Il festival della partecipazione dei cittadini

partecipazione dei cittadini

Più di 50 appuntamenti in quattro giorni, dibattiti, lezioni magistrali, laboratori che animeranno, con oltre cento protagonisti, strade, piazze, teatri dell’Aquila e cortili di alcuni palazzi antichi recentemente restituiti alla loro bellezza. Il Festival della Partecipazione punta a riunire in una città che sta affrontando il suo percorso di ricostruzione chi vorrà ascoltare, testimoniare il senso e il valore della “partecipazione”, attraverso storie, spettacoli teatrali, concerti, cibo. Ma non solo, perché il Festival, dal 7 al 10 luglio, prevede anche appuntamenti come il pranzo condiviso tra i cittadini e almeno un migliaio dei 3.500 operai impegnati nella ricostruzione post terremoto, l’arrivo della Lunga Marcia per l’Aquila, il “Concerto per pubblico e orchestra – Trois langages imaginaires” eseguito dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese, i tavoli esperienziali, la riapertura degli antichi forni, i dialoghi sull’architettura partecipata, una “piazza della partecipazione” aperta alle proposte non in programma.

festival della partecipazioneTutto per confrontarsi e ribadire il valore di una partecipazione qualificata al governo delle politiche pubbliche, per testimoniare come, insieme, i cittadini possano davvero cambiare le cose in meglio. È l’obiettivo che si sono date le nostre tre organizzazioni, ActionAid Italia, Cittadinanzattiva e Slow Food Italia, quando hanno deciso di mettersi al lavoro per un’altra tappa del percorso dell’alleanza “Italia, Sveglia!”, nata poco più di un anno fa nella convinzione che, con l’impegno comune e la moltiplicazione delle possibilità di coinvolgimento dei cittadini, si potessero creare le condizioni per incidere più profondamente e contribuire a rendere l’Italia un Paese migliore, più giusto di oggi.

Nel 2015, l’anno dell’Expo, siamo partiti proprio dal cibo con la campagna Io mangio giusto!, volta a ridurre gli sprechi, offrire ai bambini un cibo più sano e creare un circuito più equo e trasparente nelle mense delle scuole italiane.

partecipazione condivisioneNel corso di quest’anno ciascuna delle nostre organizzazioni ha proseguito il suo cammino, ma le scelte all’origine del manifesto “Italia, Sveglia!”, la consapevolezza che mettendo insieme le nostre forze diventassero possibili obiettivi più ambiziosi, ci ha spinto ad organizzare un nuovo appuntamento: il Festival della Partecipazione. Partecipazione come elemento qualificante della democrazia, antidoto efficace all’esclusione sociale, ingrediente fondamentale per la riscossa del nostro Paese, attraversato ancora oggi da troppe disuguaglianze, da divari tra Nord e Sud e tra il centro e le periferie che generano spesso emarginazione e differenze nella possibilità di accesso a servizi come istruzione e salute.

Forse mai come negli ultimi anni la parola “partecipazione” è stata scritta, usata e spesso abusata in contesti diversi fra loro, a testimonianza della necessità sia da parte dei cittadini che delle istituzioni di vederla realizzarsi concretamente nei processi che ogni giorno producono scelte e orientamenti.

cittadini attiviA partire dagli anni 70 nel nostro Paese si è progressivamente affermato il ruolo dei cittadini che, in forme individuali o organizzate, hanno contribuito a ridefinire obiettivi istituzionali e politici, non solo all’interno dei propri confini geografici, hanno difeso e rivendicato diritti, si sono presi cura dei beni comuni e dei più deboli, di chi è rimasto silenziosamente indietro. Welfare, pari opportunità, diritti civili, ambiente, non sarebbero gli stessi senza l’impronta dell’impegno civico, del volontariato, senza il protagonismo positivo di chi si è voluto ingaggiare in una nuova sfida per la sua comunità.

Anche oggi, in un contesto di grandi cambiamenti storici e sociali, di crisi dei modelli tradizionali di riferimento politico, il tema della partecipazione attiva è centrale per i cittadini, ma anche per le istituzioni, che avvertono la necessità di riqualificare la loro azione, di immettere energie civiche nel processo di policy making per renderlo più efficace.

partecipare insiemeNegli ultimi anni si sono moltiplicati i tentativi di creare processi partecipati, sperimentazioni di modelli e pratiche di democrazia della cittadinanza. Provare a capire i nuovi paradigmi, raccontare esperienze vere, di donne e uomini che hanno messo le loro energie a disposizione di un progetto di cambiamento, orientato il dibattito pubblico con la raccolta di dati e informazioni, istituito loro stessi servizi a sostegno di chi non ce la fa, tutto ciò può rappresentare uno strumento utile a tutti coloro i quali vogliono impegnarsi e agire nella propria comunità.

Per questo abbiamo pensato fosse giusto partire proprio da qui, da cosa significhi partecipazione oggi, e per farlo abbiamo scelto la città dell’Aquila. Perché non vorremmo che il Festival si riducesse ad un’occasione mediatica, ma che diventasse un luogo concreto per tessere relazioni, per aiutare, lasciando un’impronta concreta, il percorso di ricostruzione civica e urbana che la città sta attraversando.

