Il mito dei regali alle banche

Il mito racconta di decine di miliardi regalati alle banche. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani in collaborazione con il think tank Tortuga ne dimostra l’assoluta falsità.

La crisi finanziaria dei debiti sovrani, la stagione di bassi tassi di interesse, il cambiamento strutturale del settore e la riforma dell’unione bancaria europea hanno messo a dura prova gli elementi più fragili del sistema creditizio italiano. Non solo: le banche hanno dovuto affrontare due riforme settoriali ancora in attuazione (riforma delle banche popolari e riforma del credito cooperativo), volte a favorirne la concentrazione e la loro trasformazione in Spa. Il settore bancario ha anche conosciuto l’emergenza dei crediti deteriorati, o Non Performing Loans (Npl). In questo quadro critico sono stati assunti alcuni provvedimenti, da parte del settore pubblico (governo o vigilanza bancaria), che hanno provocato scalpore e numerose critiche.

In ordine cronologico, questi sono stati gli interventi pubblici o misti dal 2013 a oggi:

Monti Bond (2012-2013): Sottoscrizione da parte del Tesoro di circa 3,9 miliardi di euro di obbligazioni di Monte dei Paschi di Siena, oggi restituiti dalla banca senese;

– Decreto Imu-Bankitalia (gennaio 2014): riforma dell’assetto proprietario di Banca d’Italia;

Istituzione del Fondo Nazionale di Risoluzione (novembre 2015): fondo costituito con versamenti di istituzioni finanziarie private, destinato al risanamento e alla risoluzione delle banche in difficoltà (in ottemperanza alla direttiva europea sul bail-in);

Burden sharing di Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di risparmio di Chieti (novembre 2015): azzeramento del capitale di azionisti e obbligazionisti subordinati, per risanamento delle banche che vengono messe in vendita;

– Entrata in vigore della direttiva comunitaria sul bail-in (gennaio 2016): l’obiettivo è evitare il salvataggio esterno delle banche, tramite fondi pubblici, e favorire il salvataggio interno;

– Nascita di Fondo Atlante 1 (aprile 2016): gestito da Quaestio Capital Management e partecipato, su impulso del governo italiano, da banche, fondi di investimento, Cdp e Poste. Intende ricapitalizzare banche in difficoltà e acquistare crediti in sofferenza. Tra maggio e giugno 2016 sottoscrive il 99 per cento del capitale di Banca Popolare di Vicenza e il 97 di Veneto Banca;

– Nascita di Fondo Atlante 2 (agosto 2016): gestito da Quaestio Capital Management e partecipato, su impulso del governo italiano, da banche, fondi di investimento, Cdp e Poste. Può intervenire solo con investimenti di crediti deteriorati;

– Decreto “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio” (dicembre 2016): il governo stanzia 20 miliardi a debito e interviene in Mps, su richiesta della banca, con al massimo 5,4 miliardi per una ricapitalizzazione precauzionale;

– Decreto per la liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca (giugno 2017): è disposta la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca, vendute poi a Banca Intesa che riceve anche 5 miliardi dal fondo pubblico come anticipo di cassa.

Anche se è necessaria una visione d’insieme per comprendere la ratio dei singoli provvedimenti, può essere utile approfondirne alcuni, in particolare quelli più dibattuti.

Decreto Imu-Bankitalia

Tra i primi interventi a venire contestato è stato il decreto Imu-Bankitalia, convertito in legge a gennaio 2014. Il decreto, rivedendo l’assetto proprietario di Banca d’Italia, ha previsto la rivalutazione del capitale nominale passato da 156 mila a 7,5 miliardi di euro, tramite la trasformazione di parte delle riserve dell’istituto. Ciò non significa che gli enti (banche, assicurazioni e casse previdenziali private) che detengono il capitale della Banca d’Italia abbiano ricevuto un trasferimento di liquidità o attività dallo stato. L’operazione, infatti, è stata puramente contabile. Banche e assicurazioni hanno goduto di due benefici. Innanzitutto, un’accresciuta stabilità di bilancio.

