Riflessioni di fine 2015

riflessioni fine 2015

Alla fine dell’anno di solito si fanno i bilanci. Spesso si tratta di una convenzione per la quale si cambia un numero e sembra che inizi una storia nuova. E, invece, è sempre la stessa storia che prosegue. A parte le norme e le scadenze legate a date precise non c’è differenza tra 31 dicembre e 1° gennaio come dimostrano i casi eclatanti che attirano l’attenzione in questi giorni. Le riflessioni di fine 2015 devono partire da qui.

inquinamento ariaL’inquinamento è diventata la star delle cronache. Toni accorati e accenti drammatici come se il problema lo scoprissimo soltanto ora. Sapevamo tutto tutti e se ce lo siamo dimenticato (come forse ce lo dimenticheremo non appena tornerà a piovere) almeno dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo. Più di noi, però, dovrebbe dire qualcosa il variegato mondo della politica e degli apparati pubblici che sembra spesso in coda ad osservare stupito e spaurito l’effetto della carenza di cura dei beni comuni. Il “decalogo” di proposte messo a punto dal governo, dai sindaci e dai presidenti di regione in questi giorni non contiene nulla che non fosse possibile decidere prima. Trasporto pubblico e coibentazione degli edifici non è che siano novità clamorose così come il risparmio energetico. Magari se si passasse ai bus elettrici e ai tram in maniera massiccia invece di insistere su quelli a gasolio sarebbe pure meglio. Ricordiamoci sempre, però, che rispetto ad epoche passate abbiamo fatto passi avanti clamorosi. Un tempo non tanto lontano le caldaie andavano a carbone in tutte le città e solo in qualche caso a gasolio. L’amianto era diffuso in tutte le case. I veicoli non rispettavano alcuna norma anti inquinamento. Se ci aggiungiamo che l’industria alimentare ci faceva ingurgitare ogni genere di schifezza abbiamo un quadro indicativo di quanto è cambiato il nostro mondo. Ricordiamocene quando troviamo qualcuno che rimpiange i “bei tempi andati”.

legge di stabilitàIn ogni caso bisogna che lo Stato spenda un po’ di soldi (per il trasporto pubblico per esempio) e che li spendano anche i privati (la sostituzione delle auto imposta dalle norme sulle emissioni grava sulle tasche dei cittadini). Già, i soldi. Averceli. Però è appena stata approvata una legge finanziaria che ne spende un po’ e senza una finalità chiara, diciamo per catturare la simpatia dell’opinione pubblica. Per esempio non pagheremo più la Tasi sulla prima casa. Oppure i 500 euro che i diciottenni riceveranno in regalo dallo Stato da spendere in teatri, cinema, libri e quant’altro. In tempi di vacche magre non era meglio spendere con criterio e soprattutto facendo degli investimenti?

Sempre a proposito di soldi il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda nel messaggio di fine d’anno che l’evasione fiscale toglie tante risorse allo Stato e costringe a spremere di più chi paga per tutti. Poiché il tema è all’ordine del giorno da qualche decennio e non si tratta di scoprire il segreto della fusione nucleare è lecito pensare che il potere politico-amministrativo voglia proteggere chi evade un po’ di più o un po’ di meno a seconda dei governi. Altrimenti in 30-40 anni tutto sarebbe stato risolto.

buche RomaAncora soldi e spesa pubblica. C’è un’ampia scelta, ma tocchiamo l’ultimo caso. A Roma una trentina di persone sono state arrestate per aver manipolato gare locali a suon di mazzette. Uno dei tanti fatti “minori” che popolano le cronache italiane. Eppure emblematico.

In poche parole lo stato disastroso delle strade romane è dovuto all’associazione a delinquere tra funzionari comunali e imprenditori che dovevano effettuarne la manutenzione. Nella vicenda sono comparsi anche i casi degli asili nido, delle scuole materne e degli ospedali. Stessi trucchi ormai straconosciuti: corruzione, appalti pilotati, prezzi gonfiati, opere eseguite male. Cioè soldi buttati e sottratti ad usi produttivi.

Come scrive Lionello Mancini sul Sole 24 Ore: “le ultime mazzette romane raccontano l’Italia dell’economia deteriore, quella avida di denaro pubblico, indifferente al benessere dei cittadini, ostile al mercato. Non è tutta l’Italia, ovviamente, ma quella parte difficile da quantificare che a Roma compra i funzionari infedeli e in Calabria, anziché dialogare con lo Stato, si genuflette preventivamente al boss locale per evitare guai e contrattempi, in cambio del solito 3% sul lavoro da eseguire. Dopodiché, proprio come i fragili asfalti capitolini, anche lì le pareti delle gallerie e i pilastri risultano al limite della sicurezza, i paesi scivolano su enormi frane, nell’alveo delle fiumare sorgono case e interi villaggi turistici. È l’Italia corrotta e scorretta, matrigna distratta dei braccianti che collassano nei campi per 2 euro all’ora, come dei dipendenti comunali che scansano il dovere mentre sui social network imprecano contro lo Stato inefficiente e sprecone”.

Italia malataE dai soldi passiamo a valutazioni complessive sul sistema paese. Ne scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera a proposito dei report sull’Italia che circolano nelle istituzioni europee.

Una nazione con la più bassa quota di laureati fra le trenta democrazie industriali, che ne spinge uno ogni dieci a emigrare (anche) perché il costo di aprire un’impresa è fra i più alti al mondo, non ha più molto tempo. Per evitare un lungo declino nel ventunesimo secolo, le serviranno un approccio radicale e molti anni. Quest’Italia che ormai da un quindicennio sta perdendo contatto con i migliori standard produttivi dell’Occidente non può aspettare: il cambio di rotta è «urgente» proprio perché girare questa nave sarà un’operazione lenta.

…..è da metà degli anni ‘90 che il reddito per abitante in Italia perde terreno rispetto alle altre economie europee. Un problema specifico spiega questo ritardo: in Italia la «produttività totale dei fattori» è in calo (in media dello 0,3% l’anno) dalla fine del secolo scorso. È un caso praticamente unico, mentre cresce quasi ovunque nel resto d’Europa e ancora di più negli Stati Uniti (vedi grafico). Questo è l’indicatore che riassume la ricchezza che si crea in un’ora di attività produttiva, una volta sommati tutti i fattori che vi contribuiscono: l’organizzazione e le regole del lavoro, le competenze, gli investimenti e la tecnologia, la burocrazia, l’apertura del mercato, le infrastrutture o le forniture energetiche. La «produttività totale dei fattori», più del debito o della crescita, è il termometro del sistema. E in Italia, caso quasi unico, va giù da 15 anni”.

rimboccarsi le manicheSe pensiamo che il rimedio a tutto ciò sia la crescita del Pil dello 0,8% o che un governo possa in un paio d’anni fare il miracolo ci stiamo prendendo in giro. Quindi è inutile gongolare per le difficoltà del governo Renzi perché saranno le stesse che dovrà affrontare qualunque altro governo. Bisognerebbe rimboccarsi le maniche e lavorare per un paio di decenni almeno sotto la guida di classi dirigenti illuminate e unite dal desiderio di risollevarsi dal baratro a prescindere dalle rispettive collocazioni politiche. E bisognerebbe che la maggior parte delle componenti della società condividesse questo sforzo. Altrimenti prepariamoci a fare bilanci di fine anno sempre più desolati contentandoci di crescere un pochettino al rimorchio degli altri vivendo comunque peggio

