Un elettorato disinteressato ed egoista?

A poco più di un mese dal voto il primo partito resta quello dell’astensione. Tanti gli appelli – dal Presidente della Repubblica alla Chiesa – ai cittadini perché vadano a votare. Argomentazioni assolutamente fondate sull’importanza del voto e della partecipazione alle scelte politiche vengono ripetute con parole convincenti. Eppure la sensazione è che questi appelli non tocchino il cuore e la mente di milioni di italiani.

Scrive Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera che oggi prevale il disinteresse perché “vince una componente né politica né culturale, ma antropologica: abbiamo di fronte un elettorato vagotonico (…) indifferente a quel che avviene nella vita comunitaria, appiattito sulle proprie scelte personali, quasi prigioniero di un sopore difficile da smuovere: un elettorato senza condivisione di sentimenti collettivi”.

Ora, più che il riferimento alla patologia medica, è condivisibile che l’indifferenza e il ripiegamento sui propri interessi personali siano molto diffusi. E non soltanto in occasione delle elezioni, bensì ogni volta che la vita quotidiana di tanta gente si incontra con regole di comportamento corretto e responsabile.

Oggi. E prima? Se parliamo di concentrazione sui propri interessi personali non sembra che la situazione sia così diversa da quella già conosciuta in epoche passate quando la partecipazione al voto era costantemente sopra all’80%. Non è che in quegli anni i cittadini fossero esempi di virtù civiche. Tante piccole discariche a cielo aperto erano disseminate nelle vie delle città o appena fuori dai centri abitati, le frodi erano molto diffuse così come l’uso sfacciato di ogni possibile beneficio a favore dei lavoratori dipendenti e gli autonomi godevano, di fatto, di un regime fiscale diverso da quello legale. Molti problemi personali si potevano affrontare grazie alla corruzione e, se si guarda al mondo delle imprese, il ricorso all’uso anomalo di risorse pubbliche era molto frequente (finanziamenti e agevolazioni, Cassa del Mezzogiorno).

Gli anni della massiccia partecipazione al voto sono stati anni di inflazione a due cifre, di ricorso sistematico al debito pubblico per coprire qualunque spreco, di corruzione diffusa, di invadenza della politica in ogni settore della vita sociale, di privilegi e di abusi concessi a chiunque avesse una qualche forma di protezione individuale (raccomandazioni) o collettiva (sindacalismo).

Erano, però, anche anni nei quali la presenza di partiti di massa trasmetteva agli italiani l’impressione che a loro spettasse inevitabilmente la gestione del potere che aveva l’ambito nazionale come confine riconosciuto. La scelta di campo occidentale non si discuteva, ma poi la sostanza del potere (moneta, finanza) stava tutta all’interno.

Non è che allora non ci fossero le caste. C’erano ben più di oggi ed erano intoccabili perché il potere era nelle loro mani e lo usavano per cementare un blocco sociale nel quale ognuno poteva sperare di avere qualche vantaggio (dalla casa popolare, alla pensione di invalidità, al finanziamento a fondo perduto). C’era anche una diffusa consapevolezza che la dimensione collettiva portasse vantaggi per intere categorie di persone e che la politica fosse lo strumento per arrivarci.

Oggi, il rancore sociale poggia sulla delegittimazione della classe dirigente, l’indignazione sulla caduta del potere nazionale e l’enorme diffusione dei centri di produzione di informazione e di opinione (ogni account facebook lo è) ha portato allo sgretolamento delle gerarchie basate sulle competenze e al disorientamento. L’aggressività individualista di oggi, tuttavia, non può certo eguagliare l’aggressività organizzata dei movimenti di protesta o delle trame eversive del passato.

Oggi prevale la sfiducia nella politica perché non appare più l’unico ambito nel quale si concentra il potere. Di conseguenza i partiti sono stati delegittimati e sono avvertiti come ingombranti ed inutili.

In realtà il moralismo dilagante (sono tutti uguali, sono tutti venduti) segnala solo la rabbia perché si avverte la debolezza del potere che non è più in grado di distribuire compensi per acquisire il consenso. Il Censis ha individuato nella categoria del rancore la caratteristica diffusa di questi anni.

Ricorda De Rita che le campagne elettorali degli ultimi quindici anni non sono state condizionate dalle proposte sull’Europa o sui conti pubblici, bensì dalla strumentalizzazione politica dei sentimenti dell’elettorato. D’altra parte cosa fu il voto del 2013 se non un’espressione del rancore collettivo? Anzi, di tanti rancori diversi.

Molti non voteranno sui programmi, ma solo sul sentimento che alcune proposte riusciranno a trasmettere (flat tax, reddito di cittadinanza, rottura dei vincoli europei). L’unica possibilità per chi non vuole imboccare questa strada è un continuo tentativo di ragionare sulla realtà. Ragionare insieme come introduzione ad un nuovo andamento della democrazia che si apra alla partecipazione dal basso. Ascoltare, dialogare, accogliere idee e suggerimenti. I politici che riusciranno a farlo alla lunga saranno premiati

Claudio Lombardi

Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

Sui ballottaggi comunali

Ballottaggi delle comunali. Astensionismo ormai della maggioranza degli elettori. Rimonta del centrodestra. Pericolo che il legame spezzato con le formazioni politiche porti ad una partecipazione al voto a “ondate” mossa da emotività e irrazionalità. Inoltre mentre a destra è in atto una convergenza dalle altre parti prosegue una divergenza che porta a radicalizzarsi sulle proprie posizioni rifiutando la ricerca dell’incontro. Esempi sono la situazione nel Pd con la lotta tra le minoranze e la maggioranza di Renzi e l’atteggiamento del M5S.

