Banche fallite: una vigliaccheria di sistema

Ciò che più colpisce nell’affare delle banche fallite è la vigliaccheria. Non si tratta però di una vigliaccheria soltanto personale bensì anche di una vigliaccheria di sistema. Basta vedere i volti delle persone truffate. Basta ascoltarli mentre raccontano le loro storie. Basta leggere come i bilanci delle banche sono stati saccheggiati dai rispettivi vertici. Basta avere presenti i documenti dei quali le nostre autorità di controllo impongono la conoscenza e la sottoscrizione ai risparmiatori colpevolmente oscuri e difficili da comprendere.

onestà delle bancheNo, ciò che è accaduto non è frutto del caso o dell’acuirsi della crisi economica mondiale. È frutto di una strategia, lucida, determinata, inesorabile con la quale gruppi di persone o, se si preferisce, gruppi di potere si sono impadroniti dei soldi depositati da una miriade di risparmiatori che avevano dato la loro fiducia ad istituti di credito legati al territorio e, quindi, ritenuti più affidabili di altri. Che si trattasse di correntisti o obbligazionisti non cambia nulla nella sostanza. Fra i truffati non ci sono speculatori che meritano di perdere il loro capitale. Se lo fossero stati non avrebbero messo i soldi proprio in quelle banche e a tassi assolutamente normali.

E quindi innanzitutto vigliaccheria personale dei funzionari e dei dirigenti che hanno raggirato clienti impossibilitati a comprendere i contratti che venivano indotti a firmare. Molti fogli zeppi di clausole che avrebbero richiesto letture attente e pareri di tecnici competenti venivano sottoposti alla firma nascondendone i rischi e le implicazioni. Chi conduceva il gioco sapeva benissimo che il rapporto personale prevaleva sullo scrupolo di accertare minuziosamente il significato e le implicazioni del patto che si stava sottoscrivendo.

sistema di potere localePerò anche vigliaccheria di sistema perché i vertici delle banche le usavano come se fossero una loro proprietà personale concedendo prestiti agli amici e a loro stessi senza alcuna verifica di affidabilità e, probabilmente, immaginando che non sarebbero stati restituiti. Le cronache dei giornali sono piene delle “imprese” degli amministratori delle banche fallite sottoposte a quello che appare come un vero e proprio saccheggio. Se questo non ci fosse stato nessuno avrebbe perso i suoi soldi.

Vigliaccheria di sistema anche perché le autorità di vigilanza (Banca d’Italia e Consob) non hanno fatto quello che dovevano fare. Una crisi bancaria con un buco di miliardi di euro non si produce in un giorno e il compito di Bankitalia è quello di accorgersi prima che la situazione divenga irreparabile. E invece il commissariamento è arrivato troppo tardi. Come mai? E cosa dire della Consob? Questa “candida” autorità di vigilanza non si è resa conto che non bastava imporre la sottoscrizione di decine di pagine di clausole contrattuali redatte con linguaggi tecnici a piccoli risparmiatori incapaci di comprenderne il significato. Praticamente ha consegnato nelle mani dei funzionari delle banche l’arma per legalizzare il raggiro ai danni di quelli a cui venivano vendute le obbligazioni.

banche saccheggiateTutto ciò però rimanda ad un sistema di potere più ampio che è quello che si crea nel territorio. Quella che si può definire classe dirigente locale è fatta di un intreccio di ruoli, responsabilità, competenze nel quale la banca riveste sempre un ruolo di cardine. Come si fa a pensare che i politici e gli imprenditori non si fossero accorti di come venivano gestite le banche fallite? E come si fa a non pensare che il loro silenzio fosse la contropartita di favori e vantaggi pagati in moneta sonante?

Non si tratta di fare di tutta l’erba un fascio, ma quando ci si trova di fronte a buchi di bilancio di miliardi di euro e ad una gestione degli istituti di credito che somiglia ad un’associazione a delinquere e il tutto si sviluppa nel corso di anni non si può non tirare in ballo le colpe di sistema e non solo quelle personali.. Ben venga dunque l’inchiesta parlamentare sulle banche proposta da Renzi, ma non può sostituire misure immediate che blocchino altre truffe e altre ruberie. Soprattutto occorre sottrarre le banche del territorio all’intreccio con la politica, vietare la vendita di strumenti finanziari rischiosi al mercato non specializzato e imporre sanzioni più severe contro gli amministratori e i manager che scassano i bilanci per regalare soldi ai loro protetti.

L’inchiesta parlamentare viene dopo la necessità urgente di queste misure, non prima

Claudio Lombardi

Considerazioni finali della Banca d’Italia

Nelle “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia presentate oggi si mette l’accento sulla ripresa economica che sta partendo e che potrà essere consolidata grazie alle riforme avviate “per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo del Paese”. Indovinate qual è la prima riforma che viene ricordata da Ignazio Visco? Sì è quella del mercato del lavoro che avrebbe portato ad una “forte espansione delle assunzioni a tempo indeterminato nei primi mesi del 2015″.

Sicuramente il Governatore avrà tenuto conto che il collegamento riforma del diritto del lavoro-assunzioni è qualcosa di abbastanza labile ai fini dello sviluppo dell’economia. Infatti le variabili in gioco in questo campo sono tante e di peso nettamente superiore. Un imprenditore non assume personale se non sa cosa produrre e a chi vendere. Più che di riforme si dovrà parlare di un cambiamento di sistema che punti a garantire legalità, controllo e messa in sicurezza del territorio, efficienza delle infrastrutture logistiche (trasporti e comunicazioni), disponibilità di mano d’opera qualificata, politica industriale che favorisca le attività economiche, controllo sull’uso delle risorse pubbliche ecc ecc.

Insomma i contratti di lavoro non vivono un’esistenza isolata dal contesto nel quale vengono calati. Questo la Banca d’Italia lo sa benissimo, ma nella comunicazione pubblica si sente sempre il bisogno di enfatizzare un singolo aspetto, quello sul quale è stato più facile intervenire tutto sommato. Perché, in effetti, in quanto a politica industriale stiamo messi maluccio e non se ne sente parlare come di un tema centrale.

Sì ci sono le grandi opere pubbliche (sempre strade, autostrade e alta velocità per il trasporto passeggeri), c’è l’intenzione di intervenire sull’edilizia scolastica, ma oltre non si va fatta eccezione per la rete in fibra ottica per la banda larga sulla quale il governo ha deciso di sostenere un intervento strutturale. Considerando il peso economico dell’Italia e l’arretratezza di cui soffriamo bisognerebbe fare di più. O no?