In questi quattro giorni, attraverso parole, musica, teatro e immagini vorremmo declinare le mille sfaccettature del termine “partecipazione”, e raccontare impegno, ascolto, incontro dell’altro, riappropriazione degli spazi, urbani e democratici, reali e ideali. Perché il 10 luglio non sia solo il giorno di chiusura del Festival, ma l’inizio di un nuovo percorso, più consapevole e qualificato, di impegno civico.

– Marco De Ponte Segretario generale di ActionAid Italia

–Antonio Gaudioso  Segretario generale di Cittadinanzattiva

– Francesca Rocchi Vice Presidente di Slow Food Italia

I teppisti di Milano e i cittadini attivi

mercato e politica

teppisti politiciCosa funziona di più per cambiare le cose: usare la violenza o usare il proprio potere di cittadini attivi? I fatti di Milano danno una risposta netta: la violenza qui e ora non serve. Servirebbe se ci fosse una guerra contro un regime dittatoriale o contro un’invasione straniera. Servirebbe come è servita la lotta di Resistenza. O come è servita per aver ragione del nazifascismo.

Ma la violenza nella lotta politica usata nell’ambito di un sistema democratico che permette modi di intervento popolare molto più efficaci ha una funzione regressiva: serve per schiacciare la libera espressione della partecipazione democratica, del dissenso, della protesta e della proposta togliendo loro lo spazio politico di cui hanno bisogno e l’attenzione dell’opinione pubblica.

Esattamente ciò che è accaduto a Milano rispetto agli organizzatori del corteo di protesta contro l’EXPO schiacciati sulle violenze dei teppisti. Speriamo che altre forze un po’ più intelligenti raccolgano i migliori elementi di una protesta che nasce con motivazioni più che sensate, ma presentate male. La via dell’antagonismo è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, ormai è chiaro. Troppa confusione tra analisi e idee con la sistematica violazione delle regole che si esprime, per esempio, nel gran calderone delle occupazioni di case o nella lotta dei No-Tav. O con l’esaltazione della marginalità come modello di vita che si percepisce quando si esalta l’esperienza dei centri sociali.

cittadini puliscono milanoNo da quella parte non può venire una proposta valida. La società italiana è così complessa che non è certo in quel modo che si può sperare di cambiarla. Se poi si mischia con l’internazionale del teppismo allora non c’è proprio speranza: ai margini sono e ai margini resteranno. Peccato perché i problemi di cui parlano sono veri.

Eppure qualche voce di simpatia o di velata comprensione per i teppisti di Milano si è sentita. Un po’ di voyeurismo di massa nel quale si sfogano rabbia, frustrazioni e paure. Un po’ di arzigogoli intellettuali che portano a spiegare la violenza nelle proteste con il disagio sociale e l’ingiustizia. Bella scusa. In questo mondo disagio e ingiustizia non mancheranno di sicuro per i prossimi mille anni. E così abbiamo trovato una giustificazione perpetua. Come le luci dei cimiteri.

No, così non si va lontano. Conta molto di più, invece, la reazione dei milanesi che hanno dimostrato l’esistenza di un’altra forza, quella pacifica e costruttiva della cittadinanza attiva, in grado di opporsi a chi vorrebbe negare la sostanza del sistema democratico.

cittadini attiviLa cittadinanza attiva ha un valore politico perché esprime una spinta alla partecipazione diretta che spazia dalle procedure con cui si assumono le decisioni rilevanti per la collettività, alla loro attuazione, al monitoraggio della loro efficacia. Bisogna dire che finora l’intermediazione di partiti, sindacati e di altri soggetti organizzati ha frenato la partecipazione, l’ha incanalata verso le attività di gruppi dirigenti che spesso si sono distaccati dalla loro base e hanno agito come oligarchie interessate alle proprie carriere e ai propri interessi.

Oggi i cittadini sono alla ricerca di nuovi spazi, nuove forme di rappresentanza e di coinvolgimento attivo. Ciò dovrebbe portare, da parte di partiti, sindacati e associazioni, allo sforzo di rendere trasparente e accessibile la loro azione. Tutti devono poter sapere e poter far conoscere il loro punto di vista. La ricerca di nuovi strumenti, sedi e momenti di partecipazione riguarda tutti, anche gli ultimi arrivati come il M5S, anche le associazioni civiche.

I cittadini che sono scesi in strada per pulire Milano così come quelli che hanno fatto rivivere spazi pubblici in altre città o che hanno dimostrato di essere capaci di prendersi cura dell’interesse generale devono avere spazio e voce. Questa è la migliore risposta a chi vorrebbe sequestrare le loro capacità nei recinti delle oligarchie al comando e nel dispotismo criminale dei gruppi della violenza organizzata

Claudio Lombardi

Gli angeli del fango anche fuori dal fango

Ogni volta che c’è un’inondazione, un terremoto, uno dei tanti drammi provocati dall’incuria degli uomini e dall’anarchia degli interessi particolari ci accorgiamo che esistono i volontari cioè tante persone che diventano immediatamente operative per dare il loro aiuto. A Genova fin dalle prime ore del disastro i volontari, specialmente ragazzi e ragazze, si sono messi al lavoro trovando da soli gli strumenti e inventando l’organizzazione che serviva per svuotare le cantine, i negozi, gli appartamenti e per rendere di nuovo vivibile il pezzo della città invaso dal fango.

