Dai movimenti romani la spinta per una nuova politica: intervista a Marcello Paolozza

Marcello Paolozza è portavoce della campagna Diamocidafare (www.diamocidafare.com)

D: Sabato a Roma si svolgerà una manifestazione contro la decisione della giunta Alemanno di vendere l’Acea (società che eroga elettricità e acqua) ai privati. L’ iniziativa è dei promotori del referendum sull’acqua pubblica svolto nel 2011; parteciperanno insieme decine di associazioni, comitati di base, organizzazioni di cittadini, sindacati e le organizzazioni cittadine di alcuni partiti. Che pensi di questa iniziativa e dello schieramento che si è formato? È una novità importante che partecipino anche alcuni partiti?

R: Intanto diciamo che affrontare la questione della gestione dei beni comuni e dei servizi pubblici ha un’importanza speciale per noi tutti e, quindi, per la vita della collettività. È un campo che non può essere lasciato al caso o, meglio, al predominio delle logiche di mercato perché si tratta della difesa della qualità della vita. I diritti che sono stati conquistati (e ci sono voluti tanti anni di lotte e di impegno sociale e politico) comprendono anche il diritto ad avere servizi essenziali come l’acqua, l’assistenza sanitaria, la raccolta dei rifiuti,  un sistema di mobilità collettivo. Il tutto per permettere a tutti di vivere in una città pulita e ordinata e di usufruire delle opportunità che una città moderna può offrire. Tutto ciò è possibile solo se garantito da un governo dei beni comuni e dei servizi assunto e svolto da chi rappresenta l’interesse della collettività. Ciò non vuol dire che la gestione o la responsabilità spetti soltanto allo Stato e agli enti locali; questa rimane un punto fermo pur se espressa in forme diverse da quelle sin qui sperimentate, ma è essenziale che i beni comuni siano gestiti anche con la partecipazione attiva dei cittadini ai processi di governo e amministrativi della città.

Ecco, la manifestazione di sabato vuole sottolineare o ricordare questa prima grande novità. Poi c’è l’altra novità cioè la partecipazione di alcune forze politiche. Evidentemente hanno capito che è ora di prendere sul serio il tema della partecipazione e che di questo non si devono occupare solo associazioni e movimenti. Possiamo infatti constatare che la partecipazione, il coinvolgimento, la responsabilizzazione dei cittadini stanno diventando temi centrali nella preparazione degli appuntamenti elettorali e chiunque pensi di presentarsi alle elezioni nel suo programma sta bene attento ad inserirli.

Ovviamente la partecipazione non ha senso inserirla in un programma elettorale e basta perché è essenziale per disegnare il futuro delle città dato che gli schemi con cui fino adesso sono state governate non reggono più di fronte all’esigenza di coinvolgere i cittadini in maniera attiva nei processi di governo del territorio. Questo lo vediamo ogni giorno: pensare di governare cittadini passivi significa lasciare le città nel disordine e nell’incuria. Per questo in alcuni partiti, probabilmente, emerge la consapevolezza che è necessario non perdere il contatto con i cittadini e che bisogna tenere conto dei movimenti che si sviluppano e si organizzano autonomamente.

Il grande problema che abbiamo tutti è la costruzione di nuove relazioni sociali che permettano di governare i beni comuni e i servizi a vantaggio della collettività. E per questo è inutile cercare la soluzione nel mercato: occorre affrontare la cosa in termini molto più ampi.

D: Guardando alle decine di sigle di associazioni fra i promotori della manifestazione di sabato prossimo si leggono i nomi delle politiche pubbliche (rifiuti, servizio idrico, trasporti e molti altri). Quindi queste associazioni stanno pienamente dentro la politica. Sei d’accordo con questa valutazione e pensi che siano in grado di starci proponendo efficaci soluzioni di governo? E se sì come considerare l’incontro con i partiti: sono anch’essi parte della società civile che individua le sue espressioni politiche con una molteplicità di forme? Ossia: può essere questa la base per costruire un programma di governo della città?

R: Io penso che i movimenti che saranno in piazza sabato e i movimenti che in questi ultimi mesi hanno aperto una serie di vertenze sui temi concreti dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico pongono, come dicevi, problemi prettamente politici. Alla domanda se sono consapevoli di tutte le implicazioni che ci sono in queste loro battaglie, ossia che si tratta di costruire un programma di governo della città, forse la mia risposta è: ancora no.

Qui, in effetti, c’è una difficoltà perché, per esempio, una cosa è dire che l’acqua è pubblica, un’altra è individuare nuove forme di gestione partecipata. Prendiamo il caso dell’ACEA fondata tanti anni fa e messa a capo di due servizi essenziali – quello elettrico e quello idrico – pubblici da sempre, al cui interno è cresciuta una parte importante del proletariato romano. Questa azienda pubblica era governata nel passato in forme, con criteri e con metodi che oggi non sarebbero più adeguati. Ma nemmeno lo sono le odierne logiche di società per azioni che sta in Borsa e che si proietta tutta sul mercato (e per questo, forse, vogliono privatizzarla; così completano la trasformazione). Occorre pensare ad altre forme di gestione che si rivolgano ai cittadini con il coinvolgimento responsabile e non con logiche aziendali. Insomma cittadini come cittadini e non come clienti o consumatori di un prodotto.

Lo stesso si può dire per tutte le aziende pubbliche che sono presenti a Roma. Nel caso dei rifiuti poi questa impostazione si fa eclatante perché una gestione dei rifiuti fatta con criteri di sostenibilità non può che basarsi sul coinvolgimento attivo dei cittadini che non significa solo mettere il sacchetto nel contenitore giusto, ma proprio partecipazione attiva al ciclo dei rifiuti.

Non saprei dire adesso esattamente in quali forme che vanno ricercate e “inventate” perché su questo si devono misurare le associazioni e i movimenti, ma sicuramente ciò implicherà una nuova struttura del servizio pubblico e una nuova articolazione sul territorio. Ecco su questa elaborazione i nostri movimenti sono ancora in ritardo e i partiti politici, secondo me, nello stesso tempo, rischiano di continuare a riprodurre le vecchie logiche di gestione che portano a concepire le aziende con gli stessi consigli di amministrazione e con tutta l’organizzazione aziendale che ha prodotto tanti guasti e lo spreco di risorse all’ombra di pretestuose logiche di mercato. Mi sembra che questo debba essere l’oggetto del dibattito che ci dovrà essere nei prossimi mesi e anni in questa città e non solo in questa città a cui a cui dovranno partecipare tutte le associazioni e i movimenti che si sono formati. Rispetto a questo dovranno misurarsi anche i partiti se vogliono essere, come dovrebbero, parte della società civile.

