L’impegno etico di un pastore della Chiesa

Pubblichiamo la risposta di Don Gianfranco Formenton ad una richiesta di sostegno elettorale della candidata del Pdl Ada Urbani

Gentile Senatrice,

ho ricevuto la sua lettera ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria e ho deciso di risponderle in quanto pastore di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi abbindolare.
Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti temi etici che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto.

La ringrazio anche per la citazione dei vescovi spagnoli e per il suo impegno per la formazione culturale e politica improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

Ma rivolgendosi ai pastori del popolo cristiano lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli.

Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito, sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzare i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni.

Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria modificazione dei valori di fondo della nostra società (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. Concordo con lei, su questo mediare significherebbe accettare.

Un’idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, di pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli.

Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti-cristiane, anti-evangeliche, anti-umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi e, mi creda, mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto: sulle discriminazioni, invece, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla nonviolenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere.

Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità.

Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti dal farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale, e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti del nostro popolo.

don Gianfranco Formenton                                            Spoleto 12 febbraio 2013

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

Chi la spara più grossa vince? (di Claudio Lombardi)

Grillo chiede ad Al Qaeda di bombardare il Parlamento. Berlusconi si preoccupa delle signore che vogliono pagare in contanti pellicce e gioielli e contemporaneamente promette aliquote fiscali molto basse, abolizione e restituzione dell’IMU, “guerra” alla Germania e, persino, l’uscita dall’euro. Entrambi non parlano il linguaggio della verità, ma quello della pubblicità. Sanno benissimo che quello che dicono è aria fritta cioè irrealizzabile o falso, ma lo dicono lo stesso per il coinvolgimento emotivo che può suscitare esattamente come fanno i piazzisti nei mercati di provincia quando si impongono con le urla e con l’esagerazione smodata per vendere qualcosa che non potrà mai corrispondere a ciò che dicono. Tutti lo capiscono, ma soggiacciono all’illusione o subiscono la forza di chi afferma una verità urlata.

Si sa che governare e fare politica non è facile e che bisogna avere cultura, senso della missione da compiere per la collettività, capacità di vedere lontano, competenze, lealtà, onestà. Si sa, eppure nel momento della campagna elettorale ad alcuni piace lasciarsi andare alla suggestione ancestrale di ammirare chi si candida ad essere il “capobranco” ed esibisce la sua sfrontatezza e la sua determinazione al di là di qualunque ragionamento. È il carisma micidiale arma con la quale tante volte i popoli sono stati catturati e portati al disastro.

Lo si sa, ma gli aspiranti “capibranco” volitivi e sfrontati riescono sempre ad avere un seguito. Perché? Prendiamo due esempi: Grillo e Berlusconi.

Il primo si identifica con un’intransigenza verbale che si trasforma in aggressione e in insulto. Il suo “segreto” è presentare obiettivi strategici complessi come soluzioni immediatamente realizzabili. Automaticamente nemici e degni di insulto sono quelli che le ostacolano. Grillo non si espone al dubbio, non fa distinzioni, semplifica al massimo e propone ai suoi seguaci una identificazione che divide la realtà fra chi lo segue ed è amico e chi non lo segue ed è nemico.

In nome di questa distinzione lui può dire tutto e il contrario di tutto: ciò che conviene alla sua visibilità è comunque legittimato. Il bombardamento del Parlamento (con dentro anche i grillini neo eletti)? Va bene. I fascisti di Casa Pound e il ripudio dell’antifascismo? Va bene pure questo. Non ci sono limiti perché il marketing è tutto. La scelta è sempre quella di esasperare i toni e di far leva sulla distinzione amico-nemico.

Quanto detto sul metodo Grillo non è però valido per il Movimento 5 Stelle i cui aderenti dimostrano una volontà di partecipazione vera fondata sul confronto, sulla ricerca e diffusione delle informazioni, sulla coerenza e sull’onestà. E allora perché la comunicazione pubblica monopolizzata da Grillo si svolge su un altro piano? E perché è accettata da tutti quelli che poi cambiano linguaggio nella loro pratica politica quotidiana? Il dubbio di quale sia il vero programma del M5S però rimane perché all’iperpresenza di Grillo non si sovrappongono proposte articolate e precise e perché lo stesso Grillo non si sottopone a confronti. Spesso l’aggressività della comunicazione e l’estrema semplificazione nascondono proprio l’indecisione e la vaghezza dei programmi e il rinvio delle decisioni vere.

Veniamo a Berlusconi. Qui il discorso è più semplice perché la comunicazione pubblica è tutta orientata all’esaltazione degli interessi individuali che verrebbero ostacolati dalla legalità e dallo Stato. Dietro alla ridicola riesumazione del “pericolo comunista” e alla lotta alla magistratura c’è solo questo. Messaggio molto semplice e molto fuorviante che propone alla massa ciò che si può realizzare solo per pochi. Pochi, spregiudicati e senza scrupoli.

Guidare uno Stato è difficile e le scelte che convengono a un ristretto ceto di affaristi in grado di sfruttare l’illegalità e l’assenza di regole e controlli non possono essere quelle con cui si gestisce la collettività pena un gigantesco spreco di risorse e una cultura civile improntata all’arrembaggio di tutti nei confronti delle risorse pubbliche. La conseguenza è che diventa inevitabile aumentare la pressione fiscale su quelli che pagano sia per coprire quelli che non pagano, sia per pagare servizi e apparati inefficienti e inquinati dalla corruzione. Se si mettono insieme corruzione, inefficienza, arretratezza e trascuratezza delle infrastrutture e degli spazi pubblici si ha un quadro rappresentativo del declino dell’Italia che parte da lontano, ma che si è esasperato, negli ultimi 17 anni, con l’ideologia e la pratica del berlusconismo. Tagliato su misura per gli interessi privati di pochi che sfruttano il potere per consolidare ed espandere le proprie ricchezze non può essere adatto a governare una collettività.

Eppure anche in questo caso la fascinazione esercitata dal messaggio primordiale del “capobranco” Berlusconi gli consente di smuovere un bel po’ di consenso. Irrazionale certamente perché messo al servizio dell’interesse privato di pochi, ma pur sempre consenso.

Uscire dal predominio dell’irrazionalità e dell’illusione dei messaggi di marketing politico è un obiettivo di medio-lungo periodo per chi crede nella democrazia. Il miglior antidoto è sicuramente l’esercizio della partecipazione perché forma la coscienza civica e permette al cittadino di conoscere, valutare e far pesare il suo punto di vista di membro della collettività. Ma è un esercizio che ha bisogno di tempo e di radicamento per produrre i suoi effetti. Bisogna crederci e bisogna che sempre più forze politiche, associazioni e movimenti lo assumano come loro obiettivo strategico.

Claudio Lombardi

2013: l’anno zero della politica italiana (di Sergio Bellucci)

Il 2013 sarà l’anno zero della politica italiana. La crisi del nostro paese, infatti, sta giungendo ad un suo punto di svolta. La crisi della forma dei partiti che hanno contrassegnato la vita di quella che è stata chiamata seconda repubblica sta diventando la crisi della nostra democrazia. In pochi mesi, tutto cambierà. I confini e i contenuti delle forme politiche organizzate saranno travolti dalla incapacità della proposta politica di aderire ai processi reali che attraversano le nostre società contemporanee.

La sinistra rischia di essere definitivamente cancellata per mancanza di capacità prospettica. Il nostro sguardo è troppo condizionato dalle formule economico-sociali nelle quali eravamo “forti” e rischiamo di essere cancellati dalla velocità e qualità dei nuovi processi. Manca una lettura dei processi economici adeguata a fuoriuscire dalla strettoia monetarista. Manca una lettura dei processi produttivi che sappia fare i conti con le innovazioni che si stanno producendo nel mondo del lavoro. Manca una lettura delle forme delle relazioni umane che stanno costruendo diverse modalità di stare insieme, partecipare e decidere. Manca un gruppo dirigente che sappia mettere all’ordine del giorno la materialità della crisi con uno sguardo sul futuro possibile in termini di “innovazione” e non di “riproposizione”.

Per restare “fedeli” e “ancorati” alle idee di eguaglianza, liberazione, cooperazione, condivisione e autodeterminazione umana, oggi, dobbiamo avere il coraggio di nuove idee, di nuove prassi, di nuove forme di organizzazione. È tempo di smettere di rimpiangere il passato e di guardare a quello che potremmo essere e non a quello che siamo stati.

Per questo credo che il tema centrale, ancora una volta, sia avere chiaro su quale pilastro poggiare il processo di “liberazione”. Io penso che il lavoro sia ancora il centro della sinistra. Le persone devono poter contare su un processo di autonomia personale che sia radicato sul piano politico  e non puramente garantito sul piano etico. Se non cambieremo le nostre modalità di conflitto, i nostri obiettivi sindacali, se non avremo la capacità di indicare un orizzonte di liberazione del lavoro dalla forma che sta prendendo, nei prossimi anni, l’impatto delle tecnologie digitali sulla forma del lavoro e della produzione sarà devastante. Quello che negli ultimi 20 anni è stato un semplice “assaggio” delle trasformazioni del ciclo produttivo sta per diventare dirompente. Sia sotto il profilo “quantitativo” sia sotto quello “qualitativo”. Sul piano “quantitativo” l’impatto delle nuove macchine robotizzate farà aumentare la capacità produttiva degli impianti, aumenterà la flessibilità della produzione, ridurrà enormemente l’occupazione necessaria. Le implicazioni di tali processi saranno epocali. Nell’apparato produttivo USA si è calcolato che entro la fine di questo decennio le innovazioni faranno scendere del 40% la necessità di manodopera nella manifattura. Dal punto di vista “qualitativo” le trasformazioni saranno ancora più epocali, con il passaggio del lavoro dalla realizzazione materiale di una merce al controllo dei macchinari che producono l’oggetto attraverso interfacce digitali. Questa gestione della remotizzazione di macchinari spingerà  i lavoratori  a “pensarsi” sempre più come “lavoratori della mente” e non delle “braccia”, rivoluzionando la percezione del Se, sia come individui che come appartenenti alla classe. Le persone che resteranno nei segmenti ancora non investiti dall’automazione, saranno sempre di meno, meno capaci di organizzarsi in difesa delle vecchie forme dei diritti, e percepiranno loro stessi come “residui”.

Non possiamo affrontare questo tornante storico della vita umana pensando alla forma del lavoro così come la immaginavano i nostri bisnonni nell’Ottocento.

Loro un orizzonte l’avevano costruito e furono in grado anche di conquistarselo. Le otto ore di lavoro, le otto ore di vita  e le otto ore di riposo furono un grande motore di trasformazione epocale. Oggi dobbiamo andare oltre, dobbiamo saper indicare al mondo intero che la nuova fase della vita umana del pianeta deve essere affrontata con uno slancio diverso, con una prospettiva nuova che sia al contempo “quantitativa” e “qualitativa”. Questo prospettiva deve valere sia per il lavoro sia per il suo  scopo e, cioè, la “liberazione” del singolo individuo e della collettività umana. Ma tutto questo oggi non basta più, dobbiamo interrogarci su che cosa dobbiamo e possiamo produrre , e il suo perché. Oggi sappiamo, infatti, che non c’è salvezza nello sviluppo senza criterio, senza limiti, senza comprendere che siamo un tutto con  il nostro pianeta, la sua vita, i suoi cicli fisici e ambientali.

La sinistra di questo secolo non può fermarsi alla sola, necessaria, legittima ma insufficiente, richiesta di una più equa redistribuzione. È l’intero ripensamento della vita umana che la sinistra deve saper rilanciare, con tutte le sue inevitabili potenzialità.

Il 2013 sarà l’anno zero della politica italiana, dicevo. I campi politici, sia a destra sia a sinistra, si dovranno riorganizzare. Questo potrà avvenire o attraverso l’aggregazione intorno ad un “nome salvifico” o intorno a opzioni generali. Questo è il primo discrimine per misurare se stiamo uscendo dal berlusconismo o meno. Il berlusconismo, infatti, non è stato semplicemente il governo Berlusconi, ma la trasformazione della politica italiana in teatrino dei personaggi, una trasformazione in grado di mettere il silenziatore alla possibilità di prendere la parola, di organizzare una società densa, partecipata. È stato la trasformazione della politica in “tifo”. Il declino italiano è molto figlio di questa deriva a cui l’intera società deve mettere riparo.

Per nostro conto dobbiamo discutere di come riorganizzare il nostro campo, invertendo l’ordine di discussione che impera oggi e che ci costringe a parlare di gruppi dirigenti e non di opzioni di fondo, di confrontarci sulla cultura politica, sugli obiettivi a breve, a medio e a lungo termine senza restare schiacciati dalla logica del tifo e dalle vecchie regole di appartenenza. In altre parole, dobbiamo ricostruire il “senso” del nostro fare politica. Su questo punto, sulla costruzione del “senso” del nostro fare, infatti, oggi siamo tutti condizionati dall’industria dei media che detta l’ordine del giorno del dibattito, attraverso la trasformazione in “spettacolo” della realtà (anche della realtà politica), unica merce che riesce a “vendere” attraverso i suoi canali. Questa è l’immensa eredità del Novecento, l’esistenza di una “industria del senso” che lavora permanentemente alla costruzione del “senso” sociale, una novità con la quale la sinistra non ha saputo fare i conti.

Qui sta l’opzione di un tentativo di far mettere nuovamente le radici alle idee di “liberazione umana”. Nuova analisi, nuovi conflitti, nuovi obiettivi. L’anno Zero della politica italiana può e deve diventare l’occasione per ripartire.

Sergio Bellucci

Partecipazione e libertà di informazione due anelli di una catena. Intervista a Marco Quaranta di MoveOn Italia

Il 18 ottobre si svolgerà a Roma in piazza Farnese la “Notte bianca della Rai ai cittadini” una manifestazione organizzata da MoveOn Italia. ce ne parla uno degli animatori del movimento, Marco Quaranta.

D: “Non voteremo più nessuno che non accetti di impegnarsi per liberare la Rai e restituirla ai cittadini. Questo è l’impegno che noi ci assumiamo, noi cittadini ce la stiamo mettendo tutta”. Così dice una frase del manifesto di MoveOn Italia. Ci puoi spiegare cos’è MoveOn Italia e quale è il suo programma?

R: Noi abbiamo preso la stessa idea che hanno avuto per sostenere Obama nella battaglia per la riforma sanitaria. Dopo 200 anni gli USA hanno adottato una riforma sanitaria valida per tutti e con la responsabilità dello Stato. Noi abbiamo pensato che MoveOn possa essere un modo giusto di partecipare alla politica avendo per obiettivi delle riforme che cambiano il sistema paese però proponendo e non solamente protestando. Noi abbiamo scelto la Rai pensando una riforma che la consegnasse ai cittadini, una riforma fatta di 5 punti che si ispira alla riforma del 2006 avanzata dal mondo della cultura  e dai giornalisti. Il punto essenziale  era e resta quello di togliere ai partiti e anche al governo la supremazia assoluta e il controllo totale della Rai. In effetti noi siamo l’unico paese occidentale che ha questo assetto dell’informazione, tutti dicono che non è tollerabile, ma non è successo niente fino a questo 2012. Alla politica diciamo e lo ribadiremo il 18 in piazza, che per cambiare davvero si può solamente dire:  “noi ci candidiamo alle prossime elezioni politiche, ma prendiamo l’impegno  di approvare queste leggi”, le leggi cioè che noi stiamo proponendo. La prima sono i 5 punti della Rai ai cittadini (trovate il testo completo sul sito moveonitalia.Wordpress.com), poi una legge di riforma dell’antitrust e una legge contro la corruzione basata sulla proposta Scarpinato (anche questa la trovate online).

D: Se la partecipazione dei cittadini è l’essenza della democrazia l’informazione ne è il presupposto indispensabile. Cosa è stato il berlusconismo e quali sono i problemi di fondo del modello Italia? Con il passaggio al governo Monti è cambiato qualcosa? Cosa dobbiamo aspettarci adesso?

R: Innanzitutto il berlusconismo è stato possibile perché in Italia c’è la spartizione del potere, non c’è la politica che si occupa dei bisogni dei cittadini. La netta sensazione è che i partiti vogliono il potere per insediarsi nei gangli vitali della democrazia e per spartirsi quello che c’è di pubblico. Questo è il dato che più sta facendo scalpore in Italia. E poi vediamo che ciò che è successo nella regione Lazio e abbiamo visto che in Lombardia l’alternativa a Formigoni era Penati. Ciò che si capisce è che c’è uno schema, un vero male italiano, nel quale non si percepisce quale possa essere una vera alternativa al berlusconismo. Per questo noi di MoveOn diciamo solo che vogliamo parlare tramite le leggi e vogliamo sentire chi le appoggia perché i discorsi vuoti non ci interessano. Impegni concreti ci vogliono e questo diremo il 18 ai politici che parteciperanno. Avremo certo dei disagi perché i cittadini sono arrabbiati anzi disperati per il comportamento dei politici ma noi, come dice spesso Saviano, non possiamo spargere fango su tutto, dobbiamo sempre trovare delle strade percorribili. Come dicevo prima Obama ha saputo trovare la strada per affermare il principio che lo Stato si deve occupare della salute del cittadino, povero o ricco che sia e che la politica di questo si deve occupare. Ovviamente chi aderisce a questa impostazione sono coloro che si sono battuti di più contro il berlusconismo. Ci sono dei personaggi che hanno trovato le strade per vincere (da De Magistris fino al M5S) e noi stiamo cercando di dire che i cittadini possono cambiare qualcosa e fare delle proposte molto concrete. Vorremmo considerare come passato tutto quello che è successo in questi anni che è a dir poco inaudito perchè è incredibile pensare che ancora sia il governo il padrone della Rai e che i partiti abbiano ancora un controllo decisivo sulla televisione pubblica.

D: Questo significa che i problemi della libertà di informazione e della partecipazione dei cittadini sono strutturali e non solo contingenti cioè fanno parte del sistema Italia e si sono enormemente aggravati negli anni del berlusconismo trionfante. Quali cambiamenti sono allora necessari perché siano affrontati e perché si muova un rinnovamento vero e non solo di formule politiche di governo?

R: Bé la prima cosa è considerare l’informazione centrale perché è il perno dell’educazione di un paese e noi sappiamo benissimo che il servizio televisivo, pubblico o privato che sia, è l’unico modo per raggiungere milioni di italiani ed è, in sostanza, uno dei pochi poteri trasversali. Sappiamo quindi molto bene che la televisione può anche condizionare il voto. Per questo è così importante il conflitto di interessi ed è una delle questioni più importanti del sistema Italia e non riguarda solo Berlusconi perché conosciamo l’intreccio fra poteri pubblici, privati e del denaro che si realizza dentro ai partiti. L’unico modo per continuare il nostro percorso democratico è una triplice riforma che tocchi la disciplina dei poteri nell’economia attraverso l’antitrust, la gestione dell’informazione televisiva e la lotta alla corruzione. Se mancheranno queste riforme su cui l’Italia è in enorme ritardo vuol dire che puniremo il merito, puniremo la possibilità di essere più liberi, puniremo la possibilità di guardare a un futuro dove la politica e l’economia siano indipendenti e dove la politica sia dedicata soltanto al bene di tutti

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Lettera aperta ai manifestanti del no-Monti day (di Paolo Andreozzi)

Caro civicolab ti scrivo perché un’amica e compagna mi chiede (più o meno):
“ ma come, snobbi il no-Monti day del 27 ottobre?! guarda che sarà una manifestazione rossa, mica una cosa viola come quelle che furono!

Allora, forse è utile che io risponda qui perchè si parla di partecipazione  e di quanto questa possa influire sulla politica “alta”.

Io rispondo che se è una manifestazione rossa, ben venga perché il rosso è un colore politico che mi piace sempre, ma temo che la cosa riguardi pochi appassionati. In realtà la maggior parte la vede e la vedrà (e soprattutto i media la venderanno, sempre che non sia un altro puro flop da ‘indivanados’) come una manifestazione senza colore o con tutti i colori il che è lo stesso. Di quelle manifestazioni che, se chiedi a qualcuno “cos’è destra e cos’è sinistra”, ti risponde “sono uguali: roba vecchia”; di quelle che, oggettivamente, sprecano un’occasione che potrebbe andare contro la classe dominante risolvendola invece come l’ennesima dimostrazione della sostanziale apoliticità del popolo italiano.

Invece ‘apolitica’ non vuol dire affatto ‘equidistanza’, anzi è sinonimo di destra: nel senso che la classe dominante può continuare ad attuare le proprie politiche socioeconomiche conservatrici (o reazionarie) proprio in virtù dell’apoliticità tendenziale della gente, del suo ribellismo sterile. In altre parole: Berlusconi non l’ha cacciato il noBday dei viola (e io c’ero) né l’avrebbero cacciato altre cento manifestazioni così, ma la semplice constatazione che la sua permanenza in bilico eterno sulla legalità non garantiva più l’applicazione delle ricette neoliberiste insieme a un minimo grado di consenso sociale.

Così ora c’è monti, che non fa malaffare e politica ma politica e basta. e politica dev’essere la risposta di chi vuol contrastarlo sul serio. Insomma: io mi sono rotto di vedere piazze piene – quando pure, ripeto, non siano semplici flop velleitari – e poi urne elettorali disertate a tutto favore dei partiti della conservazione o dei movimenti anti-tutto. Come in Spagna: tanti indignados ma pochi voti per Rubalcaba, e vince Rajoy. Oppure come in Grecia: con piazza Syntagma che nega il voto decisivo a Syriza e ora tutti si cuccano i tagli di nea democratia!

E poi non è questione solo di urne vuote, ma di partecipazione effettiva e di controllo sociale che manca. Troppo spesso si diventa tifosi o spettatori passivi, ma non si prende in mano la politica. No non ci sto.

Ora Berlusconi non c’è più. Ora la destra si compatta su una squadra di rispettabili difensori degli interessi ‘moderati’, cioè forti. Nessun rischio per la legalità repubblicana, solo schietta contrapposizione politica all’interno del quadro costituzionale. Ma schietta sia, però: chiara, efficace, spendibile nell’imminente conta democratica, che vedrà di sicuro da una parte un programma neoliberista e io voglio che ne veda dall’altra uno socialdemocratico.

Servono cittadini che lo studino e che lo incarnino, piuttosto, un orizzonte socialdemocratico radicale, visto che il ceto politico anche a sinistra non ha più quasi alcun appeal.
Serve riempire le sedi dell’elaborazione – e già ne esistono tra i lavoratori, tra gli intellettuali, tra i precari, tra le donne, tra i giovani, tra i migranti, nel sindacato più conseguente, e perfino in qualche sezioncina di partito. Serve erigere da lì barriere di solida organizzazione contro il caos che favorisce solo il potere, serve calibrare il sistema di deleghe e controlli, e poi serve dichiarare ai quattro venti cosa si vuol fare per governare questa fase storica.

Io credo che così i cittadini sani di mente e di cuore daranno il proprio consenso a un progetto, che le classi dominanti, quelle che hanno fallito perché ci hanno portato fin qui, avranno il benservito, che la costituzione antifascista e socialmente più avanzata al mondo potrà dirsi in via di piena applicazione!

QUESTO è rosso. Di meno o di altro, non m’interessa. anzi: non posso permettermelo. Se voi invece sì, se tutto ciò che volete è passare una mezza giornata a saltellare, vedervi la sera in televisione, la mattina dopo sulle testate on-line, e già il pomeriggio stesso relegati a costume mentre Monti rilascia un’intervista in cui va tutto bene secondo la sua agenda – be’, allora avete più risorse spirituali di me, ma come ne ha il bambino che gioca per ore col suo amico immaginario.

Scusate il pistolottone. Un abbraccio, e sempre pronto ad essere smentito dalla testarda natura dei fatti e delle azioni!

Paolo Andreozzi

Un sistema di potere che schiaccia l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si parla molto della Sicilia in questi giorni. Ancora la mafia e ancora il dissesto delle finanze regionali. Due facce della stessa medaglia.

Venti anni dalla morte di Falcone e Borsellino e una verità ancora da scoprire, ma che a pezzetti si sta manifestando. Tutti sanno che i colpevoli erano finti; si sono fatti anni di galera senza fiatare, ma il qualcuno che ha fabbricato quei falsi per sviare le indagini e coprire la verità li ha convinti che era meglio tacere. La famosa trattativa fra Stato e mafia che si svolse nel ’93 dopo gli attentati che colpirono città e luoghi d’arte c’è stata davvero dice il procuratore di Palermo Messineo (e Dell’Utri ribatte che fu necessaria per limitare i danni). Accusa di estorsione ai danni di Berlusconi per il cofondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che, da parte sua, continua a ripetere che il boss mafioso, Vittorio Mangano, è stato un eroe perché non avrebbe rivelato nulla ai magistrati. Il finto stalliere che viveva a casa di Berlusconi parlava con Dell’Utri di “cavalli” che il giudice Borsellino riteneva fossero partite di droga da piazzare nel nord Italia usando la casa di Berlusconi come rifugio sicuro e protetto. Cosa normale per gli affari mafiosi come normale fu, se andò proprio così, che ci si rifugiasse nella politica per cercare protezione all’ombra delle istituzioni e per conquistare direttamente il potere senza intermediari. Forse così diventa più comprensibile la discesa in campo di Berlusconi assurdamente motivata da un pericolo comunista scomparso da anni.

Fantasie? No una interpretazione logica di una concatenazione di fatti. Che Dell’Utri fosse un rappresentante della mafia verso il mondo degli affari al nord lo hanno stabilito sentenze giudiziarie non chiacchiere. D’altra parte i 40 o 50 milioni di euro pagati da Berlusconi a Dell’Utri avrebbero una spiegazione sensata perché sarebbero la ricompensa per la sua discrezione sulle basi del potere di Berlusconi.

Nel complesso si delinea un gigantesco puzzle nel quale emergono frammenti di verità che fanno intravedere una realtà terribile. Quale? Un ruolo di settori dei servizi segreti nell’assistere e dare copertura agli assassini di Falcone e Borsellino e agli attentatori del ‘93.

Non certo una novità assoluta perché sarebbe la conferma dell’esistenza di una “entità” che è sempre comparsa nelle stragi e negli attentati che hanno segnato la storia d’Italia dal 1969 ad oggi. La verità giudiziaria ancora non lo dice anche perché l’”entità” sa distruggere le prove , depistare le indagini, nascondere la verità, ma quella storica dice che questa “entità” corrisponde ad un blocco di potere che tiene insieme pezzi della politica con apparati militari e civili dello Stato che dispongono di poteri e risorse per agire al di fuori e contro la Costituzione  e le leggi.

Nel passato questa “entità” si chiamava Gladio e Cossiga addirittura ne rivendicò i meriti perché si trattava di sbarrare la strada ad una ipotetica invasione sovietica. Per questo fu costruita una rete illegale eversiva in combutta con servizi segreti stranieri e gruppi paramilitari italiani, con a disposizione armi di tutti i tipi ed esplosivi. Ancora prima che si rivelasse l’inconsistenza del pericolo “rosso” si manifestò l’”entità” che si mise semplicemente al servizio dei progetti reazionari di chi voleva schiacciare la democrazia con le bombe.

In tutte queste vicende prima o poi si incappa nella mafia come organizzazione di interessi che usano la violenza per esercitare il controllo del territorio e per impossessarsi delle risorse pubbliche e private. Che questa organizzazione sia presente anche nella politica e nelle istituzioni è un fatto storicamente accertato e non potrebbe che essere così dato che il controllo delle istituzioni garantisce il controllo del patrimonio pubblico e dei soldi dei bilanci pubblici nazionali ed europei e questa è una delle sue principali finalità.

È significativo che la stagione del berlusconismo sia iniziata con la trattativa Stato-mafia alla quale è seguita una lunga pace all’ombra della quale hanno spadroneggiato cricche e affaristi di tutti i tipi grazie ad una spesa pubblica in costante crescita. Il gigantesco debito pubblico che oggi minaccia la nostra stabilità ne è la logica conseguenza ed è anche (anche non solo) espressione di quel sistema di potere clientelare-affaristico-mafioso specializzato nel far sparire capitali pubblici.

Come è stato possibile e che evoluzione ci può essere? Basta guardare alla Sicilia di oggi per avere la risposta.

Il blocco dei fondi europei alla regione siciliana cui si è arrivati perché l’Unione non si fida più di come vengono spesi nell’isola i soldi comunitari è solo l’ultimo anello di una catena che rivela una sistematica opera di rapina delle risorse pubbliche di cui dispone da decenni la classe dirigente siciliana.

Soldi distribuiti a pioggia anziché investimenti veri, scarsa affidabilità dei controlli, progetti non conclusi, tanti errori contabili, irregolarità negli appalti. Questi i motivi per cui si è arrivati al blocco. Eppure la Sicilia ha ricevuto tra il 2000 e il 2006 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme. Eppure è riuscita a spendere meno del 10% di quei soldi e nel modo che ha causato la reazione europea.

Se ci mettiamo tutti i soldi arrivati per i motivi più diversi negli anni della Repubblica abbiamo una montagna di risorse rubate e distrutte da quel sistema di potere. Tutti i problemi della Sicilia e anche del Mezzogiorno sono riconducibili a quella causa, l’uso degenerato delle risorse pubbliche realizzato attraverso le istituzioni. Requisito indispensabile è stato avere una società civile sottomessa ed arretrata che non fosse in grado di riscattarsi promuovendo l’affermazione di una nuova classe dirigente. La mafia è stato ed è uno strumento eccezionale per piegare la società sia in basso che in alto.

Ora si dice che mancano i soldi in cassa, ma la Sicilia è diventata una barzelletta per la facilità con la quale vengono dilapidati i soldi pubblici. 1,27 miliardi di euro spesi per i dipendenti nel 2011 pari al 10% delle spese correnti (in Lombardia 171 milioni e lo 0,6% della spesa). Un esercito di oltre 20.000 dipendenti cui vanno aggiunti i 25.000 forestali e precari dei lavori socialmente utili. Decine di società sotto il controllo della Regione la maggior parte in disavanzo. Ecco solo alcune delle cifre di un disastro annunciato e previsto che si ripete da molti anni e che è indispensabile per perpetuare un sistema di potere fondato sulle clientele, sui favoritismi e sull’illegalità perfettamente congeniale ad un’organizzazione mafiosa del potere.

Che la mafia, ormai, sia dilagata al nord e in Europa con capitali criminali con i quali distrugge la legalità e l’economia sana non fa venir meno alla Sicilia il suo ruolo di “casa madre” nella quale si organizza la rete del potere politico ed economico su scala nazionale. La stessa cosa avviene con la ‘ndrangheta che mantiene le sue radici in Calabria. Una base territoriale è indispensabile a quelle organizzazioni anche per influire sulle scelte politiche nazionali e sulla spartizione delle risorse.

Certo, non tutti si piegano a quel sistema di arretratezza sociale e civile pagata con premi e mance che vengono dai bilanci pubblici; non si tratta di un dominio assoluto, i siciliani onesti esistono, ci sono tante organizzazioni della società civile e non sono pochi i politici che li rappresentano. La sostanza del potere, però, non è nelle loro mani.

Il risultato di questo dominio mafioso è fotografato in un dato del centro studi di Svimez secondo il quale il Pil pro capite delle regioni del Sud dal 1951 al 2009, anziché crescere, ha subito rispetto al Nord un netto arretramento calando in valuta costante dal 65,3% al 58,8%.

In tanti si rendono conto che in quel sistema non c’è futuro, ma solo declino, corruzione e degrado, ma non riescono ad organizzarsi e a crescere. E il fatto che a livello nazionale non si riesca ancora a mettere la parola fine sulle stragi, sugli attentati, sugli assassinii eccellenti significa che le alleanze fra poteri criminali ed eversivi sono ancora in piedi e riescono ad impedire che si arrivi alla verità.

Claudio Lombardi

I disastri, la crisi e l’insostenibile leggerezza dei politici (di Claudio Lombardi)

In una delle zone più ricche e più sviluppate del Paese un terremoto di media intensità provoca crolli diffusi, numerose vittime e molte migliaia di sfollati perché la prevenzione e il rispetto di regole prudenziali nella costruzione degli edifici e nella messa in sicurezza è l’ultima delle preoccupazioni delle istituzioni, delle amministrazioni pubbliche e di tanti cittadini abituati al tirare a campare, all’arte di arrangiarsi e incapaci di chiedere il rispetto dell’interesse generale da chi questo deve fare senza se e senza ma.

Un politico di lungo corso e di esibita fede cattolica, Roberto Formigoni, viene scoperto a libro paga di un mediatore di affari nella sanità lombarda. Sanità che dipende dal governo della Regione cioè dallo stesso Formigoni. Secondo i magistrati molti milioni di euro costituiscono il bottino del mediatore, Daccò, e le spese a favore del Presidente della Regione, scoperte finora, ammontano a cifre dell’ordine di milioni di euro (una barca di 27 metri a disposizione, vacanze in paradisi non celesti bensì terreni da decine di migliaia di euro a volta, una villa in Sardegna venduta ad un terzo del suo valore ecc ecc). Non serve altro per dichiarare il Formigoni bugiardo e disonesto e per chiedere alla Magistratura di metterlo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente alle istituzioni. Un presidente di regione pagato in natura con viaggi, ville scontate e altre utilità da chi è in affari con la regione stessa è incompatibile con la democrazia ed è inutile e dannoso per i cittadini.

Ci siamo appena liberati da un governo diretto da un imbroglione che ha passato più tempo a svicolare dalle inchieste giudiziarie a suo carico, a fabbricare leggi personali e a combattere i magistrati che a governare e assistiamo increduli al tentativo di riciclarsi come un leader del popolo addirittura preso a riferimento da giovani che vorrebbero rifondare il Pdl. Ma cosa vogliono rifondare e su che basi se non fanno i conti con i disastri prodotti dal berlusconismo? E Berlusconi sarebbe il loro candidato alla Presidenza della Repubblica con il suo codazzo di ladri e di puttane? C’è da chiedersi da dove vengano questi giovani e che idea abbiano dell’Italia e dello Stato.

In questi confini si svolge la vicenda italiana emblema di una leggerezza della politica che non sa governare, ma sa conquistare il potere e mantenerlo distruggendo risorse e mandando a picco il Paese.

Domandiamoci quanto ci è costato il sistema di potere clientelare dei governi di centro, centro destra e centro sinistra che hanno diretto la ricostruzione dell’Italia, ma lo hanno fatto non con la legalità e la crescita della cultura civica dei cittadini, ma elevando a sistema il nepotismo, l’abuso e l’uso del denaro pubblico per conquistare consensi corrompendo le regole del vivere civile e il regolare funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

La montagna del debito pubblico sta lì a testimoniare di quanto sia costata agli italiani quella lunga stagione.

La situazione è drammaticamente peggiorata col berlusconismo, degenerazione estrema del clientelismo, che ha costruito uno spregiudicato sistema di governo di cricche e di gruppi di potere dando l’illusione che fosse un progetto liberale che avrebbe reso gli italiani più liberi e più ricchi.

I risultati li stiamo toccando con mano e i crolli in Emilia Romagna e lo stato disastroso del territorio esposto a frane, smottamenti, esondazioni, terremoti ne sono l’emblema più evidente. Ciò che sta crollando è quell’Italia governata da oligarchie imbelli avviluppate in lotte di palazzo o semplicemente criminali in lotta per accaparrarsi risorse pubbliche che abbiamo visto all’opera negli ultimi venti anni. Fra gli imbelli mettiamoci pure le opposizioni che molto di più avrebbero potuto fare se non avessero messo al centro il loro narcisismo, se avessero guardato oltre i loro schemini teorici o i loro slanci adolescenziali per realizzare qui ciò che hanno tanto ammirato in paesi molto lontani e molto diversi da noi come gli Usa o anche se avessero guardato oltre la loro rete di rapporti nei palazzi del potere. Possiamo dire che anche loro sono in parte responsabili dei disastri di oggi?

Oggi abbiamo un governo di professori che non ha la forza per dare una sterzata e riportare il rigore e la legalità al primo posto perché è sotto ricatto di un Parlamento che non rappresenta più il Paese e perché è stretto in vincoli europei sempre più insensati che fanno apparire l’Europa come un peso insopportabile e non come un’opportunità. Un governo che, però, ha trovato la forza per dare battaglia sull’art. 18 che persino la Confindustria ha dichiarato inutile per la ripresa economica e per imporre una riforma delle pensioni servita solo a fare cassa facendo pagare a chi ha poco i conti della crisi.

In questo scenario nulla di buono potrà accadere se i cittadini non si risveglieranno dal torpore che ha consegnato tutto il potere in mano a una classe dirigente di incapaci e di predoni strettamente alleati di fatto con le varie forme di criminalità che imperversano in Italia e che rappresentano ormai anche un potere economico diffuso.

Risvegliarsi non significa solo mandare tutti a quel paese, ma vuol dire impegnarsi, pretendere e imporre una nuova politica e una nuova democrazia portando alla guida delle istituzioni le parti migliori della società civile costringendo a rinnovarsi anche quelle forze politiche disposte a fare la loro parte per la ricostruzione dell’Italia.

Claudio Lombardi

La crociera della nave-Italia è finita, sbarchiamo e cambiamo il comandante (di Claudio Lombardi)

Una bella metafora dell’Italia nel romanzo di Paolo Di Paolo “Dove eravate tutti” (pubblicato da Feltrinelli):

“Mi perdoni se entro nel campo personalissimo delle mie visioni, se non addirittura delle mie allucinazioni. Mi creda, mi è sembrato di averla davanti agli occhi: una nave da crociera. Il pensiero mi ha accompagnato fino a notte e non mi ha ancora lasciato: l’Italia, per vent’anni, è stata una nave da crociera. Non le pare? Con i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano bar. La vacanza dev’essere cominciata con una cosa che, per età, non riesco a ricordare per memoria diretta. Ne hanno mandati in onda alcuni passaggi l’altra sera. Si chiamava Colpo grosso, lo trasmettevano su Italia7, gestione Fininvest.”

“Saliti sulla nave da crociera abbiamo preso il largo. Diretti dove? Era impossibile capirlo. Ma siamo rimasti a bordo per vent’anni. Le vacanze erano finite, veniva da piangere a tutti, come in una pubblicità. Però qualcuno deve aver detto che si poteva restare. Si poteva non scendere più. Lui avrebbe continuato a intrattenere, a sorridere, a cantare. Un giorno, quando sembrava che tutto sarebbe durato così per sempre il Capo sarebbe sceso.”

I brani sono citati nella recensione di Antonio Tabucchi (Repubblica del 6 settembre2011) che, passando dalla poesia e dalla metafora alla “prosa” dei nostri giorni tristi, così continua la descrizione del viaggio della nave-Italia:

“Ecco per dove era partita la nave da crociera su cui si era imbarcata l’Italia: verso presunte “donne di sogno, banane e lamponi” che l’intrattenitore, Joker di un fumetto scadente, aveva promesso a tutti, ma proprio a tutti, firmando un contratto televisivo seduto a una scrivania di ciliegio di fronte a un presentatore che fingeva di essere il notaio. Il ventennio berlusconiano, mascherato di pinzillacchere televisive, di bandane in ville cafone, di dittatori russi che venivano dall’amico in Sardegna con un incrociatore militare, di dittatori libici che venivano dall’amico a Roma con le loro amazzoni, di partouzes con minorenni – se tutto questo è sembrato uno spettacolo da circo o un brutto sogno, in realtà è successo davvero: è stata un’epoca truce e funebre che ha scavato gallerie oscure nelle coscienze degli italiani.”

E su tutto Lui: l’Eletto che si mette in contatto direttamente con il popolo e ne assorbe la sovranità facendola sua. Tabucchi lo definisce “il sistema tolemaico di quell’imprenditore brianzolo proveniente da un’associazione eversiva che la stampa italiana, con un anglicismo fuori luogo, definisce il premier. E che ha come seconders boss mafiosi, corruttori di giudici, sub-agenti dei servizi segreti, giornalisti al soldo, sicari, cardinali, magnaccia e cocainomani.”

Sì c’è l’emergenza e bisogna concentrarsi sulle cose da fare, ma non si dica che l’argomento Berlusconi ormai è sorpassato perché questa bella metafora di Paolo Di Paolo descritta e commentata da Antonio Tabucchi ci parla della nostra responsabilità per un governo e un sistema di potere che ogni giorno che passa mostra la sua inettitudine a guidare il nostro Paese e la sua vera natura di macchina di potere e di affari al servizio di un ceto sociale che si è impadronito dello Stato.

Finché gli italiani non metteranno la parola fine a questa storia, rendendosi conto che per tanti anni si sono fatti prendere in giro dai sogni di cartapesta di un potere mediatico colossale, non potrà ripartire la ricostruzione dell’Italia.

Al sogno in tanti ci hanno voluto credere perché pensavano che qualcosa a loro sarebbe arrivato e che la strada del successo tutti la potevano percorrere. Molti ci sono arrivati con la truffa, con i raggiri, rubando allo Stato, alleandosi con le mafie, con la prostituzione del corpo e, soprattutto dei cervelli. Come quella maggioranza parlamentare che poco tempo fa ha votato compatta un documento ufficiale nel quale si dava valore solenne all’affermazione che la Ruby rubacuori in vendita, secondo i verbali giudiziari, per qualche centinaio di euro, fosse la nipote di Mubarak e che Berlusconi avesse imposto il suo rilascio in Questura per salvare l’Italia.

Adesso questa stessa maggioranza dovrebbe salvare veramente l’Italia con una svolta politica che non potrà mai fare. Tutti sappiamo che nessun provvedimento di emergenza potrà rimediare ai guasti che sono stati fatti in decenni di malgoverno e di crescita distorta dell’economia e della società. Ci vorrebbe una rivoluzione civile che imponesse nuove classi dirigenti in grado di guidare riforme ben più profonde di quelle tanto enfatizzate delle pensioni o dei contratti di lavoro.

Fino a che si parla solo di numeri ci si dimentica che sono le persone a fare la storia e che i numeri sono la conseguenza delle azioni e delle opere umane, non sono il punto di partenza e di arrivo.

Claudio Lombardi

I cittadini hanno votato e hanno scelto (di Claudio Lombardi)

I cittadini hanno votato e hanno scelto. Tutto adesso appare molto più semplice, più chiaro e anche più impegnativo.

Semplice perché si è dimostrato che la democrazia è viva, che non è fatta di masse inerti stregate dai messaggi pubblicitari e che la delega al Capo, unico depositario della volontà popolare,  ha un limite oltre il quale scatta una reazione di rifiuto. Nonostante o, meglio, grazie alla crisi dei partiti, sono nate forme nuove di partecipazione, di formazione e di scambio delle idee, di espressione del consenso e del dissenso. La politica, come funzione sociale di governo della collettività, è la nuova speranza che ha mosso milioni di italiani stufi di apparati di potere, di cricche, di inettitudine e di complicità prosperati all’ombra di partiti che stavano costruendo lo Stato antidemocratico delle oligarchie.

La creazione e la circolazione delle idee, la capacità di analizzare la realtà per verificarne la fondatezza, la decisione di azioni concrete e l’iniziativa politica sono state condotte e realizzate autonomamente in gran parte al di fuori degli stessi partiti di opposizione da gruppi di cittadini che hanno così iniziato a sperimentare concretamente la possibilità di influire sul corso delle cose.

È un fenomeno di nascita della cittadinanza attiva ancora non abbastanza conosciuto fatto di una miriade di gruppi di collegamento e di iniziativa che hanno in gran parte superato la divisione tra radicamento nel territorio ed “evanescenza” della pura presenza virtuale su internet. Si è dimostrato anzi, proprio in queste elezioni, che la vitalità democratica e la forza della partecipazione hanno portato all’incontro dei mondi del radicamento territoriale e dello spazio di internet che si supponevano diversi ed in antitesi. In tanti hanno sperimentato la forza che deriva dall’appartenere ad entrambi e ne hanno tratto maggiore conoscenza, capacità di azione e la possibilità di costruire reti di rapporti molto più grandi del passato. Le forze politiche che hanno capito queste novità sono state premiate, ma non sono state loro il quartier generale che ha mosso le persone secondo uno schema classico della politica; piuttosto sono andate bene perché hanno condiviso e non hanno preteso di imporre giochi di partito o formule da professionisti della politica.

La sorpresa dei risultati elettorali c’è stata, inoltre, anche perché questi sviluppi si sono realizzati in maniera non appariscente. Anche quando sono state organizzate manifestazioni memorabili nate da gruppi informali pensate, decise e pubblicizzate prima con canali diretti (passaparola, internet) e poi su giornali e televisioni non è stata colta la qualità e la profondità del cambiamento che si stava verificando.

Ora appare semplice che i cittadini discutano, decidano e cambino il corso delle cose. Ricordiamoci di come si è costruita questa svolta e non accettiamo che nessun partito dica: è merito mio, date a me la delega e ci penso io a guidarvi. Piuttosto siano i partiti a dimostrare di saper costruire o, meglio, condividere forme nuove di espressione politica se ne sono capaci. Altrimenti accettino di essere superati da altri che sapranno farlo.

Chiaro perché è caduto (non completamente ancora però) il velo che nascondeva la realtà di quello che veramente stava accadendo in Italia. Ben pochi ormai credono alla rappresentazione finta che è stata costruita nel corso degli anni a sostegno di una classe dirigente imbastardita perché dedita agli interessi privati di ognuno dei suoi componenti e inerte di fronte allo spreco di risorse e allo sfascio delle istituzioni.

Il velo è caduto perché si è alzato il vento della crisi economica e gli italiani si sono resi conto di essere più poveri e in balia dell’arbitrio di chiunque detenesse il potere di dettare ed imporre agli altri le proprie condizioni (dall’ultimo dei call center alle istituzioni della Repubblica). A questo punto hanno guardato in alto, al vertice del potere, e hanno visto con occhi diversi la verità delle persone che lo avevano preso. Se i politici di opposizione non hanno insistito abbastanza sul collegamento fra affari delle cricche (Bertolaso, Anemone ecc ecc), sfascio delle istituzioni e impoverimento del Paese, le persone hanno cominciato ad imprimerselo bene in mente. E ogni volta che ascoltavano la decisione di tagliare qualche servizio o qualche stipendio hanno rinnovato quel collegamento e giudicato.

Non è un caso se uno dei caratteri forti di questo voto è che i cittadini hanno fatto di testa loro scegliendo le persone che ritenevano più adatte e non quelle indicate dagli apparati dei partiti. La circolazione “sotterranea” delle idee e la formazione dei punti di vista si è allargata e ha prodotto fatti, non solo clic sui computer. Anzi, i clic sui computer sono diventati vita reale e la situazione è apparsa più chiara; drammatica per lo stato dell’economia e della società, ma chiara.

Impegnativo perché adesso non si può tornare indietro. La situazione dell’Italia è troppo seria perché si possa consentire ad un Governo incapace a capo di una maggioranza parlamentare inconsistente (non nei numeri, ma nella capacità di guidare il Paese) di continuare a gestire le istituzioni. E non è nemmeno possibile pensare che basti e che sia decisivo un mero cambio di partiti al vertice perché questo significherebbe illudersi e non sarebbe il cambiamento profondo del quale, invece, c’è bisogno. Il punto di partenza lo abbiamo visto e su quella strada bisogna camminare : il protagonismo dei cittadini, la loro partecipazione politica non per contendersi il potere, ma per costruire le decisioni e per accompagnare le istituzioni e gli apparati nella loro applicazione e nel controllo sull’efficacia.

Qualità è la grande richiesta che viene dagli italiani. Non è più possibile tollerare che risorse e beni preziosi siano dilapidati senza ritegno e senza produrre risultati buoni per la collettività e per i singoli cittadini. Tutto ciò che è stato ostaggio delle cricche e di chi ha occupato le istituzioni per farsi gli affari suoi deve tornare ad essere visibile e controllato. Chi ha commesso reati deve pagare senza sconti per nessuno ed essere messo da parte. I problemi devono essere affrontati per risolverli con i mezzi enormi di cui dispone un paese ricco come l’Italia; un paese che è riuscito a spendere a vuoto decine di miliardi di euro dai rifiuti in Campania, al ponte sullo stretto, ai lavori della Protezione civile, ai fondi europei saccheggiati e dilapidati senza risolvere nulla, senza crescita, senza costruire niente.

Adesso le cose devono cambiare: è il tempo della concretezza e della cittadinanza attiva che deve partecipare e dare vita a una nuova politica.

Claudio Lombardi

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