Il vantaggio di essere Europa

Ci voleva Milena Gabanelli (“Data Room” sul Corriere della Sera di lunedì scorso) per riportare la discussione sull’Europa su un piano di realismo e di concretezza. Da anni la voce che si sente di più è quella dei critici dell’Unione europea. L’austerità è diventata un mito e un marchio di infamia con la quale si vorrebbe cancellare ogni aspetto positivo della costruzione europea. Il capolavoro dei sovranisti, populisti, euroscettici è stato quello di aver imposto una lettura a senso unico delle politiche europee negli ultimi 10-15 anni. Una lettura che, come in una fotografia presa con un teleobiettivo, ha schiacciato i piani fino a far risaltare solo quello della disciplina di bilancio collegata alla moneta unica.

Ancora oggi la proposta politica di questo insieme di forze nazionaliste è cancellare la UE e quindi l’euro e tornare ad un mercato comune europeo nel quale ogni stato conservi la sua politica economica, di bilancio e la sua moneta. Sono anni che provano ad incrinare l’Unione e l’unico argomento di cui dispongono è l’austerità. Più un feticcio che una realtà. Perché?

Allenata al pettegolezzo politico e alla ricerca dei complotti stranamente l’opinione pubblica dei paesi europei non si è soffermata a valutare il collegamento tra la ricchezza dei paesi membri della UE e le mire strategiche che muovono Usa, Cina e Russia. Anche i media sempre a caccia di scandali non hanno dato grande risalto alla competizione per conquistare il mercato più ricco del pianeta. Un gigante economico e un nano politico. Questo è il problema. Rompere l’unità europea significherebbe trattare con i singoli paesi senza più la forza dell’Europa. Nemmeno i finanziamenti russi a diverse forze politiche (la Lega è fortemente sospettata di averli ricevuti) hanno suscitato grande scalpore. Nemmeno la presenza di Steve Bannon capo dell’estrema destra Usa fisso in Europa da molti mesi ha destato stupore. Come se fosse irrilevante l’azione di forze politiche e potenze straniere per incrinare l’Europa con la collaborazione dei cosiddetti sovranisti che operano all’interno. Forse dovremmo essere consapevoli come cittadini europei che noi siamo la posta in gioco in questa battaglia. Conquistare i governi al fine di usarli per rompere l’Unione europea. Questa la strategia che Lega e M5s stanno attuando, negandola, nel nostro Paese. I fatti parlano chiaro e dopo le elezioni europee lo vedremo.

Innanzitutto un dato per capire cosa è l’Europa: il 7% della popolazione mondiale, il secondo Pil più alto del mondo, una produzione che corrisponde al 25% di quella globale e il 50% della spesa mondiale per welfare e servizi sociali.

Visto che persino le forze politiche europeiste e i media non riescono a farlo con sufficiente determinazione si incarica Milena Gabanelli di mettere i puntini sulle “i” dicendo ciò che viene dato per scontato e tale non è. Infatti, ai vantaggi portati dalle politiche europee ci siamo così abituati che non li vediamo più.

Innanzitutto la libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali ha significato per milioni di persone la possibilità di muoversi tra i paesi europei ricercando le migliori opportunità di lavoro e di studio. Nell’area di Schengen possiamo viaggiare senza ostacoli doganali (vi aderiscono 26 stati).

Il programma “Erasmus” ha permesso a 9 milioni di giovani di trascorrere periodi di studio all’estero. Il mercato più vasto del mondo con 508 milioni di persone, 24 milioni di imprese e 14 mila miliardi di Pil annuale è il contesto nel quale tutti i cittadini europei possono mettere alla prova le loro capacità.

Grazie alle politiche europee costa meno viaggiare e comunicare, la sicurezza alimentare è la più elevata al mondo, la tutela ambientale è ai massimi livelli su scala globale, i diritti dei consumatori e la protezione sociale sono considerati obiettivi fondamentali delle istituzioni europee.