Claudio Lombardi

Non c’è solo Grillo. Spazio alla nuova politica (di Claudio Lombardi)

Gli spari davanti a Palazzo Chigi non c’entrano nulla con la formazione del governo e con la crisi politica. Tanto è ancora da chiarire a cominciare da come sia facile procurarsi una pistola e mettersi a sparare nel cuore della cittadella delle istituzioni nel centro di Roma. Ma sicuramente non c’è nulla da chiarire sui legami dello sparatore con la politica o con la protesta sociale. Semplicemente non esistono (salvo improbabili sorprese che verranno dalle indagini).in bilico
Detto ciò il governo Letta appare come una delle soluzioni credibili alla crisi politica che si è aperta con le elezioni e che ha rischiato di trasformarsi in crisi istituzionale. Una, non l’unica.
Se pensiamo che potevamo trovarci ancora con il governo Monti, con il Parlamento allo sbando senza una maggioranza politica, senza un programma da realizzare, senza un governo vero che nascesse dalla fiducia del Parlamento possiamo misurare il rischio che l’Italia ha corso.
Solo le menti di Grillo e di Casaleggio potevano concepire e presentare questa come una proposta politica seria. C’è da dire che hanno aderito con entusiasmo la quasi totalità degli eletti grillini, che se ne è parlato nei talk show televisivi e che ha ricevuto tanti sostenitori nell’opinione pubblica e in qualche esperto che, forse, dimenticava di parlare di una situazione reale e non di un’esercitazione scolastica.
Il meno che si possa dire è che l’antagonismo sociale, la protesta politica, la rabbia dei cittadini, i cattivi maestri e i guru che vorrebbero raccoglierla e portarla nelle istituzioni non sono in grado di formulare una proposta di governo del Paese.
Agli occhi dei cittadini questo non può essere un merito, ma una colpa perchè le istituzioni sono quelle che decidono di noi, della nostra vita e non possiamo augurarci che siano paralizzate in nome di astratti disegni utopici e di vaghi propositi di rivolta dietro ai quali non c’è alcuna idea costruttiva.
Se la sinistra e l’area protestataria fossero stati in grado di concepire una proposta costruttiva avrebbero messo alla prova il Pd dilaniato da lotte interne, ma disponibile ad un’alleanza di governo. E oggi avremmo già da due mesi un governo diverso da quello che si è insediato. Così non è stato e occorre guardare avanti.Italia malata
Il governo Letta ha una composizione intelligente perchè tiene fuori vecchie facce dei partiti e apre a persone che sembrano avere tutte le carte in regola per svolgere bene il loro compito. Sentiremo domani il programma, ma già da ora si può immaginare che sarà centrato su alcuni impegni importanti e concreti. Niente di rivoluzionario sicuramente, ma d’altra parte ad un governo si chiede di governare non di fare la rivoluzione. A quella già pensano i tanti che vorrebbero rovesciare il mondo e che non riescono nemmeno a formulare uno straccio di proposta politica realizzabile.
In ogni caso ogni governo deve essere incalzato dall’opinione pubblica, con la protesta e con la proposta. Soprattutto occorre non disperdere l’enorme domanda di partecipazione e di cambiamento che è cresciuta negli ultimi anni. Lo stesso Movimento 5 stelle ne è espressione anche se ha ricevuto tanti voti più per protesta e sull’onda della popolarità di Grillo che per una proposta politica chiara. Ma espressione più significativa sono tutti quei movimenti di lotta che hanno messo all’ordine del giorno una trasformazione di sistema che non si può esaurire nei costi della politica, ma che si estende al vasto campo dei diritti, del funzionamento della democrazia, dell’uso dei beni comuni, della partecipazione alle scelte politiche e alla loro attuazione.
solidarietàQui c’è molto da imparare e da costruire. Mettiamo un pò da parte i proclami di Beppe Grillo che alimentano la visibilità di un suo potere personale e di una concezione dell’organizzazione politica dai tratti opachi e che sembrano tradursi in un cabaret permanente privo di sbocchi. Occupiamoci delle idee di chi ha occupato il Teatro Valle a Roma o di chi ha costruito il referendum sull’acqua o di chi lavora tutti i giorni nel grande spazio del volontariato. C’è bisogno di una politica che affondi qui le sue radici.
Claudio Lombardi

Riaprite il dialogo con i cittadini. Intervista a Stefano Rodotà

rodotàPubblichiamo un’intervista rilasciata da Stefano Rodotà al Manifesto che va oltre la polemica sull’elezione del Presidente della Repubblica e pone questioni essenziali per il governo dell’Italia.

«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla Presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.

Cosa pensa delle parole di Napolitano?

La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il Presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il Presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quelli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.

Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.

Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il Parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del Parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.

E nella crisi, cosa pensa del Pd?

Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.

Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?

Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al Parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.

Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?rodotà e diritti

Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul Manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?

dubbi PdA proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?

In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.

Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.

La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.assemblea di cittadini

Che idea si è fatto di Grillo?

Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in Parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in Parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?

A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.

Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori: libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?

Il valore dei beni comuni (di Stefano Rodotà)

Ampi stralci da un articolo pubblicato su Repubblica il 5 gennaio 2012.

Si può dire che il 2011 sia stato l’ anno (anche) dei beni comuni. Espressione, questa, fino a poco tempo fa assente nella discussione pubblica e del tutto priva d’ interesse per la politica….. La forza delle cose ha imposto un mutamento dell’ agenda politica con il referendum sull’ acqua come “bene comune”. Da quel momento in poi è stato tutto un succedersi di iniziative concrete e di riflessioni teoriche, che hanno portato alla scoperta di un mondo nuovo e all’ estensione di quel riferimento ai casi più disparati. …Se la categoria dei beni comuni rimane nebulosa e in essa si include tutto e il contrario di tutto, se ad essa viene affidata una sorta di palingenesi sociale, allora può ben accadere che perda la capacità di individuare proprio le situazioni nelle quali la qualità “comune” di un bene può sprigionare tutta la sua forza. E tuttavia è cosa buona che questo continuo germogliare di ipotesi mantenga viva l’ attenzione per una questione alla quale è affidato un passaggio d’ epoca…..

Ciò di cui si parla, infatti, è un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni, da tempo sostanzialmente affidato alla logica del mercato, dunque alla mediazione della proprietà, pubblica o privata che fosse. Ora l’accento non è più posto sul soggetto proprietario, ma sulla funzione che un bene deve svolgere nella società. Partendo da questa premessa, si è data una prima definizione dei beni comuni: sono quelli funzionali all’ esercizio di diritti fondamentali e al libero sviluppo della personalità, che devono essere salvaguardati sottraendoli alla logica distruttiva del breve periodo, proiettando la loro tutela nel mondo più lontano, abitato dalle generazioni future.

L’ aggancio ai diritti fondamentali è essenziale, e ci porta oltre un riferimento generico alla persona…. Proprio la dimensione collettiva scardina la dicotomia pubblico-privato, intorno alla quale si è venuta organizzando nella modernità la dimensione proprietaria. Compare una dimensione diversa, che ci porta al di là dell’ individualismo proprietario e della tradizionale gestione pubblica dei beni. Non un’ altra forma di proprietà, dunque, ma «l’ opposto della proprietà»….. Di questa prospettiva vi è traccia nella nostra Costituzione che, all’ articolo 43, prevede la possibilità di affidare, oltre che ad enti pubblici, a “comunità di lavoratori o di utenti” la gestione di servizi essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio. Il punto chiave, di conseguenza, non è più quello dell’ “appartenenza” del bene, ma quello della sua gestione, che deve garantire l’ accesso al bene e vedere la partecipazione di soggetti interessati.

