Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi

L’Italia delle finte emergenze : i ROM (di Carlo Stasolla presidente associazione 21luglio)

L’associazione 21luglio si occupa della tutela dell’infanzia ROM dalle azioni delle istituzioni.

Detto così può suonare strano: difendersi dalle istituzioni che esistono per garantire condizioni di vita sociale soddisfacenti e rispettose dei diritti umani (di tutti e non dei soli cittadini). Come tali sono riconosciuti e tutelati dalla Costituzione e da Dichiarazioni di diritti emesse da organismi sovranazionali.

Sembra strano difendere l’infanzia ROM dalle istituzioni eppure ci sono dei buoni motivi per farlo.

Diversi rapporti di Amnesty denunciano la violazione dei diritti umani in Italia. Più precisamente ciò accade nelle carceri, verso gli immigrati e i richiedenti asilo, verso i ROM e, in generale, nei confronti dei soggetti più deboli.

Nei confronti dei ROM la violazione è palese. Dal 1985 per le persone identificate come appartenenti all’etnia ROM sono “istituzionalizzati”, campi attrezzati come unico luogo riconosciuto dove è permesso vivere (con l’ovvia esclusione di chi può permettersi di pagare una casa).

Perché i campi, strutture provvisorie che confermano la natura transitoria, di “sosta” delle persone che continuano ad essere etichettate come nomadi?

È importante capire che i ROM sono solo in minima parte (non più del 5%) nomadi per scelta di vita. Gli altri sono nomadi come condizione di fatto, imposta dal continuo spostarsi da un luogo ad un altro perché vengono meno le condizioni minime di sopravvivenza o perché si viene continuamente cacciati e, quindi, il nomadismo esprime solo la ricerca di un luogo dove fermarsi. Quindi, l’etichetta di “nomadi” risponde ad uno stato di necessità che i ROM eviterebbero volentieri se avessero altre possibilità.

Infatti, nessuno sa o si accorge, in genere, che molti ROM vivono come gli altri cittadini essendosi perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i ROM rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. Circa quest’ultimo aspetto sarebbe sufficiente scavare nel passato di società oggi ricche e considerate patria dei valori e dei costumi occidentali per trovare l’esempio di quale degrado si possibile indurre negli esseri umani privandoli di mezzi di sussistenza, di istruzione, di diritti, di condizioni minime di servizi e di igiene. Parlo della situazione nelle principali città inglesi nel corso del XIX secolo all’epoca di una rivoluzione industriale che fu costruita sull’abbrutimento e sullo sfruttamento forsennato di una larga parte della popolazione nella quale il degrado umano e morale era estremo.

Voglio dire che oggi la vita nei campi ROM, attrezzati, tollerati, abusivi, è il terreno di coltura migliore per spingere le persone a comportamenti antisociali e per impedire che sia possibile emanciparsi da quella condizione di sottosviluppo.

Basta visitare uno dei campi modello e, quindi, legali che ci sono in Italia per rendersi conto di quali siano le condizioni e gli orizzonti di vita di chi non ha e non può avere casa, lavoro, igiene, istruzione, una normale vita di relazioni sociali. In quelle condizioni, che nei campi tollerati e in quelli abusivi raggiungono livelli inauditi di degrado, non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza.

Molte volte si è parlato di emergenza ROM e, purtroppo, fa male dirlo, all’approssimarsi di campagne elettorali o quando l’attenzione dell’opinione pubblica doveva essere distolta da altri scandali o motivi di interesse. Perché ci sia un’emergenza, però, occorrono condizioni oggettive e soggettive visibili e verificabili; le sole che consentono di stabilire cosa è meglio o cosa è necessario fare.

Fra le condizioni oggettive c’è la consistenza numerica delle persone appartenenti all’etnia ROM.

Da questo punto di vista i numeri parlano chiaro. In Romania i ROM sono oltre due milioni e mezzo, in Spagna 800mila, in Francia 600mila. In Italia, tutti, compresi quelli che hanno casa e lavoro, non superano le 120mila unità. Per dare un’idea ancora più precisa basti pensare che a Roma su 2,7 milioni di abitanti i ROM nei campi sono stimati in 7mila unità.

Non sembrerebbero, questi, i numeri di un’emergenza.

Ci sono poi le condizioni soggettive. Che contano molto ovviamente, perché se 120mila ROM fossero scatenati contro gli italiani, magari organizzandosi in bande di taglieggiatori che impongono la propria legge agli abitanti dei territori, magari gestendo il traffico e lo spaccio della droga, magari puntando ad impossessarsi del controllo dei soldi pubblici attraverso l’imposizione di politici collusi e una rete di aziende collegate alla criminalità; allora si potrebbe parlare di un’emergenza.

Purtroppo per coloro che vedono nei ROM l’emergenza, le condizioni soggettive descritte, accompagnate da quelle oggettive che consistono nella presenza di un numero molto elevato di “soldati” armati al servizio di gruppi criminali e nel possesso di enormi capitali con i quali si corrompe e ci si impossessa di attività economiche lecite con mezzi e modalità illecite, sono esattamente quelle che si possono riscontrare in varie regioni dove i diversi tipi di mafia costituiscono un contropotere armato che limita e soffoca l’autorità dello Stato.

Se qualcuno è in caccia di emergenze è meglio che guardi in quelle direzioni.

Quale via d’uscita per la situazione dei ROM?

Politiche, a cominciare da quella abitativa che è la base di tutto perché dover vivere in un campo taglia le gambe a chiunque voglia crescere e confina in un’emarginazione sociale e civile dalla quale è difficile uscire. E poi politica dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza sociale, del lavoro.

Interventi speciali vanno fatti verso l’infanzia e i giovani perché l’integrazione deve mirare a loro.

Se non c’è questo approccio è inutile spendere tanti soldi in interventi che girano sempre intorno alla vita nei campi. Anzi, può addirittura essere l’occasione di speculazioni per i soliti furbi che in Italia girano sempre intorno ai soldi pubblici.

