Una rivoluzione nella politica (di Claudio Lombardi)

Sembrava che non dovesse cambiare mai niente in Italia. Sembrava che la protesta contro l’immobilismo dei partiti potesse arrivare nelle piazze, ma senza possibilità di togliere ad uno schieramento politico tradizionale la maggioranza dei voti. Invece è quello che è successo.

L’unico vero vincitore delle elezioni è il M5S che diventa il primo partito.

Il PDL di Berlusconi resiste e ottiene un premio fedeltà da elettori convinti del menefreghismo berlusconiano, ma anche impauriti da una politica che dimostra tutta la sua incapacità di risolvere i problemi del Paese e si condanna a chiedere sempre più soldi ai cittadini senza mai cambiare niente. L’istinto di difendere i propri interessi di fronte a tale incapacità è una componente importante della resistenza del centro destra così come lo è il disinteresse e l’ostilità per tutto ciò che parla di collettività, di legalità e di Stato. È un bel pezzo d’Italia che pensa ai fatti suoi o che non vede al di là dei suoi interessi e che ha trovato in Berlusconi il suo eroe.

Il PD è il grande sconfitto insieme ad altri piccoli sconfitti come la lista di Ingroia che conferma la marginalità di una sinistra legata a schemi e messaggi ormai superati. Il problema italiano a questo punto non è più solo l’assenza di una destra rispettabile e credibile (come si è detto per anni), ma è anche quello dell’incapacità di affermare una parte riformista in grado di avere i numeri per governare. Il PD doveva essere da anni il punto di riferimento sicuro per l’Italia che voleva voltare pagina e allontanarsi dal berlusconismo; era nato per questo, ma fin dall’inizio è apparso ostaggio di gruppi dirigenti e di professionisti della politica depositari di una cultura vecchia, la cultura della supremazia della “macchina” partito (e di tutti i suoi privilegi) sui cittadini.

Non ci voleva molto per capire che l’insofferenza era arrivata a livelli molto alti e per accorgersi che il movimento di Beppe Grillo stava crescendo su questa rivolta. I dirigenti e gli eletti del PD pensavano di amministrare un patrimonio di consensi che spettava loro perché la rete dei contatti che gestivano confermava la loro centralità. Non si accorgevano che coltivare le amicizie e i rapporti con altri gruppi dirigenti anche nel mondo dell’associazionismo e del sindacato non voleva dire automaticamente avere il consenso dell’opinione pubblica. La cultura dei rapporti di vertice praticata fino alla dimensione più piccola ha impastoiato l’attività politica in una miriade di accordi e compromessi che sono diventati la cifra politica e culturale del PD a tutti i livelli dall’ultimo consigliere municipale al segretario nazionale. Di qui l’incapacità di parlare un linguaggio chiaro e di fare scelte nette e coraggiose. Bersani ha incarnato questo modello sia dirigendo il partito che comunicando in maniera opaca con l’opinione pubblica.  Ora non gli resta che gestire questa fase avviando un rinnovamento drastico nel suo partito e andare a nuove elezioni su basi e con persone diverse da quelle di adesso in buona parte espressione della vecchia politica degli accordi e delle spartizioni. Cosa ci facevano in lista i consiglieri regionali del Lazio complici e beneficiari dell’uso truffaldino dei soldi pubblici? E cosa ci faceva Sposetti amministratore del defunto PDS e protagonista del vergognoso sistema di finanziamento dei partiti che è stata una delle cause della ribellione dei cittadini? Questo era il volto “nuovo” con cui il PD voleva vincere le elezioni?

Il M5S è un movimento nuovo e dovrà crescere e strutturarsi. Grillo ha fatto un capolavoro ergendosi a tutore di un luogo di confronto libero nel quale è potuta crescere una partecipazione alla politica da cittadini senza alcun connotato ideologico. Esattamente ciò di cui si avvertiva la necessità da almeno venti anni. Una partecipazione basata sul rapporto fondamentale tra cittadino e Stato e che non aveva bisogno di un partito che si mettesse in mezzo con la pretesa di venire prima dello Stato. La cultura dei partiti ha affermato nei fatti (e anche a parole) che l’appartenenza al partito prevaleva su quella di cittadino. Prima ci si è cullati con le appartenenze di classe, poi si è passati a quelle ideologiche, poi a quelle di partito, di gruppo, di sindacato, infine a quelle basate su puri legami di fedeltà personale e su interessi di cordata.

La semplice verità che i partiti in Italia erano diventati l’antistato con in mano tutte le leve del potere e che lucravano su questa rendita di posizione non è apparsa chiara a tanti fino a che l’esplosione degli scandali ha mostrato una realtà incredibile nella quale tutto ciò che è pubblico è diventato lo strumento di potere e di arricchimento di gruppi privati con funzioni pubbliche come i partiti. Che non a caso, come i sindacati, hanno sempre rifiutato ogni disciplina e ogni controllo.

Ecco da dove nasce la vittoria del M5S, ed ecco cosa significa la riscoperta della cittadinanza attiva che mette in contatto il cittadino con le istituzioni pubbliche come primo atto politico fondante dello Stato.

Se qualcuno lo capirà l’Italia potrà ripartire su basi nuove ossia con formazioni politiche profondamente diverse da quelle attuali e non bisogna avere paura di nuove elezioni se si imbocca questa strada. Un’altra non ce n’è e non c’è più tempo. È inutile pensare a grandi alleanze o, peggio, a governi tecnici che certifichino ancora il fallimento dei partiti. Tutto è già accaduto e oggi tutto è anche cambiato.

Claudio Lombardi

I vizi della società civile (di Marta Boneschi)

Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Marta Boneschi la cui versione integrale sta su www.lib21.org.

Chi ha letto l’articolo vecchiotto ma straordinariamente fresco e vitale di Francesco De Sanctis (Mali antichi: l’Italia, una società assente e irresponsabile), avrà valutato la profondità del male da estirpare, e il lungo cammino di civiltà che occorre intraprendere. Sono passati centotrentasei anni, e ancora l’avversario da battere è, sì, un leader di partito indecente (uno dei tanti), ma più di tutto ciò che nasconde sotto la giacca, nelle cellule cerebrali, nel fondo dell’anima: l’angustia dell’egoismo (ricordate il “padroni in casa propria”?), l’indifferenza (“rubano tutti, che male c’è?”) e il particolarismo (“il 75 per cento delle tasse resta in Lombardia”), l’elementare semplicità delle soluzioni (“cacciamoli tutti”).

