Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

I diritti e la spesa pubblica: scendano in campo i cittadini (di Claudio Lombardi)

L’Italia declassata, il governo bloccato da anni sui processi di Berlusconi, l’economia e la società lasciate a loro stesse con uno Stato mal gestito e aperto alle incursioni di malfattori, affaristi e imbroglioni. A poco servono gli sforzi dei tanti amministratori locali onesti e dei milioni di italiani che vorrebbero fare il loro lavoro e vedere i risultati tradotti in crescita della qualità della vita. Ciò che condiziona tutto è che le leve del potere politico a livello nazionale e in molte regioni sono nelle mani di forze politiche che si sono trasformate in cricche di potere finalizzate alla sottrazione (comunque camuffata) di risorse pubbliche. Non a caso uno dei temi in primo piano nella lotta politica negli ultimi anni è stato il tentativo di ostacolare l’azione della magistratura, ovviamente in nome del garantismo e della libertà, ma realmente per proteggere interessi criminali.

Interessi criminali, definizione pesante, ma quanto mai adeguata alla situazione che viviamo. Lo Stato ha bisogno di soldi perché è gestito male e per problemi di lunga data assolutamente non affrontati dai politici al potere. Si impone di pagare il conto alle categorie sociali che non possono sottrarsi. Ma quelli che adesso devono fronteggiare la crisi sono gli stessi che hanno governato per anni sprecando le risorse pubbliche e che non hanno saputo o voluto prevedere la degenerazione della situazione finanziaria. Portano per intero la responsabilità di non essere intervenuti e di non aver voluto affrontare i problemi del Paese. Al contrario, come tutti gli scandali scoppiati negli ultimi anni dimostrano (la cricca di Anemone e della Protezione civile, i rifiuti a Napoli, il caso Tarantini) hanno protetto e incentivato l’assalto alle istituzioni guidato da un Presidente del Consiglio che le ha utilizzate per pagare la gente di malaffare di cui si è servito e per sfuggire ai processi nei quali è accusato di gravi reati. La maggioranza che lo sostiene è tutta complice per aver avallato e difeso ciò che non era difendibile. Basta fare sconti ai politici: chi sbaglia paghi.

Detto ciò occorre guardare in faccia la realtà sperando che la politica corrotta e dannosa sia cacciata dallo Stato (e dai comuni, dalle province e dalle regioni) al più presto.

La difesa dei diritti non può più essere condotta se non partendo da una grande operazione di verità, di trasparenza e di pulizia. Chi veramente vuole esercitare la tutela e la promozione dei diritti, sia essa organizzazione della società civile o sindacato o movimento o forza politica, deve sapere che ciò non si può fare in un quadro di conservazione della situazione attuale. Oggi conservazione significa riconoscere una divisione di campi fra la politica che guida le istituzioni e gli apparati e la società civile o i semplici cittadini che chiedono allo Stato prestazioni di tutti i tipi senza entrare nel merito di come vengono trovate le risorse, di come vengono gestite, delle decisioni che vengono prese.

Entrare nel merito significa scegliere e assumersi la responsabilità a tutti i livelli.

Prendiamo la spesa delle regioni. Secondo uno studio recente della Cgia di Mestre la spesa è cresciuta del 75% in 10 anni dal 2000 al 2009. 90 miliardi in più metà dei quali (46 miliardi) nella sola sanità e 26 spesi nelle sole regioni a statuto speciale cioè +89% nel decennio mentre nelle regioni ordinarie la crescita è stata del 71%.

Questi dati non significano immediatamente sprechi o cattiva gestione, ma devono essere valutati per capire se i risultati sono stati all’altezza della spesa perché è vero che c’è stata un’impennata della spesa per l’assistenza sociale o per la scuola, ma andando in profondità nella valutazione degli interventi si possono scoprire inefficienze o spese inutili o clientelari anche in questi settori.

Per la sanità bisogna partire da un dato ormai consolidato: la spesa sanitaria italiana pubblica e privata in rapporto al Pil è più bassa di quella di quasi tutti i paesi occidentali mentre l’aspettativa di vita si colloca ai livelli più alti. Ma anche se la sanità italiana non costa tanto in rapporto agli altri, una domanda si impone: siamo sicuri che tutta la spesa è spesa bene? È una domanda ineludibile per chi difende e promuove i diritti perché il livello della spesa pubblica è tale –  ben oltre i 100 miliardi l’anno – che è impossibile non domandarselo.

È noto che ci sono alcune regioni in deficit che hanno accumulato complessivamente un passivo di decine di miliardi di euro. È altresì noto che in queste regioni (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria) i livelli di assistenza lasciano spesso molto a desiderare tanto che è stato registrato un impressionante dato sulla mobilità dei pazienti che vanno a cercare altrove ciò che nella propria regione non trovano: ebbene il 45% di questi si sposta dal Mezzogiorno al centro nord. È, infine, noto che proprio in queste regioni si sono verificati i maggiori casi di malasanità ovvero di inefficienza e gli scandali sul saccheggio e sullo spreco delle risorse è comparso più volte nelle cronache dei giornali.