I beni comuni sono “a titolarità diffusa”, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Indisponibili per il mercato, i beni comuni si presentano così come strumento essenziale perché i diritti di cittadinanza, quelli che appartengono a tutti in quanto persone, possano essere effettivamente esercitati. Al tempo stesso, però, la costruzione dei beni comuni come categoria autonoma, distinta dalle storiche visioni della proprietà, esige analisi che partano proprio dal collegamento tra specifici beni e specifici diritti, individuando le modalità secondo cui quel “patrimonio comune” si articola e si differenzia al suo interno…. Se si considera la conoscenza in Rete, uno dei temi centrali nella discussione, ci si avvede subito della sua specificità…. Proprio questa sua globalità rende problematico, o improponibile, uno schema istituzionale di gestione che faccia capo ad una comunità di utenti, cosa necessaria e possibile in altri casi. Come si estrae questa comunità dai miliardi di soggetti che costituiscono il popolo di Internet?

La tutela della conoscenza in Rete non passa attraverso l’ individuazione di un gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d’uso del bene, che deve essere direttamente accessibile da tutti gli interessati….. Qui, dunque, non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene “costruito” a renderlo accessibile a tutti gli interessati.

Ben diverso è il caso dell’ impresa, di cui pure si discute. Qui è grande il rischio della confusione. Sappiamo da tempo che l’impresa è una “costellazione di interessi” e che sono stati costruiti modelli istituzionali volti a dar voce a tutti. Ma la partecipazione, anche nelle forme più intense di cogestione, non mette tutti i soggetti sullo stesso piano, né elimina il fatto che il punto di partenza è costituito da conflitti, non da convergenza di interessi. Parlare di bene comune è fuorviante.

……… Proprio l’ osservazione della realtà italiana ci offre esempi del modo in cui la logica dei beni comuni cominci a produrre effetti istituzionali. Il comune di Napoli ha istituito un assessorato per i beni comuni; la Regione Puglia ha approvato una legge, pur assai controversa, sull’ acqua pubblica; la Regione Piemonte ne ha approvata una sugli open data, sull’ accesso alle proprie informazioni….. Si sta costruendo una rete dei comuni ed una larga coalizione sociale lavora ad una Carta europea. Quel che unifica queste iniziative è la loro origine nell’ azione di gruppi e movimenti in grado di mobilitare i cittadini e di dare continuità alla loro presenza. Una novità politica che i partiti soffrono, o avversano. Ancora inconsapevoli, dunque, del fatto che non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di ridistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’ insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati.

Stefano Rodotà

Un modello per il futuro? I beni comuni (di Emanuele Toscano)

Si parla con crescente entusiasmo di beni comuni. Il dibattito intorno al significato e all’importanza dei beni comuni continua ad allargarsi e arricchirsi, con contributi provenienti dalle più diverse tradizioni culturali e politiche.

Definire i beni comuni

Cosa si intende per bene comune? L’idea di “commons” – da cui deriva la locuzione ed è propriamente traducibile in italiano con comunanze – attraversa la filosofia e le scienze umane e sociali da secoli, e riguarda l’insieme delle risorse naturali e del patrimonio culturale e tecnico accumulato dall’umanità del corso del tempo. Secondo Paolo Cacciari, i beni comuni non sono altro che quelle risorse, indispensabili a mantenere connesso il sistema vivente, che rispondono a due caratteristiche fondamentali:

1)     il fatto che nessuno possa affermare di averli prodotti in proprio e rivendicarne così la proprietà esclusiva;

2)     la loro ontologica necessità, il loro cioè essere indispensabili e insostituibili per l’esistenza di ogni individuo.

I beni comuni possono perciò essere ricondotti alla tassonomia proposta da Giovanna Ricoveri, che distingue i beni comuni naturali, materiali ed esauribili da quelli immateriali, illimitati e cognitivi. I primi classicamente intesi come l’acqua, l’energia, le terre fertili e le risorse primarie; i secondi come i servizi pubblici, i saperi e la conoscenza, le infrastrutture e gli strumenti di comunicazione, prima fra tutti la rete Internet.

L’immaterialità e la natura cognitiva della seconda tipizzazione potrebbe far pensare ad una eccessiva astrazione, che rimane confinata nella dimensione della riflessione teorica e non trova una sua traduzione pratica ed efficace. Già da tempo invece questa visione di conoscenza intesa come bene comune si sta traducendo in pratiche che riducono la portata della proprietà esclusiva, valorizzando la condivisione. Pratiche che si determinano nella convinzione del ruolo emancipante della conoscenza, come strumento di affermazione del proprio sé e dei propri diritti. Sono un esempio le licenze creative commons, che consentono ai detentori di diritti di copyright di mettere a disposizione tutti o parte di questi diritti alla collettività, permettendo la circolazione e lo scambio di informazioni. Le comunanze creative – è questa la traduzione letterale, ma convenzionalmente si utilizza quella di opera comune – vanno proprio nella direzione della valorizzazione e accrescimento della conoscenza intesa come bene comune.

economia socialePerché i beni comuni?

L’idea di bene comune s’impone in opposizione all’individualismo becero e distruttivo di sedici anni di cultura berlusconiana, che ha smantellato lo stato sociale, osteggiato l’affermazione dei diritti individuali, annullato e represso l’espressione del dissenso, svilito a gazzarra la dialettica politica, consumato e avvelenato il nostro territorio. L’idea di bene comune deve ritornare ad essere la cornice all’interno della quale condurre le proprie battaglie politiche e sociali, arricchendole così di una dimensione culturale volta a riaffermare un’idea di rispetto e solidarietà, di responsabilità e di sviluppo del paese.

Difendere, tutelare e servirsi responsabilmente dei beni comuni significa promuovere una politica che si incentri su nuovi modelli di consumo più responsabili e consapevoli, su filiere produttive – soprattutto alimentari – più corte, su una tensione alla sostenibilità, su un’idea di conoscenza percepita come investimento e non come spesa. Sulla tutela, non da ultimo, delle infrastrutture di comunicazione come spazi pubblici aperti e democratici.

Una politica incentrata sul bene comune è una sfida alla conciliazione tra le esigenze dei percorsi individuali di affermazione di sé propri della modernità con gli interessi più generali della collettività. Una sfida da raccogliere e da giocare su diversi piani:
a) sul piano politico, attraverso pratiche virtuose di innovazione sostenibile, di politiche partecipate alla gestione del territorio e delle sue risorse;
b) sul piano culturale, attraverso la ri-sensibilizzazione ai valori del rispetto e della solidarietà, nella convinzione che la propria affermazione di sé non è possibile senza che sia riconosciuto a tutti lo stesso diritto. Che – in sintesi – non si salva nessuno se non ci salviamo tutti.

E in questo processo di riscoperta dei beni comuni sono tutti chiamati a giocare un ruolo, in una prospettiva comune di educazione alla responsabilità e di riscoperta della partecipazione e della condivisione. Sono chiamati i singoli cittadini, gli amministratori, le istituzioni politiche e quelle sindacali, le associazioni ed i movimenti.