Se atonia e ipocrisia erano mali troppo diffusi già nel 1877, data dell’articolo di De Sanctis, e se li ravvisiamo ancora oggi tra noi, vuol dire che siamo alle prese con una malattia subdola. La stessa che ha prodotto l’incompetenza di Adua nel 1896, l’autoritarismo del maggio 1898, l’ascesa irresistibile del fascismo nel 1922 e, ancora vivi e operanti, il clericalismo, l’ignoranza, le connivenze, la mentalità corporativa.

Scriveva De Sanctis che «il paese spettatore, ingigantendo, fantasticando, generalizzando, assiste allo spettacolo e ne fa il suo passa ozio. E’ una malattia che colpisce tutte le classi, le infime in una forma grossolana, e quasi cinica le altre, sotto un’apparenza ipocrita che mai dissimula il vuoto». … Il paese spettatore si accontenta, affidando il proprio destino in mani altrui, in mano a qualcuno che è maestro nell’arte di imbonire piuttosto che di ragionare sui casi reali….

Possibile che l’Italia di oggi presenti gli stessi vizi, soffra di debolezze quasi uguali? La risposta è sì, perché il suffragio universale, la buona alimentazione e un suv in garage non sono tutto. Manca il senso profondo della solidarietà e della convivenza, la buona educazione (che non sono le buone maniere), risorse preziose da accumulare in decenni, nel corso di generazioni, non da acquistare al supermercato.

Ancora più impressionante è il seguito di De Sanctis, perché tratta non dei contadini isolati e non istruiti, ma di quella che si suppone sia la classe dirigente….

La “classe intelligente” di De Sanctis si è trasformata, ora ha ampio diritto di parola, si esprime in linguaggio forbito, ma nelle fibre intime è rimasta passiva, indifferente, miope. E’ questa la cosiddetta “società civile”, una dizione fittizia e ingannevole. Non esiste alcuna società civile, ma individui o gruppi che si comportano anche da cittadini, e individui o gruppi che non dispongono (o rifiutano di disporre) degli strumenti che li innalzano a qualche cosa di più di una piccola e fragile creatura inerme. Non è questione di società civile, contrapposta a una società politica, a una casta.

La divisione in seno alla comunità nella quale viviamo passa tra chi accetta la sfida di cercare il meglio, e farlo, e chi si adagia e subisce. …. Circolano sempre la moneta cattiva e quella buona. …. La moneta buona sono i banchieri onesti e capaci, gli insegnanti che non smettono di studiare, le volontarie degli ospedali, delle case di riposo, delle case famiglia, e più semplicemente i medici che curano, i genitori che educano, gli studenti che studiano e così via.

E’ vero che moneta cattiva scaccia quella buona, ma con un po’ di ostinazione può – e deve – accadere il contrario. … In questo senso possiamo trarre coraggio dal caso di Milano… Tutt’altro che immune da lentezze ed errori, la giunta Pisapia è riuscita a mostrare impegno per i problemi reali della città. Lo spirito civico dei milanesi più accorti si rispecchia in questo impegno, e torna a sperare il meglio.

Dunque, per tornare al punto di partenza, le elezioni sono importanti: il nuovo Parlamento, il nuovo governo e le nuove amministrazioni regionali sono attesi con ansia. Ma è giusto considerare la svolta, che ci sarà, soltanto come punto di partenza verso un nuovo patto tra istituzioni e cittadini: se le une lavorano in trasparenza e onestà per il bene pubblico, gli altri lo riconoscono, lo apprezzano e forse si sforzeranno di adeguarsi, recuperando a loro volta onestà e solidarietà.

Al caso virtuoso della cittadinanza milanese va contrapposto, purtroppo, il caso vizioso della pubblica amministrazione, incallita a vessare quanto la cosiddetta “società civile” è pervicace nell’evadere obblighi e doveri. Il varo del redditometro è un esempio illuminante: strumento del tutto inutile ai fini pratici, il redditometro è però utile a ricordare che il suddito è per lo più inerme di fronte al Leviatano statale. Terrorizza e non educa, aumenta i doveri del contribuente e moltiplica il lavoro dell’amministrazione. Proprio ciò che non desideriamo per il nostro futuro.

Avvertiva Montesquieu che «la tirannia di un principe non è più rovinosa per uno Stato di quanto sia per una repubblica l’indifferenza per il bene comune».

Se vogliamo archiviare per sempre l’accorata analisi di De Sanctis, senza cadere nel dilemma proposto da Montesquieu, occorre un patto nuovo, onesto e dignitoso, tra i cittadini amministrati e i cittadini che amministrano, ovvero tra chi ha il potere e chi non ce l’ha. Non importa chi depone le armi per primo, purché qualcuno lo faccia. Quel che importa è che la cultura paranoica (lo Stato ce l’ha con me, il fisco mi vessa, il politico ruba per mestiere), lasci il posto alla speranza che un giorno o l’altro potremo leggere le parole di De Sanctis come la testimonianza di un passato barbaro e incivile.

Marta Boneschi (tratto dalla versione integrale su www.lib21.org)

Tre rivoluzioni per il Lazio: intervista a Teresa Petrangolini

Civicolab nasce nel mondo di Cittadinanzattiva organizzazione di cittadini che ha sempre tenuto un atteggiamento molto critico verso i partiti scegliendo di non partecipare direttamente alle campagne elettorali. Oggi Teresa Petrangolini, uno dei fondatori di Cittadinanzattiva e del tribunale dei diritti del malato di cui è stata segretaria fino a giugno del 2012, ha fatto una scelta diversa accettando di comparire al primo posto nel “listino” a sostegno della candidatura di Nicola Zingaretti alla presidenza della regione Lazio. Inevitabile per Civicolab chiederle i motivi di questa decisione.