Infine la finanza pubblica, l’ambito nel quale si sarebbe dispiegata la “feroce” austerità denunciata dai tanti sovranisti euroscettici. Ebbene nella storia recente dell’Italia non si è mai avuto un periodo di stabilità finanziaria come quello assicurato dall’appartenenza all’area dell’euro. Ai tempi della lira e della tanta decantata sovranità monetaria l’inflazione era un peso che ci portavamo sulle spalle e che toglieva certezze ai redditi delle famiglie. L’inflazione (che superò anche il 20% annuo negli anni ’70) si portava dietro gli interessi che lo Stato doveva pagare per sostenere il suo debito. La Banca d’Italia ha calcolato che nel 2018 sono stati pagati 65 miliardi di interessi su un debito di 2.316 miliardi. Ebbene nel 1990 furono pagati circa 71 miliardi su un debito di 668 miliardi (ad un tasso del 10,5%). È chiaro che, se non ci fosse stato l’euro, l’Italia sarebbe stata travolta dalle vicende economiche di questi anni. Nessuna svalutazione avrebbe potuto riportarci a galla.

La battaglia che si combatte oggi è cruciale e le forze sovraniste/populiste al di là di ciò che dicono hanno le idee chiare. In Italia stanno creando le condizioni per una rottura con l’euro e con l’Europa. Il piano inclinato è stato posizionato e lo scivolamento è in atto. È necessario che dalle elezioni europee arrivi il segnale chiaro che gli italiani non vogliono andare indietro

Claudio Lombardi

Il segreto della rinascita del Portogallo

Riprendiamo per sintesi e con alcuni stralci un articolo apparso su www.lavoce.info che tratta degli stupefacenti risultati ottenuti dal Portogallo dopo la grave crisi degli anni passati.

I numeri parlano chiaro: crescita al 2,6 per cento, debito in calo, deficit all’1,7 per cento, disoccupazione all’8,5. E questo dopo essere stato sottoposto ad una procedura d’infrazione per deficit eccessivo decisa dalla Commissione europea dalla quale è uscito nel 2017.
Per capire come si è arrivati a capovolgere la crisi occorre riepilogarne i punti cruciali.

1995-2008: crescita e debito

L’ingresso nell’euro ha visto una drastica diminuzione dei tassi di interesse sia per i titoli pubblici che per i privati. L’aspettativa era che ci sarebbe stato un rilancio dell’economia, un aumento delle esportazioni e l’avvicinamento ai paesi europei più avanzati. Non è andata così. I consumi (a debito) sono saliti alle stelle e le importazioni sono aumentate. La produttività non è aumentata, ma i salari sì; di conseguenza si è indebolita la competitività del Paese. E inoltre aumento della spesa pubblica, del deficit e del debito. Con un Pil in calo.

2008-2018: crisi e ripresa

Con la crisi del 2008-2010 la situazione si aggrava e si arriva ad una crisi del credito cioè al Portogallo si chiudono bruscamente le porte di accesso ai mercati finanziari. È inevitabile a quel punto (2011) la richiesta di aiuto all’Unione Europea e al Fondo monetario internazionale che lo concedono (78 miliardi di euro) ponendo come condizione un drastico piano di riforme strutturali elaborato dalla Troika. Contrazione violenta della domanda pubblica, calo delle pensioni e dei salari, riforme del mercato dei beni, del mercato del lavoro, riforma fiscale, riforma delle imprese pubbliche ne sono gli elementi fondamentali. In questo modo il deficit passa dal 9,8 per cento del Pil al 2,3 per cento nel 2013 mentre il debito pubblico si attesta al 129 per cento del Pil. Nel complesso tagli di spesa per due terzi e aumenti di tasse per un terzo. Crollo della domanda interna e ripresa delle esportazioni gli effetti immediati.

A partire dal 2014 riparte la crescita, la disoccupazione inizia a calare e la bilancia dei pagamenti lentamente si stabilizza. Nel 2015 il governo passa al partito socialista (di impostazione liberale in economia) alleato con verdi e comunisti che lo sostengono dall’esterno.  Gli alleati del partito che guida il governo avevano come programma il ripudio del debito pubblico, l’uscita dall’euro e dalla Nato, e la rinazionalizzazione di interi settori dell’economia portoghese. E, invece, con molta intelligenza politica non vengono rovesciate le politiche concordate con FMI e UE, ma ci si accontenta di alleggerirne il peso. Di fatto, il governo si accontenterà di aumentare il salario minimo e le pensioni più basse, senza indietreggiare sui tagli alla spesa e sulle riforme approvate. La ripresa della crescita nell’area euro contribuisce poi alla ripresa del Portogallo.

