La folle illusione di cancellare il debito

Proposte come quella di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Bce si alimentano della confusione profonda su quali siano i limiti alla capacità della banca centrale di alleviare le obbligazioni fiscali di uno stato.
Il ruolo della banca centrale

Seppur smentita, la proposta di annullare 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Banca centrale europea sul proprio bilancio ha destato scalpore e innervosito pericolosamente i mercati finanziari. Proposte così radicali, pur nella loro apparente semplicità, si alimentano della confusione profonda su ciò che una banca centrale veramente è, e su quali siano i limiti alla sua capacità di alleviare, o addirittura cancellare, le obbligazioni fiscali di uno Stato.

La Bce ha acquistato titoli di stato italiani come parte del programma di Quantitative easing iniziato nel 2013. Con questo programma, ad esempio, la Bce acquista 100 euro di titoli di stato dalle banche e accredita, in cambio, 100 euro di riserve, detenute dalle banche stesse presso la Bce. Molto semplicemente, la Bce acquisisce un’attività (i titoli) e contemporaneamente, creando riserve (cioè moneta), bilancia queste attività con maggiori passività. Le riserve detenute dalle banche presso la Bce, infatti, sono un’obbligazione che la banca centrale detiene nei confronti delle banche stesse. Il cosiddetto processo di creazione di moneta è sostanzialmente questo, cioè creazione di riserve. È molto importante ricordare che il QE non costituisce una modalità sistematica di finanziamento delle emissioni di debito, per due ragioni. Primo, la Bce acquista titoli sul mercato secondario, non svolge quindi il ruolo di prestatore di ultima istanza di uno stato all’atto di emissione iniziale di titoli del debito. Secondo, il programma di QE è, per costruzione, temporalmente limitato. Quindi non coincide di per sé con una espansione permanente della quantità di moneta (che sarebbe quasi per definizione inflazionistica).

Un default della banca centrale

La narrazione (illusoria) sul ruolo della moneta e della banca centrale recita così: poiché la banca centrale è potenzialmente in grado di creare moneta in modo illimitato, ciò non porrebbe alcun limite alla sua capacità di acquisto di titoli. In estrema ipotesi, tutto il debito pubblico di un paese potrebbe essere acquistato e detenuto dalla banca centrale. Se, quindi, la banca centrale semplicemente bruciasse quei titoli, ciò non avrebbe alcuna conseguenza, perché le perdite potrebbero sempre essere ripianate stampando più moneta.

Eppure, nonostante si alimenti del potere inebriante di creare moneta dal nulla, la narrazione è del tutto fallace. Se la banca centrale bruciasse i 100 euro di titoli detenuti a bilancio, ciò comporterebbe una perdita dal lato delle attività di 100 euro. La perdita dovrebbe essere ripianata con maggiori entrate per ricapitalizzare la banca centrale stessa, che non potrebbero che venire dal bilancio dello stato attraverso maggiori tasse. In prima istanza, dunque, un falò dei titoli vorrebbe dire maggiori tasse.

Eppure, i fautori più convinti del potere taumaturgico della moneta non sarebbero probabilmente ancora soddisfatti. Perché mai dovremmo ricorrere a maggiori tasse per ripianare le perdite della banca centrale? Le perdite di una banca centrale sono un concetto artificiale: una banca centrale non può mai fallire, proprio perché può creare moneta in modo illimitato. Perché non ripianare le perdite semplicemente stampando più moneta, invece che tartassare la gente con maggiori tasse (o minori spese)? La moneta si crea dal nulla, dopo tutto.