Emanuele Toscano da www.prossimaitalia.it

I beni comuni per uscire dalla crisi

Pubblichiamo una sintesi di un saggio di Enrico Grazzini tratto da www.sbilanciamoci.info

Secondo l’autore “non esistono alternative o scorciatoie. Per uscire dalla crisi occorre innanzitutto creare e sviluppare un’economia policentrica fondata principalmente sull’autogestione dei beni comuni – ovvero dei beni che per loro natura non possono non essere condivisi, come le scienze, Internet, l’informazione, l’ambiente e il territorio, l’aria e l’acqua, la moneta, le reti di comunicazione e di trasporto.” E questo perché “né le forze di mercato né l’intervento pubblico da soli potranno risolvere i problemi che ci hanno portato alla duplice crisi economica ed ecologica”.

Grazzini ricorda che “la storia dell’economia inizia con i beni comuni, ovvero con i beni condivisi dalle comunità locali” e “la grande scoperta del premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom è che le comunità organizzate possono essere in grado di regolamentare efficacemente l’uso dei beni comuni a vantaggio di tutti. Mentre “la privatizzazione dei commons comporta lo spreco di risorse preziose, gravi inefficienze e alla lunga dinamiche non sostenibili. Anche la statalizzazione dei beni pubblici genera gravi inefficienze, burocratismo, privilegi e corruzione”.

Per questo Ostrom centra la sua attenzione sulle comunità autogestite e su una nuova forma di proprietà, quella comunitaria, che si affianca alla proprietà privata e statale. D’altra parte è un fatto che l’economia capitalista espropria e mette a profitto a beneficio di pochi privilegiati i beni comuni aumentando la distanza tra i ricchi e i poveri e divenendo, col tempo, insostenibile.

Secondo Grazzini “il problema consiste nel fatto che il capitalismo sfrutta gratuitamente i beni ambientali, sociali e culturali comuni senza curarsi degli interessi delle comunità e senza neppure pagare prezzi adeguati.” Ovvero le aziende tendono ad appropriarsi gratuitamente o a basso prezzo dei beni comuni, ma scaricano sulla società i costi ambientali e sociali conseguenti alla loro attività. “Da qui la necessità della costituzione di un terzo settore economico no profit autonomo dal mercato e dai governi: il nuovo terzo settore dovrebbe avere la proprietà formale dei commons,” e “gestirli in un’ottica di lungo periodo a favore delle comunità interessate e del bene comune.”

Ma chi può gestire i beni comuni? Grazzini cita Barnes secondo il quale “le istituzioni più adatte a gestire i commons sono le fondazioni, ovvero enti privati senza scopo di lucro dedicati a raggiungere un unico obiettivo fissato dal loro statuto, come la salvaguardia e la valorizzazione di un bene comune.” Oltre alle fondazioni ci possono essere altre organizzazioni come le “cooperative, i consorzi, le società per azioni no profit”. Caratteristica comune è una gestione democratica aperta alle comunità interessate.

Può sembrare un sogno ad occhi aperti eppure “internet per esempio è già la principale organizzazione globale no profit, non privata né statale ma gestita direttamente dalla comunità scientifica in collaborazione con gli utenti, i governi e le società private; e le fondazioni governano già il free software, l’open source, Wikipedia, il browser Firefox, e Creative Commons, l’organismo che gestisce i diversi livelli di copyright. Esistono anche numerose fondazioni che salvaguardano i parchi, le foreste e la natura, o che gestiscono beni culturali – come quella che eroga i premi Nobel o la fondazione “Guggenheim”. Queste organizzazioni impiegano i loro patrimoni non per remunerare i proprietari o gli azionisti – come avviene nelle società private – ma per raggiungere lo scopo sociale fissato dal loro statuto.”

Le fondazioni possono, quindi, agire nel campo della conoscenza con la partecipazione di “scienziati, ricercatori, università e istituti di ricerca ai diversi livelli, che gestiscano direttamente e autonomamente l’accesso ai brevetti sulle loro invenzioni.”

Non si tratta, però, di riproporre “l’utopia dell’autogestione dell’economia proposta nel secolo scorso dalla sinistra comunista e socialista. A parte l’esperienza generalmente positiva delle cooperative di lavoratori, l’utopia generosa e nobile dell’autogestione della produzione ha finora avuto esiti a dir poco sfortunati. I consigli operai di gestione, nati durante le diverse crisi del capitalismo in differenti paesi, hanno infatti avuto vita breve, e i soviet del comunismo sono sfociati nella dittatura di partito sulla classe operaia e sulle classi popolari.”

Nella realtà economica e sociale attuale hanno, invece, un ruolo centrale le conoscenze, l’informazione e l’ambiente ed infatti “prevalgono, anche numericamente, i knowledge worker”. Questi lavoratori che possono costituire, nelle economie avanzate, oltre il 40 per cento del totale degli occupati “hanno elevati livelli di istruzione e le migliori competenze per gestire autonomamente il bene pubblico della conoscenza, tanto più rilevante dal momento che è trasversale a tutta l’attività produttiva.” E si deve anche “all’attività di studio, di analisi e di denuncia da parte dei knowledge workers,” se le comunità locali sono sempre più informate e attente all’ambiente, al cambiamento climatico, alle energie “sporche” e non rinnovabili, alla salute pubblica, alla gestione delle risorse territoriali, e alla qualità della vita.

In una visione gradualistica Grazzini afferma che “i movimenti dovrebbero esercitare la loro azione politica ed economica perché i governi assegnino prioritariamente alle società no profit i diritti di proprietà dei commons”. Lo stato dovrebbe “favorire sul piano giuridico, fiscale e amministrativo la creazione e lo sviluppo delle società senza scopo di lucro e del terzo settore no profit” garantendone il ruolo nell’economia policentrica.

Considerando i disastri causati dall’economia dominata dalla finanza e dai gruppi di potere basati sulla collusione fra poteri pubblici e aziende private vale la pena prendere molto sul serio questa proposta.

Il valore del capitale sociale (di Claudio Lombardi)

Con i tempi che corrono e con la crisi che ci mette davanti ogni giorno cifre che parlano di soldi può apparire stravagante e astratto parlare di capitale sociale. Certo qui non si parla di capitali definiti con i numeri o con i beni patrimoniali. Qui si parla di fiducia nelle relazioni che si svolgono o sono garantite nello spazio pubblico, si parla di superamento della centralità degli interessi individuali, si parla di regole per i beni pubblici e per i beni comuni.

Con i beni comuni già la cosa si fa concreta. Se l’aria che respiriamo ci avvelena perché qualcuno ha deciso di trattarla come un suo bene privato e l’ha inquinata con sostanze nocive le conseguenze le paghiamo con un peggioramento della qualità della vita e con una maggiore necessità di cure. Il danno che ci viene fatto è reale, la fiducia minore e il capitale sociale diminuisce.

La stessa cosa si può dire della democrazia: se non funziona e non si fonda sul rispetto condiviso delle regole e ognuno cerca di trarre il massimo beneficio individuale perché può imporre la propria personale violazione delle regole poi sono tutti gli altri a pagare il disordine che si è creato. Per esempio, capita che gli elettori puntino a scambiare le utilità che possono trarre a loro personale vantaggio con l’elezione di un politico che, a sua volta, soddisfatte le loro aspettative, utilizzerà le istituzioni per i propri scopi. Hanno condiviso la stessa impostazione culturale, ma i danni prodotti saranno centuplicati da chi esercita il potere. Impoverimento dell’azione pubblica e spreco di risorse assicurati al cento per cento.