Lezioni portoghesi

Quali insegnamenti possiamo trarre dalla ripresa dell’economia avvenuta dopo il drastico aggiustamento dei conti pubblici richiesto dalla Troika? Innanzitutto, in un’unione monetaria, quando non è possibile avviare un percorso di aggiustamento attraverso la svalutazione della moneta, l’ipotesi di una ristrutturazione del debito viene esclusa e si rischia di non poterlo rifinanziare, la svalutazione interna diventa necessaria per recuperare competitività.

Infatti, il successo della svalutazione interna ha consentito il rilancio delle esportazioni, il controllo della bilancia commerciale, e quindi una minore necessità di finanziamenti esteri. Poi è arrivata un’eccellente stagione turistica che ha facilitato il miglioramento del saldo corrente e i risultati del 2017 sono quelli riportati all’inizio.

In conclusione la contrazione della spesa pubblica e le riforme strutturali hanno avuto la triplice virtù di migliorare la solvibilità del paese, ripristinare l’equilibrio commerciale con l’estero ed eliminare diversi ostacoli alla crescita. Con la stabilità sono tornati anche gli investimenti dall’estero.

In aggiunta alla riflessione tratta da lavoce.info bisogna osservare che in Portogallo non si è affermata una forza politica antisistema e nessuno dice che l’economia può crescere solo con l’aumento della spesa pubblica o con l’assistenzialismo come capita in Italia. Loro sono andati vicini al default e ne sono usciti seguendo una strada dura, ma che ha prodotto risultati concreti non chiacchiere. In Italia abbiamo fatto tutto da soli senza aiuti dall’esterno, ma anche senza l’imposizione di politiche eccessivamente rigoriste. Anche se restiamo in coda alla crescita europea, esistono le condizioni per consolidare i risultati positivi che anche noi abbiamo ottenuto, ma la mancata formazione del governo e l’instabilità che ne consegue può riportarci indietro

Una legge di stabilità di sinistra

In molti commenti critici della legge di stabilità 2016 è come fosse sparito il ricordo della situazione in cui l’economia globale si trovò dopo la crisi devastante del 2008 e il ricordo delle criticità che in quella crisi avevano investito il nostro paese, sull’orlo di un default catastrofico. Criticità certamente in comune con tutti i paesi del mondo occidentale ma che in Italia si sommavano alle criticità tipiche del nostro paese e che erano il frutto e l’eredità dei malgoverni precedenti (soprattutto anni 80 e ventennio berlusconiano).

critiche a RenziE manca completamente nelle critiche che si leggono ogni termine di paragone con quelle politiche anticrisi che per 8 anni in Europa sono state ispirate da una rigida austerity e che per certi versi hanno aggravato la situazione.

Se si avesse questa consapevolezza e si ragionasse scevri da ogni bisogno di posizionamento politico (e questo vale soprattutto dentro il PD) si capirebbe che quanto messo in campo dal governo Renzi nel 2015 e nel 2016 ha davvero dello straordinario.

Mi soffermo su un punto che mi ha fatto notare Guido Lay il quale, in un suo post su facebook, giustamente scrive: “i governi Monti e Letta, sostenuti da Bersani, avevano scaricato ben 16 miliardi di euro di aumento dell’IVA sul 2015. Oggi quegli aumenti di fatto sono evitati con finanziamento in deficit. E finanziare la ripresa della economia in deficit è quello che ha fatto Obama negli Usa, è una politica keynesiana e di sinistra contro l’austerità. Fosse stata fatta negli anni precedenti oggi staremmo messi meglio”.

E mi fa specie che chi fa della lotta all’austerità il suo cavallo di battaglia (ma solo a parole) oggi critichi e non veda la sostanziale svolta impressa dal governo Renzi, svolta che è possibile anche grazie ai nuovi equilibri politici in Europa, equilibri che sono cambiati soprattutto dopo il successo del PD alle elezioni europee, vista la catastrofe degli altri Partiti socialisti (e bisogna dire per completare il quadro che è anche a questi nuovi equilibri dovuti alla vittoria del PD che Draghi si è potuto divincolare dalla ortodossia della Deutsche Bank).

misure finanziariaQuesta è la verità. Poi si può discutere delle singole misure. Ma avendo sempre questa consapevolezza.