Si è messa in moto, prima di qualunque organismo pubblico, la catena della solidarietà e sono spuntate pale, guanti, bottiglie d’acqua e tutto quanto poteva servire i quei momenti di emergenza.

Questa capacità delle persone comuni di intervenire e di fare le cose che servono spontaneamente ci dice che c’è un mondo semi nascosto, ma che è indispensabile: quello della cittadinanza attiva. Come la trama delle radici che tengono insieme il terreno impedendogli di disfarsi così queste persone danno un senso alle parole “società” e “collettività”.

Bisognerebbe che gli “angeli del fango” si rivelassero anche quando il fango non c’è e fossero coinvolti nelle decisioni che riguardano il governo della comunità e che si chiedesse il loro aiuto per trovare le soluzioni migliori ai problemi che le istituzioni e le amministrazioni pubbliche devono affrontare.

Insomma gli “angeli del fango” devono diventare parte integrante della nuova politica che serve all’Italia per salvarsi dal disastro della cattiva politica che ha prevalso per tanto tempo.

Dobbiamo augurarci che ogni abitante del territorio, italiano e non italiano, si senta un po’ anche lui un “angelo del fango” cioè che si senta responsabile di ciò che accade. E poiché ciò deve far parte di una vera e propria rivoluzione civile bisogna gestire una riforma del sistema politico democratico che accolga queste persone e le faccia sentire padroni di casa della Repubblica.

Non sarebbe male che l’esempio partisse da partiti e movimenti che si richiamano alla partecipazione. Iniziassero loro, al loro interno a costruire la cultura della coscienza civica e della responsabilizzazione. Un buon esempio da chi gode dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica vale più di tanti proclami

Governare gli italiani non è impossibile: è inutile. Vero o falso?

sistema di governo ItaliaGovernare gli italiani non è impossibile, è inutile”. Il dramma di Genova riporta alla mente questa lapidaria sentenza attribuita a un personaggio che governò con la dittatura e che portò l’Italia alla rovina. In un ventennio egli, forse, non riuscì a dimostrare l’inutilità del governo,  ma certamente dimostrò la pericolosità e l’inettitudine della classe dirigente italiana di allora.

Il dramma di Genova – annunciato, previsto, certo – porta sul palcoscenico della storia e della cronaca tutti i personaggi che hanno fatto grande e difficilmente risolvibile la crisi italiana. La politica in primo luogo, lestissima a costruire percorsi di privilegio per il mondo che le ruota attorno e che è la prima base del suo potere. Mille casi esemplari: dal finanziamento esagerato a disposizione di ogni capriccio degli eletti alle spese inutili a favore di clienti e supporters (che solo a furor di popolo è stato ridimensionato sennò, fosse stato per i politici, continuava come prima); dalle truffe degli appalti pubblici che partono da 100 in tot anni per approdare con la complicità di tutti a 1.000 in tot anni moltiplicati per 3 o per 4, agli enti inutili e alle cariche che nessuna spending review riuscirà mai a toccare (oggi ricordava un giornalista l’esistenza del commissario al terremoto dell’Irpinia, anno 1980, ancora in carica al modico prezzo di 100mila euro annui).

intreccio burocrazia politicaLa burocrazia che alimenta sé stessa nel più assoluto disinteresse dei risultati dell’azione amministrativa e che scrive le normative da far approvare nelle assemblee elettive o da far emanare dai politici che rivestono cariche di governo quasi mai in grado di capire ciò che approvano.

Le magistrature, specie quelle amministrative, che conobbero nel passato innumerevoli privilegi (arbitrati, doppi e tripli stipendi) e che, intrise di una cultura giuridica formalistica, si avviluppano in sempre più complicati giri di codicilli ben al riparo, quando le cose si mettono male, di norme complicate e mal scritte (non è colpa mia, io applico le norme…).

Gli italiani, suddivisi in una miriade di interessi particolari che, per prassi e cultura, vengono sempre anteposti all’interesse generale.

Il dramma di Genova ci ricorda che non è la mancanza di soldi a rovinarci, ma l’incapacità di indirizzarli a finalità utili alla collettività. Se non vogliamo fermarci al caso particolare guardiamo all’Europa bloccata da un rigorismo ottuso nel culto del pareggio di bilancio, un totem assurdo e fuori dal mondo. Ma con che faccia eleviamo grida di dolore per non poter spendere tutto ciò che ci è necessario quando i finanziamenti europei a noi destinati restano in buona parte inutilizzati per nostra incapacità di spenderli?

utilizzo fondi europeiNon è una novità, ma una notizia ormai stagionata, che rischiamo di perdere – oggi, tra poco, non in un lontano futuro – una quindicina di miliardi di euro di fondi europei per infrastrutture, sviluppo e coesione. Cos’è, abbiamo perso la proverbiale creatività italiana e non sappiamo che farne (a parte la truffa della finta formazione professionale)? E il nostro territorio che frana? E le scuole che cadono in pezzi? È noto che la Spagna con i fondi europei ha rimodernato mezzo paese quindi si può fare. Perché noi no?