Una società che voglia garantirsi sviluppo e benessere questo non può permetterselo. Gli esempi nella storia non mancano. Pensiamo al nostro Sud che secoli fa è stato un territorio all’avanguardia economica e culturale nel mondo occidentale. I lunghi periodi nei quali è stato teatro di ruberie e scorribande di saccheggiatori italiani e stranieri lo hanno condotto allo stato di degrado nel quale lo si è ritrovato al momento dell’unità nazionale e che si perpetua, in parte, ancora oggi con una cultura diffusa e comportamenti che mortificano gli interessi collettivi e il legame politico tra cittadini e Stato.

In altre zone del nostro Paese (o in altre nazioni) è prevalso un comportamento diverso che, non escludendo guerre e sanguinosi conflitti sociali, ha, comunque, portato ad una maggiore cura degli interessi collettivi e della dimensione pubblica. Il discrimine fra le due storie è stato il riconoscimento di questa dimensione come parte dei valori costitutivi degli stati e non appartenente esclusivamente al sovrano. Tale riconoscimento ha permesso che si formasse lo Stato come entità distinta dal patrimonio personale del sovrano. La logica conseguenza è stata la formazione di regole condivise e rispettate e il riconoscimento di uno statuto di cittadinanza fondato su diritti e doveri del cittadino come parte dello Stato e non suddito.

Ovviamente ciò ha comportato la limitazione del potere espresso dall’autorità sovrana che ha dovuto riconoscere l’autonomia della società e limiti alla propria azione espressi in testi costituzionali.

Il capitale sociale è un prodotto storico ed è cosa complessa. Le infrastrutture che produce e di cui ha bisogno per il suo mantenimento non sono fisiche bensì di natura morale, ma condizionano quelle fisiche: inutile costruire un ponte sul quale nessuno passerà perché manca la fiducia e il controllo del territorio è in mano a bande di predoni.

Dunque il capitale sociale è immateriale, eppure molto percepibile. Qualcuno pensa che non si avverta la mancanza della certezza del diritto, della legalità e della cura dei beni comuni?

Anche il capitale sociale ha, però, bisogno di essere ben utilizzato, rinnovato con i giusti investimenti e di produrre valore. Se ci si pensa bene tutte le società si basano, in misura diversa, sull’aspettativa che la fiducia non sia tradita, che le regole stabiliscano comportamenti accertabili e coerenti, che questi siano prevedibili e con conseguenze controllate. La responsabilità personale inoltre, è il necessario sostegno di tutta la costruzione.

Di queste cose è fatto il capitale sociale che può essere mantenuto e incrementato con l’educazione alla cittadinanza responsabile e attiva e con l’organizzazione della partecipazione civica e politica. Senza partecipazione, anche in misura minima, non c’è democrazia e senza questa non c’è cura efficace dei beni pubblici e non si arricchisce il capitale sociale.

Riaffermare questi semplici concetti è necessario oggi perché scontiamo l’effetto di politiche che hanno lasciato libertà assoluta per l’interesse individuale e ne hanno fatto quasi un’ideologia. Se vogliamo cambiare, quindi, dobbiamo partire da qui, da un ribilanciamento fra interesse individuale e collettivo. A questo punto abbiamo capito tutti che stato e società non sono intralci al libero sviluppo delle capacità personali con buona pace della Lady di ferro, Margaret Thatcher, che all’inizio dell’era neoliberista diceva “la società non esiste”.

Claudio Lombardi

Dai movimenti romani la spinta per una nuova politica: intervista a Marcello Paolozza

Marcello Paolozza è portavoce della campagna Diamocidafare (www.diamocidafare.com)

D: Sabato a Roma si svolgerà una manifestazione contro la decisione della giunta Alemanno di vendere l’Acea (società che eroga elettricità e acqua) ai privati. L’ iniziativa è dei promotori del referendum sull’acqua pubblica svolto nel 2011; parteciperanno insieme decine di associazioni, comitati di base, organizzazioni di cittadini, sindacati e le organizzazioni cittadine di alcuni partiti. Che pensi di questa iniziativa e dello schieramento che si è formato? È una novità importante che partecipino anche alcuni partiti?

R: Intanto diciamo che affrontare la questione della gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici ha un’importanza speciale per noi tutti e, quindi, per la vita della collettività. È un campo che non può essere lasciato al caso o, meglio, al predominio delle logiche di mercato perché si tratta della difesa della qualità della vita. I diritti che sono stati conquistati (e ci sono voluti tanti anni di lotte e di impegno sociale e politico) comprendono anche il diritto ad avere servizi essenziali come l’acqua, l’assistenza sanitaria, la raccolta dei rifiuti,  un sistema di mobilità collettivo. Il tutto per permettere a tutti di vivere in una città pulita e ordinata e di usufruire delle opportunità che una città moderna può offrire. Tutto ciò è possibile solo se garantito da un governo dei beni comuni e dei servizi assunto e svolto da chi rappresenta l’interesse della collettività. Ciò non vuol dire che la gestione o la responsabilità spetti soltanto allo Stato e agli enti locali; questa rimane un punto fermo pur se espressa in forme diverse da quelle sin qui sperimentate, ma è essenziale che i beni comuni siano gestiti anche con la partecipazione attiva dei cittadini ai processi di governo e amministrativi della città.

Ecco, la manifestazione di sabato vuole sottolineare o ricordare questa prima grande novità. Poi c’è l’altra novità cioè la partecipazione di alcune forze politiche. Evidentemente hanno capito che è ora di prendere sul serio il tema della partecipazione e che di questo non si devono occupare solo associazioni e movimenti. Possiamo infatti constatare che la partecipazione, il coinvolgimento, la responsabilizzazione dei cittadini stanno diventando temi centrali nella preparazione degli appuntamenti elettorali e chiunque pensi di presentarsi alle elezioni nel suo programma sta bene attento ad inserirli.

Ovviamente la partecipazione non ha senso inserirla in un programma elettorale e basta perché è essenziale per disegnare il futuro delle città dato che gli schemi con cui fino adesso sono state governate non reggono più di fronte all’esigenza di coinvolgere i cittadini in maniera attiva nei processi di governo del territorio. Questo lo vediamo ogni giorno: pensare di governare cittadini passivi significa lasciare le città nel disordine e nell’incuria. Per questo in alcuni partiti, probabilmente, emerge la consapevolezza che è necessario non perdere il contatto con i cittadini e che bisogna tenere conto dei movimenti che si sviluppano e si organizzano autonomamente.

Il grande problema che abbiamo tutti è la costruzione di nuove relazioni sociali che permettano di governare i beni comuni e i servizi a vantaggio della collettività. E per questo è inutile cercare la soluzione nel mercato: occorre affrontare la cosa in termini molto più ampi.

D: Guardando alle decine di sigle di associazioni fra i promotori della manifestazione di sabato prossimo si leggono i nomi delle politiche pubbliche (rifiuti, servizio idrico, trasporti e molti altri). Quindi queste associazioni stanno pienamente dentro la politica. Sei d’accordo con questa valutazione e pensi che siano in grado di starci proponendo efficaci soluzioni di governo? E se sì come considerare l’incontro con i partiti: sono anch’essi parte della società civile che individua le sue espressioni politiche con una molteplicità di forme? Ossia: può essere questa la base per costruire un programma di governo della città?

