e per l’assenza di una credibile alternativa fra quelli di opposizione.

Però si chiede a noi cittadini di avere pazienza e fiducia che saranno sempre gli stessi partiti a trovare le soluzioni a tutti i  problemi. Infatti nemmeno di fronte allo scandalo del finanziamento dei partiti questi partiti riescono ad agire con rapidità e serietà. E dire che avrebbero il consenso della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica.

Per dare fiducia ci vorrebbe che qualche volta fossero i partiti (o, almeno, alcuni partiti) a scoprire i problemi prima che si manifestino con scandali o inchieste giudiziarie. Ma questo sarebbe possibile solo se si abbandonasse un punto di vista autoreferenziale cioè se si uscisse dai circoli di persone che gestiscono istituzioni, enti o apparati di partito e si guardasse ai cittadini comuni e alla grande fame di chiarezza, di trasparenza e di onestà che sta crescendo nella società civile.

Solo così si scoprirebbe che i cittadini possono essere la grande risorsa dell’Italia e la struttura portante della democrazia. Ecco su questo varrebbe la pena di investirci risorse e intelligenze.

Elio Rosati