Elezioni dei sindaci: il vento fa il suo giro (di Claudio Lombardi)

I risultati dei ballottaggi dicono che un cambiamento è possibile, ma che una gran parte degli elettori ha deciso di stare a guardare se chi se ne è fatto interprete è in grado di realizzarlo e ci crede veramente.primavera elettorale Pd

La situazione non è la stessa delle politiche di febbraio: scendono i votanti, sale il Pd, calano le destre e il Movimento 5 Stelle. Un risultato significativo perché ottenuto nel mezzo di una crisi del maggior partito di centro sinistra e con un governo che ne contraddice gli impegni elettorali. Ovviamente, come ripetuto da tutti i commentatori, non vanno mischiati risultati nazionali e locali perché diverse sono le motivazioni che spingono gli elettori a fare la loro scelta. È anche vero, però, che le elezioni locali mettono più seriamente alla prova chi si candida perché incidono di meno i richiami ideali e identitari e conta molto di più la reputazione che si ha presso gli elettori e la capacità di convincerli con proposte concrete. Conta anche, ovviamente, la possibilità di far pesare il clientelismo e la corruzione, ma non è certo il caso di queste elezioni.

centroQuando si vince a Roma dopo cinque anni di governo del centro destra, quando si elegge il sindaco a Treviso, a Brescia, a Imperia, infatti, non è questione di clientele o di promesse elettorali, ma di speranza. Speranza che i nuovi sindaci e le nuove maggioranze politiche nei consigli facciano meglio di quelli precedenti e speranza che uno schieramento politico opposto al centro destra sappia governare più per i cittadini che per sé stesso.

Ora il centro sinistra ha la dimostrazione che proposte chiare e alternative al centro destra nonché una sana fiducia nelle proprie possibilità possono smuovere innanzitutto il proprio elettorato rimotivandolo. Era quello che si poteva fare anche alle elezioni di febbraio e che il Pd in particolare non è stato capace di fare. È quello che si può fare adesso su scala nazionale pur mantenendo un impegno di governo strettamente delimitato al programma delle cose urgenti da fare, ma sapendo che è un impegno a termine non procrastinabile e non ripetibile.

governo cittàIl governo delle città è il terreno di coltura di nuove relazioni politiche e di nuovi modelli di governo. La sperimentazione nasce più facilmente nella piccola dimensione a contatto con i cittadini. Il centro sinistra ora può, partendo dal basso, lavorare alla costruzione di un’alternativa nazionale che dimostri con i fatti come la politica si può rinnovare e come i partiti possono rinascere dai disastri di questi anni.

È chiaro che gli occhi di tutti saranno adesso puntati su chi ha vinto queste elezioni alla ricerca di una conferma: per chi non ha votato quella di aver fatto la scelta giusta; per chi ha votato centro sinistra quella di non aver sprecato il voto; per chi ha votato centro destra quella che il centro sinistra non ce la farà mai ad andare avanti. Ebbene l’impegno di chi è stato eletto dovrà essere quello di sorprendere sia gli uni, sia gli altri  unendo la concretezza con l’entusiasmo di chi deve tracciare una strada nuova.

Se si vogliono sorprendere i cittadini si può cominciare con un impegno rigoroso alla massima trasparenza sia nel lavoro istituzionale sia in quello di partito nella ricerca delle risposte giuste da dare ai bisogni delle città e nella gestione delle amministrazioni locali. È chiaro che ogni deviazione dagli impegni presi e dalla speranza suscitata sarà punita dai cittadini ed è chiaro che ogni tentazione di applicare metodi opachi di gestione del potere sarà scoperta e messa a nudo in un batter d’occhio. È bene saperlo che i vincitori di queste elezioni non potranno godere di nessuna “luna di miele” e che dovranno subito mettersi al lavoro puntando al coinvolgimento dei cittadini.

coinvolgimento cittadiniAttenzione: il coinvolgimento dei cittadini non è un tappabuchi retorico che va messo nei documenti e nei discorsi, ma è il banco di prova più importante per chi intende governare le città. Ormai è chiaro a tutti che nessuna città si può governare dall’alto del consiglio comunale senza far diventare ogni cittadino un potenziale protagonista, occhio, orecchio e braccio operativo di un’amministrazione diffusa che è l’unico modo per tenere insieme quegli universi urbani fatti da una miriade di punti di vista e di esigenze diverse. La democrazia ha bisogno di partecipazione e mai come oggi esistono strumenti e luoghi per praticarla. Il mondo dei movimenti e dell’associazionismo è forte e vivo e deve essere un protagonista della politica a tutti i livelli.