R: Io penso che i movimenti che saranno in piazza sabato e i movimenti che in questi ultimi mesi hanno aperto una serie di vertenze sui temi concreti dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico pongono, come dicevi, problemi prettamente politici. Alla domanda se sono consapevoli di tutte le implicazioni che ci sono in queste loro battaglie, ossia che si tratta di costruire un programma di governo della città, forse la mia risposta è: ancora no.

Qui, in effetti, c’è una difficoltà perché, per esempio, una cosa è dire che l’acqua è pubblica, un’altra è individuare nuove forme di gestione partecipata. Prendiamo il caso dell’ACEA fondata tanti anni fa e messa a capo di due servizi essenziali – quello elettrico e quello idrico – pubblici da sempre, al cui interno è cresciuta una parte importante del proletariato romano. Questa azienda pubblica era governata nel passato in forme, con criteri e con metodi che oggi non sarebbero più adeguati. Ma nemmeno lo sono le odierne logiche di società per azioni che sta in Borsa e che si proietta tutta sul mercato (e per questo, forse, vogliono privatizzarla; così completano la trasformazione). Occorre pensare ad altre forme di gestione che si rivolgano ai cittadini con il coinvolgimento responsabile e non con logiche aziendali. Insomma cittadini come cittadini e non come clienti o consumatori di un prodotto.

Lo stesso si può dire per tutte le aziende pubbliche che sono presenti a Roma. Nel caso dei rifiuti poi questa impostazione si fa eclatante perché una gestione dei rifiuti fatta con criteri di sostenibilità non può che basarsi sul coinvolgimento attivo dei cittadini che non significa solo mettere il sacchetto nel contenitore giusto, ma proprio partecipazione attiva al ciclo dei rifiuti.

Non saprei dire adesso esattamente in quali forme che vanno ricercate e “inventate” perché su questo si devono misurare le associazioni e i movimenti, ma sicuramente ciò implicherà una nuova struttura del servizio pubblico e una nuova articolazione sul territorio. Ecco su questa elaborazione i nostri movimenti sono ancora in ritardo e i partiti politici, secondo me, nello stesso tempo, rischiano di continuare a riprodurre le vecchie logiche di gestione che portano a concepire le aziende con gli stessi consigli di amministrazione e con tutta l’organizzazione aziendale che ha prodotto tanti guasti e lo spreco di risorse all’ombra di pretestuose logiche di mercato. Mi sembra che questo debba essere l’oggetto del dibattito che ci dovrà essere nei prossimi mesi e anni in questa città e non solo in questa città a cui a cui dovranno partecipare tutte le associazioni e i movimenti che si sono formati. Rispetto a questo dovranno misurarsi anche i partiti se vogliono essere, come dovrebbero, parte della società civile.

D: Mi sembra che parlando di movimenti e di partecipazione dei cittadini non abbiamo nemmeno pensato di ricorrere al concetto di antipolitica

R: Assolutamente no. Io non credo che questi movimenti abbiano mai espresso una voglia o un desiderio di antipolitica. Forse possono aver raccolto, anche al di là della loro stessa volontà, delle spinte in questo senso presenti in settori della popolazione colpiti dalle degenerazioni e dagli scandali, ma a me non sembra, per esempio, che il movimento per l’acqua pubblica abbia mai espresso posizioni che possono essere considerate come antipolitica. Tutt’altro, il movimento per l’acqua pubblica si è mosso proprio sul terreno della politica vera e propria rivendicando un cambiamento e dichiarandosene parte attiva. Se si tratta di contestare  gli attuali partiti si tratta di contestarli perché hanno deviato e si sono trasformati in qualcosa di negativo, magari non interamente, ma nella parte prevalente sì. Ma la questione di cancellarli non si pone proprio. Quella di rifondarli sì proprio partendo dal bisogno che hanno i cittadini di organizzarsi politicamente. Questo bisogno è ineludibile perché riguarda il governo della collettività dovrà trovare nuove forme, ma non può essere cancellato.

Intervista a cura di Claudio Lombardi raccolta il 5 maggio 2012

ALBA, la partecipazione e i limiti del nuovo soggetto politico (di Claudio Lombardi)

Nasce ALBA – alleanza lavoro beni comuni e ambiente  – un soggetto politico nuovo come si definisce nel Manifesto che circola su internet già da qualche settimana (www.soggettopoliticonuovo.it). Il manifesto, del quale qui di seguito si riporta una traccia, rappresenta effettivamente un approccio nuovo al discorso politico. Si parte dalla constatazione che “oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici” e che “al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico.” Per questo “bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo” che porti i cittadini “ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.”

Ciò significa che “la democrazia rappresentativa ha bisogno sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa” perché il punto cruciale sta nel fatto che “l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.”

“Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune” perché la crisi ha messo a nudo la degenerazione dei partiti e i danni dell’assoluta prevalenza nel mercato degli interessi privati su quelli della collettività. Infatti “i destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro.”

Nel Manifesto si citano le esperienze già in corso di partecipazione finalizzata alla centralità dei beni comuni e le diverse modalità di attuazione pratica di questo indirizzo fra le quali spicca il bilancio partecipato inaugurato nella città di Porto Alegre in Brasile e già realizzato in molteplici esperienze locali anche in Italia. Il bilancio partecipato, fra tutte, è la pratica che meglio si presta ad essere presa come riferimento sia perché si articola in una pluralità di momenti finalizzati ad una decisione effettiva, sia perché è un processo, che si basa su gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica.

Viene poi messa sotto accusa l’identificazione della politica con la vita dei partiti perché questa non può esaurire lo spazio pubblico nel quale si assumono le decisioni rilevanti per la vita dei cittadini. “I partiti politici attuali” invece “sono diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega” all’interno della quale si sono generate “corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.”

La volontà espressa nel Manifesto è, invece, quella di “creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l’altruismo” che favoriscano “l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza.”

In sostanza ciò che si propone si può riassumere nella volontà di rompere con il modello novecentesco del partito; con il modello neo liberista europeo e con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul Parlamento e i partiti per creare un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorino insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini siano accolti e rispettati.

Leggendo il Manifesto non si può che restare colpiti dalla visione nuova che lo ispira e che fa perno su una doppia centralità, quella del cittadino come protagonista della politica e quella dei beni comuni come elemento indispensabile a tenere insieme una collettività. La politica non dovrebbe più ruotare intorno ad organizzazioni professionali dedicate alla gestione delle istituzioni (i partiti secondo la visione del Manifesto) esposte alle tentazioni e ai vizi del potere, ma dovrebbe esprimere lo spazio pubblico nel quale la comunità si ritrova su una base di eguaglianza, per decidere sul proprio governo.

La visione c’è, l’ispirazione è giusta, ma la sua attuazione? Una prima valutazione si può fare raffrontando le parole scritte nel Manifesto con le parole dette nell’assemblea fondativa che si è tenuta a Firenze il 28 aprile.

Ebbene qui non ci siamo; le parole dette non sono state innovative come quelle scritte perché non sono riuscite ad andare oltre la riaffermazione di obiettivi ed analisi già noti ed esplicitamente indirizzati a ricompattare la sinistra. Così dalla centralità del cittadino e della sua partecipazione si è approdati all’indicazione di due assi strategici: l’opposizione al liberismo e la difesa dello Statuto dei lavoratori messi come pregiudiziali ad ogni confronto di merito. Non hanno certo aiutato a superare questo imbuto alcuni interventi come quello di Ugo Mattei che ha invocato un fuoco purificatore, il diritto di resistenza, le più diverse forme di ribellione: “referendum, sciopero della fame, occupazioni… ”. In questi interventi sono riemerse atteggiamenti propri di minoranze che si sentono sotto attacco, mentre, invece, tutto il Manifesto sembra voler parlare alla maggioranza dei cittadini.

