Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

Ballottaggio a Napoli: voto di protesta o defezione di protesta? (di Fabio Pascapè)

Concluse le elezioni amministrative a Napoli facciamo due conti e qualche riflessione. Il risultato, definito dai più clamoroso, consacra sindaco Luigi De Magistris con il 65,38% a fronte di un Lettieri che si attesta sul 34,62%. E’ un risultato che stupisce non tanto per l’esito quanto per le dimensioni del distacco. Nella migliore delle ipotesi si poteva immaginare un’affermazione di uno o due punti. L’affermazione di De Magistris è stata invece schiacciante. La maggior parte degli analisti sin dal primo momento ha parlato di un voto sostanzialmente di protesta. Effettivamente una serie di indicatori sembrano deporre in direzione del fatto che una consistente parte dei consensi a De Magistris siano stati connotati in tal senso come già argomentato in un precedente articolo (Elezioni amministrative a Napoli: un’istantanea tra primo turno e ballottaggio di F.Pascapè – su CIVICOLAB  http://www.civicolab.it/?p=1195 )

Senza ripercorrere per intero l’analisi svolta è il caso di ricordare il dato relativo ai voti conferiti al ”solo sindaco”  senza espressione di preferenza di lista che, al primo turno, come appare dallo schema seguente, sono stati per De Magistris ben il 27,32% .

I turno

Voti

% sui votanti

voti solo
sindaco

% sui voti/candidato

LETTIERI GIOVANNI

179.575

38,52

9.676

5,39%

PASQUINO RAIMONDO

45.449

9,75

2.829

6,22%

MORCONE MARIO

89.280

19,15

6.166

6,91%

de MAGISTRIS LUIGI

128.303

27,52

35.050

27,32%

Una protesta forte ed indirizzata in maniera evidente all’operato della coalizione di centro sinistra in esito ad un percorso durato 18 anni. Una protesta che non è stata neanche minimamente intaccata dalla prospettiva di ridimensionamento del numero di consiglieri del PD e dell’UDC che si sarebbe avuto con l’affermazione di De Magistris come si evince dallo schema che segue e che rappresenta i due scenari possibili in esito al ballottaggio per quel che concerne il numero di consiglieri eletti.

coalizioni


Lettieri

De Magistris

Morcone

Pasquino

Vittoria Lettieri

29

6

9

4

Vittoria De Magistris

29

11

6

2

Una componente del voto certamente non protestataria e che depone nel senso di una continuità è stata determinata dal patto PD IDV alle Municipalità nelle quali le coalizioni a sostegno di Morcone e quella a sostegno di De Magistris si sono presentate insieme in nove casi su dieci.

Coalizione

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando De Magistris/Morcone
2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino De Magistris/Morcone
3 Stella – S.Carlo all’Arena De Magistris/Morcone
4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale De Magistris/Morcone
5 Arenella – Vomero De Magistris/Morcone
6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio De Magistris/Morcone
7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano De Magistris/Morcone
8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia Liste distinte
9 Pianura – Soccavo De Magistris/Morcone
10 Bagnoli – Fuorigrotta De Magistris/Morcone

In esito al voto di ballottaggio i numeri arricchiscono ulteriormente la visione facendo innanzitutto emergere la caduta verticale della partecipazione al voto.

Aventi diritto

votanti

%

Amministrative 2006

828.496

552.100

66,64%

Amministrative 2011
primo turno

812.450

490.142

60,33%

-61.958

differenza 2006
I turno 2011

Ballottaggio

410.907

50,58%

-79.235

differenza I turno
ballottaggio 2011

Differenza

-16.046

-141.193

Come si vede dallo schema, tra le ultime consultazioni comparabili (amministrative 2006) e il primo turno hanno votato 61.958 persone in meno. Al ballottaggio, poi, hanno votato  79.235 persone in meno rispetto al primo turno.  In buona sostanza un napoletano su due ha deciso di non andare a votare ed è questo un dato che in termini di disaffezione si commenta da sé. In complesso la flessione rispetto alle amministrative 2006 è di 141.193 elettori. Il dato è complessivamente inquietante ma ancora più inquietante è la flessione tra primo turno e ballottaggio. Inizia a delinearsi uno scenario che vede contrapporsi al voto di protesta una vera e propria defezione di protesta con la caratteristica, comune ad entrambe, di essere interne ai rispettivi schieramenti. Il voto di protesta è, infatti, interno e connesso agli esiti dei 18 anni di governo di centrosinistra mentre la defezione di protesta sembra essere interna e connessa alle scelte elettorali dello schieramento di centrodestra.