D: Mi sembra che parlando di movimenti e di partecipazione dei cittadini non abbiamo nemmeno pensato di ricorrere al concetto di antipolitica

R: Assolutamente no. Io non credo che questi movimenti abbiano mai espresso una voglia o un desiderio di antipolitica. Forse possono aver raccolto, anche al di là della loro stessa volontà, delle spinte in questo senso presenti in settori della popolazione colpiti dalle degenerazioni e dagli scandali, ma a me non sembra, per esempio, che il movimento per l’acqua pubblica abbia mai espresso posizioni che possono essere considerate come antipolitica. Tutt’altro, il movimento per l’acqua pubblica si è mosso proprio sul terreno della politica vera e propria rivendicando un cambiamento e dichiarandosene parte attiva. Se si tratta di contestare  gli attuali partiti si tratta di contestarli perché hanno deviato e si sono trasformati in qualcosa di negativo, magari non interamente, ma nella parte prevalente sì. Ma la questione di cancellarli non si pone proprio. Quella di rifondarli sì proprio partendo dal bisogno che hanno i cittadini di organizzarsi politicamente. Questo bisogno è ineludibile perché riguarda il governo della collettività dovrà trovare nuove forme, ma non può essere cancellato.

Intervista a cura di Claudio Lombardi raccolta il 5 maggio 2012

Appello al mondo delle associazioni e del volontariato (di Guido Grossi)

La nostra società civile è di una ricchezza meravigliosa. Le forme di aggregazione sociale che esprime sanno essere belle, generose, serie, competenti. Rappresentano, insieme al mondo della produzione reale e del lavoro, una forza fondamentale a sostegno del tessuto sociale della nazione, per altri versi fragile e lacero.

Nellʼassociazionismo e nel volontariato noi cittadini italiani siamo riusciti a ritagliarci lo spazio per coltivare valori come cultura, solidarietà, giustizia, accoglienza, rispetto e amore per lʼambiente che ci ospita, rispetto e amore per i beni comuni.

Tutti valori, purtroppo, negati dalla prevalente cultura del consumismo, della giustificazione del profitto e del successo a tutti i costi.

Nelle nostre associazioni sappiamo esprimere una competenza tecnica approfondita, in grado di definire e avanzare proposte eccellenti, concrete, capaci di rendere migliore la nostra civile convivenza.

Per scelta legittima, le nostre associazioni hanno sempre preso le distanze dai partiti politici. La realizzazione degli scopi sociali è stata perseguita con il nostro personale lʼimpegno e presentando istanze e richieste alle istituzioni pubbliche, laddove necessario.

Eppure, sempre più spesso, quelle proposte restano inascoltate.

Quale sconsolante contrasto con lo scenario politico: corruzione, malaffare, sprechi, ingiustizie macroscopiche, privilegi intollerabili e tanta, tanta mancanza di buon senso e di buona fede!

La gestione della cosa pubblica è stata mercificata. Ogni iniziativa è vista in funzione esclusiva dei costi e dei vantaggi economici che se ne possono ricavare. Quasi sempre, solo per pochi privilegiati o conniventi. Ogni altro valore è diventato secondario. Il prevalere incondizionato degli interessi privati ed il mito del profitto e della crescita economica hanno distorto i rapporti politici.

E stanno stravolgendo la vita di tutti noi, con una accelerazione inattesa.

Siamo rimasti vittime delle lusinghe del consumismo e della crescita economica, disvalori che i mass media ci hanno inculcato per decenni. Abbiamo coccolato lʼidea di un benessere diffuso… per svegliarci, in questi mesi, in una specie di incubo. Per scoprire che i nostri figli non trovano un lavoro decente, che i nostri amici lo perdono, che lʼItalia rischia il fallimento, che i servizi sociali non possono più essere mantenuti.

La politica non trova soluzioni accettabili. Solo sacrifici scaricati sulle fasce meno rappresentate e meno tutelate.

I mercati finanziari mostrano ora il loro vero volto, e ci minacciano. E li scopriamo più forti, importanti e potenti degli stessi politici che dovrebbero controllarli e contenerli.

Appare sempre più evidente che le scelte della politica sono indirizzate dai creditori esteri e dai mercati finanziari. Cominciamo a vedere, con occhi increduli, che le Istituzioni dellʼUnione Europea non sono quella cosa seria e responsabile che avevamo immaginato, da contrapporre allʼItalia sprecona e corrotta. Non esiste lʼEuropa dei cittadini e dei popoli.

Scopriamo con smarrimento che le Istituzioni di questa Unione – che non conosciamo, non controlliamo, non sappiamo come funziona – antepongono gli interessi della finanza internazionale a quelli dei cittadini europei. E per tutelare quegli interessi, Governo dei tecnici e partiti politici nel Parlamento, indirizzati dalla Banca Centrale Europea e dallʼUnione Europea, sono disposti a sacrificare i più deboli, a imporre sacrifici tanto ingiusti quanto insensati a chi, onestamente, non può più sopportarli.

Chiunque abbia un minimo di buon senso e di onestà intellettuale vede che la crisi economica che stiamo vivendo nasce dagli eccessi della finanza. Continuiamo a scontare nellʼeconomia reale – e nella vita di tutti i giorni – le follie perpetrate dalla speculazione internazionale; lʼassurdità delle bolle speculative mai contrastate dalle banche centrali e dalle istituzioni che paghiamo per controllarli; le distorsioni di un sistema bancario che non presta soldi alle imprese ed alle famiglie, per favorire, invece, la speculazione più cinica, si elargisce privilegi ingiusti e non paga mai per i propri errori.

Eʼ una crisi di valori, una crisi sociale di proporzioni devastanti, che sta stravolgendo, in pochi mesi, la fiducia nel nostro futuro.

Come altro giudicare il fatto che si ritenga accettabile che mille miliardi di euro (cifra inconcepibile!) possano essere concessi ad un sistema bancario privato i cui problemi affondano le radici proprio nel predominio e negli errori della finanza? Nessuno dei responsabili è chiamato a pagare per quegli errori, mentre i governi scelgono di scaricare il costo del salvataggio sulla cittadinanza, imponendo sacrifici di lacrime e sangue alle popolazioni già duramente provate dalla crisi.

Non è forse evidente che la scelta è politica, e non tecnica?

Quei mille miliardi di euro potrebbero essere utilizzati per creare milioni di veri posti di lavoro, per realizzare i bisogni della popolazione, per finanziare le innumerevoli iniziative che le nostre associazioni propongono, ma non trovano riscontro né ascolto.