Se a Roma in circa due anni si spendono 34 milioni di euro senza partire dalla politica abitativa risolvendo il principale problema, si rischia di coltivare una perpetua “riserva di emergenze” che non aiuta veramente i ROM e nemmeno avvia a soluzione il loro problema e quello dei cittadini romani.

Carlo Stasolla Presidente Associazione 21luglio

L’Italia delle finte emergenze: i rifiuti (di Walter Ganapini)

Sintesi della relazione presentata al seminario della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva il 12 marzo 2011 .

I rifiuti sono parte di diritto dei cicli di materia- energia- informazione che sottendono il nostro essere al mondo. Non sono altro che la quota di entropia che rilasciamo nella trasformazione da materia prima a merce e nell’uso della merce. Sono, quindi, un misuratore e un indicatore dei nostri stili di vita. Giorgio Nebbia negli anni 70 stabiliva l’equazione: società dei consumi = società dei rifiuti.

Per questo non possiamo assolutamente immaginare di affrontare il tema dei rifiuti come fosse un tema settoriale o tecnico. Riguarda i nostri stili di vita e ha una valenza etica.

Prendiamo come riferimento l’Unione europea. Nel 76 la Commissione europea affermava che il tema rifiuti andava affrontato in un’ottica globale, non settoriale e fissava una gerarchia di azioni tradotta in quattro punti da allora sempre confermata:

  1. ridurre all’origine pericolosità e quantità dei rifiuti prodotti ;
  2. massimizzare il recupero di materia dai rifiuti (le trasformazioni materia- materia sono molto più efficienti delle trasformazioni materia- energia cioè carta da carta, polimeri da polimeri, vetro da vetro piuttosto che bruciare per avere energia)
  3. recuperare energia dalla parte combustibile dei rifiuti. Su questo tema c’è stata una elaborazione costante che ha portato già nel 2003 la Corte di Strasburgo (che fa giurisprudenza) ad affermare in due sentenze che: non è recupero energetico di rifiuti il loro uso in impianti dedicati anche se in schemi cogenerativi anche se vi è recupero di calore (caso tipico: con inceneritore) e l’ha cancellato dalla lista positiva di recupero e  riciclaggio. E questo perché aggiungono gas serra anche se al camino sono perfettamente a norma.
  4. Minimizzare la messa in sicurezza sotto forma di discarica a lungo termine. La discarica è una infrastruttura ancillare cioè deve andare in discarica soltanto il rifiuto del rifiuto. La Commissione disse già allora no al trattamento massivo di rifiuti indifferenziati. Non si può mandare in discarica i rifiuti tal quali indifferenziati ma devono essere sottoposti al trattamento. In discarica non deve andare l’organico che produce percolato che può inquinare le falde acquifere e sviluppa biogas (se non captato e utilizzato costituisce gas serra e aggredisce lo strato di ozono).

Il punto di maggiore consonanza con la normativa europea lo abbiamo trovato nel 96 con il cosiddetto decreto Ronchi. In media, però, già avevamo dieci anni di scarto tra le indicazioni della Commissione e le nostre normative.
La logica che sottende la normativa europea è che il cittadino deve pagare con la tariffa solo per i rifiuti che produce effettivamente. Nel decreto Ronchi questo principio c’è e, quindi, il rifiuto dovrebbe essere pesato e tracciabile.
L’applicazione della tariffa rifiuti comporta una straordinaria facilitazione a favore della famiglia : più la famiglia è numerosa, infatti, meno paga perché la famiglia produce meno di tanti singoli.

In Italia, invece, c’è ancora la tassa che fa pagare in ragione dei metri quadri di superficie il che è fonte di ingiustizie poiché un singolo con una casa grande paga più di molte persone in una casa più piccola. La tassa resiste perché dietro la TARSU ci sono tributi occulti che con la tariffa dovrebbero scomparire. Ciò spiega anche il motivo per cui molti enti locali hanno detto che la legge non era applicabile. Non si voleva, evidentemente, incidere col bisturi su questa stranissima tassa rifiuti.

Dobbiamo tener presente un dato tipico di questo paese: i rifiuti da sempre sono un terreno fondamentale di interfaccia affari/politica. E’ un fenomeno di una trasversalità assoluta che storicamente rappresenta un canale fondamentale di finanziamento della politica. Questo risulta da innumerevoli atti processuali e faccio fatica ad individuare delle eccezioni se non individuali.

In questo contesto parliamo adesso della Campania. Circa 6milioni di abitanti e una raccolta quotidiana nell’ordine di 7200 tonnellate di rifiuti. Grazie al fatto che oltre 350 comuni su 551 sono impegnati attivamente nella raccolta differenziata, la quantità quotidiana di rifiuto urbano residuo è intorno a 5600 tonnellate. Questi numeri sono noti  oggi perché il Comando logistico sud dell’esercito nel 2008 dovette mettere sotto controllo il cosiddetto Ufficio Flussi del Commissariato verso il quale, fino al febbraio 2008, vi erano forti sospetti di corruzione per come venivano gestiti i flussi.

Infatti, trasportare rifiuti in Campania costa 93 euro a tonnellata quando nel resto d’Italia costa 10 euro a tonnellata. Mettere sotto controllo i flussi era, quindi, necessario.
In Campania esistono impianti di trattamento tedeschi acquistati nei primi anni 2000 che operano la separazione del secco dall’umido, del leggero dal pesante, quindi fanno la differenziazione e hanno anche aree attrezzate per il trattamento dell’organico. 7 impianti che hanno una capacità di trattamento di 8500 tonnellate al giorno persino eccessiva per le necessità della Campania.
Si tratta di una dotazione impiantistica per il trattamento del rifiuto urbano residuo post differenziazione che non ha nessun’altra regione. Di impianti così ce ne sono in giro per l’Europa 400 e funzionano benissimo. È difficile non farli funzionare perché è tecnologia semplice con macchine rustiche. In Campania non funzionavano e la cosa più semplice è stata di impaccare i capannoni di rifiuti pressati.

Dunque ci sono questi 7 impianti, 8500 tonnellate contro 5600 di fabbisogno. Il risultato del trattamento dovrebbe essere una piccola percentuale di rifiuti, tra il 10% e il 20%, che va in discarica. Inoltre, per la quota dell’organico esistono in Campania 12 impianti di compostaggio che aspettano da anni di essere messi in funzione; non ne funziona neanche uno.