Dispiace che i problemi di un sistema bloccato e ormai dannoso non siano il centro delle lotte di quella che si definisce sinistra. Per anni incapace di uscire dalla coazione a ripetere “abbasso Berlusconi” e adesso imprigionata nella sempiterna difesa di qualcosa. Mai pronta a prendere l’iniziativa per costruire un sistema di governo diverso. Diverso anche a costo di pestare i piedi a gruppi di propri sostenitori o ad interessi consolidati in quel vasto mondo collegato alla politica nel quale tutti hanno costruito proprie zone di influenza.

Pconfusione sinistra urtroppo il discorso va esteso anche a buona parte di quella che si definisce cittadinanza attiva raccolta in comitati, associazioni e movimenti la cui mobilitazione scatta ad ogni proposta e ad ogni progetto contro il quale la risposta immediata è di bloccare tutto perché qualunque cambiamento viene visto come l’espressione di una qualche forma di speculazione. Molte volte è la verità, ma altre è solo la resistenza a conservare ciò che esiste e che non deve essere toccato.

Ciò che occorre è una nuova politica e nuove forme di rappresentanza di interessi sociali. Le precondizioni per farlo ci sarebbero pure se si formasse una volontà collettiva e organizzata intorno ad un programma di cambiamento. Per ora bisogna contentarsi dei proclami e delle azioni di Renzi che cominciano a mostrare molte crepe e lati oscuri facendo intravedere i corposi interessi e i limiti culturali che li condizionano

Claudio Lombardi

Valutazione civica dei tribunali? Sì, si può (di Angela Masi)

giustizia lentaParlare di giustizia dal punto di vista dei cittadini e non da quello del potente e straricco Berlusconi? Ma veramente è possibile? Sul serio qualcuno ci ha provato? Ebbene sì. Da anni si parla di giustizia, ma se ne parla per i processi di Berlusconi e perché l’Italia ha nel funzionamento della giustizia una palla al piede che scoraggia gli investimenti dall’estero e penalizza i cittadini.

Se di giustizia si vuole parlare sul serio bisogna farlo mettendo da parte Berlusconi e andando a sentire quali sono i problemi dei cittadini e che tipo di aiuto possono dare per metterli a fuoco e risolverli.

Forme concrete di partecipazione alle politiche pubbliche esistono da tempo e sono state sperimentate anche se non sono molto diffuse ed utilizzate da chi governa e amministra. Si tratta di una partecipazione finalizzata a verificare la qualità del servizio pubblico e la tutela dei diritti dei cittadini che non si manifesta in forme spettacolari e, quindi, può essere poco visibile e conosciuta.

cittadini attiviSu questo sito abbiamo già analizzato in precedenti articoli gli strumenti di partecipazione a disposizione dei cittadini e la metodologia della valutazione civica introdotta e sistematizzata da Cittadinanzattiva.

La valutazione civica nel corso degli anni, si è dimostrata un metodo efficace, in grado di fornire risultati preziosi per il miglioramento della qualità dei servizi. La valutazione civica è condotta da cittadini e non da società specializzate o da esperti sulla base di una formazione di base sulla metodologia adottata. Sperimentata nella sanità, nei trasporti, nel trattamento dei rifiuti non è, però, mai stata considerata parte integrante dei processi decisionali. Forse perché è meglio se i cittadini restano semplici spettatori di decisioni prese da altri?

Comunque un’esperienza del tutto nuova è stata la valutazione civica dei Tribunali civili.

valutazione civicaIl progetto, svoltosi in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia ha visto il coinvolgimento diretto dei cittadini che sono entrati nei tribunali per valutare la qualità del servizio, attraverso interviste ai dirigenti e osservazione diretta.

Il report (vedi: www.cittadinanzattiva.it) scaturito dalla valutazione civica è stato molto discusso sulla stampa nazionale ed ha segnato già un primo obiettivo raggiunto perché ha dimostrato che del servizio giustizia si può discutere anche se non si è addetti ai lavori.

Anzi, si è dimostrato che i cittadini possono, insieme a chi esercita un ruolo di responsabilità nei tribunali, mettere sotto esame la funzionalità dei servizi e produrre proposte utili.

Il punto di partenza nella valutazione è stata la “carta dei diritti del cittadino nella giustizia”, proclamata nel 2001, presentata a tutte le istituzioni nazionali (Parlamento compreso) e a Strasburgo alla Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia).

Si è trattato di un primo esperimento, ma è servito a dimostrare la capacità dei cittadini organizzati di proporsi come attori della politica in un ruolo non alternativo, ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche agendo sul governo della società e sull’interesse generale, e non solo sulla soluzione di singoli problemi o sulla mera difesa di interessi privati.  L’esperimento è riuscito e ha dimostrato che anche in Italia è possibile parlare di giustizia attraverso un’analisi concreta del rapporto tra servizio offerto e cittadini che vi accedono e non facendone un’arma di scontro funzionale ai reati e ai processi dell’ex Presidente del Consiglio.