L’illusione si scontra però contro due macigni logici. La moneta (circolante e riserve bancarie) costituisce una passività della banca centrale. Ripianare una perdita di 100 euro dal lato delle attività (il falò dei titoli) stampando moneta sarebbe equivalente a ripianare un minore attivo di bilancio incrementando le passività (invece di diminuirle). Non proprio una condotta da buon contabile. Anzi, una follia. Ma supponiamo pure di ignorare questa fondamentale legge di bilancio. Supponiamo, per puro paradosso, che a fronte del falò di titoli di Stato, la banca centrale continuasse a stampare moneta. Esiste comunque un limite alla possibilità di stampare moneta e si chiama default della banca centrale. Il default di una banca centrale non corrisponde a sportelli che chiudono e persone che perdono il lavoro. Il default di una banca centrale è più sottile, ma non meno rilevante. E corrisponde al non onorare la promessa originale che ogni banca centrale sottoscrive nell’emettere un singolo euro di moneta: che se quell’euro compra una mela al momento dell’emissione, deve continuare quanto meno a comprare una mela anche domani e dopodomani. Quando il pubblico si rende conto che la promessa potrebbe non essere mantenuta, tende a liberarsi della moneta come una patata bollente. Quando le masse monetarie in gioco sono grandi (e nel caso della monetizzazione del debito italiano staremmo parlando di volumi giganteschi), possiamo chiamarla iperinflazione, o svalutazione della moneta, o altro: di fatto, vorrebbe dire default della banca centrale. Il compito di una banca centrale ben funzionante, infatti, è prima di tutto quello di contenere il livello e la variabilità dell’inflazione, proprio per onorare la propria promessa di debitore che emette moneta.

La possibilità di stampare moneta illimitata, non rende quindi la banca centrale immune da default. Quanto più la banca centrale cercasse di rincorrere la sirena dello stampare moneta per spegnere il falò del debito, tanto più scaverebbe la fossa del proprio default. Perché ogni euro stampato in più vorrebbe dire un maggiore prezzo delle mele. E quindi meno mele che quell’euro sarà in grado di acquistare domani e dopodomani. Spegnere il falò del debito con la moneta equivale a estinguere il fuoco con la benzina. Un esercizio vano. Anzi, pericoloso.

Tommaso Monacelli tratto da www.lavoce.info

Le pene del QE di Draghi

Povero Draghi. Non sa più che fare. La BCE continua con il suo quantitative easing, il famoso QE, cioè continua a comprare titoli di debito pubblici ed equipollenti. E continua ad abbassare la remunerazione per i depositi delle banche, anzi, poiché si tratta di un tasso negativo, bisogna dire che aumenta il costo che le banche pagano per lasciare i propri fondi in deposito alla BCE che, però, continua generosamente ad elargirli agli istituti di credito. Proprio quel che si dice un circolo vizioso.

abbondanza di capitaliInsomma anche il profano (come è chi scrive) capisce che di soldi in giro ce ne sono veramente tanti, ma che non conviene utilizzarli in altro modo che lasciandoli depositati presso la BCE (e pagando invece di guadagnare) o “investirli” a tassi prossimi allo zero o sotto zero in titoli degli stati europei. Altre possibilità sono quelle di spargerli un po’ per il mondo, ma sempre preferendo titoli di debito che assicurano rendimenti minimi. Poi, ovviamente, ci sono tanti altri modi di tipo speculativo per tentare di far rendere il denaro però, forse, le banche, rimaste un po’ scottate dalle esperienze passate, ci staranno più attente.

Ciò che conta è che di investire soldi nell’economia cioè in attività che producano ricchezza reale e lavoro non se ne parla. Il problema è serio perché chi possiede capitali tende ad utilizzarli per ricavare un utile e se non ritiene di investirli o di prestarli per finanziare attività economiche vuol dire che non conviene.

banche e speculazioneBrutti, sporchi e cattivi quelli che maneggiano i grandi capitali e le banche forse sì, ma sicuramente non fessi. D’altra parte che l’economia reale comporti dei rischi è dimostrato dai circa 200 miliardi di crediti cosiddetti deteriorati o inesigibili che le banche italiane difficilmente riusciranno a recuperare. Tanto che da mesi si sta provando a costituire una bad bank garantita dallo Stato nella quale mettere tutti i crediti dati per persi.

È ovvio criticare le banche perché non erogano tutto il credito di cui ci sarebbe bisogno. Sì, giusto, ma vediamo l’altra faccia della medaglia perché spesso chi prende i soldi in prestito poi non li restituisce e si crea sfiducia e un buco di bilancio da riempire.

Allora non c’è soluzione? Molti esperti dicono di no e anche al profano sembra che siamo arrivati al punto di poterci drogare di soldi senza cambiare la stagnazione dell’economia. Non c’è nulla da fare almeno fino a che si resta nel circolo vizioso BCE che compra titoli pubblici e presta soldi alle banche che poi se li tengono e non si fidano a darli in prestito.