E se la componente più rilevante dei 27 miliardi (nella speranza che siano 30) della manovra è quella che riguarda l’eliminazione della clausola di salvaguardia dell’aumento dell’IVA bisogna però rimarcare il fatto che per il secondo anno consecutivo si interviene per rendere più competitive le nostre imprese.

E questo nella consapevolezza che la vera battaglia contro la povertà si vince se aumenta il lavoro.

Ed il lavoro aumenta se gli imprenditori investono e riprendono a fare il proprio mestiere di creatori di ricchezza (a meno che qualcuno non pensi ad una nazionalizzazione delle imprese, alla abolizione del mercato e ai piani quinquennali di sovietica memoria).

E le leggi di stabilità 2015 e 2016 puntano su questo attraverso molti strumenti, dalla decontribuzione per i nuovi assunti (prorogata anche nel 2016 con importi dimezzati per evitare di drogare troppo il mercato del lavoro) agli interventi sulla componente lavoro dell’Irap, a quelli decisi sull’IRES (forse già nel 2016, sicuramente nel 2017), alla abolizione dell’IMU sugli imbullonati (in questo strano paese si paga l’IMU per grandi macchinari imbullonati a terra come se fossero una casa), all’abolizione dell’IMU agricola, all’aumento degli ammortamenti fino al 140% per gli investimenti delle aziende (eccettuati gli immobili).

uscita dalla crisiSe i maggiori indicatori macroeconomici (con buona pace di Fassina) sono tutti positivi e se ormai è consolidata l’opinione che il nostro paese ha imboccato la via della uscita dal tunnel della crisi è evidente che un governo serio debba tentare di sostenere questo trend concentrando risorse ed interventi al fine di dare agli imprenditori che creano lavoro e reddito una cassettina degli attrezzi che li accompagni rafforzando i venti della ripresa (ancora non sufficientemente forte).

E credo che tutti siamo d’accordo nel ritenere che qualsiasi robusto potenziamento del welfare ed un suo ammodernamento sarà possibile solo con una ripresa sostenuta.

Se tutto questo è vero trovo inutilmente simbolica la polemica sulla eliminazione dell’IMU per tutti, una manovra che costa 3,5 miliardi sui complessivi 27 miliardi e che non è certo la “cifra” che definisce la legge di stabilità del 2016 anche se essa riguarda circa l’80% delle famiglie italiane (non dimenticandoci che nelle grandi città, quelle dove in primavera si va al voto, l’IMU e la Tasi incidono non poco sul bilancio di una famiglia).

I ricchi ed i super ricchi non possiedono soltanto la prima casa dove vivono ma hanno sicuramente una grande varietà di patrimoni immobiliari sui quali continueranno a pagare salatamente IMU e Tasi (garantendo quella progressività che per una tassa rigida è difficile da stabilire).

interrogativi manovra governoCosì come inutile e specioso è accusare il governo di non voler fare la lotta alla evasione fiscale soltanto perché è stato alzato il limite dei pagamenti in contante da 1000 a 3000 euro, un limite che non ha avuto nessun ruolo positivo e che è stato aggirato in maniera tranquilla dagli evasori veri ed ha provocato rotture di coglioni alle persone per bene che invece sono rispettose delle leggi.

E su questo faccio mie le parole di Luigi Marattin, giovane consigliere economico di Palazzo Chigi. Scrive Marattin: “a me interessa un paese in cui l’evasone fiscale si combatte nei fatti e non con i facilissimamente aggirati ed aggirabili simboli. Mi interessa che in un anno sia stata approvata una legge sull’autoriciclaggio, reintrodotto il falso in bilancio, abolito il segreto bancario, firmato accordi per la prima volta nella storia con Svizzera, Liechtestein e Vaticano per scovare gli evasori, adottate riforme come lo split payment per combattere l’evasione IVA, realizzata la delega fiscale che cambia ed informatizza il rapporto tra fisco e contribuente, cambiato i vertici di Equitalia. E mi interessa soprattutto che tutte queste cose abbiano prodotto i maggiori risultati in epoca recente in termini di recupero della evasione fiscale. E siamo solo all’inizio.”

cambiamentoMa la legge di stabilità non è solo IVA, diminuzione delle tasse ed interventi per creare lavoro.

