Consumatori o cittadini? Riflessioni sulla crisi a partire dal consumo (di Pierluigi Musarò)

Il dibattito sui temi posti dalla crisi economica globale, inaugurato da Aldo Bonomi e proseguito da Lapo Berti sul sito www.lib21.org  e ripreso da civicolab (http://www.civicolab.it/?p=2085 e http://www.civicolab.it/?p=2097) vede ora il contributo di Pierluigi Musarò, sociologo dei processi culturali e comunicativi.

Più che di crisi finanziaria e recessione economica dovremmo parlare oggi di crisi di paradigma, di un modello che fino a ieri non è stato in grado di coniugare crescita con equità, e che con l’attuale spostamento dell’asse mondiale della ricchezza verso i nuovi Paesi svela l’inadeguatezza teorica dell’economia dominante e della forma di governo che s’illude di gestirla. La crisi del rapporto tra capitale e democrazia, evidente nella stridente accumulazione di ricchezza e potere in poche mani private, ci costringe a ripensare sia l’idea di uno sviluppo appiattito sulla crescita, sia il ruolo del pubblico e delle attuali forme di gestione della cosa pubblica. Per quanto gli occupanti di Liberty Square a New York possano essere etichettati come massa senza coscienza di classe, un merito bisogna riconoscerglielo: l’aver messo in agenda il tema della disuguaglianza e la necessità di un cambiamento culturale. Quale? “New paradigm under construction, perdon the mess“, recita uno degli slogan in cui il sedicente 99% si riconosce.

A proposito dunque del tema sollevato da Bonomi su green economy e sobrietà dei consumi, inizierei col sottolineare che se ai tempi di Feuerbach l’uomo era ciò che mangiava, ai tempi di Bauman siamo quello che consumiamo. Ovvero, ciò che acquistiamo, usiamo e buttiamo via. Il consumo è divenuto l’elemento trainante e unificante che permea di sé luoghi e culture, socialità e bisogni individuali. Sotto la sua pressione la libertà individuale viene anteposta alla felicità pubblica, la città diventa una merce, la politica viene asservita all’economia. La modernità diventa «liquida», come scrive Bauman, secondo il quale la società attuale forma i propri membri come consumatori. Ma cosa significa oggi essere consumatori?

Dietro le merci che vengono vendute sul mercato e che riempiono la nostra esistenza quotidiana si celano valori e significati in grado di influire sul nostro immaginario, sulle relazioni sociali, sulla formazione dell’identità individuale e collettiva, sulla stessa organizzazione del territorio, che si struttura come luogo di consumo e di produzione. Le merci sono un concentrato del pianeta intero: provenienza delle materie prime, diritti dei lavoratori che le hanno estratte o lavorate, politiche messe in atto dall’azienda produttrice, l’insostenibilità dello smaltimento. Attraverso la biografia delle merci potremmo analizzare il processo di globalizzazione, al di là del vetro trasparente che le rende protagoniste scoprire ciò che l’uomo è capace di fare all’uomo stesso e alla terra che lo ospita. Dovremmo prenderne atto e rivedere i confini che hanno storicamente distinto il consumatore dal cittadino, l’acquirente dall’utente, il cliente dall’elettore. Se infatti fino a qualche decennio fa erano i mezzi di produzione a predominare, oggi la supremazia è passata ai mezzi di consumo, al punto che il centro commerciale ha rimpiazzato la fabbrica come struttura caratteristica dell’epoca. Il che non ci deve portare a condannarlo in toto riducendolo al consumismo, né a stigmatizzare i consumatori come soggetti passivi e facilmente manipolabili dai potenti strumenti del marketing. Piuttosto occorre comprendere che il consumo è un fenomeno diffuso della società globale, un’area esperienziale in cui convergono interessi diversi, prendono forma i conflitti, si agitano le passioni sociali. Per quanto rimanga funzionale alla produzione che, almeno in parte dirige e sostiene, occorre cogliere la dimensione culturale e politica del consumo, riconoscere a esso un ruolo fondamentale nel processo intersoggettivo di costruzione della realtà. In questo modo si riuscirà ad adottarlo come lente per un’osservazione delle interdipendenze planetarie a livello sociale, culturale, politico ed economico.

Il consumo, per dirla con Mary Douglas, è un’attività di produzione congiunta, con gli altri consumatori, di un universo di valori. Per quanto spesso condannate, le cose, come sostiene Bodei, ci inducono agnosticamente, ad innalzarci al di sopra dell’inconsistenza e della mediocrità in cui cadremmo se non investissimo in loro – tacitamente ricambiati – pensieri, fantasie e affetti. Ma per riuscire in ciò dovremmo amare di più le cose. Coscienti del fatto che nell’aldilà non potremo portarci dietro niente, perché come dice un proverbio tedesco «l’ultimo vestito non ha tasche», dovremmo fare dell’amore un antidoto al consumo rapido e momentaneo. Solo in questo modo, conoscendo di più le cose e riconoscendo in ogni cosa un nodo d’infiniti rapporti con l’intera natura sarà possibile apprezzare e amare di più il mondo. Già Heidegger descriveva La cosa (1976) esaltando la convergenza di relazioni all’interno della natura: «Nell’acqua che viene offerta permane la sorgente. Nella sorgente permane la roccia, e in questa il pesante sonnecchiare della terra, che riceve la pioggia e la rugiada dal cielo. Nell’acqua della sorgente permangono le nozze di cielo e terra. Questo sposalizio rimane nel vino, che ci è dato dal frutto della vite, nel quale la forza nutritiva della terra e il sole del cielo si alleano e si congiungono». Ma quanti di noi sono consapevoli di questa fitta trama di relazioni, di azioni e retroazioni? Quanti di noi identificano nelle cose intorno lo strumento per conoscere meglio se stessi e per prendersi cura del pianeta che ci ospita?

Tratto peculiare dell’attuale «modernità liquida» è la tendenza ad affidare il controllo sociale al mercato dei beni di consumo, sostituendo la repressione tipica della prima modernità con la nuova strategia della seduzione, ovvero di un controllo basato sul perenne stato di eccitazione che il mercato offre al consumatore. Un essere intrappolato nella spirale del capriccio che prende il posto del desiderio, che aveva a sua volta sostituito il bisogno. Sempre alla ricerca di una soddisfazione istantanea, il gioco del consumo accelera i ritmi della partecipazione, spingendo le attenzioni dei consumatori verso nuovi oggetti in arrivo.

Il consumo, e con esso la felicità, assume sempre più una natura «paradossale», dove la seduzione dei beni non solo non è più legata alla loro funzionalità, ma ineluttabilmente comporta una crescente indifferenza verso il bene comune. Siamo parte della civiltà usa-e-getta, la cui fuga in avanti avvicina sempre più l’impianto di produzione a quello di smaltimento, senza però preoccuparsi mai di metterli in contatto. L’uno non parla, l’altro non sente: noi tutti non vediamo. Al punto che il cosiddetto «secolo dei consumi» potrebbe benissimo essere rinominato «secolo dei rifiuti». Con l’aggravante che la civiltà moderna ha un vero e proprio rifiuto del rifiuto, giacchè tendiamo a rimuovere i rifiuti, fisicamente come mentalmente.

Per quanto possa suonare apocalittico o fuori moda, la mercificazione e l’eccesso appaiono le dimensioni che più caratterizzano l’attuale società. Al vuoto lasciato dalla crisi delle ideologie e dei valori si sostituiscono modelli sociali legati al consumo. Gli stessi principi del marketing e del consumo diventano le norme della società lasciando che settori tradizionalmente estranei a questa logica – scuola, sanità e politica – ne siano progressivamente coinvolti. Con l’avanzata della logica del consumo, il tema degli spazi pubblici e dei beni comuni diviene centrale, anche in vista del fatto che vengono oggi a ridefinirsi nel consumo le stesse categorie borghesi di pubblico e privato. Basti pensare a come l’espandersi del mercato provochi una crescente sostituzione della cultura pubblica da parte della cultura commerciale, al punto che il consumismo sembra essere il solo tipo di cittadinanza offerto. Che fare?

Dato che nel «biocapitalismo», come lo definisce Codeluppi, è la nostra intera vita che viene messa a valore, mi chiedo se, piuttosto che contrapporre la figura del consumatore a quella del cittadino, non sia più utile valutare la persona nella sua totalità, in quanto consumatore e al contempo produttore di valore, da non ridurre alla sola accezione economica. In altre parole: nel momento in cui il biocapitalismo ci trasforma tutti in “consumatori produttivi” o “lavoratori immateriali”, non permettendoci più di distinguere in modo netto il dentro dal fuori, il pubblico dal privato, l’interesse particolare da quello generale, non è proprio in questo momento che occorre coltivare la consapevolezza di quanto la funzione economica del consumatore coincida con la funzione etico-politica del cittadino?

