Gli imprenditori della paura

Pubblichiamo un articolo di Tito Boeri tratto dal sito www.lavoce.info

La nostra nuova classe dominante ha messo in moto un circolo vizioso sull’immigrazione. Chi ha a cuore la tenuta dei nostri conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati e con loro molti giovani italiani se ne vadano dall’Italia invece del contrario.

LE PAURE DEGLI ITALIANI

“Quando milioni di poveracci sono convinti che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti”.  Questo il testo di un manifesto appeso fuori da una bocciofila milanese. Ho voluto trascriverlo perché contiene, nella sua semplicità, una grande verità.

C’è, in effetti, chi ha volutamente alimentato la diffidenza nei confronti degli immigrati trasformandola in aperta ostilità e che coi toni truculenti nei loro confronti si è conquistato un posto in prima fila nella classe dirigente.

Poniamoci alcune domande. Sono davvero gli immigrati il problema numero uno del nostro paese? Cosa dovremmo temere dal loro arrivo? Non dobbiamo preoccuparci, piuttosto che dell’immigrazione, dell’emigrazione, di chi scappa dall’Italia?

Per rispondere dobbiamo partire da un’iniezione di realtà perché sul tema la disinformazione regna sovrana.

Partiamo da quanti sono. Gli italiani sono convinti che per ogni quattro persone che risiedono nel nostro paese, una di queste sia immigrata. In realtà, oggi in Italia c’è un immigrato ogni dodici italiani, quindi gli immigrati sono tre volte di meno di quanto si pensi. Gli sbarchi e le invasioni di migranti dall’Africa non sono mai stati evocati così tanto come durante gli ultimi due anni e soprattutto nella campagna elettorale per le elezioni politiche: lo testimoniano i dati di Google trends che misura il numero di volte con cui gli utenti fanno ricerche su Google sul termine “sbarchi” (linea blu nel grafico). Eppure, gli sbarchi sono calati in questo periodo di più del 90 per cento (linea rossa nel grafico).

Di cosa si ha paura? Secondo i sondaggi d’opinione, gli italiani temono soprattutto di: 1) perdere il proprio lavoro, 2) dover finanziare di tasca propria prestazioni sociali a immigrati che non lavorano, 3) vivere in città meno sicure e 4) essere contagiati da malattie portate dagli immigrati.

Vediamo cosa ci dicono i dati su ognuno di questi aspetti.

IL LAVORO

Quando in Italia il lavoro aumenta, aumenta per tutti: italiani e immigrati. Quando diminuisce, diminuisce per tutti: italiani e immigrati. Le due linee nel grafico riproducono i tassi di disoccupazione per italiani e immigrati e si muovono in parallelo.

La cosa non deve stupire perché il lavoro crea lavoro. Una badante in più permette a una donna italiana in più di lavorare e viceversa. Quasi un decimo degli immigrati sono imprenditori: creano lavoro non solo per sé stessi, ma anche per gli altri; mediamente ogni lavoratore autonomo immigrato con dipendenti assume altri 8 lavoratori. Inoltre, il lavoro degli immigrati è fortemente concentrato su occupazioni ormai abbandonate dagli italiani: il 90 per cento dei mondariso, l’85 per cento dei cucitori a macchina per produzione in serie di abbigliamento, il 75 per cento dei coglitori di frutta sono, ad esempio, immigrati. Si tratta di lavori molto duri e faticosi che gli italiani non vogliono più fare. I salari in queste mansioni non sono diminuiti negli ultimi 20 anni. Erano bassi e sono rimasti bassi e non certo per colpa degli immigrati. È bassa la produttività e se non ci fossero gli immigrati a fare questi mestieri, molte imprese fallirebbero, togliendo posti di lavoro agli italiani.

IL PESO FISCALE

C’è un grafico del primo Documento di economia e finanza del governo Conte che la dice lunga sugli effetti dell’immigrazione sui conti pubblici. Mostra tre scenari del debito pubblico nei prossimi 50 anni: 1. con immigrazione netta (immigrati meno emigrati) in linea con le previsioni (linea verde scura), 2. con immigrazione più alta di un terzo rispetto alle previsioni (linea gialla) e 3. con immigrazione più bassa di un terzo (linea verde oliva). Con l’immigrazione netta che si riduce di un terzo, il nostro debito pubblico è destinato a raddoppiare dai livelli attuali. Con un aumento di un terzo, invece, il debito pubblico non aumenta.