La seconda conseguenza sono stati i maggiori dividendi per i detentori, pagati da Banca d’Italia. Corrispondentemente, però, lo Stato ha tassato le plusvalenze per un importo pari a circa 1,5 miliardi nel 2013 e quasi 2 miliardi nel 2018 incassando risorse una tantum utilizzate per l’abolizione della seconda rata dell’Imu quell’anno e per la copertura del decreto legge n. 66 del 2014 (quello sul bonus 80 euro). […]

L’intervento sulle quattro banche del centro Italia

Di diversa natura è stato invece l’intervento per salvare quattro banche del centro Italia. Queste versavano in pessime condizioni a causa di anni di cattiva amministrazione, accentuate dalla crisi economica iniziata nel 2008: si tratta della Banca dell’Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti. Già commissariate da Banca d’Italia, le banche sono state messe in risoluzione tramite decreto a novembre 2015. Per evitare le conseguenze del fallimento (dannose per risparmiatori, imprese, dipendenti e l’intero sistema del credito) e per limitare il costo per le finanze pubbliche, lo stato ha fatto ricorso alla procedura di burden sharing. In altre parole, il valore di azioni (i soci proprietari delle banche) e obbligazioni subordinate (junior) è stato azzerato, mentre sono stati tutelati i conti correnti e le obbligazioni senior (che rispetto alle subordinate sono meno redditizie ma più sicure). Per esempio, Banca Etruria deteneva 289 milioni di conti correnti e 331 milioni di obbligazioni senior, che sarebbero stati in parte persi in caso di fallimento.

Le perdite non erano però tali da poter essere assorbite dagli azionisti e dagli obbligazionisti junior. Il contributo al ripianamento, seguendo la filosofia della direttiva sul bail-in, è stato però completamente privato: a coprirlo è stato il Fondo Nazionale di Risoluzione, istituito nel 2015, partecipato dalle banche operanti in Italia e destinato al risanamento delle banche in difficoltà. L’esborso del fondo è stato di 4,7 miliardi di euro: questi sono serviti a ricapitalizzare le quattro banche, a coprire le perdite derivanti dai crediti sofferenti e a creare l’istituto destinato al recupero di tali crediti (le cosiddette bad bank). Non c’è stato quindi alcun contributo in termini di liquidità da parte dello Stato, ed è per questo infondato sostenere che la manovra sia stata un tentativo del governo di favorire gli istituti finanziari e la loro proprietà (il cui capitale è stato invece azzerato). Al contrario, il salvataggio ha mirato a tutelare per quanto possibile chi nella banca aveva depositato o risparmiato. Peraltro, è stato sempre il sistema interbancario (tramite il Fondo interbancario per la tutela dei depositi) a provvedere ai rimborsi degli obbligazionisti truffati, per un valore totale di circa 200 milioni.

L’unico intervento pubblico è stato molto più recente e modesto: nella legge di stabilità 2018 è stato introdotto un fondo finanziato dallo stato di 100 milioni, per coprire i risparmiatori truffati che ancora non sono stati risarciti. Ancora una volta, quindi, a pagare sono stati soprattutto i privati.

La ricapitalizzazione di Monte dei Paschi di Siena

A dicembre del 2016 è stato deciso il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena (quarto gruppo bancario in Italia), anche questa in crisi dopo anni di cattiva gestione. Diversamente da quanto successo alle quattro banche del centro Italia, nel caso di Mps lo Stato ha finanziato parte dell’operazione, attingendo a un fondo di 20 miliardi di euro presi a debito varato a questo scopo. Di questi, circa 3,9 sono stati spesi per la ricapitalizzazione e al massimo 1,5 riservati al ristoro degli investitori al dettaglio che detengono le passività subordinate della banca oggetto di conversione in azioni nell’ambito del burden sharing. Azionisti e obbligazionisti hanno da parte loro contribuito per altri 2,8 miliardi, secondo il principio della condivisione degli oneri previsto dalla normativa dell’Ue. A pagare sono stati quindi sia i contribuenti sia i privati, e anche in questo caso i soci proprietari hanno visto il proprio capitale azzerarsi mentre parte dei risparmiatori è stata tutelata. A dicembre 2016 la banca senese deteneva 39 miliardi di euro in conti correnti (in parte comunque tutelati dal Fondo Interbancario) e circa 18 miliardi di obbligazioni ordinarie , che sarebbero stati persi in caso di liquidazione della banca.