Eppure, per quanto di questi tempi liberalizzazioni suoni come una parola magica, consumatore e cittadino restano due facce che difficilmente tendiamo a collocare sulla stessa medaglia. Probabilmente perché fatichiamo a capire il valore sociale e politico dei nostri atti di consumo. Non ci rendiamo conto che ciò che è possibile al singolo individuo non è più possibile per la collettività, poiché quando il livello del consumo medio aumenta, una porzione crescente del consumo stesso assume un aspetto sociale oltre che individuale. Come sottolineava oltre 40 anni fa Fred Hirsch, i limiti allo sviluppo sono sociali prima che fisici. Molti beni comuni sono infatti «beni posizionali», caratterizzati da un’offerta sostanzialmente rigida, che non può essere aumentata più di tanto nel tempo, perchè o essi scarseggiano in senso assoluto oppure in senso sociale, o ancora perchè il loro godimento è deteriorato dall’eccessivo affollamento nella loro fruizione (si pensi ad una spiaggia incontaminata o ad un bel paesaggio). Si tratta di beni e servizi a cui non tutti possono accedere, o almeno non tutti assieme, senza cioè contenderseli e privarsene a vicenda. Sarebbe dunque più opportuno esprimersi in termini di «valenza ambientale» o di «impronta ecologica», oltre che di PIL o valore economico, per comprendere il valore di una merce, la sua capacità di reintegrarsi nella comunità e nella biosfera, dopo la fase meramente antropica della sua produzione e del suo consumo.

Incapaci di trasformare i beni di consumo in opportunità di vita sembriamo destinati ad esser vittime di quel «paradosso dell’opulenza» secondo cui più cose consumiamo e meno siamo felici. Paradosso che vede un aumento dei beni posizionali allocati secondo la logica della commercializzazione e del privatismo, e una crescente diminuzione di quei beni che Donati definisce «relazionali», cioè di quei beni che possono essere prodotti soltanto insieme, che non sono frazionabili e neppure concepibili come somma di beni individuali. Sono questi i beni che più vengono intaccati dal neoliberismo attuale e dal consumismo individualizzante. Eppure sono proprio questi ad aumentare il nostro benessere. Se infatti distinguiamo tra utilità (proprietà della relazione tra le persone e le cose) e felicità (frutto del complesso di relazioni che intercorrono tra gli esseri umani), ci rendiamo conto di come quest’ultima non dipenda esclusivamente dalle merci e dai servizi che il denaro è capace di comprare, ma comprende altri beni (fiducia, amicizia, cultura, solidarietà, giustizia) che non sono in vendita, non transitano attraverso il mercato. Vi è dunque la necessità di rimettere in discussione il tipo di sviluppo che caratterizza la nostra economia e attivare, a partire dal territorio, quelli che Paltrinieri definisce «circoli virtuosi della responsabilità», ispirati da una sussidiarietà per il bene comune.

Se è vero che Respublica non indica una semplice proprietà comune, bensì l’essenziale di ciò che riguarda tutti, che merita di essere discusso in pubblico e, di conseguenza, fonda il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità, occorre prendere atto che l’attuale società dei consumi implica il passaggio dalla prima cittadinanza (basata su diritti e doveri nei confronti dello stato) alla seconda cittadinanza (più incentrata su poteri e responsabilità all’interno di un mercato pervasivo). Passaggio che vorrebbe la tutela dei beni comuni alla base di una società più giusta e democratica, e soprattutto la necessità di un nuovo paradigma, con una visione planetaria dei problemi e un’attenzione lungimirante al futuro, privilegiando la biosfera anziché la geopolitica come terreno di analisi e come spazio reale entro cui contenere i consumi. Un paradigma capace di riconoscere come le nostre pratiche di consumo rappresentino più un atto politico che una scelta privata: uno strumento attraverso cui rispettare il pianeta e solidarizzare con quanti lo abitano, promuovere la democrazia e partecipare alla costruzione di un futuro più sostenibile. Green, appunto.

Pierluigi Musarò da www.lib21.org

La città come bene comune (di Christian Iaione)

Dove va una persona se vive in una città, non ha la fortuna di possedere un giardino e sente il bisogno di immergersi in un ambiente naturale, usufruire di tutti i servizi che uno spazio verde può fornire come correre, leggere un libro su un prato all’aria aperta, respirare aria mediamente più pulita? Come può quella persona nutrire la propria sete di relazioni sociali e incontrare persone nuove, diverse, ricche di esperienze e culture che non possiede? Dove può coltivare il proprio senso di appartenenza a una comunità, contribuire ad arricchire la sua identità con le proprie capacità e passioni, partecipare delle sue tradizioni? Quali sono gli strumenti che accrescono la qualità della propria vita e la rendono più libera di muoversi e magari le consentono di condividere o coltivare stili di vita più coerenti con la propria sensibilità individuale e con quella di chi vive nel medesimo spazio di vita? Cos’è che determina il maggiore o minore valore economico oppure estetico di una comunità sotto il profilo immobiliare?
Tutte queste domande trovano una sola, identica risposta. E questa è: gli spazi urbani di uso collettivo. Essi soddisfano numerosi bisogni del vivere in città perché sono funzionali al benessere delle comunità, come all’esercizio individuale dei diritti di cittadinanza: qualità della vita e del lavoro, socialità, svago, condivisione, senso di comunità, possibilità di coltivare capacità e passioni sono tutte cose che risentono immediatamente della maggiore o minore qualità delle infrastrutture e dei servizi di uso collettivo che una città è in grado di mettere a disposizione dei propri abitanti. Purtroppo però vivono oggi un momento di profonda crisi. Una crisi determinata da due fattori.

I fattori della crisi urbana
Si tratta in primo luogo del deficit e del declino degli spazi pubblici o collettivi tanto nelle periferie, quanto nelle aree centrali, tanto nel momento della loro infrastrutturazione, quanto in quello della loro manutenzione. Il secondo fattore di crisi risiede, invece, nella graduale disaffezione e disattenzione dei cittadini verso gli spazi pubblici urbani che sono percepiti come luoghi di nessuno (o al più dell’ente pubblico locale), anziché luoghi di tutti in quanto spazi comuni. E questo atteggiamento di spoliazione di titolarità e responsabilità da parte dei cittadini consente l’aggressione indisturbata e impunita di questi beni da parte di chi non riesce ad apprezzarne l’importanza per la vivibilità urbana e la coesione sociale.

Sul primo versante, vincoli sempre più stringenti ai bilanci degli enti locali, imposti dalla disciplina comunitaria in materia di patto di stabilità e derivanti dalla dimensione del debito pubblico italiano, oltre alla riduzione dei trasferimenti statali conseguente all’aggravamento dei conti pubblici italiani a seguito della crisi finanziaria del 2008, hanno indotto gli enti locali a ridurre il proprio intervento a favore dei bisogni delle comunità locali. La riduzione delle risorse pubbliche non ha riguardato solo i servizi alla persona, ma sta incidendo fortemente anche sull’ambiente urbano e, in particolare, sugli spazi pubblici.

La crescente penuria di risorse pubbliche fa il paio con una crescente disaffezione dei cittadini, in particolare quelli di più giovane età, verso la preservazione, la cura e il mantenimento dei luoghi di vita e aggregazione dove si svolge la vita comunitaria. Molto probabilmente questa disaffezione trova origine anche in una scarsa opera di educazione alla cittadinanza da parte delle singole famiglie e della scuola. Eppure nella costruzione del benessere urbano è decisivo il coinvolgimento degli attori principali dell’ecosistema urbano, e cioè gli stessi cittadini che usano e vivono la città. La “città ideale” per Lefebvre è, infatti, «una continua opera degli abitanti, essi stessi mobili e resi mobili per e da questa opera. […] Il diritto alla città si manifesta come una forma superiore di diritti: diritti alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat, all’abitare» (1) .

La cura civica delle città
I predetti fattori di crisi nel loro insieme hanno determinato, dunque, un pericoloso aggravamento del degrado locale/urbano. Per tale si deve intendere quello che sta incidendo sull’assetto/aspetto fisico delle comunità locali, con particolare riguardo agli spazi di uso collettivo particolarmente rilevanti per la vita urbana. Interessano qui, anzitutto, quegli spazi urbani caratterizzati da una particolare “rilevanza culturale” (i.e. storica, artistica, architettonica, paesaggistica). Ma non solo. Rilevano qui anche quegli spazi urbani che, pur non essendo caratterizzati dalla predetta rilevanza, rappresentano comunque un collante delle società locali e il cui degrado determina un degrado economico e sociale, diretto o indiretto delle collettività locali. E come tali possono costituire beni comuni urbani.

Per questi beni la “cura pubblica”, cioè quella affidata prevalentemente ai poteri pubblici locali, si sta rivelando insufficiente. Questo sia per ragioni economiche, derivanti dal progressivo rarefarsi delle risorse finanziarie pubbliche, sia per la scarsa capacità della pubblica amministrazione di fare intelligenza collettiva, cioè di mettere a sistema il patrimonio conoscitivo e di competenze presente nella società e di far cooperare tra loro le diverse energie civiche per la cura di questi beni comuni locali.

