Riforma del lavoro: un’occasione (finora) mancata

jobs actLeggendo il maxi emendamento del governo al testo della riforma del lavoro (jobs act) oggi in approvazione in Senato l’impressione è che si tratti di un’occasione mancata. Almeno fino ad ora. Perché?

Abbiamo discusso per settimane di art 18 ossia del reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Su questo ci sono state e ci sono rotture: tra governo e una parte del Pd; tra governo e una parte dei sindacati; tra governo e sinistra extra Pd.

La questione è importante, ovviamente, in quanto garanzia estrema a tutela del lavoratore, ma, a detta di tutti, di rilievo marginale rispetto alla dimensione epocale e drammatica della questione lavoro. Che l’art 18 faccia perdere investimenti e posti di lavoro non è credibile così come non lo è affermare che difende il lavoro attuandone il diritto previsto in Costituzione. La reintegra ex art 18 era e resta una questione di minore importanza.

no riforma art 18Purtroppo, da tutte le parti, tale importanza è stata esagerata, pompata, trasformata in una bandiera da ultima spiaggia, su cui morire o rinascere. Facciamo un esercizio di concentrazione e proviamo ad ignorare l’art 18. La scala delle priorità diventa subito un’altra. In primo piano vengono le condizioni per creare domanda di lavoro. Tali condizioni sono fatte di tanti elementi: si va dalla ricerca tecnologica e scientifica alle infrastrutture di comunicazione; dalla mobilità e trasporti alla stabilità sociale; dalla formazione professionale all’ordine pubblico e al controllo del territorio; dalla riduzione al minimo degli adempimenti burocratici, alla disponibilità di finanziamenti. Infine si arriva anche alla disciplina dei rapporti di lavoro nella loro costituzione e nel loro scioglimento.

Ebbene sì, anche questa parte ha la sua importanza, ma non è la cosa più importante. Certo, se il legislatore prova ad imporre i rapporti di lavoro per legge allora sì, si crea un ostacolo serio. Ma non è questa la situazione italiana.

confusione delega lavoroLa riforma all’esame del Parlamento si occupa di disciplina del lavoro e dei compiti che spettano allo Stato. Non si occupa di tutti gli altri elementi che possono creare le condizioni per aumentare la domanda di lavoro. Torniamo all’inizio: leggendo il maxi emendamento si ha l’impressione di un’occasione, finora, mancata perché lì vi sono contenuti interventi che toccano quasi tutte le questioni cruciali che riguardano il lavoro. Tranne una: l’art 18 e la reintegra. Come il governo intenda tradurre in atto l’intenzione di ridurre i casi di reintegra rispetto alle norme attuali non è chiaro dato che nella delega non se ne fa esplicita menzione.

Le altre questioni, però, sono tutte presenti ed abbastanza chiaramente delineate:

  • razionalizzazione dell’integrazione salariale e degli ammortizzatori sociali allo scopo di limitare il ricorso alla cassa integrazione guadagni con l’estensione dei contratti di solidarietà ed espandendo l’Assicurazione sociale per l’impiego (ASpI) anche ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa;
  • riordino della normativa in materia di servizi per il lavoro e di politiche attive con vari interventi tra cui la razionalizzazione degli incentivi all’assunzione e di quelli per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità;
  • costituzione di un’Agenzia nazionale per l’occupazione con razionalizzazione degli enti strumentali e degli uffici del Ministero del lavoro e valorizzazione delle sinergie tra servizi pubblici e privati; compito dell’Agenzia sarà anche la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento nel tessuto produttivo a livello regionale;
  • contenuti delega lavoropotenziamento di un sistema informativo unificato per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate, anche attraverso l’istituzione del fascicolo elettronico unico contenente le informazioni relative ai percorsi educativi e formativi, ai periodi lavorativi, alla fruizione di provvidenze pubbliche ed ai versamenti contributivi;
  • preparazione di un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro; promozione del contratto a tempo indeterminato come forma privilegiata di contratto di lavoro rendendolo più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto in termini di oneri diretti e indiretti;
  • previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;
  • introduzione del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi;
  • tutela della maternità con garanzia, per le lavoratrici madri parasubordinate, del diritto alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei contributi da parte del datore di lavoro; incentivazione di accordi collettivi volti a favorire la flessibilità dell’orario lavorativo; integrazione dell’offerta di servizi per l’infanzia forniti dalle aziende e dai fondi o enti bilaterali nel sistema pubblico-privato dei servizi alla persona.

cambiare politiche lavoroNon sono forse queste le cose importanti che possono creare le condizioni più favorevoli per aumentare la domanda di lavoro? Ora, se si vogliono ignorare QUESTI CONTENUTI della delega richiamando l’attenzione solo sulla questione della reintegra – da parte del governo e da parte dei suoi oppositori – allora vuol dire che ci troviamo di fronte ad un’irresponsabile recita nella quale fare un passo avanti per rimettere in piedi questo paese è cosa di secondaria importanza e nella quale nessuno si fida di nessuno dando per scontato che tutto ciò che ci si impegna a fare è finzione.

Se è così allora il nostro futuro è nero perché si perde un’occasione preziosa.

Claudio Lombardi

Art 18: finalmente anche Scalfari lo dice: paghino i ricchi

E ci voleva tanto? Nel suo editoriale di oggi Eugenio Scalfari dice sull’art 18 quello che tante persone di buon senso avevano già pensato (e qualcuno anche scritto proprio qui su civicolab).

La reintegra riguarda poche persone, può essere mantenuta, ma, se diventa un ostacolo per le aziende può essere eliminata purchè ci sia: indennità di disoccupazione per tutti, di adeguata entità e di adeguata durata; politiche attive del lavoro che siano coordinate e diano formazione e assistenza per trovare lavoro. Che sia effettivamente un ostacolo è ancora da dimostrare, ma, insomma, ecco una cosa giusta!