D’altra parte l’obiettivo della BCE è raggiungere un tasso di inflazione prossimo al 2%, ma non è certo quello dello sviluppo economico nè della piena occupazione. Dunque non è alla BCE che si può chiedere altro.

Ci vorrebbe qualcuno che prendesse questi benedetti soldi e li investisse direttamente in opere o attività scelte nel quadro di politiche industriali, della ricerca, della formazione e delle infrastrutture. Insomma ci vorrebbe che gli stati o, meglio, l’Unione europea prendessero loro in mano l’iniziativa e cominciassero a indirizzare i soldi dove servono davvero.

intervento pubblico economiaE allora perché non si fa? Perché hanno creato una banca centrale che non può prestare soldi agli stati. Perché hanno costruito un’Europa che funziona solo per frenare, ma non per promuovere. Perché hanno messo da parte le politiche industriali. Perché hanno pensato che lo sviluppo potesse venire da solo facendo circolare i soldi. Perché si sono fissati sui parametri di bilancio. Perché le classi dirigenti non riescono più a concepire progetti, ma si sono specializzate nella gestione dell’esistente. Perché, a volte, chi dirige gli stati è corrotto o è amico degli speculatori.

Insomma il povero Draghi non ce la può fare da solo e lo ha detto già molte volte. Ma i suoi interlocutori fanno finta di non capire. Che aspettano a muoversi?

Claudio Lombardi

Ma serve proprio una Unione bancaria?

Pubblichiamo il commento di Guido Grossi all’articolo di Salvatore Sinagra che potete leggere qui (http://www.civicolab.it/?p=3876) e la risposta dell’autore.

Guido Grossi scrive:

“Siamo sicuri che l’interesse pubblico prioritario dell’intera Europa, attaccata dalla crisi economica, politica, di credibilità.. sia quello di concedere alla BCE il controllo sull’intero sistema bancario ?

Posso capire in che modo si ravvede l’interesse pubblico nel dare ulteriore potere ad una istituzione che – per legge – non risponde agli altri organi dell’Unione Europea ? E che gli altri organi ed individui appartenenti ad organi hanno il divieto esplicito di “cercare di influenzare” ..(art 130) ?

Ma non sarà il caso, invece, di mettere tutto il sistema bancario e finanziario ( a partire proprio dalla BCE ) ben al di sotto ed al servizio del Parlamento europeo?

Non ne abbiamo forse abbastanza degli errori di questo sistema che assorbe tutte (e anche oltre) le risorse disponibili, sottraendole all’economia reale (ed al controllo democratico) ?

Ma forse ho della democrazia un’idea poco moderna… poco competitiva”

Salvatore Sinagra replica:

“Le banche centrali tradizionali hanno due funzioni: la politica monetaria e la politica di vigilanza sulle banche. L’Unione bancaria concerne la seconda.

Mettiamola in questo modo: la vigilanza sulle banche è come se fosse una magistratura contabile. Sarebbe auspicabile avere una Consob, una authority, un’autorità antitrust che risponde alla politica? Sarebbe auspicabile avere una magistratura sotto il parlamento?
Oggi non fare l’unione bancaria significa dire alla Spagna: o esci dall’euro e stampi moneta a più non posso o ti accolli un prestito sindacato dalla Troika come quello della Grecia.
Il discorso della deresponsabilizzazione politica regge poco, perchè tutte le banche centrali dell’Unione Europea (con parziale eccezione di quella ungherese, eccezione in frode ai trattati) non rispondono alla politica.

E poi, cosa vuol dire democrazia? Che decide il Parlamento o il Governo quali banche salvare e con i soldi di chi? Che il parlamento stabilisce cosa comportano gli aiuti ad una banca e quali amministratori delegati debbano rimanere in sella o andare a casa?

La mia posizione comunque è semplice. L’Unione Bancaria è un meccanismo di garanzia dei depositi bancari, di gestione delle crisi e di ricapitalizzazione delle banche.
Che si passi ad un meccanismo europeo è necessario per due motivi: (1) perchè è giusto che tutte le banche (comprese quelle tedesche) rispettino i requisiti di vigilanza prudenziale e stabilità finanziaria più elevati (2) perchè i paesi in difficoltà e che hanno un sistema bancario traballante (Spagna in questo momento) non sono chiaramente in grado di ricapitalizzare le banche.
Si può ritenere che sia interesse dell’Europa far fallire le banche non sane, oppure che l’Europa non si può permettere una Lehmann Brothers a casa sua. Io ritengo che bisogna percorrere la seconda strada.