Con questa impostazione la mitezza e la fermezza rivendicate dai promotori come caratteri peculiari del nuovo soggetto politico rischiano di entrare nella zona d’ombra della rivolta di piazza motivata dal “tradimento” del sistema dei partiti e da un liberismo qualificato come aggressivo e “violento”.

Semplificando: uno dei primi interventi ha dato conto di una critica che è stata fatta al Manifesto nel quale la parola partecipazione è stata scritta molte volte mentre la parola conflitto solo una volta. Ebbene il dibattito ha invertito le parti e il conflitto ha avuto un ruolo centrale nella discussione.

Sia chiaro: nessun appunto quando si mette sotto accusa il liberismo o la degenerazione dei partiti o l’inadeguatezza del sistema politico a rappresentare i cittadini e a guidare il Paese. Ma se vengono inseriti nello schema di un’opposizione al capitalismo portano a finalizzare il Manifesto esclusivamente alla costituzione di un fronte unico della sinistra antagonista che si è messa alla prova nei movimenti sociali, nelle lotte dei lavoratori, nella lotta No-Tav, nella vittoria nei referendum nel 2011, nel movimento di opinione pubblica che ha segnato le svolte politiche dell’anno passato ed intende capitalizzarne il peso politico. Legittimamente perché ci si è resi conto che i partiti tradizionali della sinistra oltre il Pd non sono in grado di produrre una “massa critica” che li porti di nuovo in Parlamento e, soprattutto, che li porti a determinare sbocchi politici credibili in un panorama bloccato dal governo tecnico e dalle difficoltà degli altri partiti. Il timore, fondato, è che la logica del governo tecnico prosegua anche in un governo post elezioni del 2013 che continui nelle politiche del rigore verso i ceti a reddito medio e basso in nome degli equilibri di bilancio santificati dalla riforma della Costituzione votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Per questo la sinistra a sinistra del Pd intende sbloccare la situazione e rovesciare gli equilibri superando due divisioni: fra le diverse formazioni politiche e fra queste e i movimenti sociali. E, non a caso, l’iniziativa è partita dai protagonisti e dagli ispiratori di questi movimenti e non dai vecchi leader ormai stretti nella loro storia di frammentazione e di litigiosità.

Cosa c’è che non va allora? C’è che aver annunciato la nascita di un soggetto politico nuovo, aver scelto la partecipazione dei cittadini come chiave di rinnovamento della politica e i beni comuni come asse portante di un assetto economico e sociale nuovo non può tradursi poi solo nel tentativo di far crescere un’alleanza fra formazioni politiche che si collocano alla sinistra del Pd.

Ricomporre le frammentazioni è sempre un bene, ma è un obiettivo piuttosto piccolo per chi è partito annunciando un cambiamento di ben più ampia portata e che investe l’assetto del sistema democratico e i rapporti fra cittadini e Stato.

Evocare una rivoluzione civica e puntare “solo” ad un fronte della sinistra che si colloca oltre il Pd rischia di essere un’occasione sprecata.

Claudio Lombardi

Classe dirigente per promozione interesse generale cercasi (di Gregorio Arena)

Non è utopia! Anche in Italia c’è chi si impegna per l’interesse generale.

Ci possono essere tanti modi per definire la classe dirigente. Ma credo si possa convenire sul fatto che classe dirigente è quella che sa rinunciare alla difesa degli interessi individuali e familiari dei propri membri per promuovere l’interesse generale o, detto in altro modo, il bene comune.

I volontari dimostrano che non è utopia pensare che anche in Italia qualcuno possa impegnarsi per l’interesse generale.

Se si accetta tale definizione, se ne deduce che quella espressa in Italia dai partiti negli ultimi vent’anni non è una classe dirigente degna di questo nome, bensì una casta di privilegiati dedita al saccheggio sistematico delle risorse pubbliche. Vi sono state certamente alcune eccezioni, tanto più luminose in un quadro così degradato dell’etica pubblica, ma tali sono purtroppo rimaste.

Tangentopoli e gli imprenditori

All’epoca di Tangentopoli i partiti taglieggiavano gli imprenditori che a un certo punto, rendendosi conto che non ce la facevano a reggere la concorrenza con altri “sistemi-Paese” ed al tempo stesso pagare le tangenti ai politici, si ribellarono. Del resto non è un caso la coincidenza temporale fra l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht nel 1992 e l’avvio della slavina.

Partitopoli e lo Stato

In questi ultimi anni invece i partiti hanno taglieggiato il bilancio dello Stato (cioè noi cittadini contribuenti), auto-attribuendosi finanziamenti assolutamente spropositati sotto forma di cosiddetti “rimborsi” per le spese elettorali, senza nessun controllo e nessuna trasparenza. I partiti politici italiani sono diventati così ricchi da non sapere letteralmente come spendere i soldi del finanziamento pubblico. E così ecco gli investimenti immobiliari del tesoriere della Margherita (ma pare che anche altri partiti abbiano investito nel “mattone”), quelli in Tanzania del tesoriere della Lega e negli ultimi giorni le spese privatissime dei famigliari di Bossi, a dimostrazione appunto che quella che ci ha governato negli ultimi vent’anni non è degna di chiamarsi classe dirigente, perché subordina il bene comune al proprio meschino interesse di casta parassitaria.

Ma cos’è il “bene comune”?

Il danno provocato dall’avere avuto per decenni, incistata nel cuore del sistema, una casta di parassiti anziché una classe dirigente degna di questo nome è molto maggiore di quello immediatamente visibile, derivante dall’uso per fini particolari di risorse pubbliche.

Per capirlo bisogna riprendere la riflessione su interesse generale e bene comune svolta su queste pagine qualche tempo fa. Dicevamo infatti che pur non essendo interesse generale e bene comune propriamente sinonimi, tuttavia essi hanno un punto di contatto che emerge nella definizione di bene comune contenuta nella Costituzione conciliare Gaudium et Spes, secondo la quale il bene comune è “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

Non si può fare a meno di notare l’assonanza fra questa definizione di bene comune e la formula utilizzata dalla Costituzione all’art. 3, 2° comma, laddove afferma che “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.

Certamente, perfezione e pieno sviluppo non sono la stessa cosa, né potrebbero esserlo considerata la diversità delle prospettive in cui si pongono i due testi, ma ciò che conta è che questo parallelismo consente di individuare nella pienezza della persona il punto di contatto fra bene comune e interesse generale.

La Costituzione della Repubblica afferma che le istituzioni devono rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che … impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”, mentre la Costituzione conciliare afferma che perseguire il bene comune significa, in positivo, creare “le condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In sostanza, sia pure con diverse prospettive, entrambe le disposizioni mirano al raggiungimento di un obiettivo che è la pienezza della persona, lo sviluppo dei suoi talenti, l’affermazione della sua dignità come individuo unico e irripetibile.

E questo, se da un lato coincide con la definizione conciliare di bene comune, al tempo stesso è nell’interesse generale anche dal punto di vista costituzionale.