È, dunque, necessario mobilitare risorse ulteriori, aggiuntive (e non sostitutive) rispetto a quelle pubbliche. In base all’art. 118, ultimo comma, Cost., la ricerca di questo “valore aggiunto” è indirizzata verso la società, organizzata o meno, nell’ambito di un’azione programmata e coordinata di lotta al degrado dei beni comuni locali che sia incentrata questa volta su una “cura civica” dei medesimi (2).

Ed è altrettanto imprescindibile la ricerca di strumenti e strutture idonei a facilitare questo cambio di filosofia incentrato sullo scambio, la collaborazione, la messa a sistema di tutti gli attori; quelli pubblici dotati di poteri, risorse e mezzi indispensabili per la buona cura dei beni comuni; e quelli civici disponibili a mettere in campo le proprie energie, risorse, conoscenze, competenze per prendersi cura dei beni di comunità.

La cura civica degli spazi urbani dovrebbe poggiare su cinque architravi, che rappresentano le cinque linee di azione da intraprendere a livello locale a sostegno della riqualificazione di siffatti beni e per invertire la rotta del degrado e della disaffezione civica. Sono azioni caratterizzate da un diverso grado di praticabilità e incidenti su settori/oggetti diversi (formazione, comunicazione, regolamentazione, riqualificazione dell’ambiente urbano).

Una regolazione locale sussidiaria
La prima linea di azione potrebbe riguardare la implementazione della normativa sui microprogetti di arredo urbano o di interesse locale e la diffusione su larga scala di forme di cura o gestione condivisa degli spazi urbani. Molti enti locali si stanno attrezzando in questa direzione con l’introduzione di disposizioni regolamentari attuative della normativa nazionale sui microprogetti ovvero regolamenti per l’adozione di aree verdi e beni comuni o per favorire la creatività urbana.

Educare alla manutenzione civica
La seconda linea di azione dovrebbe, invece, essere diretta verso obiettivi educativi. Tra le condizioni e, quindi, le politiche che possono consentire la fioritura di giovani capaci di prendersi cura dei beni comuni vi deve essere, dunque, l’apertura all’interno di scuole medie superiori (e possibilmente anche università) di “Scuole di manutenzione civica dei beni comuni”, cioè programmi di educazione non formale alla cura civica dei beni comuni. Il primo esempio di un programma di questo tipo è stato concepito e realizzato da Labsus in due scuole romane e denominato “Rock your school”.

Il partenariato pubblico-privato-civico (PPPC)
La terza linea di intervento dovrebbe tendere a favorire la creazione di forme di partenariato pubblico-privato di natura civica o non profit per la tutela e la cura dei beni comuni locali. Il modello di riferimento dovrebbe essere rinvenuto nell’esperienza americana delle Park Conservancies o dei Business Improvement Districts (meglio note come BIDs). Si tratta di forme di collaborazione contrattuale o istituzionalizzata fra diversi stakeholders locali (i.e. filantropi individuali o istituzionali, associazioni, NGO, imprese locali, cittadini, residenti, commercianti, proprietari immobiliari, ecc.) e fra questi e gli enti locali.

La sussidiarietà quotidiana
La quarta linea di intervento dovrebbe avere ad oggetto nudges (i.e. misure amministrative incentivanti) (3) o, ancora meglio, politiche di responsabilizzazione dei cittadini verso la cura dell’interesse generale e quindi dei beni comuni. Si tratta di quella che altrove si è definita la “sussidiarietà quotidiana” . Essa può farsi rientrare nell’alveo della cd. “comunicazione di cittadinanza”, fondata cioè su una strategia amministrativa basata non sull’esercizio di poteri amministrativi autoritativi, bensì su azioni dirette a convincere i cittadini a condividere, con il proprio comportamento o con le proprie risorse, lo sforzo necessario per il raggiungimento di obiettivi di interesse generale (4).

La wiki-città
La quinta e ultima linea di azione potrebbe consistere in iniziative di comunicazione pubblica (campagne pubblicitarie, attività promozionali nell’ambito di eventi/fiere e strumenti premiali) dirette prevalentemente alle nuove generazioni di educatori, amministratori pubblici e cittadini. Infine, essa si potrebbe tradurre nella creazione di strutture, centri di ricerca o laboratori locali per la facilitazione e la mobilitazione delle risorse civiche, oltre che la disseminazione di tecniche/metodi di deliberazione pubblica, partecipazione o governance collaborativa per la cura dei beni comuni locali (es. Placemaking; Minneapolis Neighborhood Revitalization Program). L’innovazione più importante sul fronte della comunicazione istituzionale dei beni comuni delle città dovrebbe peraltro fare leva sugli strumenti e le potenzialità offerti dal cyberspace. A tal proposito si è parlato di “wiki-sussidiarietà” per illustrare con formula sintetica come le nuove tecnologie e il web 2.0 possono migliorare la trasparenza, l’efficienza e la democraticità del “governo pubblico” degli interessi generali. C’è di più però. La frontiera delle smart cities (o “città intelligenti”) rappresenta una sfida che qualunque comunità o amministrazione locale deve oggi abbracciare se intende proporsi come modello di sviluppo urbano sostenibile e accessibile. E anche in questo caso il sapiente sfruttamento delle nuove tecnologie e del cyberspace può trasformare i cittadini in “curatori quotidiani” dei beni comuni.

Christian Iaione da www.labsus.org
(1) H. LEFEBVRE, Il diritto alla città, Venezia, Marsilio, 1970 (ed. orig. Le droit à la ville, Parigi, Editions Anthropos, 1968). (2) G. ARENA, G. COTTURRI, Il valore aggiunto. Come la sussidiarietà può salvare l’Italia, Roma, Carocci, 2010. (3) R.H. THALER, C.R. SUNSTEIN, Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness, Michigan (USA), 2008. (4) G. ARENA, La funzione di comunicazione nelle pubbliche amministrazioni, Rimini, Maggioli, 2004, p. 69

Gli scenari del cambiamento (di Aldo Bonomi)

Riproduciamo il primo di una serie di articoli che il sito www.lib21.org intende pubblicare sulle possibili vie d’uscita dalla crisi finanziaria ed economica che ha colpito i paesi occidentali.

Aldo Bonomi, sociologo, è direttore dell’AASTER di Milano, apre il dibattito.

La crisi come metamorfosi

La macina della grande trasformazione da cui origina la crisi sta arrivando ad un punto di svolta. Vengono al pettine i nodi di un lungo ciclo neoliberista che ha scardinato gli equilibri consolidati tra politico, sociale ed economico. L’egemonia della finanza globale ne è stata il fluido corrosivo, prima con il volto suadente dell’inclusione “via subprime”, oggi con quello inquietante di uno stato d’eccezione che azzera l’autorità del politico, precarizza le Costituzioni e liquefa le basi della sovranità intesa come spazio del welfare e dei diritti. Democrazia e mercato ritornano a percorrere strade divergenti. Lo smarrimento delle sinistre europee arresesi di fronte all’esplosione della bolla dei debiti sovrani sta esattamente nell’aver perduto la cifra di fondo del rapporto tra questi due poli della civiltà occidentale. Per riprendere il bandolo della matassa dobbiamo capire anzitutto che l’attuale fase non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro e quindi anche i soggetti che vi agiscono devono radicalmente mettersi in discussione vivendo dentro le trasformazioni della polis, non delegando ai poteri della governance tecnocratica o ritirandosi nei paradisi artificiali del post-moderno e del post-ideologico. Facendo in primo luogo chiarezza. Dunque iniziamo con il dire che proprio sulla crisi e sulle sue possibili uscite mi sembrano all’opera oggi almeno tre ideologie anche se intese come forme di pensiero debole.