D: Teresa chi conosce Cittadinanzattiva e te personalmente e la cura che è stata sempre messa nell’evitare coinvolgimenti diretti in competizioni elettorali immagina che le ragioni della tua scelta debbano essere molto importanti, anzi, se così si può dire, pesanti

R: Sì, puoi dire tranquillamente che sono ragioni “pesanti” come pesante è diventata la condizione dei cittadini in questa regione. Voglio risponderti con le parole del “Manifesto per una Regione aperta, trasparente e digitale” pubblicato da pochi giorni che riassume il senso strategico del programma che con Zingaretti vogliamo realizzare nel Lazio. Non lo faccio certo per fare propaganda, ma perché le parole del “Manifesto” sono le mie parole, quelle che ho pensato, scritto e pronunciato per tanti anni. E oggi non saprei trovarne di migliori.

Innanzitutto noi vogliamo fare una rivoluzione nella Regione, anzi, non una, ma tre rivoluzioni. Oggi la Regione Lazio non è trasparente, non consente ai cittadini di vedere ciò che accade al suo interno, non fa vedere chi comanda, come vengono prese le decisioni, come viene utilizzato il denaro pubblico. Nell’era di Internet abbiamo a disposizione tanti strumenti e la trasparenza può essere totale. Nel caso delle istituzioni democratiche deve esserlo veramente. Quindi la prima rivoluzione deve essere quella della trasparenza.

Basta dirlo? No, ci vuole una legge che imponga la trasparenza. come? L’abbiamo scritto nel “Manifesto”

  • Pubblicità degli atti, delle retribuzioni, delle prestazioni e dei risultati.
  • Sviluppo di piattaforme OpenData su ogni settore, OpenSanità per condividere ogni dato sulla qualità dei servizi e dei percorsi di cura, OpenBilancio per consentire ai cittadini e alle imprese di controllare come vengono spesi i loro soldi.
  • Rendicontazione periodica dell’azione di governo, mediante le Giornate della trasparenza, le Conferenze dei servizi al livello centrale e nei singoli servizi (Asl, ospedali, aziende regionali).
  • Verbali dei Consigli di amministrazione delle società e delle aziende pubbliche on line.
  • Trasparenza, merito e pubblicità in tutte le nomine di dirigenti, manager, direttori generali.
  • Piano Regionale anticorruzione per la trasparenza di gare, appalti, contratti e contributi pubblici
  • Anagrafe degli eletti

Direi che per la prima legge può bastare, anche perché l’attuazione di questa rivoluzione non sarà per niente facile e i cittadini dovranno darci una mano.

D: Vasto programma per questa rivoluzione n. 1 considerando qual è la situazione di oggi. Passiamo alla rivoluzione n. 2

R: Se pensi che sia difficile la rivoluzione della trasparenza allora senti cosa vogliamo fare con la rivoluzione della partecipazione.

La situazione di oggi è semplice: la Regione Lazio non è aperta. Non è possibile per i cittadini e le loro associazioni concorrere ai processi decisionali; non è possibile partecipare alla  valutazione dell’attuazione delle decisioni; a quella del rispetto degli obiettivi assunti; non è possibile contribuire alla cura dei beni comuni attraverso forme di cittadinanza attiva. Insomma una sequenza di “non”. Però, ed ecco il motivo delle due rivoluzioni unite, la trasparenza senza la partecipazione serve a poco perché comunque possono crescere la discrezionalità, l’arbitrio, l’influenza dei gruppi di interesse. Certo i cittadini possono indignarsi, ma non intervenire direttamente. La rivoluzione della partecipazione vuole dare loro proprio questo potere.

D: Sì, ma concretamente come pensate di farlo?

Sai dopo oltre trent’anni a Cittadinanzattiva, sulla partecipazione ho accumulato una tale riserva di idee ed esperienze reali che potrei elencarle per ore. Mi limito soltanto ad indicarti tre punti, tre “piste” di lavoro con le quali si svilupperà il nostro impegno nei primi sei mesi di governo

  • Decisione condivisa cioè definizione di percorsi di consultazione civica sulle principali tematiche di governo e sulle leggi più importanti con la finalità di creare un “dialogo civile permanente” tra amministrazioni, associazionismo e singoli cittadini e sottolineo, singoli cittadini
  • Valutazione civica perché non c’è miglior occhio se non quello del cittadino per verificare il funzionamento dei servizi. Per questo la Regione proporrà ai cittadini di trasformarsi in controllori dei servizi regionali non in astratto e in maniera confusa, bensì mediante cicli di valutazione della qualità del servizio e dell’operato dei dirigenti.
  • Cittadinanza attiva ovvero dare valore alla sussidiarietà orizzontale con il coinvolgimento diretto di cittadini singoli e associazioni nello sviluppo dei servizi di welfare, nell’informazione e nell’educazione civica, nella cura e manutenzione del territorio, nella prevenzione dei rischi ambientali, nella cura degli anziani, nella gestione responsabile del ciclo dei rifiuti, nell’uso sostenibile delle risorse idriche.

Sembra il regno di utopia, no? E invece è quello che Cittadinanzattiva ha pensato, detto e sperimentato per decenni. Io so che è possibile e per questo voglio provarci sul serio a realizzarlo questo programma.

D: Spero che ce la farai sia perché attuare questo programma per la prima volta in un ente come la Regione Lazio che ospita la capitale avrebbe un valore esemplare, sia perché sarebbe il coronamento di un impegno per la cittadinanza attiva che ha segnato tutta la tua vita. Manca qualcosa però. Avevi detto che parte della rivoluzione sarebbe stato l’uso di internet. Cosa vi proponete?