Altro esempio per dimostrare la peculiarità della Campania: le isole ecologiche. In tutta Italia fare un’isola ecologica costa 100-120mila euro. In Campania ce n’erano 136 e non ne funzionava una però , mediamente, erano costate da 300.000 a 500.000 euro l’una. Al termine del mio mandato, comunque, delle 136, 94 funzionavano.

E perché non dovevano funzionare le isole ecologiche? Perché bisognava andare da un unico operatore per tutta la Campania che li mandava in Sicilia o, addirittura, nel lodigiano a 200 euro a tonnellata. Quando a Bologna Hera fa pagare 48 euro.

Discariche: quando sono venuto via avevamo, anzi, ci sono ancora, discariche con un tempo di vita residuo di almeno 5 anni.
Allora dove sta l’emergenza? In realtà, non aveva nessuna ragione di esistere.

Il commissariamento dovrebbe essere inteso come nell’antica Roma: un Dictator che si nomina di fronte ad un’emergenza assoluta con poteri illimitati in un tempo limitato.
Invece in Campania il commissariamento dura dal 1994, è diventato una struttura autoreferenziale e conservativa con 400 persone, stipendi poderosi e competenze molto limitate; una struttura che ha pure annullato le competenze istituzionali deresponsabilizzandole. Quando sono arrivato in Regione ho trovato una rete istituzionale compromessa nella quale nessuno parlava con nessuno, ma tutti erano uniti a chiedere soldi allo Stato.

Va sottolineato che l’assessore all’ambiente in Campania è una figura insignificante perché sono 17 anni che c’è il commissariamento e ogni cosa è commissariata e assegnata a terzi esterni. Dentro all’assessorato all’ambiente, che ha 600 dipendenti, nessuno si occupa di rifiuti. Purtroppo c’è un costume italiano che fa morire le riforme semplicemente non attuandole.

Questa emergenza  in tanti anni ha generato almeno due miliardi di euro di debiti del Commissario verso terzi. Addirittura sono fallite aziende per questo.
Questo spreco di soldi aveva uno scopo principale: l’inceneritore di Acerra. È per questo che sono stati fatti i 7 impianti di trattamento. Infatti, la normativa europea non permetteva il trattamento dei rifiuti tal quali. L’inceneritore di Acerra doveva essere l’affare del secolo, il più grande inceneritore del modo. Però ad Acerra non si potevano portare i rifiuti tal quali perché la Commissione europea sarebbe intervenuta e quindi la Impregilo (della famiglia Romiti) doveva portare rifiuti passati in un trattamento di preselezione e gli impianti tedeschi a questo dovevano servire.

Detto tutto questo l’inceneritore di Acerra, che è costato più di mille miliardi di lire, sarebbe più che sufficiente. Anche se è un dato scontato per tutti ormai che l’incenerimento è la tecnologia più costosa per investimento e più costosa per esercizio. Il rapporto è 10 a 1 rispetto alla raccolta differenziata porta  a porta. In ogni parte d’Italia dove si è fatta, con  il porta a porta, in poche settimane si può arrivare  al 65 % a costi comparabili con la raccolta stradale. Il 35 % che rimane deve essere trattato meccanicamente e biologicamente; tolto il 40% di umidità, rimane il 18 % da mandare in discarica. E qui si arriva allinnovazione più potente  che viene da Treviso, da San Francisco e da Bristol : i rifiuti zero. In pratica da questa rimanenza del 18 % si ricavano dei materiali per l’edilizia.
Ciò rispecchia la nuova filosofia imprenditoriale : “dalla culla alla culla” cioè progettare le cose perché siano immediatamente recuperabili e generino il minor quantitativo di rifiuti.

Quindi in Campania non doveva sorgere nessuna emergenza.
Sono terrorizzato dall’insistenza con cui pezzi dello Stato (poi diventati la cricca) hanno fatto finta che noi non fossimo in Europa. Sono stati fatti decreti nei quali si è stabilito che dovevano essere bruciati rifiuti tal quali. E infatti l’Italia è sotto procedura di infrazione perché ad Acerra abbiamo bruciato il tal quale. Per non parlare del fatto che l’inceneritore è stato fatto su un progetto vecchissimo ed è costato pure mille miliardi. La gestione era sostenibile finché si davano alle aziende i contributi CIP 6, quelli che dovevano lanciare le fonti rinnovabili e che per il 90% di 60.000 miliardi di vecchie lire, pari a 54.000 miliardi, sono, invece, andati alle famiglie Moratti, Brachetti Perretti e Garrone per la gassificazione degli scarti di raffineria. Non a caso Mario Monti chiamò il CIP 6 droga del mercato e furono cancellati. Poi li hanno rimessi ed applicati ad Acerra ed era evidente che sarebbe arrivata una sanzione europea.

Detto questo, uno degli elementi per cui non aveva senso l’emergenza era la discarica di Parco Saurino 3. Dal 2004 c’è una discarica da 600mila tonnellate vuota, mai usata. Secondo la magistratura quella discarica è in un sito chiamato BA-SCHI (Bardellino Schiavone) ad un chilometro da Santa Maria La Fossa. E a Santa Maria La Fossa doveva essere costruito uno dei 5 inceneritori di cui si doveva dotare la Campania quando sappiamo che quello di Acerra era sufficiente. Per questo la discarica non è stata usata: perché doveva servire all’inceneritore degli Schiavone.

Il paese ha pagato un prezzo devastante per questa finta emergenza. Hanno mangiato ( la camorra innanzitutto) sui 93 euro a tonnellata dei trasporti, sulla proprietà delle aree delle discariche o dei depositi di ecoballe.

Per rompere le ossa sul versante del trasporto eravamo riusciti a fare le società provinciali di gestione dei rifiuti anche qui scontrandoci con persone con incarichi istituzionali e amministrativi che sostenevano, invece, la frammentazione delle gestioni a livello comunale. Basta domandarsi qual è il sindaco che riesce a resistere alle pressioni della criminalità per capire cosa c’era dietro quella posizione. Facendo delle multi utilities provinciali invece si alza la barriera di ingresso e il livello di negoziazione e si ostacola la criminalità.