La prima ideologia sostiene che siamo di fronte ad una vera e propria crisi di sistema, ad un deragliamento generale che ha alla sua radice il rapporto ormai insostenibile tra civilizzazione e natura. La crisi è sistemica e dunque scorciatoie che ripropongano tal quale l’architettura del welfare novecentesco oggi sono difficilmente praticabili. E dunque anche i modelli di rappresentanza, le culture politiche, le forme di organizzazione dell’impresa come del lavoro devono essere coerenti con questa natura della crisi. Aveva ragione Braudel quando parlando dell’ascesa dell’Inghilterra a spese della potenza finanziaria olandese nel capitalismo di fine XVII secolo, suggeriva l’idea della transizione egemonica. E’ forse presto per sostenere con ferrea certezza ipotesi decliniste vista la potenza militare e finanziaria che l’asse atlantico continua a mantenere. Certo è che l’egemonia del pensiero occidentale pare in crisi. Viviamo probabilmente l’ultimo esito di un lungo ciclo partito con le decolonizzazioni degli anni ’50 e ’60 in cui la presa politico militare dell’Europa sul resto del mondo è stata definitivamente scossa. Oggi sono paesi europei ad essere visitati da missioni di “salvataggio” del Fondo Monetario Internazionale o a mandare missioni a Pechino o nelle altre capitali dei BRICS per proporre l’acquisto di pacchetti del debito pubblico europeo ai fondi sovrani. Se l’analisi può essere condivisibile, è però la proposta del paradigma della “decrescita felice” come uscita che mi lascia piuttosto perplesso. La dico con una battuta: a meno di non considerarla una innocua forma di prosumerismo da lasciare alla libera iniziativa individuale, sarà necessario utilizzare i carri armati nelle strade per applicare la decrescita sistemica. Anche la posizione di chi sostiene “ma perché dobbiamo pagare noi il debito?” mi pare non tenga conto che il default lo pagherebbe la parte più debole. In questa galassia la posizione importante mi pare invece quella degli indignati americani con l’intuizione del 99 % contro l’1 %, sorta di interclassismo della moltitudine che mostra come la crisi odierna non tocchi solo i ceti proletari del ‘900 ma anche i ceti medi: in Italia il 10 % della popolazione detiene oggi il 50 % della ricchezza. Potenzialmente la base per un’alleanza sociale non fosse che, come ha giustamente osservato R. Rossanda, quel 99 % è massa senza classe priva ancora di coscienza dell’essere soggetto. Un passaggio che esige la rimessa a tema della rappresentanza e delle sue funzioni nell’epoca della crisi democratica. Fino ad arrivare ad una nuova costituzionalizzazione di un rapporto tra politica e mercato che ne incorpori il diritto/responsabilità di governare il mercato, non di governare per il mercato o di governare a causa del mercato come oggi accade con il Governo Monti.

La seconda posizione è quella che potremmo definire “della morfina tecnocratica“, che sostiene che in fondo non è accaduto nulla, che occorre soltanto compiere aggiustamenti strutturali dei mercati per accompagnare il sistema al suo nuovo equilibrio di mercato. Per breve tempo è stata anche una ipotesi credibile ad inizio secolo con una finanza che si presentava come canale di integrazione in mercati aperti a tutti. L’attuale governo è almeno in parte espressione diretta di quelle tecnicalità che avevano gestito proprio quella fase. Il tutto dentro la crisi di una politica che non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia. Cedendo il passo al mito del governo degli ottimati. Un passaggio su cui andrebbe riflettuto anche in termini di equilibri interni alle borghesie di questo paese perché è evidente che l’ascesa di élite centrali e metropolitane come quelle che costituiscono il Governo Monti segna per molti versi il tramonto dell’egemonia di una neoborghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti. Mettendo in tensione come mai dalla nascita delle liberaldemocrazie di massa il rapporto tra mercato e democrazia. Tensione che porta con sé il tema della “costituzione abortita” nel senso della costituzione europea. Su questo punto bisogna essere chiari: non si va oltre l’ipotesi della morfina tecnocratica se non si abbraccia pienamente una prospettiva di democrazia europea.

E dunque, tra questi due poli non ci può essere lo spazio di una faticosa “terza via”? Penso che dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una uscita del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto ormai precocemente abusato, me ne rendo conto. Spesso utilizzato come scatola semantica buona per tutti i contenuti e gli usi. Con forti margini di ambiguità e sovrapposizione anche rispetto alle due ideologie alternative appena accennate. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. E’ un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Tuttavia l’idea di green economy se situata nelle condizioni reali del ciclo capitalistico che stiamo vivendo, può aiutarci a ricostruire su basi nuove filamenti di rappresentanza fuori dalle secche della governance. Per evitare equivoci però il concetto va spacchettato, smontato dall’interno. Perché a ben vedere ne possiamo identificare almeno tre versioni, le quali assumono significati ed esiti politici opposti tra loro.

In primo luogo, green economy sul piano delle economie mondiali è anche una grande bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodities alimentari e l’accaparramento delle terre agricole in Africa e in America Latina per produrre combustibili alternativi al petrolio in via di esaurimento. E’ di fatto una forma di neocolonialismo nel tempo della finanza globale che sta conducendo all’esplosione dei prezzi delle risorse vitali ed è stata una delle scintille di esplosione delle rivolte nordafricane nell’anno che si chiude. Al polo opposto esiste anche una seconda declinazione di green economy, legata all’idea di una diversità dei modelli di capitalismo e, nel caso dell’Italia, alla radice territoriale e localistica del nostro apparato produttivo. Una green economy territoriale, dal basso, che segue tre canali. Il primo è l’evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della compatibilità ambientale delle produzioni, di una innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti. Il secondo l’evoluzione di una tendenza al vivere “borghigiano”, la propensione ad una migliore qualità localistica della vita tipica dello spleen metropolitano di ampi segmenti di ceto medio riflessivo protagonista a partire dagli anni ’90 di una evoluzione postmaterialista degli stili di vita e di consumo. Che fa da base sociale e culturale a fenomenologie come Slow Food, Eataly, reti e accademie del gusto proliferate sul territorio, ecc. Un fenomeno che riattiva e incanala sul mercato tradizioni locali, a cavallo tra economia e rappresentazione sociale che organizza filiere produttive e nel medesimo tempo ha sbocchi di tipo partecipativi e democratici importanti. Terzo, green economy dal basso è anche nuovo lavoro, inteso sia come problema di una nuova qualità del lavoro che come nuova composizione sociale e nuovi bisogni. E’ l’emersione di pratiche di mutualismo che affrontino l’impatto della crisi del debito sulla vita quotidiana, riguarda la capacità di tutela e gestione partecipata dei beni comuni, delle reti, dello stesso credito, organizzandola a livello locale dentro le città e nei territori.

In mezzo tra finanza e territorio si colloca una visione della green economy che, in mancanza di etichette più adeguate, definisco neo-keynesiana e che per quanto mi riguarda rappresenta la vera sfida se si vuole rimettere con i piedi per terra il rapporto tra capitale e democrazia. Si tratta di pensare ad una terza rivoluzione industriale che abbia come scopo quello di spingere in avanti la frontiera della discontinuità tecnologica ad esempio sul piano della questione energetica per sostituire un’era del combustibile fossile e della chimica derivata. Ma per farlo occorre la costituzione di infrastrutture e di poli che abbiano la massa d’urto adeguata. E’ chiaro che tutto ciò significa ripensare il ruolo del pubblico fuori sia dai vecchi schemi dell’Iri che dalle retoriche neoliberiste. Un ruolo che va declinato a cavallo tra centro e periferia del sistema. In Italia abbiamo poli di eccellenza su questo fronte, non siamo all’anno zero. Al centro le grandi aziende come ENI, ENEL, la cui funzione deve essere discussa, sul territorio la rete delle multiutilities eredi delle vecchie municipalizzate rappresentano punti di possibile ancoraggio. Un neo-keynesismo che dovrebbe tuttavia avere come punto centrale non l’accentramento nelle mani dello stato-nazione quanto la capacità dei poli d’eccellenza di fungere da fertilizzatori della green economy territoriale con un nuovo rapporto centro-periferia.

Una sfida che può rimettere a tema la capacità della rappresentanza politica di governare i processi. Senza la quale la partita tra democrazia e tecnocrazia rischia di essere già decisa.

Aldo Bonomi da www.lib21.org

Le frequenze, le aste e il nostro bene comune (di Enrico Grazzini)

Il regalo a Rai-set è uno scandalo da annullare subito. Ma anche un’asta “pulita” può rafforzare l’oligopolio dell’informazione. Servono altri strumenti per fare della comunicazione un bene comune

In flagrante conflitto d’interessi, il passato governo ha cercato di regalare preziose frequenze digitali a Rai-set (cioè a Mediaset più Rai, ambedue controllate dall’ex premier Silvio Berlusconi) con la gara gratuita avviata dall’ex ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, e grazie alle generosissime regole stabilite dall’attuale presidente dell’Autorità per le Comunicazioni Corrado Calabrò. Se l’attuale ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, non cambierà registro – come è invece auspicabile – Rai-set avrà in regalo qualche centinaio di milioni di euro. È invece assolutamente necessario che le frequenze pubbliche vengano fatte pagare a chi intende utilizzarle, e che non vengano cedute agli incumbent, le aziende dominanti.

L’asta non è tuttavia il meccanismo più adatto per assegnare le frequenze televisive, attribuendole a chi offre di più, come suggeriscono attualmente (e spesso tardivamente) alcune forze politiche di sinistra: “inventata” qualche decennio fa dagli ideologi anglosassoni del neoliberismo, l’asta è infatti un meccanismo di mercato, apparentemente puro, che favorisce i migliori offerenti, cioè le aziende finanziariamente più ricche, e quindi gli oligopoli delle comunicazioni. Ed è il tipico meccanismo adottato in Europa e negli Stati Uniti per assegnare le frequenze digitali ai potenti gestori mobili che offrono servizi commerciali molto remunerativi, come i servizi telefonici e l’accesso mobile a Internet. Fa guadagnare le casse dello Stato, e quindi anche i cittadini contribuenti, ma favorisce i giganti, e in generale chiude il mercato alla competizione. In Italia l’asta per le frequenze digitali mobili è stata vinta solo un mese fa dai colossi Telecom Italia, Vodafone e Wind, con poco spazio per H3G e nessun spazio per i nuovi entranti. I colossi della comunicazione hanno pagato 4 miliardi per l’autorizzazione all’uso delle frequenze per 20 anni. I soldi sono finiti nelle casse del Tesoro, a beneficio dei cittadini contribuenti.