Sul movimento di Grillo ci aiuta a mettere a fuoco la questione un post di Anna Maria Bianchi su Facebook. Eccolo: “Tutti i limiti del Movimento Cinque Stelle sono racchiusi in quella sconfitta di Felice Casson a Venezia, sconfitta a cui ha contribuito la scelta del M5S di non appoggiare il parlamentare PD, ex magistrato d’assalto. Una visione solipsistica che consegna la città al centrodestra. E che fa venire i brividi per il futuro di altre città, compresa Roma: se continuerà a prevalere questa logica, a meno che un Cinquestelle vinca al primo turno a Roma rischiamo di trovarci un emulo di Salvini o una Meloni. Chi ambisce davvero a governare realtà complesse non può limitarsi a rivendicare l’esclusiva dell’onestà marcando le distanze senza cercare alleanze, soprattutto se la sua popolarità non è poi così profondamente radicata nella società civile, ma si basa essenzialmente sulla scontentezza degli elettori per i propri partiti di riferimento. Scontentezza che può facilmente virare sul non voto, con il risultato che la scarsità degli elettori riproponga tal quale la situazione odierna, con percentuali inferiori ma distribuite più o meno allo stesso modo (o peggio). Chi ha a cuore davvero il destino della città e dei cittadini, dovrebbe dimostrarlo mettendosi al lavoro seriamente con le persone serie degli altri partiti, che pure ci sono”.

Chiarissimo, no? Le realtà complesse non si governano rivendicando la propria onestà e rifiutando ogni alleanza. La popolarità che si basa sulla scontentezza degli elettori porta al non voto e non automaticamente alla costruzione di un’alternativa. Le persone serie che ci sono devono farsi forza per sconfiggere il malaffare, ma elaborando piattaforme su cui incontrarsi.

Pochi voti: crisi della democrazia e della politica? (di Claudio Lombardi)

crisi politicaCon i ballottaggi si concludono le elezioni dei consigli comunali e dei sindaci di Roma e di tante altre città. Scarsissima la partecipazione al voto. La democrazia non funziona più? Le assemblee elettive non hanno più senso? Domande legittime e ovvie in un Paese che faceva della partecipazione al voto un suo carattere identitario. Troppo si è detto della crisi dei partiti, della loro degenerazione e della trasformazione della politica in un “mestiere” al quale partecipano solo quelli che ne traggono qualche vantaggio. Adesso bisogna farsi qualche altra domanda anche perché sono comparse forze politiche nuove e altre, meno nuove, si sono però caratterizzate come antagoniste al sistema dei partiti raccogliendo una parte della spinta dell’associazionismo e dei movimenti di lotta. E dunque perché gli elettori non hanno votato in massa per loro?

Bè veramente il voto al Movimento 5 Stelle c’è stato e ha dato voce alla protesta portando in Parlamento tanti cittadini comuni. Grillo voleva aprire il Parlamento “come una scatola di tonno”; dice di averlo fatto e di non aver trovato nulla. Si domanda Grillo se il Parlamento abbia ancora un senso e afferma che è la “tomba maleodorante della Repubblica” occupata da impiegati adibiti a pigiare bottoni a comando.

Se fosse vero ci troveremmo davanti a un “rivoluzionario” assai ingenuo che non si accorge di dare l’assalto ad una fortezza vuota. Per anni ha costruito il suo movimento e l’ha voluto portare alle elezioni e si accorge solo adesso che era tutto inutile? Ammettiamo che sia vero quello che dice. Conseguenza immediata: dimissioni di tutti gli eletti del M5S! Dimissioni subito senza aspettare un giorno di più. Oppure sciogliere le righe e ognuno per sé a sguazzare nella “scatola di tonno vuota”. Che ci sono andati a fare? Che ci stanno a fare lì?

crisi democraziaNo, il problema è più serio e va oltre Grillo che evidentemente non ha molto da dire. Il problema è la crisi della democrazia (e della politica che è lo strumento per metterla in pratica), delle sue istituzioni e delle modalità con le quali si esprime la partecipazione dei cittadini. La democrazia deve governare la complessità (siamo tanti e con tanti interessi e problemi diversi dal cittadino comune alla grande azienda) rispettando la libertà di tutti, ma facendolo si espone all’assalto di tutti quelli che hanno il potere di imporre i loro interessi e che, non sopportando di dover competere per affermarsi, cercano strade più brevi per farlo. Per questo accusano tutti i luoghi nei quali la libertà e la complessità si incontrano e li denunciano come responsabili da punire o da eliminare. L’ostilità, la diffidenza, il ribrezzo per la politica e i politici e per le lungaggini delle procedure democratiche è entrata nelle culture dell’occidente. Purtroppo la degenerazione dei partiti, la corruzione, l’inefficienza degli apparati pubblici e delle stesse istituzioni (generate da chi antepone il proprio interesse al rispetto delle regole e agli interessi generali e quindi sabota la democrazia dall’interno) hanno finito per mischiare la voglia di onestà e la voglia di dittatura.

potere ricchi e poveriAlla crisi della democrazia e dei partiti si può allora rispondere con una loro rifondazione rivoluzionaria che ritrovi il senso e la missione di sistemi politici fondati sulla uguaglianza e sulla libertà; oppure si può rispondere ammazzando la democrazia e distruggendo i partiti facendo finta di sostituirli con un rapporto diretto tra vertici dello Stato e popolo ovvero con una democrazia diretta gestita da internet che è lo strumento più manipolabile e meno democratico che esista perché è non è verificabile e non è trasparente.