Con la logica antecedente a Caserta c’era il Consorzio unico rifiuti, 1200 addetti quando ne sarebbero stati sufficienti 250. Secondo i carabinieri fra questi 1200 almeno 800 dovevano ritenersi soldati del Clan Belforte di Marcianise. Nessuno ha mai raccolto un rifiuto e gli stipendi erano molto alti: 4.000 euro al mese per i dipendenti semplici, e ogni trenta di questi un capo a 10.000 euro al mese; a dirigere il Consorzio c’era un amministratore su cui pendevano due richieste di custodia cautelare. Il tutto costava 6,5 milioni di euro al mese per non fare nulla. Lo Stato non aveva nemmeno più gli occhi per piangere però ha pagato 6,5 milioni al mese a questa gente.

Questa cosa l’ho messa per iscritto, l’ho detta in televisione: non si riusciva a far circolare le informazioni fuori della Campania.

Questa situazione indica che siamo nel pieno di un fenomeno a forte grado di innovazione: la camorra non si accontenta più di trasporti e discariche, ma sta andando sulle nuove tecnologie cioè diventa un interlocutore finanziario e industriale. E questo configura uno scenario devastante contro il quale occorre aumentare l’iniezione di anticorpi di tutti i tipi e non lasciare da soli le forze dell’ordine, gli inquirenti e i giudici.

La questione Napoli: io sono arrivato giù dicendo alle persone amiche : “Lontani dal fare i Masanielli, lontani dalla logica della Stagione Illuministica che fu al tempo di Eleonora Fonseca. Cerchiamo di andare nel corpo vivo del problema e cominciamo a metter in moto delle dinamiche virtuose a partire dalle richieste delle persone sulla raccolta differenziata”.

C’era un piano per la raccolta differenziata redatto dai migliori pianificatori italiani. Via per via, numero civico per numero civico fino al numero di telefono del responsabile della singola scala: c’era tutto e la raccolta differenziata si poteva fare. Come avviene a Salerno, Avellino, Benevento, tutte oltre il 50%.

Facemmo un Forum degli stakeholders e c’erano tutti: dalla Confindustria all’ultimo dei comitati. Lo guidava Guido Viale; dopodiché il minoritarismo mescolato col massimalismo ha fatto sì che non si sia andati avanti.

Le  emergenze rifiuti sono sempre eterodirette, determinate. Come quella di Milano nel 1995 che venne messa in emergenza perché il gruppo Fininvest aveva 4.200 miliardi di debito verso il sistema bancario e tra le pochissime voci attive c’era la discarica di Cerro Maggiore della società SIMEC di Paolo Berlusconi e bisognava che Milano andasse in emergenza per portare i rifiuti in quella , raccolta differenziatadiscarica a 250 lire al chilo. Poi Milano ha risolto il suo problema facendo gli impianti in città per la separazione e un inceneritore pagando 110 lire al chilo. E Paolo Berlusconi è stato condannato a 6 anni e  ha evitato la prigione in seguito patteggiando per 160 miliardi. Il guadagno in nero per la SIMEC fu calcolato in 70 miliardi.

Quindi non esistono emergenze rifiuti in Italia. Esistono stranezze.

Eccone una. La Società che gestisce i rifiuti a Perugia vince la gara al Cairo (5 milioni e mezzo di abitanti) per la raccolta porta a porta, trattamento meccanico biologico, recupero organico, ecc., A Perugia dice che non lo può fare perché Perugia è troppo densamente abitata.

Un’altra. La Sicilia ha già comprensori che fanno la raccolta a porta, ma qualcuno voleva fare 6-7 inceneritori con un costo enormemente superiore.

A Roma e nel Lazio poi parlare di emergenza è una cosa ridicola: è volerci far  prendere per i fondelli.

Walter Ganapini (sintesi della relazione al seminario di Cittadinanzattiva del 12 marzo 2011)

La legalità dei cittadini e la lotta alle mafie (di Adriano Amadei)

“Quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”

Nelle parole del boss Pietro Aglieri  (u signurino) – citate da”I dieci passi” di Flavio Tranquillo e Mario Conte – abbiamo un illuminante compendio. Infatti, il boss appare disposto ad ammettere che la legalità – ma intesa come? – comunicata ai giovani, abbia un’attrazione, in sé, e, forse, ancora di più in certe situazioni di degrado, che noi potremmo definire “totale”. Ma vuole anche insegnarci che le “belle teorie” tramontano, quando non hanno una coerenza pratica, mentre intende insinuare che la vera soluzione dei problemi sono … loro, i delinquenti mafiosi.

Tale dichiarazione deve essere attentamente considerata perché ci parla della pervasività delle realtà mafiose e del fatto che nessuna (pur doverosa e indispensabile) repressione per quanto vasta – da sola: e cioè, senza essere accompagnata da sistemiche misure economiche e culturali – è mai riuscita, né riuscirebbe a debellare la mala pianta: né la repressione di Cesare Mori (1925-28), né quella, a cavallo degli anni ’90, ascrivibile a Falcone e Borsellino.

È naturale, quindi, domandarsi cosa sia la legalità.

Legalità – per me – si sostanzia di quei principi che, presenti e attivi nelle coscienze dei cittadini, hanno  informato la nostra legge fondamentale ed orientano (o dovrebbero orientare) norme ordinarie, che, praticate e fatte osservare da legittime e riconosciute istituzioni, concorrono ad una civile, rispettosa e ordinata convivenza. Lo dice con una bella immagine Pietro Grasso:  “Legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi e delle violenze dei ricatti del potere.” E aggiunge che  “La mafia è eclissi di legalità.”

La “convivenza di tipo mafioso”, in cui – indipendentemente da manifestazioni di volontà – sono coinvolti, in qualche modo, anche i non mafiosi (non fosse altro che per vivere nei territori dove le mafie spadroneggiano), nega radicalmente la legalità.