Il vero danno

Questo dunque è il vero danno provocato dall’essere stati governati per anni, quasi sempre e in quasi tutti i campi, da una casta anziché da una classe dirigente degna di questo nome. Se l’interesse generale e il bene comune si identificano con la creazione delle condizioni che consentono alle persone di realizzare pienamente se stesse, di sviluppare le proprie capacitazioni, di “raggiungere la propria perfezione”, come afferma la Gaudium et Spes, allora la presenza al vertice del sistema di una casta parassitaria anziché di una vera classe dirigente ha significato non soltanto il saccheggio delle risorse pubbliche ma, cosa ancor più grave, ha significato impedire la realizzazione delle condizioni grazie alle quali milioni di persone avrebbero potuto realizzare se stesse.

E’ un danno enorme, irrecuperabile, uno spreco criminale di intelligenze, sensibilità, competenze a cui è stato impedito di dare frutti che avrebbero potuto essere preziosi non soltanto per il futuro dei singoli, ma anche se non soprattutto per quello dell’intera comunità. Anteporre gli interessi individuali, familiari o di casta all’interesse generale significa dunque impedire a tutti coloro che non appartengono alla casta di realizzare pienamente se stessi, la “propria perfezione”, perché in questa realizzazione consiste il bene comune.

Dove trovare una nuova classe dirigente?

Quello che si è appena descritto è il danno provocato al Paese in condizioni “normali” dalla mancanza di una classe dirigente. Ma quelli che stiamo vivendo non sono anni “normali” e dunque è urgente dotarci di una classe dirigente degna di questo nome, perché affrontare la crisi avendo al vertice del sistema una casta che privilegia i propri interessi particolari rispetto all’interesse generale è come avere uno Schettino al comando del Paese.

Che il problema sia reale e urgente lo dimostra, fra l’altro, anche un bell’articolo di Dario Di Vico intitolato Ripeschiamo gli espatriati sul Corriere della sera di domenica 15 aprile (inserto lettura). La tesi di Di Vico è che non potendo contare sui tradizionali “vivai” in cui si forma la classe dirigente di un Paese “Non c’è altra strada se non rivolgersi agli espatriati, ai connazionali che già oggi vivono e lavorano all’estero e coltivano con l’Italia un rapporto complesso, che in qualche caso verrebbe da catalogare come di amore-odio …. Il gioco, infatti, vale la candela per il particolare valore aggiunto che l’esperienza oltrefrontiera porta con sé. Quale? Tralasciando le considerazioni più scontate — la contaminazione culturale e linguistica — il sociologo Paolo Feltrin ne individua un’altra, decisiva. Un’esperienza all’estero serve a ridurre il tasso di politicizzazione che contraddistingue la visione del mondo delle nostre élite … Per produrre élite efficaci e competitive dobbiamo assolutamente abbassare il coefficiente di politicizzazione ed è più facile che ciò avvenga, almeno inizialmente, riportando a casa gli espatriati”.

La proposta presenta diversi aspetti meritevoli di interesse ma anche alcuni punti deboli. Per esempio, come si realizzerebbe concretamente tale ritorno dei potenziali nuovi membri della classe dirigente? Chi li seleziona? Quali ruoli gli si attribuisce, con quali criteri? Ma, soprattutto, che conoscenza possono avere dell’Italia e dei suoi problemi questi connazionali ormai da anni radicati altrove?

Una classe dirigente c’è già…

Ma forse la risposta al problema posto da Di Vico sta altrove, è sotto i nostri occhi eppure non la vediamo. Infatti, mentre negli anni scorsi alcuni privilegiati al vertice del sistema si ingegnavano a trovare nuovi modi per perpetuare il proprio potere, alcune centinaia di migliaia di persone dimostravano quotidianamente che una vera classe dirigente in Italia può esserci, anzi c’è già. Se infatti il carattere discriminante di una classe dirigente consiste nel saper rinunciare alla difesa dei propri interessi per promuovere l’interesse generale, nell’essere cioè dis/interessata, allora in Italia per fortuna esiste già una classe dirigente con questa caratteristica.

Ce l’abbiamo da anni, è diffusa su tutto il territorio nazionale, opera con competenza ed efficacia in tutti i settori della vita collettiva e coinvolge un numero enorme di persone. Ed ha anche un nome: volontariato.

Anche Di Vico apprezza il volontariato come potenziale “vivaio” di classe dirigente, affermando che “Quanto ai corpi intermedi è quasi scontato ricordare il ruolo che svolgono, la presenza capillare e il rapporto intenso che hanno con la propria base”. Però ne critica la formazione perché “se dall’osservazione della loro orizzontalità passiamo a considerare quali leadership verticali possano offrire, il bilancio cambia. Si tratta, nel migliore dei casi, di curriculum ‘validi’ fino alla frontiera di Chiasso, quando invece la sempre maggiore integrazione delle politiche economiche sovrane richiede altro standing e altra flessibilità”.

La critica di Di Vico è fondata, ma la situazione è tale per cui dobbiamo mettere in campo tutte le risorse di cui il Paese dispone. Gli espatriati, ma  anche la risorsa rappresentata dalla capacità del volontariato di mobilitarsi per l’interesse generale, qualcosa di cui in Italia abbiamo un enorme bisogno, per i motivi detti sopra.

I volontari sono classe dirigente

Se essere classe dirigente vuol dire anteporre l’interesse generale al proprio, essere cioè dis/interessati, i volontari sono infatti classe dirigente (anche se forse non sempre ne sono consapevoli) sia quando si prendono cura delle persone, sia dei beni comuni.

Mentre infatti è normale che si sia solidali fra consanguinei, non è affatto usuale che si sia solidali e partecipi nei confronti di coloro che non fanno parte della propria famiglia. I volontari assistono persone bisognose di aiuto pur non facenti parte del loro nucleo familiare, dimostrando che si può essere solidali anche con coloro a cui non siamo legati da legami di sangue. E inoltre i volontari prendendosi cura dei beni comuni tutelano beni di cui non sono proprietari, perché i beni comuni per definizione non possono essere oggetto di diritti di proprietà.

In sostanza, i volontari sono dis/interessati in quanto vanno oltre i legami di sangue per prendersi cura di estranei e vanno oltre il diritto di proprietà per prendersi cura di beni che sono di tutti. Secondo la definizione data all’inizio, i volontari sono quindi classe dirigente, in quanto antepongono l’interesse generale ai propri interessi individuali o famigliari.

Di chi si fidano gli Italiani?

Questo dis/interesse dei volontari evidentemente è percepito dall’opinione pubblica, così come al contrario è percepita la rapacità della casta. Secondo una ricerca Eurispes, le associazioni di volontariato riscuotevano nel 2011 la fiducia del 79,9% dei cittadini (nel 2009 era il 71,3%), mentre i partiti riscuotevano la fiducia soltanto del 7,1% dei cittadini (nel 2009 era il 12,8%). E probabilmentefra le ragioni di tale vastissimo consenso non c’è soltanto la gratitudine per tutto ciò che i volontari fanno ogni giorno con spirito solidale, ma anche l’apprezzamento per lo spirito disinteressato con cui lo fanno, anteponendo il bene comune agli interessi individuali o familiari.

Insomma, i volontari sono una risorsa per la democrazia anche perché rappresentano la dimostrazione vivente che non è utopia pensare che anche in Italia ci possa essere qualcuno disposto a mobilitarsi per l’interesse generale.

Gregorio Arena da www.labsus.org

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