Brexit. Come si manipola il consenso

Pubblichiamo il discorso tenuto dalla giornalista Carole Cadwalladr al TED (conferenze di condivisione di idee ed esperienze) di Vancouver lo scorso 16 aprile. Si tratta della giornalista dell’Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca

Il giorno dopo il voto sulla Brexit, quando la Gran Bretagna si è svegliata con lo choc di scoprire che stavamo davvero lasciando l’Unione Europea, il mio direttore al quotidiano Observer, mi ha chiesto di tornare nel Galles meridionale, dove sono cresciuta, e scrivere un reportage. E così sono arrivata in una città chiamata Ebbw Vale.

È nelle valli del Galles meridionale, che è un posto abbastanza speciale. Aveva questa sorta di cultura di classe operaia benestante, ed è celebre per i cori di  voci maschili gallesi, il rugby e il carbone. Ma quando ero adolescente, le miniere di carbone e le fabbriche di acciaio chiusero, e l’intera area ne è rimasta devastata. Ci sono tornata perché al referendum della Brexit era stata una delle circoscrizioni elettorali con la più alta percentuale di voti per il “Leave”. Sessantadue per cento delle persone qui hanno votato per lasciare l’Unione Europea. E io volevo capire perché.

Quando sono arrivata sono rimasta subito sorpresa perché l’ultima volta che era stata ad Ebbw Vale era così (mostra la foto di una fabbrica chiusa). E ora è così. (mostra altre foto). Questo è un nuovissimo college da 33 milioni di sterline che è stato in gran parte finanziato dall’Unione Europea. E questo nuovo centro sportivo fa parte di un progetto di rigenerazione urbana da 350 milioni di sterline, finanziato dall’Unione Europea. E poi c’è questo tratto stradale da 77 milioni di sterline, e una nuova linea ferroviaria e una nuova stazione, tutti progetti finanziati dall’Unione Europea. E non è che la cosa sia segreta. Perché ci sono grossi cartelli ovunque a ricordare gli investimenti della UE in Galles.

Camminando per la città, ho avvertito una strana sensazione di irrealtà. E me ne sono davvero resa conto quando ho incontrato un giovane davanti al centro sportivo che mi ha detto di aver votato per il Leave, perché l’Unione Europea non aveva fatto nulla per lui. E ne aveva abbastanza di questa situazione. E in tutta la città le persone mi dicevano la stessa cosa. Mi dicevano che volevano riprendere il controllo, che poi era uno degli slogan della campagna per la Brexit. E mi dicevano che non ne potevano più di immigranti e rifugiati. Erano stufi.

Il che era abbastanza strano. Perché camminando per la città, non ho incontrato un solo immigrato o rifugiato. Ho incontrato una signora polacca che mi ha detto di essere l’unica straniera in paese. E quando ho controllato le statistiche, ho scoperto che Ebbw Vale ha uno dei più bassi tassi di immigrazione del Galles. E quindi ero un po’ confusa, perché non riuscivo a capire da dove le persone avessero preso le informazioni su questo tema. Anche perché erano i tabloid di destra a sostenere questa tesi, ma questo è una roccaforte elettorale della sinistra laburista.

Ma poi, quando è uscito il mio articolo, questa donna mi ha contattato. Mi ha detto di abitare a Ebbw Vale e mi ha detto di tutta quella roba che aveva visto su Facebook durante la campagna elettorale. Io le ho chiesto, quale roba? E lei mi ha parlato di roba che faceva paura, sull’immigrazione in generale, e in particolare sulla Turchia. Allora ho provato a indagare, ma non ho trovato nulla. Perché su Facebook non ci sono archivi degli annunci pubblicitari o di quello ciascuno di noi ha visto sul proprio “news feed”. Non c’è traccia di nulla, buio assoluto.

Questo referendum avrà un profondo effetto per sempre sulla Gran Bretagna, lo sta già avendo: i produttori di auto giapponesi che vennero in Galles e nel nord est offrendo un lavoro a coloro che lo avevano perduto con la chiusura delle miniere di carbone, se ne sono già andati a causa della Brexit. Ebbene, l’intero referendum si è svolto nel buio più assoluto perché si è svolto su Facebook. E quello che accade su Facebook resta su Facebook. Perché soltanto tu sai cosa c’era sul tuo news feed, e poi sparisce per sempre, ma così è impossibile fare qualunque tipo di ricerca. Così non abbiamo idea di quali annunci ci siano stati, di quale impatto hanno avuto, o di quali dati personali sono stati usati per profilare i destinatari dei messaggi. O anche solo chi li ha pagati, quanti soldi ha investito, e nemmeno di quale nazionalità fossero questi investitori.

Noi non lo possiamo sapere ma Facebook lo sa. Facebook ha tutte queste risposte e si rifiuta di condividerle. Il nostro Parlamento ha chiesto numerose volte a Mark Zuckerberg di venire nel Regno Unito e darci le risposte che cerchiamo. Ed ogni volta, lui si è rifiutato. Dovete chiedervi perché. Perché io e altri giornalisti abbiamo scoperto che molti reati sono stati compiuti durante il referendum. E sono stati fatti su Facebook.

Questo è accaduto perché nel Regno Unito noi abbiamo un limite ai soldi che puoi spendere in campagna elettorale. Esiste perché nel diciannovesimo secolo le persone andavano in giro con letteralmente carriole cariche di soldi per comprarsi i voti. Per questo venne votata una legge che lo vieta e mette dei limiti. Ma questa legge non funziona più. La campagna elettorale del referendum infatti si è svolta soprattutto online. E tu puoi spendere qualunque cifra su Facebook, Google o YouTube e nessuno lo saprà mai, perché queste aziende sono scatole nere. Ed è esattamente quello che è accaduto.

Noi non abbiamo idea delle dimensioni, ma sappiamo con certezza che nei giorni immediatamente precedenti il voto, la campagna ufficiale per il Leave ha riciclato quasi 750 mila sterline attraverso un’altra entità che la commissione elettorale aveva giudicato illegale, e questo sta nei referti della polizia. E con questi soldi illegali, “Vote Leave” ha scaricato una tempesta di disinformazione. Con annunci come questi (si vede un annuncio che dice che 76 milioni di turchi stanno per entrare nell’Unione Europea). E questa è una menzogna. Una menzogna assoluta. La Turchia non sta per entrare nell’Unione Europea. Non c’è nemmeno una discussione in corso nella UE. E la gran parte di noi, non ha mai visto questi annunci perché non eravamo il target scelto. E l’unico motivo per cui possiamo vederli oggi è perché il Parlamento ha costretto Facebook a darceli.

Forse a questo punto potreste pensare, “in fondo parliamo soltanto di un po’ di soldi spesi in più, e di qualche bugia”. Ma questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato. E questo è soltanto uno dei reati che ci sono stati in occasione del referendum.

C’era un altro gruppo, che era guidato da quest’uomo (mostra una foto), Nigel Farage, quello alla sua destra è Trump. E anche questo gruppo, “Leave EU”, ha infranto la legge. Ha violato le norme elettorali e quelle sulla gestione dei dati personali, e anche queste cose sono nei referti della polizia. Quest’altro uomo (sempre nella stessa foto), è Arron Banks, è quello che ha finanziato la loro campagna. E in una vicenda completamente separata, è stato segnalato alla nostra Agenzia Nazionale Anticrimine, l’equivalente del FBI, perché la commissione elettorale ha concluso che era impossibile sapere da dove venissero i suoi soldi. E anche solo se la provenienza fosse britannica. E non entro neppure nella discussione sulle menzogne che Arron Banks ha detto a proposito dei suoi rapporti segreti con il governo russo. O la bizzarra tempestività degli incontri di Nigel Farage con Julian Assange e il sodale di Trump, Roger Stone, ora incriminato, subito prima dei due massicci rilasci di informazioni riservate da parte di Wikileaks, entrambi favorevoli a Donald Trump. Ma quello che posso dirvi è che la Brexit e l’elezione di Trump sono strettamente legati. Ci sono dietro le stesse persone, le stesse aziende, gli stessi dati, le stesse tecniche, lo stesso utilizzo dell’odio e della paura.