Tale negazione non compromette apparentemente, né norme, né tantomeno le istituzioni, quanto piuttosto tende a svuotare le norme e ad adeguarle agli interessi mafiosi; a condizionare ed occupare le istituzioni. Infatti, “Non possiamo fare la guerra allo Stato, con lo Stato dobbiamo convivere.”: così, catechizzava Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, prima dell’avvento dei corleonesi.

E Giovanni Falcone sosteneva: “Cosa nostra non è un antistato … La mafia si alimenta dello Stato e adatta il proprio comportamento al suo.

Silvestro Montanaro e Sandro Ruotolo (1995) spiegano che la penetrazione delle mafie nello Stato si estrinseca in “ … una politica di infiltrazione occulta ed orizzontale nei segmenti vitali del tessuto politico-istituzionale mediante la costruzione di una rete di complessi e variegati rapporti, ora di collusione, ora di cointeressenza, con esponenti della politica e delle Istituzioni.

E, si deve aggiungere, il clientelismo rappresenta il varco, mentre la corruzione ne costituisce il prosieguo ed il brodo di coltura.

Che in tanti se ne rendano conto è confermato dal dato calcolato dal Rapporto Censis 2010 che stima nel 26,2% la parte degli italiani che ritiene possibile lo sviluppo del paese solo passando dalla lotta alla corruzione.

Il motivo è ovvio: le mafie uccidono la concorrenza e sottomettono tutti ad uno stesso regime di comando piegando qualsiasi attività ai loro propri interessi. Che non sono mai di sviluppo, ma di sfruttamento forsennato di tutto e di tutti. Valga, per tutti, l’esempio della Campania il cui territorio è stato trasformato in una discarica velenosa con conseguenze sulla vita e sulle attività economiche.

Come combattere le mafie? Il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino diceva che, per combattere la mafia, era necessario un esercito di insegnanti. Ma non basta.

Diceva Pietro Grasso, nel suo “Per non morire di mafia” (2009):

“L’antimafia diretta alla repressione della criminalità mafiosa deve essere accompagnata dall’antimafia della politica e del mercato, dall’efficienza della pubblica amministrazione, dal buon funzionamento della scuola.”

E aggiunge:

“Le istituzioni e la società civile devono fare un salto di qualità … Il problema è unire valori e interessi, unire la lotta alla mafia a un progetto di sviluppo economico, rafforzando l’economia legale, e a un progetto di partecipazione democratica.”

“I processi di liberazione non avvengono attraverso la delega a un liberatore ma attraverso un impegno corale, quotidiano.”

È quello che può fare qualunque cittadino, sia singolarmente conducendo la propria vita con onestà e impegno, sia unendosi ad altri per svolgere attività che si prendano cura dei beni comuni e dell’interesse generale, sia rivendicando che la politica torni ad essere cura della collettività e dello Stato e che sia affidata ai migliori e non agli affaristi e ai profittatori.

Adriano Amadei segretario Cittadinanzattiva Toscana

La guerra dei rifiuti nel sud e il fallimento della politica (di Claudio Lombardi)

Si può chiamare emergenza una situazione che dura da più di 16 anni? Chiunque risponderebbe di no e sottoscriverebbe la dichiarazione di fallimento di tutti i poteri che potevano e dovevano decidere e amministrare la gestione dei rifiuti in Campania e che non sono stati capaci di risolvere il problema. O che non hanno voluto risolverla.

In realtà, ormai l’hanno capito tutti, l’emergenza rifiuti è stata il pretesto per un enorme e sistematico saccheggio di risorse pubbliche. Su queste si è costituito o consolidato un blocco di interessi che hanno tenuto insieme interessi politici, aziendali e camorristici. Il dato che caratterizza questa vicenda è che in questo blocco di potere ci sono entrati anche parte dei lavoratori che hanno ottenuto un posto di lavoro molto spesso senza dover effettivamente lavorare e parte della popolazione che è stata costretta ad accettare la legge malavitosa della camorra e dei politici corrotti e che ha finito per aderire al contropotere antistato che si è insediato in molte zone della Campania. Questo è il “capolavoro” che è stato realizzato a Napoli e dintorni.

Che il controllo del territorio non ce l’abbia lo Stato appare evidente da ciò che sta accadendo (e che è già accaduto negli anni precedenti in altre località) a Terzigno. La miscela esplosiva di scelte tanto emergenziali quanto scientificamente preparate da decenni di incuria e di ruberie ha prodotto l’esplosione della collera popolare a capo della quale si è messa la delinquenza che, da quelle parti, non può esistere senza il consenso della camorra.

Scientifica preparazione del fallimento della gestione dei rifiuti. Questa è la definizione più adatta per una situazione che non è una calamità naturale, ma il prodotto di scelte sciagurate contro l’interesse generale che sono state effettuate nel più assoluto disinteresse di tutto ciò che rappresenta il bene comune. Non si vuole dire che tutti i politici sono uguali, però, ciò che conta, è che quelli che hanno prevalso senza incontrare una valida resistenza sono i peggiori ed è difficile separarli dal mondo della delinquenza che rapina le risorse pubbliche e i beni comuni. Poi ci sono stati gli incapaci, quelli deboli perché non sostenuti dall’opinione pubblica e quelli onesti e combattivi come il sindaco Vassallo che è stato eliminato dalla camorra.

Oggi si è alla disperata ricerca di una cava perché per anni non si è voluto costruire un sistema di raccolta differenziata e di trattamento dei rifiuti. Si è puntato tutto sulle discariche, sugli inceneritori (e ne funziona solo uno), sulla finzione delle eco balle avendo come obiettivo il controllo e il dirottamento dei finanziamenti verso aziende e gruppi che hanno prosperato sulla spazzatura: più ce n’era per le strade e più saliva l’allarme per l’inquinamento più loro rapinavano il denaro dello Stato in nome dell’emergenza.