Il problema non è, dunque, di puntare ad un aumento della spesa per avere più prestazioni, ma di verificare se con quel livello di spesa si possano conseguire maggiori risultati. Gli scandali rivelano fatti che sono innanzitutto un saccheggio delle tasche dei cittadini, un attentato alla loro salute che, a volte, si traduce in morti veri. In sostanza chi decide e amministra non deve più sentirsi solo e indisturbato a gestire risorse enormi e non deve pensare che erogando contentini a categorie, ad associazioni o anche agli stessi cittadini non gli si chieda conto di come vengono utilizzati i soldi pubblici o il potere che gli è stato conferito. Le scelte gestionali, i bilanci non sono “affari” della politica e della dirigenza bisogna saperli conoscere e valutare.

In questa situazione bisogna avere il coraggio di “saltare gli steccati”, di tendere a superare cioè la divisione di competenze fra chi decide, chi amministra (e si controlla pure da solo) e i cittadini. Se si lascia tutto in mano alla politica i risultati potranno dipendere dalla buona volontà delle persone. Se si sposta sui cittadini una parte delle funzioni di controllo, se si impone la trasparenza, se si organizza la partecipazione e la stessa valutazione civica (praticata per ora solo da Cittadinanzattiva) va oltre la mera segnalazione di disservizi e diventa un fatto politico su cui si misurano le azioni amministrative e istituzionali allora ci si mette nelle condizioni di utilizzare bene i soldi pubblici e di risparmiarli pure.

Claudio Lombardi

La valutazione civica: uno strumento per conoscere e cambiare le istituzioni (di Angelo Tanese)

Un deficit di fiducia nelle istituzioni

Le istituzioni sono importanti per il funzionamento di una democrazia e per il buon governo di un Paese.

Malgrado i processi di riforma e i tentativi di modernizzazione avviati negli ultimi decenni in Italia, il livello di fiducia da parte dei cittadini nei confronti di chi esercita funzioni di governo e riveste ruoli di responsabilità nella gestione della cosa pubblica è in generale molto basso, e tende costantemente a peggiorare.

Anche se esistono molti casi di “buona amministrazione”, soprattutto a livello locale, la percezione diffusa nei riguardi delle amministrazioni pubbliche è in genere di scarsa affidabilità e di eccessiva lentezza. Esiste inoltre una difficoltà per i cittadini ad accedere e disporre di informazioni chiare e attendibili sul funzionamento delle istituzioni e sulla qualità del loro operato.

Questo deficit di informazione e di rendicontazione, che non consente di distinguere le differenti realtà, di analizzare le istituzioni per quello che sono e realizzano, costituisce un elemento di crisi e di debolezza dei meccanismi di partecipazione alla vita democratica del Paese.

Partire dalla realtà per cambiarla

Una strada percorribile per i cittadini è allora quella di esercitare il diritto di analizzare autonomamente la realtà e di formulare un giudizio su di essa, di sviluppare una capacità di intervento, e quindi di partecipare responsabilmente al miglioramento delle istituzioni.

La condizione perché questo avvenga è che i cittadini possano avere accesso a informazioni fondamentali in merito al funzionamento delle amministrazioni pubbliche, inerenti sia i processi di governo interno che le politiche e i servizi resi esternamente.

Il valore della valutazione civica

La valutazione civica può essere definita come una ricerca-azione realizzata dai cittadini, mediante l’utilizzo di metodologie dichiarate e controllabili, per l’emissione di giudizi motivati su realtà rilevanti per la tutela dei diritti e per la qualità della vita.

Sono dunque i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o le politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi nella prestazione di servizi pubblici o privati, il grado di rispondenza di determinate politiche o servizi alle attese e ai bisogni dei cittadini o, più semplicemente, l’effettiva attuazione di determinati adempimenti o obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.

I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Dalla conoscenza prodotta dai processi di valutazione civica possono derivare azioni di informazione, ascolto e assistenza ai cittadini, di interlocuzione con le istituzioni, di partecipazione alle politiche pubbliche o più semplicemente di denuncia, reclamo o azione legale.

Il ruolo dei cittadini nella valutazione civica

Nei processi di valutazione civica i cittadini sono dunque al tempo stesso :

–          promotori del processo, vale a dire coloro che esprimono l’esigenza di approfondire e  formulare un giudizio su un dato problema;

–          attuatori dell’indagine, dal momento che essi stessi raccolgono dati ed elaborano informazioni rispetto al problema;

–          utilizzatori della conoscenza prodotta, in quanto sono direttamente interessati a produrre un cambiamento sulla realtà analizzata.

Non è possibile, pertanto, separare l’attività strettamente “tecnica” di produzione di informazioni su una data realtà da quella più propriamente “politica” di utilizzo delle stesse informazioni per incidere concretamente. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società.

L’Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva

L’Agenzia di Valutazione Civica è una struttura interna a Cittadinanzattiva creata nel luglio 2010 per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

L’Agenzia nasce a partire dall’esperienza di valutazione civica consolidata da Cittadinanzattiva, in particolare sulla qualità dei servizi e delle strutture sanitarie con l’esperienza dell’ Audit civico, una metodologia adottata complessivamente, a partire dal 2001, in oltre 170 aziende sanitarie, avvalendosi di équipe di valutazione miste composte da cittadini e operatori sanitari.

Con la nascita dell’Agenzia, interamente dedicata allo sviluppo e all’attuazione di iniziative e progetti di valutazione dal punto di vista dei cittadini, Cittadinanzattiva intende ulteriormente rafforzare le metodologie e gli strumenti di valutazione civica ed estendere la loro applicazione ai diversi ambiti di intervento delle amministrazioni pubbliche.