La politica oggi sceglie, colpevolmente, di privilegiare alcuni interessi, e non altri!

Eʼ vero, come cittadini abbiamo la colpa di aver smesso di interessarci in prima persona della gestione della cosa pubblica, abbiamo abdicato al dovere di capire, di giudicare. Ci siamo affidati, convinti che la complessità del mondo moderno fosse al di fuori della nostra possibilità di comprensione e governo. Ci siamo spersi nella vastità della polis globale.

Ma non avremmo mai creduto possibile che al profitto ed ai mercati sarebbero stati sacrificati valori irrinunciabili come la dignità della vita umana, la centralità del lavoro, la sostenibilità sociale ed ambientale.

La disperazione degli imprenditori che si suicidano, dei giovani che non trovano un lavoro decente e non hanno un futuro, di donne ed uomini licenziati prima di poter maturare una pensione, la convinzione, sempre più evidente, che tasse e licenziamenti non potranno farci stare meglio, ma servono solo per favorire gli interessi di pochi ricchi, cinici, speculatori.

Tutto questo è inaccettabile.

Chi ci rappresenta e governa non è più in grado di rispondere ai più elementari principi dellʼetica politica. Ignora quei valori di giustizia e solidarietà che ci spingono a regalare il nostro tempo e le nostre energie alle aggregazioni della società civile.

Eʼ venuto allora il momento anche per il mondo delle associazioni e del volontariato di domandarsi se la scelta di mantenere le distanze dai partiti e dalla politica sia ancora corretta. Chiediamoci, senza pregiudizi, se la scelta sia compatibile con la distanza abissale che continua a crescere in maniera preoccupante fra cittadini e classe politica dirigente, fra le richieste sane di chi si dà da fare in prima persona per un mondo più umano, e chi, per egoismo e meschino interesse economico, quel legittimo desiderio di umanità nega a tutti noi.

Eʼ tempo di reagire. Le scelte politiche che ci impongono i mercati, e che la classe politica adotta acriticamente pur di mantenere i propri privilegi, sono tanto ingiuste quanto pericolose. Ci portano alla rovina. Ci stanno condannando ad una recessione profonda.

Cʼè un enorme bisogno di buon senso. Un enorme ed urgente bisogno di rimettere la persona umana, con il suo bisogno insopprimibile di socialità e solidarietà, al centro dei nostri pensieri.

Le energie sane che utilizziamo per custodire quei valori nel mondo delle nostre associazioni, possono essere una risposta vincente per ristabilire un equilibrio più umano nella nostra società.

Dobbiamo domandarci se la distanza mantenuta nei confronti della classe politica sia ancora una legittima difesa.. O un errore, una omissione, una colpevole mancanza di coraggio nel vedere come stiano realmente le cose.

Eʼ tempo di aprire bene gli occhi.

Gli eccessi della finanza hanno creato nei decenni passati, fra una bolla speculativa ed unʼaltra, una ricchezza di carta di proporzioni immani. Ricchezza di carta che ha perso ogni ragionevole contatto con la vera produzione di beni reali e di servizi utili ai cittadini. Si è concentrata nelle mani di pochi, ed in quei pochi ha concentrato un potere di condizionamento enorme, capace di asservire ai propri obiettivi le scelte della politica ma anche dellʼinformazione, della ricerca, della giustizia, delle autorità di controllo, delle istituzioni sopra nazionali.

Non è sostenibile, quella ricchezza di carta. Eʼ destinata a sgonfiarsi. Ma prima che ciò avvenga, il potere di pochi farà di tutto per non disperdere quel patrimonio. Eʼ disposto, cinicamente, a mandare in rovina intere popolazioni, a causare recessione e povertà.

Perché in quelle condizioni di disperazione di molti, potrà trasformare, a condizioni per se vantaggiose, la ricchezza di carta in beni reali, acquistando a prezzi di saldo aziende, case, terreni, immobili, patrimonio pubblico e privato messo in svendita per sopravvivere.

Così sta accadendo in Grecia – nel silenzio colpevole dellʼinformazione ufficiale. Così accadrà presto in Spagna, in Portogallo, nella nostra Italia. Se non corriamo ai ripari.

Abbiamo, tutti, la responsabilità di capire, di interrogarci, di darci risposte. Senza veli e senza pregiudizi. Abbiamo tutti noi, come singoli e come associazioni, il dovere, etico, politico, umano, di impegnarci in prima persona.

I partiti tradizionali hanno perso la forza di rigenerarsi, perché i privilegi che la classe dirigente si è ritagliata la rendono connivente con le scelte scellerate della finanza; invischiata con un mondo degli affari in maniera che la rende inadeguata – non interessata – a rispondere ai bisogni della cittadinanza.

Come società civile, allora, abbiamo il dovere civico di mobilitarci. Come mondo delle associazioni e del volontariato dobbiamo trovare il coraggio di compiere quel passo che solo pochi mesi fa sembrava impensabile: dobbiamo farci movimento politico, nuovo interprete dei bisogni che sono i bisogni primari, insopprimibili, irrinunciabili, stampati nella mente e nel cuore di ognuno di noi, cittadini volontari ed associati.

Già da mesi sono nate nel paese forme nuove di movimenti, liste elettorali, soggetti politici che interpretano questa esigenza di rispondere ai bisogni più elementari di giustizia e solidarietà ignorati dalla politica ufficiale.

Nelle ultime settimane queste realtà si cercano, si confrontano, sono in cammino per realizzare il desiderio comune di aggregarsi, per dare consistenza a quello che sembrava irrealizzabile solo poco tempo fa.

Una alternativa è possibile. Non cʼè il tempo per creare una nuovo soggetto politico. Ma sicuramente è possibile arrivare ad una lista elettorale comune, in grado di aggregare le migliori realtà e dare spazio alle migliori iniziative che la società civile sa esprimere.

Esiste il pericolo, reale, che vecchia politica e nuovi avventurieri cerchino di infiltrarsi, di strumentalizzare la buona fede e la buona volontà di tutti, cavalcando lʼantipolitica con intenti destabilizzanti e di deriva democratica. Ne siamo consapevoli, e terremo gli occhi aperti. Per questo motivo chi ha iniziato il cammino, ha deciso di porre alcuni paletti, a tutela e garanzia di tutti noi.

Sarà adottato allʼinterno del movimento il metodo decisionale basato sulla democrazia diretta e partecipata. Sarà esclusa la possibilità di alleanze elettorali con partiti tradizionali.