Ci sono tanti interessi in gioco (e tanti punti di vista culturali e ideologici) che vorrebbero imboccare questa strada (ovviamente in nome dei cittadini e contro la politica e le istituzioni democratiche inutili e corrotte) e non lo dicono mica apertamente che dietro alla protesta urlata o dietro gli appelli al popolo c’è un ennesimo tentativo di cancellare l’anomalia che tenta di conciliare complessità e libertà.

futuro secondo GrilloSe grazie ad una magia questi oppositori della democrazia dicessero con sincerità cosa vogliono veramente ci si troverebbe di fronte a scenari da incubo. Alcuni (Berlusconi per esempio) direbbero che vogliono una nuova forma di fascismo che imponga con la forza gli interessi dei pochi togliendo a tutti gli altri il diritto di parola, cancellando solo per loro la politica e sopprimendo i partiti e ogni altra sede collettiva di confronto e di decisione sostituendo il tutto con un rapporto fiduciario tra popolo e leader. Altri, come Grillo, tirerebbero fuori astratte visioni di società del futuro governate da internet o dalla democrazia diretta con il mondo diviso in milioni di villaggi, senza più gli stati, le monete, gli eserciti. Insomma un gigantesco fumettone senza capo né coda con l’unico effetto di lasciare intatte le posizioni di chi ha il potere di imporsi, ma distruggendo il sistema di rappresentanza democratico.

Purtroppo questa magia non si può fare e dobbiamo accontentarci della nostra capacità di comprendere ciò che sta accadendo. Alcuni punti fermi dobbiamo averli: il regime della libertà e della democrazia è il migliore che si possa avere ed è fondato sulla partecipazione democratica alle decisioni che riguardano la collettività. Partiti, politica e istituzioni debbono essere riformati, ma non si può mettere in discussione che debbano esistere. Occorre invece che i cittadini li riconquistino con la loro intelligenza e con la loro partecipazione.

Contro la degenerazione della politica e l’inefficienza delle istituzioni non c’è cura migliore.

Claudio Lombardi  

La scelta difficile del voto (di Claudio Lombardi)

Domani a quest’ora sapremo tutto e ragioneremo sui dati. Intanto si vota e saranno probabilmente molti quelli che ancora devono decidere che fare: votare o no? e se sì cosa esprimere con il voto? Delusione, protesta, rabbia, timore? Oppure una scelta non emotiva? E in questo secondo caso guidata da cosa? Interessi privati, sensibilità per gli interessi della collettività, scelte ideali, o un mix di tutti e tre gli elementi?

La scelta più logica sarebbe quella di andare a votare e di non votare scheda bianca (o non annullarla), ma scegliere una lista perchè comunque chi sarà eletto andrà a dirigere le istituzioni nelle quali si decide per tutti. Lasciar scegliere altri anche per noi non è mai una cosa buona.

Sappiamo che il non voto è un modo per esprimere una posizione e per lanciare un monito: “attenti perchè non siete legittimati”.

E’ utile, serve a qualcosa? In certi casi sì, ma in genere no perchè è una forma di protesta che non porta conseguenze a meno che non sia l’anticamera di una ribellione. Stesso discorso per la scheda bianca o annullata.

Dunque è meglio votare. Ma come? Emotività o razionalità? L’ideale sarebbe che l’emotività portasse alla razionalità di un progetto. Può sembrare contraddittorio, ma una forte spinta emotiva se non si traduce in una grande motivazione al cambiamento e, quindi, alla realizzazione di un nuovo equilibrio a che serve?

L’Italia ha bisogno di stabilità, di ordine, di rigore che sono le premesse di una rifondazione dello Stato e del rapporto fra questo e i cittadini.

Decenni di malgoverno (con qualche interruzione), di corruzione, di uso dello Stato per i propri interessi ci hanno abituato all’idea che la politica sia sporca, che l’ordine sia funzionale al dominio dei potenti, che il rigore sia far pagare ai più deboli il permissivismo delle classi dirigenti.

Il cambiamento che serve è l’esatto contrario. Ma perché sia vero non basta sbandierare alcune belle idee o una girandola di proposte giuste e fantasiose senza però un criterio che dia loro un senso, senza un progetto.

dubbi  politiciDetto in altro modo, non basta indicare il punto di partenza (rabbia, delusione, buona volontà), bisogna anche lasciar intravedere il punto di arrivo cioè l’idea che si vuole realizzare. E poi ci vuole il progetto ossia bisogna portare argomenti razionali, plausibili, convincenti che leghino in un filo logico sia la partenza che l’arrivo. E infine ci vuole la credibilità personale di chi si propone.

Il tutto ben sapendo che nessuno può fare miracoli e che i grandi cambiamenti avvengono sempre in modo progressivo per il semplice motivo che devono andare di pari passo con la maturazione civile dei cittadini e con il mutamento dei comportamenti anche individuali. Chi promette la salvezza con una svolta improvvisa e radicale sta promettendo l’impossibile e sta dando per scontato che sia sufficiente la volontà di un gruppo politico per imporre a tutti cambiamenti drastici. Esattamente ciò che è avvenuto in tutte le dittature del ‘900 con le conseguenze che conosciamo (guerre, distruzioni, miseria). Dunque meglio non affidarsi a simili illusioni. Nella migliore delle ipotesi fanno perdere tempo e provocano cocenti delusioni.

Claudio Lombardi

Sono un puntolino, ma faccio la storia (di Paolo Andreozzi)

Notizia di giorni fa sulla stampa di tutto il mondo: dal 14 gennaio prossimo i cittadini cubani saranno liberi di recarsi all’estero senza bisogno di permessi governativi discrezionali e di altre formalità burocratiche – basterà il passaporto.

Notizia di un domani (SPERO) sulla stampa del nostro sfigato Paese: dal 2013, i cittadini romani e i cittadini laziali e i cittadini lombardi e i cittadini siciliani e pure i cittadini italiani tutti, saranno liberi di veder attuate dal Comune, dalla Regione e dal governo, politiche di progresso sostenibile, umanità solidale e garanzie costituzionali da parte di una classe dirigente onesta, competente e di sinistra, senza bisogno di occupare piazze reali e virtuali. Basterà votare.