R: Semplice: una rivoluzione digitale. Te l’avevo detto che le rivoluzioni erano tre e questa è la terza quella che deve fornire gli strumenti e facilitare le altre due. Visto che vanno di moda le agende noi l’abbiamo chiamata “L’Agenda Digitale del Lazio” cioè un insieme di interventi con i quali sarà possibile realizzare la trasparenza e la partecipazione. Cito alcuni degli obiettivi dell’Agenda Digitale dal “Manifesto”:

  • un Piano per portare la Banda Larga e la Rete di collegamento gratuito ad internet in modalità Wifi in tutti i comuni (ti ricordo che a Roma una rete minima di accesso gratuito è stata realizzata dalla Provincia proprio su impulso di Zingaretti)
  • lo sviluppo di una Cartografia digitale o “Carta della comunità” per il controllo del territorio
  • la realizzazione di nuovi servizi telematici pubblici per l’accesso alla documentazione sanitaria, l’abbattimento delle file agli sportelli, la semplificazione delle pratiche
  • l’incentivo alla realizzazione di servizi e applicazioni da parte di imprese, associazioni e singoli cittadini grazie all’utilizzo dei dati liberati dalla Pubblica Amministrazione.

Insomma dobbiamo chiudere una stagione opaca, triste, volgare e lontana dai cittadini ed entrare nel futuro che non è un mondo ideale, ma è fatto di partecipazione, di trasparenza, di semplicità nei rapporti fra cittadini e istituzioni e amministrazioni pubbliche. Come vedi una ricetta semplice, con pochi ingredienti, genuini e buoni. Io ci credo.

(intervista a cura di Claudio Lombardi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Lorenzo Misuraca (associazione da sud)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Parla Lorenzo Misuraca, associazione Dasud

  1. Parliamo di democrazia, di partecipazione e di politica. Questo è un periodo di grande mobilitazione della società civile, in tanti si domandano cosa possono fare per il cambiamento perché avvertono che istituzioni e forze politiche non riescono a tener testa alla crisi. A mobilitarsi sono tanti singoli cittadini che creano associazioni e movimenti, che non riconoscono più ai partiti un ruolo centrale nella politica e che vogliono agire in prima persona. Cosa sta cambiando nella società italiana?

Innanzi tutto va detto che la spinta al cambiamento non sarebbe così forte se il sistema partitico italiano non venisse da almeno due decadi di crisi dovuta a una forte autoreferenzialità, all’incapacità di effettuare un ricambio generazionale e alla corruzione, che è una costante nel sistema politico-amministrativo italiano.

In questo quadro si introducono due fattori scatenanti, uno dai tratti positivi e uno dai tratti negativi. Il primo è l’esplosione della rete come mezzo di comunicazione, organizzazione e condivisione di idee e umori. Senza internet e i social network, non sarebbe stato immaginabile per molti organizzare il proprio movimento politico in forma così radicalmente diversa dai vecchi partiti. Tutte le novità in questo senso, nascono su internet.

L’altro fattore è la durissima crisi economica e finanziaria degli ultimi anni. Crisi che è rapidamente diventata rimessa in discussione dell’intero modello economico-politico dominante, quello liberista, e che ha comportato conseguenze drammatiche anche dal punto di vista sociale (aumento disoccupazione, tagli alla sanità, al welfare, maggiore tensione e quindi maggiori misure repressive).

Questi tre fattori messi insieme (crisi dei partiti, esplosione del web 2.0 e crisi di modello economico) causano la forte spinta al cambiamento che si vede in Occidente e anche in Italia.

  1. La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Noi crediamo che non si debba essere teneri rispetto ai ripetuti fallimenti dei partiti italiani e alla loro incapacità di leggere i bisogni della società. Ma allo stesso tempo rifiutiamo il semplicismo con cui molti nuovi movimenti sostengono che basti cambiare la parola “politico” con quella di “cittadino” e “partito” con quella di “movimento” per risolvere i problemi.

Per quello che ci riguarda, il nostro compito, come tutte le organizzazioni che promuovono un cambiamento in positivo della società, (nel nostro caso il cardine è la battaglia antimafia a partire dall’estensione dei diritti sociali e civili), è fare pressione, dialogare quando è possibile, svelarne le colpe quando bisogna, con tutte le istituzioni e con i rappresentanti della politica. Che siano partiti o movimenti. E contemporaneamente innalzare il livello di coscienza e conoscenza del fenomeno mafioso nell’opinione pubblica.

Dunque per noi non è molto importante se la Repubblica che verrà sarà rappresentata nelle istituzioni più da persone provenienti da partiti o da movimenti, ma è importante che siano persone oneste e che abbiano una visione seria e complessa del fenomeno mafioso e che usino gli strumenti adatti per contrastarlo.

 3. Il fenomeno delle prossime elezioni saranno le liste civiche (quelle vere ovviamente nate dalla cittadinanza attiva e dai movimenti con il M5S in testa). Voi pensate che siano necessarie? E, soprattutto, pensate che siano sufficienti a cambiare le cose? Quali altri modi di partecipare alla politica pensate che siano efficaci?

Noi pensiamo che organizzarsi collettivamente per contribuire al miglioramento della società sia sempre un bene (fatta eccezione per le organizzazioni che perseguono obiettivi ricollegabili al fascismo, al razzismo, al sessismo). Crediamo che la democrazia abbia bisogno di momenti di partecipazione diretta e di luoghi in cui la democrazia funzioni per delega, come in Parlamento.

Entrambe le due fasi hanno bisogno l’una dell’altra per creare un circolo virtuoso. La storia del secondo dopoguerra italiano insegna che molte delle riforme in senso progressista sono state approvate grazie ad una forte spinta dei movimenti organizzati e della società civile in genere.

(intervista a cura di Angela Masi)

Quali liste civiche? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. La risposta alla terza domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggete qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la seconda qui (http://www.civicolab.it/?p=3853).

Dopo le precedenti risposte torniamo ancora sul rapporto fra politica e cittadinanza attiva. La politica dovrebbe essere sintesi degli interessi particolari e loro riconoscimento in un disegno generale di governo della società. Abbiamo detto che i cittadini attivi devono partecipare attraverso le reti civiche alle decisioni politiche e al controllo sulla loro attuazione. Come si può conciliare la molteplicità dei punti di vista che essi esprimono con la necessità di una visione più ampia che ne faccia la sintesi ? Alcune risposte a questo interrogativo sono già state date. Per esempio le liste civiche o particolari procedure di coinvolgimento dei cittadini contenute in varie norme (bilancio partecipato, comma 461 sui servizi pubblici locali ecc) che, però, sono poco conosciute e praticate.