Saranno studiate modalità di controllo sullʼoperato dei candidati.

Il movimento Per Una Lista Civica Nazionale, insieme ad altre realtà similari, stanno organizzando un incontro nazionale per fine maggio, per dare inizio a questo cammino.

Qui cʼè il testo dellʼinvito:

http://www.perunalistacivicanazionale.it/groups/evento-nazionale-maggio-2012/docs/bozza-di-lettera-prodotta-durante-la-riunione-skype-del-28-mar-2012-per-invitareacopromuovere-levento-nazionale-di-maggio-2012

Aderisci allʼiniziativa: http://www.perunalistacivicanazionale.it/adesione-al-progetto/

Contattaci, e conferma che la tua associazione ha scelto di impegnarsi in prima persona, partecipando allʼincontro nazionale, sostenendo i futuri impegni del movimento, perché ne condivide gli intenti.

Scegliamo, noi tutti, di rendere possibile quel cambiamento di cui abbiamo un grande bisogno: dipende solo dalla nostra volontà. Ci meritiamo un mondo migliore, costruiamolo insieme!

La polis è nostra. Se la politica attuale non interpreta, non riconosce e non risponde ai nostri bisogni primari, dobbiamo avvertire nel momento del bisogno la responsabilità di ripensare il nostro rapporto con la politica, anche attraverso un nostro impegno diretto, come singoli e come associazioni.

Non è breve il cammino, né sarà privo di ostacoli e difficoltà. Ma dal mondo delle associazioni vogliamo prendere in prestito ed adottare un motto, che ci serva da stimolo ad andare avanti, con fiducia: “Fra il dire e il fare cʼè di mezzo… Il cominciare”.

Con coraggio, forza di volontà, fiducia in noi stessi, nel valore e nel potere della società civile, tutti insieme: cominciamo!

Guido Grossi

Aderente al progetto Per Una Lista Civica Nazionale
Coordinatore dellʼassemblea di Cittadinanzattiva di Spoleto
Membro dellʼAssociazione Articolo 53
Membro dellʼassociazione ARDeP
Membro della Croce Rossa Italiana, gruppo donatori sangue di Spoleto

Finanziamento dei partiti o finanziamento della politica e della partecipazione? (di Claudio Lombardi)

La lunga storia del finanziamento pubblico dei partiti politici si arricchisce di un nuovo avvincente capitolo e riattizza un dibattito che non si è mai fermato.

 I punti di riferimento. Nel 1974 nasce la prima legge (n. 195/1974) sul finanziamento dei partiti. Nel 1978 si tiene il primo referendum per abrogarla, ma non passa. Nel 1981 arriva la seconda legge (n. 659/1981) sul finanziamento che ne raddoppia l’importo. Nel 1993 il finanziamento dei partiti viene abrogato con un referendum promosso dai radicali che ottiene oltre il 90% di sì. Alla fine del 1993 viene approvata la terza legge (n. 515/1993) che trasforma il finanziamento in contributi per le spese elettorali. Un’altra legge (n. 2/1997) reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo un fondo rapportato al 4 per mille delle imposte sul reddito con adesione volontaria dei contribuenti (fallisce dato il basso numero di adesioni). Così la legge n. 157 del 3 giugno 1999 cambia il sistema e reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti. Il rimborso elettorale previsto non ha infatti attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali. La legge 157 prevede cinque fondi: per elezioni alla Camera, al Senato, al Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro in caso di legislatura politica completa (l’erogazione viene interrotta in caso di fine anticipata della legislatura). La normativa viene modificata dalla legge n. 156 del 26 luglio 2002 che trasforma in annuale il fondo e abbassa dal 4 all’1% il quorum per ottenere il rimborso elettorale. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 euro a 468.853.675 euro. Ma non finisce qui:la legge n. 51 del 23 febbraio 2006 stabilisce che l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Quest’ultima modifica che porta nelle casse dei partiti somme enormi perché si sovrappongono i ratei per le legislature finite prima della scadenza e per quelle nuove viene abrogata dalla legge n. 111/2011.

A questo punto è bene ricordare come si calcola il rimborso. 1 euro per ogni iscritto nelle liste elettorali della Camera dei Deputati da dividere in base ai voti ricevuti con un minimo dell’1%.

I fatti di cronaca si incaricano di smentire tanti discorsi retorici sul finanziamento della politica come condizione indispensabile per la democrazia non perché i principi cui ci si attacca non sono giusti, ma perché vengono usati strumentalmente da chi sa bene che sta facendo, nel migliore dei casi, l’interesse materiale della propria parte politica; nel peggiore dei casi l’interesse di approfittatori senza scrupoli e affaristi che speculano sulla democrazia per intascare soldi pubblici.

Lusi, che è pure, purtroppo, senatore della Repubblica, dichiara candidamente che ha sottratto per sue necessità 13 milioni ad un partito scomparso, la Margherita, non più presente in politica, ma ancora molto attivo nel percepire soldi pubblici che si accumulano sui conti di persone che non ne rispondono più a nessuno. In teoria se avessero semplicemente voluto spartirsi i soldi avrebbero potuto farlo confidando nell’assenza di controlli che assiste l’importante funzione “politica” di riscuotere falsi rimborsi per spese elettorali. Lusi si permette anche di rivendicare il valore del suo lavoro e si dichiara disposto a restituire 5 milioni, ma non vede alcun motivo per lasciare il seggio al Senato. Evidentemente gli deve sembrare naturale che un ladro sieda al vertice delle istituzioni. C’è da capirlo considerando la quantità di inquisiti per reati anche gravi che gli fanno compagnia nel Parlamento.

C’è poi un altro senatore, Conti del Pdl, vero genio degli affari visto che nello stesso giorno compra un palazzo a 26 milioni e lo rivende a 44 ad un ente che non sapeva dell’affare e strapaga qualcosa che poteva pagare 18 milioni di euro meno di quanto effettivamente paga. Ci vuole molto a capire di cosa si tratta? No ed è la conferma di che razza di gente è arrivata nelle istituzioni a seguito della legge elettorale vigente e dei partiti che hanno nominato i parlamentari di loro fiducia.

E, infine, c’è anche la Lega con l’accusa di truffa ai danni dello Stato e di appropriazione indebita perché, secondo i magistrati, i soldi del finanziamento pubblico (che nemmeno ci dovrebbe essere) sono stati presi e spesi per sé stessi da alcuni della famiglia Bossi o a loro molto vicini. In pratica hanno preso parte di quei soldi e li hanno rubati al partito.

Cosa si può dire su queste tristi vicende che affossano la politica e la democrazia?

Innanzitutto bisogna cambiare sistema e rimborsare ai partiti le spese effettivamente documentate per le campagne elettorali. Si possono poi introdurre altre forme di sostegno con vantaggi fiscali e servizi o prevedere rimborsi per spese di funzionamento minime e documentate. Un’altra parte di finanziamenti dovrà andare a progetti da realizzare insieme ai e per i cittadini. Potendo già contare sul finanziamento dei gruppi parlamentari e sui rimborsi di cui si è già detto i partiti devono impegnarsi in attività concrete e per queste possono chiedere il sostegno di fondi pubblici. Oltre questo non è possibile e ragionevole andare.

Infatti occorre affrontare il problema del finanziamento della politica sapendo che non può più coincidere col finanziamento dei partiti.

Perché mai il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva devono arrancare elemosinando contributi da questo e da quello? No, non è più sopportabile che il mondo dei faccendieri e degli sfruttatori della politica inutili e dannosi perché sfruttano la politica per succhiare soldi allo Stato conti di più e arraffi risorse pubbliche mentre chi opera nella società non ha mezzi anche se si impegna in azioni concrete. Anche qui ci vuole una svolta.

Creiamo un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche e mettiamo i partiti sullo stesso piano delle associazioni e dei comitati di cittadini attivi. Diamo ai comuni risorse per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale.

Un sistema che porta a mostruosità come l’erogazione di decine di milioni di euro nelle mani di persone che amministrano patrimoni di formazioni politiche estinte deve essere cancellato ed vergognoso che sia stato creato e che sia rimasto in vigore per troppi anni. Sarebbe lecito aspettarsi dai responsabili di questo scempio della democrazia qualche parola di rammarico e l’impegno a voltare pagina da subito. Sarebbe anche un bel gesto restituire allo Stato i fondi rimasti inutilizzati e usare il potere che è servito per creare questo sistema abnorme per approvare norme nuove per il finanziamento della politica, ma stavolta della politica e non delle cricche di affaristi che si celano dietro sigle fantasma.

Claudio Lombardi

Basta con questi partiti (di Lapo Berti)

I partiti che abbiamo oggi in Italia non servono più. Anzi, sono diventati un ostacolo per l’affermazione e lo sviluppo della democrazia che, all’origine, intendevano promuovere e di cui dovevano essere il principale tramite. Per essere più precisi, il sistema dei partiti – con tutto quello che comporta: modalità di selezione e di formazione dei politici, professionalizzazione, finanziamento occulto, assenza di responsabilità, di trasparenza nei confronti degli elettori, dilapidazione dei fondi pubblici, corruzione, collusione, clientelismo ecc. – è andato incontro a una deriva che lo ha trasformato in un nemico della società, un cancro di cui questa deve liberarsi, se vuole riprendere in mano le redini del proprio destino. Nessuna riforma è possibile, perché sarebbe affidata alle mani di coloro che hanno provocato il disastro.

C’è una ragione in più per auspicare e magari provocare il crollo dell’attuale sistema dei partiti: oltre a non essere espressione della società italiana, neppure è in grado di rappresentarla. Le formazioni partitiche costituiscono aggregazioni di gruppi di potere pressoché totalmente slegate dalla composizione sociale effettiva, non sono veicolo e rappresentazione degli interessi collettivi presenti nella società. Rappresentano solo sé stesse e riescono a convogliare solo le schiere, sempre più esigue, di coloro che sono mossi prevalentemente da ragioni e tradizioni ideologiche. Il perimetro delle formazioni partitiche non coincide con nessun perimetro delle possibili aggregazioni d’interessi che la società contiene.

Un esempio per tutti. Esiste, indubbiamente, una vasta e variegata area di interessi sociali, professionali, economici che vorrebbe una modernizzazione del paese, che vorrebbe riconoscersi in un sistema di relazioni economico-sociali aperto alla competizione e pronto a riconoscere e promuovere chi fa meglio, che vorrebbe che venissero spazzate via le caste di tutti i generi, che venissero abbattuti i privilegi e cancellate le rendite, che venisse dissolto quel viluppo di relazioni collusive, quando non mafiose, che soffoca le energie del paese. Ebbene, nessuna forza politica esprime e rappresenta gli interessi e la cultura di quest’area, perché la frammentazione politica non segue le linee di faglia dell’evoluzione sociale.

Ma il motivo forse più serio e profondo per liberarsi dell’attuale sistema dei partiti è che esso ha inquinato lo spazio pubblico. Non è possibile pensare a una nuova stagione dell’intervento pubblico in economia con questa classe politica, perché vuol dire votarlo al fallimento, vuol dire continuare ad alimentare il pozzo senza fondo delle risorse pubbliche in cui nuota la corruzione e il malaffare. La conclusione è solo in apparenza paradossale: non si può pensare seriamente a un’uscita dalla crisi di sistema che ci attanaglia senza cambiare le regole della rappresentanza, senza porre le basi di una nuova classe dirigente, di un nuovo modo di governare, di nuovi strumenti di controllo, e non solo di delega, nelle mani dei cittadini

Non è facile cambiare. Lo strumento più semplice, teoricamente, sarebbe il ritiro assoluto della delega, lo sciopero generale del voto, che lasciasse nudi i partiti di fronte alla loro incapacità conclamata di rappresentare alcunché. Ma chiunque vede che è uno strumento praticamente inapplicabile, perché richiederebbe la sincronizzazione delle scelte di una significativa maggioranza di cittadini che non è dato sperare si produca spontaneamente e che è velleitario pensare di organizzare.

Occorre, dunque, immaginare altri percorsi, altre soluzioni che siano capaci di prefigurare un funzionamento della democrazia il più possibile esente dalle degenerazioni partitocratiche. Esso non può che passare attraverso una qualche forma di mobilitazione sociale e una qualche forma di aggregazione e di rappresentanza che si ponga fra i cittadini e i partiti e metta i primi in condizione di controllare i secondi.