Oggi la reintegra riguarda meno di 3mila persone l’anno mentre la mancanza di quanto elencato sopra riguarda milioni di persone. Si può dire che, siccome conta poco, lo si può anche lasciare? Ma sì, ma non è questa la cosa più importante. E, come non è la più importante, non è nemmeno la più dannosa.

Il punto vero, però, non è stato messo in luce fino ad oggi (almeno sui grandi media). Il punto vero che pone Scalfari oggi è che qualcuno paghi il nuovo welfare che è diventato indispensabile ben più dell’art 18. E questo qualcuno devono essere quei ricchi – di reddito e di patrimonio – che per decenni hanno goduto dei vantaggi di una riforma fiscale che ha portato l’aliquota massima dal 72% al 43% mantenendo quella sui guadagni finanziari al 12,5%  e di una sostanziale impunità per evasione ed elusione fiscale.

L’evasione fiscale fa parte ormai della tradizione culturale italiana. La furbizia viene omaggiata e ammirata. Le retribuzioni assurde di presidenti di società e di amministratori delegati che, anche quando i risultati della loro gestione sono negativi, pagano quanto i loro impiegati e funzionari. I grandi patrimoni pagano quanto i piccoli. Ecco la più grande ingiustizia italiana che, unita alla corruzione e all’appropriazione indebita, ampiamente praticate dai tanti affaristi collusi con la politica, fa mancare le risorse che servono per un welfare giusto.

Vogliamo dire due parole anche su quella parte della sinistra che oggi si straccia le vesti per un marginale art 18, ma non è riuscita ad opporsi al saccheggio delle risorse pubbliche? Oppure non si è accorta della truffa del cambio lira-euro? Vogliamo domandarci quanto soldi sono finiti dalle tasche di chi non decide i prezzi a quelle di chi i prezzi li stabilisce e li riscuote come scrisse all’epoca Marcello De Cecco?

Non vi è ricordo di una grande battaglia quando quella truffa fu consumata. Di tale mancanze l’elenco potrebbe continuare a lungo. No il problema non è l’art 18. Purtroppo, perché sarebbe facile risolverlo

Mercato del lavoro e licenziamenti: siamo concreti (di Salvatore Sinagra)

chiacchiere art 18In Italia si discute dall’inizio del nuovo millennio sui licenziamenti e il dibattito appare spesso poco documentato e soprattutto poco attento agli input che arrivano dall’estero: viene detto  genericamente  che è necessario adeguarsi all’Europa; si citano, spesso a sproposito, riforme di altri paesi e quasi mai documenti. L’articolo 18 ed in generale i licenziamenti in Italia sono caratterizzati da un elevato livello di conflittualità politica. Colpisce per esempio il fatto che un importante manager come Marchionne affermi che l’articolo 18 impedisce alle imprese in crisi di liberarsi dei lavoratori in eccesso, perché le crisi aziendali si gestiscono con le norme per il licenziamenti collettivi e non con l’articolo 18 che fa riferimento ai licenziamenti individuali. Colpisce che il fondatore di Esselunga Caprotti faccia polemica sulla riforma dei contratti a termine voluta da Elsa Fornero dopo che la normativa in questione è stata modificata per ben due volte.

Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta la flessibilità del mercato del lavoro in uscita diventa negli Stati Uniti una priorità dei repubblicani; nel 1994 l’OCSE pubblica un rapporto, il Jobs study, che suggerisce di passare dalla protezione del posto di lavoro alla protezione del lavoratore, in sostanza  l’OCSE invita gli Stati ove licenziare è particolarmente difficile a rendere più facili i licenziamenti individuali e a garantire la copertura universale tramite sussidi di disoccupazione. Dal 1994 sono passati 20 anni e hanno avuto luogo una serie di “esperimenti economici e sociali” che in Italia sono stati citati molto e analizzati poco.

flessibilità lavoratoriNegli anni novanta il governo socialdemocratico danese vara la tanto discussa flexsecurity, viene data possibilità di licenziare e vengono introdotti generosissimi ammortizzatori sociali e corsi di formazione. Qualche anno dopo i programmi in questione vengono fortemente ridimensionati, perché l’esperienza ha dimostrato che molti cittadini hanno rinunciato a cercare lavoro e sono rimasti per anni nel “parcheggio della formazione”. Infatti, qualcuno dice che da anni non esiste più alcun modello denense.

La infelice vicenda degli “esodati” che deve essere inquadrata in un molto più ampio processo di espulsione dal mercato del lavoro, doveva comportare un ampio ragionamento sugli interventi che possono essere rivolti ai lavoratori considerati anziani (e che spesso non lo sono). Infine è opportuno ricordare che la “ultra-citata” Agenda 2010 di Gerhard Schröder ha intaccato solo marginalmente le regole sulla possibilità di licenziare i lavoratori a tempo indeterminato. In Germania la flessibilità in uscita è stata garantita dal ricorso ai lavoratori a tempo determinato, dalle esternalizzazioni e dalle agenzie interinali.

Di tutte queste circostanze hanno preso atto l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali. La Commissione Europea di recente ha enfatizzato la necessità per l’Italia di politiche attive più efficienti e finanziate con più risorse, ovvero ha invitato l’Italia a spendere di più per la formazione ed il ricollocamento dei disoccupati, infine l’OCSE ha diffuso uno studio che afferma che la Germania è tra i paesi in cui è più difficile licenziare.

riforma del lavoroQuindi  le tesi di Sacconi e Nuovo Centro Destra si potevano considerare sulla frontiera dell’innovazione e dell’efficienza nel 1994, oggi sembrano proprio fuori tempo massimo.