E’ anche tante altre cose. E’ anche gli interventi di 450 milioni sulla “terra dei fuochi” e gli ulteriori interventi previsti per il rilancio dell’ILVA, l’aumento che ha portato da 600 milioni a 1400 milioni di euro il fondo contro la povertà minorile, e poi i fondi per assumere personale ai beni culturali come da impegno preso dopo le vicende di Pompei e del Colosseo.

E finalmente si interviene nel mondo delle Partite Iva che erano state trascurate e per un certo verso maltrattate l’anno scorso con un errore che Renzi riconobbe impegnandosi a modificare tutto nella legge di stabilità del 2016. E si interviene in tanti modi. Innanzitutto, guardando ai giovani, le imposte saranno scontate al 5% per le start up per i primi cinque anni di attività. Si corregge poi l’errore dell’anno scorso sul regime forfettario (con l’aliquota al 15%) puntando ad elevare le attuali soglie di ricavi – differenziate per attività – con un incremento di 10mila euro per tutti che diventa di 15mila euro per i professionisti (in questo caso la soglia salirebbe a 30mila euro.

A conclusione di questo excursus si può allora affermare che questa legge di stabilità targata Renzi-Padoan non è in nulla simile alle leggi lacrime e sangue degli anni che abbiamo alle spalle.

E’ una legge che prova a ridare fiducia agli italiani. E’ una legge pienamente di sinistra, non ho dubbi.

Enzo Puro tratto da http://manrico.social/blog/item/102-una-legge-di-stabilita-di-sinistra.html

 

Il senso della vittoria di Corbyn

Dal 12 settembre scorso il leader del partito laburista è Jeremy Corbyn, classe 1949, deputato dal 1983, socialista ed ammiratore di Marx. L’outsider della sinistra del partito ha vinto con quasi il 60% e avendo contro gli ex premier Tony Blair e Gordon Brown. C’è chi bollato tale scelta come un comportamento suicida, ma, prima di emettere sentenze, bisogna capire meglio cosa è accaduto nella politica e nella società britannica.

austerità e rigoreIn primavera il premier uscente Cameron ha vinto le elezioni con un programma liberista, nonostante i sacrifici imposti ai britannici da quattro anni di governo, battendo il candidato laburista, il più giovane dei fratelli Milliband, che sosteneva la necessità di una svolta a sinistra del paese. A prima vista non c’è nulla di complesso nel voto dei britannici: la disoccupazione è bassa (nell’ordine del 5%), il paese è ripartito dopo la drammatica crisi del 2008-2009 ed i cittadini hanno riconfermato il governo uscente. A sostenere l’agenda liberista però vi era solo David Cameron; tutti gli altri partiti sia pure con accenti diversi sostenevano politiche redistributive e di minore austerità. Non solo i laburisti, ma anche i liberali, gli indipendentisti scozzesi, gli euroscettici e persino i populisti di Nigel Farage. Bisogna dire che Cameron ha avuto la maggioranza assoluta a Westminster per un pugno di seggi con poco più di un terzo dei voti. A ciò si aggiunge che probabilmente la paura di un governo laburista troppo dipendente dai nazionalisti scozzesi ha giocato a vantaggio dei conservatori del premier uscente e riconfermato.

elezioni Regno Unito 2015Sembra dunque ci siano due Gran Bretagne: quella che sceglie David Cameron perché ritiene che non si possono fare altre politiche se non quelle conservatrici se non si vuole convivere con una disoccupazione a due cifre come quella che si rileva nella maggior parte dei paesi dell’Europa continentale, e quella che pensa servirebbe più welfare ed un fisco più equo. A titolo d’esempio anche i liberali alle scorse elezioni parlamentari sostenevano l’introduzione di una patrimoniale. La Gran Bretagna di Cameron è risultata maggioranza in parlamento ma non nel paese ed è evidente che al di là della manica c’è paura per il futuro e soprattutto di un futuro senza welfare.