A proposito del fondo varato dal governo, è importante evidenziare che si è trattato di una acquisizione di attività, le azioni della banca, e non di un contributo a fondo perduto: potrà dunque tornare allo stato attraverso la vendita. Se la manovra avrà costituito un guadagno o una perdita dipenderà dall’andamento delle azioni nei prossimi tre anni: il Tesoro dovrà infatti uscire da Mps entro il 2021.

Le due banche venete

L’operazione più importante, in termini di contributo dello stato, è stata quella che ha riguardato la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, acquisite a giugno del 2017 dal Gruppo Intesa Sanpaolo dopo la liquidazione coatta amministrativa. A perdere sono stati principalmente i titolari di azioni, mentre depositi e obbligazioni sono stati tutelati, anche se non integralmente per le obbligazioni subordinate . Ancora una volta a essere colpita è stata la proprietà delle banche (cioè gli azionisti, anche se questi includono certamente anche piccoli risparmiatori), mentre i depositanti e altri prestatori di fondi sono stati in buona parte tutelati. L’obiettivo perseguito con la liquidazione è stato evitare “una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali” (dall’introduzione al decreto legge 25 giugno 2017). Dai bilanci dell’esercizio 2016 delle due banche popolari si evince, in assenza di intervento pubblico, che si sarebbero persi 7,6 miliardi di obbligazioni e 11,5 miliardi di conti correnti (in parte comunque tutelati, sotto i 100 mila euro).

Intesa San Paolo, che ha acquistato le due Banche Venete alla cifra simbolica di 1 euro, ne ha ereditato principalmente le attività sane , come prestiti concessi ai debitori affidabili. I crediti deteriorati sono stati invece trasferiti a una bad bank, che raccoglie le attività non più esigibili.

L’intervento per cassa dello stato è stato pari a circa 4,8 miliardi di euro, destinati a soddisfare il fabbisogno di capitale, nonché la ristrutturazione aziendale. A questi vanno aggiunti circa 400 milioni di garanzie, a fronte di un capitale garantito di 12,4 miliardi. Risorse che non è ancora possibile sapere se dovranno essere impiegate o meno: la valutazione del Sole 24 Ore rileva che circa la metà dovrebbe essere recuperata.

Va poi sottolineato che la spesa sarà bilanciata dal valore dei crediti recuperati dalla Sga, la società per la gestione di attività controllata totalmente dal Tesoro e che ha comprato i crediti deteriorati delle due banche venete. In altre parole, ci si aspetta che tramite la Sga lo stato recuperi una parte consistente, se non la totalità, di quanto investito nell’operazione.

Quanto è stato speso

In sintesi, il quadro mostra che ad oggi sono stati spesi, per il salvataggio degli istituti di credito, circa 650 milioni investiti da Cassa Depositi e Prestiti e Poste Italiane in Fondo Atlante 1 e i 4,8 miliardi destinati a Banca Intesa come contributo di capitale e per la ristrutturazione del business. Questi soldi non potranno essere recuperati.

Ciò che invece è stato stanziato, ma potrebbe tornare allo Stato nel giro di alcuni anni, si aggira tra i quasi 12,5 e i 18,5 miliardi di euro , circa un punto percentuale di Pil. La forchetta varia a seconda di come si valutano gli investimenti nell’ex Fondo Atlante 2 e le garanzie per il risanamento delle due banche venete.