Molti economisti sottolineano che non esistono studi che dimostrano una relazione diretta tra produttività del lavoro e facilità di licenziare; in Europa si possono trovare economie solide ove è abbastanza difficile licenziare, è il caso della Germania; economie solide ove è abbastanza facile licenziare, è il caso dell’Olanda; economie in crisi ove è abbastanza facile licenziare, è il caso della Spagna (tra parentesi: la deregulation di Madrid, avvenuta a diverse riprese fin dall’inizio degli anni novanta, non ha comportato nel lungo periodo né crescita, né sostenibilità del debito pubblico).

Inoltre, se l’obiettivo del governo è quello di rendere “business friendly” il mercato del lavoro italiano e facilitare nuove assunzioni, visto che nella gran parte dei casi dopo il licenziamento immotivato il lavoratore sceglie l’indennizzo e non il reintegro, non si capisce bene perché costituisca una priorità l’abolizione o il mantenimento del reintegro e non la drastica riduzione dei tempi del processo del lavoro. Si noti tra l’altro che nel caso in cui il licenziato scelga il risarcimento, lo stesso verrà computato anche tenendo conto dei mesi persi in attesa della sentenza. La politica ha grosse responsabilità perché non ha effettuato un intervento in merito, che avrebbe prodotto limitata conflittualità e grandi benefici.

giovani disoccupatiRenzi ha scatenato notevoli reazioni affermando che esiste un  apartheid ai danni dei giovani e di coloro che non hanno un contratto di lavoro “tradizionale”. Oggi, rispetto a molti altri paesi d’Europa, chi non ha mai avuto un lavoro, i meno protetti, i lavoratori sfiduciati appaiono sicuramente svantaggiati. Qualcuno ha anche parlato di due milioni di cittadini colpevolmente dimenticati dalla politica, tuttavia ci sono solo due interventi che possono attenuare questa situazione di svantaggio: l’introduzione di un sussidio unico di disoccupazione, che a determinate condizioni venga percepito anche da chi non ha mai lavorato ed un “disboscamento” delle troppe fattispecie contrattuali per mezzo di un contratto unico di inserimento o di un contratto a tutele crescenti, interventi che non postulano necessariamente l’abolizione dell’articolo 18.

Oggi la difficoltà più grande di rivolgersi agli esclusi consiste nell’orientare a loro favore una parte della spesa pubblica, se non vi sono le risorse economiche e politiche per farlo è meglio non dilettarsi più in estenuanti discussioni sulla normativa dei licenziamenti e non polarizzare il paese facendo riferimento a dolorose esperienze come quelle dell’apartheid.

Salvatore Sinagra

Tirati per i capelli parliamo di art 18

scontro art 18Siamo quasi tirati per i capelli a parlare di art. 18. E allora parliamone visto che tutti ammettono la sua marginalità quanto a numero di casi trattati, ma nessuno rinuncia a considerarlo fondamentale. I difensori dicono che corrisponde ad un principio di civiltà giuridica e a diritti intoccabili dei lavoratori. Per chi vuole modificarlo è un intralcio da eliminare.

Meglio mettere subito da parte la disputa sulla civiltà giuridica e sui diritti che non convince. Su questa strada il rischio abbastanza concreto è di approdare ad una nozione di immutabilità dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato fuori dai casi previsti dalla legge che, oggettivamente, non può certo incoraggiare le assunzioni.

Se si sta su questo piano lo scontro diventa, infatti, senza sbocco. Si possono infatti escogitare mille tutele per chi viene assunto con contratto a tempo indeterminato, ma non si può obbligare un datore di lavoro ad assumere. A meno che il datore di lavoro non sia lo Stato e non si tratti di attuare una decisione politica.

D’altra parte la tutela dell’art 18 oggi (ma fino al 2012 era molto più vasta) prevede che il lavoratore licenziato da qualunque azienda (meno e più di 15 dipendenti) possa sempre ricorrere al giudice il quale può valutare i motivi del licenziamento e disporre la reintegrazione nel posto di lavoro in una serie di casi previsti tassativamente dalla legge e in altri che conseguono alla valutazione del giudice stesso.

assunzioni a contrattoÈ un problema serio? Non è un problema? È abbastanza facile comprendere che un datore di lavoro, magari piccolo, voglia poter decidere chi mantenere in azienda e chi no perché il rapporto di lavoro è un rapporto dinamico che è difficile inquadrare nelle maglie strette di una legge. E soprattutto è un rapporto indirizzato ad un risultato – l’attività produttiva – senza il quale non ha motivo di esistere l’azienda. Ma i pochi casi nei quali si ricorre alla reintegra testimoniano del fatto che l’art 18 non è il problema principale con il quale un datore di lavoro si trova a combattere.

Come già detto tante volte il problema è il sistema Italia e i suoi limiti tanto che l’art 18 con la sua reintegra nel posto di lavoro può apparire persino irrilevante.

Tralasciando (basta nominarli e si capisce quanto siano determinanti) i problemi infrastrutturali e di contesto (criminalità, ferrovie, strade, telecomunicazioni, energia, burocrazia, accesso al credito) e limitandosi al lavoro il problema è che i contratti a tempo indeterminato danno accesso a tutele sia giuridiche che economiche che tutti gli altri tipi di contratto non consentono. Contratto collettivo nazionale, cassa integrazione, malattia, maternità, disoccupazione ecc ecc.. Poiché queste limitazioni riguardano oltre la metà dei lavoratori (e non calcoliamo quelli in nero) il problema più urgente è dare qualche copertura a  anche a loro cercando di uniformare i trattamenti a prescindere dal tipo di contratto.

