Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

L’Economist dossier Italia: le istituzioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

Istituzioni poco credibili

I confini tra i partiti, la pubblica amministrazione, i mezzi d’informazione, il mondo degli affari e il sistema giudiziario sono simili a nastri sottili che possono essere piegati a piacimento esercitando una pressione minima. Le istituzioni sono indebolite da conflitti d’interessi che spuntano ovunque come funghi. Il fatto che il presidente del consiglio sia il proprietario del più grande impero televisivo del paese è solo il più eclatante.

Negli anni novanta c’era chi pensava che l’Italia fosse alle soglie di una trasformazione istituzionale. Entrando nell’eurozona il paese non poteva più svalutare la sua moneta se mai le esportazioni perdevano competitività, e i governi sarebbero stati costretti a dare una spinta alla produttività. La fine del monopolio di potere della Democrazia cristiana, dopo Mani pulite, doveva permettere all’Italia di diventare una democrazia più normale, con due grandi partiti che si alternano alla guida del paese garantendo un governo stabile.

Tutto questo non è successo. I problemi dell’economia italiana sono sostanzialmente gli stessi di quindici anni fa, anche se ora il coinvolgimento diretto del governo nell’industria è minore. L’Italia non ha un vero bipolarismo: la sinistra è composta da un gruppo di forze politiche dagli interessi contrastanti, che a volte riescono a fare fronte comune per cercare di ottenere una vittoria elettorale, ma che tendono a dividersi subito dopo. Il Popolo della libertà (Pdl), il principale partito di destra, ha formato un governo di coalizione insieme a un’altra forza politica con cui è in disaccordo su problemi essenziali, come il grado di autonomia da concedere alle regioni. In più buona parte degli esponenti del Pdl non sono politici in senso classico ma fan di Berlusconi o suoi ex dipendenti.

Dopo i processi di Mani pulite l’Italia ha compiuto una graduale riforma elettorale, che ha prodotto governi forti con maggioranze più solide. Tuttavia, nel 2005, il governo Berlusconi ha introdotto un sistema a liste bloccate, con la speranza di rendere la sinistra ancora più frammentata di quanto già non fosse. Questo non è avvenuto, ma il nuovo sistema ha portato a un aumento del controllo da parte dei vertici dei partiti e ha messo fine al legame diretto tra gli elettori e i candidati.

In Italia mantenere il carrozzone della politica ha un costo esorbitante. I partiti ricevono un generoso finanziamento per le spese elettorali. Secondo la corte dei conti, tra il 1994 e il 2008 i partiti hanno ricevuto 2,2 miliardi di euro di rimborsi elettorali, ma hanno dimostrato di averne spesi solo 579 milioni. Una lettura cinica delle cifre porterebbe alla conclusione che, in quel periodo, i partiti hanno registrato un profitto di 1,67 miliardi di euro a spese dei contribuenti.

Il conflitto d’interessi colpisce anche il giornalismo e gli affari. Però, mentre nel caso dei giornali è difficile sostenere che in Italia non ci siano abbastanza voci per assicurare il pluralismo, lo stesso non si può dire per la televisione, che è il mezzo attraverso cui s’informa la maggior parte degli italiani. Berlusconi possiede le principali reti commerciali, inoltre il suo governo è in grado di influire sulle nomine alla Rai. Questo doppio controllo concede al presidente del consiglio un potere smisurato sul modo in cui il suo governo viene percepito dai telespettatori.

Freedom House, una ong statunitense, sostiene che il governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 ha esercitato il controllo su più del 90 per cento dei canali televisivi. Negli ultimi anni non è cambiato molto. Anche se l’inquilino di palazzo Chigi non fosse il proprietario di un impero editoriale e televisivo dominante, la Rai sarebbe comunque condizionata dalla politica. Sette dei nove membri del consiglio d’amministrazione della tv di stato sono eletti da una commissione parlamentare. Trascorrono il loro tempo contrattando la durata dei passaggi televisivi concessi ai rappresentanti dei loro partiti invece di permettere ai giornalisti di essere obiettivi.

Per capire quanto i conflitti blocchino il cambiamento basta considerare la riforma giudiziaria proposta dal governo. I tribunali italiani, per minimizzare il rischio di ingiustizie concedono la possibilità di fare ricorso in appello in ogni grado di giudizio. Questa lodevole intenzione produce però risultati spaventosi. Secondo uno studio del Consiglio europeo, nel 2005 in Italia ci sono voluti in media 1.210 giorni per risolvere ogni disputa contrattuale, mentre in Gran Bretagna ne bastavano 229 e in Francia 331. Da qui la volontà del governo di riformare il sistema giudiziario. Il testo della riforma mescola alcune proposte che potrebbero essere abbastanza utili – come la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici – con altre che risulterebbero disastrose, come la possibilità di denunciare in sede civile i magistrati e i giudici e quella di far decidere ai politici quali casi dovrebbero avere la priorità.

Il presidente del consiglio è in guerra contro i magistrati “comunisti” da quando è entrato in carica, e ormai dedica un giorno alla settimana alla sua battaglia personale contro il potere giudiziario. Di conseguenza non esiste alcuna possibilità che questo governo possa proporre una riforma della giustizia disinteressata. Per quanto riguarda i magistrati, sembra effettivamente che alcuni di loro siano spinti da motivazioni politiche. I magistrati, anche se hanno combattuto la corruzione nella politica, non dovrebbero diventare parlamentari. Dunque una riforma giudiziaria è impossibile, perché le motivazioni di tutti possono essere messe in discussione.

I conflitti d’interessi e i confini ambigui tra le istituzioni sembrano essere la norma, e i poteri invece di essere separati sono mescolati tra loro. Ma tutte queste matasse inestricabili sono poca roba in confronto a quella che riguarda il premier. Certo, una ragione del suo incredibile successo potrebbe essere la simpatia che ispira in tutti quelli che si riconoscono un po’ in lui. (fine quarta parte)