Cuori puri

Cuori puri è il titolo di un film di Roberto de Paolis. La storia è quella di due giovani, Agnese e Stefano, 18 e 25 anni, che vivono in un punto qualunque della sterminata periferia romana aggrappati ad una parvenza di normalità e disperati, ma con la volontà di vivere. Agnese frequenta la parrocchia del quartiere e, spinta da una madre ossessionata dalla devozione, sta per fare voto di castità fino al matrimonio insieme a una decina di suoi coetanei. Stefano prova con tutte le sue forze a fare un lavoro normale, prima come vigilante in un centro commerciale e poi come guardiano del parcheggio di un supermercato. In entrambi i casi lo scontro con una realtà dura e difficile lo priverà dell’unica speranza di sfuggire al “mestiere” più diffuso tra i suoi amici: lo spaccio di droga.

campo romSia Agnese che Stefano non riescono a comunicare i loro problemi a nessuno. La madre della ragazza è compenetrata con la sua religiosità ossessiva e vede la figlia solo come una prova della sua fede. Anche lei si aggrappa ad una parvenza di normalità, l’unica che le appare plausibile sotto le ali protettrici della Chiesa. Intanto fa volontariato. Va dai rom, prepara l’accoglienza per i rifugiati e porta con sé Agnese per coinvolgerla nella sua attività caritatevole. Mostra sensibilità verso i poveri, ma è straordinariamente chiusa verso la figlia con la quale non c’è alcuno vero dialogo.

Stefano cerca di svolgere il suo lavoro di guardiano del parcheggio al meglio delle sue possibilità, ma deve vedersela con un piccolo accampamento di rom che ne occupano una parte, separati solo da una fragile rete metallica. Atti di vandalismo, rifiuti gettati tra le macchine, minacce sono il pane quotidiano di un confronto tra il guardiano e quelli che stanno oltre la rete. Mai Stefano pensa di chiamare la polizia, mai il suo superiore si pone il problema di come affrontare la situazione. Se i rom rompono la rete lui si limita a ripararla e ad attaccare Stefano per la sua incapacità di tenere a bada i nomadi.

Agnese e StefanoI due giovani, però, si incontrano e per loro si apre una porta sui sentimenti che non potranno vivere perché la “normalità” delle loro vite li spinge verso una strada diversa. Il dramma si intravede, ma non si conclude.

L’ennesimo vandalismo dei rom porta al licenziamento di Stefano che non vede altre alternative allo spaccio gestito da un suo amico di infanzia. Agnese non riesce più a stare nei panni della vergine sacrificale devota ai bisognosi e disperata per sé stessa. Padre e madre di Stefano vengono sfrattati e si riducono a vivere per strada con l’unico aiuto di qualche vecchio vicino di casa. Per loro non c’è nessun volontariato che assista e consoli, mentre nella parrocchia si prepara l’arrivo di alcune decine di rifugiati.

Il regista non inventa una realtà che è quella comune a buona parte delle periferie romane. La convivenza/competizione tra bisognosi è la regola ed è forzata, non scelta. Chi si ricorda la vittoria elettorale della destra nelle comunali del 2008 con Alemanno sindaco dovrebbe anche ricordare la cecità delle sinistre che non si accorsero di quanto la presenza dei campi rom esasperò gli abitanti delle periferie. Alla drammaticità di una convivenza impossibile venivano contrapposte parole e ragionamenti intrisi di bontà e di apertura, di razionalità e sani principi.

sbarchi migrantiQualcosa di simile sta accadendo adesso sotto la spinta degli sbarchi. Nel film si mostra con lucido realismo il contrasto tra il disinteresse per la vita dei romani nelle periferie e l’eccitata mobilitazione per i migranti. Forse qualche parrocchia se ne è accorta, forse qualche associazione di quartiere, ma sicuramente nelle migliaia di strade che compongono gli enormi quartieri popolari che si estendono verso il GRA gli sbarchi e l’arrivo di altri migranti non sono visti con spirito caritatevole e con animo aperto all’accoglienza.

Cuori puri è un drammatico richiamo alla verità della vita di tante persone. Molte più di quante ne possa immaginare chi contempla le cose dai rami alti della politica, del giornalismo e anche dell’associazionismo militante abituato ad una proiezione mondiale che allontana dalle miserie di chi deve subire le conseguenze di scelte strategiche non abbastanza meditate, più imposte agli italiani che condivise.

Claudio Lombardi

La truffa dei campi Rom nella capitale e la distrazione degli eletti

banda mafia capitaleUn piccolo inciso sulle intercettazioni. Se anni fa avessero approvato la legge con cui Berlusconi e tanti altri ipocriti di destra, centro e sinistra volevano abolirle o depotenziarle oggi la banda Carminati sarebbe ancor più padrona di Roma. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Le sacrosante intercettazioni riferiscono che Buzzi con le sue cooperative ritenesse di guadagnare più con rifugiati e rom che con la droga. Mettiamo in fila i pezzi di un ragionamento semplice semplice.

Punto 1. Per guadagnare così tanto le cooperative dovevano per forza ricevere molti soldi dagli affidamenti del comune ed erogare servizi di valore infimo.

Punto 2. In molti si sono accorti da tempo che c’era questa distanza tra soldi spesi e servizi resi e lo hanno denunciato. In particolare l’associazione 21 luglio (http://www.21luglio.org/) ha prodotto corposi dossier nei quali dimostrava l’assurdità della situazione dei campi Rom rispetto ai soldi pubblici che venivano impegnati.

campo rom via di salonePunto 3. Ora che è tutto chiaro riesce veramente difficile capire come mai i tanti che potevano e dovevano vigilare non l’abbiano fatto o non si siano accorti di quelle denunce. Forse qualche funzionario era corrotto? Sì questo risulta dall’inchiesta in corso, ma vi è un altro livello che dovrebbe essere coinvolto.

Punto 4. La Giunta comunale, il Sindaco e tutti i rappresentanti politici eletti nel Consiglio comunale di Roma potevano avere un quadro della situazione ampio e chiaro precluso alla maggior parte dell’opinione pubblica. E potevano verificare sul campo la non corrispondenza tra soldi erogati e soldi effettivamente spesi. Non risulta l’abbiano fatto.