L’idea di fondo è che un ruolo più attivo dei cittadini appare essenziale per riqualificare i sistemi di valutazione già presenti nei diversi ambiti istituzionali e settoriali della Pubblica Amministrazione e per favorire l’attuazione di reali processi di cambiamento nell’interesse dei cittadini e della collettività.

Angelo Tanese responsabile dell’Agenzia di valutazione civica di Cittadinanzattiva

La sanità nelle regioni: intervista a Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

All’intervista ha partecipato Domenico Gioffrè resp. TDM regionale

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini.

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplificano bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi? 

Credo sia bene iniziare con qualche numero. Il Governo nazionale, mentre ha tagliato 360 milioni di euro alle risorse destinate alla Toscana per l’economia, i trasporti, la cultura ecc., ha deciso di  aumentare i fondi riservati alla sanità dell’1%, a fronte dei precedenti incrementi annuali, dell’ordine del 2,5%. Si tratta di un modestissimo incremento, che non copre né l’inflazione, né l’andamento in ascesa della spesa sanitaria, correlato agli investimenti per aggiornamenti tecnologici, all’erogazione di nuovi farmaci, ricerca e così via. Un incremento … nominale, quindi, ma – se può consolare – non un taglio. In cifre assolute, la Regione stima che le minori entrate, rispetto a quelle preventivate, saranno pari a circa 30 milioni, su un trasferimento complessivo, che si attesta intorno ai 6 miliardi.

La Regione Toscana, da più di 25 anni, ha proceduto con misure di razionalizzazione, come: la chiusura di piccoli ospedali, pur salvaguardando diverse strutture della montagna, ed investendo in nuovi ospedali (monoblocco) – quattro sono attualmente in costruzione – comportanti maggiore funzionalità e risparmi logistici; la riduzione del numero delle “unità sanitarie locali”, da quaranta a dodici “aziende sanitarie locali”, alle quali devono essere aggiunte quattro “aziende ospedaliero universitarie”; la costituzione di tre “Enti per i Servizi Tecnico-amministrativi di Area Vasta”, per gestire gare d’appalto, concorsi ecc.; risparmi nella spesa farmaceutica (vedasi la campagna: “Farmaci: non uno di più, non uno di meno”); il riassetto dell’organizzazione ospedaliera, in riferimento al principio dell’ intensità di cura. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

La Regione Toscana ha cercato e, nonostante la contingenza, sta cercando di assicurare i Livelli Essenziali di Assistenza, anche se – parlando a livello nazionale – non possiamo dirci soddisfatti dei LEA vigenti, sia sotto il profilo dell’estensione degli stessi che sotto quello dell’aggiornamento (inesistente).

Come dichiarato in Consiglio regionale dall’Assessore Daniela Scaramuccia, nei primi dieci mesi del 2010, la spesa farmaceutica convenzionata in Toscana, dopo le province autonome di Trento e Bolzano, è stata la più bassa in assoluto, con una differenza di -18% rispetto alla media nazionale, -11% rispetto alla Regione Lombardia e -34% rispetto alla Regione Calabria. Anche relativamente al costo medio per ricetta, la Regione Toscana si posiziona molto al di sotto della media nazionale con un -18% e con un -29% rispetto alla Regione Lombardia. A questi risultati hanno contribuito in modo significativo le politiche regionali per lo sviluppo dei farmaci non coperti da brevetti, un puntuale e sistematico monitoraggio delle prescrizioni, come pure la campagna di comunicazione e coscientizzazione, che va sotto il motto “Farmaci: non uno di più, non uno di meno”. Tutto ciò non significa che non sussistano margini per contenere questa spesa specifica, puntando ancora di più sull’appropriatezza delle prescrizioni e dei dosaggi per quadro nosologico.

Per quanto riguarda la rete per la gestione delle urgenze sanitarie, la Toscana dispone di un sistema che, complessivamente, può essere considerato  funzionale ed efficiente, sotto i profili del trasporto protetto, del triage, dei tempi e della proprietà di intervento. Se dovessimo proporre qualche miglioramento, potremmo ipotizzare: una maggiore considerazione del parametro dolore ed un triage che contempli, allo stesso tempo, una più stretta integrazione fra medici e infermieri e una più ampia autonomia di questa professionalità, nell’ambito di protocolli concordati.

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non lo sanno tutti, ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. È sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? in che modo? 