Qui è anche il banco di prova per i partiti che vogliono rinascere dal discredito e dal malaffare o riscattarsi dalla sfiducia che hanno suscitato. Un partito o è un luogo aperto e trasparente dove i cittadini e le loro associazioni elaborano le soluzioni ai problemi di governo della collettività sapendo di essere ascoltati e accettando le regole democratiche del confronto oppure non è.

Un primo passo è stato fatto ora non resta che mettersi al lavoro.

Claudio Lombardi

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Poco spazio per giovani e donne anche nel Terzo settore? (di Angela Masi)

Genere e generazioni: quale sfida per la cittadinanza attiva? Di giovani e di donne si parla molto e sono presenti in quasi tutti i discorsi e fanno bella mostra nei programmi politici. Si tratta di dichiarazioni di principio? Va di moda parlare di giovani, di donne e di nuove sfide oppure effettivamente la società si sta interrogando sul patrimonio rappresentato dalle nuove generazioni e dalle donne in un contesto altamente problematico rappresentato dalla crisi economica e del sistema politico e sociale? E con quali risultati?

giovani europeiCome al solito i dati reali ci aiutano a capire meglio di che si tratta. Uno sguardo ad un’indagine condotta da Cittadinanzattiva nel 2012 ci parla del Terzo Settore, dell’associazionismo e dei centri servizio del volontariato; insomma di tutto il variegato universo di associazioni nelle quali si esprime buona parte del volontariato in Italia. Ciò che accade in questo mondo dovrebbe rappresentare il meglio dell’evoluzione sociale e civile e i dati raccolti in parte confermano questa aspettativa, ma in parte riservano anche alcune sorprese.

Il focus dell’indagine ha riguardato gli organigrammi per scandagliare il tema del rapporto tra generi e generazioni nelle organizzazioni sociali.

Filo conduttore della ricerca sul rapporto tra generazioni sono stati:

  1. il dato demografico: secondo l’ISTAT In 15 anni, dal 1985 al 2010 i giovani tra i 15 e i 29 anni sono passati da 13 milioni a 9 milioni, mentre gli anziani over 65 da 7 milioni a 12 milioni. La popolazione giovanile rischia di trovarsi  costantemente in minoranza nella società contemporanea;
  2. le nuove forme di partecipazione: la percentuale dei giovani che dedicano parte del loro tempo alla solidarietà sta aumentando: si è avuta una lettura distorta a causa del dato demografico. In termini assoluti il numero in 10 anni si è, invece, ridotto (-107 mila), ma proporzionalmente i giovani che fanno volontariato sarebbero addirittura aumentati: se nel ’96 erano sei su 100 i giovani impegnati nel volontario, dieci anni dopo sono saliti a 8,5 . E oggi il Censis ci dice che sono 2.000.000 i giovani tra i 15 e i 29 anni che fanno volontariato. Quindi, non crisi, ma trasformazione della partecipazione, nel senso che quest’ultima si sposta verso organizzazioni meno strutturate e all’interno di associazioni locali, calate nei contesti territoriali, piuttosto che nelle grandi associazioni a carattere nazionale;
  3. il mancato riconoscimento dell’importanza della  partecipazione giovanile. Si sono evidenziati, nel corso della ricerca, stereotipi e modelli secondo cui “I giovani non partecipano, è difficile coinvolgerli, sono più individualisti, cercano qualcosa in cambio…”, nonché una scarsa conoscenza della complessità della realtà e la tendenza ad inibire la possibilità di un protagonismo autentico.

 giovani e donne

L’indagine ha rilevato, in tutte le associazioni intervistate e analizzate che vi è un ricambio “difficile”, nonché una certa imposizione del ruolo dei padri fondatori e delle regole della democrazia interna.

In altre parole, la differenza con il mondo profit, del lavoro è che “l’impegno civico non va in pensione”. In sostanza, tutte o quasi tutte le organizzazioni intervistate contemplavano nei ruoli di maggiore responsabilità i fondatori dell’organizzazione stessa.