Punto 5. Risulta, invece, da notizie di stampa non smentite che la cooperativa 29 giugno abbia contribuito a finanziare le campagne elettorali di vari candidati al Consiglio comunale. Finanziamenti regolari ovviamente e regolarmente dichiarati dai candidati.

no finanziamenti da cooperative a politiciFine del ragionamento e conclusioni. Se le cooperative sociali operano su un mercato ristretto praticamente fatto solo da lavori provenienti da un unico committente (un ente pubblico territoriale comune o regione che sia) non sembra sensato che chi si candida a diventare committente (cioè a gestire l’istituzione Comune) accetti finanziamenti provenienti dai soggetti che col comune dovranno per forza lavorare.

Molte ragioni dicono che quei finanziamenti non dovevano e non dovrebbero più essere né chiesti né accettati. Altrimenti al ragionamento di cui sopra bisognerebbe aggiungere un conflitto di interessi che finora nessuno sembra avvertire e la caccia ai soldi a cui si è ridotta la politica diventerebbe la sua principale ragion d’essere

Claudio Lombardi

L’abbandono delle periferie: lettera di un abitante di Tor Sapienza

rivolta tor sapienzaAbito a Tor Sapienza, in quel viale Giorgio Morandi che nei giorni scorsi è finito (finalmente…) all’attenzione della stampa nazionale. Gruppi di destra estrema hanno trovato la strada spalancata per infiltrarsi in una legittima e giustificata protesta, facendola diventare una violenza terribile ed ingiustificata .

La presenza di un Centro di accoglienza nel quartiere, con i suoi ospiti a volte “invadenti”, è stata la miccia che ha acceso l’esplosivo, ma non il vero fatto scatenante. Questa zona, come quasi tutte le altre della periferia della Capitale, paga un progressivo abbandono. A metà anni ’80 sono venuto ad abitare qui, socio di una cooperativa di abitazione che stava costruendo in un quartiere nuovo, fatto essenzialmente di case Iacp e di enti. Fino alla fine degli anni ’90 le cose sono andate abbastanza bene: periferia, certo; quartiere popolare, certo; ma tutto sommato dignitoso. Poi l’abbandono è diventato il tratto dominante della politica in questo quartiere.

campo rom via di saloneUna decina di anni fa venne insediato un gigantesco campo nomadi. Non ero contro a priori, ritenevo che un campo regolato, vigilato e dotato di servizi fosse una possibilità e un’occasione. Mi sbagliavo. Dopo alcuni anni è saltato tutto: sporcizia a non finire, bande che girano su automobili e camion scassatissimi, i cassonetti della spazzatura sempre (sempre!) svuotati sui marciapiedi per frugarci dentro, gente che vomita e defeca in quello che una volta era un parco e il suddetto campo che sembra un pezzo di quarto o quinto mondo calato nella Capitale: senza vigilanza, senza servizi, circondato da immondizia che brucia generando fumi tossici di ogni tipo.

In un grande complesso di case popolari di fronte al mio condominio c’era una struttura commerciale di negozi e spazi a disposizione della cittadinanza. C’erano il calzolaio, il barbiere, bar, biblioteca ecc…. Dopo la fuga dei commercianti la struttura è stata occupata da extracomunitari che vivono in condizioni igieniche inimmaginabili, senza allacci, senza bagni, con rudimentali cucine all’aperto e immondizia ovunque. I viali intorno alle nostre abitazioni sono occupati da prostitute a tutte le ore, in un ignobile mercato della carne attivo 24 ore su 24.

tor sapienza protesteLa presenza di un Centro di accoglienza all’interno di quello che una volta era un palazzo per uffici non è certo il maggiore dei problemi, ma la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come dire: prima quelli, poi quegli altri, adesso basta. E noi che risiediamo qui abbiamo pagato 25 anni di mutuo.

La sinistra in cui da sempre milito, che governa e ha a lungo governato questa città, ha abbandonato le periferie e i cittadini che vi risiedono a favore di operazioni-spot tipo la (falsa) pedonalizzazione dei Fori Imperiali o l’apertura di un pezzo della linea metro C, ma fino alle 18,30. In campagna elettorale Ignazio Marino, il mio sindaco, giustamente diceva: “Non segnalatemi solo problemi, suggeritemi anche soluzioni”. Bene, eccone alcune possibili da subito: verificare bollo e assicurazione di tutti i mezzi, anche all’interno dei campi nomadi e, se in difetto, sequestrarli; controllare cosa fanno i bambini nei campi nomadi, se vanno a scuola o no, se sono obbligati ad elemosinare e se così affidarli a strutture protette; liberare tutti gli immobili di proprietà pubblica dagli occupanti abusivi; riconsegnare alla fruizione collettiva spazi pubblici come i parchi giochi per bambini, allontanando chi ne fa un uso “improprio”.

In attesa di soluzioni vere, di quelle scelte difficili che solo la politica che sa guardare lontano sa fare, questi potrebbero essere gesti importanti. Sappiamo che la fiducia dei cittadini si nutre anche di questi. Prima che sia troppo tardi

(Tratto da una lettera a Michele Serra pubblicata sul Venerdì del 28 novembre 2014)

La pentola a pressione della rabbia sociale

frammentazione socialeCi sono posti dove si vive male. Perché sono trascurati, emarginati, un po’ abbandonati. Che si chiamino Tor Sapienza o Scampia o con qualunque altro nome è la stessa cosa.

Ci sono persone che vivono male. Perché sono trascurate, emarginate, un po’ abbandonate. In più, le persone hanno bisogno di ascolto e di aiuto.

I luoghi sono fatti dalle persone, innanzitutto. Poi, ma solo poi, anche i luoghi fanno le persone. Ci sono quartieri popolari di periferia con una pessima reputazione, ma se li vedi non sono poi così terribili: palazzi non tanto alti e ben distanziati, strade spaziose, aree verdi. Eppure incutono timore e vengono bollati con il marchio di quartieri dormitorio degradati. Purtroppo sono le persone che li fanno così, che li vivono così. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Così come bisogna avere il coraggio di andare oltre la lamentazione che affida sempre a qualcosa di strutturale che dipende dal potere la soluzione di tutti i problemi. Già dire che un quartiere è un dormitorio predispone alla lamentazione chi ci vive perché si sente svantaggiato in partenza e giustificato se lo maltratta.