Dovrebbero dirsi contenti i cittadini ad essere sentiti su come vanno le cose nel servizio sanitario regionale della Toscana, nelle varie aziende sanitarie e nelle diverse strutture ospedaliere e territoriali, e ad essere interpellati sulla loro percezione riguardo alla professionalità ed ai comportamenti degli operatori.
Un impegno che la Regione Toscana ha affidato da sei anni al Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che lo sta conducendo in maniera estensiva – come dimostra il gran numero dei “pazienti” che si sono pronunciati e torneranno a farlo, sia per iscritto, sia attraverso interviste telefoniche – e con la riconosciuta qualità.
Un apprezzabile segnale di trasparenza politico-amministrava – voluto da Enrico Rossi, nei suoi due precedenti assessorati e ribadito dall’attuale Assessore, Daniela Scaramuccia – che ha contraddistinto e continua a contraddistinguere la Regione Toscana rispetto alle altre Regioni, o, almeno alla loro maggioranza.
Ci siamo chiesti se, anche come organizzazione della cittadinanza attiva, ci dovremmo ritenere appagati e, soprattutto, se dovremmo esserlo, in rappresentanza dei cittadini.
Senza nulla togliere al positivo apprezzamento di ordine comparativo, occorre allora ammettere che le suddette indagini – tipologicamente, parlando – hanno un peccato di origine.
Chi usufruisce dei servizi è identificato come “paziente” e, al di là di ogni buona e autentica intenzione, resta soltanto “oggetto” dell’indagine, mentre l’indagine stessa si configura come una sommatoria di ottiche individuali, puntiformi e semplici.
Ci si propone di raccogliere anche suggerimenti di miglioramento dei servizi: sarebbe allora interessante conoscere quante e quali indicazioni siano giunte e quali risultati abbiano prodotto.
Sembra pertanto che, in questa acquisizione dei punti di vista degli utenti del servizio sanitario regionale facciano difetto l’espressione dei/lle cittadini/e (plurale) e la loro soggettività, come attori, e non solo quali destinatari di prestazioni.
L’approccio del MeS, nonostante il rispetto dei canoni della scientificità, non sempre ha garantito dall’assegnazione di primati – ad esempio – nella valutazione di alcuni direttori generali, che non trovavano riscontro nella realtà vissuta dai cittadini e dalle loro organizzazioni.
In altri termini, la Regione Toscana dovrebbe fare un ulteriore passo in avanti: riconoscere la maturità di quella che viene chiamata società civile organizzata, dando ulteriori possibilità ai cittadini ed alle loro organizzazioni di esprimere direttamente valutazioni, critiche e proposte sul servizio sanitario.
Non che Cittadinanzattiva toscana ed il Tribunale per i diritti del malato non lo abbiano fatto – e non intendano continuare a farlo – come nei precedenti piani sanitari regionali e nel prossimo nuovo piano, che coprirà un arco temporale di cinque anni e sarà sociale e sanitario ad un tempo, e attraverso numerosi monitoraggi.
Certamente, per quanto riguarda i controlli – di cui l’Audit civico è una formula interessante ma da perfezionare – sarebbe un bel progresso, se le presenti riflessioni potessero essere tradotte in un progetto organico, recepito dalla Regione Toscana e fatto attuare dalle espressioni della cittadinanza attiva.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

La sanità nelle regioni: intervista a Tonino D’Angelo segretario Cittadinanzattiva Puglia

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini.

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplificano bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi ?  

E’ un dilemma generato, ”viziato” dall’ “Ospedalocentrismo” e dalla  centralità dell’apparato medico-industriale che non premia la Salute, bensì si foraggia con le patologie curate per lo più in modo inappropriato. Bisogna non meramente  tagliare, bensì investire su servizi territoriali, domiciliari, di contesto e sulla prevenzione . Così capiremmo che l’appropriatezza per la Salute significa che universalità è uguale a sostenibilità. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso, ) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

La parte consistente della spesa farmaceutica è “a valle” ovvero è sul piano epidemiologico causata da patologie, complicanze etc. generate da fattori ambientali , stili di vita, iatrogenicità all’interno di percorsi di salute quanto meno inappropriati.
Se si vuole approfondire c’è una vasta letteratura di riferimento.
I servizi di emergenza devono in primis assicurare tempestività nel raggiungere i pazienti secondo i tempi che  la letteratura in materia insegna; i servizi di trasporto devono essere “medicati”, ovvero con mezzi e personale adeguato, avere in ogni provincia riferimenti certi per le cure urgenti, per evitare tempi lunghi e rischi connessi col ritardo di intervento.

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non lo sanno tutti, ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. È sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? in che modo?

Di seguito riporto, per sommi capi, alcuni aspetti che ritengo essenziali per rompere non a parole l’autoreferenzialità del sistema sanitario e dei suoi “attori” , veri corresponsabili della situazione attuale, per trasferire finalmente ruolo e funzioni al territorio e ai soggetti,cittadini attivi in primis, in grado di coniugare prevenzione, accessibilità, assistenza qualificata, inclusione e Giustizia sociale, ecosostenibilità.

1)- attuare in Sanità il Comma 461 legge 244/2007 e l’art.118 u.c. Costituzione italiana: l’obbligatorietà della partecipazione, la valutazione civica in Sanità unica via di uscita dall’autoreferenzialità e dalla inappropriatezza, con inserimento di Cittadinanzattiva e delle altre organizzazioni civiche in tutte le Commissioni e nei nuclei di valutazione, a livello regionale e locale, con particolare cura per la programmazione strategica e la valutazione civica;

2)- dal Distretto alle Case della Salute, dall’Ospedale al territorio, al domicilio: come rompere l’autoreferenzialità, i “corpi separati in sanità” per un percorso che faccia dei cittadini “Cittadini Attivi per la Prevenzione, la Promozione della salute, la Partecipazione, la Protezione dei soggetti fragili”, per la tutela dei beni comuni, per un forte impegno sulle politiche sanitarie e ambientali, per il ripristino della legalità, investendo su cabine di regia regionale e territoriali ;

3)- verso un vero bilancio sociale  in Sanità e nelle ASL, costruito sulla base della implementazione partecipata, condivisa, nell’esercizio di diritti,doveri e responsabilità di ogni “attore” , sulla base di un nuovo DNA nel lavoro comune per la Salute fondato

4)- Programma strategico su questioni strutturali,per il recupero di legalità  e di investimento su “Salute e riappropriazione dei territori”, attraverso: programmi di investimento su immobili e terreni di proprietà delle ASL, da finalizzare a servizi da individuare, con le Associazioni dei cittadini, sulla base di priorità nei territori; programma integrato di utilizzo dei Fondi strategici europei al fine di  “infrastrutturare” il nostro territorio, dal punto di vista dei cittadini  e non di meri interessi corporativi, anche sul versante socio-sanitario e dei percorsi di prevenzione, promozione della salute, tutela ambientale, sicurezza e protezione dei soggetti deboli; programma condiviso di utilizzo dei beni confiscati alla mafia e nel corso di processi di corruzione, affinché i territori sperimentino sempre più che la lotta alla criminalità “paga” , sottraendo alla stessa spazi e mezzi, riconvertendoli al servizio dei cittadini,con particolare attenzione ai migranti, ai detenuti,alla salute delle donne, ai bambini, agli anziani.