Lo SPERO, ripeto, ma sperare non basta: BISOGNA LAVORARCI SU! Perché già la vedemmo l’antipolitica al lavoro: è stata per intero il ventennio fascista, e fu una tragedia. Poi è arrivata la seconda ondata antipolitica – l’età berlusconiana – che come dice il saggio, ha ripetuto la prima in forma di farsa.

Per questo terzo (in corso) riflusso antipolitico e populista la teoria non ci fornisce sostantivi – se prevarrà vedremo, la pagheremo comunque e poi daremo un nome alla sua storia.
Ma in tal caso, gente italica, allora siamo proprio idioti.

Bisogna lavorarci su, ho detto, però bisogna lavorarci con tanta intelligenza. Prendiamo la disponibilità all’impegno personale, per esempio. Per OGNI cittadino disposto a muoversi personalmente per una giusta causa – si tratti di occupare con determinazione o manifestare pacificamente o partecipare a un tavolo di lavoro o anche solo di studiare un tema sensibile – per ogni cittadino così, ce ne sono VENTI che non lo faranno anche se condividono la stessa causa. E non lo faranno per le migliori RAGIONI del mondo – perché di occupare hanno timore, di manifestare non hanno tempo, di stare al tavolo di lavoro non hanno pazienza, e per studiare davvero non hanno le basi.

PERO’ per quella causa VOTERANNO, e lo faranno convintamente, se gliene si darà la POSSIBILITA’.
Lo prova la storia, a Roma, della lotta per l’acqua pubblica, in cui non saranno stati più di 50.000 le cittadine e i cittadini direttamente mobilitati a tutti i livelli. Eppure, al referendum abbiamo votato – e benissimo – in UN MILIONE E DUECENTOMILA! Rapporto venti a uno, e anche di più. VERITA’ matematica.

Se non si capisce questo, se non si vuol capire che c’è un MONDO di cittadine e cittadini validissimi che NON verranno con noi a occupare, NON sfileranno con noi in piazza, NON siederanno con noi al tavolo di lavoro, NON ruberanno tempo al loro tempo per mettersi a studiare, e TUTTAVIA stanno là che aspettano di poter dare un voto DEMOCRATICO alla proposta politica di superamento del modello socioeconomico in sfacelo – allora non si vuole davvero vincere la battaglia per un altro modello possibile, per altre regole di convivenza civile e sostenibile, per CITTA’ diverse e per diversi Paesi.

Ognuno di noi qui è solo UNO, e la nostra energia antagonista è GIA’ in campo. Ma così come stanno le cose, il POTERE resta nelle aule dell’istituzione e l’energia nostra e di chi è come noi resta FUORI – nella piazza sotto le loro finestre. Più di questo non possiamo, e il potere ne rimane INTATTO.

Allora il salto di qualità, la MOLTIPLICAZIONE DELLA FORZA POLITICA, può solo consistere in ciò: dare una semplice cosa da FARE a quegli altri venti cittadini che già vogliono quel che noi vogliamo – venti per ciascuno di noi mobilitati.

FACCIAMOLI VOTARE PER LA NOSTRA – E LA LORO – CAUSA! Tutto il resto – le sinergie, la tattica, la comunicazione – discende da QUESTO.

Altra prova, le elezioni siciliane e tutti i sondaggi dicono chiaro che più o meno 45-47% degli elettori non voterebbero proprio. QUARANTASETTE ELETTORI SU CENTO, UN MONDO!
Proprio quel mondo che dicevo prima. Quel mondo di bisogni, problemi, aspettative e desideri sta lì. E aspetta una proposta che vada oltre il teatrino e le figurine, aspetta una proposta di ripensamento integrale della forma sociale e produttiva e della distribuzione di risorse e opportunità. Ripensamento da elaborarsi col contributo di tutti e tutte da realizzarsi tramite amministratori onesti e strateghi intelligenti.

Probabilmente ce ne sono anche negli attuali partiti e persino tra i politici di professione, che però non riescono ancora a convincere quasi metà degli italiani a fidarsi della loro visione (ammesso ne abbiano una) e di loro personalmente.

Ma certamente ce n’è tra tutti gli altri, tra i cittadini ‘semplici’, i quali in questa fase storica potrebbero/ dovrebbero decidersi a passare dalla pura delega alla temporanea assunzione di responsabilità.
Quel che è sicuro è il livello straordinario, inedito, della crisi e dei pericoli conseguenti per la stessa democrazia, per la stessa tenuta civile. Ed è sicuro che a tale livello si può rispondere solo con un esperimento altrettanto straordinario, inedito.

Ci vuole fantasia, coraggio, rigore, volontà e fiducia. A me la fiducia, per esempio, viene da considerazioni apparentemente eterodosse come la seguente.

Gli americani, quei giocherelloni, si sono divertiti ad attualizzare monetariamente le enormi ricchezze di tutti i ‘Paperoni’ noti alla Storia, e hanno tirato giù la classifica dei primi dieci di ogni tempo: Masa Munsa I (re del Mali nel 1300), il primo dei Rothschild, il primo dei Rockfeller, Carnegie, Nicola II l’ultimo zar, Mir Osman Ali Khan (principe indiano inizi ‘900), Guglielmo il Conquistatore, Gheddafi, Henry Ford e Vanderbilt.

Ci sono – vedete – tre despoti feudali, un dittatore affamapopolo, un capitalista delle colonie e cinque capitalisti puri nel cuore dell’impero. Ora, il cammino dell’autoemancipazione umana è riuscito, in effetti, a liberare i popoli – a prezzo di tanto sangue e col contributo di tanta consapevolezza – dal giogo di quattro di quegli ultra-ricchi. Invece, i rapporti di forza che hanno consentito il dominio degli altri sei, sono stati iniettati nella stessa coscienza della gran parte dei dominati.