Come si spiega questo fatto, qui riconosciuto anche da chi nei comizi dice esattamente il contrario? Più persone che arrivano da noi vogliono dire più lavoro, più reddito nazionale, meno debito che ciascuno di noi deve portare sulle proprie spalle. E poi c’è un saldo positivo fra entrate contributive degli immigrati e prestazioni sociali: l’Inps spende ogni anno poco meno di 7 miliardi per prestazioni sociali agli immigrati, mentre incamera da questi contributi per circa 14 miliardi. Quindi c’è un surplus contributivo di circa 7 miliardi associato all’immigrazione. Diciamo che gli immigrati finanziano il reddito di cittadinanza da cui, peraltro, vengono in larga parte esclusi, anche quando sono poveri o poverissimi. Spesso si dice anche che chi fa domanda d’asilo politico drena risorse allo stato sociale. Ma un censimento fatto dall’Inps per il ministero dell’Interno documenta che su 200 mila richiedenti asilo, solo 7 persone – dicasi 7 persone – ricevevano un trasferimento dall’Inps, come pensione, Naspi, Rei-Rc o quant’altro.

La ragione per cui gli immigrati finanziano il nostro stato sociale è che sono molto più giovani degli italiani. Ormai un italiano su quattro ha più di 65 anni. Solo 1 immigrato ogni 50 è ultrasessantacinquenne. Chi ha a cuore la tenuta dei conti pubblici e delle nostre pensioni, dovrebbe temere che gli immigrati se ne vadano dal nostro paese invece del contrario.

LA CRIMINALITA’ E LA MALATTIE

Il grafico qui sopra mostra il numero di omicidi per 100 mila abitanti (linea nera) e il numero di immigrati (in milioni) nel nostro paese (linea rossa). Come si vede chiaramente l’arrivo di immigrati è andato di pari passo con una diminuzione della criminalità. Un andamento simile lo si riscontra se si guarda alle rapine in banca, ai furti d’auto e così via. In generale, la criminalità è concentrata nelle aree in cui ci sono meno immigrati. Vero che gli immigrati sono sovra-rappresentati nella popolazione carceraria, ma questo si spiega col fatto che non hanno in genere accesso alle misure alternative alla detenzione (ad esempio, gli arresti domiciliari) disponibili per gli italiani.

Quanto ai contagi, se in via di principio ci può essere un rischio che gli immigrati che arrivano da noi in condizioni disperate contraggano nel viaggio malattie, anche sistemi sanitari meno efficienti del nostro sono perfettamente in grado di prevenirli. Pensiamo al caso della Turchia che oggi ospita quasi 4 milioni di rifugiati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, ha evitato del tutto il rischio di reintrodurre la malaria e leishmaniosi.

IL CAPOLAVORO DELLE NUOVE CLASSI DOMINANTI

Si alimenta la paura nei confronti degli immigrati per capitalizzare elettoralmente su di essa e per far passare in secondo piano i problemi di fondo del paese: la disoccupazione, la povertà, la bassa crescita. Ma com’è possibile, si dirà, che milioni di italiani si facciano ingannare dalla propaganda? Come si spiega la distanza così forte fra percezioni diffuse e realtà?

Il capolavoro della nuova classe dominante del nostro paese è proprio nell’aver messo in moto un circolo vizioso. In nome del primato degli italiani, si impedisce l’immigrazione regolare con decreti flussi risibili, si cacciano dai centri di accoglienza gli immigrati che dichiarano redditi da lavoro anche di solo 3 mila euro all’anno, si nega la protezione umanitaria a chi è da noi e ne avrebbe diritto in base ai trattati internazionali. Risultato: aumenta la presenza di immigrati irregolari nel nostro paese. Dei 45 mila rifugiati cui non è stata concessa la protezione internazionale dal giugno scorso, solo 5 mila sono stati rimpatriati (tra l’altro, perché i dati sui rimpatri sono spariti dal sito del ministero degli Interni?). Abbiamo così generato 40 mila immigrati illegali in più che vivono in Italia. Non sono gli sbarchi, ormai ridotti all’osso, ad alimentare l’immigrazione irregolare, ma questo modo di gestire, o meglio di rendere ingestibile, l’immigrazione. E l’immigrazione irregolare, comunque venga alimentata, rende più appetibile elettoralmente il messaggio di chi ha dichiarato guerra agli immigrati.