Sottolineo poi che anche le banche centrali dei singoli paesi dell’area UE, così come quelle degli Stati Uniti e del Giappone sono indipendenti (almeno formalmente ) dalla politica.
Secondo me, l’obiettivo dell’Unione bancaria (che poi non è una vera unione, non ha nulla di politico, è solo un’authority comune) è fondamentale per dividere il rischio sovrano dal rischio bancario e per ridistribuire costi che forse è giusto non gravino solo sui cittadini del paese in cui la banca è incorporata.

Andate a vedere cos’è successo in Irlanda con le ricapitalizzazioni della banche, la Spagna non potrebbe sopportare uno sforzo analogo. Tra l’altro aggiungo che mi pare assurdo che ci sia un mercato unico con regole frammentate; comunque per ulteriori dettagli rimando all’articolo sull’unione bancaria che ho scritto qualche mese fa (http://www.civicolab.it/?p=3012).

L’affermazione che il sistema bancario assorbe troppe risorse poi mi pare un poco generica, semmai vi sono paesi che, privi di politica industriale, hanno risposto alla globalizzazione spostandosi sui servizi e in prevalenza su quelli finanziari e questo, evidentemente, ha comportato una maggiore volatilità delle economie.

Temo infine che le aspettative riposte nelle banche centrali siano eccessive, è vero che le banche centrali potrebbero fare molto per il problema del debito (e Draghi ha dichiarato che farà tutto il possibile), ma è vero pure che lo farebbero a costo di un’elevata inflazione. Le politiche della BCE per esempio hanno comportato un’inflazione nell’ordine del 4% nel 2011 e giusto un pelino più bassa nel 2012. Io, francamente, non sono allineato a Berlusconi nell’affermare che erano più belli gli anni settanta con l’inflazione al 20%. Oggi questo tipo di scelte politiche sarebbero, a mio avviso, insostenibili.

L’Unione, la crisi e i tentativi di regolamentare economia e finanza (di Salvatore Sinagra)

Almeno dal 2007 tra gli operatori finanziari è diffusa la consapevolezza di una profonda crisi, dal 2008 la crisi è conclamata e dal 2010 si parla della tragedia greca e dei rischi che corre l’Euro. Che piaccia o no, solo l’amministrazione Obama ha fatto qualcosa di concreto, con il Dodd Frank Act. In America la legge che pretende di regolare la finanza è stata approvata nel 2010 ed è già a regime da circa tre mesi, in Europa, ormai da molti considerata l’epicentro della crisi, ci sono una serie di proposte sul tavolo, per certi versi più organiche di quelle approvate dall’amministrazione Obama, ma nulla è stato ancora fatto (con l’eccezione dei meccanismi d’intervento a favore degli stati a rischio default) e non c’è certezza alcuna sulle scelte future.

L’intervento più pubblicizzato è la tobin tax, una tassa sulle transazioni finanziarie, che avrebbe almeno diversi vantaggi: dare autonomia finanziaria all’Unione Europea e di conseguenza darle legittimazione e dare un segnale ai mercati. Il dibattito è articolato, sia perché paesi che vantano piazze finanziarie importanti come la Gran Bretagna, l’Olanda e la Svezia è certo che almeno inizialmente non introdurranno la tassa (il gettito originariamente stimato dalla Commissione europea in circa 60 miliardi di euro l’anno sarà quindi inferiore), sia perché alcuni economisti paventano il rischio della fuga dei capitali dal vecchio continente, sia perché non c’è accordo su importanti dettagli (alcuni Stati vorrebbero riscuotere la tassa tagliando fuori la Commissione). Oltre alle divergenze, però, tale tassa ha creato anche importanti convergenze: ha unito in  Italia due quotidiani di diversa estrazione come l’Unità e l’Avvenire, ha messo insieme il tecnico liberista Monti, la democristiana Merkel e il socialista Hollande, e, per la prima volta, ha unito est ed ovest: infatti due piccole repubbliche di quella che una volta veniva definita Europa Orientale, la Slovacchia e l’Estonia, note per una legislazione fiscale dogmatico-liberista hanno dichiarato il loro intento di adottare il provvedimento.