Bisogna avere il coraggio di andare oltre i luoghi comuni.

Prendiamo le occupazioni di case. Ora che se ne parla in televisione si “scopre” l’illegalità che c’è nel mondo delle case popolari. A Milano. Qualcuno parla di guerra tra i poveri. Stupisce lo stupore. Questa guerra tra poveri c’è sempre stata, fin da quando le case passavano da una mano all’altra con l’accompagnamento di qualche milione di lire. Non c’erano, allora, Rom e migranti, ma italiani che sapevano come saltare le graduatorie. C’era chi aspettava per dieci anni l’assegnazione della casa e chi ce l’aveva subito. Non l’abbiamo sempre saputo che la prima arte degli italiani è quella di arrangiarsi?

peso dell'illegalitàNo, qui non si tratta di una guerra tra poveri, ma di una catena di illegalità che viene da lontano e che ha marchiato la cultura civile di generazioni di persone. Qui c’è la vera assenza dei poteri pubblici che tradiscono la loro funzione. Sappiamo fin troppo bene che l’esempio viene dall’alto. Ma anche da un poco più in basso. Scandagliando più a fondo possiamo trovare l’ordinaria illegalità che raramente si trasforma in scandalo, non si conosce, non si vede, ma è quella che risolve i problemi e aiuta a superare norme astruse e inique scritte in ossequio a burocrazie autoreferenziali e sottoscritte da politici disinteressati o ignoranti. Norme fatte apposta per essere aggirate con la furbizia e con l’inganno. Il formalismo, il bel compitino dei laureati in discipline giuridiche e umanistiche desiderosi di fare carriera elevandosi al rango di unici depositari di una tecnica ostile al cittadino.

uffici pubblici Così siamo cresciuti e oggi stupisce entrare in un ufficio che funziona (ce ne sono sempre più). Ma l’equilibrio è delicato per la gente che sta ai piani bassi della società. Fino a che, bene o male, le cose funzionano, si regge. Quando mancano i soldi e le immondizie restano per strada, le buche non si tappano, l’illuminazione pubblica manca, il lavoro non c’è nemmeno con i favori e le raccomandazioni allora l’equilibrio salta. Ed  è subito rabbia e sfiducia. Senza vie di mezzo, verso tutti quelli che lavorano nelle istituzioni innanzitutto anche se sono brave persone. (Anzi, di più se sono brave persone che si oppongono alle scorciatoie dell’illegalità). E verso quelli che ricevono un po’ di assistenza e che non appartengono al nostro mondo. Cosa dice la Lega? I Rom e i migranti ricevono uno stipendio, alloggi, luce e gas gratis e agli italiani niente. Falso, ovviamente, ma la gente con qualcuno deve sfogare la sua rabbia e quale bersaglio migliore di chi è più debole? Si può urlare e non si rischia nulla, dopotutto. Ma i Rom vivono in condizioni che abbrutirebbero chiunque. Una politica di integrazione forse costerebbe di meno di quella dei campi organizzati e permetterebbe di mettere un limite agli insediamenti intorno alla città che finiscono per gravare solo sulle zone periferiche.

reati immigratiL’assenza dei poteri pubblici sta anche nella somma ipocrisia di lavarsene le mani lasciando che sia la gente a sbrigarsela da sola. Per anni abbiamo “risolto“ il problema dei migranti con il reato di clandestinità rifiutandoci di vedere cosa stava succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quando le guerre civili nei paesi arabi hanno ingigantito la spinta dei migranti ci siamo trovati soli, senza una politica degna di questo nome. Ne abbiamo salvati tanti con Mare Nostrum, ma per farne che? Per parcheggiarli nei centri di accoglienza creando degli incubatori di tensione e di violenza. Che hanno dato l’immagine di un assalto al nostro paese e agli italiani. E così il reato commesso da un immigrato ha sempre pesato di più di quello di un “indigeno”. Per certi reati commessi da italiani si parla di ragazzate, se si tratta di immigrati si trasformano in una sfida intollerabile agli italiani.

I reati commessi dagli immigrati valgono di più e, soprattutto, forniscono alla gente dei colpevoli contro cui scagliarsi. Perché la gente vuole dei colpevoli, vuole sapere che c’è una spiegazione al male e che c’è un modo per liberarsene. Nella guerra a un nemico la gente, per un momento, si riconosce e si ritrova come comunità. Se riuscissero a sentirsi comunità anche “per” qualcosa sarebbe un bel guadagno per tutti

Claudio Lombardi

Intervista ad un educatore di frontiera (di Salvatore Sinagra)

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista a Pierluigi, 38 anni, laureato in filosofia che lavora la mattina a scuola ed il pomeriggio in un campo rom, aiutando i giovani che frequentano le scuole medie. Il testo integrale si trova nella sezione “Documenti”.

Tu lavori in un campo rom, ho capito che cerchi di far studiare i giovani rom, di farli almeno arrivare alla licenza media, ma effettivamente di cosa ti occupi? Sei un insegnante? Sei un mediatore culturale?

Sono un operatore sociale che svolge, la mattina, un’attività di sostegno e mediazione scolastica, presso due scuole medie del Quartiere 4 di Firenze, e, il pomeriggio, un’attività educativa di strada presso i villaggi del Poderaccio I e II di Firenze che si traduce in interventi di recupero e sostegno extra-scolastico, e mediazione, intesa come facilitazione, accesso e fruizione ai servizi socio-sanitari.

Gli obiettivi principali sono quelli di contrastare il più possibile la discriminazione, facilitare e sostenere percorsi scolastici, sia a livello didattico che socializzativo, agire contro la dispersione scolastica, partecipare, più o meno direttamente, nello specifico, alla formazione degli insegnanti.

Dal riconoscimento reciproco parte e si sviluppa il lavoro. I ragazzi, i minori, sono quello che sta davanti, più a diretto contatto con noi. Ci si  rende conto, piano piano, che quello con cui si lavora sono le famiglie. Le stesse famiglie poi appartengono a gruppi,  con diversi sistemi di riferimento culturale, che nel tempo si sono a loro volta in parte modificati, proprio a causa della loro storia, del luogo di provenienza e del livello di integrazione/emarginazione che si sono trovati a vivere.

L’ obiettivo primario che sottende i servizi è quello di facilitare dei percorsi di cittadinanza. Quello che più è emerso, infatti, è che molte persone residenti nei due villaggi si trovano a vivere quella che tecnicamente viene definita cittadinanza imperfetta.

Ma non c’è il rischio che la vostra attività possa essere o possa essere percepita come un processo di assimilazione?

 Purtroppo molti interventi sulla scolarizzazione dei minori rom, specialmente in passato, di fatto, più o meno implicitamente, miravano all’assimilazione, partendo dal presupposto che i rom non avessero un’ educazione, così come dei genitori degni di questo nome; in pratica che fossero un po’ come primitivi che necessitassero di un processo di civilizzazione ed evoluzione, che si serviva come strumento primario della scuola. Alla nascita del primo progetto, circa il 30% dei ragazzi rom residenti nell’allora campo arrivava a conseguire la licenza media; oggi ci arrivano altre il 90%, la maggior parte dei quali frequenta poi almeno il primo anno della scuola superiore.

Ma che vuol dire cittadinanza imperfetta?

 Si tratta di uno status che ha una certa ambiguità e che causa grossi problemi a chi lo subisce. In pratica si tratta di avere sulla carta certi diritti, ma che di fatto restano inaccessibili o del tutto negati. Si pensi a coloro che hanno chiesto un permesso di soggiorno, sono in attesa del completamento del relativo iter ed hanno in mano un foglio di carta che attesta che la loro richiesta è attualmente sottoposta al vaglio della pubblica amministrazione, purtroppo chi vive in questa condizione, se si trova nella necessità di dover lasciare l’Italia (magari perché un proprio familiare è in fin di vita), non può più rientrare. Attualmente, in Italia, la legge che regola i permessi di soggiorno è fallimentare e crea maggiori difficoltà e ingiustizia proprio a danno di chi più si impegna a svolgere un normale percorso di vita. Una riforma della legge sulla cittadinanza, così come auspicata ultimamente dal Presidente Napolitano, sarebbe un notevole passo avanti verso l’integrazione e, al tempo stesso, la migliore legge sulla sicurezza. Una legge che genera precarietà e che criminalizza la clandestinità che essa stessa con estrema facilità produce, genera insicurezza e illegalità.

Che differenza c’è fra campo e villaggio?

 Il campo è un insediamento spontaneo o edificato dalle amministrazioni comunali, mutevole, fatto nel primo caso da baracche, composte da lamiere, plastiche, pezzi di legno, ecc.; da container e roulotte nel secondo. I villaggi (Poderaccio I e II) sono un progetto del Comune di Firenze, avviato in collaborazione con la Regione (dopo un incendio, non doloso, in cui ha perso la vita una bambina di cinque anni) con l’obiettivo di “mettere in sicurezza” 72 famiglie, che vivevano nella baracche e che sono state trasferite in casette in legno per esigenze abitative temporanee, che sarebbero dovute essere le loro abitazioni per sette anni. È anche vero che, in un certo senso, il “campo fa campo”. Tutti i residenti dei villaggi, in linea di principio, accetterebbero una casa, ma fuori dal campo fanno fatica, e spesso si trovano a perdere tutta una rete di reciproca assistenza che vivendo vicini di casa, o almeno nella stessa zona, hanno garantita.

Ma non c’è il rischio che il comune spenda tanto ma che alla fine i rom non riescano a “camminare con i loro piedi”? Cosa pensano i fiorentini?

 Esistono diritti civili stabiliti dalla Costituzione e da documenti di organizzazioni internazionali che devono essere garantiti ed esiste il problema del populismo; vi è anche una strategia europea di inclusione dei Rom. Non si può inseguire la pancia dell’uomo comune. Il giudizio della gente deve essere guidato, bisogna far capire alle persone che per partire tutti dallo stesso livello a qualcuno deve essere dato di più. Il problema delle minoranze viene declinato troppo spesso solo in chiave di sicurezza, facendo leva sulla paura .

 A proposito di sicurezza, ti faccio una domanda, è vero che i rom delinquono più degli altri cittadini o si tratta solo di luoghi comuni?

 Ti rispondo che purtroppo una domanda del genere si può fare, nella maggior parte dei casi, senza dare adito a scandalo. Questo perché lo stereotipo del rom ladro, violento, incivile, pericoloso, ecc., è tra i più trasversalmente radicati. I pregiudizi sui rom sono tra i più forti rimasti. Se solo provassimo a sostituire al termine “rom”, nella tua domanda, il termine “italiani”, sarebbe più facile per noi capirne l’assurdità; ma se l’avessimo fatto in America negli anni ’20, subito sarebbe stato nuovamente accettabile.

Vero è che se a chi è più in difficoltà ed è più emarginato, e spesso vittima del pregiudizio della società dominante, invece di facilitargli percorsi di cittadinanza, glieli precludi, anche attraverso leggi espulsive, si creano le condizioni che favoriscono  ulteriore emarginazione ed espongono questa gente a cadere vittime dell’illegalità e della criminalità. Le politiche che mirano a combattere il disagio sono i migliori strumenti di sicurezza; viceversa approcci “muscolari” repressivi ed espulsivi, che si concentrano solo sugli effetti e non sulle cause, come la tanto discussa legge Bossi-Fini, non hanno fatto altro che creare insicurezza favorendo le organizzazioni criminali.

ILVA: girare pagina non è semplice, meglio girare il libro (di Michele Pizzuti)

ILVA di Taranto. Una trappola senza uscita o con l’unica uscita possibile che termina con una trappola. Qualunque cosa fai-dici-pensi-progetti essa ha forti possibilità di essere rigettata. Tento di approfondire il problema. L’ILVA inquina e va chiusa subito? Oppure si, vabbè, inquina, ma va bonificata, però in alcuni anni e continuando a produrre?

La Magistratura non conosce vie di mezzo, o meglio conosce l’unica via, quella della legalità e perciò applica la legge: l’ILVA inquina, è pericolosa per la salute pubblica, ergo va fermata. Il Governo da par suo non si è lasciato intimorire e di fronte all’ordine di sequestro ha reagito, spinto da mille ragioni (politiche, di opportunità, di piazza, di economia produttiva strategica) ed ha emana un decreto legge e afferma: tre anni per ristrutturare e intanto si continua  a produrre.

Allora, qual è la cosa giusta? Ah sì c’è quel microscopico particolare da tenere in leggerissima considerazione: 13 mila lavoratori (più quelli dell’indotto) che non possono da un giorno all’altro restare senza stipendio. Allora che si fa? Molti chiedono la nazionalizzazione. Si fermi la produzione e si faccia pagare dallo Stato i lavoratori per tutti gli anni necessari alla ristrutturazione. Ah già, altro piccolo problemino: nel frattempo dove si comprerà l’acciaio non più prodotto a Taranto? E come lavoreranno le altre fabbriche del gruppo che dalla produzione di Taranto dipendono? Ma con l’acciaio comprato all’estero! Quindi si chiude l’Ilva, si compra l’acciaio all’estero, lo Stato paga i lavoratori di Taranto (circa 20mila con l’indotto) impiegandoli (in parte) nelle attività di bonifica e fra qualche anno si vedrà se la nuova ILVA potrà ancora produrre acciaio con gli impianti rinnovati e a chi lo potrà vendere. Semplice no?

Sì, però se questa è la solfa più armonica, allora lo Stato dovrebbe anche tirar fuori i soldi per non chiudere gli ospedali romani, oppure per non licenziare 276mila precari dalla pubblica amministrazione, oppure per… e poi e poi, per tante altre cose. Ma lo Stato non è un sogno dove tutto si avvera, è una costruzione umana che vive nella storia e va avanti adeguandosi alle condizioni reali. Non basta dire: nazionalizziamo e assumiamo tutti e 20mila i lavoratori. Bisogna dire come questo si concilia con tutti gli altri impegni e con tutte le altre esigenze alle quali lo Stato deve far fronte. Il ragionamento non è politico in senso stretto, purtroppo è semplicemente ragionevole. E forse solo per questo appare di primo acchitto ideologico. Altre idee? E i proprietari che fanno? Ecco, i proprietari, giusta riflessione.

Ci sarebbero (dovrebbero essere) i Riva, responsabili dell’inquinamento a dover tirare fuori i soldi e sembra che il decreto legge a questo li obblighi, pena multe salate e l’esproprio. Ma la questione non cambia di molto: ILVA è e ILVA rimane.

Comunque si dice: la salute delle persone è un valore assoluto protetto dalla Costituzione e nessuna mediazione è possibile. Giusto.

Cambiamo scenario. Da Taranto arriviamo a Roma in un giorno feriale in una delle tante vie invase dal traffico. Lunghe code di vetture, motociclette, bus, camion e camioncini occupano le strade. I veicoli stanno quasi fermi, però i motori sono in funzione e da migliaia di tubi di scappamento, polveri sottili e gas velenosi vengono immessi nell’aria in quantità industriale.

La stessa cosa si può dire per tante altre città grandi, medie e piccole. Ognuna ha la sua bella coda e il suo bel traffico. Il danno per la salute è ben conosciuto nonostante le normative impongano limiti di emissione molto bassi, ma, pur sempre, nocivi. L’unico modo per evitarlo sarebbe l’uso di veicoli elettrici o a gas. Tutti gli altri fanno male. Certo molto di meno rispetto al passato, ma la salute non si giova certamente a respirare i prodotti della combustione di gasolio e benzina.

Anche in questo caso c’è un valore assoluto che viene intaccato. Forse la concentrazione di veleni rispetto all’ILVA è minore, forse è diversa. Anzi, no, senza forse, è minore e diversa. Ma che vuol dire? Che ci si possono fare le cure termali coi tubi di scappamento? No, è ovvio.

Però nessuno pensa di bloccare tutti i motori a benzina e gasolio e si procede un passo alla volta con le euro 1, 2, 3, 4, 5 e i blocchi in certi giorni. Niente di risolutivo però. Come mai?

Altro esempio ancora più ridotto. Dietro casa mia c’è stato per anni un accampamento di persone che vivevano anche commerciando il rame e bruciando gomma e plastica per ricavarlo. Le baracche erano coperte di amianto che si sfarinava e si disperdeva nell’aria. Nessuno è intervenuto perché quelle persone non si potevano spostare né si potevano controllare. Alla fine un grande incendio ha bruciato tutto,  amianto compreso e l’aria che ho respirato è stata zuppa di particelle tossiche rilasciate dalla combustione di quei materiali. Nessuno è intervenuto. Solo dopo l’inevitabile sgombero e dopo altri 2-3 mesi si è bonificata l’area. Nel frattempo io e altre decine di persone siamo stati danneggiati senza colpa.

Una piccola vicenda, ma la mia salute per me è un valore assoluto. Eppure nessuno lo ha tutelato e nessuno si è scandalizzato.

Altri esempi di questo tipo potrebbero essere fatti, ma sempre ci si imbatterebbe in una constatazione: che tutta la storia dell’uomo è fatta di aggiustamenti progressivi verso uno stato di maggior benessere. Chiudere una pagina e aprirne un’altra richiede tempo, non è un’operazione intellettuale, non è un gioco di idee e di concetti scritti in comunicati o in documenti. Ci vogliono azioni concrete, piccole e grandi. Natura non facit saltus diceva uno qualche secolo fa, ma non parlava dell’ILVA. Insomma l’ILVA inquina, ma è tutta la nostra storia ad essere inquinata e lo scopriamo adesso e in quattro e quattr’otto vogliamo aggiustare tutto? Insomma la logica è: fermate il mondo che voglio scendere. Vabbè, ho capito, sto provocando ed esagero. Ma è tutto l’amianto che ho in corpo che sta già facendo effetto sulla mia mente …. Alla prossima, per ora basta così.

Michele Pizzuti

Elezioni: come scegliere? I programmi non bastano (di Claudio Lombardi)

Domenica si vota e così si chiuderà questa tornata elettorale. La campagna elettorale è stata (ed è ancora) intensa soprattutto per le città più importanti che ancora devono scegliere: Milano e Napoli.

Scorrendo i programmi elettorali dei candidati si rimane frastornati per la quantità di proposte e di impegni ognuno dei quali andrebbe messo a confronto con quello del competitore ed approfondito per coglierne tutte le implicazioni. C’è da dubitare che questo esercizio sia stato fatto da molti elettori anche perché poi mica basta prendere i singoli punti dei programmi e confrontarli: bisogna vedere che effetto fanno nel loro insieme e, infine, misurarli su quello che è stato effettivamente fatto da chi ha governato fino ad ora. Insomma un esercizio difficile e complicato.

Sappiamo, però, che basta molto meno ai cittadini per fare la propria scelta. Per esempio confrontare alcuni punti dei programmi, quelli che danno il senso di una proposta complessiva. O valutare dai comportamenti e dai discorsi per capire che cultura esprime un candidato. Considerare lo schieramento politico nel quale egli si riconosce per vedere se ci si può fidare sulla base anche dei comportamenti di quelli che vengono riconosciuti come punti di riferimento o come leader a livello nazionale. In definitiva si giunge al voto per vie diverse.

Vediamo di ragionarci un po’.

I programmi. Non tutti i punti sono uguali: ce ne sono alcuni che rivelano di più del progetto del candidato e che valgono più degli altri.

Per esempio: se nel programma di Letizia Moratti si propone un cimitero per i cani e i gatti e l’azzeramento dei campi Rom irregolari oltre alla riduzione di quelli regolari non si tratta di proposte di pari valore. La prima può essere utile, ma non rivela granchè della direzione di marcia del futuro sindaco. Le seconde dicono che un problema sociale non viene affrontato per quello che è, ma viene visto come ostacolo per la vita della città. E la soluzione proposta lo aggraverà sicuramente aumentando l’instabilità e l’insicurezza, perché non è una soluzione, ma una dichiarazione di ostilità.

Pisapia propone nel suo programma di coinvolgere i cittadini in un sistema di controllo sulla qualità, efficacia e rendimento dei servizi pubblici attuando una legge che esiste dal 2007 e rimasta finora inattuata (comma 461 della legge 244/2007). Propone anche di dare una sistemazione ai luoghi di culto della principale religione che viene praticata in città dopo quella cattolica , quella islamica. Affronta in chiave costruttiva il problema dei Rom e, con la massima apertura e concretezza, quello degli immigrati. Mette al centro la lotta per i diritti e contro la corruzione. Non si tratta di proposte come le altre, ma di elementi che dichiarano che tipo di città e di collettività civica si vuole costruire.

Passiamo a Napoli. Abbiamo visto un duro confronto fra i due candidati, Lettieri e De Magistris, sulla questione rifiuti. Mentre il primo insiste sulla costruzione di un inceneritore non dimenticando anche la raccolta differenziata e le stazioni di compostaggio, il secondo non lo vuole proprio l’inceneritore. Come succede con vari termini della nostra lingua conta dove cade l’accento. Si scrive pesca e pesca, ma nella pronuncia si dice pèsca e pésca per intendere due cose molto diverse. Nel caso dei rifiuti napoletani dove cade l’accento? Se sull’inceneritore si può essere certi che si intende mettere in movimento grandi capitali su cui la criminalità organizzata ha la quasi certezza di mettere le mani. Come già accaduto con l’inceneritore di Acerra che non ha risolto alcun problema, però è costato tanti soldi. La storia dell’emergenza rifiuti a Napoli è stata già trattata su civicolab con due articoli lunghi e pieni di informazioni da Walter Ganapini e Paolo Miggiano, vale la pena di leggerli. Comunque su questo esistono migliaia di pagine per documentarsi. Il fatto certo è che a Napoli e in Campania la camorra c’è e che chiunque voglia amministrare deve innanzitutto dire e dimostrare di schierarsi e voler agire contro e stare lontano dai politici “in odore” di camorra. Fatto questo possiamo anche interessarci alle “fioriere che si vogliono mettere nelle strade” cioè alle proposte di minor peso. Altrimenti significa che qualcuno ci vuole far fessi.

De Magistris intende costituire un consiglio comunale allargato dove comitati, movimenti e associazioni possano esprimere il loro punto di vista e poter votare sulle politiche dei beni comuni. Non è la stessa cosa che ispirarsi ad una generica partecipazione dei cittadini che, se non incardinata in luoghi e procedure, diventa un artificio retorico e nulla più.

Chi appoggia chi e come. Ancora non si è placata la discussione sulla trasmissione contemporanea su diverse reti televisive di una finta intervista a Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio, ma anche candidato coinvolto nelle elezioni del consiglio comunale di Milano nonché capo indiscusso del PDL. Abbiamo ascoltato i suoi “argomentati” giudizi su chi vota il candidato dello schieramento avverso al suo (“senza cervello chi vota contro di noi”). Si tratta di comportamenti inammissibili in una democrazia che rivelano una pulsione dittatoriale e una mancanza di scrupoli che dovrebbe preoccupare tutti gli italiani. Conosciamo bene Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti, per i reati di cui è accusato, per il continuo tentativo di attentare alla legalità e alla stabilità istituzionale, per i legami con la mafia che hanno segnato la sua affermazione imprenditoriale. Lo conosciamo anche, però, come capo di governi che hanno governato male. Se l’Italia (stabilità dei conti pubblici a parte pagata con tagli ai servizi e agli investimenti) sta andando sempre peggio lo si deve a questo “avventuriero” che ha usato e usa la politica per farsi gli affari suoi. E lo si deve a tutti quelli che lo hanno seguito, magari credendoci all’inizio, ma poi continuando per vigliaccheria e per fare i propri interessi personali.

Grazie al berlusconismo l’Italia della partitocrazia, che sembrava finita con la stagione di mani pulite, ha conosciuto molti altri anni di prosperità nel corso dei quali tanti si sono arricchiti a spese della decadenza di un Paese intero. Si può dire che hanno sfasciato lo Stato e calpestato la legalità con i mezzi della politica cioè della democrazia tentando di instaurare un regime autoritario personale capeggiato da Berlusconi, ma imitato e sostenuto da tanti altri capi, capetti e portaborse.

Ecco perché non è possibile sostenere quelli per i quali si schiera Silvio Berlusconi. L’Italia non ripartirà finchè non sarà sconfitto il regime fondato sul potere personale e sulla concezione proprietaria dello Stato.

Sì possiamo mettere le fioriere nelle strade e fare il cimitero degli animali, ma nessuna propaganda può nascondere che per amministrare bene le città bisogna tornare alla legalità e mettere al centro gli interessi generali.

Per fare questo è inevitabile sconfiggere il berlusconismo a cominciare dal voto di domenica.

Claudio Lombardi

L’Italia delle finte emergenze : i ROM (di Carlo Stasolla presidente associazione 21luglio)

L’associazione 21luglio si occupa della tutela dell’infanzia ROM dalle azioni delle istituzioni.

Detto così può suonare strano: difendersi dalle istituzioni che esistono per garantire condizioni di vita sociale soddisfacenti e rispettose dei diritti umani (di tutti e non dei soli cittadini). Come tali sono riconosciuti e tutelati dalla Costituzione e da Dichiarazioni di diritti emesse da organismi sovranazionali.

Sembra strano difendere l’infanzia ROM dalle istituzioni eppure ci sono dei buoni motivi per farlo.

Diversi rapporti di Amnesty denunciano la violazione dei diritti umani in Italia. Più precisamente ciò accade nelle carceri, verso gli immigrati e i richiedenti asilo, verso i ROM e, in generale, nei confronti dei soggetti più deboli.

Nei confronti dei ROM la violazione è palese. Dal 1985 per le persone identificate come appartenenti all’etnia ROM sono “istituzionalizzati”, campi attrezzati come unico luogo riconosciuto dove è permesso vivere (con l’ovvia esclusione di chi può permettersi di pagare una casa).

Perché i campi, strutture provvisorie che confermano la natura transitoria, di “sosta” delle persone che continuano ad essere etichettate come nomadi?

È importante capire che i ROM sono solo in minima parte (non più del 5%) nomadi per scelta di vita. Gli altri sono nomadi come condizione di fatto, imposta dal continuo spostarsi da un luogo ad un altro perché vengono meno le condizioni minime di sopravvivenza o perché si viene continuamente cacciati e, quindi, il nomadismo esprime solo la ricerca di un luogo dove fermarsi. Quindi, l’etichetta di “nomadi” risponde ad uno stato di necessità che i ROM eviterebbero volentieri se avessero altre possibilità.

Infatti, nessuno sa o si accorge, in genere, che molti ROM vivono come gli altri cittadini essendosi perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i ROM rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. Circa quest’ultimo aspetto sarebbe sufficiente scavare nel passato di società oggi ricche e considerate patria dei valori e dei costumi occidentali per trovare l’esempio di quale degrado si possibile indurre negli esseri umani privandoli di mezzi di sussistenza, di istruzione, di diritti, di condizioni minime di servizi e di igiene. Parlo della situazione nelle principali città inglesi nel corso del XIX secolo all’epoca di una rivoluzione industriale che fu costruita sull’abbrutimento e sullo sfruttamento forsennato di una larga parte della popolazione nella quale il degrado umano e morale era estremo.

Voglio dire che oggi la vita nei campi ROM, attrezzati, tollerati, abusivi, è il terreno di coltura migliore per spingere le persone a comportamenti antisociali e per impedire che sia possibile emanciparsi da quella condizione di sottosviluppo.

Basta visitare uno dei campi modello e, quindi, legali che ci sono in Italia per rendersi conto di quali siano le condizioni e gli orizzonti di vita di chi non ha e non può avere casa, lavoro, igiene, istruzione, una normale vita di relazioni sociali. In quelle condizioni, che nei campi tollerati e in quelli abusivi raggiungono livelli inauditi di degrado, non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza.

Molte volte si è parlato di emergenza ROM e, purtroppo, fa male dirlo, all’approssimarsi di campagne elettorali o quando l’attenzione dell’opinione pubblica doveva essere distolta da altri scandali o motivi di interesse. Perché ci sia un’emergenza, però, occorrono condizioni oggettive e soggettive visibili e verificabili; le sole che consentono di stabilire cosa è meglio o cosa è necessario fare.

Fra le condizioni oggettive c’è la consistenza numerica delle persone appartenenti all’etnia ROM.

Da questo punto di vista i numeri parlano chiaro. In Romania i ROM sono oltre due milioni e mezzo, in Spagna 800mila, in Francia 600mila. In Italia, tutti, compresi quelli che hanno casa e lavoro, non superano le 120mila unità. Per dare un’idea ancora più precisa basti pensare che a Roma su 2,7 milioni di abitanti i ROM nei campi sono stimati in 7mila unità.

Non sembrerebbero, questi, i numeri di un’emergenza.

Ci sono poi le condizioni soggettive. Che contano molto ovviamente, perché se 120mila ROM fossero scatenati contro gli italiani, magari organizzandosi in bande di taglieggiatori che impongono la propria legge agli abitanti dei territori, magari gestendo il traffico e lo spaccio della droga, magari puntando ad impossessarsi del controllo dei soldi pubblici attraverso l’imposizione di politici collusi e una rete di aziende collegate alla criminalità; allora si potrebbe parlare di un’emergenza.

Purtroppo per coloro che vedono nei ROM l’emergenza, le condizioni soggettive descritte, accompagnate da quelle oggettive che consistono nella presenza di un numero molto elevato di “soldati” armati al servizio di gruppi criminali e nel possesso di enormi capitali con i quali si corrompe e ci si impossessa di attività economiche lecite con mezzi e modalità illecite, sono esattamente quelle che si possono riscontrare in varie regioni dove i diversi tipi di mafia costituiscono un contropotere armato che limita e soffoca l’autorità dello Stato.

Se qualcuno è in caccia di emergenze è meglio che guardi in quelle direzioni.

Quale via d’uscita per la situazione dei ROM?

Politiche, a cominciare da quella abitativa che è la base di tutto perché dover vivere in un campo taglia le gambe a chiunque voglia crescere e confina in un’emarginazione sociale e civile dalla quale è difficile uscire. E poi politica dell’istruzione, della sanità, dell’assistenza sociale, del lavoro.

Interventi speciali vanno fatti verso l’infanzia e i giovani perché l’integrazione deve mirare a loro.

Se non c’è questo approccio è inutile spendere tanti soldi in interventi che girano sempre intorno alla vita nei campi. Anzi, può addirittura essere l’occasione di speculazioni per i soliti furbi che in Italia girano sempre intorno ai soldi pubblici.

Se a Roma in circa due anni si spendono 34 milioni di euro senza partire dalla politica abitativa risolvendo il principale problema, si rischia di coltivare una perpetua “riserva di emergenze” che non aiuta veramente i ROM e nemmeno avvia a soluzione il loro problema e quello dei cittadini romani.

Carlo Stasolla Presidente Associazione 21luglio

Espulsioni dei Rom: un caso di politica pubblicitaria ? (di Claudio Lombardi)

“Sono le emozioni a dare forza a un movimento”. “Io sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.

Cos’è? Sta parlando un filosofo, un poeta? No, sono due automobili che si presentano così ai possibili compratori. E poi c’è la giacca che evoca lo spirito degli eroi per chi la indossa e lo yogurt che invita a farci l’amore. Viviamo nell’epoca delle illusioni e dei simboli che contagiano tutti i campi. Anche la politica non ne è esente, anzi, in troppi casi tenta di basarsi più sulle illusioni e sulle emozioni che sui fatti e sulla razionalità. E così in epoca di crisi e di problemi seri e, a volte, serissimi e drammatici sulle prime pagine dei giornali compare la questione dell’espulsione dei Rom dalla Francia. Fanno eco il nostro Presidente del Consiglio e il ministro dell’interno che si associano e si apprestano ad emulare questa scelta.
Agli occhi dei cittadini ora sembra che questo sia uno dei problemi principali cui deve far fronte il Governo.
Se solo si riflette sulla concretezza delle cose si è indotti a dubitare dell’equilibrio psichico di chi attira l’attenzione e mostra di concentrarsi su questa campagna facendone addirittura oggetto di scontri a livello dei vertici europei. E’ evidente, però, che nessuno è impazzito, ma tutti sono ben consapevoli della potenza “pubblicitaria” e simbolica delle scelte che si fanno in politica. E non c’è arma migliore, quando ci si trova in difficoltà, che distrarre l’attenzione di chi deve giudicare (e votare) dai problemi seri per dirottarla su questioni secondarie, ma accompagnate da un forte simbolismo e da una carica di emotività esagerata.

Prima di far appello ai sentimenti di umanità e di solidarietà che pure hanno una funzione basilare per la coesistenza di una collettività (tutti potremmo averne bisogno e, quindi, è bene tenerli ben svegli), è meglio parlare di qualche cifra, così tanto per dare un’idea delle dimensioni in gioco.

Le stime dicono che la presenza dei Rom in Italia dovrebbe oscillare fra i 100 e i 140mila individui di cui la metà avrebbe la cittadinanza italiana. A Roma, per esempio, su oltre 2 milioni e mezzo di abitanti, la presenza nei campi, attrezzati, abusivi e tollerati sarebbe di circa 7mila persone. Tutto qui. Questo è il fenomeno Rom da noi.

Sono numeri che non dovrebbero impensierire nessuno anche perché nessuno nega che una parte di chi abita nei campi svolga attività illegali. Il fatto è, logica vuole, che chiunque si trovi a vivere in un campo senza un lavoro e, molto spesso, senza acqua, luce e fognature, prima o poi, diventi facile preda della scorciatoia dei furti o dello spaccio di droghe. Come in tutte le situazioni di marginalità sociale il problema è la povertà e l’assenza di assistenza che predispone ai reati e non il contrario.

Dalla politica e dai politici ci si aspetta che affrontino e risolvano i problemi non con la bacchetta magica, ma con la progettualità, i poteri e i mezzi di cui dispone chi dirige le istituzioni dello Stato. Senza progettualità e strategie appropriate volte all’inserimento di così poche persone nella vita normale che significa evocare la sicurezza dei cittadini come pretesto per operazioni di polizia che, lasciate a sé stesse, segnano il fallimento della politica e dello Stato? Quali piani ha predisposto il Governo (e comuni, province e regioni) per risolvere questo problema dando la possibilità di un inserimento pacifico e solidale? È evidente che quando ci sono reati questi vanno perseguiti con rigore. E, magari, è anche chiaro che la sorveglianza del territorio dovrebbe aumentare e che le strutture dedicate agli interventi sociali e al recupero delle situazioni di marginalità dovrebbero essere potenziate. Certo, fa impressione ascoltare leader politici evocare lo spettro degli zingari che si aggirano a rubare nelle nostre città e poi decidere il taglio dei fondi alle forze di polizia e all’amministrazione della giustizia. Si dubita della loro buona fede. Per non parlare dell’indulgenza nei confronti dei malfattori che si nascondono sotto le insegne di qualche partito politico. Si sospetta che ne traggano profitto.

Se vogliamo esprimere la nostra indignazione facciamolo contro chi è pagato per dirigere le istituzioni e non trova di meglio che tentare di scatenare le emozioni perché non è capace di agire positivamente. E guardiamo ai tanti, singoli e associati, che si impegnano a fare qualcosa di utile. L’obiettivo dovrebbe essere la chiusura dei campi di tutti i tipi e l’inserimento nelle scuole, nel lavoro, nelle attività sociali. Azioni di questo tipo sono fatte di tanti interventi anche piccoli che migliorano la situazione nei centri urbani e rafforzano la coesione sociale oltre che costituire persino un fattore di rilancio economico nelle comunità locali.

Questa dovrebbe essere la strategia e dovrebbe interessare chiunque voglia vivere sereno nel suo Paese.

Claudio Lombardi