GIOVANI IN FUGA DALL’ITALIA

In un sistema pensionistico a ripartizione come il nostro i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa 2 pensionati per ogni 3 lavoratori. Il rapporto è destinato a salire nei prossimi anni, fino ad arrivare, secondo alcuni scenari, a un solo lavoratore per pensionato. Oggi un reddito pensionistico vale l’83 per cento del salario medio. Con un solo lavoratore per pensionato, quattro euro su cinque guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Anche per questo i nostri giovani scappano dall’Italia: devono destinare la quasi totalità dei loro guadagni a chi è stato trattato molto meglio di quanto verranno trattati loro.

Puntare sull’integrazione degli immigrati vuol dire rendere più appetibile il nostro mercato del lavoro per tutti i giovani perché vuol dire spalmare su più teste gli oneri di pagare le pensioni, versare al fisco una quota minore della retribuzione e rendere così più facile la ricerca di lavoro. Vuol dire anche assicurare ai pensionati che gli assegni che ricevono non verranno un domani ritoccati per fare cassa. Come vi mostra il grafico qui sopra, la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non accenna ad arrestarsi. Ogni anno perdiamo circa 150 mila giovani, molti dei quali altamente qualificati, e questa emorragia di capitale umano è aumentata proprio negli anni in cui diminuiva l’immigrazione.

Invece di pensare a rendere il nostro paese sempre meno ospitale per scoraggiare chi vuole venire da noi a lavorare, dovremmo fare esattamente l’opposto: rendere l’Italia un bel paese, non solo per i turisti, ma anche e soprattutto per chi vuole investire su sé stesso e sulle persone che gli stanno attorno.

Pensioni e lavoro. La questione giovanile oggi

Da quando Tito Boeri è diventato presidente dell’INPS ha subito aspre critiche, per ultima quella di creare panico tra i giovani. E’ innegabile che chi ha iniziato a lavorare a partire dagli anni novanta rischia la povertà quando non sarà più in grado di lavorare per ragioni anagrafiche.

pensione anzianiA partire dalla riforma Amato si sono succeduti tanti interventi, per ultimo quello che porta il nome di Elsa Fornero, orientati alla doppia finalità di alzare l’età pensionabile e convertire le pensioni dal sistema retributivo al contributivo. Questi interventi sono sempre stati orientati alla tutela del diritto acquisito. Ai giovani non è mai stata spiegata la situazione. In pratica mentre qualche mio coetaneo protestava per fare andare i suoi genitori in pensione a 60 anni, ma nessuno gli spiegava che la sua età pensionabile era già di 70 ed era destinata a crescere.

In Italia, chi ha iniziato a lavorare prima del 1978, percepisce una pensione integralmente computata con il sistema retributivo, che, mediamente, ha garantito un rapporto tra ultima retribuzione e prima pensione dell’80%. Con il passaggio al sistema contributivo il rapporto è destinato a scendere al 50% per chi ha iniziato a lavorare negli anni ’90, a condizione che l’Italia riesca a crescere nei prossimi anni a tassi non troppo lontani dall’1%.

Intendiamoci, in una certa misura è ragionevole tutelare i diritti acquisiti. Ricalcolare tutti gli assegni con il metodo contributivo, anche quelli inferiori ai 2.000 euro netti mensili, sarebbe ingiusto e economicamente inefficiente poiché comporterebbe un crollo della domanda.

pensioni riccheCerto però quando ci sono disparità forti come quelle di cui stiamo parlando qualche intervento importante dal punto di vista simbolico e utile a ottenere un paio di miliardi per il contrasto alla povertà è doveroso. Si potrebbe chiedere per esempio un contributo piccolo per i pensionati con un assegno di oltre 3.000 euro netti al mese, che cresca in misura significativa per gli assegni superiori ai 5.000 euro netti ed un contributo a chi ha ottenuto una baby pensione e poi ha iniziato un’altra attività o appartiene ad una famiglia con redditi elevati. Si potrebbe anche pensare ad una revisione degli assegni multipli dato che ben 300.000 italiani hanno addirittura quattro pensioni.

Ma prima di ogni cosa occorre una gigantesca operazione trasparenza. Per anni il predecessore di Boeri, Mastrapasqua ha affermato che non poteva spiegare ai giovani con quale trattamento presumibilmente avrebbero passato la vecchiaia per ragioni di ordine pubblico. In sostanza la classe dirigente del paese ha preferito nascondersi, quando avrebbe dovuto raccontarci i suoi ed i nostri errori. pensioni inpsLa trasparenza serve per far fare giuste scelte in termini di previdenza complementare a chi può permettersi di risparmiare per la pensione e per avviare un dibattito politico sugli strumenti e le risorse che lo Stato dovrà mettere in campo per garantire una pensione ai precari ed ai meno abbienti che schiacciati dalla logica dell’emergenza non possono affrontare i problemi che avranno tra quarant’anni. Servirà grande capitale politico per fare redistribuzione in contesti in cui molti pensionati non arriveranno a 1.000 euro al mese.

Di fatto il precariato è diventato una grande scuola di sacrificio per i giovani. Oggi il mercato del lavoro è caratterizzato da una concorrenza spietata, ed vero che è necessario laurearsi in tempi non troppo più lunghi di quelli legali, ma certe polemiche degli ultimi tempi mi sembrano orientate a far passare il messaggio che i giovani hanno meno opportunità perché sono più viziati, meno combattivi e meno dotati dei loro genitori. In sostanza i giovani sarebbero poveri per proprie responsabilità. E pensare che la polemica proviene quasi sempre da parte di persone che appartengono a generazioni che hanno goduto di condizioni pensionistiche e anche retributive difficilmente ripetibili per i giovani di oggi.

giovani lavoratoriLa questione giovanile deve essere analizzata in termini culturali prima ancora che di investimenti e riforme. Oggi i giovani migliori non vanno via dal paese perché sono più poveri dei loro nonni e dei loro genitori che sono rimasti in Italia, ma perché non sono rappresentati dall’Italia che conta nell’arena politica ed economica. Probabilmente si è dimenticata la lezione del passato quando le industrie della chimica, metalmeccaniche e dell’energia attiravano i cervelli invece di farli fuggire.

I giovani non si trattengono in Italia sminuendo il loro operato, facendo loro la ramanzina, negando i problemi o ancor peggio alzando muri. Si convincono a rimanere con proposte credibili.

Salvatore Sinagra

Giovani, svegliatevi (di Giovanna Faggionato)

Pubblichiamo un articolo tratto da www.lettera43.it che rappresenta un punto di vista sulla questione giovanile che merita di essere conosciuto e dibattuto.

La chiamano generazione jobless, senza lavoro. Oppure perduta, come la Gioventù che diede il titolo a un film di Pietro Germi nel dopo guerra. Sono i giovani europei dai 20 ai 30 anni: un’infornata di vite interrotte dalla crisi finanziaria globale, dal riposizionamento strutturale dell’Europa nell’economia mondiale e dallo scoppio della bolla del debito pubblico italiano.
Un insieme di crisi sovrapposte ha deviato le loro biografie, modificato le abitudini e ristretto le prospettive. Forse per sempre. La stampa americana vi ha dedicato rivoli di inchiostro, la politica nostrana fiumi di parole. Ma pochi, in compenso, hanno provato ad affrontare la realtà per quella che è, a capire chi sono veramente i giovani perduti d’Europa, che prospettive hanno e come sarà il mondo quando finalmente vi troveranno posto.

LA PAROLA AGLI ESPERTI. Lettera43.it ha cercato di capire chi sono e cosa possono aspettarsi dalla vita, dialogando con il senatore, già ministro del Lavoro, Tiziano Treu, e con il sociologo, già direttore del Censis, Nadio Delai. Con un primo consiglio da tenere a mente: «I ragazzi devono prendere in mano il loro destino, dare uno scossone al sistema», ha esordito Treu. Ma partendo dalla realtà: «Devono smettere di lottare per avere il futuro dei genitori», ha avvertito Delai, «perché quello non lo avranno mai».

La crisi e un mercato del lavoro morto

La crisi del sistema Italia e dei suoi giovani risale a metà degli anni Duemila, ben prima dello scoppio della bolla dei subprime americana che ha trascinato l’economia mondiale nella recessione. Buona parte della classe imprenditoriale e politica italiana ha abbassato gli occhi, fatto finta di non vedere o incolpato qualcun altro. Il risultato è  che in Italia la platea dei perduti è più ampia che in altri Paesi.

Con buona approssimazione si può dire che la generazione jobless comprende chi oggi ha dai 20 e ai 35 anni. Poi sono arrivati a farci compagnia anche spagnoli, portoghesi e greci, ma anche francesi e olandesi. In un’Eurozona in cui la disoccupazione giovanile ha toccato il tasso record del 22,6%, si può dire che tedeschi e scandinavi sono l’eccezione.

APPRENDISTATO DIFFUSO. L’Italia in più si è presentata di fronte alla crisi con strumenti di protezione ormai diventati trappole. E le imprese hanno utilizzato il sistema della cassa integrazione per parcheggiare rami d’azienda decotti.

Secondo l’ex ministro invertire la rotta si può: con l’introduzione massiccia dell’apprendistato e con investimenti nella ricerca. «Tutte cose che già sappiamo, ma che non sono mai state fatte», ha commentato amaro. «Se iniziamo domani mattina, tra due o tre anni avremo risultati. In Germania,  intanto, il 60% dei giovani entra nel mercato del lavoro grazie a questa formula. Persino l’ex numero uno di Mercedes è stato apprendista».

TUTELARE I GIOVANI. Certo c’è un problema di volontà politica, di ricambio della  classe dirigente, ammette Treu, responsabile dell’introduzione nel 1996 dei primi contratti di lavoro interinale. Un’iniziativa di cui non è affatto pentito: «Il problema sono le aziende che distorcono gli strumenti, la precarietà diffusa delle false partite Iva». E poi la politica immobile: «Renzi», ha commentato il senatore, «sta tirando calci negli stinchi e, anche se non lo ritengo un genio, spero che continui».

Dopo tante speranze mal riposte, però, sarebbe stupido affidare il destino di una generazione a un nuovo parlamento e sperare nella politica. Piuttosto conviene prendere consapevolezza delle prospettive e costruire il proprio progetto individuale. Tenendo conto di quattro macro tendenze.

1. Meno università e figli prima

Il consiglio degli esperti è rassegnarsi su un punto: la vita da studente sarà più corta, l’illusione dell’istruzione perpetua è finita. E il mercato del lavoro Ue non tornerà ai livelli pre crisi: il sistema continentale sta dimagrendo ed è destinato a rimanere sottopeso.
In questo scenario l’Italia vanta istituti d’istruzione secondaria di eccellenza, equivalenti per preparazione alle università triennali francesi e tedesche e dovrebbe sfruttarli al meglio.
AL LAVORO A 22 ANNI. L’ingresso nel mondo del lavoro avverrà prima: in media a 22 anni, dopo una laurea triennale, sul modello dei Paesi del Nord. I master saranno probabilmente per pochi, sperando che non siano solo per pochi ricchi. «Non si può continuare a spostare la selezione sempre in avanti», ha argomentato Treu. “E anche la biologia si adatterà al nuovo sistema: si faranno figli prima e il ciclo di vita ritornerà ad assomigliare a quello dei ventenni degli anni Cinquanta e Sessanta.”