Questo è quello che postavano su Facebook. E non riesco neanche a chiamarlo menzogna perché ci vedo piuttosto il reato di instillare l’odio (si vede un post con scritto “l’immigrazione senza assimilazione equivale a un’invasione”).

Non ho bisogno di dirvi che odio e paura sono stati seminati in rete in tutto il mondo. Non solo nel Regno Unito e in America, ma in Francia, Ungheria, Brasile, Myanmar e Nuova Zelanda. E sappiamo che c’è come una forza oscura che ci collega tutti globalmente. E che viaggia sulle piattaforme tecnologiche. Ma di tutto questo noi vediamo solo una piccola parte superficiale.

Io ho potuto scoprire qualcosa solo perché ho iniziato a indagare sui rapporti fra Trump e Farage, e su una società chiamata Cambridge Analytica. E ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook. E lo ha fatto ottenendo illecitamente i profili di 87 milioni di utenti Facebook. C’è voluto un intero anno per convincere Christopher a uscire allo scoperto. E nel frattempo mi sono dovuta trasformare da reporter che raccontava storie a giornalista investigativa. E lui è stato straordinariamente coraggioso, perché Cambridge Analytyca è di proprietà di Robert Mercer, il miliardario che ha finanziato Trump, e che ci ha minacciato moltissime volte per impedire che pubblicassimo tutta la storia. Ma alla fine lo abbiamo fatto lo stesso.

E quando eravamo al giorno prima della pubblicazione abbiamo ricevuto un’altra diffida legale. Non da Cambridge Analytica stavolta. Ma da Facebook. Ci hanno detto che se avessimo pubblicato la storia, ci avrebbero fatto causa. E noi l’abbiamo pubblicata.

Facebook, stavate dalla parte sbagliata della storia in questa vicenda. E lo siete quando vi rifiutate di dare le risposte che ci servono. Ed è per questo che sono qui. Per rivolgermi a voi direttamente, dei della Silicon Valley… Mark Zuckerberg…. E Sheryl Sandberg, e Larry Page e Sergey Brin e Jack Dorsey, ma mi rivolgo anche ai vostri dipendenti e ai vostri investitori. Cento anni fa il più grande pericolo nelle miniere di carbone del Galles meridionale era il gas. Silenzioso, mortale e invisibile. Per questo facevano entrare prima i canarini, per controllare l’aria. In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia.

La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto. E voi ne avete le prove. E non basta ripetere che in futuro farete di più per proteggerci. Perché per avere una ragionevole speranza che non accada di nuovo, dobbiamo sapere la verità.

Magari adesso pensate, “beh, parliamo solo di alcuni post pubblicitari, le persone sono più furbe di così, no?”. Se lo faceste vi risponderei: “Buona fortuna, allora”. Perché il referendum sulla Brexit dimostra che la democrazia liberale non funziona più. E voi l’avete messa fuori uso. Questa non è più democrazia – diffondere bugie anonime, pagate con denaro illegale, dio sa proveniente da dove. Questa si chiama “sovversione”, e voi ne siete gli strumenti.

Il nostro Parlamento è stato il primo del mondo a provare a chiamarvi a rispondere delle vostre azioni, ma ha fallito. Voi siete letteralmente fuori dalla portata delle nostre leggi. Non solo quelle britanniche, in questa foto nove parlamenti, nove Stati, sono rappresentati, e Mark Zuckerberg si è rifiutato di venire a rispondere alle loro domande.

Quello che sembrate ignorare è che questo storia è più grande di voi. È più grande di ciascuno di noi. E non riguarda la destra o la sinistra, il Leave o il Remain, Trump o no. Riguarda il fatto se sia possibile avere ancora elezioni libere e corrette. Perché, stando così le cose, io penso di no.

E così la mia domanda per voi oggi è: è questo quello che volete? È così che volete che la storia si ricordi di voi? Come le ancelle dell’autoritarismo che sta crescendo in tutto il mondo? Perché voi siete arrivati per connettere le persone. E vi rifiutate di riconoscere che la vostra tecnologia ci sta dividendo.

La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?

La storia delle valli del Galles meridionale è la storia di una battaglia per i diritti. E quello che è accaduto adesso non è semplicemente un incidente, è un punto di svolta. La democrazia non è scontata. E non è inevitabile. E dobbiamo combattere, dobbiamo vincere e non possiamo permettere che queste aziende tecnologiche abbiano un tale potere senza controlli. Dipende da noi: voi, me, tutti noi. Noi siamo quelli che devono riprendere il controllo.

Brexit, nazionalismo ed Europa federale

Perché è così scarso il nostro interesse per la Brexit? Forse perché oggi anche la nostra adesione al progetto di unificazione europea, peraltro abbastanza confuso e contradditorio, non è più così convinta e si è attenuata fino al limite dell’impalpabilità?

Eppure il rigetto di quel progetto, o un possibile ritorno all’indietro, procurerebbero probabilmente ai popoli europei catastrofi ora inimmaginabili: sul piano economico, ma soprattutto sul piano politico, sociale, culturale. E i conflitti emergenti sarebbero di difficile composizione dentro i recinti della politica.

referendum Regno UnitoIn primo luogo l’antefatto: il referendum è stato voluto dall’ex Presidente del governo conservatore Cameron, che pensava di respingere in questo modo le spinte isolazioniste, protezioniste, populiste e xenofobe che emergevano da una società impaurita dagli effetti dei processi di globalizzazione, investendo una parte cospicua della classe dirigente e del mondo politico. E’ sempre così quando le trasformazioni delle società avvengono in modo tanto rapido come nelle realtà attuali. Si determinano dei vortici di paura che fanno perdere di vista le opportunità positive che si creano, e l’opportunismo demagogico di molti rappresentanti politici costruisce su di loro il proprio consenso a scapito dell’interesse generale. Se si guarda alla storia recente d’Europa senza alcun paraocchi si può constatare che anche il fascismo ed il nazismo hanno avuto una genesi simile. Quanto agli esiti li conosciamo bene, o dovremmo conoscerli se avessimo un po’ di memoria storica.

Ciò che è avvenuto con Brexit dev’essere un insegnamento anche per noi: assecondare i populismi come ha fatto Cameron può avere effetti devastanti. Infatti Cameron ha dato le dimissioni ed è stato sostituito da Theresa May, più a destra di lui e fortemente determinata ad avviare le procedure per il distacco dall’Europa.

brexitA questo punto vorrei ricordare qualche dato relativo al referendum britannico. La maggioranza del 52% si è pronunciata a favore dell’uscita dall’Europa, ma a Londra hanno prevalso coloro che vorrebbero rimanere. E in Scozia il 62% dei votanti ha espresso la volontà di non uscire. Anche nell’Irlanda del Nord il 56% ha manifestato la stessa volontà. Tutte le ricerche che sono state fatte sulla composizione del voto ci dicono che i giovani fino ai 30 anni si sono espressi a maggioranza contro Brexit. Quindi Londra, la Scozia, l’Irlanda del nord, oltre ai giovani fino ai trent’anni sono stati contro Brexit, mentre a favore è stata l’Inghilterra delle campagne e delle piccole città, cioè la popolazione più impaurita dai processi di globalizzazione e più impreparata a coglierne le opportunità positive.

Un breve inciso sulle motivazioni del referendum. Il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa continentale, nel corso della Storia, è sempre stato ondivago e, a seconda dei momenti, hanno prevalso gli atteggiamenti isolazionisti, o quelli collaborativi, senza mai annullarsi vicendevolmente. L’attuale momento storico è caratterizzato da un rapido processo di globalizzazione ed è su questo punto fondamentale che si misura il rapporto tra Gran Bretagna ed Europa continentale. Ma parlare solo di globalizzazione in riferimento a Brexit rischia di essere troppo generico, confondendo idee e termini delle questioni. Ciò che impaurisce l’Inghilterra profonda non è la globalizzazione finanziaria, operante da tempo, e nemmeno la globalizzazione delle merci, regolata da una miriade di accordi intercontinentali: è invece la globalizzazione delle persone nell’epoca delle grandi migrazioni. Ed è veramente ridicolo che siano proprio gli inglesi, in prima fila per secoli nel sostenere il colonialismo più feroce, che ha spogliato interi continenti delle loro ricchezze umane e materiali, ad opporsi oggi, in modo così radicale, ai processi migratori.

autonomia ScoziaProprio a causa di quel pronunciamento referendario molto articolato, che ho sommariamente descritto, oggi la Scozia, tramite i suoi rappresentanti istituzionali, e la stessa Irlanda del Nord, sono intenzionate a promuovere dei referendum per rimanere all’interno del processo di costruzione europea, uscendo dal Regno Unito. E li vorrebbero indire prima del termine previsto dall’articolo 50 del trattato di Lisbona, per non essere costretti in pratica ad uscire dall’Europa insieme alla Gran Bretagna. Ma non ci sono precedenti, non c’è casistica nel recente passato, e non ci sono codicilli negli innumerevoli trattati che hanno accompagnato fino ad ora il processo di unificazione Europea ai quali appellarsi.

Alcuni ‘sepolcri imbiancati’ del continente (spagnoli per lo più, ma non solo) si sono già pronunciati e, per paura di innescare processi autonomistici, dai quali si sentirebbero danneggiati, si mettono al fianco di Theresa May, la quale si oppone sia al referendum scozzese, sia a quello irlandese, adducendo l’argomentazione che la Gran Bretagna è uno Stato sovrano che si è già pronunciato, sia a livello popolare, sia a livello istituzionale, ed ora si tratta solo di perfezionare Brexit con le autorità europee. I nazionalisti europei, cioè coloro che non hanno mai pensato ad un’Europa federale, ma l’hanno sempre combattuta in nome di un confederalismo ormai obsoleto, responsabile dello stallo attuale, ed hanno favorito la nascita dell’Euro senza una sovranità politica europea che fosse in grado di modificarne via via gli evidenti squilibri che provocava, ora sostengono che se la Scozia vuole rimanere in Europa deve costituirsi in Stato sovrano e chiedere l’adesione all’U.E., mettendosi in fila con tutti gli altri. Fino a quando? Fino alle kalende greche ovviamente. Questa proposta non è percorribile e i ‘sepolcri imbiancati’ lo sanno bene. Per l’Irlanda del nord il discorso è diverso, visto che chiederebbe di far parte dell’Irlanda, che fa già parte in quanto nazione del consesso europeo, però, però … è già pronta l’obiezione che l’Irlanda unificata sarebbe uno Stato diverso dall’Irlanda attuale … ecc. ecc. Questa gente ha semplicemente paura di aprire la strada ai desideri di autonomia che allignano, in modo più o meno intenso, in ogni Stato nazionale europeo.

nazionalismiInsomma, i responsabili dello stallo europeo, che hanno sempre anteposto gli interessi nazionali a quelli continentali, che hanno portato il continente sull’orlo della dissoluzione, poiché hanno bloccato lo sviluppo della costruzione europea, dopo ben due guerre mondiali che hanno avuto come epicentro l’Europa, ci vincolano all’Euro e sono contro qualsiasi evoluzione in senso federalista. Essi sono oggi gli alleati più fedeli dei populisti di destra, nazionalisti e xenofobi, che stanno emergendo qui e là, che si stanno organizzando anche in Italia (Salvini e l’estrema destra, certamente, ma che dire di Grillo e dei 5 stelle, alleati in Europa di Farage?), e che nella primavera inoltrata si misureranno pericolosamente nelle elezioni francesi. E tutti insieme sono di fatto alleati con Theresa May che, per quanto la riguarda, l’idea europea l’ha già distrutta in nome della ‘piccola’ Bretagna.

Cosa significa tutto ciò per noi?

Che Brexit è dannosa non solo per quei 600.000 italiani che studiano o lavorano in Gran Bretagna e che potrebbero trovarsi in una condizione di patente inferiorità, magari costretti a rimpatriare modificando i loro progetti di vita.

E’ dannosa per l’insieme del processo di costruzione di un’Europa federale, l’unica realtà in grado di rompere le prigioni nazionalistiche che sono costate, nel secolo scorso, milioni di morti e la scomparsa in tutto l’Occidente dell’idea stessa di progresso.

Per quanto ci riguarda, volgere la testa dall’altra parte e non affrontare i problemi che ‘qui ed ora’ si pongono illudendosi che la buriana passerà da sola, significa ritornare a quei tempi là, al pericolo di confronti armati dagli esiti sempre catastrofici (la Jugoslavia, per non scomodare sempre le guerre mondiali, non è poi così lontana, sia nello spazio, sia nel tempo).

europa unitaE non volgere la testa dall’altra parte significa oggi mettere in evidenza la contraddizione insanabile tra l’idea e la pratica dell’Europa federale e le prigioni nazionalistiche, nelle loro diverse gradazioni.  Non è nazionalista solo lo xenofobo che alimenta la paura del diverso invece di cercare nuove forme di convivenza che possono arricchire tutti economicamente, culturalmente e umanamente, e pretende di fermare, col suo ditino, o con qualche cazzuolata di cemento, le maree degli uomini e delle donne che si spostano nel mondo. E’ nazionalista anche chi non accetta cessioni di sovranità politica ad un’Europa federale, con istituzioni politiche funzionanti, mantenendo in capo alla ‘nazione’ il diritto di decidere sul niente, dato che ormai la globalizzazione è uscita dai confini nazionali. Il nazionalista al quale mi riferisco è contrario non solo all’idea di federazione europea, ma a qualsiasi idea di autonomia territoriale all’interno del proprio Stato Nazione, per paura di una dispersione dei poteri. E’ contrario anche a qualsiasi riforma istituzionale all’interno degli Stati nazionali che renda più efficiente lo Stato e risponda all’evidente necessità di risolvere la crisi della democrazia rappresentativa associando i cittadini ai processi decisionali.

Ecco perché per andare veramente avanti in Europa è necessario decidere come si sta dentro i processi di globalizzazione (economica, politica, sociale, culturale) facendo maturare una nuova ‘visione’ del processo di unificazione europea e, nello stesso tempo, di ricostruzione dei processi democratici su base territoriale, a costo di rivedere tutto quanto è stato fatto finora.

E Brexit, a causa di ciò che comunque modificherà nel nostro modo di essere, ce ne offre l’occasione.

Non so se, come dice Emanuele Severino su ‘Repubblica’ del 19 marzo, “l’Europa è nata vecchia ed il suo destino è segnato dal destino dell’Occidente”.  So invece che, fra qualche giorno, non dovremo limitarci a celebrare i sessant’anni dei ‘Trattati Roma’, ma dovremo cercare concretamente di recuperare, nelle condizioni di oggi, le idee di quei visionari che sessant’anni fa innescarono il processo di costruzione di un’Europa federale, per metterla al riparo dall’autodistruzione, dopo due terribili guerre fratricide

Lanfranco Scalvenzi

Referendum e democrazia rappresentativa

Il professor Sabino Cassese ha rilasciato al Foglio un’intervista molto interessante che affronta sinteticamente alcune problematiche emerse con il referendum sulla Brexit e dopo la sentenza della Corte Suprema britannica che ha bloccato l’attuazione della decisione referendaria senza una legge del Parlamento. Di seguito la sintesi e alcuni stralci.

“La più antica democrazia del mondo ha dato una bella lezione di democrazia al mondo. Ha stabilito che non basta un referendum, ci vuole una legge. In altre parole, che la democrazia rappresentativa prevale su quella diretta. E questo è stato deciso da una Corte Suprema, che così fa rispettare i ruoli di popolo, Parlamento e governo.

brexit(Il motivo è che) il Trattato sull’Unione Europea non è un semplice trattato, ma qualcosa di più, perché incide sul diritto nazionale. Se il Regno Unito esce dall’Unione i cittadini britannici perdono molti diritti. Quindi deve intervenire il Parlamento”.

Cassese ricorda che il Parlamento potrebbe anche decidere di restare nell’Unione dovendo votare prima il progetto di legge presentato dal governo per autorizzarlo ad avviare le procedure per la Brexit; poi una legge per abrogare quella del 1972 che decise la partecipazione del Regno Unito all’Unione Europea; e probabilmente una terza legge per approvare le condizioni dell’uscita al termine delle trattative con la UE.

Secondo Cassese “è bene dare la voce al popolo, ma è bene anche sapere che il popolo può sbagliare e che occorrono, quindi, limiti. Questo è il motivo per il quale tante scelte collettive sono sottratte al popolo e tante altre sono attribuite al popolo, ma con molte restrizioni”.

Il rischio “che sta emergendo nell’uso frequente che si fa del referendum in alcune parti del mondo è quello di gruppi interessati a certi risultati, che manipolano l’opinione pubblica e ottengono risultati per gruppi, categorie, corporazioni, a danno della collettività”.

sovranità popolareAll’obiezione che è pur sempre la volontà popolare che si esprime Cassese ribatte che “al referendum inglese hanno partecipato circa i due terzi della popolazione e quindi è bastato solo il consenso del 36 per cento per decidere di uscire dall’Unione Europea”.

Inoltre “tutti i recenti referendum, quello colombiano, quello thailandese, quello ungherese, quello inglese, quello italiano, dimostrano che i cittadini non votano sul merito della questione loro sottoposta, ma sono spinti da altri motivi, influenzati da altri fattori che è difficile controllare. (In quello italiano) c’è stato chi ha votato sulla riforma della Costituzione e chi ha votato su Renzi e il suo governo. Le conseguenze paradossali si notano ora, dopo la decisione della Corte Costituzionale sulla legge elettorale di Renzi. Molti dei sostenitori del No al referendum, infatti, sono preoccupati dalla disomogeneità delle due leggi elettorali, che potrebbe portare a maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Ma questo non dovrebbe essere un problema per i sostenitori del bicameralismo. democrazia deliberativaEssi dovrebbero, al contrario, essere contenti di ciò. Se due Camere votano nello stesso modo, sono inutili. Meglio se le due Camere si controllano reciprocamente. Dunque i sostenitori del bicameralismo, quelli che hanno votato No al referendum, dovrebbero essere lieti dell’esistenza di due leggi diverse, che potrebbero portare a due maggioranze diverse, costringendo le forze politiche all’accordo”.

La lezione che è possibile trarre per Cassese è evidente: “i nostri regimi politici sono sistemi di democrazia rappresentativa, che si integrano o completano, in alcuni momenti e a certi fini, con decisioni prese mediante ricorso diretto al popolo. Prevale la democrazia rappresentativa su quella diretta. La Costituzione italiana, ad esempio, ha saggiamente sottratto a referendum le leggi tributarie, perché, verosimilmente, sottoporre ai cittadini decisioni attinenti a imposte e tasse avrebbe come risultato solo la loro riduzione o soppressione”.

Ruolo dei partiti e referendum

Democrazia. Il Sì a Brexit è stata follia  o saggezza della folla?  Il problema non è se sia giusto tenere referendum su temi importanti, ma come si organizzano i dibattiti  che precedono il voto. È probabilmente in gioco un’idea di democrazia. Democrazia non è tanto e solo garantire a tutti libero accesso all’istruzione quanto dare a tutti delle buone ragioni per istruirsi. Così è democrazia non tanto e non solo garantire a tutti la libertà di voto quanto dare a tutti delle buone ragioni per andare a votare. Proviamo a vedere come.

brexitIl Sì a Brexit è espressione di follia o di saggezza della folla? La maggior parte dei commentatori italiani propende per la prima spiegazione, i leader dei partiti cosiddetti populisti per la seconda. Come stanno veramente le cose? Su Repubblica, Walter Veltroni conclude una intervista di commento affermando: «Il ricorso alla democrazia diretta come fuga dalla responsabilità della politica è sbagliato. Immagini se Roosevelt avesse promosso un referendum per chiedere se i giovani americani dovevano andare a morire per la libertà dell’Europa…». Sempre su Repubblica, il direttore Calabresi mette sullo stesso piano democrazia diretta e sondaggi in tempo reale per dire che «la febbre di oggi è la semplificazione», che pretende di risolvere magicamente i problemi” e che non ha «bisogno di esperti e competenze»; sul suo profilo Facebook, Saviano dice di non essere tanto sicuro che con Brexit abbia vinto il popolo, perché ricorda che il Popolo, nel 1938, acclamava «Hitler e Mussolini a Roma affacciati insieme al balcone di Piazza Venezia». (Questo tipo di argomentazioni fa venire in mente il libro La pazzia delle folle, 1841, che racconta le illusioni collettive che sono alla base di gravi crisi finanziarie).

primarieVeltroni è comunque coerente con quanto da lui proposto negli ultimi dieci anni: semplificando grossolanamente: alle folle si può dare il compito di incoronare i candidati premier, i candidati sindaci e i segretari di partito attraverso le primarie (regolate per legge), ma la sinistra deve avere il coraggio di dare ai politici che governano maggiore capacità di decisione sulle altre scelte importanti. Secondo l’ex segretario del Pd, c’è bisogno di questa «soluzione governante non democratica» in quanto società, economia e comunicazione sono iperveloci, mentre la capacità di decisione della macchina democratica è iperlenta. L’architettura decisionale progettata da Veltroni non tiene però conto di diversi fattori, messi in rilievo dalla esperienza quotidiana e dalla letteratura scientifica, e cioè: 1) quando le decisioni politiche sono condivise dalla cittadinanza, esse trovano più veloce concreta attuazione di quando esse vengono prese dall’alto; 2) per decidere bene i politici devono avere una buona capacità di previsione, ma lo studio ventennale dello psicologo Philip Tetlock sulla capacità previsionale degli esperti mostra che quest’ultima è molto bassa e suggerisce ai leader di dotarsi di umiltà intellettuale; 3) in determinate condizioni le decisioni collettive sono più sagge di quelle dei cosiddetti esperti (La saggezza della folla, Surowiecki, 2005).

leader e follaRitornando a Brexit e non volendo entrare nel merito della decisione presa dagli elettori del Regno Unito, qui si vuole sottolineare che è superficiale l’analisi secondo cui il risultato del referendum si spiega con l’ignoranza e l’età dei votanti (leggasi: la democrazia diretta banalizza i problemi complessi, molto meglio la democrazia delle élite). Il problema non è se sia giusto o meno tenere referendum su tematiche importanti; ma come si organizzano i dibattiti che precedono il voto di questi referendum. Nei referendum popolari il dibattito avviene principalmente sui media.

Molto diversa da un punto di vista democratico sarebbe una situazione in cui, al posto dei referendum popolari, si organizzino consultazioni all’interno dei partiti politici: i dibattiti avverrebbero dentro i circoli locali dei partiti disseminati nel territorio nazionale, e potrebbero assumere la forma di discussioni deliberative ben strutturate e regolate: lavoro in piccoli gruppi, possibilità di ascoltare i pro e i contro delle diverse opzioni in campo, di fare domande agli esperti in plenaria, di approfondire attraverso materiale informativo bilanciato cartaceo/digitale, di interloquire e scambiare pareri con chi la pensa diversamente. A regolare il tutto sarebbero deputati i comitati rappresentativi delle opzioni in campo (nel caso di Brexit, un comitato per il sì e uno per il no), che avrebbero il compito di coordinarsi e di assicurare equilibrio nei dibattiti e correttezza nell’informazione.

partecipazione dei cittadiniIdealmente, in una democrazia del genere, i partiti avrebbero il compito di riacquistare il ruolo perso, di ascolto, analisi e sintesi dei bisogni di una parte della società, servendosi di tutti gli strumenti della democrazia deliberativa (Fishkin & Calabretta, 2012); i politici assumerebbero il ruolo di leader partecipativi, che in talune scelte conducono e in altre favoriscono la partecipazione; gli esperti metterebbero da parte un po’ di supponenza, aprendosi alle informazioni che non sono coerenti con le loro teorie; gli intellettuali avrebbero il compito di sottoporre le previsioni degli esperti a un processo di verifica; i cittadini sarebbero motivati ad assumersi le proprie responsabilità, a “studiare” le questioni complesse e a non scaricare tutte le colpe sui politici di turno; i giornalisti avrebbero il compito di svelare prima del voto le informazioni false al fine di propaganda… Sono ovviamente tutti bei propositi, ma come innescare un meccanismo virtuoso che ci aiuti a realizzarli? Al fine di riacquistare la legittimità perduta (vedi Ignazi, 2014), lo dovrebbero innescare gli stessi partiti, consultando i propri iscritti/elettori sui temi più controversi, importanti e dibattuti. Non si tratterebbe di democrazia diretta, ma di democrazia rappresentativa che in alcuni casi si fa partecipativa e deliberativa (Doparie, dopo le primarie, Calabretta, 2010; Democrazia, Petrucciani, 2014).

La realtà è molto diversa: più che alla rinnovata adesione a un grande progetto di democrazia, pace e prosperità, i ragionamenti di chi invitava a votare «remain» hanno richiamato alla mente il celebre invito a votare Dc col naso turato di Indro Montanelli (leggi Zizek su Internazionale e Parks sul NYTimes).

In questi anni di crisi economica e di globalizzazione sfrenata, il grave deficit di democrazia a livello nazionale e soprattutto europeo non ha offerto alternative all’elettore comune per poter esprimere il suo disappunto se non con l’astensionismo (di cui i politici continuano a non curarsi) o con la rabbia. Solo ascoltando e facendosi influenzare deliberatamente dalla folla (divisa in tanti piccole folle nei dibattiti partitici locali), le élite riusciranno a riprendere il contatto con la gente comune e il senso comune (che secondo la interpretazione di La Capria non è l’opinione corrente, ma implica una ragionevolezza critica); solo sentendosi ascoltata e considerata, e non solo contata, la gente comune penserà di avere almeno un qualche controllo sulla propria vita e potrà essere un po’ felice.

Raffaele Calabretta e Filippo La Porta (articolo pubblicato su il Manifesto)

Il caos calmo dell’ Unione Europea

Ormai da molti anni l’Unione Europea ed i suoi Stati membri sono esposti ad una serie di incertezze ed a  rischi assai significativi, i governi e  Bruxelles tamponano i problemi con soluzioni che se va bene stanno in piedi per pochi anni e se va male per pochi giorni, per molti una visione di lungo periodo appare quasi un lusso e questioni evidentemente strutturali vengono qualificate come emergenze. La Banca Centrale Europea da almeno quattro anni sta facendo politiche monetarie espansive, eppure i risultati sono scarsi perché tali scelte sono neutralizzate dalla mancanza di una politica fiscale europea e la Brexit potrebbe portarci di nuovo in recessione. Dagli attentati di Parigi si parla tanto di cooperazione ma i governi non hanno raggiunto nemmeno un accordo sullo scambio di informazioni sul traffico aereo; pochi mesi dopo un discutibile trattato sui migranti Erdogan fuga ogni dubbio sul fatto che la sua Turchia è per l’Unione un partner privo di “agibilità politica”.  A ciò si aggiungono i dubbi sulle banche dei paesi mediterranei e su Deutsche Bank.

crisi EuropaChi sperava che il referendum del 23 giugno ponesse almeno  fine alle ambiguità nel rapporto tra Londra e Bruxelles (io non ero tra questi) è stato smentito. La nuova premier britannica, Theresa May, ha subito dichiarato laconicamente che “Brexit vuol dire Brexit” ma non ha detto quando pensa di attivare l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea che disciplina l’uscita di uno Stato membro dell’Unione. Per Londra è assai importante rimanere ancorata al mercato unico, quindi il più ragionevole scenario è che i conservatori britannici inseguano una Brexit soft, con qualche restrizione in più sui migranti provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, che di fatto ci condurrebbe ad un quadro non troppo diverso da quello dell’accordo di inizio anno tra Bruxelles e Cameron. Le alternative sul tavolo sono ancora parecchie, per questo il referendum non ha chiarito nulla e gli effetti economici della Brexit potrebbero manifestarsi solo tra diversi mesi.

brexitLa Brexit, il terrorismo, la crisi economica, la mancanza di una politica europea sulle migrazioni non sono fenomeni disgiunti, ma le tante facce di una “governance” europea inadeguata. La soluzione migliore è quella di un nucleo duro di paesi che vogliono procedere verso un unione sempre più stretta e si dotano di strumenti per una politica fiscale e per una politica estera e di difesa comune. A tale nucleo duro si potrebbero affiancare con lo status di “associato dell’unione”  una serie di paesi, quali la Gran Bretagna, molte repubbliche dell’Europa Orientale e magari anche la Turchia, la Russia e l’Ucraina. Ovviamente il riconoscimento dello status di paese associato deve essere subordinato al rispetto della democrazia e dello stato di diritto, quindi la Turchia potrà essere un partner economico e politico dell’Unione  solo se ritornerà alla democrazia, la Russia, l’Ungheria e la Polonia solo se  sposeranno i valori europei e l’Ucraina solo se ritroverà la stabilità necessaria a garantire la pacifica convivenza tra la comunità che guarda all’occidente e le minoranze di lingua russa. Fino a pochi anni fa la UE a due velocità era considerata un degenerazione del processo di integrazione europea, eppure con Maastricht, Schengen, l’euro  e la cooperazione in materia giudiziaria le velocità sono diventate molte più di due, oggi occorre fare chiarezza. La crisi iniziata con Lehman Brothers ha reso insostenibile l’Europa di Maastricht e degli anni novanta.

europa unitaL’Europa a due velocità da un lato permetterebbe, ai paesi che vogliono farlo, di fronteggiare con un bilancio comune problemi quali la disoccupazione, la deindustrializzazione, le sempre più ricorrenti crisi finanziarie, dall’altro porterebbe alla nascita di una politica estera comune che tanto è mancata in questi anni e che ha visto un’Europa inerte di fronte alla proliferazione di  polveriere come la Siria, la Libia e l’Ucraina, a regimi sempre più violenti come la Russia di Putin e l’Egitto di Al Sisi e perfino al ritorno dell’autoritarismo in Polonia ed Ungheria. Una politica estera europea strutturale dovrà finalmente affermare il principio che i regimi violenti ed autoritari non possono essere in alcun modo partner economici e politici.

Per raggiungere tali obiettivi però non basterà più Europa, servirà un’Europa profondamente diversa da quella degli ultimi dieci anni

Salvatore Sinagra

Brexit e democrazia

Ma è proprio vero che tutto si può decidere con referendum? È questo strumento la manifestazione suprema della democrazia? È solo il referendum che mette nelle mani del popolo il potere di decidere?

brexitQuesti sono alcuni degli interrogativi suscitati dal voto inglese del 23 giugno. Che l’effetto della Brexit sia quello di scombussolare gli equilibri europei e di destabilizzare il Regno Unito lo dicono praticamente tutti i commenti e lo si può constatare nei fatti. Si vedrà sulla lunga distanza se le conseguenze continueranno ad essere negative per il popolo inglese o se la situazione volgerà al positivo. Per ora nemmeno gli stessi promotori del leave sanno cosa fare; tanto è vero che il rinvio, dopo tanto strombazzamento sulla liberazione dalle catene dell’Unione Europea, è la linea a cui tutti si adeguano.

Dunque non hanno più fretta di andarsene. E perché? Perché hanno paura. Ora che il popolo inglese ha parlato e ha deciso (con una maggioranza risicata del 2%) ci si domanda come si possano gestire le conseguenze. Che nell’immediato si manifestano come catastrofiche soprattutto se si realizzerà la minaccia della Scozia di ripetere il referendum sull’indipendenza e se scoppieranno nuove tensioni nell’Irlanda del nord. La crisi economica che colpirà (anzi che ha già iniziato a colpire) il Regno Unito rischia di essere il minore dei problemi se si manifesterà realmente la possibilità di uno smembramento dello Stato. Possiamo immaginare che la separazione dalla Scozia e la ripresa della lotta per l’unificazione dell’Irlanda con il probabile scontro tra unionisti e separatisti si svolgerà pacificamente? Realisticamente no.

democraziaÈ questo che volevano gli elettori del leave? Gli elettori sapevano a cosa portava la loro decisione? È questa la democrazia? No. Questa è una vecchia storia di manipolazione delle masse i cui esempi sono  ben presenti nella storia del ‘900.

Un motto che viene dall’ottocento recita “Quando il popolo si desta, Dio si mette alla sua testa”. Un anelito romantico e nulla più, retorica infondata. Il popolo non è un soggetto unico, è composto da tanti individui ed ognuno deve poter conoscere per deliberare. E la conoscenza non è semplice informazione, ma un processo ben più complesso che deve portare alla consapevolezza e alla responsabilizzazione. Per questo i quesiti drastici – SI’ NO – su scelte delle quali è difficile calcolare le conseguenze vanno gestiti con la massima cura. Non possono essere agitati come un diritto del popolo a decidere su tutto. Non a caso la nostra Costituzione indica già all’articolo 1 il principio su cui si regge la democrazia della Repubblica La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E non a caso fra questi limiti vi è quello di non sottoporre a referendum le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

partecipazione dei cittadiniLa democrazia non è un sistema statico che si regge su quesiti drastici. La democrazia è un metodo che si fonda sulla partecipazione delle persone e funziona se è anche cultura oltre che pratica. E la partecipazione stessa è molto più complessa di un referendum, non si esaurisce in una fiammata, in un voto, ma è qualcosa che si costruisce pezzo a pezzo ed è reale se è scambio indirizzato alla formazione progressiva di un’opinione, di un indirizzo che poi le istituzioni dirette dai rappresentanti politici tradurranno in scelte politiche, norme e atti di governo.

Dice bene, ancora una volta, la nostra Costituzione affermando il principio che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale. C’è qui una visione che, nonostante abbia bisogno di essere aggiornata alla realtà di oggi, è molto più ricca  di qualunque democrazia referendaria. Le parole chiave sono “associarsi” e “politica nazionale”. Cioè la politica scaturisce dall’attività dei cittadini che si organizzano. Una funzione sociale diffusa che si articola in più livelli e che tocca i vertici istituzionali in un rapporto necessariamente dialettico. Altro che un SI’ o un NO magari estorto a suon di disinformazione, di bugie, di false promesse e di demagogia.

Brexit e democrazia è un tema sul quale si dovrà riflettere bene e a lungo per non incappare negli stessi errori.

Claudio Lombardi

Brexit. Ci vuole il federalismo europeo

Il divorzio tra Londra e Bruxelles è per molti versi paradossale perché la UE a me, federalista convinto, è apparsa sempre fin troppo condizionata da una continua ricerca della mediazione con i governi inglesi fatta di veti posti e non respinti. L’ultimo episodio poche settimane fa quando Cameron ha raggiunto un accordo umiliante per l’Unione e per gli europei.

brexitIl problema di fondo è sempre quello già da tempo individuato: la UE nata a Maastricht nel 1992 da un compromesso a cui era chiaro dovesse seguire un progetto politico lì si è fermata e non è andata più avanti. Sì certo si è arrivati all’euro, ma il progetto politico che doveva accompagnarlo è stato bloccato. La bocciatura della costituzione europea con i referendum in Francia ed in Olanda fu un campanello d’allarme a cui si rispose in modo molto timido. Il colpo più forte è arrivato poi con lo Tsunami della crisi finanziaria mondiale. Allora i nostri politici ed i più importanti operatori economici usarono la retorica della crisi venuta da lontano. Non vollero riconoscere le fragilità della costruzione europea e dell’eurozona in particolare. Concentrati sui parametri di bilancio non si accorsero della mancanza degli strumenti necessari per  fare politiche anticicliche cioè per rilanciare l’economia con gli investimenti.

Oggi rischiamo di fare lo stesso errore con la Brexit. Il fatto che quasi tutti gli economisti affermino che la Gran Bretagna pagherà caro il divorzio da Bruxelles non significa che il Pil perso dai britannici sarà in buona parte intercettato dagli altri paesi dell’Unione. Nell’economia globalizzata è facile che prevalga l’effetto contagio, ovvero che la recessione della Gran Bretagna trascini nel baratro l’intera Europa. Senza tanti giri di parole basta vedere cosa è accaduto in questi giorni sui mercati finanziari.

crisi EuropaAltro paradosso. Molti di coloro che hanno votato leave volevano dare uno schiaffo al sistema, eppure quei colossi che in questi mesi perderanno tanto terreno in borsa probabilmente scaricheranno la crisi sui  più deboli. Possiamo star certi che i crolli di borsa di oggi sono i licenziamenti di domani. Ma cosa avranno da esultare i leghisti nostrani e i  nazionalisti nel vedere che ad una condizione di difficoltà che dura da anni si aggiunge adesso anche questa drammatica ulteriore crisi finanziaria portata dal voto inglese?

Scrive Raghuram Rajan, economista indiano-americano ed attuale governatore della banca centrale indiana che le sempre più ricorrenti crisi finanziarie producono riprese (del prodotto interno lordo) senza occupazione perchè il sistema mette tempi sempre più lunghi per ritornare ai livelli di disoccupazione pre crisi.

In Europa le cose vanno perfino peggio perché nei paesi mediterranei non si intravede neanche la possibilità di tornare ai livelli di occupazione del 2008. Oggi una recessione pare inevitabile da entrambe le parti della Manica e guardando al nostro orticello in Italia probabilmente dissiperà i limitati segnali di ripresa che abbiamo registrato negli ultimi mesi. Probabilmente fra tre o quattro anni i mercati avranno recuperato il terreno perduto e forse i grandi patrimoni saranno cresciuti come se la crisi non ci fosse mai stata, ma i giovani precari o i lavoratori anziani rimasti a casa non avranno modo alcun di recuperare il tempo perso, le loro vite saranno segnate dai drammatici anni del post Brexit. Il voto di protesta avrà avuto così il drammatico effetto di far crescere le disuguaglianze.

euro rotturaL’Euro è da lungo tempo usato come capro espiatorio delle incapacità dei politici europei, tuttavia è inevitabile ammettere che la moneta comune non ha retto l’urto delle ricorrenti crisi del suo tempo perché è stata tradita la promessa di stabilità fatta a Maastricht. Nel 1992 i principali fattori di instabilità erano l’inflazione ed il debito pubblico, oggi sono i terremoti finanziari, causa principale degli attuali livelli di povertà e disuguaglianza. Se l’area euro  non si doterà dei necessari strumenti di stabilizzazione economica, compresa una buona regolamentazione del settore finanziario, passeremo i nostri anni a saltare di crisi in crisi e di bolla in bolla.

Il divorzio tra Londra e Bruxelles avrà costi che oggi è difficile prevedere. Se Londra sta correndo un rischio senza precedenti perché potrebbe essere tagliata fuori da una globalizzazione in cui fino ad oggi ha avuto un ruolo da protagonista, la mancanza di istituzioni politiche dell’area euro potrebbe farci pagare i costi maggiori della crisi. L’area euro e l’Unione, e soprattutto le loro classi dirigenti, sono chiamate ad una prova senza appello, o si trasforma l’area euro in una federazione o si torna al 1914. Non si trascuri il fatto che l’euroscetticismo ha raggiunto livelli mai visti e l’abbandono di Londra renderà probabilmente ancora più ostile il clima per i federatori. Ha poco senso consolarsi pensando che sotto il profilo economico Londra avrà la peggio. Occorre un’azione forte prima che sia troppo tardi. Se non riusciamo a reagire nella maniera giusta ci rimetteremo tutti.

Salvatore Sinagra

Europa o no? Meglio stare coi piedi per terra

Miti e mode influiscono sull’umore dei popoli oltre che sulle scelte individuali. Anni e anni di politiche sbagliate hanno creato sull’Europa un mito negativo che è anche diventato una moda. Quando si nomina l’Europa spesso sembra di nominare una disgrazia, un peso, qualcosa di cui sarebbe meglio fare a meno. E così anche il cittadino comune prende con leggerezza l’eventualità di una uscita dall’Europa o, quantomeno, dall’euro.

instabilità EuropaFa bene, quindi, Mario Sechi a dedicare un articolo al “peggiorismo” ossia a quell’umore che fa considerare sempre gli aspetti peggiori di una situazione dimenticando i migliori.

Scrive Sechi che il peggiorismo “E’ diffuso in tutto il Vecchio continente, ne sono posseduti quelli che non hanno memoria, quelli che hanno dimenticato come e cosa (non) eravamo. Quelli che hanno acquistato la casa al tasso d’interesse più basso della storia economica, quelli che hanno quasi tutti (oltre l’80 per cento) la casa di proprietà, quelli che l’euro è la nostra rovina mentre vanno a letto in quell’abitazione che nel frattempo ha raddoppiato il suo valore, quelli che fanno parte di una nazione, l’Italia, che nel 1995 vantava una ricchezza netta delle famiglie pari a 4.180 miliardi di euro (correnti) e nel 2013 (sì, negli anni della grande crisi) è passata alla modica cifra di 8.730 miliardi, quelli che hanno oggetti di valore per un totale di 108 miliardi, quelli che sono proprietari di terreni che oggi valgono 206 miliardi e nel 1995 erano 57 miliardi, quelli che prima dell’euro avevano depositi bancari per 534 miliardi e toh!, oggi quei miliardi sono 714, quelli che il risparmio postale era pari a 106,9 miliardi e oggi sono 357,4 miliardi, quel popolo che nel 1995 investiva 252,9 miliardi in titoli di società di capitali e oggi, nonostante la crisi, la Borsa che va su e giù, sono là con un gruzzolo di oltre 645 miliardi, quelli che prima della moneta unica avevano 103 miliardi piazzati in fondi di investimento e oggi sono 376 miliardi, quelli che odiano le banche, i banchieri, questi filibustieri, queste istituzioni da patrimonio degli italianichiudere e nel 1995 avevano contratto prestiti per 172 miliardi e oggi, con tutto il disprezzo possibile, ne hanno per 683 miliardi, quelli che il credito al consumo no, fa schifo perché è chiaro che sono tutti dei cravattari, ma sai poi c’è da acquistare il frigo bombato, lo smartphone, il viaggio nel resort all inclusive, ecco quelli avevano firmato impegni per 8,3 miliardi nel 1995 e poi nel 2013, poco dopo lo spread alle stelle, hanno continuato a vivere con 111 miliardi erogati a tassi rasoterra da restituire a quel cassiere che mi guarda torvo, deve avere sotto controllo il mio tenore di vita, si faccia gli affari suoi e sganci il contante, quelli che l’Ue ci costa troppo ma non sanno che viviamo nel blocco commerciale più grande del mondo e il maggior esportatore di merci (sì, più della Cina: il 15,4 per cento di tutte le esportazioni contro il 13,4 per cento), quelli che non sanno che solo il 6 per cento del bilancio dell’Ue (142) miliardi è destinato a coprire i costi dell’istituzione e tutto il resto torna indietro in investimenti, quelli che alzano l’indice ma che hanno archiviato l’Erasmus del figlio (1,5 miliardi), quelli che accendi il navigatore dell’auto, anvedi la tecnologia, ora ci dice qual è la strada per la casa della famiglia dei Biscotti Boriosi e non hanno idea dei miliardi investiti (1,3 nel 2014) per i sistemi satellitari Galileo e Egnos, quelli che fondi europeiusano i Fondi strutturali (38 miliardi) e fanno finta che piovano da Marte, quelli che gli 8 miliardi dei Fondi di coesione pensano che crescano sotto i cavoli, quelli che se domani spariscono i 43 miliardi del Fondo europeo per l’agricoltura chiudono l’azienda, quelli che toh! ci sono anche 13 miliardi per lo sviluppo rurale, proviamoci, quelli che vanno in mare a gettare le reti e aspettano pesci e fondi europei per la pesca (1 miliardo), quelli che è tutta colpa della Germania ma ignorano che il volume dell’interscambio bilaterale con l’Italia è pari a 103 miliardi di euro e che per fare la stessa cifra bisogna sommare l’interscambio di Regno Unito e Francia con Berlino.

E poi quelli che Dio strafulmini la Merkel e ignorano il fatto che i tedeschi, questi padroni dell’Europa che bisogna ripudiare e lasciare al suo destino, in Italia hanno investito in oltre 1.800 imprese, hanno creato 128 mila posti di lavoro e circa 58 miliardi di euro di fatturato, quelli che non hanno mai conversato con gli italiani che in Germania hanno creato oltre 2.100 aziende, 81 mila posti di lavoro e generato un fatturato di 48 miliardi, quelli che Mario Draghi ha lavorato a Goldman Sachs e la Bce è un luogo di cospiratori, sciagurati, la loro vita è attaccata al forziere di questo italiano di eccezionale tempra e intelligenza. Dicono: c’è la crisi. Perbacco, che scoperta. Soluzione? Facciamo un bel falò e viva la sovranità. Di grazia, quale sovranità? Quella che avevamo con la lira di cui George Soros fece strage nel 1992? Governava Giuliano Amato, la Banca d’Italia fu costretta a vendere 48 miliardi di dollari di riserve per riallineare il cambio della lira, la nostra moneta fu svalutata del 30 per cento e uscì dal sistema monetario europeo. Erano i tempi del prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti. Che delizia. Rifacciamolo, dai. E’ successo il 9 e 10 luglio del 1992. Tutto dimenticato. Come la realtà di oggi”.

Morale della favola: cerchiamo di avere memoria perché la storia non  progredisce sempre, a volte porta anche indietro a una condizione peggiore di quella in cui viviamo. Per cui lottiamo per politiche europee più giuste, ma stiamo ben saldi con i piedi per terra cioè in Europa

C. L.

Brexit: se Londra divorzia da Bruxelles

Il prossimo 23 giugno i cittadini britannici saranno chiamati a decidere circa la permanenza del loro paese nell’Unione Europea. È la realizzazione di un impegno assunto dal premier David Cameron durante la campagna elettorale per ottenere un secondo mandato per indire un referendum sull’Unione.

La paura della Brexit ha già prodotto alcuni risultati. Grazie ad una trattativa con la UE Cameron ha ottenuto la possibilità di limitare per un certo numero di anni l’accesso al welfare per i cittadini comunitari e l’esenzione per la Gran Bretagna da ogni obbligo di partecipare ad ulteriori step dell’integrazione europea.

referendum Regno UnitoRisultati che, ovviamente, sono stati subito portati nella campagna di Cameron per restare nell’Unione. Tuttavia il partito conservatore si è spaccato perché una parte (l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, il ministro della giustizia Michael Gove e molti parlamentari) stanno facendo campagna elettorale per la Brexit insieme ai populisti dell’United Kingdom Independence Party di Nigel Farage. Con qualche defezione, invece, sono per la permanenza nell’Unione i laburisti, i verdi ed i liberali. La Confindustria britannica e gran parte dei sindacati hanno chiesto ai loro iscritti di andare a votare per rimanere nell’Unione.

Il governo Cameron dopo aver concluso l’accordo con l’Ue ha diffuso uno studio che quantifica in circa 3.000 sterline l’anno a famiglia il costo dell’abbandono dell’UE; gli euroscettici hanno subito contestato le cifre, Johnson ha stimato in almeno 2 miliardi i costi della permanenza nell’Ue mentre Farage ha sottolineato che rimanendo legata a Bruxelles Londra dovrà accogliere diverse centinaia di migliaia di migranti l’anno per molti anni.

Tutti i principali analisti affermano che in caso di Brexit i cittadini britannici sconterebbero la gran parte dei costi, tuttavia e’ assai difficile fare stime precise e capire quali economie sarebbero maggiormente penalizzate da un evento con un grande potenziale destabilizzante. Di certo nel breve periodo sarebbe cruciale il ruolo della politica monetaria. Se da una parte il divorzio allenterebbe i legami tra Londra ed il mercato unico aprendo spazi per le principali piazze finanziarie UE, (Parigi, Francoforte e Milano in testa) dall’altra costituirebbe un ulteriore segnale di sfiducia per il progetto europeo appesantito dalla crisi economico-finanziaria e in difficoltà fin dalla bocciatura della costituzione europea.

unione europeaIn ogni caso non sarà possibile fare un quadro attendibile delle possibili conseguenze della Brexit se prima non sarà noto come verranno ricomposte le relazioni tra Londra e gli altri Stati UE. Per esempio sarebbe possibile far aderire la Gran Bretagna allo Spazio Economico Europeo. In questo modo il Regno Unito si troverebbe in una situazione analoga a quella di Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia il presidente della Commissione Juncker e il ministro dell’economia tedesco Schauble hanno fatto intendere che non saranno concessi percorsi privilegiati a Londra. Inoltre la Gran Bretagna fuori dalla UE dovrebbe rinegoziare tutti gli accordi commerciali in un momento storico in cui l’opinione pubblica e i governi non sono molto favorevoli al libero scambio. Londra per esempio potrebbe trovarsi fuori, ammesso che venga concluso, dal TTIP, il più importante trattato commerciale della storia. Si tratterebbe di una conseguenza forse gradita ad una parte della sinistra britannica ma non certo ai thatcheriani del partito conservatore e dell’UKIP.

In molti, a partire dal governatore della Bank of England, hanno ammonito che la City fuori dall’UE potrebbe diventare più debole.  Vi sono diverse alternative: alcune grandi banche potrebbero portare il loro quartier generale in una grande piazza finanziaria UE; altre potrebbero portare in Europa continentale solo una parte dei loro uffici londinesi; in ogni caso  i grandi gruppi attenderebbero la definizione del nuovo ruolo di Londra in Europa quindi ragionevolmente servirebbero un paio d’anni per avere un’idea del futuro della City (e di Francoforte, Parigi e Milano che potrebbero ottenere qualche beneficio dal divorzio del secolo).
indipendenza ScoziaInfine se la Gran Bretagna dovesse abbandonare l’Unione gli scozzesi chiederebbero di ripetere il referendum sull’indipendenza, con Londra che potrebbe perdere un altro pezzo dell’impero e Glasgow in una situazione assai difficile: con un significativo deficit, priva dell’ombrello della City, senza la garanzia di poter usare la sterlina, lontana dall’euro e forse anche dalla UE.

Se è facile immaginare che in una UE senza Londra, Parigi e Berlino peserebbero di più è più difficile capire se con un’unione che si ferma alla Manica vi sarebbe meno attenzione alla concorrenza ed al libero scambio. E ancora più arduo è cercare di capire se, senza i liberisti Thatcheriani e senza gli anomali laburisti britannici l’Unione si sposterebbe a sinistra o se in un’Unione senza Londra sarebbe più facile fare le riforme necessarie per fare funzionare l’euro o per dirla con parole più appropriate rendere la zona euro un’area valutaria ottimale.

In conclusione l’analisi economica porta a ritenere che la Gran Bretagna sia il paese più esposto a rischi in caso di separazione; quella politica e della storia recente porta a pensare che la zona euro e soprattutto i suoi paesi più deboli siano i più esposti agli eventi destabilizzanti. Troppo spesso per esempio i paesi mediterranei negli ultimi anni hanno fatto moltissima fatica a gestire crisi realmente o apparentemente nate lontano da loro. Troppo spesso in questi anni la BCE è stato l’unico soggetto che ha sostenuto la crescita. A Londra come nelle altre capitali europee è l’ora della politica o la destabilizzazione prenderà il sopravvento

Salvatore Sinagra