Intanto è urgente limitare i contratti truffa per arrivare a due sole tipologie: tempo determinato e tempo indeterminato. Già la riforma che ha portato a tre anni la durata dei contratti a tempo determinato ha stabilito che, per ogni azienda, questi non possano eccedere il 20% del totale dei dipendenti pena sanzioni economiche. Significa che l’80% deve essere di contratti a tempo indeterminato. È già qualcosa no?

ammortizzatori socialiAltro punto, questo sì fondamentale, è l’estensione dell’indennità di disoccupazione a tutti, lavoratori autonomi compresi. Già oggi l’Aspi e la mini Aspi hanno aperto la strada ad un nuovo regime degli ammortizzatori sociali. Vogliamo considerarla una priorità?

Il diritto ad avere una copertura per la maternità è importante oppure no? È ovvio che sì, ma anche questo va stabilito per legge e anche di questo si discute nella riforma del lavoro all’esame del Parlamento.

Bisogna valutare se una riforma che unifichi le tutele per tutti i contratti di lavoro sia in grado di creare le condizioni più favorevoli affinché sia più facile assumere con un contratto di lavoro regolare e sia più facile per i lavoratori ottenere retribuzioni più elevate che è la vera urgenza di oggi.

Basti pensare che un’indennità di disoccupazione generalizzata può aiutare a resistere alle offerte di salari di fame. Ovvio che da sola non basta. Ci vogliono anche le “famose” politiche attive del lavoro che puntino su una formazione vera e collegata con le esigenze delle aziende magari mettendo fine allo scandalo di miliardi di euro spesi in una formazione fasulla.

La questione del lavoro non può stare tutta nella disciplina legale dei contratti. Se non funziona l’economia e se lo Stato non promuove l’avvio di attività produttive e di servizio innovative e più efficienti non c’è tutela in grado di fermare il declino. E da qui il discorso dovrebbe cominciare

Claudio Lombardi

Sarebbe bello se la riforma del lavoro….

Sarebbe bello se si facesse pulizia nelle forme contrattuali del lavoro dipendente lasciando la scelta tra due sole alternative: contratto a tempo determinato e contratto a tempo indeterminato.

Sarebbe bello se, per tutte le altre forme oggi utilizzate, si introducessero controlli e sanzioni così pesanti da stroncare la truffa delle false partite Iva o simili raggiri.

Sarebbe bello se fosse incentivato chi vuole offrire un lavoro. Sarebbe bello se, quindi, fossero semplificate al massimo sia le modalità di assunzione che di interruzione del rapporto di lavoro.

Sarebbe bello se non fosse considerato politicamente scorretto dire che non esiste solo il diritto del lavoratore ad occupare un posto di lavoro per il quale ha sottoscritto un contratto, ma anche il diritto del datore di lavoro di scegliere chi vuole e chi mantenere alle sue dipendenze.

Sarebbe bello se le procedure con le quali gestire l’eventuale licenziamento fossero così semplici che un datore di lavoro saprebbe da subito il costo di ogni licenziamento e fosse consapevole che gli abusi da parte sua costerebbero così cari da scoraggiarlo preventivamente.

Sarebbe bello se il rimedio della reintegrazione nel posto di lavoro fosse riservata a casi estremi di scorrettezza da parte del datore di lavoro perché non ci può essere nulla di indissolubile.

Sarebbe bello se l’indennità di disoccupazione fosse data a tutti i lavoratori disoccupati.

Sarebbe bello se la tutela della maternità fosse estesa a tutte le lavoratrici.

Sarebbe bello se i lavoratori fossero considerati una cosa sola e non più divisi per tipo di contratto.

Sarebbe bello se i corsi di formazione fossero una cosa seria e non una mangiatoia per furbacchioni e affaristi collusi con politici e burocrazie varie (anche sindacali).

Sarebbe bello se le politiche attive del lavoro esistessero.

Sarebbe bello se lo Stato facesse lo Stato e affrontasse direttamente i problemi sociali

Il Problema Lavoro: intervista a Francesco Giubileo

Francesco Giubileo è un sociologo del lavoro autore del libro “Una possibilità per tutti, proposta per un nuovo welfare”.

D: In Italia, quando si parla di mercato del lavoro, si fa riferimento solo all’articolo 18, ma dai miei pochi ricordi di diritto del lavoro mi pare ci sia molto di più, come mai non si parla anche d’altro?

R: Ciò avviene essenzialmente per due motivi: anzitutto l’articolo 18 ha assunto grande rilevanza politica per ragioni storiche e culturali, inoltre l’attenzione del pubblico è spesso asimmetrica, un diritto che si perde fa più notizia di uno guadagnato. Certo le preoccupazioni dei lavoratori non sono sempre insensate, poiché anche nei paesi con una flexsecurity  iper-inflazionata chi perde il lavoro, soprattutto se non è giovanissimo, fa fatica  a trovarne un altro.

D: A destra affermano che l’articolo 18 causa il precariato: non potersi liberare dei lavoratori improduttivi scoraggia  i datori di lavoro ad assumere  a tempo indeterminato. L’articolo 18 è veramente un freno per la crescita? I piccoli imprenditori e Confindustria dicono di sì.

 R: Il mercato del lavoro italiano in entrata è tra i più flessibili al mondo, anzi è tra i più precari al mondo. L’Italia rischia di fare la fine della Spagna, dove i giovani hanno iniziato con Aznar con un contratto atipico e oggi, se sono fortunati, si trovano non più giovani e con in mano un contratto ancora atipico. Comunque, il modo più semplice ed efficace per ridurre l’utilizzo di contratti atipici è quello di renderli più costosi. Le imprese, soprattutto quelle piccole,  fanno grande ricorso a contratti a termine perché costano meno; renderli più costosi potrebbe incentivare il sommerso, tuttavia oggi la capacità di effettuare controlli dell’Agenzia delle Entrate, dell’INPS e degli enti locali è notevolmente cresciuta.

D: La disciplina del mercato del lavoro avrà pure in Italia i suoi elementi di rigidità, eppure l’Italia è anche un paese in cui abbondano precariato, lavoro in nero, dimissioni in bianco, finte partite iva (esempio tirocinanti). Qual è il livello di protezione effettiva del lavoratore in Italia?