La Gran Bretagna è ormai un paese di paradossi, che vive in piena occupazione ma con il fiato sospeso. Solo così si spiegano le politiche aggressive di Cameron riguardo ai lavoratori stranieri ed il fatto che nel 2015 anche i libdem, scegliendo come leader Tim Farron hanno virato a sinistra e si sono allontanati da Cameron.

disuguaglianzaMai come quest’anno i temi sociali (il salario minimo, la disoccupazione di lunga durata, i sussidi) sono stati presenti nell’opinione pubblica inglese. Per esempio a Londra il salario minimo nazionale, introdotto da Blair alla fine degli anni novanta, non basta e sono nate associazioni che sponsorizzano l’introduzione di un salario di dignità ed ho scoperto i supermercati sono al centro di un ampio dibattito, perché chi li gestisce paga così poco i suoi dipendenti che molti di loro sono percettori di sussidio. In sostanza, come in Germania anche in Gran Bretagna molti ritengono che i salari bassi uniti a sussidi di disoccupazione quasi universali hanno portato a sussidiare i grandi datori di lavoro, che in parte scaricano il loro costo del lavoro sul welfare. Anche i dibattiti sulla buona alimentazione, sempre attuali nei paesi anglofoni, sono diventati una questione di uguaglianza. Povertà e disuguaglianza non sono più solo questioni per economisti e politici.

Anche se c’è piena occupazione e non si registra disoccupazione giovanile tipica di molti paesi europei cresce la paura. In Gran Bretagna le disparità sono fortissime. Secondo l’OCSE è il paese con la più forte disuguaglianza salariale d’Europa, nonostante la politica monetaria della Bank of England sia stata in questi anni più accomodante di quella della BCE e nonostante il deficit della Gran Bretagna sia stato molto più elevato dal 2007 di quello di Germania, Francia ed Italia. I salari non crescono nonostante la piena occupazione e i prezzi degli immobili a Londra sono elevatissimi. La vittoria di Corbyn non è stata il passeggero ed effimero trionfo di un gruppo di nostalgici degli anni settanta, ma il successo dell’altra Gran Bretagna, quella che non crede che i tagli di Cameron siano necessari e quella che vuole più uguaglianza.

Salvatore Sinagra

La deflazione dei redditi in Italia (di Stefano Fantacone)

All’inizio degli anni trenta, in una nota discussione col professor Arthur Cecil Pigou, John Maynard Keynes avvertiva sull’indesiderabilità di una deflazione salariale, che avrebbe avuto come principale conseguenza la caduta della domanda aggregata. A ottant’anni di distanza, ci troviamo a constatare quanto corretta fosse la predizione keynesiana. Quella in corso in Italia non è infatti una semplice recessione, bensì la crisi di un modello di sviluppo che ha voluto far perno sulla progressiva erosione dei redditi da lavoro.

Se ne ha una chiara evidenza osservando il grafico.grafico fantacone

La curva blu riporta l’andamento, dal 1964 a oggi, del reddito disponibile, ossia della somma che rimane nelle tasche delle famiglie dopo il pagamento delle imposte. La curva rossa illustra invece il potere d’acquisto reale, ottenuto sottraendo il tasso d’inflazione dal reddito disponibile (una misura della quantità di nuovi beni che le famiglie possono acquistare con i loro guadagni, stante l’aumento dei prezzi).

Il grafico è suddiviso in tre sezioni, che rappresentano altrettanti periodi storici, nel corso dei quali i redditi sono passati da una fase di crescita accentuata a una di stagnazione e poi di riduzione. Il primo periodo – il più lungo è più lontano nel tempo – va dal 1964 al 1992 ed è caratterizzato da un trend crescente uniforme. In quei 28 anni, il reddito disponibile delle famiglie italiane aumentò a un tasso medio del 14 per cento; al netto dell’inflazione, il potere d’acquisto crebbe complessivamente di quasi il 200 per cento, quasi il 4 per cento all’anno.

La crisi finanziaria del 1992, accompagnata dall’avvio del primo, vero programma di ridimensionamento del disavanzo pubblico e dagli accordi sul costo del lavoro, segna l’entrata nella seconda fase, quella della stagnazione. Senza soluzione di continuità, la variazione annua del reddito disponibile scese al 3,8. In termini di potere d’acquisto, l’aumento medio in quel periodo fu appena dello 0,5 per cento. Se si osserva ancora il grafico (linea rossa), si nota un ulteriore fatto: subito dopo il 1992 la capacità di spesa delle famiglie diminuì, perché si decise di comune accordo (l’emergenza lo richiedeva) di eliminare la scala mobile e di rinunciare così al recupero dell’inflazione pregressa (era allora del 5 per cento). Ci vollero otto anni per recuperare quella perdita e solo nel 2000 la capacità di spesa delle famiglie italiane ritornò ad aumentare, ma solo temporaneamente.