2. Il ritorno dell’industria, imprenditoria sociale e nuovo artigianato

Secondo trend: i grandi fiumi del lavoro si sono esauriti. Finiti gli impieghi pubblici, scomparsi i concorsi, ma ridotti anche gli sbocchi nei servizi, da sempre  ventre molle dell’economia italiana.
Finora tutti potevano improvvisarsi consulenti o tentare la professione di avvocato, regalandoci il più alto tasso di legulei in Europa, in media 3,7 ogni mille abitanti, quando la Germania si ferma a 1,8 e la Francia allo 0,8.

FINITA LA BOLLA DEI SERVIZI. Il terziario è destinato a sgonfiarsi almeno fino al 2017, poi la selezione sarà più stretta. Intanto sarebbe bene rivalutare le opportunità occupazionali offerte dall’architrave dell’economia italiana: la piccola e media industria. Rivalutare quindi le professionalità tecniche, anche altamente qualificate, nei campi dell’elettronica, dell’idraulica o della meccanica. Una conseguenza inevitabile sarà la contrazione verticale della scala sociale. «Forse l’universitario tornerà a fare il tornitore», ha ammesso Delai.

CURA E MANUTENZIONE. In compenso si amplieranno le possibilità nel campo dell’assistenza e della cura della persona e della famiglia, il settore paramedico e dell’educazione. E poi altro spazio ci sarà nella manutenzione del territorio e, se la classe dirigente dimostrasse intelligenza, dei beni culturali. Probabile anche un ritorno al mestiere di artigiano, anche creativo, intellettuale, magari digitalizzato: un artigianato degli anni Dieci del Terzo millennio.

3. Il disimpegno dello Stato e un nuovo equilibrio famigliare

L’altra tendenza in atto con cui confrontarsi è il progressivo ritiro dello Stato dall’intervento economico. Ci sarà dunque uno spostamento forzoso dagli impieghi pubblici a quelli privati. E sarà necessario un cambiamento profondo di mentalità, inclusa quella della famiglia.
Questa generazione smetterà di offrire ai figli abitazioni e case e piuttosto pagherà loro un soggiorno all’estero per trovare lavoro. Si passerà insomma da un investimento nella rendita a uno produttivo anche nel bilancio famigliare. L’erosione del risparmio privato, necessaria per affrontare la crisi attuale, farà sì che si ritorni al punto di partenza: ogni generazione dovrà fare da sé. Il divario tra aspettativa di vita e realtà, infatti, è destinato ad allargarsi ulteriormente: «Questa generazione ha impattato in un cambio del ciclo di vita e ora ha l’onere di costruire il proprio futuro», ha affermato Delai.

4. Nuovi migranti e una scommessa da vincere

Per costruirlo, questo futuro negato, tanti prenderanno la valigia. Una minoranza l’ha già fatto, ma oggi il 54% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vive coi genitori. Nei prossimi anni invece la rotta Catania – Torino su cui negli Anni 60 si mossero 3 milioni di persone, con punte di 700 mila migranti l’anno, sarà sostituita dalla Rovigo – Stoccolma, cioè dalla migrazione verso il Nord Europa. L’orizzonte diventerà quello continentale e lavorare a 200 chilometri da casa potrebbe essere normale.

TOPI NEL FORMAGGIO. «E basta dire che la generazione precedente ha rubato loro il futuro, quando magari hanno potuto studiare grazie alla pensione dei genitori. Anche loro sono topi che hanno rosicchiato nel formaggio», ha sintetizzato Delai con una metafora.
Topi pieni di illusioni gonfiate a dismisura, che a un certo punto hanno visto scoppiare la bolla delle aspettative: «Abbiamo vissuto un periodo in cui ogni desiderio era un diritto per tutti. C’è stata la bolla del mattone e della finanza e anche quella dell’individualismo».
Paradossalmente il sociologo trentino è convinto che debba tornare anche la solidarietà: «Competitività e solidarietà sono ingredienti da equilibrare in ogni società. E per troppo tempo la prima ha dominato la seconda». Forse sarà questa la chiave con cui vincere la scommessa. Forse un giorno la gioventù che oggi è perduta sarà ricordata per essere stata capace di svoltare e di costruirsi un futuro diverso.

Giovanna Faggionato da www.lettera43.it