La tobin tax potrebbe contribuire a sfatare il mito di una Bruxelles schiava della finanza apolide e potrebbe rilanciare l’idea di una dimensione sociale dell’Europa voluta fortemente dal presidente della commissione Delors a cavallo tra anni gli ottanta e gli anni novanta.

Altre proposte interessanti sono quelle del rapporto Liikanen, che tra le altre cose propone, sulla scia dell’esempio americano, di limitare la possibilità per le banche di deposito di fare investment banking e attività di speculazione. Sorprende che i giornali italiani abbiano coperto di più il dibattito americano su tali questioni nel 2010 di quanto stiano facendo oggi con il dibattito europeo. Si attendono in proposito le posizioni dei leader nazionali.

Infine c’è il tentativo di attribuire alla Banca Centrale Europea il compito di vigilare sugli istituti di credito europei, ovvero la così detta Unione Bancaria, fondamentale, come ha detto il vicepresidente del parlamento europeo Pittella per spezzare il legame tra rischio sovrano e rischio bancario.

Le mie critiche ai regulators europei sono essenzialmente tre: in primis hanno perso troppo tempo per decidere (ma forse sarebbe a proposito utile ricordare che a trattati vigenti in Europa nemmeno superman avrebbe potuto essere celere come Obama); poi temo che sia la tobin tax che le misure del rapporto Liikanen non siano abbastanza accurate nel distinguere tra attività con ordinario rischio e speculativo (il governo Monti è pronto a varare una tobin tax che, per esempio, non prevede un’aliquota più alta di quella ordinaria sulle transazioni su derivati acquistati con intento speculativo); mi chiedo, inoltre, se non sia opportuno iniziare a regolamentare in modo più concreto comparti dell’economia diversi dalla finanza (si pensi ai provvedimenti contro l’evasione fiscale, alla sicurezza sul lavoro e all’ambiente, ad interventi volti a limitare le bolle speculative sugli immobili).

Infine c’è un tema che mi preme, quello delle agenzie di rating. Quando, per i titoli italiani a dieci anni il mercato chiedeva il 7%, nel vecchio continente non si faceva altro che parlare di agenzie di rating e qualcuno si spingeva ad ipotizzare anche un’agenzia europea, le istituzioni UE facevano la voce grossa e la signora Merkel gridava contro i giudizi insensati di Moody’s, Fitch e Standard and Poor’s. Sono passati tre o quattro mesi, il rendimento dei titoli di Stato italiani è sceso di qualche punto e nessuno parla più di riforma delle agenzie di rating. Governanti e regulators hanno forse dimenticato della loro esistenza?

Salvatore Sinagra

Crisi dell’euro: un problema di vuoto di potere (di Marco Mayer)

Seguo con attenzione le opinioni di due economisti “militanti”: Oscar Giannino e Stefano Fassina. Il primo si ispira ai principi del pensiero economico libertarian, il secondo ai valori socialdemocratici e cattolico-popolari dell’economia sociale di mercato. Vale la pena seguirli perché in Italia fanno opinione e sono ascoltati dalle elite. Mi sono accorto che nonostante le loro divergenze, Giannino e Fassina commettono lo stesso errore di analisi di fronte alla crisi dell’eurozona.

Entrambi, nel proporre le loro differenti terapie, sottovalutano l’impatto sull’euro del fattore P (dove P sta per potere). Non sono gli unici in verità. Gli economisti non amano il concetto di potere perché – per quanto osservabile e identificabile – è difficilissimo da misurare e “modellizzare”. Neppure tra gli esperti di studi strategici c’è accordo su quale deve essere l’unità di misura del potere (il “power index”).

Come formalizzare il vuoto di potere che si nasconde nelle fondamenta dell’Euro in un modello econometrico? Come calcolare i suoi effetti nel tempo e nello spazio? Come pesare il vuoto di potere che è nel DNA dell’Euro quando si preparano gli outlook sull’economia mondiale? Il deficit “genetico” dell’Euro, in verità, era stato segnalato da alcuni analisti più accorti, ma esso è stato ignorato per anni dalla maggioranza dell’accademia, dalle istituzioni finanziarie internazionali, dalle agenzie di rating. Invece di inseguire modelli sempre più sofisticati le scienze sociali dovrebbero far ricorso a quella che Angelo Panebianco ha definito “cultura dell’esperienza”.