L’alternativa più drastica e immediata a un sistema politico incentrato sui partiti quali “amministratori” della partecipazione e della rappresentanza dei cittadini è la democrazia diretta. I cittadini partecipano direttamente al processo decisionale da cui nascono le scelte che regolano la vita della collettività. L’assemblea, in un luogo pubblico aperto a tutti, è lo strumento principe per l’espressione diretta della volontà dei cittadini. Tradizionalmente, il modello della democrazia ha incontrato un limite che sembrava invalicabile nella dimensione della popolazione chiamata a esercitarla. Sembrava un modello necessariamente limitato a situazioni locali, diciamo comunali, di piccoli comuni, perché già nei grandi comuni sarebbe di difficile realizzazione. Oggi, si potrebbe forse immaginare di superare questo limite tramite una democrazia diretta “in formato elettronico”, tramite il web. Ma la democrazia diretta non va incontro solo a un problema di praticabilità dovuto alla dimensione delle assemblee, ma anche, e forse più sostanzialmente, a un problema di sostenibilità, perché è difficile pensare a una popolazione costantemente impegnata a decidere in assemblee che si riuniscono con una frequenza tale da provocare assuefazione, stanchezza, rigetto, come inevitabilmente sarebbe. Dal senso d’inanità che deriva dal voto espresso ogni cinque anni, si passerebbe a un senso di nausea prodotto dal frequente ripetersi delle votazioni. L’esercizio del potere democratico rimarrebbe puramente formale, non riuscendo nella realtà a rappresentare “il popolo che governa”. A lungo andare, si formerebbe sempre una minoranza attiva nelle cui mani verrebbe di fatto a trovarsi il potere di decidere in nome di tutti e, per di più, senza alcun mandato formale.

Occorre, dunque, trovare una via di mezzo, che renda possibile una rifondazione radicale dei partiti.

Ricostruire la democrazia

Una democrazia di massa che voglia realizzare, anche solo per approssimazione, il governo di tutti i cittadini, rendendo effettiva la partecipazione alle decisioni collettive, non può fare a meno di una fitta intelaiatura di organismi intermedi, di cui i partiti sono non solo un esempio, ma anche il fondamentale punto di sintesi. È difficile immaginare un’architettura istituzionale capace di far funzionare la democrazia rappresentativa in formazioni nazionali di massa, senza l’aiuto di un veicolo della volontà popolare e un’espressione della sua rappresentanza quale solo i partiti possono offrire. La società, nel suo farsi, si articola necessariamente in aggregazioni d’interessi, diversificate o anche contrapposte, che s’intrecciano con visioni diverse di come la società dovrebbe funzionare, di quali obiettivi dovrebbero essere prioritariamente perseguiti. In una società le cui istituzioni sono ispirate al principio della libertà individuale, gli individui possono tentare di affermare i loro interessi inserendoli nell’agenda della società e di far prevalere le loro visioni, dando vita ad associazioni che possiedano il potere necessario per farsi ascoltare.

Un sistema di partiti sano dovrebbe dare spazio e ascolto a queste associazioni in forme regolamentate e trasparenti, in modo da mantenere i partiti stessi in costante contatto con la società e le sue espressioni. E si dovrebbero, forse, prevedere soluzioni che agevolino la creazione di partiti da parte di queste associazioni. Non è pensabile, tuttavia, che al governo del paese possano concorrere soggetti diversi dai partiti. Quello che, invece, è non solo pensabile, ma, dopo le esperienze fatte, inevitabile, è che i partiti siano fatti uscire dall’opacità in cui hanno prosperato e brigato per assumere forme democratiche, regolamentate e trasparenti. Come devono fare anche le altre grandi organizzazioni della rappresentanza, i sindacati. I cittadini devono essere posti in condizione di conoscere le fonti di finanziamento, di valutare a quali interessi costituiti i rappresentanti e gli eletti, eventualmente, fanno riferimento, di quali patrimoni godono.

Un problema che nessuna riforma del sistema politico di una democrazia rappresentativa di massa può più permettersi di trascurare, pena l’affossamento della democrazia o il suo scivolamento in una qualunque declinazione del populismo, è quello del controllo che i cittadini sono in grado di esercitare sul funzionamento della rappresentanza e, in particolare, degli organi di governo, a tutti i livelli. In passato, i cittadini, anche per loro colpa, si sono lasciati espropriare del loro ruolo di “mandanti” dell’azione di governo e hanno finito con il lasciare nelle mani dei politici di professione tutto il potere decisionale, rinunciando anche a qualsiasi forma di controllo a posteriori del loro operato. Leggi elettorali cialtrone e truffaldine hanno fatto il resto, sancendo e consolidando la separazione fra elettori ed eletti, fra il popolo e i suoi rappresentanti. Questo è il punto cruciale ed è, forse, anche quello da cui è più agevole ripartire per una riforma dell’ordinamento democratico che non ha necessariamente bisogno di leggi. Una riforma che parte dalla volontà delle persone di tornare protagoniste, dotandosi di strumenti per esercitare una funzione di controllo e, indirettamente, di sanzione sulle decisioni che i rappresentanti eletti prendono ai diversi livelli dell’amministrazione. La profonda delusione che oggi si riscontra, in maniera diffusa, nei confronti del funzionamento della rappresentanza, unita al rigetto generalizzato del sistema dei , bene comunepartiti che ne è responsabile, possono produrre quella mobilitazione dal basso che è il presupposto necessario per dar vita ad assemblee, comitati, associazioni, capaci di consentire ai cittadini l’espressione diretta del loro pensiero e della loro volontà, esercitando così un controllo di fatto sulle decisioni dei rappresentanti.

Il problema che si pone e sempre si porrà è quello di creare una cultura civica, una civiltà della democrazia, che sia in grado di sostenere una sorta di mobilitazione permanente dei cittadini in favore di sé stessi e del bene comune che solo così può essere tutelato. Per questa via, infatti, si risolve un’aporia altrimenti insolubile, ovvero il perseguimento del bene comune che, come sa qualunque persona dotata di buon senso, esiste solo nei libri e che nella realtà può essere solo approssimato tramite l’interazione, anche conflittuale, del maggior numero possibile di cittadini.

Non è una questione d’istituzioni, di organizzazioni, anche se queste contano per rendere possibile e praticabile la partecipazione attiva dei cittadini al governo della società ai diversi livelli. È, principalmente, una questione di cultura, di regole e di valori che entrano nel DNA intellettuale degli individui che fanno parte di una determinata società e ne determinano il carattere di società aperta, viva, consapevole. È, dunque, una questione d’informazione, d’informazione condivisa e partecipata; è una questione di apprendimento collettivo, attraverso l’incontro e il confronto. Non ci sono scorciatoie né possibili surrogati: solo in presenza di un numero sufficientemente elevato di cittadini attivi e consapevoli il cuore della democrazia può tornare a battere. L’alternativa, che incombe minacciosa, è quella di un lento scivolare o anche un improvviso precipitare in una china populistica dietro cui si nascondono i poteri forti e i profittatori.