Tonino D’Angelo segretario Cittadinanzattiva Puglia

La sanità nelle regioni: intervista a Anna Rita Cosso segretario Cittadinanzattiva Umbria

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini. 

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplifica bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi?

Risposta:
Per parlare di servizi sanitari in riferimento alla mia regione, l‘Umbria, credo non si possa che partire, per onestà intellettuale, da un dato incontrovertibile, che troviamo ben esplicitato nel Dap dell’Umbria (Documento annuale di programmazione 2011-2013): l’Umbria, regione virtuosa, ha il vantaggio di presentarsi ai blocchi di partenza con i conti in ordine e con un sistema sanitario in grado di fornire prestazioni di qualità.

Questa la risposta che l’amministrazione regionale umbra darebbe alla domanda posta: “ Per il sistema sanitario umbro, la sfida dei prossimi anni è quella di riconfermare la propria natura universalistica difendendo ed allargando il diritto alla salute, aumentando qualità e innovazione e tenendo fermo il principio della sostenibilità finanziaria. Quest’ultima, a sua volta, non si deve tradurre in un approccio “ragionieristico” alla sanità volto a razionare le risorse, ma deve concorrere a proseguire nel lavoro d’innalzamento dell’efficacia e della qualità delle prestazioni, sempre associata all’economicità del sistema”(DAP 2011-2013)

A fronte di tutto ciò, però, la nostra esperienza quotidiana di organizzazione dei diritti dei cittadini continua a segnalarci dati contraddittori; sprechi a fronte di tagli, duplicazione di primariati a fronte di riconversioni ospedaliere, costruzione di nuovi ospedali (a questo punto forse inutili) a fronte di chiusura di reparti importanti per talune zone, liste di attesa abnormi a fronte di una floridissima attività intramoenia. Inoltre ci appaiono ampiamente sottovalutati i rischi della sostenibilità del sistema sanitario regionale, soprattutto in relazione all’assenza di iniziative per analizzare le vere cause dell’aumento della spesa ospedaliera, in particolare nei poli di alta specializzazione, che rischiano di fagocitare progressivamente tutto il sistema ospedaliero regionale e le risorse per l’assistenza territoriale. Il valore esorbitante dei DRG viene riconosciuto come normale, senza neppure attivare forme di controlli reali anche a campione. La duplicazione dei servizi di alta specializzazione e la proliferazione di figure di coordinamento clinico senza compiti operativi, entrambe costosissime, sembrano rispondere più ad interessi corporativi e carrieristici delle corporazioni universitarie che a reali necessità assistenziali. Diciamo dunque che in Umbria ci sarebbero le condizioni di base per coniugare rigore dei conti e universalità del servizio, ma la strada da fare è ancora tanta. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative? Esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

Risposta
L’Umbria con i conti in ordine potrà contare su risorse continuative, ma dovrà comunque porre grande attenzione su alcuni parametri di spesa, in particolare quella farmaceutica ospedaliera, del personale, degli stessi singoli ospedali e dei costi delle prestazioni che i pazienti chiedono di fare fuori regione. La spesa regionale per la mobilità passiva è un dato molto poco rassicurante, con saldo negativo per prestazioni ambulatoriali e somministrazione diretta di farmaci (cfr. Piano Sanitario regionale 2009-2011).

Il servizio del 118 è attraversato in questo momento in Umbria da numerose tensioni soprattutto riguardanti problematiche del personale: gare fatte al massimo ribasso che hanno tolto il servizio alla Croce Rossa (Alta Umbria), problema di precariato degli autisti soccorritori del 118, necessità di interventi organizzativi e di messa in rete di tutti i diversi soggetti attualmente coinvolti nella regione (Croce Rossa, Croce Bianca, Croce Verde, Stella d’Italia). Il Piano sanitario regionale 2009-2011 prevedeva la regionalizzazione del servizio ma ancora siamo lontani da decisioni definitive.

L’attuale riduzione delle risorse messe a disposizione dal Governo nazionale potrebbe essere l’occasione per effettuare una reale riorganizzazione della rete ospedaliera, assegnando ai nosocomi più piccoli il ruolo di presidi per l’emergenza con reparti di pronto soccorso molto ben attrezzati e consistenti, in grado di effettuare il primo intervento, con tutte le tecnologie più avanzate, fino alla disponibilità di trasporto dei malati per elicottero. Contemporaneamente sarebbe possibile ridurre il numero e i posti letto degli altri reparti, in modo di recuperare le risorse economiche necessarie a potenziare la rete delle Residenze Sanitarie Assistite (R.S.A.), al fine di disegnare una struttura sanitaria che destina l’ospedale all’intervento nell’emergenza con alta specializzazione, per poi destinare le R.S.A. a seguire la convalescenza e le lungo degenze, ivi compresa l’assistenza alle patologie senili. 