Questi importi vanno confrontati con il costo che le operazioni hanno avuto per l’intero sistema economico, tra capitali e risparmi azzerati, interventi del sistema bancario e intervento pubblico. Il costo totale si aggira tra i 60 e i 70 miliardi di euro, coperto quindi per meno di un terzo dallo Stato.

Conclusioni

Il luogo comune che siano stati spesi troppi soldi pubblici per salvare le banche, fino a considerarli un “regalo”, parola tanto ricorrente quanto vaga, si è diffuso nel dibattito pubblico degli ultimi anni. Che il settore del credito sia stato oggetto di scandali e opacità è stato provato, anche dalla commissione parlamentare di inchiesta della precedente legislatura. Ma l’accusa di aver salvato le banche con soldi pubblici non corrisponde al vero: in tutti i casi l’intervento dello Stato è stato accompagnato dal salvataggio privato che ha contribuito per più di due terzi. In ogni caso, gli interventi pubblici sono stati volti a contenere il costo per i piccoli risparmiatori derivante da crisi bancarie. Se confrontati con quanto accaduto nel resto d’Europa, gli interventi pubblici nel settore creditizio rimangono di modesta entità.

E’ probabile che gli interventi pubblici avrebbero potuto essere più tempestivi per ridurre l’entità dei salvataggi esterni. E’ tuttavia chiaro che la direzione intrapresa dall’Unione europea, Italia compresa, non corrisponde al luogo comune sui “regali” alle banche. In realtà i proprietari degli istituti sono stati sempre penalizzati dagli interventi di salvataggio: sia nel caso delle quattro banche del centro Italia, che per Mps che per le due banche venete le azioni sono state azzerate e i soci hanno perso tutto il loro capitale. Certo questo ha coinvolto anche piccoli azionisti, ma l’uso di soldi pubblici per “salvare le banche” sarebbe stato più elevato se anche questi fossero stati completamente protetti da perdite. Gran parte dei manager è stata inoltre sanzionata dalle autorità di vigilanza, e alcuni di loro si trovano ora sotto processo. Naturalmente le responsabilità penali di tali manager vanno comunque lasciate alla valutazione giustizia che si spera segua un corso più rapido di quello di molte esperienze passate.

Tratto da https://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-pachidermi-e-pappagalli-quanto-ci-e-costato-il-salvataggio-delle-banche

La crisi delle banche e i salvataggi bancari

A dicembre la crisi di quattro banche regionali dell’Italia centrale è stata risolta facendo pagare il prezzo ad azionisti ed obbligazionisti; in questi mesi un fondo finanziato da banche private e con garanzia statale sta cercando di traghettare due banche venete alla quotazione. Tali interventi recepiscono la nuova normativa europea che vuole limitare se non vietare l’iniezione di denaro pubblico nel settore bancario, ma sono anche dettati dal fatto che lo Stato italiano non può regalare un paio di centinaia di miliardi al settore bancario come hanno fatto Gran Bretagna, Germania e altri paesi europei qualche anno fa .

vigilanza banche BCELa ricetta di Bruxelles per le banche si fonda si tre capisaldi: 1) la vigilanza da parte della BCE e non delle banche centrali nazionali sulle banche commerciali europee o almeno di quelle più grandi; 2) il cosiddetto bail in, ovvero la limitazione dell’impiego di risorse pubbliche nei salvataggi bancari, con l’imposizione di far pagare il conto ad azionisti,  obbligazionisti e grandi correntisti prima di usare soldi dei contribuenti; 3) una garanzia europea dei depositi fino a centomila euro. Il principio che le banche siano vigilate dalla BCE è stato quasi universalmente accettato, è  quasi universalmente contestato il fatto che non esista ancora una garanzia europea sui depositi. E’ invece il bail in a dividere l’opinione pubblica e gli esperti.