R: La riforma Fornero ha introdotto alcuni strumenti contro le dimissioni in bianco, e sono stati positivi (anche se non pienamente condivisibili) gli interventi contro le finte partite iva. Gravissimo è invece il fatto che sia stata abolita la causale dei contratti a termine, infine una grossa carenza che permane è la mancanza di un obbligo di pagare una exit free nel caso in cui venga lasciato a casa un apprendista, ovvero chi non garantisce la stabilizzazione a chi termina l’apprendistato dovrebbe pagare una penale. L’apprendistato oggi è un contratto assolutamente indeterminato, che non impone al datore di lavoro alcun obbligo di assunzione.

D: Quanto è cambiato l’art. 18 con la riforma Fornero? Qualcuno dice che non c’è stata alcuna modifica sostanziale.

R: In linea con quanto avviene negli altri paesi europei, la riforma spinge verso la conciliazione, che può risultare una soluzione soddisfacente per il datore di lavoro, ma anche per il lavoratore. Statisticamente il numero di reintegri è molto limitato, anche perché sovente il lavoratore, anche con sentenza favorevole, preferisce il risarcimento. Spesso il lavoratore reintegrato viene inserito in una black list e lasciato a casa alla prima ristrutturazione ed in questo caso non c’è articolo 18 che tenga.

D: Esistono in altri paesi europei meccanismi di reintegro del lavoratore licenziato? Non pochi affermano che la Germania cresce perché è più facile licenziare. Forse la disciplina dei licenziamenti tedesca è estremamente flessibile?

R: I meccanismi di reintegro esistono anche in Europa e in Germania licenziare è più difficile che in Italia. L’obbligo di reintegro scatta dopo il periodo di prova (al massimo sei mesi) e vige in tutte le imprese con oltre dieci dipendenti, anche se vi sono significativi incentivi alla conciliazione. L’unico caso in cui è escluso il diritto al reintegro è la chiusura  del reparto del lavoratore licenziato. Inoltre le regole dei licenziamenti collettivi sono molto rigide e tutelano i lavoratori più anziani e con carichi di famiglia.

D: Ma se è più difficile licenziare in Germania che da noi che valore ha la correlazione tra la nostra scarsa crescita e la regolamentazione del mercato del lavoro? Per inciso l’Ocse ha verificato che la difficoltà di licenziare in Italia risulta essere inferiore a quella dei paesi  scandinavi e della Germania.

R: Non esistono robuste analisi statistiche o di correlazione che dimostrino un legame univoco tra la deregolamentazione del mercato del lavoro e la crescita del Pil. In Olanda, per esempio, licenziare non è difficile, ma c’è un controllo preliminare sulla legittimità e poi contano molto la forte spinta verso il part time, un sistema di servizi per l’impiego tra i più efficienti al mondo e un sistema economico che regge la crisi.

 D: In Italia si parla tanto di Flexsecurity, è vero che il paese che l’ha inventata, la Danimarca, l’ha già abbandonata?

R: La flexsecurity si basa un welfare generoso e sullo sviluppo del capitale umano. In Danimarca attorno al 2000 si è rilevata l’esplosione del numero di persone che hanno deciso di smettere di cercare lavoro, si è assistito a veri fenomeni “parassitari del sistema” (la cosidetta Carovana dei benefici) e tra l’altro i risultati dello sviluppo del capitale umano sono stati quasi nulli, deludenti in relazione alle ingenti risorse investite. Il welfare a favore dei licenziati non è stato abolito, ma ridotto.

D: Al di là della disciplina del licenziamento, ovvero della protezione del posto di lavoro, esiste anche la protezione del lavoratore e del cittadino. Qual è la relazione tra politiche attive del lavoro, sistema di sussidi e normativa dei licenziamenti? E’ possibile pensare di rendere più facile licenziare magari potenziando i sussidi? Sarebbe auspicabile?

R: La Commissione Onofri, una commissione parlamentare incaricata nel 1997 dal governo Prodi di formulare proposte per la revisione della spesa sociale e che ha fatto importanti analisi in merito all’esclusione sociale, proponeva l’introduzione di un reddito minimo garantito. Oggi tuttavia percorrere tale strada non è per nulla facile; anche con un significativo programma di riqualificazione e ricollocamento si rischia di produrre un esercito di sussidiati per via della strutturale carenza di domanda di lavoro. Se da un lato potenziare i sussidi potrebbe rendere possibile snellire l’articolo 18, dall’altro un’impennata dei licenziamenti potrebbe rendere insostenibile il sistema dei sussidi. Vi sono almeno tre tipologie di strumenti per attenuare il problema della disoccupazione: il salario minimo, il reddito minimo e il sussidio di disoccupazione. Tuttavia oggi in Italia tutte queste strade sono difficili da percorrere, soprattutto perché vi sono aree in cui la disoccupazione è troppo alta e il sistema diverrebbe insostenibile.

 D: Cosa si intende per politiche attive  del lavoro?  Quanto spende l’Italia rispetto ad altri paesi europei e quanto sono efficaci le sue politiche attive?

R: Si tratta di programmi di riqualificazione e di ricollocamento per i disoccupati: formazione, orientamento, accompagnamento all’inserimento. Per tali attività in Italia si spende pochissimo, meno di mezzo punto di PIL, ma sulla  loro efficienza non ci sono studi affidabili, quei pochi studi che esistono non portano a conclusioni confortanti. C’è un significativo opportunismo da parte dei privati che gestiscono tali servizi. Spesso vengono erogate prestazioni di formazione nell’interesse di chi le fornisce e non di chi cerca lavoro e infine le prestazioni di collocamento sono quasi inesistenti.

D: Certe formule come la job rotation hanno senso in Italia? Ha senso dalle nostre parti parlare di formazione continua? Come si può mettere al centro del mercato del lavoro la formazione?