In tutta Europa invece le frequenze televisive non sono mai state messe all’asta, perché sono indispensabili per la trasmissione dei programmi delle televisioni, che si ritiene svolgano un importante servizio pubblico, oltre che commerciale. Se l’asta non è il meccanismo migliore per favorire l’ingresso sul mercato di nuovi attori e assegnare le frequenze alle televisioni, è ancora più sbagliato concederle gratis alle tivù “amiche”, grazie a una “falsa gara” come quella attuale. Romani e Calabrò hanno infatti avviato una gara gratuita per concedere sei frequenze di tv digitale per 20 anni alle televisioni nazionali: in questa gara, cosiddetta beauty contest (concorso di bellezza), vincerà chi avrà maggiore copertura, impianti, esperienza televisiva, solidità patrimoniale, ecc. In base a questi criteri, Mediaset e Rai, che già dominano il mercato televisivo da decenni, hanno la garanzia matematica di vincere, consolidando il loro monopolio.

Quali possono allora essere le soluzioni per aprire il mercato a nuovi soggetti e a nuovi servizi? Qual è la maniera migliore per valorizzare il bene pubblico delle frequenze a vantaggio dei cittadini e dei contribuenti, e quindi anche a vantaggio delle casse dello Stato? E come è possibile lasciare delle frequenze libere per nuovi soggetti e per nuovi servizi, utili al pubblico? Come cominciare a liberare le frequenze pubbliche a favore dell’accesso universale e gratuito ai servizi di comunicazione di base? Come promuovere una politica favorevole all’Open Spectrum?

Di seguito, qualche semplice proposta:

1) Escludere sia Rai che Mediaset dalla gara in corso per le frequenze digitali: le due televisioni sono già semi-monopoliste dell’etere e hanno già cinque frequenze (o multiplex) a testa. Considerando che ogni multiplex può trasmettere sei canali televisivi, sia la Rai che Mediaset possono trasmettere già 30 canali tv a testa, più di quanto serva loro. Il governo Monti, che si intende molto di competizione, dovrebbe capire che è assurdo rafforzare il semi-monopolio che Rai e Mediaset già hanno sulle frequenze nazionali. La gara sulle frequenze della tv digitale è stata imposta dall’Unione Europea per aprire il mercato televisivo italiano congelato dal duopolio Rai e Mediaset (che in realtà è diventato il monopolio Rai-set, con Mediaset che attualmente domina anche in Rai), ed è quindi indispensabile che sia Rai che Mediaset in quanto incumbent vengano escluse dalla gara in corso.

2) Far pagare alle televisioni nuove entranti una cifra congrua, da versare nelle casse dello Stato a favore dei contribuenti, per le frequenze digitali. Ciò può avvenire non con il meccanismo d’asta, che come abbiamo visto premierebbe i più forti (e paradossalmente proprio Rai e Mediaset, che, insieme a Sky Italia, sono le tivù più ricche), ma facendo pagare un biglietto d’ingresso, per esempio di 100 milioni di euro, a chi partecipa alla gara e vuole prendere “in affitto” una frequenza. È stato fatto così per il GSM: i vincitori dovevano non solo dimostrare di avere certi requisiti, ma anche pagare un ticket per utilizzare una parte dell’etere.

3) Cedere le frequenze non per vent’anni, come recita l’attuale bando di gara, ma per un tempo più limitato, per esempio 12 anni.

4) Soprattutto, eliminare dal bando di gara la clausola che concede ai vincitori di vendere, dopo soli cinque anni, le frequenze ottenute gratuitamente, incassando centinaia di milioni di euro di plusvalenza netta su un bene pubblico. Questo era il vero regalo per Mediaset (anche se pochi politici lo hanno capito).

5) Alle nuove condizioni, è possibile che non tutte le società partecipanti alla gara vorranno proseguire: un conto è ricevere le frequenze gratis, un altro è pagarle con un salato biglietto di ingresso. Occorre inoltre tenere presente che la vera barriera nel mercato televisivo italiano non è la disponibilità delle frequenze, ma il congelamento del mercato pubblicitario, con Mediaset che ha il 40% dell’audience e oltre il 60% del mercato nazionale della pubblicità tv. La gara attuale mette in palio sei frequenze, ma non è detto che tutti vogliano pagare un sostanzioso ticket (diciamo 100 milioni) per vincere una frequenza/multiplex senza avere poi la possibilità di rivenderla e senza avere buone possibilità di guadagnare dalla pubblicità.

6) Le frequenze risparmiate potrebbero essere messe all’asta e/o lasciate libere per l’Open Spectrum. L’asta per l’accesso wireless di Internet mobile a banda larga – che è un servizio molto più utile di quello televisivo – garantirebbe un ottimo incasso per lo Stato, e quindi per i contribuenti, dal momento che le frequenze per i servizi mobili sono molto più remunerative di quelle per i servizi tivù, e possono valere anche 500 milioni l’una.

7) Occorre sottolineare che le nuove tecnologie intelligenti e multifrequenza (cosiddette “Software-defined radios”, Sdr) permettono ormai un uso aperto e condiviso delle frequenze, come già accade per esempio nel caso delle reti libere e gratuite del Wi-Fi. Sul piano strettamente tecnologico non è più necessario che lo Stato conceda le frequenze per un solo uso, per la sola televisione o per la sola comunicazione mobile. Le frequenze sono un bene comune, e, grazie alle tecnologie multifrequenza più innovative, le stesse frequenze digitali possono essere condivise per molti usi, evitando le interferenze. Attualmente le televisioni, i gestori mobili e le forze armate si mangiano tutto lo spettro radioelettrico, ma, in un’ottica più innovativa ed equa, lo spettro dovrebbe (e potrebbe) essere reso accessibile a tutti (quasi) gratuitamente (non a caso l’Open Spectrum è uno dei punti qualificanti dei programmi dei partiti Pirata di tutta Europa). In questa maniera Internet a banda larga diventerebbe un servizio universale per tutti i cittadini e sarebbe garantito l’accesso gratuito ed egualitario a Internet, alle conoscenze e alle informazioni del mondo.

8) Una politica alternativa e di sinistra dovrebbe incoraggiare la gestione autonoma, né privata né statale, dei beni comuni – come sono le frequenze, Internet e le risorse ambientali – da parte delle comunità interessate. In prospettiva, la gestione dello spettro libero, per il quale le aziende potrebbero pagare un canone d’uso, potrebbe essere delegata a un ente indipendente dedicato alla valorizzazione delle risorse frequenziali pubbliche, controllato democraticamente dalle comunità di utenti. Questo ente economico potrebbe ridistribuire le risorse incamerate a favore dello sviluppo di Internet e dell’informazione come servizio pubblico.

Enrico Grazzini da www.sbilanciamoci.info 9 dicembre 2011

Dalla protesta alla cittadinanza attiva per ridare alla politica prospettive generali (di Giuseppe Cotturri)

Amministrative, referendum: sembra crollata d’improvviso la capacità di Berlusconi di raccogliere consenso maggioritario. E’ finito il suo ciclo politico? Si vedrà. Ma intanto la spinta che queste tornate elettorali – soprattutto il quorum di partecipazione al referendum – sembrano dare a  una ripresa democratica autorizza a sperare.

Tuttavia è necessario un pensiero più approfondito.

Il voto ha manifestato una insofferenza crescente verso il modo manipolatorio e sostanzialmente elusivo del governo berlusconiano. Manipolazione della realtà, problemi reali nascosti ed elusi: alla fine il “cortocircuito” potere-comunicazione pubblica va in tilt, un numero crescente di persone riprende a ragionare in autonomia sulle prospettive del paese.

Le forze politiche di opposizione naturalmente sono protese nello sforzo di volgere a proprio vantaggio quello che, al momento, è solo un “umore” diffuso, malcontento e disaffezione dal grande affabulatore. Ma che le spinte “anti” possano tradursi in spinte “per” qualcosa, è questione assai più complicata e richiede gran tempo. La stessa definizione di questi moti in termini di “ripresa della partecipazione democratica” deve essere sottoposta a un vaglio più severo. Infatti la natura del fenomeno partecipativo si dispiega nel tempo, e, invece, certe “esplosioni” improvvise di opinione possono risultare fuochi di un attimo.

Anzitutto a cosa si partecipa in questo nuovo secolo? L’Italia per questo aspetto non è diversa da altri paesi capitalisti. Le organizzazioni storiche del Movimento Operaio tra Otto e Novecento prospettavano una partecipazione alla costruzione di solide cittadelle, sistemi di diritti protetti e garanzie collettive negli Stati-nazione. Gli studiosi parlano di fasi iniziali di estraneità e assedio da parte di quei movimenti, ma poi di processi di integrazione delle masse lavoratrici negli Stati borghesi. Questi furono trasformati in Stati sociali, Welfare States. Le costruzioni avevano assunto una fisionomia propria. Profonde furono le ristrutturazioni.

Il punto è che la metafora della solida costruzione indicava una meta, ma anche una cultura della organizzazione, e una capacità di stabilità e durata delle conquiste. L’intera vicenda si svolse su tempi lunghi e questo conferì alla coscienza diffusa la sensazione che si fosse entrati in una nuova “epoca” storica. A fine Novecento lo scenario della “globalizzazione” fa vedere invece Stati sempre più incapaci di proteggere le proprie comunità e universi sempre più “fluidi” in movimento tumultuoso: correnti fortissime trascinano via residui della civiltà “solida” dei protocostruttori, tutto è sospinto verso un mare sconosciuto, nessuno può frenare o sviare la “corrente”. La metafora dei sociologi è ora quella della società fluida. Chi partecipa in queste condizioni non ha un suo mattone da portare, non un muro dietro cui ripararsi: si nuota nella corrente per sopravvivere, non si alzano livelli sovrapposti, si resta in superficie, galleggiando con quel poco che si riesce a trattenere vicino a sé. Queste raffigurazioni riflettono pessimismo, paura , incertezza degli occidentali.

Ma c’è un modo in cui – lasciamo per ora metafore e immaginario collettivo – la domanda “quale partecipazione?” possa essere affrontata con qualche ragionevole filo di speranza? Proviamo a partire da una qualche maggiore determinazione storico-politica.

L’Italia del secondo dopo-guerra nulla sapeva di democrazia e partecipazione: liberato il paese e acquisita la promessa di una “democrazia progressiva” con la Carta del 1948, gli ex-sudditi e la gente cui era stato insegnato a “lavorare, obbedire, combattere” in gran numero si impossessarono anzitutto del libero voto politico. Uomini e donne: una partecipazione elettorale (anche su referendum istituzionale) mai vista, oltre il 90%, rimasta tale per decenni, e poi comunque rimasta tra le più alte nel mondo (perfino nella “seconda Repubblica” il voto politico – benché il corpo elettorale sia stato allargato in modo pasticciato al voto all’estero – resta attorno all’80%).

Milioni poi furono quelli che sperimentarono la partecipazione politico-associativa: si iscrissero ai partiti, che allora ebbero la forma che si dice “di massa” – migliaia di funzionari e dirigenti retribuiti, decine di migliaia di attivisti non retribuiti ma determinanti , milioni di elettori stabili (voto di “appartenenza”).

Qualcosa, però, si incrinò in questa costruzione: si pensa che il colpo venne da poche migliaia di sventati “contestatori”, studenti nutriti di ideologie anti-istituzionali, antiautoritarie, antiamericane. Ma il ’68, come la migliore ricerca sociale ha poi riconosciuto, fu evento mondiale e fenomeno profondamente legato al ricambio generazionale: i nati dopo il secondo conflitto mondiale si affacciarono in tutti i paesi sulla scena politica e ebbero l’ingenuità di credere alle promesse delle democrazie occidentali o a quelle dei paesi del socialismo realizzato. Davano gli uni e gli altri per acquisite le certezze materiali e gli spazi riconosciuti per le loro richieste: volevano andare oltre, volevano più libertà e riforme nei paesi socialisti, e più libertà e beni immateriali in America come in Europa (musica, viaggi, culture solidali; non: posto fisso, reddito individuale garantito, automobile, come i loro genitori lavoratori d’Occidente). E’ questo profondo mutamento sociale che scavò un fossato tra il sistema della rappresentanza politica e le spinte di nuove figure sociali: dopo gli studenti, le donne, gli ambientalisti, i pacifisti, i più recenti no-global…

La crisi dei sistemi di rappresentanza – che sono sistemi di riduzione della pluralità a un conflitto regolato tra due opzioni, e infine consegna del potere all’unico indirizzo fissato dalla maggioranza – lasciava intravedere una dimensione della espressività e della comunicazione, che le istituzioni politiche non potevano soddisfare oltre il gioco limitato che s’è detto (competizioni elettorali, sistemi prevalentemente bipartitici, riduzione dei sistemi più frammentati – come l’Italia – a un imperativo di semplificazione e omologazione al modello occidentale dominante).

La partecipazione attraverso partiti entrò in sofferenza ovunque: durante la guerra del Vietnam in America il 27% della popolazione fu contraria, ma non giunse a fare di questa opposizione una sola spinta politica, molti, piuttosto, si allontanarono dai riti elettorali. In Italia l’art.49 sembrò troppo chiuso, costrittivo: ai partiti che si arroccavano in un loro equilibrio collusivo (consociazione, sistema dei partiti), comitati referendari contrapposero iniziative sempre più destabilizzanti per determinare per oltre un quarto di secolo l’agenda politica del paese. Era altra partecipazione, partecipazione referendaria (con le firme, e col voto in un sol giorno su quesiti puntuali ancorché limitati).

La partecipazione dei cittadini, dunque, sempre più si configurava come stabile contrapposizione ai processi partitico-decisionali. Più tardi, a partire dalla esperienza brasiliana degli anni Novanta di bilanci comunali partecipati, s’è diffusa in Europa una larga sperimentazione similare, ma anche forme diverse di pubblico dibattito, decisioni rimesse a comitati di cittadini debitamente informati, consultazioni ristrette o allargate: insomma un fermento di forme ed esperienze che vengono accomunate con la formula democrazia partecipativa. Come si vede, l’approdo della partecipazione è, per comune intendimento, alla fine del Novecento e in questo inizio di secolo fuori e accanto ai partiti.

Chi vuol salvare la prospettiva della democrazia rappresentativa osserva che, nel significato anglosassone della “democrazia deliberativa” era già ricompressa l’importanza del dibattito pubblico, e che le decisioni delle istituzioni rappresentative sono migliori su quella base. In sostanza, sistema dei partiti e altre forme di partecipazione devono affiancarsi e rendersi complementari, non contrapporsi. La democrazia partecipativa non raggiungerà mai la legittimazione piena e totale delle forme sorrette dal suffragio universale. Il paradosso della partecipazione, infatti, è di mirare a un allargamento rispetto alle chiusure corporative del ceto politico, ma in concreto non riesce mai a coinvolgere tanti cittadini quanti sono quelli che avrebbero diritto e ragione di intervenire.

Una via diversa, e in un certo senso una vera “invenzione” politica, fu la costruzione di un movimento di volontariato dalla metà degli anni Settanta in Italia, per iniziativa di forze cattoliche, ma poi largamente partecipato da persone di altra formazione e orientamento politico. Per sottrarre ai tragici destini degli “anni di piombo” forze preziose della partecipazione civile si indicò il “privato-sociale” come modalità autonoma di fare politica: si opera per la tutela dei soggetti deboli, e pertanto si interviene su un terreno di politica sociale pubblica (mancante o inadeguata); in tal modo si condizionano i governi con la immediatezza dell’agire sociale solidale. Questa invenzione fu affinata, orientò altri soggetti associativi riuniti in un ambito non-profit che, per comodo, fu definito Terzo Settore, cioè non Stato e neppure mercato. E si dette forza infine a una visione del rapporto di reciproco sostegno, ai fini dell’interesse generale e dei “beni comuni” necessari, definito normativamente come regola di sussidiarietà. Discusso negli anni Novanta, il criterio è entrato nella Costituzione nel 2001. Se chiamiamo “cittadinanza attiva” questa specifica modalità dei cittadini di intervenire in proprio per realizzare politiche pubbliche e condizionare quelle che le istituzioni sono tenute ad erogare, vediamo che la partecipazione della cittadinanza attiva (alle politiche sociali appunto) è diversa e più penetrante della partecipazione di altre forme, che appunto si limitano a intervenire nel dibattito o/e nella decisione. Qui l’azione civica autonoma configura esercizio di una sovranità pratica del cittadino, che limita e vincola la sovranità istituita e conferita alle istituzioni pubbliche. Si parla per questo di amministrazione condivisa. La partecipazione alla cittadinanza attiva è dunque partecipazione a un processo, non facile e tuttavia ormai delineato e avviato positivamente, di costruzione di un altro modo di costituire la “sfera pubblica”. Sia la società che lo Stato sono in corso di ridefinizione.

