Andreotti e l’andreottismo (di Claudio Lombardi)

Anche per Giulio Andreotti la morte non si commenta. Era prevedibile e annunciata come logica e naturale conclusione di una lunga vita. Meglio quindi pensare che Andreotti sia uscito di scena da anni e che ciò che merita di essere discusso oggi coincide con ciò di cui si è discusso nel corso del suo tempo. Sarebbe stato un bene se l’andreottismo fosse scomparso con lui, ma purtroppo ciò non è accaduto né accadrà tanto facilmente.andreotti

Un politico che attraversa da protagonista oltre 60 anni di storia italiana non può lasciare indifferenti né ricevere solo lodi o solo biasimo. Bisogna accettare che ci siano luci e ombre e punti di vista diametralmente opposti. Nel caso di Andreotti parleranno gli storici, ma ogni italiano che abbia superato i 40 anni ha “assorbito” l’opera di Andreotti attraverso lo svolgersi di una quotidianità che non è mai stata lontana dalle vicende politiche.

Chi abbia vissuto gli anni ’50 e, ancor più, gli anni ’60 e ’70 è rimasto coinvolto nella politica molto più di quanto è accaduto nei decenni successivi. In quegli anni la politica penetrava in tutti gli ambienti, nei territori, nelle fabbriche, negli uffici e nelle scuole. La politica coinvolgeva tutti e in tutti gli ambiti nei quali si svolgeva la vita degli italiani. La partecipazione altissima al voto lo testimoniava, ma lo dimostrava anche la presenza capillare delle organizzazioni di partiti che allora seppero essere realmente un canale di emancipazione del popolo dall’esperienza fascista. Una fitta trama di associazioni della società civile era presente, attiva e strettamente legata alle scelte politiche ed ideologiche rappresentate dai maggiori partiti.

I dirigenti di quei partiti di massa erano “naturalmente” noti, ascoltati e osservati dagli italiani che si legavano a loro anche confondendo la fedeltà di partito (o di corrente) con quella dovuta allo Stato. Ogni formazione politica e ogni leader creò la sua “cultura” fatta di messaggi espliciti, di esempi e comportamenti pubblici e privati.

Che Andreotti sia penetrato nella cultura popolare nazionale più di altri è un fatto certo. Non a caso ancora oggi, dopo tanti anni di lontananza dalla scena pubblica, molti italiani conservano il ricordo di quale sia stato il senso, il messaggio e l’insegnamento dell’opera di Andreotti. Che sia possibile tracciare il profilo di un “andreottismo” riconoscibile e riconosciuto non è cosa da poco e testimonia delle capacità di un politico che ha lasciato un segno profondo.andreotti imitazione

Dell’andreottismo però non si può dare un giudizio positivo. Tante degenerazioni del rapporto fra cittadini e Stato, tante deformazioni introdotte nella cultura civile degli italiani sono riconducibili a ciò che Giulio Andreotti ha fatto e detto rappresentando con la sua azione i limiti di uno sviluppo culturale nazionale ancorato a un “feudalesimo” da paese avanzato e democratico. Senza trascurare i giudizi positivi sulla sua opera in campo internazionale il tratto dominante dell’Andreotti politico è stata l’accettazione del sottosviluppo culturale e civile degli italiani, la spartizione dello Stato tra gruppi di potere, la soggezione alle mafie in nome degli equilibri che volevano una Democrazia Cristiana perennemente al vertice dello Stato. Ovviamente è una responsabilità che Andreotti condivise con buona parte della DC e degli altri partiti di governo. Aggiungiamo la collusione di un bel pezzo di classe dirigente e il quadro è completo.

I limiti maggiori dell’andreottismo sono stati nell’assenza di una visione strategica che guardasse all’evoluzione del Paese che aveva estrema necessità di una liberazione che continuasse dopo la fine del fascismo e l’avvio della Costituzione democratica e repubblicana.

prima pagina piazza fontanaQuesta evoluzione è stata ferocemente contrastata sia per motivazioni geopolitiche (la guerra fredda tra URSS e USA) sia per i limiti di classi dirigenti che continuavano ad accettare il compromesso (questo sì storico) con l’arretratezza del Mezzogiorno e che, anzi, avevano trovato in questa arretratezza la miniera d’oro dei nuovi traffici criminali che giravano intorno all’edilizia, alla droga e all’uso dei soldi e delle risorse pubbliche.

Ben al di là delle battute di umorismo freddo per le quali Andreotti è passato alla storia si è impressa nella cultura nazionale l’immagine di un politico che si poteva tranquillamente ritenere coinvolto in tutte le trame criminali e terroristiche che ruotavano intorno all’anima nera del potere senza suscitare un moto di sdegno e di ribellione.

Che tanti italiani abbiano accettato questa doppia verità- che ci fosse una trama di violenza e di sangue gestita da apparati dello Stato e una alleanza della politica con la mafia e che ci fosse un politico al vertice dello Stato ritenuto il punto di riferimento di tutto ciò – è sconcertante.

Occorre riflettere su questa parte della nostra storia perché un altro “ismo” si è affermato ed è penetrato nella cultura popolare nazionale come un fenomeno politico e di costume. Un altro “ismo” – il berlusconismo – che appare come l’aggiornamento del feudalesimo da paese avanzato disposto ad ogni compromesso per garantire il controllo dello Stato e delle risorse pubbliche ad alcuni ceti sociali e gruppi di potere. Un altro leader è diventato un’icona ed è saldamente il fulcro della politica italiana: Silvio Berlusconi.

Claudio Lombardi   

Chi la spara più grossa vince? (di Claudio Lombardi)

Grillo chiede ad Al Qaeda di bombardare il Parlamento. Berlusconi si preoccupa delle signore che vogliono pagare in contanti pellicce e gioielli e contemporaneamente promette aliquote fiscali molto basse, abolizione e restituzione dell’IMU, “guerra” alla Germania e, persino, l’uscita dall’euro. Entrambi non parlano il linguaggio della verità, ma quello della pubblicità. Sanno benissimo che quello che dicono è aria fritta cioè irrealizzabile o falso, ma lo dicono lo stesso per il coinvolgimento emotivo che può suscitare esattamente come fanno i piazzisti nei mercati di provincia quando si impongono con le urla e con l’esagerazione smodata per vendere qualcosa che non potrà mai corrispondere a ciò che dicono. Tutti lo capiscono, ma soggiacciono all’illusione o subiscono la forza di chi afferma una verità urlata.

Si sa che governare e fare politica non è facile e che bisogna avere cultura, senso della missione da compiere per la collettività, capacità di vedere lontano, competenze, lealtà, onestà. Si sa, eppure nel momento della campagna elettorale ad alcuni piace lasciarsi andare alla suggestione ancestrale di ammirare chi si candida ad essere il “capobranco” ed esibisce la sua sfrontatezza e la sua determinazione al di là di qualunque ragionamento. È il carisma micidiale arma con la quale tante volte i popoli sono stati catturati e portati al disastro.