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non tutti lo sanno ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. E sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? In che modo?

Risposta:
L’indagine dell’audit civico realizzata nell’anno 2010 in Umbria, opera di cittadini volontari, provenienti (alcuni, ma non tutti) dall’associazionismo organizzato, ha dimostrato che gli strumenti partecipativi previsti dalla normativa vigente non sono stati attivati tranne in pochissimi casi nei servizi sanitari umbri (ad es: comitati consultivi degli utenti, forme di gestione associata degli URP con le associazioni degli utenti, conferenze annuali dei servizi, applicazione Dlgs 150/2009 sugli obblighi di trasparenza e comunicazione della pubblica amministrazione, ecc…)

Il Tribunale per i diritti del malato è presente da trent’anni nelle strutture sanitarie pubbliche per evidenziare e segnalare disfunzioni e disservizi, ma quello che insieme ad altre associazioni dei consumatori e organizzazioni professionali stiamo chiedendo con forza alla Regione Umbria in questo momento è che i cittadini possano intervenire in fase di:

a)    scelta condivisa delle priorità su cui lavorano i servizi;
b)    valutazione della qualità dei servizi e dell’impatto che hanno sulla salute dei cittadini.

Si chiede inoltre che venga garantito alle associazioni ed ai cittadini un regolare flusso di informazioni sulla sanità reale: troppe volte è difficile avere accesso ad informazioni fondamentali per valutare la qualità e la sostenibilità del servizio. Provate ad esempio a fare la semplice ingenua domanda: quanti medici lavorano in questa Azienda ospedaliera? Bene, non vi risponderà nessuno. L’Associazionismo umbro ha lanciato in queste settimane una forte iniziativa per democratizzare il servizio sanitario regionale toccato dai recenti scandali (“sanitopoli”) che hanno dimostrato l’esistenza di un uso “privato” (da parte dei partiti politici) del servizio sanitario pubblico, come di tutto il complesso mondo dei servizi pubblici.

Anna Rita Cosso segretaria Cittadinanzattiva Umbria

La sanità nelle regioni: intervista a Giuseppe Greco segretario Cittadinanzattiva Sicilia

Civicolab vuole capire cosa accade nel campo della sanità alla vigilia del cosiddetto federalismo. Già oggi tutte le competenze in materia spettano alle Regioni, ma in un quadro molto diverso da quello che si immagina per il futuro. Il nodo è quello della compatibilità dell’universalità delle prestazioni (e della loro efficacia) con costi che si intende riportare a standard omogenei nel quadro di una riduzione dei finanziamenti pubblici che viene data per certa. Ciò implica che sprechi, inefficienze ( e ruberie) si tradurranno automaticamente in riduzione delle prestazioni o in maggiori oneri per i cittadini. Alla vigilia di questi cambiamenti vogliamo conoscere il punto di vista di Cittadinanzattiva che, con la sua rete dedicata alla sanità – il Tribunale dei diritti del malato – segue l’evolversi della situazione in costante contatto con i cittadini.

1. La prima domanda non può che riguardare i tagli di bilancio che sono diventati il punto di partenza di ogni ragionamento sulle politiche dei servizi. Nel rapporto fra sostenibilità e universalità dove pende la bilancia? Le difficoltà dei servizi di pronto soccorso esemplificano bene il dilemma: tagliare o riformare con servizi alternativi ? 

Il “Piano di rientro e di riqualificazione del Servizio sanitario regionale siciliano”, avviato a seguito di un Patto tra Stato e Regione, è stato sottoscritto per uscire dal grave deficit economico e dalla necessità di migliorare l’offerta dei servizi, rimodulando la rete ospedaliera e sviluppando i servizi del territorio.  Obiettivo: riorganizzare la sanità a partire dai bisogni dei cittadini, creando servizi centrati sulla qualità delle prestazioni e sulla loro articolazione sul territorio, disposti in “reti” integrate e funzionali. Questo lavoro ha comportato tagli della spesa, ridimensionamenti, ma anche nuovi servizi ed è ancora in atto. Un intervento che andava fatto già dieci anni addietro in Sicilia, dove la Sanità ha rappresentato spesso una occasione per “interessi affaristici” e di “utilizzo in chiave politico/elettorale” particolarmente grave al punto da annullare ogni tentativo di cambiamento e di partecipazione civica. Adesso è sicuramente faticoso fare una riforma e sostenerne i costi mentre i sostegni economici sono inferiori che in passato. In questa dimensione nasce il Piano della Salute, che ha visto la partecipazione di tutti coloro che hanno interesse al buon funzionamento del sistema sanitario, dagli operatori ai cittadini, dall’associazionismo civico alle organizzazioni sindacali, dalle associazioni di categoria al mondo accademico. Cittadinanzattiva ha svolto un ruolo particolarmente importante nel definire le questioni, contribuendo a individuarne le priorità e i criteri di intervento, mantenendo sempre una seria attenzione al rapporto tra sostenibilità e universalità. Abbiamo operato monitorando passo passo avanzamenti e criticità, in stretto contatto con le agenzie di valutazione (Agenas, Osservatorio epidemiologico regionale) e utilizzando anche i nostri strumenti e le metodologie acquisite in anni di esperienza. L’universalità del servizio sanitario, anche se procede in stretto raccordo con la sostenibilità dei costi, rappresenta un valore assoluto rispetto al quale la risposta va organizzata con impegno prioritario. In quanto ai servizi di Pronto soccorso e all’area di emergenza/urgenza la soluzione appropriata ci è sembrata quella dei PTA (Presidi Territoriali Assistenziali), diffusi sul territorio in maniera omogenea, che dovrebbero rispondere ai bisogni di medicina di prossimità, al trattamento delle patologie croniche, dell’intervento di pronto-soccorso “minore” (codici “leggeri”), che dovrebbe ridimensionare i pronto-soccorso ospedalieri. In questi nuovi assetti del territorio stanno svolgendo un importante lavoro i medici di medicina generale ed i pediatri. Ma siamo ancora all’inizio e occorrerà ancora del tempo perché vengano resi funzionanti in numero adeguato. 