Questo modo di riflettere storico-politico e con ancoraggio a concrete esperienze sociali e istituzionali forse ci può sottrarre alle suggestioni e al pessimismo dei cultori della globalizzazione fluida. Certo, un moto di delusione-protesta antiberlusconi non può essere automaticamente iscritto nelle pratiche di cittadinanza attiva. Ma quel fare attivo, quella capacità di produrre e tutelare condizioni materiali e immateriali di convivenza civile (beni comuni), danno credibilità a questa prospettiva:  secondo i dati multiuso dell’ISTAT sono circa il 20% i cittadini che stabilmente partecipano, almeno due volte l’anno, ad attività di volontariato e associazionismo non-profit. Non bastano certo a salvare il paese, ma non sono poca cosa, è qualcosa su cui vale la pena confidare. Del resto i sondaggi dicono che il volontariato appunto è per gli italiani la galassia sociale che raccoglie il più alto indice di fiducia. A Milano come in Puglia una pratica liberatoria di scelta del leader mediante “primarie”  associa poi al governo territoriale  forze stabili di cittadinanza attiva.

In ogni caso, caduto l’appeal dell’immaginario manipolato dal potere televisivo, appare in tutta la sua evidenza la deriva incontrollata e portatrice di sventure e disgregazione di quella combinazione di interessi economici e politici. La parabola politica di Berlusconi volge al compimento di un ventennio. Ma la società della spettacolarizzazione e dei consumi di massa, promossi da una organizzazione scientifica e monopolistica del marketing, prospera ormai da quarant’anni, prima in Usa, ma anche da noi fin dagli anni Ottanta. Il motore del consumo infinito è nel ferreo presidio degli interessi di marketing nella comunicazione e nella produzione di immaginario collettivo. Il sistema con cui Berlusconi ha fissato un monopolio nella raccolta e distribuzione di pubblicità commerciale a giornali e televisioni è magistrale. La televisione pubblica è stata assediata e poi inglobata, ma non è nel controllo degli organi della Rai il segreto del successo dell’operazione: molto prima dell’ascesa al governo di Forza Italia, il controllo delle risorse commerciali aveva assicurato un condizionamento su tutto il sistema (che impropriamente fu detto duopolio) e segnato per decenni un senso comune di massa.

Ora, è quell’immaginario collettivo, è quell’incremento indiscriminato e apparentemente inarrestabile di desideri individuali (che il capitalismo muove e gestisce con polso ferreo nel mondo), che sono entrati in rotta di collisione con la salvezza stessa del genere umano (energie non rinnovabili, buco dell’ozono, riscaldamento del pianeta). Sono enormi le forze che devono muoversi nel mondo per “governare” un riequilibrio, tra bisogni dell’umanità e risorse planetarie. Anche qui: sono decenni che culture e soggetti dello sviluppo “compatibile” fanno sentire la loro voce. Ma fino a quando anche i cittadini comuni non sentiranno come propria la responsabilità per un mutamento di prospettiva delle economie e delle costruzioni di società, lo sforzo resterà pia intenzione di minoranze illuminate.

Collegare la anonima ma estesa e multiforme pratica di cittadinanza attiva nei tanti paesi in cui queste esperienze si sviluppano a orizzonti generali di questo tipo, per la salvezza del pianeta, non è impossibile. Può sembrare una esagerazione, questo passaggio dalla cittadinanza attiva ai problemi dell’umanità, ma il fatto è che l’esperienza quotidiana ha già messo in diretto contatto le due prospettive: in Italia abbiamo discusso di opere pubbliche come il ponte sullo Stretto, e di nuove centrali nucleari, o di privatizzazione dell’acqua. I referendum hanno mobilitato il paese su queste alternative. Una chiave culturale molto forte d’altronde è già acquisita proprio con la tematizzazione, che la cittadinanza attiva e l’idea sussidiaria hanno fissato in Europa e nella stessa Costituzione italiana. Quella dei beni comuni.

Alcuni beni comuni hanno a che fare con la scarsità (energie, risorse non rinnovabili, ambiente ecologicamente in equilibrio). Ma altri beni, di natura immateriale (conoscenza, capacità creative e comunicative), sono abbondanti: e qui la pretesa di limitarne la crescita e l’impiego pubblico è destinata a sicura sconfitta. Le nuove generazioni sono in contatto in rete. Non solo vogliono contare. Ma già partecipano. E stanno cambiando il mondo. A partire dai paesi africani, che i potenti immaginavano esclusi  dalla storia.

Partecipare dunque è, oggi come non mai, anzitutto comunicare, far crescere saperi, allargare reti, rovesciare luoghi comuni, prospettare soluzioni innovative. E avere il coraggio di praticarle. Quali poi sono le forme organizzative della politica conseguente a queste istanze, è problema che pian piano si sta dipanando.

Giuseppe Cotturri (docente Università di Bari)

Costruzione del comune in sanità e crisi della rappresentanza: il caso dell’Umbria (di Carlo Romagnoli)

Con l’accettazione da parte della Giunta regionale delle dimissioni dell’assessore alla sanità, Vincenzo  Riommi, il problema della funzionalità dell’attuale sistema della rappresentanza  politica anche ai fini della promozione e tutela della salute assume assoluta rilevanza.

 Tutti noi dobbiamo riflettere senza infingimenti sulla crisi terminale che coinvolge i due modi di gestione che hanno avuto l’egemonia nel corso del secolo passato: il sistema di gestione privato e quello pubblico.  Restando alla sanità, del modello di gestione privato basterà dire che non vi è in letteratura un solo studio scientifico che ne attesti almeno la non inferiorità rispetto al pubblico nel garantire salute da un punto di vista di popolazione. E vi sono evidenze della relazione tra diminuzione degli anni di vita  vissuti senza salute e la percentuale crescente di spesa sanitaria privata rispetto a quella totale (CDSH, “Closing the gap”. 2008).  Per non parlare del privato come determinante della crisi ambientale  o di quella finanziaria, economica e sociale che producono precarietà e nuova povertà in tutto il mondo.

 Il problema però è che già dal 2008 l’OMS ci dice che il pubblico, invece di produrre equità nella salute, comunità sane e servizi centrati sui bisogni della gente, sostituisce i fini  e produce centralità dell’ospedale, commercializzazione ( la pandemia!) e frammentazione dei programmi sanitari ( OMS,  World health report 2008).

 Oggi noi dobbiamo aggiungere che, oltre a quanto l’OMS autorevolmente denuncia, il SSR in Umbria ha dimostrato di produrre anche l‘uso privato del pubblico.

 Associando poi i fatti di casa nostra con quanto già si è verificato in Abruzzo o in Calabria, solo per restare ai casi più clamorosi, vi è sufficiente evidenza del fatto che il problema investe in pieno non solo il cosiddetto “centro sinistra”, ma la stessa capacità del pubblico di garantire il rispetto delle finalità sociali per cui è stato creato.

 Se i partiti selezionano i gruppi dirigenti contando più sui vincoli di appartenenza territoriale e amicale (i clan!) che sulla capacità di dare concretezza ai programmi e se questi partiti riescono a mettere le mani su aziende sanitarie che, prive di qualsiasi elemento di partecipazione reale e di controllo dal basso, sono un eccellente leva per ottenere voti, fare favori, spostare le risorse di tutti su definiti territori e orientare appalti, ebbene noi, di tutto questo, non sappiamo che farne.

 Nuova sanità pubblica? Cosa può significare se meccanismi politici e sistemi di gestione aziendale restano gli stessi?

 Non bastano nemmeno le giaculatorie sulla sanità come bene comune perché vecchi e nuovi partiti dicono già da ora che ci penseranno loro a difendere i beni comuni.

 Ma il punto è un altro: come ci liberiamo di questi due modi di gestione evidentemente superati e come lavoriamo per costruire il comune in sanità.

 Il bello del concetto di comune (Hardt e Negri, 2010) è che esso consiste nel “ Divenire principe della moltitudine”, ossia in un processo aperto in cui noi in quanto molti, grazie anche alla materializzazione del cervello sociale nella rete ed ai dispositivi di inclusione e condivisione grazie ai quali l’abbiamo resa forte ed efficiente, ci “autoattiviamo” ( M Castells, 2009).  

 Costruire il comune in sanità può voler dire allora  che i cittadini, anche grazie al web 2.0, condividono la scelta delle priorità, verificano in regime di terzietà la qualità delle cure, valutano l’impatto pratico delle politiche sanitarie sulla loro salute.

 Ecco, facciamo una cosa nuova piuttosto che cercare di applicare nel presente le ipotesi del passato: concentriamo l’attenzione di tutte le persone di buona volontà sulle buone pratiche di costruzione del comune in sanità: ce ne sono già molte in giro e chissà quante ne possiamo condividere se ci mettiamo a ragionare insieme.

  Carlo Romagnoli  responsabile sanità Associazione Consumatori e Utenti Umbria

La ricchezza sarà comune o non sarà: una terza strada fra pubblico e privato (di Alberto Biancardi)

Il titolo è preso in prestito, con qualche adattamento, da André Breton, il leader dei surrealisti francesi. Infatti, la citazione corretta sarebbe “la bellezza sarà convulsa o non sarà”.