Quando fu votata la nuova normativa europea sui salvataggi bancari (per essere precisi il provvedimento parla di risoluzione di crisi bancarie) la politica e gli economisti italiani sollevarono ben poche obiezioni. Oggi diverse figure con ruoli istituzionali, come il governatore di Bankitalia Visco affermano di avere lanciato per tempo allarmi circa gli effetti perversi del bail in. Io non ricordo prese di posizione nette sul tema. Mi sorprende molto il fatto che qualche anno fa ci furono poteste contro un prestito pubblico a Monte Paschi ed oggi ci sono proteste perché si minimizza l’impiego di risorse pubbliche. Credo che molti non hanno ancora compreso che i rischi bancari, ed ancor di più i dissesti, non possono essere fatti sparire con un provvedimento di legge, la legge se fatta bene può al massimo stabilire chi deve accollarsi rischi e debiti. Non esistono in merito cure prive di controindicazioni.

approvazione bail inQualcuno etichetta il bail in come un provvedimento punitivo imposto dai tedeschi, illogico e antisociale. In realtà i tedeschi sono stati i primi ad utilizzarlo con il salvataggio di Commerzbank ed economisti con posizioni assai diverse come il liberale Raghuram Rajan, governatore della banca centrale indiana ma con una lunga esperienza negli Stati Uniti o il socialdemocratico Stiglitz, affermano che spesso è necessario salvare banche, per questioni di stabilità del sistema economico, ma che, per le stesse ragioni (oltre che per equità) non è opportuno salvare il management, gli azionisti e gli obbligazionisti delle stesse banche. Il drammatico tracollo di Lehman Brothers e di altri giganti della finanza è stato causato anche dall’assunzione di grossi rischi nella convinzione che il governo non avrebbe mai lasciato fallire una grande banca.

Il bail in per ragioni di efficacia non può essere limitato a titoli di nuova emissione, ma è giusto che vengano perseguiti i professionisti e le istituzioni che hanno venduto titoli rischiosi ad investitori non professionali alterando la percezione del rischio di tali titoli.

educazione finanziariaDa più parti leggo che serve investire in educazione finanziaria. Certo è bene spiegare ai piccoli risparmiatori almeno i concetti base della finanza, bisogna per esempio far capire a chi negli anni settanta portava a casa tassi del 20% che con l’inflazione zero anche un tasso del 6% implica l’assunzione di un certo livello di rischio e bisogna vietare le pubblicità che in un mondo a tasso zero promettono rendimenti senza rischi, ma i consumatori non possono certamente giocare una partita alla pari con chi per professione si occupa di finanza. Un risparmiatore per valutare il profilo di rischio di un investimento dovrebbe essere in grado di comprendere le caratteristiche di prodotti finanziari anche complessi, avere pieno accesso ad informazioni che, soprattutto se riguardano società non quotate, non sono pubbliche, verificare la veridicità delle affermazioni e la plausibilità delle previsioni del management. E’ chiaro che l’educazione finanziaria non basta.

Più realistico è pensare di limitare i rischi che possono assumere sia i piccoli risparmiatori che le banche.

piccoli risparmiatoriSul fronte piccoli risparmiatori da anni con diverse direttive (Mifid e Mifid 2) le istituzioni europee impongono alle banche una profilazione degli investitori sulla base delle loro competenze. L’assegnazione di un profilo basso limita la possibilità di una banca di vendere ad investitori poco qualificati titoli rischiosi. Si tratta di validi principi che però devono essere attuati con più efficacia. Dopo i recenti tracolli non pochi hanno invocato il divieto di vendita al dettaglio di obbligazioni subordinate. Non ho nulla in contrario a limitare determinati prodotti ad investitori qualificati, è bene fare attenzione però che questi prodotti non vengano poi impacchettati in strumenti finanziari considerati meno rischiosi come avveniva con i mutui subprime. Non bisogna fare grandi esercizi di ingegneria finanziaria, se la soluzione pensata è quella di vietare la vendita di titoli complessi allo sportello, vi è una facile via di elusione: creare un’istituzione finanziaria che si riempia di titoli complessi e poi emetta azioni e obbligazioni semplici. Infine bisogna tener presente che limitare i rischi che un risparmiatore assume significa necessariamente limitare il rendimento atteso.