Lapo Berti da www.lib21.org

Il servizio giustizia e la valutazione dei cittadini: un progetto di Cittadinanzattiva

Il 15 settembre 2011 si è avviato, per la prima volta, un programma di valutazione civica nei tribunali di 9 città. Valutazione civica significa che i cittadini, per il tramite di una associazione di partecipazione civica, sono entrati in tribunale per valutare la qualità del servizio. Si tratta del percorso di valutazione civica del servizio giustizia, progetto coordinato da Cittadinanzattiva. Ne parliamo con Mimma Modica Alberti, Coordinatrice Nazionale Giustizia per i Diritti (GD) di Cittadinanzattiva.

Perché un progetto da svolgere nei tribunali? Qual’ è il senso del “percorso di valutazione civica del servizio giustizia” ideato da Cittadinanzattiva?

Già il fatto che, per la prima volta nella storia del nostro Paese, i cittadini siano entrati in 9 Tribunali  (Milano, Napoli, Taranto, Modena, Cagliari, Alessandria, Trieste, Lamezia, Enna) non perché parti in causa o testimoni nei processi, ma per valutare la qualità del servizio  indica che qualcosa di nuovo è accaduto; qualcosa che contiene una potenzialità importante per il rapporto fra cittadini e Stato e per il modo stesso di “fare” i cittadini. Si è avviata una valutazione civica basata su una raccolta di dati impostata secondo metodi predefiniti e scientificamente validi e rigorosi e finalizzata alla formazione di un punto di vista civico sul funzionamento del servizio giustizia. È importante sottolineare che la raccolta dei dati è frutto dell’impegno dei dirigenti e degli aderenti locali di Giustizia per i Diritti-Cittadinanzattiva e, quindi, è, innanzitutto, un percorso di partecipazione di cittadini attivi e non una mera attività tecnica di rilevazione dati.

Come vi siete regolati per definire le aree di valutazione e gli indicatori in base ai quali valutare i dati raccolti?

Punto di partenza è stata la “Carta dei diritti del cittadino nella giustizia” proclamata da Giustizia per i Diritti nel 2001, che enuncia i diritti fondamentali (informazione, rispetto, accesso, strutture adeguate, partecipazione, processo celere, qualità) inerenti al rapporto dei cittadini con il servizio giustizia e con i suoi operatori. Coerentemente con i diritti sanciti nella Carta, sono stati selezionati i seguenti  fattori di valutazione: informazione e comunicazione, accesso, rispetto, volumi di attività, risorse e durata dei procedimenti, qualità e processi di miglioramento, partecipazione. Tali fattori sono stati poi raggruppati in tre componenti, quali dimensioni più ampie che individuano ambiti di attenzione ai diritti: l’orientamento ai cittadini, l’impegno nel promuovere la qualità dei servizio e il coinvolgimento dei cittadini.

Quindi ci sarà una fase di elaborazione dei dati che porterà ad evidenziare problemi e criticità, d’altra parte ben noti agli italiani almeno a grandi linee. Cosa succederà dopo?

Le proposte di miglioramento, avanzate dai cittadini che hanno realizzato la valutazione a livello locale, completano il processo e sono presentate e discusse con il Presidente del Tribunale, il dirigente amministrativo e tutti gli interlocutori interessati. Ovviamente i risultati della valutazione civica e il piano di miglioramento di ciascun tribunale vengono resi pubblici secondo modalità definite e condivise città per città.

Circa gli effetti posso dire che i cittadini sino ad oggi non sono stati considerati una risorsa per contribuire a migliorare la qualità del servizio giustizia e non hanno avuto, quindi, la possibilità di confrontarsi su aspetti di costruzione delle politiche o di progettazione del servizio. Questa prima sperimentazione può consentire di vedere finalmente il cittadino come uno degli attori in grado di contribuire a individuare priorità e azioni di miglioramento e, dove ci sono, le criticità, ma anche in grado di valorizzare e riconoscere le esperienze positive. L’importante è attivare un dialogo permanente e un confronto sulla base di dati oggettivamente rilevati e analisi condivise anche per smetterla di parlare di giustizia solo quando qualche “potente” incappa in accuse di reati o in processi. Francamente i problemi veri non hanno niente a che vedere con i desideri di alcuni di sottrarsi al giudizio dei magistrati.

È proprio così. È evidente che una valutazione civica del servizio giustizia significa mettersi su un altro piano rispetto allo scontro di potere di questi anni con il quale si è tentato di mettere sotto controllo l’esercizio dell’azione penale per piegarla agli interessi di chi non voleva riconoscere l’eguaglianza di fronte alle leggi e allo Stato. Il tentativo, per ora, è fallito, ma ha lasciato macerie e divisioni. Se i cittadini entrano in campo e chiedono che la giustizia sia quel servizio essenziale di cui ha bisogno la società quali sviluppi possiamo aspettarci?

Faccio una piccola premessa. Per cittadinanza attiva  intendiamo la capacità dei cittadini di organizzarsi, di mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie, e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per tutelare diritti e prendersi cura dei beni comuni. Questa concezione enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità del cittadino nel fronteggiare i problemi della vita pubblica che lo riguardano direttamente. In altri termini, i cittadini organizzati si propongono come un attore della politica: la loro presenza ha a che fare con il governo della società e con l’interesse generale, e non solo con la soluzione di singoli problemi o con la mera espressione di difesa di interessi privati. Le organizzazioni civiche, quindi, agiscono per rendere i cittadini protagonisti della tutela dei loro diritti e della cura dei beni comuni, in un ruolo non alternativo ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche. E nel perimetro dei beni comuni va, ad avviso di Cittadinanzattiva, inserito a pieno titolo “il diritto alla giustizia”, secondo le fondamentali definizioni di cui agli artt. 24 e 111 della Costituzione e le ulteriori essenziali esplicitazioni sancite dalla Carta dei diritti del cittadino nella giustizia.

Detto questo, osserviamo che purtroppo, nell’ultimo ventennio nel nostro Paese come in Europa, si assiste ad un ripensamento dei modelli di welfare tradizionali, fondati sulla centralità della pubblica amministrazione, sia sotto il profilo giuridico-istituzionale che sotto il profilo della erogazione e del finanziamento dei servizi. In questo contesto occorre, per noi,  promuovere un nuovo welfare, in cui riaffermare l’universalità dei diritti ed il ruolo delle politiche pubbliche nel definirne le regole ed allocare le risorse, valorizzando, contemporaneamente, il ruolo della società civile ed il coinvolgimento dei cittadini come soggetti attivi, propulsori di politiche sociali in un quadro di condivisione di responsabilità collettive. In conseguenza della emersione di bisogni nuovi e più sofisticati e, al contempo, alla permanenza di sacche di disagio sociale e di nuove povertà, appare necessario superare quindi il perimetro tradizionale dello stato sociale, includendo nella sfera dell’approccio universalistico anche la giustizia e ridefinendo lo status dei cittadini come attori del welfare al fine di garantirne qualità e sostenibilità.