2. La seconda domanda riguarda i Livelli Essenziali di Assistenza e, in particolare, i farmaci e i presidi. C’è oppure no una spinta delle regioni a ridurre le prestazioni e ci sono strade alternative ? esempio: quanto può incidere la prevenzione e quanto l’uso razionale e consapevole dei farmaci per una riduzione di spesa che non faccia mancare ciò che veramente serve? E ancora: quali standard dovrebbe garantire una rete di emergenza (118, pronto soccorso, ) per poter soddisfare i bisogni di un determinato territorio, senza generare sprechi di risorse? 

Il campo di maggiore impegno è sicuramente quello della garanzia dei Livelli essenziali di assistenza. Il rischio di vederne intaccata l’efficace fruizione è reale. Il bilancio economico delle Aziende sanitarie (in Sicilia sono state ridotte da 27 a 17) viene spesso evocato per contenere la spesa in maniera asettica, rischiando di mettere in crisi anche l’accesso alle cure o chiedendo contributi per la spesa ai cittadini, che in Sicilia già pagano IRPEF e IRAP maggiorate, da anni, per sostenere la sanità. Bisogna tuttavia sottolineare che la nostra Regione è l’unica, tra quelle sottoposte a Piano di Rientro, ad aver raggiunto l’obiettivo del pareggio di bilancio e ad essere per questo “premiata” con significativi sostegni economici finalizzati. Pensiamo che l’area delle prevenzione e della riorganizzazione strutturale e tecnologica possano rappresentare gli ambiti da privilegiare. Ma anche la garanzia di “presa in carico” di persone con patologie per le quali è necessario un sostegno economico solidale. La spesa farmaceutica va controllata, ma garantendo che il farmaco arrivi ai cittadini che ne hanno bisogno. Va avviato un serio impegno per l’utilizzo delle medicine (uso consapevole) cogliendo le opportunità dei vantaggi economici, ma anche di percorsi di cura “alternativi”. Da noi, il 118 ha rappresentato uno scandalo enorme, per gli alti costi ma anche per l’abuso “politico” sul piano delle assunzioni nei periodi elettorali. Adesso il servizio è stato ripreso dalla Regione Sicilia, riorganizzato funzionalmente, potenziato sul piano prestazionale e degli organici sanitari, rispondendo finalmente a meri criteri di posizionamento strategico territoriale, funzionale ai presidi ospedalieri rimodulati anche per il versante emergenza/urgenza 

3. Ultima domanda: cosa possono fare i cittadini? Forse non lo sanno tutti, ma Cittadinanzattiva ha condotto campagne per il monitoraggio civico e da anni si concentra sull’audit civico che ne rappresenta la concreta realizzazione già sperimentata in molte ASL. È sufficiente proseguire così o si può pensare ad altre azioni? Per esempio: i cittadini potrebbero avere un ruolo attivo nel segnalare e denunciare gli sprechi delle risorse? in che modo?

 In Sicilia Cittadinanzattiva ha sottoscritto con la Regione una Convenzione per l’Audit Civico. Verrà monitorato l’intero Servizio Sanitario Regionale, ospedali e territorio. Il punto di vista dei cittadini viene comunemente considerato essenziale, sia per l’articolazione dei servizi esistenti che per le politiche sanitarie in genere, a partire dalle campagne di prevenzione. Nella legge di riforma del servizio sanitario regionale (Lg. 5 del 14 aprile 2009) sono previsti organismi di partecipazione civica a sostegno della sanità siciliana: la Consulta regionale della Sanità (che ha sede in Assessorato regionale) e i Comitati Consultivi Aziendali (in ciascuna delle 17 Aziende Sanitarie). In tutti questi organismi Cittadinanzattiva è presente, spesso con funzioni di coordinamento/presidenza. Nelle tre Aziende dei Policlinici Universitari (Palermo, Catania e Messina) l’Associazione degli Studenti Specializzandi, partecipa quale componente del Comitato consultivo aziendale come Associazione sanitaria, al pari di quelle civiche, con grande e reciproca soddisfazione. Il nostro movimento è impegnato particolarmente nella individuazione delle criticità del sistema sanitario e nell’ascolto civico. Contribuisce operativamente attraverso gli strumenti della partecipazione civica alla soluzione delle questioni rilevate. Gli organismi di rappresentanza civica, pensati come organi consultivi, stanno sviluppando un lavoro essenziale e di estrema utilità, tale da rendere il contributo fornito obbligatorio e integrante del sistema sanitario.
Una nota finale: alcuni anni addietro abbiamo sostenuto la realizzazione di un Master (“Customer care e tutela dei diritti dei cittadini/consumatori”)presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania. Partecipanti: laureati in Giurisprudenza, Economia e Commercio, Scienze della Comunicazione, Sociologia. La domanda formativa è rivolta soprattutto a quello che fa Cittadinanzattiva e le nostre risposte cominciano ad essere condivise in ambiti formativi delle nuove professionalità in Sanità . 