Di nuovo, come due anni fa, assistiamo alle sceneggiate del Governo che “decide”, che risolve in dieci giorni ciò che non è stato risolto in 16 anni. Adesso, però, sono di più quelli che capiscono quanto cinismo ci sia dietro questi annunci. Purtroppo l’interrogativo “come se ne esce” è sulle bocche di tutti e non esiste soluzione se non si impone una netta inversione di rotta a partire dalla rinascita della politica sequestrata dai malavitosi e dagli affaristi e dal coinvolgimento dei cittadini ai quali occorre restituire un potere pubblico che non sia lo specchio della debolezza, della corruzione e della soggezione agli interessi criminali.

Dire che la partecipazione dei cittadini e la loro educazione all’esercizio dei diritti democratici ( che vanno ben oltre il voto), è una delle chiavi per risolvere la gestione dei rifiuti così come lo è per affrontare qualunque altro problema di gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni sembra scontato. Ma è la pura, semplice, evidente verità.

Quello che non vogliono assolutamente i politici corrotti e i delinquenti che controllano il territorio è che i cittadini decidano come parte di una collettività unita su valori comuni e che sa riconoscere l’interesse generale come cosa distinta dall’interesse personale di ognuno eppure con questo strettamente intrecciato. Non vogliono che ci sia una politica che unisca le persone e migliori la dimensione pubblica. Vogliono solo essere i padroni di quei territori e i padroni delle persone che ci abitano con diritto di vita e di morte su chi non accetta questo potere e anche su chi subisce le conseguenze della devastazione dell’ambiente e delle scorribande e scontri a fuoco delle bande armate. E non vogliono che nessuno controlli i loro affari.

La trasparenza e la partecipazione costituiscono il miglior deterrente per le opacità che hanno accompagnato tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Si legge sui giornali che ci sarebbero discariche non utilizzate e che gli impianti di trattamento e selezione dei rifiuti non sono utilizzati oppure vengono sabotati dagli stessi addetti al servizio così come la raccolta differenziata sarebbe osteggiata da una parte dei lavoratori. Sciogliere questo intreccio di interessi è molto difficile senza un’estrema determinazione di imporre la legge basandola sul buon esempio dei responsabili e dei vertici istituzionali e sul coinvolgimento degli abitanti.

Se non si parte da qui non si risolve il problema e non c’è futuro per Napoli e la Campania.

Claudio Lombardi

La sicurezza degli italiani: dallo stadio di Genova alle aggressioni di Roma e Milano, alla politica (di Claudio Lombardi)

Dopo diversi mesi passati ad interrogarsi sul modo migliore di allontanare i temutissimi ROM, dopo anni di allarmi per l’aumento dell’immigrazione che è stata sempre abbinata alla criminalità, dopo che la clandestinità è stata dichiarata reato, improvvisamente balzano in prima pagina notizie che rimettono con i piedi per terra la questione della sicurezza degli italiani e smascherano l’ipocrisia e l’opportunismo dei tanti che hanno agitato il problema sicurezza solo per farsi propaganda politica.

È opportuno partire dall’ultima notizia che non riguarda nessun fatto di sangue, ma è oltremodo significativa. Il Presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu, ha dichiarato che le liste dei candidati alle ultime elezioni amministrative erano zeppe di persone indegne di rappresentare nessuno perché colluse con la criminalità organizzata, quella vera (e tutta italiana e feroce) delle mafie che spadroneggiano in intere regioni del Paese e che espandono il loro dominio, con il riciclaggio dei capitali “sporchi”, dovunque, Roma e Milano in testa (ed anche all’estero come ci ricorda la strage di Duisburg di tre anni fa). La pressione sulla vita delle persone oneste è intollerabile e si esprime con ricatti, taglieggiamenti e violenza fisica che giunge fino all’assassinio di quanti si oppongono al suo predominio. Il sindaco Vassallo ucciso un mese fa testimonia dell’esistenza di una classe dirigente degnissima che rappresenta la parte migliore della popolazione, ma che è esposta, indifesa, ai criminali che agiscono per mantenere il controllo del territorio e delle attività economiche. È noto, d’altra parte, e fa parte addirittura dell’immagine nel mondo del nostro Paese, che le mafie non sono state sconfitte dallo Stato perchè le complicità a tutti i livelli della politica hanno sempre impedito che si colpissero i mandanti oltre che, sporadicamente, qualche esecutore.

Pensiamo o no che l’esistenza delle mafie cioè di forme di criminalità organizzata che mirano al controllo del territorio e alla conquista delle istituzioni locali, regionali e nazionali attraverso politici complici, siano un serio problema di sicurezza per gli italiani? Se la risposta è sì perché le prime pagine dei giornali non sono occupate tutti i giorni dalle notizie relative alla “guerra” con la criminalità? Perché al primo posto nei programmi di governo non compare la legalità e la riconquista del controllo del territorio e della libertà nelle regioni invase dalla delinquenza?

La risposta sta nei fatti che ci parlano di un Presidente del Consiglio imputato di reati comuni che da anni conduce una sua personale battaglia contro i magistrati per sfuggire ai processi e che è riuscito a costruire una maggioranza di governo intorno a questo suo programma e ad avere il voto degli italiani su programmi che somigliano ad illusioni. Italiani che hanno capito benissimo, però, la sostanza che c’è dietro, ma ne condividono lo spirito, quel “lasciate fare” che in altre società e culture indicava la libertà di iniziativa privata, ma che da noi significa un becero “fate quel che vi pare e fregatevene della legge e degli interessi generali”. Il sostanziale consenso intorno a questa parola d’ordine nasconde anche l’ulteriore illusione che sia possibile per tutti farsi spazio calpestando la libertà e i diritti degli altri pur di fare i propri interessi senza trovare altro limite che la forza che si riesce ad esprimere.

E, invece, tutti dovrebbero comprendere che questa strada è quella che getta tutti nella più profonda insicurezza. Se i disonesti rivendicano, urlando, il loro diritto a fare come gli pare, se riescono a conquistare posti di potere nelle istituzioni e a mettere sotto accusa i magistrati che perseguono i loro reati, se la criminalità riesce addirittura a darsi una rappresentanza politica, allora siamo tutti più insicuri.