Questa è una cosa molto complessa e bisogna decidere da dove partire cioè cosa viene prima e cosa dopo.

Prima di stabilire quali siano i giusti metodi c’è bisogno di superare l’emergenza della democrazia negata. Bisogna prima di tutto dare accesso ai cittadini alle dinamiche di scelta della classe dirigente che avviene per l’appunto in base alla credibilità di ogni singola proposta. Solo successivamente si potrà discernere il metodo più adatto a fare sintesi.

Ad esempio le primarie che ha fatto il PD hanno fatto chiarezza più di quanto non potesse fare l’investitura a Bersani decisa semplicemente dall’Assemblea nazionale del partito. E, comunque, le primarie se pur positive, non bastano da sole. Ma è un apprezzabile, timido tentativo di cambiare la situazione.

In ogni caso, prima di ogni cosa bisogna cambiare la legge elettorale ed introdurre le preferenze. Questo è il primo passo, altrimenti la polveriera su cui siamo seduti monterà sempre più forte e maggiori saranno i danni di un’inevitabile deflagrazione.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3851) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

 

Partecipare in un regime democratico significa prendere parte alla politica che è la funzione sociale che si occupa del governo della collettività. Ma la politica finora è stata vissuta come un compito riservato ai partiti. Oggi le cose appaiono in maniera diversa. C’è uno spazio politico che spetta ai movimenti civici e alla cittadinanza attiva? In particolare, queste realtà possono rappresentare i cittadini? E come?

I partiti sono previsti dalla Costituzione e, quindi, la partecipazione alla vita politica a livello delle istituzioni li rende necessari.

Il punto è un altro: quali partiti, o meglio che tipo di partiti. Certo non i partiti attuali che sono dei cartelli elettorali padronali in mano a pochi dirigenti. Si pensi all’UDC e all’IDV che si identificano con i loro leader. E poi,  non l’ho dimenticato: Berlusconi !!! innegabile che il suo sia il partito personale per eccellenza.

Certo non sono questi i partiti che avevano in mente i costituenti, figli di un epoca in cui l’ideologia ispirava la stessa partecipazione alla politica. Per l’appunto, venuta meno l’epoca delle ideologie poche persone si sono trovate a capo di scatole vuote con dei simboli e per un ventennio gli elettori hanno continuato a vederli come riferimenti: i democristiani si rivedevano nel simbolo dello scudo crociato, i comunisti nel partito della rifondazione e di altri minori, ecc. Ma quei partiti non esistevano più, erano un inganno per gli elettori a vantaggio di una classe dirigente falsa e bugiarda.

Oggi chi combatte questo sistema è accusato di fare antipolitica, come se la politica fosse quella di lorsignori.

No, proprio chi combatte questo sistema – cioè i movimenti – motivati da nobili intenti come quello di ridare la sovranità al popolo mediante la partecipazione attiva alla vita pubblica, fa politica, quella vera.

Altra cosa è poi l’esito, ma bisognerebbe entrare nel merito di ogni singola attività promossa in ogni movimento. Se si rimane al metodo può anche essere che non sia quello giusto, ma è comunque migliore di quello truffaldino e fallimentare dei partiti tradizionali ormai avulsi dalla realtà.

Il fattore discriminante tra i partiti ed il movimentismo è uno solo: LA DEMOCRAZIA INTERNA, che garantisce controllo e verifica dei risultati raggiunti dalla classe dirigente ed evita la stagnazione del “potere” in gruppi o in singole persone. Si pensi a Tony Blair, a Bill Clinton, a Jacques Chirac, a Josè Maria Aznar e ai tanti impegnati in politica nell’ultimo trentennio: fanno ancora politica attiva? Certo che no, perché dopo aver dato il loro contributo, bene o male, adesso fanno altro e hanno lasciato spazio ad altri. Vogliamo parlare dell’Italia? Da quanto Casini è in parlamento? Dal suo impegno a destra contro la sinistra, per poi essere contro la destra, poi il grande centro. Non è stato in grado di capire la parte giusta quale fosse? Allora è un incapace e dovrebbe andare via. Oppure no, non è stato in grado di imporre pienamente le proprie buone intenzioni ? Se non c’è riuscito in trent’anni di parlamento ci riuscirà adesso? Dovrebbe andare via lo stesso. La questione non cambia per D’Alema, Berlusconi, Di Pietro, ecc.

In Italia si è istituita la professione di politico, riservata a pochi, proprio come succede per i sovrani. No l’Italia è una repubblica parlamentare e da qualche tempo c’è in atto un gruppo di maldestri sovversivi che hanno usurpato il potere sovrano al popolo.

Sarebbe auspicabile per questi che a cacciarli fosse il movimentismo, mediante una rivoluzione pacifica, democratica nell’urna senza arrivare a quei rivolgimenti traumatici con cui tante volte nella storia vengono spazzati via gli usurpatori.

(intervista a cura di Angela Masi)

Democrazia, partecipazione, politica: intervista a Carmelo Cortellaro (Spazio civile)

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Cominciamo con la prima. Parla Carmelo Cortellaro di Spazio civile (www.spaziocivile.org). La seconda la trovate qui (http://www.civicolab.it/?p=3853) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3855).

Parliamo di democrazia e di partecipazione. Sappiamo bene che la prima senza la seconda non può funzionare e rischia di mantenere solo le apparenze della democrazia trasformandosi, di fatto, in un regime oligarchico che non riesce, però, nemmeno più ad esercitare la piena sovranità in ambito nazionale. Nell’epoca della finanza transnazionale che mette sotto scacco il potere politico degli stati che spazio ci può essere per la democrazia partecipata? E quanta consapevolezza c’è fra i cittadini della sua necessità?

La domanda è più complessa di quanto non appare, nel senso che sembrerebbe scontato e facile rispondere che la democrazia non esiste senza partecipazione, come anche affermare che le oligarchie già per principio non esercitano la sovranità popolare. Purtroppo nemmeno facile è ritagliarsi uno spazio partecipativo, per le persone, a fronte di una “finanza transnazionale” che di fatto ha “commissariato” il mondo. Infine, banale sarebbe dire che tra la gente vi è un’ampia consapevolezza della necessità di partecipare ma nel contempo, vi è anche la consapevolezza che è vano ogni tentativo che non sarebbe quello di una rivoluzione armata.