Lo si sa, ma gli aspiranti “capibranco” volitivi e sfrontati riescono sempre ad avere un seguito. Perché? Prendiamo due esempi: Grillo e Berlusconi.

Il primo si identifica con un’intransigenza verbale che si trasforma in aggressione e in insulto. Il suo “segreto” è presentare obiettivi strategici complessi come soluzioni immediatamente realizzabili. Automaticamente nemici e degni di insulto sono quelli che le ostacolano. Grillo non si espone al dubbio, non fa distinzioni, semplifica al massimo e propone ai suoi seguaci una identificazione che divide la realtà fra chi lo segue ed è amico e chi non lo segue ed è nemico.

In nome di questa distinzione lui può dire tutto e il contrario di tutto: ciò che conviene alla sua visibilità è comunque legittimato. Il bombardamento del Parlamento (con dentro anche i grillini neo eletti)? Va bene. I fascisti di Casa Pound e il ripudio dell’antifascismo? Va bene pure questo. Non ci sono limiti perché il marketing è tutto. La scelta è sempre quella di esasperare i toni e di far leva sulla distinzione amico-nemico.

Quanto detto sul metodo Grillo non è però valido per il Movimento 5 Stelle i cui aderenti dimostrano una volontà di partecipazione vera fondata sul confronto, sulla ricerca e diffusione delle informazioni, sulla coerenza e sull’onestà. E allora perché la comunicazione pubblica monopolizzata da Grillo si svolge su un altro piano? E perché è accettata da tutti quelli che poi cambiano linguaggio nella loro pratica politica quotidiana? Il dubbio di quale sia il vero programma del M5S però rimane perché all’iperpresenza di Grillo non si sovrappongono proposte articolate e precise e perché lo stesso Grillo non si sottopone a confronti. Spesso l’aggressività della comunicazione e l’estrema semplificazione nascondono proprio l’indecisione e la vaghezza dei programmi e il rinvio delle decisioni vere.

Veniamo a Berlusconi. Qui il discorso è più semplice perché la comunicazione pubblica è tutta orientata all’esaltazione degli interessi individuali che verrebbero ostacolati dalla legalità e dallo Stato. Dietro alla ridicola riesumazione del “pericolo comunista” e alla lotta alla magistratura c’è solo questo. Messaggio molto semplice e molto fuorviante che propone alla massa ciò che si può realizzare solo per pochi. Pochi, spregiudicati e senza scrupoli.

Guidare uno Stato è difficile e le scelte che convengono a un ristretto ceto di affaristi in grado di sfruttare l’illegalità e l’assenza di regole e controlli non possono essere quelle con cui si gestisce la collettività pena un gigantesco spreco di risorse e una cultura civile improntata all’arrembaggio di tutti nei confronti delle risorse pubbliche. La conseguenza è che diventa inevitabile aumentare la pressione fiscale su quelli che pagano sia per coprire quelli che non pagano, sia per pagare servizi e apparati inefficienti e inquinati dalla corruzione. Se si mettono insieme corruzione, inefficienza, arretratezza e trascuratezza delle infrastrutture e degli spazi pubblici si ha un quadro rappresentativo del declino dell’Italia che parte da lontano, ma che si è esasperato, negli ultimi 17 anni, con l’ideologia e la pratica del berlusconismo. Tagliato su misura per gli interessi privati di pochi che sfruttano il potere per consolidare ed espandere le proprie ricchezze non può essere adatto a governare una collettività.

Eppure anche in questo caso la fascinazione esercitata dal messaggio primordiale del “capobranco” Berlusconi gli consente di smuovere un bel po’ di consenso. Irrazionale certamente perché messo al servizio dell’interesse privato di pochi, ma pur sempre consenso.

Uscire dal predominio dell’irrazionalità e dell’illusione dei messaggi di marketing politico è un obiettivo di medio-lungo periodo per chi crede nella democrazia. Il miglior antidoto è sicuramente l’esercizio della partecipazione perché forma la coscienza civica e permette al cittadino di conoscere, valutare e far pesare il suo punto di vista di membro della collettività. Ma è un esercizio che ha bisogno di tempo e di radicamento per produrre i suoi effetti. Bisogna crederci e bisogna che sempre più forze politiche, associazioni e movimenti lo assumano come loro obiettivo strategico.

Claudio Lombardi

Il Paese, la politica, le responsabilità (di Antonio Gaudioso)

C’è un momento in cui la responsabilità, in un paese normale, dovrebbe avere la meglio sui calcoli politici, sulle decisioni che sono legate all’autoconservazione, sulla tutela e la protezione di sé, dei propri amici, degli amici degli amici.

C’è un momento in cui, una volta tanto, la strumentalizzazione, gli interessi particolari, il giocare sulla pelle di un paese dovrebbe lasciare il passo all’onestà, almeno intellettuale.

Evidentemente a questo momento non siamo ancora arrivati. Ma quando è troppo è troppo.
Quello che sta accadendo in queste ore è quanto di peggio potessimo aspettarci come epilogo di una legislatura totalmente al di sotto delle attese, in un Paese che attende da una vita riforme che non arrivano mai.

L’idea poi da parte dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi di ricandidarsi è persino una offesa all’intelligenza delle persone: scelta legittima certo, ma non se motivata con il fallimento del governo Monti.

A questo punto verrebbero spontanee almeno 5 domande da fare all’ex Presidente del Consiglio:

  1. Ha votato o meno nell’ultimo anno oltre 50 volte la fiducia al governo attuale? Se il governo Monti stava avendo una condotta fallimentare, ci ha messo un anno per accorgersene?
  1. Chi ci ha portato nella situazione di emergenza nazionale nella quale eravamo prima del governo attuale, in una situazione “quasi greca” con buchi giganteschi nei bilanci dello Stato che hanno richiesto in quest’ultimo anno sacrifici durissimi alle famiglie italiane?
  2. È vero o non è vero che solo 8 mesi prima della caduta del precedente governo il ministro Tremonti diceva che l’Italia era in piena sicurezza, mentre Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna erano già sull’orlo di o in pieno baratro?
  3. La colpa di quella situazione drammatica della finanza pubblica era solo dei banchieri e degli speculatori cattivi o piuttosto di una incapacità strutturale di governo del paese che, in oltre dieci anni, ha avuto una crescita da prefisso telefonico mentre le più importanti economie internazionali (e per la verità anche quelle meno importanti) crescevano molto di più della nostra?
  4. È serio in un paese serio promettere ai cittadini di togliere l’ICI, poi toglierla e creare un buco enorme nelle amministrazioni locali (che di questo vivevano…), costrette a tagliare i servizi e ad aumentare le tariffe per riuscire a sopravvivere con conseguenze pesantissime sulle famiglie così come è stato fotografato molto bene dall’Osservatorio prezzi e tariffe (su asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici locali etc.) della nostra organizzazione?