Angela Masi

E-democracy: una strategia, non un gadget (di Angela Masi)

edemocracyLa partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non è fatta solo di norme né di semplice espressione di opinioni, critiche o proteste. La partecipazione non è un termometro sociale da tenere in considerazione con l’occhio rivolto alle competizioni elettorali, ma deve essere il fondamento di un sistema. I cittadini organizzati conoscono i problemi che istituzioni e apparati pubblici devono affrontare, contribuiscono a definire le soluzioni, partecipano alla verifica dell’efficacia e ai controlli successivi. Ovviamente non tutte le politiche possono essere affrontate direttamente dai cittadini organizzati perchè partecipazione non è sostituzione, non è negare le competenze di apparati, esperti, tecnici e politici, ma integrazione e trasparenza.

In precedenti articoli (http://www.civicolab.it/category/stato-cittadini/partecipazione-stato-cittadini/) abbiamo parlato di partecipazione sotto vari profili, ma bisogna dire che, oggi, non è pensabile senza quella che viene definita e-democracy. L’uso dell’ICT, a sostegno della partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni (appunto: e-democracy), è un campo di applicazione delle nuove tecnologie ancora poco sviluppato, ma sul quale negli ultimi anni è fortemente cresciuto l’interesse tanto dei governi nazionali e degli organismi internazionali, quanto delle comunità locali.

democrazia digitaleSiamo ancora in una fase sperimentale. Chi volesse approfondire può farlo a questo indirizzo http://biblioteca.formez.it/webif/media/e-democracyLG.pdf

Componente fondamentale dell’e-democracy è costituito dall’e-government, cioè da un insieme di strumenti e azioni per l’accesso alle informazioni e agli atti di governo via internet.

Sino ad ora, però, la maggior parte di queste esperienze si sono risolte nella diffusione di siti internet istituzionali, con (al limite) dei forum per la pubblica discussione.

Ma l’e-democracy è un concetto più ampio e riguarda tutti quelli che si impegnano in politica. Un esempio d’applicazione radicale di e-democracy è quello attuato dal Partito Pirata Italiano (dicembre 2011) che usa LiquidFeedback, sviluppato per il Partito Pirata Tedesco, come unico strumento deliberativo della comunità.

coinvolgimento cittadiniNel giugno 2013 alcuni parlamentari del Partito Democratico, di Scelta Civica e di Sinistra Ecologia e Libertà hanno aderito a una piattaforma di e-democracy, basata su liquidfeedback, promossa dalla senatrice PD Laura Puppato.

E’ bene precisare che partecipare via Internet alle decisioni della politica non significa dire sì o no a una legge con un clic. Anzi questa è una banalizzazione della Rete che ai cittadini digitali può e deve offrire molto di più.

La diffidenza verso i partiti, infatti, ha diffuso in Italia un increscioso equivoco sul significato della cosiddetta e-democracy. La profonda sfiducia nei politici ha portato molti a pensare che sia possibile affidare le decisioni direttamente ai cittadini attraverso il Web: un clic e si stabilisce se approvare o no una legge, un emendamento, una delibera. Un’ipotesi affascinante, in teoria che si concretizzerebbe una sorta di iperdemocrazia in cui il cittadino torna a casa dall’ufficio e in una mezzoretta approva o boccia la riforma del lavoro, aumenta o diminuisce le pene per gli evasori fiscali, abolisce o raddoppia l’Imu.

partecipazione digitaleSi tratta, però, di un equivoco, anzi di una grossolana banalizzazione che ridurrebbe a un rapido “mi piace” le straordinarie opportunità reali che Internet offre alla crescita e all’ampliamento della democrazia. L’apertura di nuovi spazi di dialogo tra cittadini e amministrazione pubblica che integrano e rafforzano le forme tradizionali di partecipazione è una cosa diversa e più complessa.

L’informazione, la consultazione e la partecipazione attiva forniscono all’amministrazione una migliore base per formulare le politiche pubbliche, ma anche per avere una più efficace attuazione delle decisioni perché i cittadini prendono dimestichezza con le politiche che hanno contribuito ad elaborare con la loro partecipazione e valutano i risultati.

Si tratta in definitiva di meccanismi di apprendimento e di scambio di informazioni tra cittadini, politici e apparati pubblici per individuare soluzioni, per cogliere esigenze e bisogni che magari restano inespressi attraverso i canali classici della democrazia rappresentativa. Se tutto funziona a dovere, grazie all’informazione, alla consultazione ed alla partecipazione attiva, è possibile migliorare la qualità delle politiche pubbliche, aumentare la fiducia nelle amministrazioni e contribuire al rafforzamento della democrazia.

Insomma vale la pena prenderla sul serio l’e-democracy e non considerarla un gadget da esibire ai convegni e alle fiere, ma un vero e proprio obiettivo strategico che coinvolge enti, istituzioni, amministrazioni, associazioni, partiti.

Angela Masi

La forza riformatrice della cittadinanza attiva (di Angela Masi)

riforme tappabuchiLa parola “riforme” è diventata un tappabuchi per politici in fuga o a corto di idee. Per ogni difficoltà la risposta è sempre “riforme”; quando poi si aggiunge “costituzionali” allora si raggiunge l’apoteosi dei riti misterici perché non si capisce quale magia debbano portare queste benedette riforme costituzionali. Ci sono riforme (o meglio cambiamenti) che procedono nei fatti con poco clamore e tanta sostanza. Quella della cittadinanza attiva è fra queste ed è già partita.