Giuseppe Greco segretario regionale di Cittadinanzattiva Sicilia e coordinatore della Consulta regionale della sanità

Sanità sprechi e cittadini attivi (di claudio lombardi)

Poco se ne è discusso in campagna elettorale benché il suo peso sia enorme nei bilanci regionali. Poco se ne discute quotidianamente benché sia uno dei compiti più importanti che spettano alle regioni (e, in generale, allo Stato) e una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini. Poco fanno i partiti e non è nemmeno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica se non quando succede qualche disgrazia. Parliamo della sanità sulla quale in un giorno non lontano si abbatterà la rivoluzione del federalismo fiscale che ha uno dei suoi snodi fondamentali nella definizione dei costi standard che dovranno servire per fornire un livello uniforme di servizi per i cittadini. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata (marginalmente) di alcune dichiarazioni del ministro della salute Fazio che facevano seguito alla comunicazione dei risultati dell’attività ispettiva condotta dalla Guardia di Finanza relativa al 2008 e 2009 con una valutazione dei possibili danni per lo Stato pari a 770 milioni (oltre a 155 per le frodi scoperte). Ebbene secondo Fazio la misura dello spreco in sanità oscilla fra il 5% e il 10% del fondo sanitario nazionale che è di 108 miliardi di euro. Si tratterebbe, quindi, di una cifra variabile fra i 5.400 e i circa 11.000 milioni di euro. A queste quantificazioni si dovrebbero aggiungere forme di spreco o di cattivo uso delle risorse molto più diffuse e “fastidiose” perché si manifestano con inefficienze e disservizi che gravano comunque sui cittadini. Vogliamo poi parlare dei costi che le persone devono sopportare per ricorrere a prestazioni private a causa delle lunghe attese previste per quelle pubbliche? Anche questi sono costi e sprechi pagati da chi ha bisogno di cure e non può rimandare. Il problema delle liste di attesa è rimasto insoluto, ma, sembra, non susciti più proteste e movimenti di lotta. Quando per anni e anni si lascia decantare una situazione intollerabile tutti fanno fatica a riparlarne e ciascuno trova forme di adattamento. Non vuol dire, però, che il problema non ci sia più, ma che chi dovrebbe organizzare la protesta e la proposta non riesce più a farlo con efficacia per stanchezza e perché si trova davanti il muro di gomma del sistema di governo della sanità e delle tutele di categoria che appare insormontabile.

Insomma fra sprechi, ruberie (qualcuno ricorda come è nato il debito sanitario del Lazio? Il soprannome Lady ASL dice ancora qualcosa?), disservizi e necessità di pagare prestazioni private il costo della sanità per gli italiani è molto alto. Con differenze enormi fra le varie regioni, perché ciò che accade in Calabria e Sicilia non accade in Lombardia, Toscana ed Emilia. E comunque quasi sempre i cittadini non riescono a far sentire la loro voce e quando scoppiano gli scandali (le siringhe d’oro o i morti di malasanità) la voce che non si sente è quella della protesta popolare che dovrebbe, invece, esprimere la ribellione ad un sistema che ruba i soldi nostri. Il fatto è che nessuno ci prova ad organizzare una protesta e quando un’assenza si protrae per molti anni poi non si sa più da dove cominciare.

Che fanno i partiti che dovrebbero rappresentare i cittadini? E il mondo dell’associazionismo? E gli stessi sindacati, che negli anni passati volevano essere uno dei protagonisti della politica, possono limitarsi a difendere sempre e comunque gli interessi di categorie che sempre più appaiono corporazioni chiuse? E il popolo viola, i grillini e tutto il mondo delle forme alternative di partecipazione e di pressione politica perché non si fanno sentire?

Una possibile risposta sta nella pratica della valutazione civica che dovrebbe introdurre la voce dei cittadini nella gestione dei servizi sanitari. Per ora è solo Cittadinanzattiva che con l’audit civico prova l’impresa di forzare il blocco autoreferenziale politica-apparati-sindacati che decide le sorti del servizio sanitario. Perché la prova riesca occorre però una sua diffusione di massa ovvero in tutte le ASL e negli ospedali e occorre che si trasformi in un movimento di lotta che non si limiti a registrare ciò che esiste, ma punti ad intervenire sui processi decisionali a tutti i livelli che toccano le questioni cruciali e non solo aspetti di minore importanza (ad esempio: liste di attesa e non solo segnaletica nei corridoi) . Se questo salto di qualità non si verifica la valutazione civica rischia di rimanere in una posizione marginale e di essere riassorbita da un sistema capace di inglobare contrasti, interessi e proteste se espresse da forze minoritarie isolate dall’opinione pubblica.  

Questo è il punto: l’opinione pubblica. Se i cittadini non vedono e non sanno anche la buona volontà rischia di estinguersi e l’impegno di tanti che vogliono essere cittadini attivi si riduce ad una testimonianza e ad un’azione utile ad alcuni, ma non in grado di cambiare la situazione della sanità.   

Claudio Lombardi