Esistono, tuttavia, germi di buone pratiche:  su 99 organizzazioni analizzate, sono circa 30 quelle che fanno riferimento esplicitamente ai giovani sul sito, con diversa “intensità” (servizio civile, sensibilizzazione nelle scuole, settori dedicati, settori con statuti e rappresentanti).

Interessante, per esempio l’iniziativa del CSV-net che ha realizzato un percorso partecipato per realizzare il Manifesto della Promozione del Volontariato Giovanile. Ha lanciato un sondaggio on line (sito internet dedicato, blog aperto ai contributi e delle giornate di incontro per valorizzare l’impegno civile dei giovani e la ricchezza della cultura giovanile) con domande riguardanti l’attivismo giovanile e cosa le nuove generazioni si aspettano dalla partecipazione attiva alla vita di questo Paese.

Quanto alle tematiche di genere,ogni organizzazione ha un organigramma differente.

Laddove è contemplata la carica di presidente, cioè 99 organizzazioni, in 81 casi è affidata agli uomini, solo in 15 casi alle donne. Lo stesso accade per la carica di segretario generale (su 30 organizzazioni in 24 sono uomini, in 6 donne) e persino per quella di vice-presidente (su 62 organizzazioni, 77 uomini e 31 donne).

Nonostante si tratti di dati parziali, la ricerca di Cittadinanzattiva evidenzia che le percentuali di donne in posizioni di responsabilità politica all’interno delle organizzazioni sono ancora basse rispetto alla percentuale di volontarie all’interno delle organizzazioni. Infatti, secondo i dati ISTAT il 46% dei volontari è donna, polarizzato nelle associazioni femminili, in quelle di cura e in quelle per l’educazione.

Una cosa è certa, sui temi relativi alla partecipazione nella comunità di giovani e donne, sopravvivono tuttora numerosi luoghi comuni e stereotipi ed una realtà di fatto che, quasi per inerzia, non permette e non facilita il ricambio. Niente di nuovo verrebbe da dire, il problema del rinnovamento non è cosa che si limita alla politica e alle istituzioni, ma è un problema sociale di grande rilevanza che chiama in causa il modello Italia in tutti i suoi aspetti.

Angela Masi

Dalla Sicilia una conferma: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Le elezioni siciliane sono finite come sanno tutti e un commento si impone a prescindere dal o dai vincitori. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che la democrazia da’ a chi viene eletto. Tra quelli che non hanno votato quasi tutti non hanno alcun potere e rinunciano pure alla possibilità di scegliere chi dovrà esercitarlo in nome di tutti.

Un Presidente eletto da nemmeno il 15% degli elettori ha una legittimazione formale, ma quella vera se la deve conquistare a meno che non voglia dominare i cittadini trattandoli da sudditi.

La resistenza al cambiamento è forte e riflette quella diffusa nella società. I partiti che si sono presentati al voto, con la sola esclusione del M5S e, forse, di quelli che si collocano a sinistra del Pd, hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco quindi la concentrazione sulle formule e l’alchimia delle alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

Ciò che i cittadini avvertono è che i loro problemi troppe volte sono stati un pretesto per la competizione fra i partiti, non il fine cui tendono quelli che si presentano come professionisti della politica. Anche la rabbia e l’insoddisfazione che stanno alla base dell’astensionismo hanno un ruolo essenziale perché sono il serbatoio a cui tanti politici attingono per sminuire le proprie responsabilità e per promettere le grandi trasformazioni che non si realizzano mai. È lo stesso meccanismo degli aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate in cerca di una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

I cittadini, però, non sono angeli, sono anche corresponsabili delle degenerazioni e delle deformazioni della politica e della democrazia perché stanno nello stesso brodo di coltura che produce i politici ladri, mafiosi e corrotti. Quindi devono crescere, fare lo sforzo di assumere un punto di vista che metta al centro l’interesse della collettività e la legalità, accettare il ruolo dello Stato e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma non devono nemmeno sentirsi vittime innocenti pronte per essere convinte a suon di promesse indecenti o di inammissibili favori. I cittadini devono capire che i loro problemi si risolvono dentro un sistema di regole che poggia su finalità selezionate e definite con la politica che non è il feudo di Tizio o Sempronio, ma un processo collettivo di partecipazione democratica. Perché o è così o è lo sfascio.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi fatta di valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

Quali? Tanto per avere un’idea si potrebbe rileggere la prima parte della Costituzione. Già quello è un buon punto di partenza.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi