Riciclare la plastica. Illusione e realtà

Quante volte si parla di riciclo? Infinite. Sembra solo una questione di volontà. Volere è potere. Se poi parliamo della plastica avanzare dubbi sul riciclo sembra un atto criminale. Che diventa doppio se la si vuole far finire bruciata nei termovalorizzatori.

E allora cerchiamo di guardare dentro alle cose e parliamo di riciclo della plastica.

Innanzitutto cos’è la plastica? Tutti credono di saperlo, ma, addetti ai lavori a parte, non sanno di cosa stanno parlando.

Cominciamo dall’inizio. I polimeri servono per fare la plastica, i polimeri sono delle catene generalmente lineari composte da poche decine a milioni o miliardi di atomi, i polimeri sono composti organici, che vuol dire che sono composti del carbonio, ma non contengono solo carbonio. Possono contenere azoto, ossigeno, silicio, fluoro, cloro, bromo, sodio, zinco etc. e naturalmente idrogeno.

A seconda di cosa contengono e di come sono collegati gli atomi tra loro, i polimeri possono avere proprietà molto diverse, possono essere trasparenti, opachi, flessibili, rigidi, morbidi, fragili, allungabili, pesanti o leggeri. Possono avere punti di fusione, che è la temperatura a cui diventano molli, molto diversi. Si può andare da 50-60 °C a 400 °C. La temperatura di decomposizione invece, che è quella che rompe la struttura della catena e gli atomi si separano, può oscillare da 200 °C a 5-700 °C.

Le plastiche però non sono composte solo da polimeri, la plastica è una miscela di sostanze, il polimero o una miscela di polimeri sono la parte principale, poi ci sono lubrificanti di estrusione, cariche minerali, plastificanti, protettori da radiazione ultravioletta, coloranti, stabilizzanti, antiossidanti e via di seguito. Avete notato che la plastica ha un odore? Bene i polimeri non hanno alcun odore, gli odori provengono dagli additivi.

Quanti tipi di polimeri esistono?

Dunque solo le plastiche per il coating ( vernici, plastificazioni di superfici etc. ) sono circa 30.000. Quelle che di solito conosciamo tutti sono quelle che si utilizzano per gli imballaggi, ma se guardiamo in giro a casa nostra ne scopriamo molte altre. Quelle più utilizzate (per l’80% circa del totale della plastica in circolazione) sono in realtà una ventina, e hanno temperature di fusione da 60 a oltre 300 gradi centigradi.

Inoltre spesso si tratta di famiglie di polimeri con caratteristiche fisiche differenti tra loro e per alcuni (silicone e poliuretano e tanti altri) nemmeno c’è un punto di fusione perché non fondono bensì si decompongono..

Raccolta differenziata

Questo brevemente è il quadro della situazione, quindi adesso noi andiamo a fare la raccolta differenziata della spazzatura e separiamo l’umido, il vetro, la carta, i metalli, e la plastica. Appunto la plastica. Cioè mescoliamo tra loro tutte le plastiche precedenti. E poi?
Solo considerando i punti di fusione si può capire che non è possibile fondere tutto insieme perchè alle temperature a cui alcuni polimeri fondono altri si decompongono. Inoltre non tutti sono compatibili, il che vuol dire che una volta in fusione non formano una soluzione omogenea ma una specie di pasta a grumi perché i vari polimeri non stanno insieme tra loro.

Questa pasta quando poi viene raffreddata produce un materiale fragile che tende a sfaldarsi e a strapparsi, un materiale con cui non è possibile costruire niente che non sia spesso e massiccio perché assolutamente privo di consistenza.

Quindi che si fa? Le aziende che trattano la plastica o fanno un mescolone e fanno travi per panchine e pali per le barche di Venezia o cercano di separarle in qualche modo.

Fondamentalmente la maggior parte delle plastiche nei rifiuti è composta da polietilene, polipropilene, polistirene, e PET, tutte le altre plastiche sono meno del 30% in peso del totale.
Esistono degli impianti di trattamento evoluti e costosi che frammentano le plastiche in piccoli pezzi di uno o due cm e utilizzando un raggio laser che colpisce i singoli pezzi via via che passano su un nastro trasportatore eseguono una specie di analisi chimica al volo.

Questa analisi determina grosso modo a quale gruppo quel pezzo di plastica corrisponda e successivamente un soffio d’aria opportunamente angolato lo fa finire in un contenitore apposito. Però non tutto il materiale conferito riesce ad essere separato, i pezzi più piccoli, quelli sovrapposti etc. non vengono recuperati.

Riciclo

In questo modo si riescono a separare le principali plastiche in gruppi omogenei in modo da poterle rifondere e riutilizzare, ovviamente con questi materiali non si potranno più produrre materiali sofisticati come sacchetti di plastica o contenitori per cibi (assolutamente vietato) o pezzi con particolari caratteristiche meccaniche (tappi filettati, contenitori, coperchi etc. ) bensì solo prodotti più grossolani. Anche il colore non sarà più modulabile dato che la miscela finale avrà di suo già un colore grigio-marrone-verde scuro.

Rimane poi la parte non selezionata che viene definita plastimix che è appunto un 30 40% del totale che non ha trovato finora particolari applicazioni. Attualmente si cerca di trasformarla in gas combustibili attraverso processi di pirolisi o finisce nei termovalorizzatori.

Come si può capire da questa rapida analisi parlare di riciclo della plastica come se fosse un processo semplice e lineare è una grossolana banalità. La realtà è sempre diversa dalle visioni idealistiche ed edulcorate dagli slanci di entusiasmo e anche puntare tutto sulla raccolta differenziata è fuorviante perché questo è solo il primo passo di un lungo percorso che spesso non finisce con il riciclo. Guardare le cose nella loro realtà può essere meno esaltante, ma è infinitamente più utile

Pietro Zonca

Rifiuti: c’è anche la gassificazione

Roma è di nuovo piena di rifiuti. Basta vedere le foto che i romani inviano ai giornali e postano sui social. La Capitale non ce la fa a gestire i rifiuti anche se il Comune afferma che la raccolta differenziata ha superato il 40%. D’altra parte i roghi nei depositi di carta e plastica e in discariche di indifferenziata, tutti dolosi, parlano da soli e sembrano diventati la valvola di sfogo del sistema. Quando l’accumulo è troppo grande qualcuno appicca il fuoco e così in un giorno l’aria si appesta di tanti inquinanti quanti non ne potrebbe mai produrre nessun inceneritore.

L’Italia è assediata dai rifiuti e non riesce ad imboccare una strada che la renda autonoma nella loro gestione. La differenziata spesso non ha sbocchi perché i materiali che ne derivano non sono richiesti dal mercato e così il riciclo non si realizza.

L’indifferenziato non ci sta più nelle discariche, ma la termovalorizzazione, unica soluzione logica e razionale, è una via sempre sbarrata dalle false credenze e dai comitati di protesta che, pur composti da minoranze, sembrano sempre in grado di intimorire i politici che non decidono la costruzione di nuovi termovalorizzatori o, come nel caso del Lazio, li chiudono addirittura (Colleferro per decisione della Regione).

Quindi no alle discariche, no agli inceneritori e niente riciclo: sembra un problema senza soluzioni.

E invece le soluzioni ci sono e qui ne presentiamo un’altra, una specie di terza via che potrebbe risolvere il problema in modo pulito ed efficiente: la gassificazione.

Per gassificazione si intende la trasformazione di prodotti contenenti carbonio e idrogeno, come per esempio carbone, catrami di petrolio, biomasse, rifiuti industriali e rifiuti cittadini in un gas chiamato syngas composto da una miscela di CO e H2, ossido di carbonio e idrogeno.

Questo gas non è una novità, non è altro che il cosiddetto gas di città o gas di cokeria, quello che usciva dai nostri fornelli prima dell’arrivo del metano. Questo gas veniva inizialmente prodotto dal carbone (fine ottocento e primi novecento) e successivamente dalle frazioni leggere di petrolio che erano troppo pesanti per diventare GPL e troppo leggere per diventare benzine.

Il processo che porta alla formazione di syngas è una combustione dei prodotti organici (contenenti carbonio) con aria o ossigeno puro utilizzando una quantità di ossigeno, inferiore a quella che servirebbe per una combustione totale, come avviene di solito nei normali inceneritori.

In pratica la combustione parziale porta le sostanze organiche a decomporsi senza arrivare ad anidride carbonica e acqua ma fermandosi ad ossido di carbonio e idrogeno, due gas ancora capaci di bruciare in appositi impianti o essere utilizzati in sistemi di cogenerazione e fornire energia elettrica e calore per il riscaldamento.

Questo processo avviene a temperature molto elevate, maggiori di 800 °C e ciò garantisce la distruzione di composti pericolosi come le diossine, il processo avviene in ambienti chiusi senza pericoli di emissioni in atmosfera. Dopo la gassificazione i gas vengono depurati nelle loro componenti in zolfo e ammoniaca che con la successiva combustione porterebbero alla formazione di anidride solforosa e ossidi di azoto.

Dalla combustione di questi gas si ottiene calore che può essere convertito in energia elettrica, e come sottoprodotti si ottengono solo acqua e CO2. Se si portano tutti i prodotti alla formazione di solo idrogeno è possibile inoltre utilizzare questo in celle a combustibile per la generazione diretta di energia elettrica.

Da un impianto di gassificazione si ottengono delle ceneri inerti che trattengono tutte le componenti minerali e metalliche, ceneri che a seconda della temperatura di esercizio possono risultare vetrificate. Le ceneri poi possono essere inviate o al recupero dei metalli o a uno stoccaggio in discarica dopo eventuale inertizzazione o utilizzate come materiali inerti da costruzione.

Come si vede il processo supera sia i problemi relativi alla discarica sia quelli relativi all’incenerimento. Quelli della discarica perché i volumi finali da smaltire sono enormemente inferiori e non danno problemi di rilascio di sostanze tossiche per dilavamento, quelle dell’incenerimento perché non ci sono emissioni di polveri e di eventuali incombusti tossici.

Esistono in Italia degli impianti di gassificazione ma sono impianti industriali utilizzati per il trattamento di frazioni di petrolio in raffinerie. Sono gli impianti di Falconara, Priolo Gargallo e Sarroch (CA); producono energia elettrica, ceduta alla rete nazionale, e vapor d’acqua e idrogeno a uso interno della raffineria stessa.
In Europa esistono anche impianti che trattano biomasse e sono largamente diffusi in India piccoli impianti che producono l’energia elettrica per pompare l’acqua e per l’illuminazione stradale.

Qual è quindi il problema? Perché non ci sono impianti di gassificazione per la distruzione dei rifiuti in Italia?

Fondamentalmente i problemi principali sono due: costano molto più di un inceneritore e hanno una gestione più complessa; suscitano le solite resistenze “popolar/ecologiste” come già accade per gli inceneritori.

Ovviamente l’ostilità “popolar/ecologista” ricorre alle argomentazioni ben conosciute sul rischio di emissioni tossiche e cancerogene. Inoltre vengono visti come concorrenti degli impianti di riciclo perché in grado di utilizzare gli stessi materiali.

Inesattezze, luoghi comuni, miti. Soprattutto incapacità di vedere la realtà.

Il processo di gassificazione è chiuso, quindi non ci sono emissioni dirette.

Se avessimo una raccolta differenziata all’80% la considereremmo un successo. Giusto, ma anche in questo caso rimarrebbe sempre una frazione di indifferenziata da eliminare. La gassificazione risolve il problema.

Dal punto di vista energetico il processo di gassificazione è meno efficiente di un incenerimento tout court ma presenta il vantaggio di produrre un gas con un elevato valore tecnologico che può essere utilizzato per molteplici scopi.

Il processo di gassificazione, quindi, non reca alcun danno all’ambiente, ma con il gas che produce porta ad un risparmio di combustibili fossili che si sarebbero dovuti bruciare al suo posto. Allo stesso tempo rappresenta una geniale chiusura del ciclo dei rifiuti. Proprio quello che manca e che sempre più la raccolta differenziata non riesce a garantire.

Pietro Zonca

L’Italia soffocata dai rifiuti

In questi giorni alle porte di Milano è bruciato l’ennesimo deposito di plastica da riciclare. Non certo un evento eccezionale. In totale, negli ultimi tre anni, sono bruciati quasi 300 siti di stoccaggio di rifiuti.

Questi incendi sono un sintomo; un sintomo del blocco del sistema rifiuti a cui sta andando incontro l’Italia. Il sole 24 Ore fa una analisi della situazione con questo articolo: https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-10-15/raccolta-rifiuti-l-italia-sommersa-la-paralisi-totale-174019.shtml?uuid=AEa0DKNG dal quale prendono spunto le considerazioni che seguono.

Innanzitutto gli incendi. La maggior parte sono dolosi e ci sono anche le prove, trovate in seguito a delle intercettazioni. Il trattamento di rifiuti differenziati è stato lasciato in carico ad aziende private, alcune legate anche alla criminalità organizzata, che spesso per liberare i depositi li incendiano, con il risultato di produrre fumi tossici e diossine migliaia di volte più concentrati di quelli che avrebbe prodotto un qualsiasi inceneritore a norma.

Il problema non è certo l’affidamento a privati di una parte del ciclo dei rifiuti. Il problema è la debolezza dei controlli e la fragilità dell’intero sistema di gestione dei rifiuti a partire dalla filiera di recupero che oggi è interrotta.

Mediamente in Italia si differenzia circa il 50% dei rifiuti, ma raccolta non significa riciclo. Può anche andare bene la prima, ma non funzionare il secondo. Ed è proprio il riciclo che chiude il cerchio perché con i materiali raccolti si producono nuovi manufatti.

Però i depositi sono stracolmi di montagne di vetro che nessuno vuole, di immense quantità di carta che le cartiere rifiutano e i prezzi del rottame di vetro e della carta da macero sono pure crollati rendendo problematico continuare a trattarli.

Per la plastica il problema è anche peggiore. Per il recupero di una parte di essa sono necessari dei trattamenti molto costosi e sofisticati, quello che si recupera non è di elevata qualità e la parte che rimane (e non è poca cosa) è composta da un miscuglio inutilizzabile.

Fondamentalmente il problema è che non ci sono utilizzi per questi materiali, non esiste un mercato in grado di assorbire questi prodotti, per questo la filiera è interrotta e i magazzini si riempiono.

Così i cittadini si impegnano diligentemente nella separazione tutti i giorni. Gli indici che rappresentano i risultati di questo impegno sembra che indichino un risultato già raggiunto e, invece, indicano solo il primo passo di una strada lunga e tormentata che non è detto si concluda con il recupero. Anzi il ciclo di differenziazione contribuisce ad aumentare la frazione indifferenziata. E che destino può avere se non la discarica o il termovalorizzatore? Con le attuali conoscenze non ci sono alternative: o l’una o l’altro.

Le discariche sono piene e non ci sono nuovi siti disponibili, inoltre la legge europea prevede che non si possa mettere direttamente in discarica l’indifferenziato e per superare il problema si ricorre a un trattamento: il TMB, trattamento meccanico biologico che essenzialmente è un separatore di ciò che poi può essere incenerito o mandato in discarica.

In ogni caso sia discariche che inceneritori sono un problema perché non sono mai accettati dalle comunità locali. In ogni caso i costi di trattamento stanno diventando sempre più pesanti e spesso si traducono solo in spese per l’invio dei rifiuti in altre città o addirittura in altre nazioni.

Dove vengono semplicemente inceneriti e contribuiscono alla produzione di energia elettrica e teleriscaldamento facendo risparmiare centinaia di tonnellate di petrolio.

A Milano 15 anni fa è iniziata la raccolta differenziata porta a porta, raccolta che oggi fa di Milano la metropoli più avanzata ed efficiente d’Europa. È stata dotata di un sistema impiantistico per il compostaggio per la parte umida, ma soprattutto oltre al riciclo c’è il recupero energetico con l’impianto di Silla-Figino che usa la spazzatura come combustibile per riscaldare interi quartieri al posto delle vecchie caldaie condominiali a gasolio. E oggi Milano non ha bisogno di discariche.

Roma e Napoli hanno fatto scelte diverse. Napoli invia ogni settimana 3000 tonnellate di rifiuti in Spagna e Portogallo. Roma ha costruito decine di impianti di trattamento TMB ma non riesce a trovare un’azienda che poi smaltisca il materiale trattato. Nonostante questo il presidente della regione Lazio Zingaretti ha deciso di rinunciare all’inceneritore di Colleferro con l’intenzione di «individuare in quel sito un impianto moderno che trattando e rimettendo nel sistema i materiali provenienti dai Tmb abbassi la quantità di conferimento”. Nel frattempo ha firmato una proroga fino alla fine dell’anno per inviare i rifiuti di Roma all’Aquila.

Insomma anche quelli che non vogliono gli inceneritori alla fine usano quelli degli altri. Pagando.

Comunque in Italia ci sono 41 inceneritori di dimensioni medio piccole, su 31-32 milioni di tonnellate di rifiuti prodotte ogni anno questi inceneritori riescono a trattarne solo 5. E il resto? Sembra evidente che il danno all’ambiente (e alle tasche dei cittadini) provenga dalla scarsità degli inceneritori.

Il fatto è che le resistenze delle popolazioni locali sono forti. Il tamtam mediatico diffonde allarmismi e scatena procedimenti giudiziari per danni all’ambiente con processi che finiscono nel nulla, ma producono parcelle sontuose per legioni di avvocati e manipoli di consulenti.

Anche per altri tipi di impianti di trattamento, quindi non di incenerimento, ci sono reazioni e chiusure, Il consiglio comunale di Brindisi si è espresso con un no deciso alla trasformazione di una vecchia centrale a carbone in un impianto di compostaggio.

Ci sono resistenze anche ad utilizzare i rifiuti nei cementifici in sostituzione di una parte del Pet coke, un carbone ottenuto dalle frazioni pesanti del petrolio, sostituzione che tra l’altro fa scendere le emissioni in ciminiera.

In Italia non si arriva al 10% di sostituzione mentre in Germania sono a circa l’80%.

Nel frattempo gli incendi di rifiuti inquinano più di tutti gli inceneritori messi insieme e una semplice notte di Capodanno a Napoli produce più diossina di tutti gli inceneritori italiani in un anno.

In conclusione i depositi si stanno riempiendo, molti sono stati già chiusi, non c’è richiesta per plastica, vetro, carta riciclati, questi accumuli di materiali si fanno ogni giorno più pericolosi, la legislazione rende sempre più difficile la gestione e la distruzione dei rifiuti e l’atteggiamento nimby ( not in my back yard cioè non nel mio giardino) della popolazione che si oppone sistematicamente ad ogni nuovo impianto contribuisce a rendere irrisolvibile il problema tra scontri e polemiche, costi enormi, inefficienza e degrado

Pietro Zonca

Un grande referendum mediatico sugli inceneritori? Meglio parlare di sistema integrato (di Claudio Passiatore)

Le visioni manichee, quelle che non prevedono sfumature, non facilitano mai la comprensione. E quando l’argomento è ostico (ammettendo che quello dei rifiuti lo sia), parte il valzer delle semplificazioni. Tre le ultime in ordine di tempo ci sono quelle che stanno alimentando una sorta di grande “referendum mediatico” tra favorevoli e contrari agli inceneritori, un quesito che di per sé non avrebbe niente di male se fosse posto in modo corretto (e supportato da informazioni esaustive).

L’elemento scatenante nel dare origine a una sorta di “bipolarismo” sul singolo tema degli inceneritori – o comunque uno dei fattori che mediaticamente ha più influito negli ultimi giorni nell’imporre sui media una direzione al dibattito – è stato, oltre alle consuete vicende napoletane e dei rifiuti spediti in Olanda, la posizione del neoletto sindaco di Parma Federico Pizzarotti, strenuo oppositore dei termovalorizzatori.

La posizione del grillino è chiara, niente da dire. Quella che non è chiara è la sua strategia. Perché dire no, o dire si, è già qualcosa, ma non basta. Il sindaco del Movimento 5 stelle dovrà infatti spiegare meglio di quanto non abbia fatto nel suo programma (dove ha citato come esempio virtuoso un impianto di produzione di Cdr, tra l’altro chiuso!) qual è la sua idea per gestire i rifiuti del suo comune, e non solo. Ma questi sono solo “particolari” di una visione (manichea, appunto) che ha sdoganato e imposto il messaggio che si può essere contrari, o anche favorevoli, agli inceneritori. Contrari o favorevoli, a prescindere dal contesto, dalle normative, dalla funzione degli impianti etc… L’effetto sui media è stato devastante.

Stamani il Corriere della Sera titola: “Quanto ci costa esportare i rifiuti nell’Italia senza inceneritori. Napoli li invia in Olanda”,  mettendo sul piatto l’aspetto economico, aspetto importante, ma non certo l’unico da tenere in considerazione quando l’orizzonte è quello di una gestione sostenibile. Perché il “quanto ci costa” non è riferito al peso ambientale e all’energia grigia prodotta per spedire le navi in Olanda. Ma un titolo è un titolo, è necessaria una sintesi, e allora andiamo al corpo del pezzo di Sergio Rizzo dove, purtroppo, sono evidenti ancora una volta le conseguenze delle semplificazioni (non solo quelle di Pizzarotti).

Con l’obiettivo di sostenere e fomentare uno pseudo-dibattito tra favorevoli e contrari e di stigmatizzare le contrapposizioni, Rizzo sostiene che “il Parlamento europeo ha approvato recentemente un rapporto sulla politica ambientale comunitaria che prefigura il divieto di incenerimento”. L’informazione, oltre a non essere corretta, vuole rappresentare un punto a sfavore del partito del “si”. Nell’ultima parte del pezzo, però, ce n’è anche per i contrari: “I danesi hanno 31 inceneritori, come gli svedesi. Trentuno per sette milioni di abitanti, mentre l’Italia ne ha 49 per 60 milioni di persone.

In Germania sono 70, ma distruggono quattro volte il quantitativo che si brucia da noi. La Francia ne ha 130″. Ebbene, in base a queste scarne informazioni, il lettore è posto di fronte a una scelta che nelle realtà non esiste, o almeno non esiste nei termini in cui è sviluppata. Non solo. Questo genere di semplificazione, come detto, genera solo confusione.

Per affrontare il tema rifiuti, e magari gestire meglio di quanto fatto fino ad oggi tutte le criticità (i risultati del caso e della crisi di Malagrotta sono un monito), un grande referendum sui termovalorizzatori non serve a niente e a nessuno. Ciò che è utile, invece, è ricordare che il ciclo integrato prevede una gerarchia dei interventi (riduzione, recupero di materia, recupero di energia), che tutti gli anelli della catena sono necessari, che nel nostro Paese la metà dei rifiuti finisce in discarica (al sud anche di più della metà). E ancora: che gli impianti sono necessari (tutti, dalla selezione al recupero di materia compreso il compostaggio al recupero energetico), e che per dare un senso alla raccolta differenziata deve essere sviluppata un’industria del riciclo, che differenziare i rifiuti come atto in sé non è sufficiente, che la prima azione per ottenere la sostenibilità è l’efficienza dei processi produttivi in grado di ridurre gli scarti (che ci sono sempre), etc … E’ ripartendo da questa impostazione, e evitando di alimentare la formazioni dei partiti del “no” e del “si”, che si smetterà di parlare solo degli inceneritori e si tornerà (si inizierà?) a affrontare tutte le criticità che hanno portato l’Italia a essere uno dei Paesi europei con il più alto numeri di infrazioni per il mancato rispetto delle direttive Ue sui rifiuti.

Claudio Passiatore da www.greenreport.it

L’Italia delle finte emergenze: i rifiuti (di Walter Ganapini)

Sintesi della relazione presentata al seminario della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva il 12 marzo 2011 .

I rifiuti sono parte di diritto dei cicli di materia- energia- informazione che sottendono il nostro essere al mondo. Non sono altro che la quota di entropia che rilasciamo nella trasformazione da materia prima a merce e nell’uso della merce. Sono, quindi, un misuratore e un indicatore dei nostri stili di vita. Giorgio Nebbia negli anni 70 stabiliva l’equazione: società dei consumi = società dei rifiuti.

Per questo non possiamo assolutamente immaginare di affrontare il tema dei rifiuti come fosse un tema settoriale o tecnico. Riguarda i nostri stili di vita e ha una valenza etica.

Prendiamo come riferimento l’Unione europea. Nel 76 la Commissione europea affermava che il tema rifiuti andava affrontato in un’ottica globale, non settoriale e fissava una gerarchia di azioni tradotta in quattro punti da allora sempre confermata:

  1. ridurre all’origine pericolosità e quantità dei rifiuti prodotti ;
  2. massimizzare il recupero di materia dai rifiuti (le trasformazioni materia- materia sono molto più efficienti delle trasformazioni materia- energia cioè carta da carta, polimeri da polimeri, vetro da vetro piuttosto che bruciare per avere energia)
  3. recuperare energia dalla parte combustibile dei rifiuti. Su questo tema c’è stata una elaborazione costante che ha portato già nel 2003 la Corte di Strasburgo (che fa giurisprudenza) ad affermare in due sentenze che: non è recupero energetico di rifiuti il loro uso in impianti dedicati anche se in schemi cogenerativi anche se vi è recupero di calore (caso tipico: con inceneritore) e l’ha cancellato dalla lista positiva di recupero e  riciclaggio. E questo perché aggiungono gas serra anche se al camino sono perfettamente a norma.
  4. Minimizzare la messa in sicurezza sotto forma di discarica a lungo termine. La discarica è una infrastruttura ancillare cioè deve andare in discarica soltanto il rifiuto del rifiuto. La Commissione disse già allora no al trattamento massivo di rifiuti indifferenziati. Non si può mandare in discarica i rifiuti tal quali indifferenziati ma devono essere sottoposti al trattamento. In discarica non deve andare l’organico che produce percolato che può inquinare le falde acquifere e sviluppa biogas (se non captato e utilizzato costituisce gas serra e aggredisce lo strato di ozono).

Il punto di maggiore consonanza con la normativa europea lo abbiamo trovato nel 96 con il cosiddetto decreto Ronchi. In media, però, già avevamo dieci anni di scarto tra le indicazioni della Commissione e le nostre normative.
La logica che sottende la normativa europea è che il cittadino deve pagare con la tariffa solo per i rifiuti che produce effettivamente. Nel decreto Ronchi questo principio c’è e, quindi, il rifiuto dovrebbe essere pesato e tracciabile.
L’applicazione della tariffa rifiuti comporta una straordinaria facilitazione a favore della famiglia : più la famiglia è numerosa, infatti, meno paga perché la famiglia produce meno di tanti singoli.

In Italia, invece, c’è ancora la tassa che fa pagare in ragione dei metri quadri di superficie il che è fonte di ingiustizie poiché un singolo con una casa grande paga più di molte persone in una casa più piccola. La tassa resiste perché dietro la TARSU ci sono tributi occulti che con la tariffa dovrebbero scomparire. Ciò spiega anche il motivo per cui molti enti locali hanno detto che la legge non era applicabile. Non si voleva, evidentemente, incidere col bisturi su questa stranissima tassa rifiuti.

Dobbiamo tener presente un dato tipico di questo paese: i rifiuti da sempre sono un terreno fondamentale di interfaccia affari/politica. E’ un fenomeno di una trasversalità assoluta che storicamente rappresenta un canale fondamentale di finanziamento della politica. Questo risulta da innumerevoli atti processuali e faccio fatica ad individuare delle eccezioni se non individuali.

In questo contesto parliamo adesso della Campania. Circa 6milioni di abitanti e una raccolta quotidiana nell’ordine di 7200 tonnellate di rifiuti. Grazie al fatto che oltre 350 comuni su 551 sono impegnati attivamente nella raccolta differenziata, la quantità quotidiana di rifiuto urbano residuo è intorno a 5600 tonnellate. Questi numeri sono noti  oggi perché il Comando logistico sud dell’esercito nel 2008 dovette mettere sotto controllo il cosiddetto Ufficio Flussi del Commissariato verso il quale, fino al febbraio 2008, vi erano forti sospetti di corruzione per come venivano gestiti i flussi.

Infatti, trasportare rifiuti in Campania costa 93 euro a tonnellata quando nel resto d’Italia costa 10 euro a tonnellata. Mettere sotto controllo i flussi era, quindi, necessario.
In Campania esistono impianti di trattamento tedeschi acquistati nei primi anni 2000 che operano la separazione del secco dall’umido, del leggero dal pesante, quindi fanno la differenziazione e hanno anche aree attrezzate per il trattamento dell’organico. 7 impianti che hanno una capacità di trattamento di 8500 tonnellate al giorno persino eccessiva per le necessità della Campania.
Si tratta di una dotazione impiantistica per il trattamento del rifiuto urbano residuo post differenziazione che non ha nessun’altra regione. Di impianti così ce ne sono in giro per l’Europa 400 e funzionano benissimo. È difficile non farli funzionare perché è tecnologia semplice con macchine rustiche. In Campania non funzionavano e la cosa più semplice è stata di impaccare i capannoni di rifiuti pressati.

Dunque ci sono questi 7 impianti, 8500 tonnellate contro 5600 di fabbisogno. Il risultato del trattamento dovrebbe essere una piccola percentuale di rifiuti, tra il 10% e il 20%, che va in discarica. Inoltre, per la quota dell’organico esistono in Campania 12 impianti di compostaggio che aspettano da anni di essere messi in funzione; non ne funziona neanche uno.

Altro esempio per dimostrare la peculiarità della Campania: le isole ecologiche. In tutta Italia fare un’isola ecologica costa 100-120mila euro. In Campania ce n’erano 136 e non ne funzionava una però , mediamente, erano costate da 300.000 a 500.000 euro l’una. Al termine del mio mandato, comunque, delle 136, 94 funzionavano.

E perché non dovevano funzionare le isole ecologiche? Perché bisognava andare da un unico operatore per tutta la Campania che li mandava in Sicilia o, addirittura, nel lodigiano a 200 euro a tonnellata. Quando a Bologna Hera fa pagare 48 euro.

Discariche: quando sono venuto via avevamo, anzi, ci sono ancora, discariche con un tempo di vita residuo di almeno 5 anni.
Allora dove sta l’emergenza? In realtà, non aveva nessuna ragione di esistere.

Il commissariamento dovrebbe essere inteso come nell’antica Roma: un Dictator che si nomina di fronte ad un’emergenza assoluta con poteri illimitati in un tempo limitato.
Invece in Campania il commissariamento dura dal 1994, è diventato una struttura autoreferenziale e conservativa con 400 persone, stipendi poderosi e competenze molto limitate; una struttura che ha pure annullato le competenze istituzionali deresponsabilizzandole. Quando sono arrivato in Regione ho trovato una rete istituzionale compromessa nella quale nessuno parlava con nessuno, ma tutti erano uniti a chiedere soldi allo Stato.

Va sottolineato che l’assessore all’ambiente in Campania è una figura insignificante perché sono 17 anni che c’è il commissariamento e ogni cosa è commissariata e assegnata a terzi esterni. Dentro all’assessorato all’ambiente, che ha 600 dipendenti, nessuno si occupa di rifiuti. Purtroppo c’è un costume italiano che fa morire le riforme semplicemente non attuandole.

Questa emergenza  in tanti anni ha generato almeno due miliardi di euro di debiti del Commissario verso terzi. Addirittura sono fallite aziende per questo.
Questo spreco di soldi aveva uno scopo principale: l’inceneritore di Acerra. È per questo che sono stati fatti i 7 impianti di trattamento. Infatti, la normativa europea non permetteva il trattamento dei rifiuti tal quali. L’inceneritore di Acerra doveva essere l’affare del secolo, il più grande inceneritore del modo. Però ad Acerra non si potevano portare i rifiuti tal quali perché la Commissione europea sarebbe intervenuta e quindi la Impregilo (della famiglia Romiti) doveva portare rifiuti passati in un trattamento di preselezione e gli impianti tedeschi a questo dovevano servire.

Detto tutto questo l’inceneritore di Acerra, che è costato più di mille miliardi di lire, sarebbe più che sufficiente. Anche se è un dato scontato per tutti ormai che l’incenerimento è la tecnologia più costosa per investimento e più costosa per esercizio. Il rapporto è 10 a 1 rispetto alla raccolta differenziata porta  a porta. In ogni parte d’Italia dove si è fatta, con  il porta a porta, in poche settimane si può arrivare  al 65 % a costi comparabili con la raccolta stradale. Il 35 % che rimane deve essere trattato meccanicamente e biologicamente; tolto il 40% di umidità, rimane il 18 % da mandare in discarica. E qui si arriva allinnovazione più potente  che viene da Treviso, da San Francisco e da Bristol : i rifiuti zero. In pratica da questa rimanenza del 18 % si ricavano dei materiali per l’edilizia.
Ciò rispecchia la nuova filosofia imprenditoriale : “dalla culla alla culla” cioè progettare le cose perché siano immediatamente recuperabili e generino il minor quantitativo di rifiuti.

Quindi in Campania non doveva sorgere nessuna emergenza.
Sono terrorizzato dall’insistenza con cui pezzi dello Stato (poi diventati la cricca) hanno fatto finta che noi non fossimo in Europa. Sono stati fatti decreti nei quali si è stabilito che dovevano essere bruciati rifiuti tal quali. E infatti l’Italia è sotto procedura di infrazione perché ad Acerra abbiamo bruciato il tal quale. Per non parlare del fatto che l’inceneritore è stato fatto su un progetto vecchissimo ed è costato pure mille miliardi. La gestione era sostenibile finché si davano alle aziende i contributi CIP 6, quelli che dovevano lanciare le fonti rinnovabili e che per il 90% di 60.000 miliardi di vecchie lire, pari a 54.000 miliardi, sono, invece, andati alle famiglie Moratti, Brachetti Perretti e Garrone per la gassificazione degli scarti di raffineria. Non a caso Mario Monti chiamò il CIP 6 droga del mercato e furono cancellati. Poi li hanno rimessi ed applicati ad Acerra ed era evidente che sarebbe arrivata una sanzione europea.