Ma è appunto questo incantesimo ciò di cui, forse, stiamo vedendo la fine. Certo, parliamo di una scala addirittura planetaria ed epocale. E io non sono che un puntolino. Però bisogna pur cominciare da qualche parte, e per fortuna altri hanno già avviato un cammino che mi sembra fertile. Allora proseguiamo, uniamoci! Iniziamo dagli ambiti con un raggio più gestibile, più a misura delle nostre forze reali: cominciamo dai programmi per le amministrazioni locali, Comune, Regione, e dalla competizione democratica per far valere le proposte concrete e fattibili che riusciamo a elaborare.

Forza, io comincio da Roma e ho trovato in questo dei buonissimi compagni di strada (www.dazero.org )! Fatelo anche voi.

Paolo Andreozzi

Dalla Sicilia una conferma: una vecchia politica scade e la nuova non nasce ancora (di Claudio Lombardi)

Le elezioni siciliane sono finite come sanno tutti e un commento si impone a prescindere dal o dai vincitori. Per chi ha a cuore le sorti della democrazia è importante, anzi, è essenziale riflettere molto sulla percentuale di votanti. Meno della metà degli elettori hanno esercitato il loro diritto di scelta rinunciando a dire col voto chi deve essere investito dei poteri che la democrazia da’ a chi viene eletto. Tra quelli che non hanno votato quasi tutti non hanno alcun potere e rinunciano pure alla possibilità di scegliere chi dovrà esercitarlo in nome di tutti.

Un Presidente eletto da nemmeno il 15% degli elettori ha una legittimazione formale, ma quella vera se la deve conquistare a meno che non voglia dominare i cittadini trattandoli da sudditi.

La resistenza al cambiamento è forte e riflette quella diffusa nella società. I partiti che si sono presentati al voto, con la sola esclusione del M5S e, forse, di quelli che si collocano a sinistra del Pd, hanno dato la vecchia immagine di una politica come affare che riguarda chi di politica ci vive. Ecco quindi la concentrazione sulle formule e l’alchimia delle alleanze che non dicono più nulla alla maggioranza dei cittadini, ma che significano molto per chi ha di mira la sua carriera e, perché no, i suoi affari.

Ciò che i cittadini avvertono è che i loro problemi troppe volte sono stati un pretesto per la competizione fra i partiti, non il fine cui tendono quelli che si presentano come professionisti della politica. Anche la rabbia e l’insoddisfazione che stanno alla base dell’astensionismo hanno un ruolo essenziale perché sono il serbatoio a cui tanti politici attingono per sminuire le proprie responsabilità e per promettere le grandi trasformazioni che non si realizzano mai. È lo stesso meccanismo degli aiuti allo sviluppo del Mezzogiorno che sono la rendita di posizione di cui godono classi dirigenti assolutamente screditate in cerca di una legittimazione per spartirsi le risorse pubbliche  e per pompare sempre nuovi fondi dallo Stato e dall’Europa.

I cittadini, però, non sono angeli, sono anche corresponsabili delle degenerazioni e delle deformazioni della politica e della democrazia perché stanno nello stesso brodo di coltura che produce i politici ladri, mafiosi e corrotti. Quindi devono crescere, fare lo sforzo di assumere un punto di vista che metta al centro l’interesse della collettività e la legalità, accettare il ruolo dello Stato e dar forza a nuove formazioni politiche che esprimano la costruzione di una nuova classe dirigente. Non devono più farsi prendere in giro da gente che ha stradimostrato di non avere a cuore la soluzione dei problemi, ma non devono nemmeno sentirsi vittime innocenti pronte per essere convinte a suon di promesse indecenti o di inammissibili favori. I cittadini devono capire che i loro problemi si risolvono dentro un sistema di regole che poggia su finalità selezionate e definite con la politica che non è il feudo di Tizio o Sempronio, ma un processo collettivo di partecipazione democratica. Perché o è così o è lo sfascio.

Per questo ben venga anche l’affermazione del M5S, ma, meglio ancora, ben vengano nuovi movimenti in grado di riportare i cittadini alla politica e, quindi, anche alle urne. Movimenti di partecipazione civica perché è da questa dimensione che inizia la politica, ma movimenti dotati di una bussola con la quale orientarsi fatta di valori e criteri di giudizio del mondo e delle relazioni fra le persone.

Quali? Tanto per avere un’idea si potrebbe rileggere la prima parte della Costituzione. Già quello è un buon punto di partenza.

Claudio Lombardi

Astensionismo e rinnovamento della politica (di Tullio Marra)

La partecipazione al voto alle ultime amministrative 2012 è stata del 66,88% nel primo turno (-4,16% rispetto al 2011) e del 51,38% nel secondo turno (addirittura l’ 8,93% in meno rispetto alle precedenti elezioni).

Nella Costituzione italiana, all’art. 48, è scritto che “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età”. Il voto è personale (non può essere dato per delega da un rappresentante); eguale (ogni voto vale indipendentemente da chi l’ha dato); libero (nessuno può essere costretto a dare un voto diverso da quello voluto); segreto (a garanzia della libertà e per evitare indebite pressioni o ritorsioni). Dice, ancora, che votare è un “dovere civico” (parte di quel dovere di solidarietà politica, di cui parla l’art. 2), nessuna sanzione è prevista per chi non va a votare.

Tra gli studi di settore sul fenomeno astensionista consiglio quest’analisi abbastanza completa e secondo me attendibile:

http://audipolitica.it/images/stories/sintesi/Sintesi_ItalianiCheNonVotano.pdf

L’astensione è un’ opzione politica. E’ un errore considerare l’anti-politica coincidente con l’astensionismo elettorale. Tra la partecipazione elettorale e la non partecipazione esiste una zona grigia, ove si passa dal votare o no a seconda le circostanze, e degli schieramenti in campo e dei leader in concorrenza. Quindi l’astensione non è fenomeno di anti-politica di sapore anarchico.