E’ proprio in questa “apparente normalizzazione” di un perverso circolo vizioso, innescato nelle dinamiche di partecipazione nelle attività di cittadinanza attiva e anche politica, che sta il pericolo peggiore.

Se si pongono a cento individui gli stessi quesiti, questi risponderanno tutti allo stesso modo: non vi è vera democrazia, le oligarchie sono solo un surrogato della sovranità popolare, ecc.

Pur tuttavia nulla si muove, a parte il positivo fermento in atto promosso dai movimenti, da quello di Grillo in giù. Non entro nel merito delle questioni dei movimenti e delle loro ricette in tema di economia o politiche del lavoro, ma mi riferisco solo al metodo.

Positivo perché chiama alla partecipazione la gente, quindi promuove il tentativo di stimolare il popolo a riattivare il circolo virtuoso della sovranità: cioè, il popolo esprime il proprio volere con la scelta dei suoi rappresentanti e questi dovrebbero poi fare gli interessi del popolo. Oggi, come è noto, i rappresentanti del popolo non lo sono veramente dato che i parlamentari vengono, di fatto, nominati dai segretari dei partiti. Si spezza la catena quindi e si innesca un circolo vizioso per cui i parlamentari non fanno gli interessi del popolo contro la corruzione ad esempio, perché non sarà il popolo a rieleggerli; faranno, invece, gli interessi della casta. Non a caso latitano i parlamentari sul territorio, dove dovrebbero recepire le criticità, i bisogni e renderli noti in Parlamento per provare a dare delle risposte. Gli onorevoli invece vivono stabilmente a Roma, dove bisogna ritagliarsi un proprio spazio all’ombra del leader che potrà premiarli o bocciarli con la riconferma a parlamentare nominato.

Un esempio pratico è “l’associazione a delinquere” che è EQUITALIA. In questo caso la società nasce per un principio giusto: recuperare i mancati pagamenti destinati allo Stato. Però in realtà si istituisce una vera e propria società illegale che nei fatti sembra praticare l’usura e l’estorsione. A fronte di un debito verso lo stato di 10 non si può chiedere 30 di cui poi 10 destinato non allo stato ma agli stipendi dei dirigenti di EQUITALIA, tutti vicini alla casta, come il figlio dell’ex ministro Visco. Un altro circolo vizioso. Allora, se vi fossero stati veri rappresentanti del popolo in Parlamento si sarebbe arrivati sull’orlo del baratro degli attentati dinamitardi per chiudere Equitalia come sembra che si farà nel prossimo futuro? Ecco allora il punto: quando si ferma la casta? Quando il popolo esasperato reagisce facendo saltare il banco. Come? I modi sono due, da una parte l’esplosivo come nel caso di Equitalia, dall’altra la riappropriazione della sovranità da parte del popolo. E’ auspicabile che nessuno proceda con la prima modalità perché la violenza comunque lascia sempre ferite profonde. Rimane allora la lotta politica. Ma come, con i partiti che abbiamo adesso? Certo che no. Il movimentismo spontaneo, questo sì che potrà smuovere le acque e lo sta già facendo. Guarda caso, la classe dei nominati chiama questa forma di partecipazione alla cittadinanza attiva ANTIPOLITICA !!! davvero il paradosso.

Vorrei aprire una parentesi sui recuperi del non pagato. Anche in questo caso si fa propaganda fasulla accusando e stigmatizzando il popolo italiano fatto passare più di quanto non lo sia per evasore. Andiamo per ordine, intanto la pressione fiscale attuale del 65% su chi paga non è legale, pertanto è lo Stato che va accusato della responsabilità di far chiudere centinaia di migliaia di imprese. Con questa pressione fiscale non so quanto si possa parlare di evasione per chi non riesce a pagare l’impossibile. Altro paradosso è che la lotta all’evasione la dovrebbe fare la casta, proprio  quella dei diamanti comprati con i soldi del finanziamento pubblico ai partiti, quella dei milioni di euro spariti dalle casse della Margherita, quella dei Fiorito, ecc.

C’è bisogno di persone che si inventino un percorso per uscire dalla situazione di stallo cui ci troviamo.

(intervista a cura di Angela Masi)

Sostituire la partitocrazia? Intervista a Paolo Andreozzi

Diamo la parola ai protagonisti. Tre domande, tre risposte. Risposta alla seconda domanda. Parla Paolo Andreozzi membro del direttivo dell’associazione “da Zero” (www.dazero.org). La prima la leggi qui (http://www.civicolab.it/?p=3821) e la terza qui (http://www.civicolab.it/?p=3829).

Il tema è sempre quello: la partecipazione che va oltre il voto come anima e sostanza della democrazia

La politica è la questione centrale perché si tratta della funzione sociale con la quale la collettività decide su sé stessa, si autogoverna. Il vecchio modello partitocratico ha fatto danni enormi e deve scomparire per sempre. Con cosa lo sostituiamo? Voi cosa potete fare?

Con cosa lo sostituiamo? E cosa si può fare? Mica facile.

governo cittàI movimenti mordi-e-fuggi scontano il limite intrinseco cui facevo cenno, e non riescono a canalizzare né il dissenso diffuso né la voglia di partecipare in niente di incisivo da contrapporre allo strapotere delle élite economico-finanziarie e delle loro ‘interfacce’ nel mondo della politica professionale. Anzi, a volte credo che certi ‘esperimenti’ di chiamate a raccolta con gli slogan più banali dell’orizzontalismo irriflesso (‘nessuno ci rappresenta’ ‘non stiamo con nessuno’ ‘non ci vogliamo irrigidire in un programma o in una struttura’), che in effetti raccolgono pochini o nessuno, siano concepiti e gettati a ripetizione nell’arena civicopolitica proprio con l’intento occulto di alzare il livello della confusione e di estenuare i cittadini meno preparati fra quelli indignati a vario titolo.

D’altronde, la decerebrazione indotta nel pubblico italiano da trentacinque anni di televisione commerciale e l’analfabetismo politico ‘di ritorno’ – conseguenza di quasi vent’anni di confronto politico trasformato in braccio di ferro tra macchiette d’avanspettacolo – non si sanerà che nel lungo periodo. E intanto ci teniamo Grillo, per esempio, che è un altro frutto solo più complesso della stessa china antropologica.

centroRispetto ai movimenti fluidi – nei quali però ci sono bellissime eccezioni a quanto detto, come il movimento per l’acqua pubblica che altroché se ha dato risultati concreti rispetto ai suoi obiettivi – il mondo delle associazioni della ‘cittadinanza attiva’ presenta caratteri diversi: scopi razionalmente fissati e condivisi, regole e statuti, struttura e portavoce, metodiche di democrazia interna.

Il problema delle associazioni è un altro, dal mio punto di vista, e consiste nella loro impronta prettamente ‘di causa o vertenza specifica’, marcando la quale – ognuna diversa dalle altre – non facilmente arrivano alla sacrosanta ‘rinegoziazione dei rispettivi confini’ che sola farebbe fare il salto di qualità nell’elaborazione e nell’azione di tutte, capace forse di fronteggiare davvero le strategie di chi permane nella ‘stanza dei bottoni’.

Per questo credo che prima della scomparsa del vecchio modello di partito – al di là della disaffezione quasi generale, poi a chiamata la gente risponde (vedi le recentissime primarie del centrosinistra) – ebbene, manca ancora un bel tratto di maturazione nell’indipendenza culturalpolitica sia degli individui sia dei gruppi in cui si uniscono dinanzi ai problemi della polis.

(intervista a cura di Angela Masi)

Il motore del futuro: lezioni dagli USA (di Claudio Lombardi)

Nel diluvio di commenti sull’elezione di Obama è difficile dire qualcosa di originale che non sia già stato detto o letto. Eppure ci sono alcune riflessioni che vale la pena comunque proporre perché toccano aspetti cruciali della politica in generale e del modo di agire di una forza progressista.

Molti potrebbero contestare già questo punto di partenza perché non considerano il Partito Democratico USA una forza progressista. Che lo sia o meno, però, non lo decide un articolo o un saggio o una dichiarazione per il semplice motivo che lo ha già deciso la storia. Negli USA la sinistra o centro sinistra o la parte progressista che dir si voglia è il Partito Democratico. Che poi spesso non si sia comportato come tale è un altro discorso che potrebbe essere rivolto ad altri partiti in tanti altri paesi del mondo. La coerenza, si sa, è più facile rivendicarla dagli altri che praticarla direttamente.

Della campagna elettorale USA sappiamo molto, ma soprattutto si è parlato di soldi: quanti ne ha raccolto Obama, quanti ne ha raccolto Romney. Ben poco sappiamo di quello che hanno fatto i militanti dei due partiti e poco di quanto gli americani abbiano partecipato al confronto aspro, ma ricco che ha coinvolto i due candidati. Abbagliati dal luccichio dell’oro abbiamo un po’ trascurato ciò che accadeva fra gli esseri umani. Da alcune cronache, da alcuni dettagli sembra, invece, che questo aspetto sia stato fondamentale. I soldi sono serviti ad attirare l’attenzione e ad attizzare il dibattito e lo scontro con un diluvio di spot televisivi certo, ma un ruolo, forse altrettanto importante, lo hanno avuto le telefonate a casa degli elettori, il lavoro porta a porta e la preparazione degli eventi pubblici.

Abbiamo così scoperto che la politica negli USA non è fatta solo di media, ma anche di gente in carne e ossa e che la ricerca di un contatto diretto con i cittadini resta sempre uno degli strumenti fondamentali delle campagne elettorali e, quindi, della politica.

Per noi italiani che, tante volte, abbiamo guardato agli USA per farne un nostro modello nei più diversi campi è una bella scoperta. Se la capiamo bene, magari riusciamo a farla nostra prima che passi quel lasso di tempo che sempre separa l’originale dalle imitazioni. In realtà, basterebbe che guardassimo alla tanto vituperata Prima Repubblica per capire che anche noi abbiamo un “originale” a cui rifarci: il partito di massa radicato nel territorio, con migliaia di sedi frequentate dai cittadini e con quella trasparenza e quel controllo impliciti e inevitabili quando le persone, tante persone, si coinvolgono direttamente e partecipano. Non c’è più quel tipo di partito? E allora? Si può sempre rifare e comunque ci sono le associazioni e i movimenti della cittadinanza attiva. E se non partecipano alla politica che senso hanno?

Altra riflessione riguarda la correttezza e il senso delle istituzioni che hanno i politici negli USA. Il riconoscimento senza recriminazioni della vittoria è qualcosa che abbiamo visto già diverse volte. La trasparenza che viene imposta a chi si impegna in ruoli pubblici pure. Siamo stati spettatori di vicende (francamente per noi inimmaginabili) che hanno toccato gli aspetti più intimi della vita del Presidente Clinton. Abbiamo constatato la “spietatezza” con la quale viene colpita la menzogna, la slealtà e la disonestà di un uomo pubblico. Ecco un modello da copiare senza se e senza ma. Noi che siamo abituati a politici condannati e pluriinquisiti che discettano di sottili questioni giuridiche o che si dichiarano perseguitati politici anche quando organizzano orge con prostitute minorenni o truffano lo Stato e sempre vogliono restare al loro posto dovremmo imparare dagli USA. Imparare e imitare, ma subito perché il nostro sistema distrugge la fiducia nello Stato e nella legalità.

L’ultima riflessione parte dall’affermazione di Obama che ha detto di tornare alla Casa Bianca più determinato che mai. Ebbene sì di questa determinazione c’è un gran bisogno perché (sta scritto in tutti i commenti) Obama ha corso il rischio di non essere rieletto non solo e non tanto per le promesse non mantenute, ma per aver dato l’impressione di non avere il coraggio e la fermezza di provarci a mantenerle.

Ecco un altro bell’insegnamento: una forza progressista non può solo moderare i contrasti e mantenere gli equilibri esistenti. Ciò contraddice le ragioni della sua stessa esistenza. Esiste perché c’è bisogno di rinnovamento e di progresso e se non si impegna con coraggio anche “gettando il cuore oltre l’ostacolo” chi di quel cambiamento ha bisogno non ci metterà il suo di cuore.

Ricordiamocene noi italiani che vogliamo essere progressisti o di sinistra. Il cuore e la passione delle persone sono essenziali per mettere su basi solide visioni, ideali, sogni che alimentano il futuro. Ma il cuore e la passione non si comprano coi soldi, si conquistano con il dialogo e con la partecipazione.

Claudio Lombardi  

Meno Stato, i servizi ai privati = meno spesa pubblica? (di Guido Grossi)

Ridurre la presenza dello Stato? Schiariamoci le idee. Se chiediamo ai cittadini: “vuoi che il peso dello stato venga ridotto?” immagino che una schiacciante maggioranza voti per il sì. Ne abbiamo le scatole piene di pagare oltre il 50% del nostro reddito a stato ed enti locali.

Proviamo, però, a modificare la domanda: “vuoi rinunciare ai servizi pubblici, alla scuola pubblica, all’acqua pubblica, alla sanità pubblica, alla giustizia pubblica alla sicurezza pubblica?” Sinceramente, credo che la proporzione fra si e no si inverta immediatamente.
C’è una grande incoerenza fra le due risposte. Perché?

Un modo abbastanza perverso e vigliacco di presentare le cose è quello di fermarsi alla prima domanda. Ed è esattamente il modo che ci propina il sistema informativo ufficiale. Lo Stato spende troppo.. bisogna tagliare.. bisogna privatizzare. (ce lo dice anche il Governo.. ce lo dice l’Europa.. ce lo dice la BCE.. ce lo dicono i mercati !). Naturalmente non viene detto, ma si lascia intendere che i privati sono più bravi e più efficienti nel gestire i servizi.

Cominciamo con il rilevare una cosa: i mercati (e chi rappresenta i loro interessi) hanno un grosso conflitto di interessi nel fare questa affermazione. Sanno che la gestione privatizzata dei servizi pubblici porta affari molto lucrosi per chi li gestisce.

Rileviamo anche una coincidenza: i politici che dovrebbero controllare l’efficienza della gestione nei servizi pubblici sono gli stessi che possono decidere di dare il servizio in gestione ad aziende private. Magari aziende private amiche. Magari aziende private nelle quali hanno un interesse personale. Ancora, conflitto di interessi: molti politici hanno un interesse oggettivo a far funzionare male i servizi pubblici.

Seconda questione: l’affidamento a privati dei servizi fa risparmiare. Ora, che la gestione privata dei servizi pubblici comporti per i cittadini un taglio dei costi è falso, un falso vero e proprio. Perché? I privati non sono mica scemi che lavorano gratis per il bene comune. Lavorano per un profitto. E non ci può essere alcun dubbio su un fatto: se devono scegliere fra un maggior profitto ed una minor qualità del servizio offerto, o viceversa scelgono il maggior profitto che rimane il loro principio guida.

In soldoni: se mi riducono le tasse di 100 euro perché un servizio viene passato ad un privato, e quel privato mi fa pagare per un anno 95 e per quelli successivi 105, 110 e via crescendo non mi hanno forse preso per fesso? Stesso discorso se il privato tiene i prezzi bassi perché è sussidiato dal soggetto pubblico responsabile del servizio (comune, regione, ente governativo ecc). Quello che non arriva dalle tariffe, arriva dai fondi pubblici cioè dalle tasse pagate dai cittadini.

Torniamo allora alle risposte incoerenti alle due domande. Prima di accettare acriticamente il postulato con il quale i mercati, la BCE, i politici corrotti vogliono convincerci (o costringerci) a privatizzare il più possibile, proviamo a porre una terza domanda:
“è possibile alzare la qualità del servizio pubblico spendendo meno?”

Ecco, io credo che il vero desiderio dei cittadini italiani, in realtà, sia proprio questo: avere dei servizi pubblici di buona qualità ad un prezzo accettabile. E’ un’utopia? Sicuramente sì, se aspettiamo che i nostri rappresentanti cambino miracolosamente registro, o che l’uomo della provvidenza venga a salvarci. Sicuramente no, se la smettiamo di lamentarci e cominciamo ad assumerci le nostre responsabilità.

Come? alziamo il culo (scusate il linguaggio, ma è più diretto così), ci associamo ad altri cittadini, ci presentiamo al sindaco, e cominciamo a mettere il nostro naso nella gestione dei servizi pubblici. Non c’è assolutamente bisogno di lauree ed esperienza. Il buon senso di chi è capace di gestire gli affari di casa propria è più che sufficiente ad individuare soluzioni migliori di quelle che mercati interessati e politici corrotti hanno individuato nell’interesse di pochi e non della collettività.

Ultima considerazione: i servizi pubblici efficienti ed efficaci (non è la stessa cosa perché un conto è far funzionare bene una macchina che non raggiunge risultati e un altro è raggiungere risultati efficaci con una macchina che marcia bene senza sprechi) non sono un affare che riguarda solo i cittadini. Non sono, cioè, un benefit come l’auto di servizio o il cellulare o il pc dati ai dirigenti o ai manager. Sono, insieme, il tessuto nervoso, venoso e osseo di una società perché senza i servizi niente funziona come dovrebbe: non la mobilità che precipita nel caos, non la distribuzione di acqua, energia e gas, non l’assistenza sanitaria, non la costruzione e manutenzione delle strade, non l’istruzione ecc ecc. I servizi corrispondono, quindi, ad un interesse generale primario e non vi si può rinunciare; sono anche un investimento perché se funzionano loro ci sono le condizioni perché funzionino bene tutte le attività sociali.

Sarebbe l’ora, quindi, di smettere di parlare dei servizi come un peso per le finanze pubbliche. Un peso sono la corruzione e gli sprechi o un sistema politico che dispone di uno strapotere cui non corrisponde la capacità di governare. Ma anche in questi casi i cittadini dovrebbero alzare il culo (ancora scusate il linguaggio, ma ci vuole), associarsi e darsi da fare per raddrizzare la situazione. Sempre che lo vogliano ovviamente.

Guido Grossi

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