Giuliano Amato ci ha raccontato più volte la vera storia dei negoziati di Maastricht del 1992. I politici più informati erano consapevoli che l’avventura dell’Euro nasceva senza un potere gerarchico e coercitivo in grado di assicurare protezione bancaria, finanziaria e fiscale ai popoli dell’Eurozona. Ma all’epoca i leader socialdemocratici e popolari non se la sentirono di affrontare il vuoto di potere che sottostava alla moneta unica e delegarono tutto a tecnici ed alti burocrati. Economisti, giuristi ed esperti della Commissione e delle Banche Centrali andarono avanti come se niente fosse seguendo la logica inerziale della Tecno-burocrazia.

In verità l’Euro è nato in un modo e cresciuto in un altro. E’ nato nel novembre 1989 da uno scambio di potere (sì alla unificazione tedesca in cambio della rinuncia al marco), ma poi l’Unione Monetaria si è sviluppata ignorando per anni ed anni il vuoto di potere che minacciava la sua sopravvivenza. Dalla nostra parte dell’Oceano la maggior parte dei commentatori (Giulio Tremonti compreso) pensarono che la crisi del 2007-2008 fosse un problema americano ed anglosassone e che non avrebbe toccato più di tanto il solido sistema bancario e finanziario dell’Eurozona (sic!). L’allarme non è neppure scattato quando il vuoto di potere è diventato eclatante perché mancava un potere in grado di rispondere tempestivamente alla piccola crisi della piccola Grecia. La storia successiva la conosciamo bene. Perché Giannino e Fassina (e l’intera categoria degli economisti) non si misurano seriamente con questo nodo? Forse perché si sono dimenticati le famose parole di John Kenneth Galbraith: “Il paradosso del potere nella tradizione classica è ancora una volta che, benché tutti siano d’accordo che il potere esiste, esso non esiste in linea di principio”.

C’è un secondo aspetto – di stringente attualità – intrinsecamente legato al tema del potere: quello delle “condizionalità”. La discussione sul ruolo della BCE e del fondo “Salva-Stati” ripropone la dottrina del Washington Consesus che -nonostante il suo fallimento ed il conseguente e radicale ridimensionamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale – sopravvive ormai solo in Europa. L’esperienza empirica ha dimostrato in tutto il mondo che le condizionalità non funzionano perché tendono a creare spirali perverse e recessive (crisi bancarie, debiti sovrani, tensioni monetarie, deficit fiscali, calo dei consumi, perdita di competitività,ecc ). Chi investe in modo prudenziale (e non specula al ribasso last minute) cerca titoli bancari e/o obbligazioni sovrane coperte da garanzie rilasciate da organismi dotati del pieno potere di garantire. La prima diffidenza verso l’Eurozona è questa.

Gli investitori istituzionali (tanto meno i fondi sovrani) non amano addentrarsi nei complicati dettagli delle condizionalità dei se dei ma. Un intervento di un fondo monetario europeo che operi con lo stile del FMI degli anni 90’ rischia persino di essere un boomerang per la stigmatizzazione che esso comporta. La madre di tutte le domande è la seguente: il garante (o i garanti) dispongono o non dispongono di tutti i poteri necessari? Poi viene il resto, il posizionamento strategico, la congiuntura, gli squilibri finanziari e strutturali, ecc, ecc..

In altri termini possiamo affermare che c’è un fondamentale che viene prima dei fondamentali: un assetto gerarchico che assicuri a chi ha il potere di farlo funzionare, sia esso l’ESM, la BCE o la Commissione. Se persiste il vuoto di potere ogni agente economico pubblico o privato continuerà ad essere valutato per conto suo con due aggravanti a) i singoli Stati hanno un’arma in meno perché sono privi del potere di svalutare; b) alle banche manca una Fed pronta al quantitative easing. Di questo passo l’Unione Europea sarà sempre di più il vaso di coccio tra i vasi di ferro del nuovo mondo multipolare.

Avete capito, mi piacerebbe che Fassina e Giannino abbandonassero le loro diatribe sull’economia di mercato e dedicassero un po’ di tempo all’economia del potere. Si divertirebbero e forse scoprirebbero di avere qualche interesse in comune. Certamente ci guadagnerebbero anche i loro partiti veri e virtuali.

Marco Mayer