Detto questo, uno degli elementi per cui non aveva senso l’emergenza era la discarica di Parco Saurino 3. Dal 2004 c’è una discarica da 600mila tonnellate vuota, mai usata. Secondo la magistratura quella discarica è in un sito chiamato BA-SCHI (Bardellino Schiavone) ad un chilometro da Santa Maria La Fossa. E a Santa Maria La Fossa doveva essere costruito uno dei 5 inceneritori di cui si doveva dotare la Campania quando sappiamo che quello di Acerra era sufficiente. Per questo la discarica non è stata usata: perché doveva servire all’inceneritore degli Schiavone.

Il paese ha pagato un prezzo devastante per questa finta emergenza. Hanno mangiato ( la camorra innanzitutto) sui 93 euro a tonnellata dei trasporti, sulla proprietà delle aree delle discariche o dei depositi di ecoballe.

Per rompere le ossa sul versante del trasporto eravamo riusciti a fare le società provinciali di gestione dei rifiuti anche qui scontrandoci con persone con incarichi istituzionali e amministrativi che sostenevano, invece, la frammentazione delle gestioni a livello comunale. Basta domandarsi qual è il sindaco che riesce a resistere alle pressioni della criminalità per capire cosa c’era dietro quella posizione. Facendo delle multi utilities provinciali invece si alza la barriera di ingresso e il livello di negoziazione e si ostacola la criminalità.

Con la logica antecedente a Caserta c’era il Consorzio unico rifiuti, 1200 addetti quando ne sarebbero stati sufficienti 250. Secondo i carabinieri fra questi 1200 almeno 800 dovevano ritenersi soldati del Clan Belforte di Marcianise. Nessuno ha mai raccolto un rifiuto e gli stipendi erano molto alti: 4.000 euro al mese per i dipendenti semplici, e ogni trenta di questi un capo a 10.000 euro al mese; a dirigere il Consorzio c’era un amministratore su cui pendevano due richieste di custodia cautelare. Il tutto costava 6,5 milioni di euro al mese per non fare nulla. Lo Stato non aveva nemmeno più gli occhi per piangere però ha pagato 6,5 milioni al mese a questa gente.

Questa cosa l’ho messa per iscritto, l’ho detta in televisione: non si riusciva a far circolare le informazioni fuori della Campania.

Questa situazione indica che siamo nel pieno di un fenomeno a forte grado di innovazione: la camorra non si accontenta più di trasporti e discariche, ma sta andando sulle nuove tecnologie cioè diventa un interlocutore finanziario e industriale. E questo configura uno scenario devastante contro il quale occorre aumentare l’iniezione di anticorpi di tutti i tipi e non lasciare da soli le forze dell’ordine, gli inquirenti e i giudici.

La questione Napoli: io sono arrivato giù dicendo alle persone amiche : “Lontani dal fare i Masanielli, lontani dalla logica della Stagione Illuministica che fu al tempo di Eleonora Fonseca. Cerchiamo di andare nel corpo vivo del problema e cominciamo a metter in moto delle dinamiche virtuose a partire dalle richieste delle persone sulla raccolta differenziata”.

C’era un piano per la raccolta differenziata redatto dai migliori pianificatori italiani. Via per via, numero civico per numero civico fino al numero di telefono del responsabile della singola scala: c’era tutto e la raccolta differenziata si poteva fare. Come avviene a Salerno, Avellino, Benevento, tutte oltre il 50%.

Facemmo un Forum degli stakeholders e c’erano tutti: dalla Confindustria all’ultimo dei comitati. Lo guidava Guido Viale; dopodiché il minoritarismo mescolato col massimalismo ha fatto sì che non si sia andati avanti.

Le  emergenze rifiuti sono sempre eterodirette, determinate. Come quella di Milano nel 1995 che venne messa in emergenza perché il gruppo Fininvest aveva 4.200 miliardi di debito verso il sistema bancario e tra le pochissime voci attive c’era la discarica di Cerro Maggiore della società SIMEC di Paolo Berlusconi e bisognava che Milano andasse in emergenza per portare i rifiuti in quella , raccolta differenziatadiscarica a 250 lire al chilo. Poi Milano ha risolto il suo problema facendo gli impianti in città per la separazione e un inceneritore pagando 110 lire al chilo. E Paolo Berlusconi è stato condannato a 6 anni e  ha evitato la prigione in seguito patteggiando per 160 miliardi. Il guadagno in nero per la SIMEC fu calcolato in 70 miliardi.

Quindi non esistono emergenze rifiuti in Italia. Esistono stranezze.

Eccone una. La Società che gestisce i rifiuti a Perugia vince la gara al Cairo (5 milioni e mezzo di abitanti) per la raccolta porta a porta, trattamento meccanico biologico, recupero organico, ecc., A Perugia dice che non lo può fare perché Perugia è troppo densamente abitata.

Un’altra. La Sicilia ha già comprensori che fanno la raccolta a porta, ma qualcuno voleva fare 6-7 inceneritori con un costo enormemente superiore.

A Roma e nel Lazio poi parlare di emergenza è una cosa ridicola: è volerci far  prendere per i fondelli.

Walter Ganapini (sintesi della relazione al seminario di Cittadinanzattiva del 12 marzo 2011)