Il 50 % degli astensionisti non si rifugia in un atteggiamento genericamente anti-politico, ma indica esattamente negli attuali partiti la ragione della loro mancata partecipazione elettorale.
Due sono gli elementi che potrebbero far tornare gli astensionisti al voto: primo, la comparsa di nuovi protagonisti e leader politici; secondo, una maggiore e generale moralità della politica.
Le analisi hanno scoperto che gli astensionisti non sono persone ignoranti e superficiali per ciò che riguarda la politica. Al contrario i tre quarti di costoro hanno precise idee ben precise su cosa dovrebbe essere la politica.

Fra i comportamenti della nostra classe politica la maggiore impressione negativa che si ripercuote su tutti gli elettori è quella inerente all’utilizzo dell’incarico pubblico per meri interessi privati.

Gli astensionisti non sono, come taluni vogliono far credere, degli arrabbiati ignoranti, ma sono del tutto simili al popolo dei votanti.

Da rimarcare che la tendenza all’astensionismo è comune a tutte le democrazie dell’Europa occidentale. E questo senza ignorare la specifica e profonda crisi che vive oggi il nostro sistema politico.

Questo spiega il successo inaspettato del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Coloro che l’ hanno votato, l’ hanno fatto perché ritengono la politica dei partiti tradizionali fallimentare, e vedono nel suo programma politico istanze innovative e, personalmente, ritengo che il presunto carisma di Grillo, c’entri poco con il suo successo.

Il M5S ha occupato, in questo momento, un vuoto politico, derivato dalla crisi strutturale, morale e anagrafica dei gruppi dirigenti dei partiti. Il M5S risponde a quella parte dell’opinione pubblica desiderosa di un cambiamento politico radicale, risponde altresì a una richiesta di trasparenza, di taglio dei finanziamenti ai partiti e ai costi della politica, di maggiore partecipazione per decidere sulle scelte della vita pubblica. Tutti segnali importantissimi. C’è grandissima insoddisfazione per lo scenario politico attuale. Il voto a M5S è un voto sì di protesta, ma soprattutto d’opinione. Continuerà a crescere, e quindi a spazzare via tutto e tutti, soltanto se i partiti tradizionali resteranno fermi e non appariranno novità politiche seriamente rappresentative.

Tullio Marra

Elezioni: dal crogiuolo della società civile (di Claudio Lombardi)

Sarà il mese di maggio, sarà che i cambiamenti che nascono da una nuova consapevolezza sono sempre una novità positiva, ma i risultati delle elezioni amministrative parlano un bel linguaggio: gli italiani si muovono. Chi si è comportato male viene abbandonato, chi si è impegnato con serietà e senza nascondersi riceve una nuova fiducia, chi è emerso dal crogiuolo della società civile si afferma. E poi ci sono milioni che non hanno votato.

Nei tanti commenti ci si concentra sulle sigle di partiti e di liste che scendono e che salgono, si immaginano nuove alleanze, si delineano le mosse future di questo o di quello. Ma dalla parte di chi ha votato chi ci si mette? Cosa ha voluto dire il cittadino elettore col ragionamento semplice che ognuno di noi fa quando deve decidere a chi affidare il suo voto?

Ha voluto dire che i protagonisti dello scandaloso governo che c’è stato fino a pochi mesi non meritano di ricevere nuova fiducia. Scandaloso in vari modi: per i risultati che ha raggiunto portando l’Italia, impreparata e vulnerabile, ad una crisi drammatica; per l’inefficienza dell’azione di governo che non ha migliorato in nulla la vita degli italiani; per i comportamenti indecenti di buona parte dei suoi esponenti. Gli scandali che si sono succeduti col governo in carica (cricche e le varie P3, P4 ecc), gli scandali che sono scoppiati in questi tempi (dai giri di prostituzione per Berlusconi al furto dei soldi del finanziamento pubblico) hanno scoperchiato una realtà degenerata guidata da leader degenerati, corrotti e corruttori. Come potevano gli elettori dimenticarlo? E così Lega e Pdl sono stati messi da parte. Bene, ottimo risultato perché chi dà cattiva prova di sé va punito

Una nuova fiducia è arrivata al Pd. Nuova perché questo partito non si è tirato indietro di fronte alla prova  di mettersi in gioco sia con le primarie, sia non nascondendosi e non negando i suoi errori, sia ricominciando a far vivere la militanza nei territori. Per molto tempo è apparso un po’ come il “Paperino” della politica, goffo, impacciato, indeciso, maldestro. Poi, piano piano si è imposta la determinazione di esserci e di non voler rivendicare diritti di superiorità sulla gente comune alla quale, anzi, si è fatto appello per eleggere leader e dirigenti. Ci sono stati pasticci ovviamente, ma quel partito si è esposto con la sua fragilità e con la sua incompiutezza senza tentare di camuffarla dimostrando di essere disponibile a cambiamenti. E i cittadini hanno capito che la volontà era buona e che c’era molto di valido da recuperare e su cui basarsi. Le elezioni in Francia dimostrano che i partiti quando sono sani e veri ( non partiti di proprietà del capo ) servono davvero per il cambiamento.

Infine finalmente la società civile ha creato qualcosa. Chi tenta di attribuire un’etichetta tradizionale (è di destra, no è di sinistra ecc) al Movimento 5stelle resta spiazzato. Dopo la lunga gestazione avviata e sostenuta da Beppe Grillo adesso è una realtà che va oltre il suo “guru” e che non si può classificare facilmente. Ed è meglio che sia così perché la vera novità è questa: dal crogiuolo della società civile chi ha partecipato ha creato una nuova formazione politica che vuole rappresentare il cittadino comune. Non gli operai, non le partite Iva, non le piccole imprese, ma i cittadini. Si è sempre detto che ciò non era possibile perché gli interessi in gioco sono tanti per metterli tutti sotto la definizione di cittadini e che bisognava scegliere quali categorie sociali rappresentare. Ebbene il 5stelle smentisce, per ora, tutto ciò ed è una grande novità soprattutto per questo. Aver provato a definire antipolitica questa creatura nuova è solo il segno di una visuale limitata e inutile per capire il mondo com’è adesso.