“Negli ultimi anni assistiamo a sempre maggiori manifestazioni di indignazione e protesta contro gli abusi e la corruzione di tanti esponenti della politica. Dietro la degenerazione morale e culturale dei partiti risiedono, in quasi tutti i Paesi dell’Occidente, ragioni profonde, strutturali di crisi degli istituti della rappresentanza politica” […]Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi che, da 25 anni a questa parte, stanno lavorando per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione”.

intreccio di partecipazioneApre così il suo ultimo libro (“La forza riformatrice della cittadinanza attiva”) Giuseppe Cotturri, docente di Sociologia della politica e di sociologia giuridica dell’Università di Bari, già presidente onorario di Cittadinanzattiva onlus e direttore di “Democrazia e diritto”, pubblicazione del Crs (Centro per la riforma dello stato).

Un intento politico-culturale preciso anima il libro:

  • mostrare che i soggetti sociali “minori” (le organizzazioni del terzo settore) non sono irrilevanti per la politica e la storia del Paese;
  • far apprezzare le tante innovazioni istituzionali e giuridiche che, grazie al loro agire, sono intervenute nella nostra democrazia;
  • rompere il muro di autoreferenzialià che si sono costruiti i partiti e spezzare la loro convinzione di poter disporre come meglio credono della Costituzione;
  • dimostrare la distruttività dei tanti tentativi di riforme “dall’alto” (ultimo espediente, le commissioni di “saggi”, che certificano solo l’espropriazione del Parlamento).

democrazia dei cittadiniUno dei paradossi del trentennale dibattito italiano sulla riforma della politica è che, nel declino e nella deriva del sistema dei partiti, la crescita umana e la partecipazione in forme molecolari di autonomia dei cittadini hanno assicurato la tenuta del Paese in crisi (sostituendo il sistema di welfare al collasso) e per questo possono essere un punto di riferimento per la ripresa e lo sviluppo.

Secondo Cotturri “…nella Costituzione italiana la parola Repubblica è la più estesa e comprensiva. Non identifica solo lo Stato, o l’insieme degli apparati pubblici. Con essa si richiamano anche tutti i soggetti che animano la vita collettiva e concorrono a costituire la organizzazione economica sociale e politica della comunità nazionale: le famiglie, le associazioni, i sindacati, le imprese, i partiti. I cittadini e il popolo. Gli “enti intermedi” e le istituzioni. Tutte le persone e tutti i poteri sono chiamati a impegni di solidarietà. […] Coralità e partecipazione, pluralismo e interazioni, responsabilità diffuse e condivise, ciascuno al suo livello e secondo le sue possibilità: un universo ricco di identità tradizioni e speranze di futuro”.

coinvolgimento cittadiniIl 2001 rappresenta, dal punto di vista della partecipazione civica, un anno di svolta e di legittimazione costituzionale. “Ha fatto ingresso nella costituzione, con revisione del Titolo V (art. 118) poi confermata nello stesso anno da referendum popolare, una inedita nozione di cittadinanza attiva, diversamente “irruenta” e ottimista: è stato riconosciuto alle soglie del nuovo millennio che i cittadini hanno capacità e potere di realizzare per autonoma iniziativa l’interesse generale. La lingua degli obblighi è stata dunque affiancata e sopravanzata da formule appartenenti al linguaggio delle libertà. Libertà positiva, di fare. Gruppi minoritari, o addirittura singoli cittadini, possono quindi produrre o preservare beni comuni, realizzare interessi generali.[…]L’espressione cittadinanza attiva dunque ha acquistato in Italia il preciso significato di un fare utile alla comunità cui le istituzioni devono prestare attenzione e sostegno, portando a compimento un percorso di empowerment di iniziative civiche dal basso, da cui sono derivati revisione costituzionale e già prima le tante misure giuridico-politiche che dagli anni Novanta leggi nazionali e regionali hanno rivolto al cosiddetto Terzo Settore. La tendenza è comune ad altri paesi democratici. Ma in Italia ci sono peculiarità che non sono da sottovalutare: anzi per certi aspetti l’esperienza civica del nostro paese ha fatto da battistrada in Europa per la conquista di poteri della cittadinanza organizzata”.

Insomma, c’è un cambiamento in atto e i cittadini ne sono protagonisti. Se il sistema partitico, in profonda crisi, non sembra più offrire efficaci soluzioni ai problemi di interesse generale, la spinta rinnovatrice viene dalla cittadinanza attiva. Un cambiamento che, per come si presenta non è sicuramente una situazione di passaggio, ma una nuova forma di democrazia.

Angela Masi

Dall’antipolitica alla partecipazione: intervista ad Andrea Ranieri (prima parte)

Dall’antipolitica alla partecipazione. Ne parliamo con Andrea Ranieri già assessore al comune di Genova, senatore, dirigente sindacale e ora animatore di Left.

andrea ranieriAltro che antipolitica: alla fine si è dovuto ammettere che il dato cruciale di questi anni è la fortissima spinta alla partecipazione che è emersa in tanti modi e che si esprime oggi anche con la mobilitazione di militanti ed elettori del Pd che si battono per il rinnovamento di quel partito. Quando si parla di partecipazione, però, si abbraccia uno spettro di rapporti e di soggetti diversi perché c’è una partecipazione che riguarda i militanti di un partito verso i vertici, c’è la partecipazione rivendicata da associazioni e movimenti che vogliono essere coinvolti nelle scelte politiche e c’è un ulteriore livello che tocca i singoli cittadini nei confronti delle amministrazioni ed istituzioni pubbliche. Ci aiuti a dipanare questa matassa?

In realtà i tre aspetti che tu citi sono molto interconnessi fra loro. E anche ciò che sta accadendo nel Pd ha risvolti che interessano tutti. In generale la discriminante che emerge dal dibattito è tra quelli che pensano che il problema fondamentale di questo paese sia la carenza di autorità (di qui la concentrazione sui diversi modi – il presidenzialismo per esempio – per abbreviare i processi decisionali e per dare stabilità alle strutture di potere) e quelli che pensano che il problema fondamentale dell’Italia sia una crisi di democrazia e di partecipazione. Io sostengo che questa sia la vera spiegazione e vedo che lo sostengono anche Barca e Civati (unico a dirlo tra i candidati alla segreteria del Pd!).intreccio di partecipazione

Ora, ci saranno da fare anche cose per rendere più spedite le decisioni e la loro attuazione, ma noi viviamo in un mondo in cui nessuno può pensare di avere le conoscenze e il sapere per decidere da solo anche se siede al vertice delle istituzioni. Nelle realtà sociali, dentro alle esperienze di cittadinanza attiva c’è anche il sapere necessario per governare. Il problema della governabilità del Paese o si pone in questi termini cioè utilizzando le competenze e i saperi che sono diffusi nella società in forme associative e in forma individuale (cioè tra le associazioni e tra i singoli cittadini) oppure questo Paese non è governabile.

democraziaQuesta discriminante va a toccare tutti i tipi di partecipazione ed io affermo che il dibattito interno al Pd (che poi tanto interno non è) ha immediatamente un risvolto nel tipo di stato e di democrazia che si pensa per tutti.

Io penso, quindi, che sia necessario cominciare ad elaborare proposte serie di democrazia partecipativa e mettere a punto strumenti di democrazia deliberativa. Per fare un esempio concreto: io trovo incredibile che sulle grandi opere in Italia non ci sia una legge come quella francese che rende obbligatorio il dibattito pubblico (le débat public alla francese). Io quando ero assessore a Genova l’ho fatto sulla Gronda autostradale pur in assenza di una legge. Noi come comune abbiamo nominato solo il presidente di una commissione neutra e abbiamo scelto una personalità che non fosse genovese e che non avesse competenze urbanistiche, bensì sulla democrazia deliberativa. Abbiamo scelto Luigi Bobbio che poi ha formato una commissione assolutamente in autonomia. Questo è un piccolo esempio delle possibilità e delle difficoltà perché non c’era e non c’è una legge a cui far riferimento.

democrazia dei cittadiniTra le difficoltà ci metto un solo esempio: l’opzione zero non era possibile metterla nel dibattito perché l’opera era già stata approvata dal governo, dal Cipe, dalle istituzioni locali precedenti. In questo caso il dibattito pubblico lo puoi fare solo se il soggetto che ha già ricevuto l’incarico di realizzare l’opera è disponibile a farlo.

Molto meglio sarebbe se ci fosse una legge che rendesse obbligatorio il dibattito prima di deliberare l’opera, prima che il progetto parta. Probabilmente se ci fosse stata una legge così la discussione sulla Tav sarebbe stata un’altra cosa. Ecco io credo che su questo ci possa essere un primo impegno delle forze politiche. Avere una legge eviterebbe che la partecipazione diventasse un optional delle attività delle amministrazioni secondo il noto schema “chiamo le associazioni, le informo e poi ce ne andiamo tutti a casa contenti”.

crisi politicaContenti perché ci si è legittimati a vicenda. L’ultima fase della concertazione è stata così: strutture in crisi di rappresentatività, Confindustria e sindacati, venivano legittimate dal fatto che venivano sentite dal governo e il governo si sentiva legittimato a decidere dal fatto che le aveva sentite. Bisogna superarla ‘sta cosa e davvero costruire modalità diverse e articolate che diano la parola ai cittadini. Questa è una cosa difficile. Io che ho fatto l’esperienza del dibattito pubblico le ho conosciute le difficoltà.

Per esempio i partiti in un dibattito pubblico in cui l’amministrazione non prende una posizione a priori sono assolutamente spiazzati perché gli levi la possibilità di accreditarsi come quelli che portano verso le amministrazioni le istanze dei cittadini. Spesso questo spiazzamento è sentito anche dai militanti, magari perché sono amici dell’assessore o del consigliere comunale. Molto più difficile è dire “andiamo al confronto con i cittadini senza avere una posizione politica predefinita”. Quando ci ho provato da assessore mi trovavo continue richieste di fare riunioni di partito per decidere quale era la linea del partito.

È difficile rendersi conto che questa cosa annulla il dibattito pubblico e trasforma la partecipazione in qualcosa di pilotato o di concesso e si rimane sempre dentro ai circuiti della vecchia politica in cui i cittadini non diventano mai protagonisti.

(A cura di Claudio Lombardi)

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Sussurri e grida: il duplice conservatorismo (di Claudio Lombardi)

Perché il M5S non indice un bel referendum online per decidere se appoggiare un governo che attui gli otto punti del programma del PD? Questa è la domanda semplice semplice che fa oggi Curzio Maltese su Repubblica. Già è strano che questa domanda debba essere fatta perché da un movimento che fa della regola “uno vale uno” il suo cardine e che evoca un luminoso avvenire di democrazia digitale non ci si aspetterebbe nient’altro che la coerente applicazione della più ampia e permanente consultazione di tutti su tutte le decisioni.m5s 2

La domanda su come funzioni realmente il M5S e sul perché ci sia una clamorosa contraddizione fra ciò che si vuole far credere di essere (la liberazione del cittadino da ogni sudditanza ai partiti) e la verità dei comportamenti (l’assoluta sudditanza a Grillo e Casaleggio e allo staff da questi diretto) ne porta con sé anche altre.

Ai partiti si rinfaccia che siano composti da persone che vivono di politica e che siano retti da apparati. E gli apparati esprimono una naturale propensione alla conservazione e alla chiusura verso chi sta fuori.

D’altra parte esiste anche una, forse altrettanto naturale, propensione di buona parte dei popoli a prendere come riferimento figure carismatiche. Partendo da aspettative deluse, passando per la fiducia in alcune persone assunte come guida, si arriva a porle su un gradino più alto e a considerare ogni critica come una minaccia. Da qui al fanatismo il passo è breve.

Anche questo porta ad una conservazione perché ostacola una più ampia crescita di coscienza critica e lo sviluppo di un dialogo democratico senza ostacoli o minacce. Intendiamoci, si tratta di una parte che agisce così, ma è una parte che, di solito, è molto determinata e aggressiva perché, appunto, è mossa non da ragionamenti, bensì dalla fede in qualcosa che appare indiscutibile.fans

L’urlo grillino del “tutti a casa” è esattamente il rifiuto di ragionare e l’espressione di una fiducia irrazionale in una virtù suprema dei cittadini che si condensa nell’urlo liberatorio e che viene contraddetta da subito con l’autoritarismo della gestione del movimento. L’invocazione di Grillo dei calci nel sedere per gli eletti che non seguono le direttive del M5S mentre queste direttive non vengono fuori da discussioni democratiche, ma vengono enunciate da due capi investiti dall’acclamazione del “popolo” grillino si traduce nell’intolleranza per una partecipazione fondata sulle regole universali della democrazia. Sicuramente chi ha votato M5S e chi ci sta dentro o chi è stato eletto non corrisponde in tutto a questa descrizione, ma è questo OGGI l’aspetto prevalente.

Diverso il caso del consenso a Berlusconi. Anche qui si parte da aspettative deluse, ma si arriva ad abbracciare una ideologia di liberazione da ogni sudditanza alle regole in favore di una più concreta sudditanza alle personalità che occupano i posti di potere. Da questi discendono favori, concessioni e soluzioni ai problemi personali in forza dei quali si acquisiscono vantaggi sugli altri. Per questo l’adesione è innanzitutto all’ideologia del “facciamo come ci pare” e per questo la persona che la incarna da venti anni è libero di fare lui per primo quel che gli pare e non si accetta che nessun’altra autorità gli ponga dei limiti. Tutto diverso dal M5S, ma anche in questo caso si esprime una fiducia acritica nel capo carismatico che blocca ogni evoluzione. E all’inizio anche il berlusconismo si manifestò come un urlo liberatorio.

L’effetto del duplice conservatorismo è quindi una duplice intolleranza all’invasione di una partecipazione organizzata e responsabile fondata sulla crescita di una solida cultura democratica.cooperazione

La vera partecipazione dei cittadini è un’altra cosa e non può svolgersi se non nell’assoluto rispetto di regole e principi di libertà e di democrazia. Ciò significa in primo luogo responsabilità, trasparenza e assenza di fanatismo. Significa anche rispetto delle istituzioni e ricerca di un circolarità fra queste e i cittadini organizzati. Un esempio semplice è quello del bilancio partecipato strumento conosciuto e praticato da molti anni in diversi comuni, ma che non ha avuto alcun successo. Ci sono altri esempi di strumenti di partecipazione molto efficaci, ma che suscitano poco entusiasmo e hanno poco seguito e nei quali i partiti progressisti per primi non hanno creduto (ecco il conservatorismo degli apparati!) preferendo la comoda via degli accordi di vertice che porta alla formazione di burocrazie e di gruppi di potere che sfruttano la politica. Da qui dovrebbe partire una riflessione seria e la ricerca di nuove strade per uscire da una crisi che è innanzitutto crisi del governo della collettività cioè crisi della politica alla quale ancora nessuno è riuscito a dare una risposta convincente.

Claudio Lombardi

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