La pratica di compiere reati di ogni tipo e di farlo con l’arroganza di chi sa quanto è difficile per lo Stato punire i responsabili dilaga. Anche all’estero si è diffusa questa convinzione, come già fu rivelato dalle inchieste giornalistiche sulla scelta dei delinquenti romeni di venire in Italia attratti dalla relativa facilità di sfuggire alle sanzioni penali. Se non fosse così non si comprende come mai i teppisti serbi siano venuti a compiere le loro azioni da noi, a Genova, senza aver timore di rischiare di pagare un prezzo molto elevato. La stessa cosa, d’altra parte, si potrebbe dire di quegli pseudo tifosi nostrani che da anni scatenano violenze dentro e fuori gli stadi senza rischiare granché visto che poi le ripetono regolarmente.

Si percepisce nella vita quotidiana la diffusa irresponsabilità di chi non si fa scrupolo di violare ogni regola pur di affermare se’ stesso. Il ragazzo che quasi uccide con un pugno una donna per un banale diverbio e il gruppo di teppisti che manda in coma il tassista che ha invaso il “loro” territorio dimostrano che in Italia c’è un serio problema di sicurezza per i cittadini che chiama in causa lo Stato, le forze di polizia e la magistratura insieme con le forze politiche che dirigono le istituzioni, approvano le leggi e le fanno applicare. Sarebbe ora di dire chiaramente che in uno Stato democratico, proprio perché ci devono essere le massime tutele per i diritti e le più valide politiche sociali, ci deve anche essere la massima severità nella punizione dei reati, la sovranità della legge e l’imparzialità nella sua applicazione.

È ovvio che se dal mondo politico viene l’esempio di disonestà cui siamo abituati ormai da anni non si può pensare che l’applicazione della legge, la certezza della pena e la severità delle sanzioni siano la preoccupazione principale di chi rappresenta il potere esecutivo e la maggioranza di quello legislativo.

Ha detto Sergio Marchionne “Hanno aperto lo zoo e sono usciti tutti”. Bella metafora che restituisce l’immagine di un paese non governato da una classe dirigente lungimirante e che vuole bene all’Italia, ma da gruppi di potere che tentano di usare i poteri pubblici e gli apparati per i propri interessi privati anche a costo di sfasciare la società e le istituzioni.

Questo è il vero problema della sicurezza degli italiani che, sempre più, si sentono soli e pensano di doversi difendere da soli perché lo Stato è in mano agli incapaci e ai profittatori.

Per fortuna non è sempre così, ma quelli sono ai posti di comando.

Che fare? La via giusta è riconoscersi fra persone oneste, organizzarsi e far vivere nei territori una realtà diversa da quella delle bande e degli sbandati che li occupano. La cittadinanza attiva può essere un deterrente e un’alternativa, base di un altro modo di vivere e di essere, se diventa qualcosa di più di una testimonianza isolata e sporadica. Il compito spetta a tutte le realtà che già esistono, ma che faticano a darsi un indirizzo preciso e a capire quale sia oggi il loro ruolo. La costruzione di una nuova classe dirigente passa anche da qui.

Claudio Lombardi

Napoli e la Campania come un campo di battaglia (di Paolo Miggiano)

Le mafie in Italia sono l’impresa economica più potente e costituiscono uno dei pilastri dell’economia Europea, con un giro d’affari che qualcuno ha calcolato intorno ai 150 miliardi di euro all’anno. A questo bilancio si devono aggiungere, però, anche le migliaia di morti in più di trent’anni di guerre tra i clan. La Campania è la regione d’Italia e tra le prime nel mondo, con il maggior numero di morti ammazzati. 

Roberto Saviano, pur sostenendo, nel suo libro Gomorra, che la conta del numero dei morti costituisce l’elemento meno indicativo per comprendere il potere criminale della camorra, fornisce una conta dettagliata del numero dei morti ammazzati per camorra dal 1979 al 2005. Una conta che in 27 anni raggiunge, l’incredibile e raccapricciante numero di 3.600 morti. E questi numeri si registrano in Campania, regione che sulla cartina geografica costituisce il centro della civile Europa e non di un continente permanentemente alle prese con guerre e pulizie etniche e non è neanche la Bosnia in pieno conflitto degli anni novanta, l’Algeria o la Somalia e neanche la Georgia dell’agosto 2008. 

La Campania e Napoli in particolare non sono luoghi dove ognuno decide il proprio destino, la propria sorte. Molto spesso è la guerra tra clan a decidere la sorte delle persone, anche di quelle che con i poteri criminali non hanno nulla a che vedere. Qui si muore perché qualcuno deve dare un messaggio a qualcun’altro, perché si conosce una persona di un clan opposto, per una semplice somiglianza, per un taglio di capelli, per la somiglianza del motorino sul quale si viaggia. In sostanza, qui, il rischio di morire per caso è davvero molto alto. Campare a Napoli è una roulette, dice Fabio, un ragazzo di diciotto anni, appena scampato ad un attentato compiuto in un distributore di benzina a Napoli nel mese di settembre del 2007. Si tratta di una semplice presa d’atto che una vita giovanissima e pulita in questa città deve comunque fare i conti con il pericolo ed il rischio della morte per errore. Questi sono i momenti in cui te ne scapperesti dalla città senza più girarti indietro. Lavorare sulla strada è come stare in un campo di guerra, pure a mezzogiorno, è lo sfogo di una altro testimone dell’agguato. 

Arrivano in motocicletta, sparano come dei pazzi in mezzo alla gente, tra i bambini e le donne che fanno la spesa, disposti a tutto pur di eseguire la sentenza di morte. Come dei codardi sparano alla schiena, ammazzano persone innocenti per dare un segnale. Lo scenario a cui spesso molte persone si trovano davanti è quello di una guerra. Forse uno scenario come quello di Bagdad o di Kabul può riservare le stesse sorprese. Invece qui a Napoli si tratta di episodi che non sono eccezionali, ma sempre più frequenti e con i quali la gente si sta abituando a convivere. 

Isaia Sales nel suo saggio pubblicato nel 2006 per Ancora del Mediterraneo, riprendendo il giornalista Gigi di Fiore, un altro autorevole studioso e conoscitore di questioni di camorra, sostiene che a Napoli c’è il record dei “morti per caso”, tra cui diversi bambini e adolescenti, persone cioè incappate casualmente nel fuoco dei killer. La camorra di città, sostiene l’autore, ha assunto caratteristiche di gangsterismo urbano e i delitti esterni al suo ambiente lo dimostrano. I suoi giovani killer fanno uso frequente di cocaina che compromette loro la capacità di mirare bene il bersaglio, colpendo non di rado passanti innocenti, magari scambiandoli per nemici. Per la camorra, a differenza della mafia, l’omicidio non è progettato, non è motivato da una logica strategica, ben mirata ed improntata alla massima efficienza, ma agisce risposta a risposta, omicidio ad omicidio con un istinto sanguinario. Non è un caso che i soldati di queste ultime guerre, di tutti contro tutti, siano sempre più giovani. E questo spiega perché nelle bande di camorra la brutalità costituisce la normalità e il motivo dei numerosi morti per sbaglio. 

Ed è proprio seguendo questa logica di guerriglia, di risposta a risposta che la sera del due novembre 2008, si è compiuto un episodio che ha davvero dell’incredibile proprio perché commesso da giovani violenti dall’età compresa tra i dodici e i sedici anni. Durante una rissa scoppiata in un centro commerciale di Casoria, un giovane viene accoltellato ad una gamba. Un affronto da far pagare caro e così poco dopo la reazione in via Abate Desiderio al rione Berlingieri di Secondigliano al confine con Casavatore. Un commando di sei persone a bordo di tre scooter arriva davanti al circolo Danzi, il club dei “bambini” a rischio – gestito da un quarantaquattrenne pregiudicato – e sparano una quarantina di colpi di pistola calibro 9 tra le gambe di un gruppo di adolescenti che a mezzanotte sostavano sul marciapiede del circolo. A terra rimangono sanguinanti cinque ragazzini, tra gli undici e i sedici anni, feriti chi alla spalla, chi al ginocchio, chi al piede, chi alle gambe. 

La vicenda criminale conferma lo stato di degenerazione sociale e di degrado culturale che vige tra i ragazzi di questo territorio. Questa volta al centro della scena sono degli adolescenti cresciuti seguendo le logiche di un branco che segue valori fondati sulla prepotenza, sull’arroganza, sulla tracotanza, sulla sopraffazione e sulla vendetta tipiche degli insegnamenti dei cattivi maestri quali sono i boss della camorra. Un episodio che oltre a rimbalzare sulle cronache nazionali e internazionali ed a far particolarmente irritare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ancora una volta ha dimostrato che negli ultimi vent’anni (dagli omicidi di Nunzio Pandolfi ucciso nel 1990 alla sola età di due anni; del dodicenne Fabio De Pandi – ucciso a dodici anni nel quartiere di Soccavo nel 1991; di Silvia Ruotolo; di Annalisa Durante; di Gelsomina Verde; di Dario Scherillo, tanto per fare solo alcuni nomi di giovani innocenti) la china è diventata sempre più pericolosa.  Una vicenda che per la sua dinamica fa pensare che per ragazzi come questi il punto di arrivo obbligato possa essere davvero la camorra. 

L’elenco delle persone innocenti uccise in campania è davvero lungo. Si contano oltre duecento morti senza colpa.  Delle oltre duecento persone uccise dalla violenza criminale in Campania, la Fondazione Pol.i.s. della Regione Campania, costituita proprio per sostenere le vittime innocenti della criminalità in Campania, sta realizzando delle pubblicazioni per raccontare la storia di tutte. La prima, scritta da Raffele Sardo, per Pironti Editore è in libreria proprio in questi giorni. Si intitola Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità e racconta un periodo che va dall’uccisione di Joe Petrosino – 12 marzo del 1909-  alla strage del Rapido 904 del 23 dicembre del 1984. Personalmente, in un libro intitolato Qualcun altro bussò alla porta. Dario Scherillo ed altre storie di persone vittime della violenza criminale ho raccolto le vicende umane delle vittime e dei loro familiari caduti nell’anno 2004, quando, insieme a Dario Scherillo, un giovane di 26 anni ucciso per sbaglio la sera del 6 dicembre (aveva un motorino uguale a quello di un criminale, condannato a morte dal clan opposto), venivano uccisi Francesco Estatico (assassinato con una coltellata, per aver fatto un complimento ad una ragazza), Matilde Sorrentino (uccisa per vendetta, poiché aveva denunciato chi aveva commesso abusi nei confronti del figlio), Annalisa Durante (di quattordici anni, uccisa in un agguato contro un camorrista del suo quartiere che si face scudo con il suo corpo per sfuggire ai colpi dell’attentato), Fabio Nunneri (di venti anni, ucciso da una coltellata al petto per essere intervenuto a fare da paciere in una lite per motivi di viabilità), Gelsomina Verde (morta per un’amicizia sbagliata), Francesco Graziano e Antonio Landieri, anche loro scambiati per criminali ed uccisi. 

Angelo Vassallo e Teresa Buonocore sono le ultime persone che sono state uccise. Angelo Vassallo, era il sindaco di Pollica – Acciaroli. Una persona onesta che voleva fare il sindaco onestamente. Lo hanno massacrato a colpi di pistola. Come a lui trent’anni fa è toccato a Marcello Torre, sindaco di Pagani nel salernitano (si era opposto all’infiltrazione negli appalti della ricostruzione post terremoto. Stessa sorte è toccata al consigliere comunale del P.C. di Ottaviano, Mimmo Beneventano. Teresa Buonocore aveva semplicemente fatto ciò che avrebbe fatto ogni madre: denunciare e fare condannare chi aveva abusato della sua bambina. Per questo è stata uccisa. 

Presto a queste vittime sarà dedicato un luogo della memoria, voluto dalla Fondazione Pol.i.s. Uno spazio dove la memoria degli innocenti si nutrirà della produttività di chi con passione e coraggio ancora oggi lotta, combatte, si arma contro un cancro che sembra duro da debellare. 

 Paolo Miggiano Cittadinanzattiva Campania

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria