La crisi, l’Italia e la via d’uscita. Intervista a Giovanni Principe

LA CRISI E L’ITALIA

Italia malataSiamo vittime innocenti della crisi mondiale o il nostro paese si è messo da solo in una condizione di debolezza?

L’Italia aveva un grande vantaggio rispetto ai paesi dove è esplosa la crisi: nessuna bolla speculativa sugli immobili e, quindi, banche relativamente solide perché non si erano esposte con i mutui “subprime”. Ma aveva anche i piedi d’argilla con:

–        una spesa pubblica senza margini di intervento perché condizionata dal peso degli interessi sul debito e gravata da enormi sprechi e inefficienze (semplificando, facciamo rientrare in queste voci anche l’evasione, la corruzione e l’economia criminale)

–        un sistema produttivo sempre meno competitivo sul mercato internazionale, globalizzato, mentre il mercato interno andava restringendosi per la progressiva perdita di potere di acquisto delle classi medio-basse.

Dunque, la relativa solidità del sistema finanziario ha fatto sì che la crisi non scoppiasse immediatamente. Tuttavia, la debolezza del sistema produttivo ci ha condannati a pagare un prezzo più alto degli altri (a parte la Grecia) nel momento in cui le conseguenze della crisi finanziaria si sono propagate all’economia reale.

labirinto italiaAppena le locomotive hanno rallentato, il nostro paese è sprofondato nel circolo vizioso a cui era destinato: meno traino del mercato mondiale -> meno produzione e meno posti di lavoro -> meno reddito disponibile -> contrazione del mercato interno -> meno produzione e così via.

Si poteva rompere quel circolo vizioso? Certamente sì, se ci fosse stato un governo in grado di comprendere la dinamica della crisi e disposto, sul piano politico, a intervenire per correggerla. Ma il centro-destra, liberista e affarista allo stesso tempo, non poteva che sommare i suoi danni a quelli della crisi e quindi accentuare ulteriormente il circolo vizioso.

Partiamo allora da qui. Ma senza nasconderci che, nel biennio che ha preceduto la crisi, il centro-sinistra al governo non ha avuto né la lungimiranza né la forza necessarie per adottare misure di contrasto adeguate. E, se non abbiamo paura delle verità spiacevoli, aggiungiamo che in una parte, non marginale, del suo gruppo dirigente non aveva neppure le carte in regola per farlo.

Sta di fatto che il governo dell’Unione (governo Prodi 2006-2008) nato debole e minacciato dalle compravendite, ha comunque lasciato che dilagasse una rivolta contro la linea economica del governo (e che la figura di Padoa-Schioppa fosse dileggiata) mentre l’attenzione della maggioranza era calamitata da questioni di principio e di schieramento. Ha così mancato di intervenire sulle condizioni di fondo, quelle che ci facevano crescere molto meno dei partner e che ci destinavano a un sicuro disastro al primo cambiar del vento.

Evidentemente l’Italia ha un problema di classe dirigente…

Direi di sì, anche se non penso si possano mettere sullo stesso piano le responsabilità del centro-destra guidato da Berlusconi e quelle del centro-sinistra (privo di una rotta, prima che di una guida).

Tuttavia è assolutamente necessario ripartire dall’analisi degli errori passati. Questo chiedono gli elettori: se siamo finiti nel baratro, dovete dirci come è potuto succedere.

 

FARE I CONTI CON L’EUROPA

crisi EuropaC’è anche da fare, perché è doveroso e urgente, un discorso serio sull’Europa, se è vero che la linea che sta prevalendo nella UE, che non è solo austerità, ma anche sopraffazione delle economie più forti nei confronti di quelle in ritardo, produce grossi danni.

Occorre cambiarla. Ma si devono anche avere chiari due punti:

–        il primo è che il cambiamento serve all’Italia e serve all’Europa perché recuperi un peso economico e torni ad essere un punto di riferimento politico, per i popoli che nei vari angoli del mondo anelano alla democrazia. Poteva essere tutto questo, nello spirito di Spinelli, dei padri fondatori, fino a Delors. Poteva andare in quella direzione anche l’unificazione tedesca, se la si legge in chiave europea e non di Grande Germania. Invece sta prevalendo il nazionalismo in Germania, ma non solo, nutrito dall’egoismo di classe (chiamiamo le cose col loro nome);

–        il secondo è che l’Italia ha poco peso in questa battaglia, in tutto e per tutto politica, per un diverso indirizzo economico e politico in Europa. E che ciò dipende in parte dalla debolezza della sinistra, che di quella battaglia è la protagonista su scala continentale, ma ancor più dal fatto che come Paese non pesiamo abbastanza a causa di quei vizi di fondo, tutti nostri, di cui abbiamo parlato all’inizio.

errori italiaA ben vedere siamo di fronte anche qui a un circolo vizioso.

La sinistra italiana non si dimostra capace di rimuovere gli ostacoli, sociali, economici, culturali, politici, che ci condannano al declino e resta quindi marginale nel quadro politico europeo, senza contribuire a volgerlo in un senso favorevole per le nostre prospettive di cambiamento e di ripresa.

Dovremmo avere imparato questa lezione dall’esperienza del governo Monti. Il sussiegoso professore, accolto con simpatia dalle élite conservatrici europee, non ha spostato di un millimetro la linea UE e, mediando tra una sinistra debole e incerta e una destra priva di senso dello Stato, non ha prodotto neanche un infinitesimo dei cambiamenti necessari per la ripresa.

ALLA RICERCA DI UNA VIA D’USCITA

riflettere sulla storiaSe non facciamo tesoro degli insegnamenti della storia recente siamo condannati a ripeterla, come sta avvenendo puntualmente con le larghe intese, che sono nate dall’incontro tra la debolezza della sinistra e il calcolo spregiudicato di una destra sempre meno libera dal condizionamento degli interessi economici (e giudiziari) del suo leader.

Ora abbiamo davanti una strada obbligata. Dobbiamo tracciare un percorso fatto di misure concrete, comprensibili per gli elettori, chiare nelle loro motivazioni e negli effetti attesi. Che non saranno, non potranno in nessun modo essere equamente distribuiti. Qualcuno pagherà di più, qualcun altro pagherà meno, altri avranno un guadagno immediato così da riequilibrare le sperequazioni subite: su questo non sono possibili né equilibrismi né illusionismi. L’importante è però che il gioco non sia a somma zero ma a somma positiva. Che modificando la distribuzione si faccia crescere la torta nell’assieme.

Significa ribaltare di 180 gradi il dogma liberista secondo cui l’aumento delle diseguaglianze fa crescere la torta per tutti. Non è così, fa solo i ricchi ancora più ricchi, a danno della collettività. Viceversa combattere le diseguaglianze non è solo socialmente preferibile (io direi doveroso) ma è economicamente più efficace.

Lotta alle disuguaglianze? La dovrebbe fare il governo Pd-Pdl?

dilemma PdIl Pd dovrebbe chiarire il suo percorso, dire cosa vuole fare e come. Per questo serve un congresso. Dopo si porrà il problema di cercare una maggioranza disposta a sostenere il percorso in questo Parlamento dando vita ad un Governo espressione di quella maggioranza. Altrimenti saranno gli elettori a decidere. Non vedo altre possibilità.

Di tempo se ne è perso fin troppo. Il Pd ha fatto una campagna elettorale basata sulla consegna del silenzio attorno alle proposte compiendo un errore colossale. Per due anni hanno discusso di formule politiche e alleanze, ma hanno perso di vista la concretezza dei problemi e delle soluzioni. Ora quell’errore non deve essere ripetuto.

C’è bisogno però di riscoprire anche il senso di fondo della scelta di campo di un partito che si colloca a sinistra. Non è una cosa complicata: basterebbe partire dalla riscoperta di quel tesoro comune che è la Costituzione, convincendosi, oltre che della sua validità, della sua attualità.

 

insegnamenti dalla costituzioneDALLA COSTITUZIONE AD UN PROGRAMMA DI GOVERNO

La Costituzione ha ancora qualcosa da dirci?

Altroché. La Costituzione ci parla di uguaglianza sostanziale, come promozione delle condizioni per lo sviluppo della persona e come diritto ad un lavoro dignitoso, per essere parte attiva nella società, e ad un’equa retribuzione. Ci parla della funzione sociale dell’impresa, della democrazia economica, del ruolo delle rappresentanze di interessi e delle condizioni, di democrazia e di libertà, su cui devono poggiare e a cui devono uniformarsi.

Uguaglianza, lavoro e diritti. Queste le basi, ma poi come si traducono in atti concreti?

Tutti gli studi, tutte le indagini, tutte le evidenze statistiche concordano nel dimostrare che la crisi non colpisce tutti i paesi in egual misura e che le risposte migliori vengono dai paesi che investono di più sulla qualità del lavoro, quindi sulla conoscenza, sui saperi incorporati nei servizi e nei prodotti. E i saperi di cui parlo non sono solo quelli attuali: mi riferisco anche alla capacità di valorizzare quelli che ci trasmette la storia. Ecco le nostre potenzialità, i nostri punti di forza su cui puntare: le particolarità del territorio, culturali e naturali, le “unicità”.

proposte di governoNon c’è dubbio che si dovrà partire dall’aggredire i nodi da cui siamo partiti. Lotta all’evasione (gli strumenti ci sono, manca un indirizzo politico univoco) ma anche modifica della struttura del prelievo fiscale per valorizzare il lavoro. Lotta agli sprechi, con interventi immediati (spending review sì, ma poi interventi concreti) e di più lungo respiro. Lotta alla corruzione e al degrado morale della vita pubblica (non solo costi della politica, ma anche conflitto di interessi, falso in bilancio, concussione, corruzione, codici etici e sanzioni, sistemi di valutazione).

Sulla questione “lavoro” si pone poi una condizione a monte. Non ci si può limitare a prendere atto del fatto che viviamo nel paese sviluppato con il mercato del lavoro meno inclusivo e più discriminatorio. Servono politiche di discriminazione positiva a favore di chi oggi è costretto ai margini: le donne, i giovani, i meridionali, gli over 50.

chiusura aziendeLavoro sì, ma le aziende stanno chiudendo a migliaia. Come si fa?

Infatti, non si può rinviare la ricostruzione di una politica industriale che abbia al centro: l’innovazione, da coniugare con la sostenibilità; la produzione di beni e servizi “non replicabili” legati alla storia e al territorio (prodotti di consumo, macchinari, ospitalità, beni culturali); il rilancio della domanda interna, per sostituire import, rilanciare i consumi (come l’edilizia abitativa sociale, attraverso riuso e riqualificazione, senza nuovo  cemento).

E poi: favorire la crescita dimensionale delle imprese e la cooperazione territoriale e in reti virtuali (per la patrimonializzazione, per l’accesso al credito); alleviare il rischio di impresa (con strumenti finanziari, microcredito, fondi rotativi, o con il ricorso a venture management); contrastare i monopoli e i cartelli nei settori con poca concorrenza (banche, energia, media,  utilities) e le corporazioni professionali; sostenere i giovani che avviano nuove imprese; sostenere le imprese in crisi oltre l’emergenza (riconversione) e anche, se inevitabile, per la ricollocazione dei dipendenti.

speranzaSembra un elenco troppo lungo, ma in realtà è incompleto. È solo un esempio di quali e quanti interventi si potrebbero compiere. Soluzioni semplici e ricette miracolose per problemi complessi non esistono. Il vero miracolo che andrebbe compiuto e che gli elettori si attendono è la corrispondenza tra le parole e i fatti e la possibilità di toccare con mano i risultati.

Chi si propone di governare deve credere innanzitutto nelle cose che propone e dare fiducia ai cittadini risvegliando la voglia di partecipazione e di protagonismo che oggi latita.

Se il PD vuole fare la sua parte deve svolgere il congresso e parlare di questi temi. Solo così si darà un senso al ritorno in campo della sinistra con una prospettiva vincente e convincente dopo decenni di neoliberismo imperante. Difficile? Non tanto: non mancano le idee, coltivate e confrontate nel corpo vivo della società. Manca la capacità di raccoglierle e fare sintesi, senza paura di affrontare le scelte necessarie.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

L’Economist dossier Italia: le istituzioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

Istituzioni poco credibili

I confini tra i partiti, la pubblica amministrazione, i mezzi d’informazione, il mondo degli affari e il sistema giudiziario sono simili a nastri sottili che possono essere piegati a piacimento esercitando una pressione minima. Le istituzioni sono indebolite da conflitti d’interessi che spuntano ovunque come funghi. Il fatto che il presidente del consiglio sia il proprietario del più grande impero televisivo del paese è solo il più eclatante.

Negli anni novanta c’era chi pensava che l’Italia fosse alle soglie di una trasformazione istituzionale. Entrando nell’eurozona il paese non poteva più svalutare la sua moneta se mai le esportazioni perdevano competitività, e i governi sarebbero stati costretti a dare una spinta alla produttività. La fine del monopolio di potere della Democrazia cristiana, dopo Mani pulite, doveva permettere all’Italia di diventare una democrazia più normale, con due grandi partiti che si alternano alla guida del paese garantendo un governo stabile.

Tutto questo non è successo. I problemi dell’economia italiana sono sostanzialmente gli stessi di quindici anni fa, anche se ora il coinvolgimento diretto del governo nell’industria è minore. L’Italia non ha un vero bipolarismo: la sinistra è composta da un gruppo di forze politiche dagli interessi contrastanti, che a volte riescono a fare fronte comune per cercare di ottenere una vittoria elettorale, ma che tendono a dividersi subito dopo. Il Popolo della libertà (Pdl), il principale partito di destra, ha formato un governo di coalizione insieme a un’altra forza politica con cui è in disaccordo su problemi essenziali, come il grado di autonomia da concedere alle regioni. In più buona parte degli esponenti del Pdl non sono politici in senso classico ma fan di Berlusconi o suoi ex dipendenti.

Dopo i processi di Mani pulite l’Italia ha compiuto una graduale riforma elettorale, che ha prodotto governi forti con maggioranze più solide. Tuttavia, nel 2005, il governo Berlusconi ha introdotto un sistema a liste bloccate, con la speranza di rendere la sinistra ancora più frammentata di quanto già non fosse. Questo non è avvenuto, ma il nuovo sistema ha portato a un aumento del controllo da parte dei vertici dei partiti e ha messo fine al legame diretto tra gli elettori e i candidati.

In Italia mantenere il carrozzone della politica ha un costo esorbitante. I partiti ricevono un generoso finanziamento per le spese elettorali. Secondo la corte dei conti, tra il 1994 e il 2008 i partiti hanno ricevuto 2,2 miliardi di euro di rimborsi elettorali, ma hanno dimostrato di averne spesi solo 579 milioni. Una lettura cinica delle cifre porterebbe alla conclusione che, in quel periodo, i partiti hanno registrato un profitto di 1,67 miliardi di euro a spese dei contribuenti.

Il conflitto d’interessi colpisce anche il giornalismo e gli affari. Però, mentre nel caso dei giornali è difficile sostenere che in Italia non ci siano abbastanza voci per assicurare il pluralismo, lo stesso non si può dire per la televisione, che è il mezzo attraverso cui s’informa la maggior parte degli italiani. Berlusconi possiede le principali reti commerciali, inoltre il suo governo è in grado di influire sulle nomine alla Rai. Questo doppio controllo concede al presidente del consiglio un potere smisurato sul modo in cui il suo governo viene percepito dai telespettatori.

Freedom House, una ong statunitense, sostiene che il governo Berlusconi in carica dal 2001 al 2006 ha esercitato il controllo su più del 90 per cento dei canali televisivi. Negli ultimi anni non è cambiato molto. Anche se l’inquilino di palazzo Chigi non fosse il proprietario di un impero editoriale e televisivo dominante, la Rai sarebbe comunque condizionata dalla politica. Sette dei nove membri del consiglio d’amministrazione della tv di stato sono eletti da una commissione parlamentare. Trascorrono il loro tempo contrattando la durata dei passaggi televisivi concessi ai rappresentanti dei loro partiti invece di permettere ai giornalisti di essere obiettivi.

Per capire quanto i conflitti blocchino il cambiamento basta considerare la riforma giudiziaria proposta dal governo. I tribunali italiani, per minimizzare il rischio di ingiustizie concedono la possibilità di fare ricorso in appello in ogni grado di giudizio. Questa lodevole intenzione produce però risultati spaventosi. Secondo uno studio del Consiglio europeo, nel 2005 in Italia ci sono voluti in media 1.210 giorni per risolvere ogni disputa contrattuale, mentre in Gran Bretagna ne bastavano 229 e in Francia 331. Da qui la volontà del governo di riformare il sistema giudiziario. Il testo della riforma mescola alcune proposte che potrebbero essere abbastanza utili – come la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici – con altre che risulterebbero disastrose, come la possibilità di denunciare in sede civile i magistrati e i giudici e quella di far decidere ai politici quali casi dovrebbero avere la priorità.

Il presidente del consiglio è in guerra contro i magistrati “comunisti” da quando è entrato in carica, e ormai dedica un giorno alla settimana alla sua battaglia personale contro il potere giudiziario. Di conseguenza non esiste alcuna possibilità che questo governo possa proporre una riforma della giustizia disinteressata. Per quanto riguarda i magistrati, sembra effettivamente che alcuni di loro siano spinti da motivazioni politiche. I magistrati, anche se hanno combattuto la corruzione nella politica, non dovrebbero diventare parlamentari. Dunque una riforma giudiziaria è impossibile, perché le motivazioni di tutti possono essere messe in discussione.

I conflitti d’interessi e i confini ambigui tra le istituzioni sembrano essere la norma, e i poteri invece di essere separati sono mescolati tra loro. Ma tutte queste matasse inestricabili sono poca roba in confronto a quella che riguarda il premier. Certo, una ragione del suo incredibile successo potrebbe essere la simpatia che ispira in tutti quelli che si riconoscono un po’ in lui. (fine quarta parte)

L’Economist dossier Italia: meritocrazia e apertura al mondo

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

La meritocrazia non esiste

Il governo trasferisce denaro dai giovani agli anziani, spendendo in pensioni il 14 per cento del Pil, una percentuale più alta di qualsiasi altro paese dell’Ocse. La situazione demografica del paese dovrebbe costituire un grande vantaggio per i ragazzi che, grazie a un tasso di fecondità di 1,4 figli per donna, stanno diventando una rarità. Ma invece di avere più potere contrattuale, sono bloccati dalla gerontocrazia.

Le società che invecchiano devono trovare qualcosa per tenere occupati i lavoratori anziani, ma lasciargli tutti i posti migliori non è una soluzione. Davanti alla prospettiva di dover aspettare fino all’età dei loro nonni per fare carriera, molti dei cervelli più brillanti d’Italia se ne vanno. Forse l’indicatore più sconvolgente della situazione economica è che l’Italia è il primo esportatore di laureati tra i paesi ricchi europei, un fenomeno di solito più comune nei paesi più poveri.

Molti laureati italiani se ne vanno per sfuggire al sistema delle raccomandazioni, o delle conoscenze (spesso di tipo familiare), che regola il mercato del lavoro. È un sistema usato in tutti i paesi, ma l’Italia è diversa per due motivi: le raccomandazioni sono onnipresenti e raramente vengono messe in discussione. Si potrebbe essere tentati di attribuire questa preferenza per le conoscenze personali piuttosto che per le qualifiche professionali al “familismo amorale”, come lo chiamò il sociologo statunitense Edward Banfield. Con le Basi morali di una società arretrata, un libro sulla povertà in Italia meridionale pubblicato nel 1958 ma ancora oggi molto discusso, Banfield sostenne che in Italia i legami familiari sono così stretti da impedire alle persone di unirsi per agire a vantaggio della comunità.

Rispetto ad altri paesi ricchi, l’Italia ha una buona scuola elementare, una scuola secondaria discreta (anche se molto variabile) e pessime università (con una manciata di splendide eccezioni). Per legge, le lauree hanno tutte lo stesso valore, indipendentemente dalle università che le hanno conferite, perciò i potenziali datori di lavoro devono tirare a indovinare quali sono gli studenti migliori.

Il regime delle raccomandazioni imperversa ovunque. Il mercato dei posti di lavoro accademici nelle università pubbliche è profondamente corrotto. È nato un gran numero di corsi di laurea che sembrano progettati unicamente per creare cattedre. I candidati a una cattedra partecipano a concorsi che in realtà non sono né pubblici né competitivi ma fatti solo per dare maggiore credibilità a decisioni che sono già state prese. Un modo per migliorare la situazione potrebbe essere privatizzare alcune università pubbliche, ma questo non è possibile in un paese dove tutte le proposte di riforma, anche di modesta portata, provocano molte proteste. Un’altra possibilità sarebbe rendere più competitive le università pubbliche, ma per il momento, neanche una delle università italiane è tra le prime cento delle due principali classifiche internazionali sull’istruzione superiore.

C’è bisogno di aprirsi al mondo

In questi anni l’Italia è entrata sempre più in contatto con il resto del mondo: indirettamente, con la globalizzazione e, direttamente, attraverso l’immigrazione.

Nei primi anni novanta e nella prima metà dell’ultimo decennio alcuni settori dell’economia erano già stati colpiti duramente dalla concorrenza dei mercati esteri. L’industria tessile e gli altri settori a basso impiego di tecnologia si erano dimostrati molto vulnerabili.

Questo quadro, in ogni caso, è già cambiato. Secondo uno studio della Banca d’Italia, anche prima dell’inizio della crisi finanziaria circa la metà delle aziende con almeno venti impiegati era in ristrutturazione, e il settore manifatturiero aveva riguadagnato la competitività perduta all’inizio del decennio. Un numero impressionante di medie imprese si è trasformato in multinazionali tascabili, come le chiamano gli italiani. Nel 2008 in Italia c’erano 21mila imprese di questo tipo, attive in 150 paesi.

Le aziende italiane più competitive hanno saputo trarre vantaggio dalla globalizzazione. Però l’espansione verso l’estero è stata considerata spesso come la causa della perdita di posti di lavoro e secondo molti imprenditori mandare avanti un’azienda in Italia è un compito così difficile che vorrebbero trasferire l’intera catena produttiva all’estero.

Il secondo modo in cui il mondo ha disturbato l’Italia negli ultimi vent’anni è stato più diretto: le flotte di barconi carichi di migranti in cerca di lavoro. Le tragedie dei barconi hanno distolto l’attenzione da un altro importante cambiamento degli ultimi anni: l’assimilazione in gran parte pacifica di tantissimi immigrati, sia clandestini sia regolari. La percentuale di residenti in Italia nati all’estero è passata dallo 0,8 per cento del 1990 al 7 per cento del 2010. Integrare i migranti in quella che un tempo era una società etnicamente uniforme non è stato facile, ma è andata meglio del previsto. Una parte del merito va riconosciuto alla chiesa cattolica, che ha avuto un ruolo fondamentale, aiutando nel processo di integrazione anche gli immigrati arrivati illegalmente.

In ogni caso l’Italia non può permettersi di guardare al colore della pelle della sua futura forza lavoro. Senza l’immigrazione, nel 2009 la popolazione italiana sarebbe calata di 75mila abitanti. I migranti sono ancora più necessari se si considera che l’occupazione femminile è molto bassa. E così i lavoratori immigrati riempiono i buchi lasciati dalla decrescita della popolazione italiana. (fine terza parte)

L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

L’Economist dossier Italia: un paese che non cresce

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

Perché l’Italia non cresce

È vero che l’Italia ha evitato il disastro durante l’ultima tempesta, ma è altrettanto vero che la sua economia arranca da decenni. La visione rosea dell’economia italiana poggia su due assunti che sono veri solo a metà. Il primo è che l’Italia sia un paese prevalentemente esportatore, come la Germania. Però, a differenza della Germania, l’Italia ha la bilancia commerciale in rosso dal 2005. La sua base industriale è ancora la sesta al mondo, ma la Gran Bretagna, spesso dipinta come un nano industriale, produce ed esporta più automobili dell’Italia.

ricchi e poveriUn’altra convinzione radicata è che l’alto livello di risparmio privato, in genere investito in titoli di stato o semplicemente parcheggiato in banca, tiene l’economia al riparo dai guai. In realtà, il 47 per cento del debito pubblico è detenuto all’estero, una percentuale inferiore alla maggior parte dei paesi europei ma non certo ristretta.

È piuttosto la dimensione del debito pubblico (i titoli di stato italiani sono il terzo mercato obbligazionario al mondo) a farne la forza, ma anche la debolezza. Infatti, il costo sostenuto dall’Italia per il suo debito cresce di una quantità pari all’1 per cento del Pil ogni volta che i tassi aumentano di un punto percentuale.

Il problema più grande è però la mancata crescita che è stata la principale debolezza dell’economia italiana negli ultimi vent’anni e la ragione principale è che le imprese hanno un problema di produttività e competitività.

Molti italiani sono convinti che la loro economia sia trainata dal settore manifatturiero e dall’industria, ma, in realtà, il 70 per cento della forza lavoro è occupata nel settore dei servizi.

velocità sviluppoNegli anni cinquanta e sessanta l’Italia cresceva al ritmo di un paese in via di sviluppo: di norma a un tasso vicino al 10 per cento all’anno. Questo ritmo vertiginoso fu innescato dall’applicazione di nuove tecnologie e dalla grande migrazione interna, soprattutto dal sud al nord del paese (9 milioni di persone tra il 1955 e il 1971) con una grande disponibilità delle persone a lottare per ritagliarsi un posto nella nuova Italia.

Invece, tra il 2001 e il 2005 la produttività del lavoro è cresciuta di un misero 0,1 per cento all’anno, e tra il 2006 e il 2009 è addirittura scesa dello 0,8 per cento all’anno.

L’Italia è invecchiata più in fretta di quasi tutti gli altri paesi ricchi. Secondo le proiezioni attuali, nel 2030 per ogni pensionato ci saranno solo due italiani di età compresa tra i 20 e i 64 anni.

scelte sbagliateLa struttura produttiva è fatta di tante aziende con meno di venti dipendenti e le famiglie proprietarie, ancora molto diffuse, non cedono facilmente il controllo.

Inoltre in Italia si lavora con i contanti e questo grava anche sui costi bancari. Queste due caratteristiche – aziende di piccole dimensioni e uso del contante – facilitano l’evasione fiscale il che aggrava la già molto elevata pressione fiscale.

Elusione fiscale, bassa produttività, imprese a conduzione familiare, mercati dei capitali poco sviluppati, scarsa competitività: sono tutti problemi ben documentati e noti.

Le debolezze economiche del paese riflettono il modo di fare della maggioranza degli italiani. E questo modo di fare, come molte altre cose in questo vecchissimo giovane paese, ha radici profonde. (fine prima parte)

Il vero spread dell’Italia (di Claudio Lombardi)

Un’interessante analisi comparsa sul Washington Post in questi giorni e ripresa dalla stampa italiana merita di essere presa come riferimento in tempi di tagli di spesa e di appelli al rigore di bilancio.

L’Italia viene definita la grande malata dell’euro e la sua malattia si chiama crollo di competitività. In generale e verso la Germania in particolare. Non è cosa da poco ovviamente e ben poco possono fare i provvisori (perché soggetti ad attuazione particolareggiata) risultati del Consiglio europeo di Bruxelles.

Certo, lo scudo anti-spread può allentare la pressione sulla spesa pubblica e mettere a disposizione dello Stato più soldi sottratti ai detentori dei titoli del debito pubblico. Purtroppo, però, questo lascia inalterati i problemi strutturali sia dell’economia che della stessa spesa pubblica cioè dello Stato. Se è vero come osserva la Corte dei Conti nell’ultimo documento sul rendiconto del bilancio dello Stato che la corruzione porta ad un aumento del 40% del costo delle opere pubbliche, se è vero, per fare un solo esempio, che le differenze di costi nei soli acquisti di materiali e medicinali delle ASL e delle aziende ospedaliere portano a “sprechi” (in realtà anticamera o rivelatore della corruzione) di denaro pubblico. Se questo (e molto altro) è vero non sarà uno spread più basso a risolvere il problema.

Nello stesso modo e a maggior ragione l’economia trarrà poco giovamento dalla sola diminuzione dello spread. E non perché gli italiani lavorano poco, ma per l’inefficienza complessiva che grava sul sistema economico.

Ecco i numeri del paradosso riportati dal Washington Post: gli italiani lavorano, in media, più di tutti i loro concorrenti: 1.744 ore all’anno contro le 1.705 degli americani, 1.480 in Francia, 1.411 in Germania. Ma la produttività reale di questo lavoro è rovesciata. Campioni mondiali di produttività sono gli Stati Uniti con 60,9 dollari all’ora, seguono Germania e Francia sopra quota 55, poi la Svezia a 52 e l’Inghilterra a 47,8. L’Italia è in fondo alla classifica, con 45 dollari di Pil per ogni ora lavorata. Osserva l’autore dell’analisi che «da anni l’Italia continua a perdere terreno. Le zone improduttive della sua economia si espandono, prevalgono sulle parti migliori». Tutto ciò spiega perché dall’introduzione della moneta unica ad oggi, abbiamo perso il 30% di produttività nei confronti della Germania.

È interessante leggere come spiega il giornale USA questo paradosso. Al centro viene messo il modello culturale fatto di evasione fiscale record, di mancanza di spirito civico, di nepotismo, di mortificazione del merito.

Praticamente un bel campionario di disvalori che generano e, contemporaneamente, si alimentano con l’inefficienza dello Stato, la corruzione, lo stato pietoso della giustizia (civile in particolare).

In questo modo è l’intero sistema Paese che genera sprechi e scarsa produttività. Per quante risorse ci vengano immesse i risultati saranno sempre mediocri e la qualità della vita dei cittadini ben poco soddisfacente.

D’altra parte l’enorme massa del debito pubblico sta lì a testimoniare, con l’immenso spreco di denaro che non ha generato sviluppo né servizi né infrastrutture all’avanguardia, di un fallimento storico delle classi dirigenti italiane. Detto semplicemente: i soldi non bastano mai se vengono sistematicamente dilapidati fra inefficienze, ruberie e spreco generato dall’individualismo anarchico delle mille frammentazioni in cui si suddivide la società.

Qui c’è un problema serio perché il vero spread fra l’Italia e altri paesi europei sta qui. Che l’Europa sia il nostro futuro dovrebbe stare a cuore a tutti, ma non ci si può stare con tali differenze di produttività di sistema. I saldi della finanza pubblica non sono il Vangelo, ma solo la risultante finale di problemi strutturali più profondi. Quindi, è inutile che ci affanniamo intorno ai puri dati finanziari se non riusciamo ad affrontare le cause. La conseguenza sarà sempre un aumento dell’imposizione fiscale su chi le tasse le paga e una diminuzione dei servizi in quantità e in qualità.

Questo è il vero abisso in cui rischia di precipitare l’Italia.

Claudio Lombardi