rischi bancariRimane quindi il fronte della regolamentazione dei rischi che una banca può assumere, fermo restando che il fallimento di quattro banche locali italiane è ben diverso da quello di Lehman Brothers, che le banche italiane sono orientate verso attività tradizionali e che qualche media banca italiana è finita in dissesto non per speculazioni su derivati, ma per un management inadeguato e per il collasso del tessuto economico del loro piccolo bacino di riferimento. Occorre riaprire il cantiere delle riforme del settore bancario, perché la risposta europea alla crisi del sistema finanziario dello scorso decennio è stata ampiamente sottodimensionata e limitata all’allentamento dei legami tra rischio bancario e rischio sovrano. Occorre tornare a parlare del difficile equilibrio tra concorrenza e stabilità nel settore bancario; le banche non possono essere troppo grandi per fallire, ma nemmeno troppo piccole per pagare lo stipendio ad un amministratore delegato ed ad un consiglio di amministrazione. Occorre poi rimodulare la blanda normativa varata dalla Commissione Europea e integrata da Bankitalia sui compensi dei manager, occorre trovare una soluzione ai conflitti d’interessi delle agenzie di rating, occorre riaprire il cantiere dalla Volcker rule, ovvero arrivare ad una normativa che stabilisce quali rischi può assumere una banca commerciale che in ogni caso  beneficia di una garanzia statale implicita, perché chi da’ i soldi ad una banca commerciale sa che se le cose vanno male lo Stato correrà a salvarlo.

Salvatore Sinagra

La scoperta del bail in

Salvataggi bancari: in Europa la musica è cambiata

Bail-in: questa parola sta entrando nel nostro vocabolario, come accadde qualche anno fa allo spread, e diventa motivo di preoccupazione per i risparmiatori italiani, dopo il caso delle quattro banche (Banca Marche, Popolare Etruria, CariFerrara e CariChieti) che sono state “salvate” dal governo nel novembre 2015, imponendo allo stesso tempo pesanti perdite agli azionisti e ai detentori di obbligazioni subordinate.

interrogativi sul bail inLa domanda che molti si fanno è: ma se quelle banche sono state salvate, come è possibile che i risparmiatori abbiano dovuto subire tali perdite? La sorpresa e lo scontento sono stati così forti che il governo è intervenuto con un secondo provvedimento, volto a risarcire i risparmiatori più colpiti.

La risposta alla domanda è abbastanza semplice: in Europa, le regole che riguardano i salvataggi bancari sono cambiate. A partire dall’inizio di quest’anno, è in vigore una nuova direttiva europea (Bank Recovery and Resolution Directive), i cui effetti erano stati in parte anticipati al 2013 dalla Commissione UE. La direttiva impone che, prima di utilizzare fondi pubblici per salvare una banca, una quota consistente delle perdite accumulate nella passata gestione venga addossata agli azionisti e ai creditori. Questi soggetti non sono tutti sullo stesso piano, anzi c’è un ordine preciso. I primi a essere colpiti sono gli azionisti. Se ciò non basta, si passa alle obbligazioni subordinate. Poi viene il turno delle obbligazioni ordinarie. Infine, potrebbero essere chiamati in causa anche i depositanti, per le somme che eccedono i 100mila euro: fino a questo limite i depositi sono protetti dalla assicurazione e sono esenti dal bail-in.

crisi finanziaria EuropaLa ragione delle novità sta nelle ingenti somme spese da alcuni governi europei per salvare le banche dei loro paesi durante gli anni più neri della crisi finanziaria, dal 2008 al 2013. Quelli che hanno speso di più sono stati Germania e Regno Unito, seguiti da Irlanda, Spagna, Grecia, Belgio e Francia. La reazione dei governi, e dei loro elettorati, è stata: d’ora in poi, non si può addossare tutto il costo dei salvataggi bancari ai contribuenti. Per questo è stato introdotto il bail-in, che obbliga azionisti e creditori a contribuire al salvataggio di una banca in crisi. La parola stessa, bail-in, si contrappone al termine inglese bail-out, con il quale venivano chiamati i salvataggi vecchio stile, completamente a carico dello Stato.