Nel 2008 prende infatti avvio la terza e ultima fase, quella tuttora in corso. La caratteristica saliente di questo periodo è l’arresto della crescita del reddito disponibile. La curva blu interrompe infatti per la prima volta il suo trend crescente e si appiattisce per il venir meno dei fattori di dinamica intrinseca che, nel tempo e in condizioni normali, dovrebbero sostenere la capacità di spesa delle famiglie (l’aumento delle retribuzioni e dell’occupazione, la stabilizzazione della pressione fiscale e dei flussi di trasferimento pubblico ecc.).

Dal momento che, nel frattempo, la dinamica dell’inflazione non si è invece interrotta, nel 2012 il potere d’acquisto è in diminuzione ormai da 6 anni consecutivi e, secondo le stime Cer, ancora nel 2015 risulterà inferiore di circa il 10 per cento rispetto al livello del 2007. La contrazione è tanto grave che, se pure fosse possibile tornare alle dinamiche del periodo 1992- 2007, la capacità di spesa perduta verrebbe recuperata solo in prossimità del 2030. Inevitabilmente, e qui veniamo alla lungimiranza della profezia keynesiana, la scomparsa dei redditi sta determinando una compressione senza precedenti dei consumi delle famiglie, che da soli rappresentano il 60 per cento del Pil. Nel 2012, la spesa per consumi è diminuita del 4,3 per cento, la massima flessione nella storia della Repubblica.

Parliamo di una caduta che è più del doppio di quanto osservato nel 2009 e che supera di oltre un punto la contrazione del 1992, che fino a oggi era stato considerato l’anno horribilis dei consumi italiani. Sempre secondo le previsioni Cer, la diminuzione della spesa si protrarrà nel 2013 e sarà solo in piccolissima parte recuperata nel 2014-2015. Il fatto è che l’insipienza delle politiche europee ha ormai imposto la deflazione salariale – che con senso del pudore viene però chiamata “svalutazione interna” – come politica di riferimento per i paesi mediterranei alle prese con la crisi del debito sovrano e per questo posti di fronte all’urgenza di recuperare margini di crescita attraverso la sola domanda estera.

Il calo dei salari e dei redditi servirebbe appunto a esportare di più, compensando in tal modo la caduta verticale dei consumi. Scelta quanto mai miope, dal momento che le “viziose” economie mediterranee stanno sì applicando alla lettera la ricetta, ma con la conseguenza di ridurre le importazioni e di trasmettere impulsi recessivi alle economie del Nord Europa. Queste sono le cifre del 2012: caduta delle retribuzioni reali compresa fra il meno 6 della Grecia e il meno 2,5 per cento dell’Italia; flessione delle importazioni che avvicina i 10 punti in Grecia e gli 8 punti in Italia; Pil europeo diminuito dello 0,4 nel 2012 e che rimarrà fermo nel 2013. salarioLa ricetta proposta dalle autorità europee è ormai definita in letteratura come “l’austerità che sconfigge se stessa”, ma dal momento che le ideologie sono dure a morire, non sembra di vedere concreti segni di resipiscenza nei paesi fautori del rigore a ogni costo. Il problema è però che i costi stanno diventando molto alti. Se decliniamo a livello micro i dati aggregati fin qui considerati, scopriamo che nel triennio 2012-2014 una famiglia operaia potrebbe sperimentare una riduzione del proprio consumo di oltre 1.800 euro, 600 euro in meno ogni anno. Prevale dunque il passo del gambero, per cui i redditi, invece di aumentare nel tempo, scivolano all’indietro, ponendoci nella sgradevole condizione di constatare come oggi si stia peggio di ieri, ma meglio di domani. Difficile pensare di poter resistere ancora a lungo in questa situazione. La tendenza naturale di un sistema economico è di crescere e di garantire miglioramenti di benessere. A questi semplici principi è ora che torni a ispirarsi la politica economica dell’Italia e dell’Europa intera.

Stefano Fantacone  Presidente Cer da www.rassegna.it