Questa ipotesi trova un ulteriore conforto nel dato che segue:

Lettieri

%

De Magistris

%

I turno

179.575

38,52

128.303

27,52

Ballottaggio

140.203

34,62

264.730

65,38

Differenza

-39.372

+136.427

Al ballottaggio Lettieri registra una flessione di 39.372 voti a fronte di De Magistris che invece letteralmente raddoppia i consensi. Difficile pensare ad un candidato che al primo turno consegue il maggior numero di voti e che, non dico li incrementi, ma almeno li conservi. I commenti post ballottaggio hanno evidenziato, infatti, come a Lettieri non sia stato dato (dalla sua stessa coalizione) lo stesso tipo di sostegno che gli era stato dato a ridosso del I turno elettorale quando si eleggevano anche i presidenti ed i consiglieri municipali ed i consiglieri comunali.

L’ipotesi della defezione di protesta trova conforto anche nel dato che segue:

risultati I turno

risultati Ballottaggio

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

In esito al primo turno le coalizioni contrapposte avevano raggiunto un risultato paritario conseguendo la presidenza rispettiva di cinque municipalità. Al ballottaggio Lettieri ha ricevuto un numero di consensi inferiore a De Magistris in tutte e dieci le municipalità, comprese, quindi, quelle nelle quali il Presidente era stato eletto nello schieramento di centro-destra.

Altri interessanti indizi che fanno pensare ad una defezione di protesta li ricaviamo proprio dall’analisi dell’astensione su base municipale.

risultati I turno

risultati
Ballottaggio

votanti

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

-13.680

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

-10.873

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

-10.375

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

-8.278

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

-8.214

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

-8.064

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

-6.109

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

-5.477

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

-4.085

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

-3.964

Fatta eccezione per la I Municipalità che (unica) già nel 2006 registrò l’affermazione del centro-destra e che ha potuto contare su un elettorato fidelizzato (anche se poi non ha confermato il voto espresso al primo turno), le maggiori defezioni al voto si sono registrate in netta maggioranza nelle municipalità nelle quali al primo turno il centro destra aveva conseguito la presidenza.

Una lettura delle analisi apparse sulla stampa nei giorni successivi al ballottaggio sembrerebbe confermare un appoggio calante a Lettieri tra il primo ed il secondo turno che, secondo alcuni commentatori, sarebbe ascrivibile proprio all’area che non ha mai visto di buon occhio il ruolo all’interno del PDL della corrente dei cosentiniani. Supposizioni? Non è facile dirlo. Quello che resta sono i numeri che nel loro insieme ci restituiscono un’immagine che, sotto il profilo della valutazione civica, appare quanto mai inquietante. In buona sostanza sia a destra che a sinistra il voto è servito innanzitutto ad esprimere disagio e protesta interni ai rispettivi schieramenti. Questa è una vittoria sotto il profilo della democrazia perché, comunque vada, il sistema delle nostre istituzioni resta flessibile al punto da consentirne comunque l’espressione compensando in tal modo eventuali irrigidimenti strutturali. Occorre avere il coraggio di dire con forza, però, che le elezioni amministrative servono ad esprimere degli amministratori in grado di governare una città difficile, tormentata ed in profonda crisi e non a veicolare protesta e malessere che non hanno trovato altra via costruttiva per esprimersi. Questo va detto senza nulla levare al neoeletto sindaco e senza entrare nel merito delle scelte fatte dall’elettorato.

Da un simile quadro si evince in maniera inequivocabile che la società civile e la cittadinanza attiva a Napoli devono assumere compiti di primaria importanza come quello di restituire la politica ai cittadini, di ricostituire un rapporto costruttivo con le istituzioni e soprattutto di ripristinare eo creare ex novo punti di ascolto, elaborazione ed azione civica che permettano al cittadino di tornare a partecipare alla definizione delle politiche che lo interessano, alla scelta effettiva dei propri amministratori e che consentano ai consensi ed ai dissensi di confluire in una dialettica civica da tempo negata e, tuttavia,  indispensabile alla vita della nostra città.

La sfida e, insieme, l’obiettivo è il recupero della fiducia in un voto che serva effettivamente a scegliere in maniera oculata i propri amministratori, rendendo disponibili una batteria di strumenti di partecipazione che consentano al cittadino di esprimere e vedere accolto e realizzato il proprio punto di vista. In futuro auspichiamo meno voti o defezioni di protesta e più cittadini responsabili, attivi e partecipi alle scelte dei propri amministratori.

Il compito di De Magistris non è affatto semplice ma la forte investitura ricevuta gli ha conferito una marcia in più. Tutti ci auguriamo che sappia sfruttarla al meglio. La competizione elettorale si è conclusa e non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche. Questo vale sia per chi ha sostenuto De Magistris che per chi non lo ha sostenuto. Questo vale per tutti i cittadini che abbiano veramente a cuore la propria città.

Napoli non può più attendere.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva NAPOLICENTRO