R: La formazione pagata dalle aziende solitamente funziona. La job rotation, insieme ai contratti di solidarietà, è alla base del miracolo tedesco di questi anni, dove, anche a fronte della riduzione del PIL, non vi è stata una crescita significativa della disoccupazione. Sono questi gli strumenti su cui deve puntare il legislatore italiano.

(Intervista a cura di Salvatore Sinagra)

Il precariato: sono i giovani i veri colpevoli? (di Flora Frate)

Il ministro Fornero insiste che i giovani vogliono lavorare stando vicino a mamma e papà. Monti afferma che il posto fisso è noioso e si dice, inoltre, che chi guadagna 500 euro al mese è uno sfigato al pari, dunque, di una persona che si laurea in ritardo, quasi a costruire un parallelismo di questo tipo: “ lo sfigato che si laurea in ritardo guadagna 500 euro al mese”.

In qualità di rappresentante degli studenti e dei precari, cercherò di fare un punto della situazione basandomi sulla mia esperienza personale oltre che istituzionale. Un  laureato alla triennale, età compresa tra i 22 e 23 anni, non aspira (ancora) di sicuro al posto. Ascoltando le testimonianze di molti giovani studenti, posso affermare che l’aspettativa  del posto fisso non emerge e le motivazioni sono molteplici:

1) la coscienza del futuro non è ancora sviluppata; 2) la necessità è il completamento del percorso  di studi, al Nord quanto all’estero; 3) i giovani credono di investire nello studio per garantirsi le competenze necessarie alla realizzazione dei propri  progetti di vita; 4) perché, riportando l’esempio dei sociologi non sanno come spendere la propria laurea nel mercato del lavoro.

Non potendo lavorare gli studenti  aspirano ad  un tirocinio sia per  sviluppare competenze specifiche e pratiche – prevalentemente per i laureati nel settore umanistico –  sia per un efficace ed efficiente servizio di orientamento al lavoro. Il Sud, poi, soffre di un basso feedback tra la  laurea/ tirocinio/lavoro. In Campania abbiamo assistito ad un investimento regionale nella  formazione fine a se stessa e senza reali sbocchi lavorativi.  Softel e Almalaurea, servizi  telematici di orientamento al lavoro e all’università, non hanno mai soddisfatto gli studenti.

Una volta laureati non si trova altro che call center e centri commerciali. Se l’unica alternativa valida al contratto atipico sembra essere il posto fisso, è chiaro che si preferisce  la certezza di quest’ultimo. Or dunque, se la figlia della Fornero lavora a Torino, comoda affianco alla mamma, di quali giovani stiamo parlando? È chiaro che questo governo non conosce la situazione  reale dei giovani.

Dobbiamo renderci conto che le varie riforme universitarie non hanno affrontato i problemi in maniera risolutiva.  Dal 2000 al 2012  migliaia di studenti precari e senza lavoro sono parcheggiati ancora all’università. E dunque chi sono gli sfigati? Gli studenti, i giovani  o i ministri al governo?  Oltretutto, la scelta  tra i diritti e il lavoro è improponibile.

Noi abbiamo diritto sia all’articolo 18 sia al lavoro. Il sindacato, la Cgil, deve riflettere su stessa: la nuova generazione non ricorre più al sindacato perché non si sente adeguatamente rappresentato. La Cgil deve iniziare a fare un’attenta analisi e recuperare il suo antico valore storico.  Come al tempo della catena di montaggio ha salvato migliaia di operai e figli di operai, cosi oggi la Cgil deve rappresentare la salvezza dei precari e dei figli dei precari.

Flora Frate

Il vero baratro: un’Italia modello Ligresti (di Claudio Lombardi)

Ormai qualunque scelta si debba compiere occorre tener presente ciò che si fa in Europa. È inevitabile visto che abbiamo la stessa moneta o, quantomeno, un’interconnessione economica che è molto più di un mercato comune. Gli esempi e i paragoni fioriscono e vengono assunti, a volte, persino come punti di riferimento verso cui tendere. Fra questi la Germania occupa un posto di primo piano tanto appare “perfetto” l’equilibrio che lì hanno raggiunto e che riesce a tenere insieme forza dell’economia, successi nelle esportazioni, equilibri di bilancio dello Stato e garanzie sociali. Un mix che ne fa un paese particolare dove le tensioni se ci sono non appaiono mai minacciose perché prevale sempre la prevenzione dei conflitti e la ricerca dell’accordo sulla base di una ragionevolezza di fondo. E così la stabilità della Germania si traduce in risultati evidenti per tutti i tedeschi e non solo in termini di dati economici, bensì in termini, molto più difficili da raggiungere, di qualità della vita.

Scrive Curzio Maltese su Repubblica: “Nel volgere di poche settimane siamo passati dal considerare la Germania origine di tutti i mali d’Europa all’idea di copiare in blocco il modello tedesco per la riforma del lavoro e in genere come via d’uscita dalla crisi.”

Il motivo è semplice: “la Germania vanta una mobilità sociale e un sistema di ammortizzatori, a cominciare dal sussidio di disoccupazione, che qui non esistono.” E i risultati si vedono: “Il 2011 è stato un anno magico per l’automobile tedesca, con record di volumi d’affari per Volkswagen, Bmw, Audi, boom di vendite nei mercati emergenti, bonus distribuiti agli operai e decine di migliaia di nuove assunzioni.” E a cosa sono dovuti questi risultati? “La verità è che l’industria tedesca produce belle auto, molto tecnologiche e che ora consumano meno. Quello che faceva l’industria italiana fino agli anni Settanta. Hanno insomma investito per vent’anni sul prodotto.” Cioè quello che in Italia sembra proprio non si riesca a fare e così ci si riduce ad accapigliarsi su un pezzo dell’art. 18 o a scontrarsi per 10 minuti in meno di pause alle linee di montaggio Fiat. Come se da queste piccolezze dipendesse lo sviluppo economico dell’Italia.

Se messi a confronto i due sistemi, italiano e tedesco, segnano molte differenze, ma una sovrasta tutte. Si tratta di quello che potrebbe essere definito il “software” che guida i comportamenti di chi riveste cariche pubbliche e dei privati cittadini: l’etica. Il successo tedesco non sarà, allora, dovuto soprattutto ad una felice armonia fra etica pubblica ed etica individuale? Sembra proprio di sì e questo ci deve preoccupare molto perché i famosi numeri dei vari spread che ci distanziano dalla Germania dipendono da qualcos’altro e non sono frutto di chissà quale magia.

Da dove possiamo partire? Dai dati forniti dalla Corte dei Conti che ha valutato in 70 miliardi di euro il danno provocato dalla corruzione ai conti pubblici? O da quello dell’evasione fiscale che toglie risorse per oltre 100 miliardi allo Stato? Oppure dagli sprechi immani e dalle ruberie che contrassegnano una spesa pubblica tanto ingente quanto inefficiente?

Da qualunque parte la si giri emerge una caratteristica costante: chiunque in Italia si sente legittimato a ritagliare per sé un reddito più elevato di quello che gli spetterebbe in base al proprio lavoro e ai propri meriti e si sente libero appropriarsene a danno di altri sia che si tratti di entità pubbliche che di soggetti privati sapendo che l’impunità può essere garantita dall’intreccio di relazioni che avviluppa tutti coloro che hanno qualcosa da scambiare (potere, denaro, visibilità, fama) grazie alla posizione che occupano.

Ciò che rivelano, di tanto in tanto, le inchieste della Magistratura è solo una parte della verità ed è indicativo che la politica ne sia sempre parte in un modo o nell’altro. Ed è altresì molto significativo che mai uno scandalo sia provocato da chi fa della politica la propria professione. Una volta che lo scandalo scoppia e che entra in azione la Magistratura allora i politici parlano anche (ma non sempre) per prendere le distanze da ciò che si è rivelato, ma mai che i politici prendano loro l’iniziativa di smascherare e denunciare abusi, prepotenze e reati. Per non parlare di quando, troppo spesso, si grida al complotto di cui farebbero parte i magistrati che si muovono per perseguire i reati.

Che tutto ciò sia un chiarissimo esempio per i cittadini è semplicemente ovvio. Così pochi hanno da obiettare quando ci si trova ad avallare evasioni fiscali o a subire estorsioni per portare a buon fine pratiche che dipendono da uffici pubblici. Ovviamente gli stessi cittadini troveranno strano che li si richiami al rispetto scrupoloso dei propri doveri sui luoghi di lavoro o negli spazi pubblici magari dagli stessi che gestiscono il proprio potere a loro esclusivo vantaggio.

Il problema principale dell’Italia è questo. Ed è un problema che rende vani tanti sforzi di risanamento che vengono intrapresi a suon di tasse e di tagli di spesa.

Ma il problema non si limita alla politica o agli apparati pubblici o a una parte dei cittadini. Esempi “illustri” ci dicono che i metodi dell’abuso di potere e del ladrocinio organizzato sono stati fatti propri da tanti che si sono piazzati nei centri vitali del capitalismo italiano.

Di costo del lavoro tutti sanno parlare, ma di costo del banditismo economico chi ne parla?

Prendiamo il caso dei Ligresti clan imprenditoriale insediato a Milano da ormai un ventennio. Scrive Alberto Statera: Passati vent’anni, il grande establishment finanziario e politico del paese, complice in buona parte e in ogni momento, scopre – ohibò – antichi e ben noti profili talvolta definiti nei processi “delinquenziali”. Ma qualche cenno sul clan vale la pena di rinfrescarlo per quei banchieri, quei politici e quelle autorità di controllo che per un ventennio non solo hanno rivolto lo sguardo dall’altra parte, ma sono stati complici ben ripagati di una che si rivelerà probabilmente tra le più grandi spoliazioni di un capitalismo notoriamente ben versato nella pubblicizzazione delle perdite e nella privatizzazione dei profitti o, per dirla in modo meno diplomatico, nel sistematico ladrocinio.”

Ladrocinio significa che hanno sistematicamente utilizzato la società di cui avevano assunto il controllo (attenzione: il controllo non la proprietà totale), Fondiaria-Sai, come un bancomat spolpandola e portandola al collasso.

Ecco un esempio, non isolato, di cosa hanno saputo fare le classi dirigenti e i cosiddetti capitalisti italiani. E ci vogliamo meravigliare se qualche tesoriere di partito inondato di soldi dallo Stato ne approfitta per rubare?

Qualcuno dovrà, prima o poi, accendere i riflettori sulla distruzione di risorse che un capitalismo fatto di predoni capaci solo di arraffare il valore creato da aziende un tempo sane ha fatto all’Italia. Sempre si tratta di persone colluse con la politica e, spesso, anche con le autorità di controllo che avrebbero dovuto vigilare. La colla di questo intreccio è nel malaffare e nell’abuso di potere finalizzato all’arricchimento privato senza produzione di valore perché l’effetto è stato di sabotare il mercato e di mortificare le capacità creatrici di tanti che si sono visti la strada sbarrata. Mettiamo nel conto anche il legame con le mafie che ormai sono diventate una forza capace di influire sull’economia e sulla politica e il quadro è completo.

Il declino dell’Italia sta qui e non nell’art. 18 indicato con perfetta malafede da politici e da membri del governo come causa dei problemi dell’economia italiana.

Affrontare questo problema non è cosa che può partire dai partiti come sono oggi né può bastare la Magistratura. Bisogna che se ne facciano carico gli italiani che stanno prendendo coscienza che il vero baratro in cui stiamo precipitando è questo.

Dare spazio a loro è un dovere e una necessità.

Claudio Lombardi

La crisi e le proposte di un cittadino attivo (di Aldo Cerulli)

Siamo cittadini attivi e vogliamo provare a cambiare le cose.

Considerata la situazione internazionale è difficile sfuggire all’idea che siamo tutti sottomessi allo strapotere della finanza che si esprime con la crisi dei sistemi bancari che si sono dedicati alla speculazione invece che al loro mestiere. Gli Stati hanno l’acqua alla gola perché si sono caricati di una immensa mole di prestiti e adesso i governi pensano che la via d’uscita sia spremere i cittadini per far pagare a loro il conto della crisi con misure che sono un affronto alla moralità, all’equilibrio sociale oltre che essere un palese disincentivo alla crescita economica.

E’ infatti evidente che le categorie “forti” che sanno come difendersi possono trovare molti modi per non pagare la crisi. Invece, quando si mette il limite di 486 Euro per la rivalutazione piena in base all’inflazione delle pensioni si sta togliendo qualcosa di essenziale per chi è debole.

Io dico che così, forse l’Italia riuscirà a non fallire, ma a prezzo del fallimento dello Stato sociale!

Gli sprechi del passato non ci sono stati per “il buon cuore” dei governi come ha detto Monti giorni fa, ma per le tante scelte che hanno scaricato sulle casse dello Stato privilegi ed errori. Fra i privilegi ovviamente non si possono non mettere quelli dei politici e dei partiti che hanno goduto in silenzio di guadagni e finanziamenti ingiustificabili e ora vorrebbero far valere i diritti acquisiti. Proprio ciò che è negato alle persone comuni che dovranno restare al lavoro per altri 6-7 anni prima di andare in pensione. Va bene, ma ci si è chiesti cosa significherà avere tanti ultrasessantenni al lavoro? Sicuramente ci rimetteranno sia l’efficienza che la produttività, la gente starà a lavorare quegli anni in più di malavoglia, cercando più che altro di stare in parcheggio, di tirare avanti fino al gran giorno, nervosa e con acciacchi dovuti all’età. Per non parlare di quelli che saranno licenziati e a 60 anni dovranno mettersi a cercare un lavoro. Un dramma vero. A me non sembra che così si salvi l’economia.

E veniamo alla questione del “posto fisso”, battuta poco felice di Monti, ma problema reale. Intanto è ovvio che oggi il giovane cerca un posto di lavoro innanzitutto.

Vediamo che la discussione sul lavoro che manca si ferma troppo sull’art. 18. Al riguardo la penso così: già in un non lontano passato si era cercato di abolirlo perché ritenuto disincentivante alle assunzioni da parte di piccole imprese con organico di 15 dipendenti e le OOSS barattarono il suo mantenimento con il consenso alle assunzioni a termine (un tempo consentite solo per carichi stagionali di lavoro)…da qui iniziarono a proliferare le società di “lavoro in affitto” …un mero appalto di mano d’opera…anche esso un tempo vietato dalle normative sul lavoro; i più fortunati, si fa per dire, invece vennero assunti con contratti Co.Co.Co., poi diventati Co.Co.Pro. quando partirono i primi ricorsi contro le assunzioni simulate.

Tutti sanno che questi “precari del lavoro” (nel settore privato e in quello pubblico), non potranno mai chiedere un mutuo ad una banca per acquistare una casa…in quanto non possono presentare un “cedolino paga” che presenta la dizione “assunzione a tempo indeterminato”. Quindi la condizione di precario non può durare a lungo a meno che non cambino anche tante altre regole (come quelle delle banche per esempio).

La vera tutela è quella contro le discriminazioni mentre, invece, è giusto che si possa allontanare chi sfrutta il lavoro degli altri, chi si assenta con presunte malattie strategiche, chi crea danni all’azienda, insomma chi…credendo di aver conquistato a vita il posto di lavoro…non sa mantenerselo e lo leva a chi potrebbe meritarlo veramente.

L’Art. 18 è allora per me solo un falso problema che può anche fare da alibi a chi governa mascherando l’incapacità di combattere la disoccupazione giovanile.

Tutela contro le discriminazioni significa che:

  1. al personale femminile in attesa di prole dovrà essere garantito il posto di lavoro  per la durata di almeno tre anni dalla nascita del figlio e nell’ipotesi, dopo tale data, di licenziamento effettuato in assenza  di giusta causa o giustificato motivo diritto ad un indennizzo e al trattamento di disoccupazione (in parte a carico del datore di lavoro) per almeno due anni.
  2. ai rappresentanti interni del Sindacato viene garantito il posto di lavoro e durante l’espletamento del loro mandato non possono essere soggetti a licenziamento se non per giusta causa, giustificato motivo o per riduzione collettiva del lavoro; in caso di violazione di tale norma si dovrà corrispondere un indennizzo equivalente a tre annualità di stipendio.
  3. A tutti i licenziati lo Stato, con il concorso del datore di lavoro, dovrà garantire adeguati ammortizzatori sociali e frequenza a corso di riqualificazione finalizzati al ritorno al lavoro.
  4. abolizione di tutte le forme di lavoro a termine e di assunzioni anomale;
  5. bonus fiscali (sei mesi di retribuzione) per chi assume persone fino a 35 anni di età;
  6. due anni di sgravi fiscali al datore di lavoro che assume ultra quarantenni che hanno perso il posto di lavoro.
  7. Modifiche alle norme sul processo di lavoro che ne abbattano la durata fino a sei mesi per il primo grado.

Queste sono proposte ed ipotesi che ho elaborato da semplice cittadino attivo. Invito anche altri a fare lo stesso. Soltanto un’intelligenza collettiva potrà farci fare un passo in avanti.

Aldo Cerulli