E l’Italia dov’era?

L’Italia era stata finora ai margini della vicenda. Negli anni bui della crisi finanziaria, il governo italiano ha speso somme insignificanti rispetto a quelle impiegate da altri paesi europei per sostenere il sistema bancario. Ciò è avvenuto grazie al fatto che le nostre banche erano molto meno esposte ai prodotti della cosiddetta finanza “tossica”, come i titoli derivati. Tuttavia, la crisi dell’economia reale si è poi fatta sentire anche sui bilanci delle banche italiane, che hanno accumulato una mole consistente di “sofferenze”, cioè di prestiti che (in parte) non verranno restituiti. Ora questo si riflette nella crisi di alcuni istituti di dimensione medio-piccola, che hanno la necessità di essere salvati con il contributo pubblico, dove “pubblico” vuole dire a carico del sistema bancario nel suo complesso ed eventualmente dello Stato. E qui interviene il bail-in: per ridurre al minimo possibile il contributo pubblico, gli azionisti e i creditori della banca “salvata” devono fare qualche sacrificio.

approvazione bail inSi dirà: prima gli altri governi europei hanno aiutato le loro banche, proteggendo completamente i risparmiatori; adesso che tocca a noi fare interventi di sostegno a qualche piccolo istituto, ci dicono che le regole sono cambiate e che i risparmiatori devono contribuire. È vero, però bisogna ricordare che le nuove regole europee le abbiamo approvate anche noi, o meglio i nostri rappresentanti nelle istituzioni europee: Commissione, Parlamento, Consiglio dei ministri. Le regole relative ai salvataggi bancari fanno parte del più ampio progetto di Unione bancaria, che ha avuto il pieno appoggio dell’Italia nelle trattative internazionali. Quindi i casi sono due: o i nostri rappresentanti non sapevano cosa stavano approvando, oppure lo sapevano, ma non hanno avuto la forza per opporsi all’introduzione di regole destinate ad avere pesanti ripercussioni sui risparmiatori italiani.

Inutile accusare l’Europa, occorre informare i risparmiatori

Che fare adesso? Ormai la frittata è fatta, e lanciare invettive contro l’Europa non serve a nulla, se non a screditare le istituzioni europee. Il principio del bail-in è stato incorporato nelle nostre leggi, e come tale va rispettato.

Quello che bisogna fare è informare i risparmiatori del nuovo regime e dei rischi che comporta. Ciò deve avvenire senza fare allarmismi, perché la maggior parte delle banche italiane sono solide e con tutta probabilità non avranno bisogno di essere “salvate”. Però, una dose maggiore di trasparenza è senz’altro necessaria.

trasparenza e informazioneNel caso delle quattro banche salite all’onore delle cronache, la trasparenza è stata davvero scarsa. La Commissione europea, in una sua comunicazione del luglio 2013, aveva sostanzialmente anticipato il principio del bail-in, limitatamente alle azioni e alle obbligazioni subordinate. Per capire cosa sono queste ultime bisogna ricordare che, in caso di fallimento di una banca, i detentori di obbligazioni subordinate vengono rimborsati solo dopo che le attività della banca stessa sono state usate per rimborsare tutti gli altri creditori. In altre parole, le obbligazioni subordinate sono una via di mezzo tra le azioni e i normali debiti di una banca. Ma soprattutto, dall’agosto del 2013, sono aggredibili in una procedura di salvataggio bancario. Quanti investitori tra quelli colpiti dal salvataggio delle quattro banche sapevano cosa sono le obbligazioni subordinate? Quanti sapevano dei rischi che comportano, non solo in caso di fallimento, ma anche di salvataggio? Individuare le responsabilità delle banche e delle autorità in questi casi specifici è doveroso. Tuttavia, per il futuro è ancora più importante che ci sia l’impegno a migliorare l’informazione che viene data ai clienti. Speriamo in bene.

Angelo Baglioni tratto da www.lavoce.info