 Lo spunto mi è venuto leggendo le posizioni espresse dal leader dei Conservatori inglesi, David Cameron che si riflettono anche nel programma di governo. Nel quadro di un indirizzo di generale decentramento amministrativo si prevede, con molta enfasi in verità, che alcuni servizi pubblici siano forniti da strutture decentrate e partecipate direttamente dai cittadini, incoraggiando la responsabilità del singolo individuo.

 È noto che sul tema della partecipazione di cittadini e consumatori alla definizione e all’erogazione dei servizi pubblici c’è una letteratura economica molto ampia. Lo stesso tema dell’imprenditore sociale è oggetto da qualche tempo di particolare attenzione da parte degli economisti, ma anche dei politici e degli amministratori.

 Fra i contributi cui si può fare riferimento, particolarmente interessanti mi sembrano quelli di Elinor Ostrom (Nobel per l’economia nel 2009). La motivazione principale dell’assegnazione del premio sta proprio nell’aver dimostrato come i beni comuni possano essere gestiti adeguatamente da unioni e accordi fra utilizzatori dei medesimi beni. Ostrom, infatti, ha studiato in quali circostanze una comunità sia in grado di identificare e applicare tutte le norme comportamentali alla base della produzione e ripartizione di un bene comune, senza alcun intervento da parte del governo centrale.

 La ricerca di Elinor Ostrom e dei suoi collaboratori non è solo di tipo teorico e formale, ma anche sperimentale e basata sullo studio di situazioni vigenti in svariate realtà. È interessante osservare come dalle analisi sperimentali e dai case study il coordinamento fra individui emerga spesso come soluzione efficiente e preferita dagli individui, anche se attraverso modalità differenti fra loro.

 L’analisi è riferita ai cosiddetti pool di risorse comuni (common-pool resources), cioè quei beni – si pensi ai pascoli alpini o alle aree di pesca – il cui consumo ha bassa escludibilità ed elevata rivalità.
Non è, dunque, una regola definita al di fuori della comunità che consente di coordinarsi e di rendere sostenibile l’azione del consumo: sono i singoli individui che percepiscono come singolarmente e collettivamente conveniente il coordinamento. Anzi, proprio in base a questa percezione, si definiscono regole – talvolta implicite – per limitare l’uso della risorsa comune e per sanzionare chi dovesse decidere di non adottare il comportamento cooperativo.

Le condizioni che si devono verificare affinché i singoli individui siano indotti a collaborare sono riconducibili, in estrema sintesi, alla creazione di un sistema di mutua identificabilità di ciascun individuo e di elevata informazione sulle conseguenze derivanti dall’azione individuale e collettiva.

In sostanza, per l’esplicarsi della cooperazione e per garantire la sostenibilità del pool di risorse comuni devono venire meno i comportamenti che, seguendo la terminologia in uso nella teoria economica, portano alla cosiddetta tragedy of the commons che consiste essenzialmente nell’incentivo a sovra sfruttare la risorsa in assenza di limiti e controlli. Il rimedio sta nella consapevolezza che, nel lungo periodo, lo stesso consumatore egoista sarebbe privato della disponibilità del bene e, quindi, nella preferenza per un modello di coordinamento con gli altri consumatori (e produttori, nel caso) per garantire la sostenibilità del comportamento della collettività nel suo complesso.

È interessante notare che le alternative alla tragedy of the commons (cioè, la distruzione della risorsa pubblica) costituite dalla privatizzazione, dalla regolazione dei comportamenti e dall’affidamento ad un operatore pubblico, secondo la Ostrom, presentano ognuna dei limiti e delle problematicità.
Infatti, affidare a un’entità terza – privata o pubblica – rispetto alla comunità locale la gestione del pool rischia di rivelarsi inefficace al fine di tutelare la medesima risorsa, in quanto sia l’organizzazione pubblica che quella privata hanno propri obiettivi che non necessariamente implicano una piena tutela della risorsa.

A tal fine, vanno comunque imposte regole, all’operatore pubblico e a quello privato. Tuttavia, le informazioni non sono sempre disponibili in misura adeguata presso il governo centrale (e/o il regolatore) e, di conseguenza, il processo di definizione delle norme rischia di essere lungo e le stesse norme rischiano di essere imprecise.

In definitiva, gli strumenti della privatizzazione, dell’affidamento a un operatore pubblico e della regolazione non sono privi di controindicazioni: dunque , l’affidamento della gestione della risorsa a una comunità locale in grado di autoregolarsi è un’opzione percorribile e che, talvolta, può rivelarsi più efficiente delle soluzioni adottate più comunemente.

Ciò rende interessante il richiamo al programma dei conservatori. Non è certo la prima volta che destra e sinistra intersecano il loro percorso su questi argomenti. La stessa anima della sinistra, riguardo al rapporto fra Stato e cittadino, è storicamente duplice, e vede la convivenza fra tesi che identificano nella grande impresa pubblica e nel governo centrale la via maestra da seguire (tesi finora prevalente sotto il profilo applicativo), con quelle che auspicano il decentramento e l’adozione di schemi di democrazia diretta. Ciò che colpisce è che questo orientamento di sinistra che auspica il decentramento non è così lontano da molte delle posizioni del liberismo, anche di quello più radicale.

Ovviamente nelle posizioni di Cameron conta molto che questo è uno dei punti su cui è più probabile che si possano conseguire risparmi nel bilancio pubblico. L’alternativa, nella sua logica, sembra essere fra tagli indiscriminati – che colpirebbero comunque più i poveri che i ricchi – e misure di decentramento e affidamento ai cittadini di parte dei servizi pubblici, almeno in teoria in condizione di non peggiorare il livello di fornitura dei servizi medesimi e, al tempo stesso, di consentire un miglioramento dello stato della finanza pubblica.

Detto questo, un’ulteriore considerazione è direttamente connessa all’analisi di Elinor Ostrom che si è concentrata molto nell’analisi di contesti lontani da quelli che caratterizzano l’Occidente: si pensi alle riserve di caccia degli Indiani d’America, piuttosto che alla condivisione delle risorse idriche in sistemi agro pastorali asiatici. Ciò, però, non ha impedito di formulare osservazioni assai pregnanti riferite a situazioni ben più complesse e “occidentali”. La stessa Ostrom, in un recente articolo, ha rilevato come le caratteristiche dei pool di risorse comuni non siano attribuibili solo ai prodotti e servizi fruibili presso pascoli, aree di pesca o simili, che lei stessa e i suoi collaboratori hanno a lungo studiato. Internet o i mainframe informatici, ad esempio, sono considerabili common-pool resources, e lo sarebbe persino la finanza pubblica. Non so se la Ostrom se la sentirebbe di suggerire per quest’ultima una gestione pienamente decentrata e un’auto-regolazione… Tuttavia, a mio avviso, alcune parti della sua analisi sono estremamente interessanti per percepire al meglio le opportunità e sfide che si presentano.

 Quando ci si trova di fronte a un pool di risorse comuni, quanto più i soggetti sono informati delle conseguenze dei propri atti e si possono controllare con rapidità i comportamenti, tanto più è probabile che la cooperazione funzioni. Come dire: più gli individui si responsabilizzano, meno c’è bisogno di imporre regole dall’esterno senza che l’efficienza del sistema diminuisca. Questo vale anche per la finanza pubblica e per i servizi che questa deve finanziare.

 Anche se il progetto di una comunità consapevole nel caso di produzione e distribuzione di molti servizi pubblici può apparire utopistico sotto molti aspetti bisogna rendersi conto che lo stato attuale è spesso desolante: servizi costosi per la finanza pubblica, di qualità non elevata per i fruitori e la cui contrattualizzazione (cioè definizione di prezzo e servizio fornito) avviene in situazioni sempre più squilibrate. Da una parte, le agguerrite lobby dei produttori e, dall’altra, una burocrazia appesantita e inefficiente.

 Il miglioramento della capacità di selezione dei propri obiettivi da parte dei cittadini, la possibilità di disporre di informazioni affidabili, il monitoraggio di lobby e di burocrazia, per quanto siano obiettivi, come detto, sotto molti profili utopistici, rappresentano uno dei principali punti su cui una politica migliore dovrebbe puntare.

 Un cittadino che partecipa alla definizione dei servizi pubblici può diventare anche un migliore elettore, un soggetto maggiormente capace di tutelare i propri interessi e, al tempo stesso, di delegare ai politici e ai burocrati quello che non riesce o non vuole fare. Tra l’altro, viste le ristrettezze in cui versa la finanza pubblica di gran parte dei paesi maggiormente avanzati, non si vedono molte altre strade alternative da percorrere per mantenere almeno invariata la qualità dei servizi erogati.

 Tenuto conto dello stato della finanza pubblica in molti paesi occidentali e della crescente difficoltà a garantire servizi pubblici in quantità e qualità adeguate, forse si può dire davvero che la ricchezza o sarà comune o non sarà.

 Alberto Biancardi

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