Ora, invece, è il tempo di una politica nuova che dimostra di poter rinascere dal basso e di poter imboccare strade nuove. I segnali c’erano tutti già nel recente passato, dai referendum, all’esplodere dei movimenti e dell’associazionismo civico, alle candidature di sindaci imposti da una parte dell’opinione pubblica contro le direttive dei partiti.

La novità più rilevante è questa ed è bene che tutti, movimenti e partiti, la comprendano: i cittadini vogliono avere voce e dimostrano di essere capaci di creare la nuova politica.

Ovviamente ci sono e ci saranno tanti approfittatori di questa spinta e spunteranno tante altre liste civiche per catturare i consensi e consentire ai vecchi marpioni della politica di rimanere in sella. Bisognerà smascherarle e contrastare questi piani. Bisognerà anche coinvolgere nella partecipazione e nel voto i milioni che si sono astenuti. La strada è ancora lunga per una politica nuova, ma il dato rilevante resta questo e, probabilmente, sarà il tratto dominante di una lunga fase politica che inizia oggi

Claudio Lombardi

Ballottaggio a Napoli: voto di protesta o defezione di protesta? (di Fabio Pascapè)

Concluse le elezioni amministrative a Napoli facciamo due conti e qualche riflessione. Il risultato, definito dai più clamoroso, consacra sindaco Luigi De Magistris con il 65,38% a fronte di un Lettieri che si attesta sul 34,62%. E’ un risultato che stupisce non tanto per l’esito quanto per le dimensioni del distacco. Nella migliore delle ipotesi si poteva immaginare un’affermazione di uno o due punti. L’affermazione di De Magistris è stata invece schiacciante. La maggior parte degli analisti sin dal primo momento ha parlato di un voto sostanzialmente di protesta. Effettivamente una serie di indicatori sembrano deporre in direzione del fatto che una consistente parte dei consensi a De Magistris siano stati connotati in tal senso come già argomentato in un precedente articolo (Elezioni amministrative a Napoli: un’istantanea tra primo turno e ballottaggio di F.Pascapè – su CIVICOLAB  http://www.civicolab.it/?p=1195 )

Senza ripercorrere per intero l’analisi svolta è il caso di ricordare il dato relativo ai voti conferiti al ”solo sindaco”  senza espressione di preferenza di lista che, al primo turno, come appare dallo schema seguente, sono stati per De Magistris ben il 27,32% .

I turno

Voti

% sui votanti

voti solo
sindaco

% sui voti/candidato

LETTIERI GIOVANNI

179.575

38,52

9.676

5,39%

PASQUINO RAIMONDO

45.449

9,75

2.829

6,22%

MORCONE MARIO

89.280

19,15

6.166

6,91%

de MAGISTRIS LUIGI

128.303

27,52

35.050

27,32%

Una protesta forte ed indirizzata in maniera evidente all’operato della coalizione di centro sinistra in esito ad un percorso durato 18 anni. Una protesta che non è stata neanche minimamente intaccata dalla prospettiva di ridimensionamento del numero di consiglieri del PD e dell’UDC che si sarebbe avuto con l’affermazione di De Magistris come si evince dallo schema che segue e che rappresenta i due scenari possibili in esito al ballottaggio per quel che concerne il numero di consiglieri eletti.

coalizioni


Lettieri

De Magistris

Morcone

Pasquino

Vittoria Lettieri

29

6

9

4

Vittoria De Magistris

29

11

6

2

Una componente del voto certamente non protestataria e che depone nel senso di una continuità è stata determinata dal patto PD IDV alle Municipalità nelle quali le coalizioni a sostegno di Morcone e quella a sostegno di De Magistris si sono presentate insieme in nove casi su dieci.

Coalizione

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando De Magistris/Morcone
2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino De Magistris/Morcone
3 Stella – S.Carlo all’Arena De Magistris/Morcone
4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale De Magistris/Morcone
5 Arenella – Vomero De Magistris/Morcone
6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio De Magistris/Morcone
7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano De Magistris/Morcone
8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia Liste distinte
9 Pianura – Soccavo De Magistris/Morcone
10 Bagnoli – Fuorigrotta De Magistris/Morcone

In esito al voto di ballottaggio i numeri arricchiscono ulteriormente la visione facendo innanzitutto emergere la caduta verticale della partecipazione al voto.

Aventi diritto

votanti

%

Amministrative 2006

828.496

552.100

66,64%

Amministrative 2011
primo turno

812.450

490.142

60,33%

-61.958

differenza 2006
I turno 2011

Ballottaggio

410.907

50,58%

-79.235

differenza I turno
ballottaggio 2011

Differenza

-16.046

-141.193

Come si vede dallo schema, tra le ultime consultazioni comparabili (amministrative 2006) e il primo turno hanno votato 61.958 persone in meno. Al ballottaggio, poi, hanno votato  79.235 persone in meno rispetto al primo turno.  In buona sostanza un napoletano su due ha deciso di non andare a votare ed è questo un dato che in termini di disaffezione si commenta da sé. In complesso la flessione rispetto alle amministrative 2006 è di 141.193 elettori. Il dato è complessivamente inquietante ma ancora più inquietante è la flessione tra primo turno e ballottaggio. Inizia a delinearsi uno scenario che vede contrapporsi al voto di protesta una vera e propria defezione di protesta con la caratteristica, comune ad entrambe, di essere interne ai rispettivi schieramenti. Il voto di protesta è, infatti, interno e connesso agli esiti dei 18 anni di governo di centrosinistra mentre la defezione di protesta sembra essere interna e connessa alle scelte elettorali dello schieramento di centrodestra.

Questa ipotesi trova un ulteriore conforto nel dato che segue:

Lettieri

%

De Magistris

%

I turno

179.575

38,52

128.303

27,52

Ballottaggio

140.203

34,62

264.730

65,38

Differenza

-39.372

+136.427

Al ballottaggio Lettieri registra una flessione di 39.372 voti a fronte di De Magistris che invece letteralmente raddoppia i consensi. Difficile pensare ad un candidato che al primo turno consegue il maggior numero di voti e che, non dico li incrementi, ma almeno li conservi. I commenti post ballottaggio hanno evidenziato, infatti, come a Lettieri non sia stato dato (dalla sua stessa coalizione) lo stesso tipo di sostegno che gli era stato dato a ridosso del I turno elettorale quando si eleggevano anche i presidenti ed i consiglieri municipali ed i consiglieri comunali.

L’ipotesi della defezione di protesta trova conforto anche nel dato che segue:

risultati I turno

risultati Ballottaggio

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

In esito al primo turno le coalizioni contrapposte avevano raggiunto un risultato paritario conseguendo la presidenza rispettiva di cinque municipalità. Al ballottaggio Lettieri ha ricevuto un numero di consensi inferiore a De Magistris in tutte e dieci le municipalità, comprese, quindi, quelle nelle quali il Presidente era stato eletto nello schieramento di centro-destra.

Altri interessanti indizi che fanno pensare ad una defezione di protesta li ricaviamo proprio dall’analisi dell’astensione su base municipale.

risultati I turno

risultati
Ballottaggio

votanti

6 Barra – Ponticelli – S.Giovanni a Teduccio

De Magistris/Morcone

De Magistris

-13.680

7 Miano – S.Pietro a Patierno – Secondigliano

Lettieri

De Magistris

-10.873

8 Chiaiano – Piscinola Marianella – Scampia

Lettieri

De Magistris

-10.375

9 Pianura – Soccavo

Lettieri

De Magistris

-8.278

4 S.Lorenzo – Vicaria – Poggioreale

Lettieri

De Magistris

-8.214

3 Stella – S.Carlo all’Arena

De Magistris/Morcone

De Magistris

-8.064

2 Avvocata – Montecalvario – S.Giuseppe – Porto – Mercato – Pendino

De Magistris/Morcone

De Magistris

-6.109

10 Bagnoli – Fuorigrotta

De Magistris/Morcone

De Magistris

-5.477

1 Chiaia – Posillipo – S.Ferdinando

Lettieri

De Magistris

-4.085

5 Arenella – Vomero

De Magistris/Morcone

De Magistris

-3.964

Fatta eccezione per la I Municipalità che (unica) già nel 2006 registrò l’affermazione del centro-destra e che ha potuto contare su un elettorato fidelizzato (anche se poi non ha confermato il voto espresso al primo turno), le maggiori defezioni al voto si sono registrate in netta maggioranza nelle municipalità nelle quali al primo turno il centro destra aveva conseguito la presidenza.

Una lettura delle analisi apparse sulla stampa nei giorni successivi al ballottaggio sembrerebbe confermare un appoggio calante a Lettieri tra il primo ed il secondo turno che, secondo alcuni commentatori, sarebbe ascrivibile proprio all’area che non ha mai visto di buon occhio il ruolo all’interno del PDL della corrente dei cosentiniani. Supposizioni? Non è facile dirlo. Quello che resta sono i numeri che nel loro insieme ci restituiscono un’immagine che, sotto il profilo della valutazione civica, appare quanto mai inquietante. In buona sostanza sia a destra che a sinistra il voto è servito innanzitutto ad esprimere disagio e protesta interni ai rispettivi schieramenti. Questa è una vittoria sotto il profilo della democrazia perché, comunque vada, il sistema delle nostre istituzioni resta flessibile al punto da consentirne comunque l’espressione compensando in tal modo eventuali irrigidimenti strutturali. Occorre avere il coraggio di dire con forza, però, che le elezioni amministrative servono ad esprimere degli amministratori in grado di governare una città difficile, tormentata ed in profonda crisi e non a veicolare protesta e malessere che non hanno trovato altra via costruttiva per esprimersi. Questo va detto senza nulla levare al neoeletto sindaco e senza entrare nel merito delle scelte fatte dall’elettorato.

Da un simile quadro si evince in maniera inequivocabile che la società civile e la cittadinanza attiva a Napoli devono assumere compiti di primaria importanza come quello di restituire la politica ai cittadini, di ricostituire un rapporto costruttivo con le istituzioni e soprattutto di ripristinare eo creare ex novo punti di ascolto, elaborazione ed azione civica che permettano al cittadino di tornare a partecipare alla definizione delle politiche che lo interessano, alla scelta effettiva dei propri amministratori e che consentano ai consensi ed ai dissensi di confluire in una dialettica civica da tempo negata e, tuttavia,  indispensabile alla vita della nostra città.

La sfida e, insieme, l’obiettivo è il recupero della fiducia in un voto che serva effettivamente a scegliere in maniera oculata i propri amministratori, rendendo disponibili una batteria di strumenti di partecipazione che consentano al cittadino di esprimere e vedere accolto e realizzato il proprio punto di vista. In futuro auspichiamo meno voti o defezioni di protesta e più cittadini responsabili, attivi e partecipi alle scelte dei propri amministratori.

Il compito di De Magistris non è affatto semplice ma la forte investitura ricevuta gli ha conferito una marcia in più. Tutti ci auguriamo che sappia sfruttarla al meglio. La competizione elettorale si è conclusa e non resta altro da fare che rimboccarsi le maniche. Questo vale sia per chi ha sostenuto De Magistris che per chi non lo ha sostenuto. Questo vale per tutti i cittadini che abbiano veramente a cuore la propria città.

Napoli non può più attendere.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva NAPOLICENTRO

1 2