Per quanto ci riguarda abbiamo avuto in parecchie occasioni da ridire sull’operato del Presidente Monti. Non siamo stati d’accordo su alcune scelte strategiche, non ultima quella del decreto Ilva che abbiamo criticato duramente e con nettezza. Abbiamo criticato anche vari Ministri, che non abbiamo ritenuto all’altezza.

Detto questo, va dato atto al Presidente del Consiglio di aver riportato al centro del dibattito una serie di temi, dalla peso della corruzione sullo sviluppo a quello delle riforme economiche sulla libertà di impresa, alla riforma del finanziamento del servizio sanitario nazionale. Tutti temi su cui si possono avere idee diverse (e noi le avevamo e le abbiamo espresse chiaramente…), ma che sono argomenti “sani” su cui un paese normale dovrebbe dibattere, dividersi e poi decidere quando ci si avvia ad una tornata elettorale importante come quella che ci attende. Invece niente.

I partiti, in particolare quello che ha appena tolto la fiducia a questo governo, si sono lamentati per quasi un anno del fatto che il cosiddetto “governo tecnico” limitasse le prerogative del Parlamento.
Vista col senno di poi è una affermazione quasi ilare. È da marzo che le più alte cariche dello Stato (in primis il Presidente del Senato) ci dicono con cadenza quasi settimanale che si sarebbe calendarizzata ad horas la discussione sulla legge elettorale e sulla riforma del tanto odiato (a parole…) Porcellum. Ci è stato detto che su questo la politica e la leadership della stessa si giocavano la propria credibilità… Detto fatto. Andremo alle elezioni con la stessa, vergognosa, legge attuale che mette nelle mani di poche persone la “nomina” dei parlamentari. Se questa mancata riforma doveva dare la misura della credibilità di questo parlamento stiano sicuri i leader che il messaggio è arrivato ai cittadini forte e chiaro.

Quello che ora ci attende è il rischio di una campagna breve ma “balcanizzata”, dura, senza esclusione di colpi, discussa e giocata con cinismo sulla pelle delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e di giochetti ne hanno le scatole piene, facendo promesse che non si riusciranno a mantenere pur di salvare la propria traballante poltrona. Magari prendendosela con l’Europa, con i banchieri, con la Germania, con complotti di oscuri “poteri forti” che stanno tramando per distruggere l’Italia…

Basterebbe fare un minimo di analisi di coscienza, verificare che siamo in questo stato per una classe dirigente che da molti anni si è dimostrata a dir poco scarsa, per non dire altro. Basterebbe questo per evitare di andare a cercare colpevoli laddove non ce ne sono, basterebbe evitare di “prendersela con l’arbitro” quando si è incapaci di giocare bene.

Anche noi parteciperemo alla campagna elettorale, certo a modo nostro, come un movimento che fa della battaglia per la tutela dei diritti, della promozione della partecipazione civica e della legalità dei paletti da cui non si può prescindere e non certamente per sostenere un partito o un altro.
Faremo di tutto per far sì che chi si candida a governare questo Paese dica delle cose chiare e nette prima delle elezioni sul futuro della scuola, sull’ammodernamento della giustizia, sul servizio sanitario nazionale, che non può avere cittadini di serie a e di serie b, sui servizi pubblici locali.
Presseremo e monitoreremo, chiederemo e verificheremo. Faremo emergere le incongruenze nei programmi e nelle proposte, comunicheremo ai cittadini chi accetterà di impegnarsi trasparentemente su alcuni temi che ci stanno a cuore, difenderemo l’Europa e le sue istituzioni da ogni volgare strumentalizzazione per fini più o meno di bottega. Vedremo come saranno fatte le liste, se necessario ci esprimeremo quotidianamente per far sì che il voto di tutti noi cittadini di questo paese, quale che sia lo schieramento che ognuno di noi vorrà scegliere, sia espresso in modo consapevole.
Lo faremo perché amiamo il nostro Paese e apprezziamo la forza e il coraggio delle tante persone che tutti i giorni, facendo onestamente il proprio dovere, lavorando o cercando un lavoro, con grande dignità, hanno la speranza di costruire – per sé e per i propri figli – un Paese migliore. Gli italiani sono ricchi di civismo e disponibilità, molto più di quanto si voglia far credere. In Italia esistono giacimenti importanti di partecipazione e di sensibilità a partire dai quali può ripartire il cammino per dare un futuro al nostro paese.

Le persone che ogni giorno incontriamo sono fortemente impegnate a migliorare la qualità della vita di tutti e mostrano di essere migliori di quei pezzi di classe dirigente che vorrebbero sfasciare tutto, mostrando attenzione soltanto per i propri interessi egoistici. Queste persone meritano rispetto e fiducia, e meritano una classe dirigente degna di questo nome. Per quello che ci riguarda nei prossimi mesi saremo cittadini ancora più attivi e, con quello di cui siamo capaci, proveremo a dare il nostro contributo in questa direzione. Ci accompagnerà la fiducia nelle capacità degli italiani e la consapevolezza che tutti insieme usciremo da questo momento di difficoltà.

Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva da www.cittadinanzattiva.it

Giustizia, corruzione e cittadinanza attiva (di Claudio Lombardi)

Lentamente va avanti in Parlamento l’esame del disegno di legge contro la corruzione. Quella che sarebbe dovuta essere la prima priorità per una classe dirigente responsabile e consapevole della gravità del problema corruzione (secondo la Corte dei Conti peserebbe per circa 60 miliardi di euro sull’economia italiana) per il nostro Paese è diventato invece un treno che avanza alla minima velocità e fermandosi ai molti semafori rossi che incontra sulla sua strada. Chi aziona quei semafori? Semplice, gli stessi che della corruzione hanno goduto sia in termini di potere, che di influenze elettorali che, anche, di concreti vantaggi economici. Ricordiamo bene l’epoca delle cricche e dei ministri a cui veniva pagato l’acquisto della casa a loro insaputa. Tranne quelli che sono stati arrestati gli altri stanno sempre lì.

Il re di questi “gattopardi” è quel Berlusconi che dopo aver fatto il comodo suo con le istituzioni dello Stato usandole come sua riserva di caccia personale (e dei suoi complici), confezionando le leggi a misura dei suoi interessi (ricordiamo solo il dramma della prescrizione accorciata unita alla mancanza di risorse per la giustizia che produce impunità per chi può pagare i migliori avvocati) adesso sembra voglia inventare una lista civica per ripresentarsi come leader politico del popolo. Proprio lui che è fra i maggiori responsabili del declino dell’Italia di cui noi adesso paghiamo le conseguenze.

Cosa c’è che non convince nella legge che si sta delineando? La nuova disciplina della concussione sicuramente. A leggere molti e autorevoli commenti si tratta di un indebolimento della possibilità di colpire quei comportamenti che inducono ad un reato in forza della posizione di forza di una delle parti. Guarda caso sarebbe anche il reato di cui è accusato Berlusconi per il caso della giovane prostituta minorenne che lui fece rilasciare dalla Questura di Milano. Ma sarebbe anche il caso delle accuse mosse all’ex Pd Penati. È lecito pensare che si tenti di aiutare personaggi di questo calibro con la nuova legge? Sì è lecito, ma è scandaloso che questo avvenga oggi, con il Paese e l’Europa intera travolti da una crisi economica che mette a rischio le condizioni di vita di molti milioni di persone. Che qualcuno possa solo pensare di costruire un’altra legge ad personam assume il sapore di una beffa ai danni degli italiani. Anche se così non fosse sarebbero sempre colpevoli di omissione tutti coloro che non si impegnano per una legge severa e immediata, ma tentano di rinviare, smorzare, dirottare per coprire interessi che vanno solo colpiti senza se e senza ma.

Intanto qualcuno lavora su un altro piano e tenta di costruire un approccio nuovo al tema giustizia. In questi giorni sono stati presentati due documenti che magari non occuperanno le prime pagine dei giornali, ma testimoniano che una parte sana c’è nel popolo, negli apparati dello Stato, nelle istituzioni. Si tratta dei Rapporti di Cittadinanzattiva sulla valutazione civica in alcuni tribunali civili e sullo stato della giustizia. Frutto dell’incontro fra cittadini organizzati e dotati di validi strumenti di indagine, avvocati, magistrati, dirigenti della Giustizia e con l’appoggio del Dipartimento organizzazione giudiziaria i due rapporti mettono la giustizia sotto i riflettori per le sue mancanze, per le sue criticità, ma anche per la centralità e insostituibilità del suo ruolo.

Cosa si dice in questi rapporti? Nessuna scoperta clamorosa e niente che già non si sapesse: lunghezza dei processi, scarsità dei mezzi, inadeguatezza delle strutture, carenza di personale, procedure da modificare.

Otto anni e tre mesi la durata media di un processo penale, il doppio rispetto al 2010 e con punte di oltre 15 anni nel 17% dei casi. Ancora peggio in ambito civile dove, ad esempio, il 20% dei procedimenti si protrae dai 16 ai 20 anni.

La crisi economica si riflette sulle cause avviate: nel civile si impennano le controversie in ambito lavorativo e previdenziale (dal 13% nel 2010 al 21,5% nel 2011) e quelle relative ai diritti reali (+6,5%). Nel penale, crescono i reati contro il patrimonio (34% rispetto al 19% del 2010).

Problemi anche per il gratuito patrocinio accessibile a pochi e per la mediazione civile facoltativa (sfruttata solo nel 10% dei casi) e per quella obbligatoria (inefficace nel 65% dei casi).

Chi volesse può approfondire la lettura dei rapporti e delle proposte formulate da Cittadinanzattiva collegandosi al sito www.cittadinanzattiva.it .

La novità, però, è un’altra ed è proprio l’avvio di un lavoro comune fra cittadini, ministero della giustizia e operatori che in quel mondo svolgono la loro attività professionale (avvocati, magistrati, dirigenti).

Dopo anni di attacchi alla Magistratura e di strumentalizzazione della giustizia per condurre una spietata lotta di potere la strada imboccata da Cittadinanzattiva, resa possibile dalla grande partecipazione dell’opinione pubblica che ha sbarrato la strada per anni al dilagare dell’illegalità promossa da chi pensava di avere nelle sue mani lo Stato, è quella che si rivelerà più costruttiva a patto che nelle istituzioni i rappresentanti politici mettano da parte i loro interessi di parte e pensino all’interesse degli italiani e al valore supremo della legalità. Se non lo faranno dovremo chiamarli a rispondere anche di questo e li denunceremo anche se si dovessero riciclare dentro finte liste civiche.

Claudio Lombardi

Una rivoluzione civica che cacci la politica corrotta e inefficiente (di Claudio Lombardi)

Questo Governo e questa politica in buona parte corrotta e inefficiente sono un lusso che l’Italia non può più permettersi. Prima i cittadini se ne renderanno conto e meglio sarà per tutti. Forte è la tentazione di esprimere giudizi generali e radicali, ma occorre fare lo sforzo di distinguere a patto che quelli che lo vogliono veramente si distinguano loro per primi da un’onda che rischia di travolgere la comunità nazionale.

L’onda non è quella della speculazione internazionale; questa è, semmai, l’occasione per rivelare un baratro, un pozzo nero nel quale sono state riversate energie, ricchezza, risorse prodotte da questo Paese per decenni e distrutte da una classe dirigente nella quale ha prevalso la parte delinquenziale.

Parole forti? Sì come forti sono le rivelazioni che stanno mostrando, giorno per giorno, il volto criminale di tanti che si sono impadroniti del potere e lo hanno usato per i propri interessi tradendo e danneggiando lo Stato e la collettività e imbrogliando gli elettori.

Come altrimenti definire ciò che rivela l’azione, mai come adesso preziosa, di una magistratura che tutto il Governo avrebbe voluto ridurre al silenzio e contro la quale si è scatenata una guerra che dura da troppo tempo ormai?

Avevamo scritto che questa guerra appariva la guerra degli imputati contro i rappresentanti della legge che avevano scoperto le loro trame. Adesso si può dire tranquillamente che gli imputati appaiono i colpevoli che dovrebbero essere puniti con la massima severità per i loro crimini. Altro che sconti di pena: la punizione dovrebbe essere molto più severa di quella riservata ai comuni cittadini perché i reati sono stati commessi usando il potere che deriva dalla democrazia e questa deve essere un’aggravante non un’attenuante delle pene.

Sulla crisi finanziaria e sulla manovra è stato detto tutto. Un gruppo dirigente politico che dovrebbe curare lo Stato è arrivato all’emergenza, come accaduto tante volte nel passato, prima di risvegliarsi dalla sua disattenzione ed assumere misure di emergenza che adesso tutti dobbiamo digerire e pagare. Noi, non loro.

Misure inefficaci, dispendiose e sostanzialmente inutili perché basate sulla solita logica dei tagli e delle tasse per tappare una falla oggi senza pensare al domani.

Da varie parti sono state avanzate proposte alternative. Lo ha fatto Sbilanciamoci e abbiamo pubblicato la sua posizione ( http://www.civicolab.it/?p=1346). Lo hanno fatto altri come Tito Boeri che ha proposto alcune misure immediate ed efficaci: il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica dotato per il 2012 di ben 5,85 miliardi di euro non sia speso per interventi elettorali a discrezione del ministro dell’economia, ma sia abolito destinando i soldi alla riduzione del disavanzo; riduzione immediata delle indennità parlamentari fissando un limite di spesa corrispondente all’ammontare delle indennità medie dei parlamentari in Europa ed USA parametrato su 300 membri da dividere fra tutti i parlamentari in modo che ci sia l’interesse a ridurne il numero fino a 300 (più sono meno guadagnano, ma guarda cosa si deve fare con gente che dovrebbe essere l’espressione migliore della società !); nuovo sistema di calcolo delle pensioni dei parlamentari applicando il regime pensionistico generale; scioglimento dei consigli provinciali e trasformazione in assemblee dei comuni; aggregazione dei comuni sotto i 5000 abitanti.

Tutte misure che darebbero il segnale che c’è una classe dirigente seria e decisa a cambiare strada. Senza questi segnali e con gli scandali che esplodono quasi ogni settimana gli italiani sono autorizzati a pensare che la palla al piede del Paese sia una gran parte della politica e che l’obiettivo più immediato, passata la “nottata” della speculazione finanziaria, sia una rivoluzione civica che cacci la gente di malaffare che si è impadronita della politica, ma anche quelli che pensano di farsi i propri affari e che non sono capaci di svolgere le funzioni che hanno assunto.

Il primo da cacciare è lo pseudo Presidente del Consiglio che abbiamo e che sempre più si rivela per quello che è sempre stato: un affarista e un avventuriero che ha commesso ogni genere di reati per arrivare al potere ed aumentare la sua ricchezza, che se ne frega dell’Italia e del bene pubblico e che è pronto a distruggere ogni cosa pur di restare ricco e potente.

Lui e il suo sistema di potere e la gente che lo segue ed esegue i suoi ordini sono il vero cancro dell’Italia e rivelano i limiti di una costruzione statuale e nazionale che non si è mai compiuta e che si è intrecciata con il potere malavitoso e mafioso e con il culto dell’individualismo e di quello che fu chiamato il “familismo amorale” che affligge gli italiani.

Per fortuna esiste anche un’altra Italia fatta da milioni di persone impegnate in politica o nell’associazionismo e nel volontariato. Questa Italia deve pretendere di prendere il potere democratico nelle sue mani, attraverso libere elezioni e imponendo ai partiti che danno minime garanzie di onestà e di lealtà istituzionale di fare spazio ai suoi rappresentanti. Elezioni da svolgere con una legge elettorale nuova che bisogna imporre a questo Parlamento con una pressione dal basso e che si devono svolgere al più presto possibile.

A questo punto questa è l’unica svolta alla quale si può credere

Claudio Lombardi

Una vera grande riforma: i cittadini padroni di casa della Repubblica (di Claudio Lombardi)

Ancora notizie che fanno riflettere. Un signore privo di qualunque titolo per intervenire in faccende istituzionali e di area governativa si rivela essere lo snodo concordemente riconosciuto da autorevolissimi esponenti politici , dello Stato e dei suoi apparati di sicurezza nonché dei vertici di aziende pubbliche (Rai, Eni) per decisioni importanti che sembra pilotare secondo logiche di potere che vanno ben oltre la modestia della sua persona.

Ciò che si sa finora dell’inchiesta su Bisignani fa intravedere elementi di una gestione parallela dello Stato e delle istituzioni che si svolge all’ombra di quella legittima e che mira ad interferire con le procedure e le decisioni che in quest’ambito vengono prese.

Lungi dallo scandalizzarsi ecco che Berlusconi, Presidente del Consiglio, e il suo fido Ministro della giustizia nonché pseudo segretario del PdL, si lanciano in attacchi ai magistrati colpevoli di aver scoperto questa trama che è stata definita dagli stessi PM un sistema criminale che agisce con modalità proprie delle associazioni di tipo terroristico e mafioso.

Senza preoccuparsi di apparire sostenitori del potere occulto gestito da quel “sistema criminale” emettono già la loro sentenza. Trattasi di “fatti irrilevanti” per scoprire i quali si sono spesi troppi soldi e, quindi – ecco la proposta del Governo – è urgente cancellare o limitare i mezzi di indagine che consentono di scoprire simili reati.

Con tutta evidenza si tratta di una dichiarazione di sostegno esplicito ai poteri occulti che tramano contro lo Stato democratico. Per aiutarli si cancellano strumenti di indagine sulla criminalità e si sabota il lavoro della magistratura. Ora si capisce ancora meglio il motivo per il quale il capo del Governo conduce da anni una sua personale guerra ai magistrati. Non si tratta solo di sfuggire alle sue responsabilità e ai reati di cui sembra proprio responsabile, ma anche di coprire la costruzione di un potere parallelo a quello legittimo che usa i mezzi dello Stato e gli strumenti istituzionali per sovvertire la democrazia. Ecco perché tanto accanimento sordo ad ogni ragionevolezza.

Problema Napoli. Situazione nota in tutti i suoi aspetti ormai, necessita di un grande sforzo per preparare un sistema diverso di gestione dei rifiuti da realizzare però mentre i rifiuti continuano ad essere prodotti e devono essere smaltiti. Il nuovo sindaco ha le idee chiare e l’appoggio di una parte dei napoletani. Ma è evidente che senza l’aiuto del Governo nazionale non si riuscirà a fare le due cose insieme in un contesto, tra l’altro, profondamente inquinato dalla criminalità camorristica collusa da sempre con una parte della politica.

Lo ha detto chiaramente il Presidente della Repubblica che occorreva un decreto legge che consentisse di trasferire i rifiuti in altre regioni in modo da guadagnare il tempo necessario a far partire il nuovo sistema.

Ma il Governo non lo fa. La Lega dice di no per far vedere che non ha perso la sua identità dopo tanti anni passati nelle stanze del potere e lo fa mostrando la faccia feroce di fronte ad una città in ginocchio che ha solo bisogno di essere aiutata.

Berlusconi è felice che si avveri la sua profezia: “ i napoletani si pentiranno moltissimo” di aver eletto De Magistris e ci si mette d’impegno per assecondarla. Ognuno conduce il suo gioco e fa i suoi interessi sulla pelle degli italiani. Sì perché questa è gente che ha il potere e che dirige le istituzioni. La loro missione dovrebbe essere risolvere i problemi costruendo il futuro del Paese e, invece, si fa gli affari suoi e rivendica pure il suo diritto di farseli in santa pace e di non essere disturbata dalla legge.

Intanto non la crisi economica globale, ma l’incapacità di gestire una delle economie più importanti del pianeta e i mezzi che lo Stato ne trae per svolgere i suoi compiti, costringerà gli italiani a pagare un conto salatissimo con la manovra finanziaria che sta scrivendo Tremonti.

Il quadro è molto brutto e ci colpisce come cittadini perché sentiamo che le forze politiche alle quali è stato dato con il voto il potere di governare non sono degne di fiducia e di stima. Sentiamo che il nostro Governo è delegittimato e inquinato da gentaglia che siede ai vertici e nel sottobosco e che somiglia sempre più, nei gesti, nelle azioni e nelle parole, a quei boss mafiosi e a quei golpisti che abbiamo visto in decine di film e fiction televisive. Questa, però, è realtà e pone tutti noi di fronte all’angosciante evidenza che non basta comportarsi bene e compiere il proprio dovere se poi lo Stato e le istituzioni sono piene di gente di malaffare. Il problema non è limitato al Governo, ma si estende al Parlamento, alle regioni, agli enti locali e a tutto il mondo che dipende dalla politica.

Non sono tutti uguali, ci sono tanti politici onesti e capaci e ci sono formazioni politiche che sono distanti dal metodo mafioso e golpista che domina il panorama politico. Però ancora appaiono deboli ed incerti, ancora non riescono a mobilitare l’opinione pubblica e a farsi seguire. Probabilmente perché non capiscono e non rappresentano la novità di cui si avverte il bisogno.

Il nuovo c’è già però, si afferma nella società civile, si è manifestato nelle elezioni e nei referendum, trova nuove forme organizzative, ma non esprime una sua rappresentanza nelle istituzioni.

Ecco una bella idea per i partiti che vogliono rinnovarsi sul serio: far entrare nelle istituzioni la società che oggi ne è esclusa. Non si tratta di cedere qualche posto, ma di una profonda riforma della politica che dovrebbe toccare i contenuti e raccogliere e potenziare la cultura civica che si sta affermando fra gli italiani. Non si chiede solo a qualche partito di farsi delegare dai cittadini, ma si chiede di costruire un sistema diverso nel quale i cittadini divengano i padroni di casa della Repubblica e, da padroni di casa, caccino i mafiosi, gli affaristi e i golpisti che occupano lo Stato

Claudio Lombardi

Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi

Breve racconto ispirato al legittimo impedimento (di Claudio Lombardi)

C’era una volta un paese lontano lontano dove accadevano strani avvenimenti. Le cronache dell’epoca narrano di una vita che scorreva grazie alla proverbiale capacità degli abitanti di affrontare ogni problema con soluzioni nuove e originali benché individuali. Sì, purtroppo a quelle persone non sembrava naturale unirsi per stringere un patto e rispettarne le regole. Quasi tutti pensavano che era meglio se ognuno pensasse per sé.

Non si trattava di un regno, ma di uno Stato vero nel quale le elezioni si susseguivano con cadenza regolare quasi ogni anno. E, anno dopo anno, si era formata una classe dirigente molto ampia che aveva fatto della professione di comandare il suo lavoro. Dietro i vari capi c’erano tanti altri che li aiutavano e così, piano piano, si erano formate tante corti di “nobili” che badavano ai loro interessi e che somigliavano sempre più a caste che si perpetuavano di padre in figlio come nell’antica nobiltà o, come nel sistema feudale, dal signore ai suoi dipendenti. Gli abitanti lasciavano fare con qualche protesta, di tanto in tanto, e qualche brava persona riusciva persino ad arrivare al potere, ma non ce la faceva a mantenerlo. Prima o poi le bande organizzate se lo riprendevano e gli abitanti, contenti, si rituffavano nella loro laboriosa instabilità.

Accadde un giorno che un Signore più ricco e furbo degli altri decise di diventare ancora più ricco andando alla conquista del potere perché se sei tanto ricco non puoi accettare che qualcuno abbia il potere di fermarti. Il Signore era stufo di contrattare con i vari capi pagandoli perché facessero i suoi interessi. Si era convinto che il potere doveva prenderselo lui e usarlo per diventare ancora più ricco e per difendersi da tutti quelli che potevano minacciarlo.

Il Signore non badava a spese ben sapendo che i suoi guadagni, garantiti dal potere, sarebbero cresciuti e che nessuno avrebbe osato ostacolarlo: ormai controllava tutto e gli abitanti, felici, sentivano che era iniziata una storia nuova nella quale chiunque poteva fare la sua fortuna. I pochi ostacoli che si frapponevano venivano abbattuti senza andare tanto per il sottile. Sembrava che in nome dell’interesse individuale tutto si potesse fare e tutto si potesse comprare. Iniziò un periodo di allegri commerci in cui chiunque avesse qualcosa da vendere cercava un compratore. C’erano persone che vendevano loro stesse e c’erano altri che, avendo una funzione pubblica da svolgere, cercavano di vendere pure quella.

Il Signore, nel frattempo, con le idee chiare che lo caratterizzavano, si era dato un gran daffare sistemando alcune piccole questioni che provenivano dal suo passato. Qualche acquisto di persone che gli servivano per risolvere i soliti problemi di leggi che pretendevano rispetto, qualche simpatica scorribanda in affari esteri e la collaborazione con chi aveva veramente bisogno di aiuto per legalizzare il denaro che possedeva (che provenisse da attività criminose non aveva importanza, mica quelle si doveva legalizzare, solo il denaro).

Al Signore piaceva divertirsi e il gioco del potere era il suo preferito. E poi aveva sempre idee nuove; era proprio un tipo vulcanico e le eruttava non potendo certo contenerle; esattamente come la lava che scorre dappertutto e non vuole ostacoli. Così inventò nuovi giochi e non da solo, ma trovò degli allegri compagni con cui dividere il piacere delle sue scoperte. Scoprì, per esempio, che grazie al suo potere di capo assoluto del suo Paese poteva fare affari con altri capi di altri paesi. Non direttamente, però, bensì facendoli fare ad altri che non potevano disubbidire al suo potere. Era emozionante uscire fuori dall’ufficialità del suo ruolo (si era, in effetti, un po’ stancato della formalità) e scorazzare dal ghiaccio alla sabbia del deserto inventando sempre nuovi stratagemmi per accrescere la sua ricchezza. Un giochino che gli piaceva molto era fare degli scherzi al suo Stato beffandolo con operazioni all’estero nelle quali facevano finta, i suoi dipendenti, di acquistare qualcosa a un prezzo molto più alto di quello pagato per poi intascare la differenza (per il Signore, sia chiaro) e apparire tanto più poveri all’interno.

Di questi scherzi e di altri ne aveva fatti tanti che i giudici del suo Paese si erano permessi di chiedere che spiegasse in tribunale come aveva fatto. Lui, comprensibilmente, si offese e pretese e ottenne dal suo Parlamento che si facesse una legge per impedire qualunque richiesta di questo tipo per tutto il tempo da lui ritenuto necessario. In effetti aveva ragione: i giudici (non tutti, ma qualcuno sì) si ostinavano a pretendere l’applicazione delle leggi e questo dopo che il Signore aveva conquistato il potere. Ma che, non l’avevano saputo che il potere adesso era Suo?

Ovviamente i suoi dipendenti avevano trovato le formule giuste per non far apparire inelegante la legge, chè sarebbe stato da rozzi scrivere semplicemente ciò che il Signore diceva nei momenti d’ira.

La legge proclamò il “legittimo impedimento” con il quale si stabilì che il semplice fatto di avere il potere bastava a fermare qualunque processo. Che poi sarebbe stato pure inutile, se vogliamo dirla tutta (pensavano le anime semplici), perché il Signore sapeva usare il suo potere per accrescerlo e per risolvere tutti i problemi che nascevano dal suo utilizzo. Per dire: i giochini con i soldi all’estero, l’acquisto di persone (veniva chiamata corruzione dai soliti formalisti), e il resto si risolvevano prima con tutti i mezzi di cui il Signore disponeva (e che continuava ad usare allegramente tanto nessuno poteva fermarlo e nessuno poteva saperlo, perchè ciò che si conosceva era sempre molto meno della verità). Se poi qualcosa si scopriva lo stesso allora perdeva le staffe, si lagnava, alzava la voce e riusciva anche ad intenerire gli abitanti che, pur di vederlo di nuovo sorridente, credevano a tutte le storielle che sapeva raccontare. E se alla fine tutto questo non bastava ecco che una bella legge riusciva a sistemare le cose cambiando le carte in tavola. D’altra parte il potere a che serviva se non lo si usava? Quindi il “legittimo impedimento” era indispensabile: serviva per dare il tempo di sistemare le cose. Lo sapevano bene il Signore i suoi più fedeli collaboratori. Anche il tempo era dalla Sua parte e lo usarono bene.

Ecco questa è, in breve, la storia narrata dalle cronache dell’epoca che è arrivata fino a noi in maniera fortunosa perché l’ultima legge fatta approvare dal Signore stabiliva che nessuna informazione in grado di accusare il potere doveva essere diffusa; che per serenità degli abitanti le critiche potevano essere espresse solo in una Camera apposita i cui lavori dovevano rimanere segreti; che nessun giudice potesse accusare il potere al quale, per legge, spettava decidere quali accuse muovere e a chi; che il Signore potesse nominare i suoi successori nonché, insieme ai suoi collaboratori e a un gruppo selezionato di critici oppositori ufficiali e autorizzati (iscritti in apposito albo), tutti gli altri rappresentanti da sottoporre al voto popolare. Che, una volta espresso, non poteva essere rimesso in discussione né riespresso se non per decisione del Signore e dei suoi collaboratori.

Gli abitanti, intanto, erano sempre più impegnati nella loro laboriosa instabilità e avevano troppo da fare per riuscire a vivere in un Paese dove nulla era garantito e tutto doveva essere conquistato con favori personali. Ma quella era la loro vita e non ne immaginavano altre.

Claudio Lombardi

Corruzione, Protezione civile e diritti dei cittadini (di claudio lombardi)

Ancora corruzione, ancora i soldi degli italiani rubati. Grazie ai magistrati e ai mezzi di indagine di cui dispongono (fino a che il disegno del Governo che mira ad annullarli non si realizza) noi cittadini veniamo a conoscenza di un altro pezzo del nostro mondo. Ora tocca alla Protezione civile. Una struttura destinata a fronteggiare calamità naturali con interventi di emergenza e da tutti per questo conosciuta, è coinvolta in un’inchiesta che, per ora, ha già rivelato comportamenti dei quali il magistrato accerterà la rilevanza penale, ma che agli occhi del cittadino appaiono da subito moralmente ripugnanti. Ma bisogna capire prima di giudicare. Partiamo da alcune informazioni su cosa è la Protezione civile.

Nasce nel 1992 il Servizio nazionale per la protezione civile che opera attraverso il Dipartimento appositamente costituito ed incardinato nell’ambito della Presidenza del Consiglio.

Nel 1999 viene prevista l’istituzione di un’Agenzia di protezione civile ente di diritto pubblico indipendente dalla Presidenza del Consiglio che, però, non vedrà mai la luce per le resistenze dei governi in carica in quegli anni.

Nel 2001, appena nominato Presidente del Consiglio, Berlusconi sciolse l’Agenzia e ripristinò il Dipartimento per la protezione civile alle dipendenze della Presidenza del Consiglio estendendone le competenze alla gestione dei cosiddetti “grandi eventi” e nominando Guido Bertolaso direttore del Dipartimento. Da quel momento qualunque evento ritenuto rilevante dal Governo poté essere affidato per la sua realizzazione alla Protezione civile con una semplice Ordinanza di protezione civile emanata dal Presidente del Consiglio che prevede la nomina di un Commissario del Governo e la deroga a tutte le leggi vigenti in materia di appalti (italiane ed europee), ambiente e contabilità pubblica.

Negli ultimi 9 anni si può stimare che siano state emanate oltre 600 ordinanze di protezione civile nelle materie più varie dalle vere emergenze ad una molteplicità di eventi che non si capisce come siano potuti entrare nelle competenze della protezione civile (summit internazionali, manifestazioni sportive, incontri di preghiera, lavori pubblici per manutenzione e riparazione vari). Ciò che va sottolineato, però, è che tutti questi eventi hanno richiesto la realizzazione di opere pubbliche con una spesa complessiva (mai dichiarata) valutata in oltre 10 miliardi di euro (circa 20.000 miliardi di lire) tutti erogati e spesi, va ricordato ancora, senza il vincolo del rispetto delle leggi vigenti e senza alcun controllo.

Recentemente la Commissione europea ha stabilito che solo gli interventi strettamente collegati alle emergenze e alle calamità naturali (per questi fu creata la Protezione civile che nel nome stesso richiama le ragioni della sua esistenza) possano derogare alle regole europee per le gare di appalto. Ne consegue che il non rispetto delle leggi per i lavori pubblici non potrebbe in alcun caso riguardare la ricostruzione successiva alle calamità e meno che mai i cosiddetti “grandi eventi” che non hanno, evidentemente, niente a che vedere con gli interventi di protezione civile.

È ancora in discussione in Parlamento (15 febbraio 2010) la proposta del Governo di dar vita ad una SpA di proprietà della Presidenza del Consiglio che svolga gli interventi che oggi effettua il Dipartimento della protezione civile. In quanto società per azioni questa sfuggirebbe ai controlli sia della Corte dei conti (ma questo si verifica, di fatto, anche oggi per le spese della Protezione civile) sia a quelli della UE.

In pratica con la proposta del Governo si avrebbe una SpA di proprietà non dello Stato, ma di un suo organo – la Presidenza del Consiglio – destinata ad effettuare tutti gli interventi che la stessa Presidenza del Consiglio (con l’avallo del Consiglio dei Ministri) ritenesse necessari in qualsivoglia settore. E tutto senza rispettare nessuna regola in materia di appalti, contabilità pubblica, tutela ambientale, paesaggistica e artistica.

Questo è il quadro. Facciamo qualche considerazione partendo da quanto affermato da Guido Bertolaso in un’intervista al Sole24ore del 14 febbraio. Dice Bertolaso: “dire che in Italia la protezione civile deve occuparsi solo di terremoti, vulcani e alluvioni è facile, ma è pura demagogia. In un Paese come il nostro, dove non ci sono regole funzionanti e ci sono procedure arrugginite, alla fine tutti chiamano noi, da destra e da sinistra, per fare un’autostrada o una ferrovia, per aprire una discarica, per riattivare un termovalorizzatore, per fare un intervento di bonifica ambientale. E noi cosa dovremmo rispondere, che affrontiamo le emergenze naturali, ma non i problemi di questo Paese? “

Ecco descritta in maniera chiara la nascita di uno Stato parallelo, autoritario, in mano a poche persone che dicono di fare tutto nell’interesse generale, ma che si sono ritagliate un potere immenso lontano dalle regole e dai controlli e vorrebbero espanderlo e consolidarlo. Il perno di questo stato parallelo che stanno cercando di costruire è la Presidenza del Consiglio che, però, non avrebbe alcun titolo per esserlo visto che non è la depositaria della sovranità popolare, bensì una delle istituzioni che discendono da questa e che ha senso solo come parte di un sistema democratico che si articola in diversi poteri e funzioni. Finchè è in vigore la nostra Costituzione non ci possono essere da nessuna parte “i padroni dello Stato” liberi di non rispettare le leggi e di usare come vogliono i soldi dei cittadini. E, invece, con la scusa delle procedure arrugginite chi ha il compito e i numeri per cambiarle e per far funzionare meglio la macchina amministrativa non lo fa, ma coglie il pretesto delle arretratezze per prendere il potere al di fuori della lettera e dello spirito della Costituzione. E Bertolaso, che si dice al servizio dello Stato, afferma candidamente che la Protezione civile si dovrebbe occupare, in generale, dei problemi del Paese. Di quale Stato è al servizio Bertolaso? Conosce la Costituzione della Repubblica italiana o pensa che anche quella possa essere superata per decreto del Presidente del Consiglio? E poi chi ci pensa veramente ai problemi degli italiani? Tutto deve essere nelle mani della Presidenza del Consiglio e della Protezione civile? E le Regioni, i comuni, le province che fanno? E il Parlamento che ci sta a fare? E poi come viene speso il denaro dello Stato cioè di tutti noi ?

Pensiamo allo scandalo scoppiato in questi giorni intorno alla Protezione civile e pensiamo ai genitori cui spesso viene chiesto un contributo per le spese di funzionamento della scuola perché lo Stato non da’ i soldi in misura sufficiente e ha buttato, con la scusa dell’autonomia scolastica, sulle spalle dei presidi e dei genitori l’onere di tenere aperte le scuole. Come mai, invece, i soldi ci sono e ne vengono spesi tanti quando si tratta di gestire lavori pubblici senza regole o di finanziare gli sprechi di troppe amministrazioni dove i corrotti detengono posizioni di comando? E allora quali sono i “problemi del Paese” di cui parla Bertolaso se lo Stato manda a picco la scuola pubblica che forma le generazioni future? Anche per questo vogliamo chiamare la Protezione civile e i suoi imprenditori di fiducia?

Domandiamoci, però, cosa significa tutto ciò. Sembra che stia avanzando un progetto autoritario di tipo nuovo che non ha bisogno di ricorrere all’esercito per affermarsi perché la sua forza sta nella passività dei cittadini e nella conquista di tutte le posizioni di potere progressivamente piegate ad un progetto eversivo che si fonda anche sulla possibilità per molti di arricchirsi con i soldi di tutti. L’uso delle istituzioni legittime per imporre un regime diverso è un’esperienza già fatta varie volte in Europa e sempre con conseguenze catastrofiche per i popoli. Ma da noi l’incapacità dello Stato di costruire il futuro degli italiani si esprime sempre in due modi: non si raggiungono i risultati (istruzione, efficienza, servizi pubblici, assetto del territorio ecc) e si sprecano le risorse pubbliche che continuano ad affluire nelle casse dello Stato grazie al lavoro di tutto il Paese. Se queste risorse non vengono spese bene e non si investe sulla crescita non c’è futuro. Dove stanno le classi dirigenti che dovrebbero guidare la soluzione dei problemi strutturali dell’Italia in un mondo dove tutti cercano di progredire per vivere meglio?

Dice il Presidente del Consiglio che i magistrati si dovrebbero vergognare di aver rivelato la corruzione che si nascondeva dietro gli interventi della Protezione civile. E che ci stanno a fare i magistrati se non proteggono i cittadini, le istituzioni e lo Stato contro i malfattori che violano le leggi e derubano tutti noi? E un Presidente del Consiglio dice che si dovrebbero vergognare? Ma allora cosa si nasconde dietro lo stesso Berlusconi? È legittimo domandarcelo. Siamo ancora in Italia, esiste ancora lo Stato democratico o siamo tornati al regime feudale e non ci siamo accorti che siamo tutti sudditi delle bande che hanno conquistato il controllo del territorio?

La realtà è che si sta chiarendo un disegno che calpesta i diritti dei cittadini e vorrebbe cambiare la natura del nostro sistema costituzionale mettendo il comando al posto della rappresentanza con la scusa che tutto sarebbe deciso più rapidamente. Sì, anche il bandito che rapina una banca è molto veloce se lo si lascia fare. Ma a noi cittadini serve veramente essere comandati in questo modo?

La risposta è, ovviamente, no visti i risultati, gli sprechi, le ruberie, e le associazioni a delinquere che fioriscono con questi sistemi di governo. E non ci serve perché è impossibile governare nell’interesse dei cittadini pensando di affidare tutto il potere ad uno solo al comando. Se l’Italia vuole sperare di risolvere i suoi problemi e guardare al futuro non ha bisogno della Presidenza del Consiglio che prende il potere e usa la Protezione civile come suo braccio operativo: ha bisogno che si mobilitino le energie migliori di ognuno e che queste vengano inserite in un sistema-Paese che funzioni e che utilizzi e valorizzi le capacità. L’Italia deve crescere, deve produrre più ricchezza che si traduca, innanzitutto, in una migliore qualità della vita per le persone. E per questo ha bisogno di uno Stato democratico dove le bande di sfruttatori, di ladri e le associazioni a delinquere, e tutte le mafie siano messe al bando e neutralizzate perché loro sì costituiscono da sempre il problema dei problemi di questo nostro sfortunato Paese.

Claudio Lombardi