La TAV e il male oscuro dell’Italia (di Claudio Lombardi)

“ ‘Ave ragione ‘o cane”. È questa la sentenza che pronuncia Antonio Barracano nella commedia di Eduardo De Filippo “Il sindaco del Rione Sanità”. Il cane, per difendere il pollaio, ha azzannato la moglie di Antonio provocandole una brutta ferita e i figli della donna vogliono punire immediatamente il cane responsabile di un’aggressione inammissibile in quella casa, la casa del Sindaco del Rione Sanità. Antonio Barracano da decenni si è attribuito il ruolo di giudice implacabile per dirimere le mille controversie che nascono fra gli abitanti del Rione e anche in questa occasione vuole fare giustizia. E assolve il cane.

Egli si fregia di una severità assoluta nel giudicare che applica anche a sé stesso e per questo gode della fiducia degli abitanti del Rione. Ma, attenzione, Barracano ascolta tutti, a lungo, non decide mai senza aver capito bene di cosa si tratta, poi cerca di convincere e solo alla fine decide e sentenzia. Il Sindaco del Rione Sanità è una metafora dell’agire secondo giustizia ed equità con un rigore di cui dà l’esempio in prima persona. In effetti, Eduardo attribuisce ad Antonio Barracano quella virtù che tutti vorrebbero veder praticata nella vita pubblica: la giustizia severa, ma giusta che non guarda in faccia a nessuno anche a costo di danneggiare proprio chi giudica.

Una lunga premessa per affrontare il difficile tema TAV. Quanti di noi vorrebbero che tutti gli affari pubblici fossero permeati da un profondo senso di giustizia? E che quelli che gestiscono per conto della collettività il potere di decidere applicassero a loro stessi la severità che mettono nell’applicare ai cittadini le loro decisioni? E quanti vorrebbero che le decisioni pubbliche fossero “perfette” e incontrovertibili? Tanti sicuramente, ma, purtroppo, la “quadratura del cerchio” non esiste. Ciò che realisticamente si può fare è mettere a base delle decisioni pubbliche procedure trasparenti e affidabili e ricercare da subito la partecipazione e il coinvolgimento  dei cittadini non solo dando l’impressione di voler perseguire soluzioni giuste, ma dimostrando che lo sono effettivamente o che, perlomeno, lo sono secondo gli strumenti di giudizio di cui si dispone.

Probabilmente è ciò è mancato nella vicenda TAV o è arrivato in ritardo.

Tempi e fiducia sono essenziali, ma sono mancati entrambi.

Che sia mancata la fiducia è evidente ed è solo la conferma che in Italia ogni gruppo locale rifiuta qualunque opera che possa modificare l’assetto esistente perché, appunto, non si fida di chi decide e di chi applica le decisioni e non si fida che ci sia giustizia nella distribuzione degli oneri fra le diverse comunità locali.

Perché devo accettare un rigassificatore nel mio territorio? Che se lo prendessero gli altri. Perché la strada deve passare da qui? Fatela più in là che, magari, nemmeno protestano. Perché volete fare una ferrovia? Non vi basta quella che c’è? Sicuramente la fate per i vostri intrallazzi e, quindi, fermatevi perché oggi non ci serve e da qui non passate. E così via.

I dati forniti dalla stampa e rintracciabili sulle fonti disponibili evidenziano che le comunità locali contrarie alla TAV sono solo una parte degli abitanti della Val di Susa, ma probabilmente sono proprio quelli toccati direttamente dai cantieri che saranno aperti.

Altri dati indicano che quei 13 km di tunnel in territorio italiano avrebbero la funzione di rinnovare una ferrovia esistente poco utilizzata perché limitata dal tracciato e dalla pendenza. Altri dati ancora quantificano in oltre 4000 al giorno il numero di veicoli pesanti (Tir) che transitano in quella zona da e verso la Francia. La costruzione di una ferrovia più efficiente farebbe sperare in una riduzione di tale numero.

Infine la TAV si pone come parte di un collegamento est-ovest che fa parte di accordi con altri stati e con l’Unione Europea e di una strategia per rinnovare le reti di comunicazione del continente.

I No-TAV contestano tali dati e dichiarano la loro opposizione irriducibile giungendo a gesti estremi e con azioni di guerriglia urbana sostenute da gruppi estremisti in tutto il territorio nazionale. Sorge spontanea la domanda: ma, in definitiva, non si tratta di costruire una semplice ferrovia? Anzi, un tunnel lungo 13 km. È chiaro che un’opera così non si giudica sulla convenienza nei prossimi 5 anni perché è destinata a durare per molte generazioni e rappresenta un investimento per il futuro come fu già nel passato (pensiamo al traforo del Frejus lungo 13,6 km deciso nel 1857 e aperto nel 1871: quanto traffico poteva esserci in quell’epoca?). E allora perché tanto accanimento?

È interessante notare che le proteste che ci sono state in Italia non ci sono state sul versante francese. Perché? Probabilmente in Francia lo Stato gode di una maggiore fiducia che da noi; una fiducia che riposa su elementi precisi. In particolare sulle procedure di consultazione delle popolazioni interessate da opere pubbliche e su regole di svolgimento di tali opere (Démarche Grand Chantier) che si preoccupano di portare benefici concreti alle popolazioni locali in termini di sviluppo e di occupazione.

Ci deve preoccupare molto che la violenza che si è espressa nelle manifestazioni non sia stata rifiutata dagli abitanti di quei comuni che hanno deciso di opporsi radicalmente alla TAV. E ci deve preoccupare anche che non sia stato seguito il metodo francese sia nel coinvolgimento fin dall’inizio delle popolazioni, sia nel far ricadere sulle collettività locali non solo i disagi, ma anche i benefici di una grande opera. Tutto sembra imposto dall’esterno e la comunità locale si chiude e si ribella.

Apparire come e poter dimostrare di essere veramente “coloro che fanno le cose giuste” e applicano anche a sé stessi il rigore che chiedono agli altri è essenziale per chiunque rivesta funzioni pubbliche.

È ciò che è mancato nella vicenda TAV fin dall’inizio. Ecco l’importanza dei tempi e della chiarezza nelle azioni pubbliche. Purtroppo ciò che è mancato all’inizio è anche ciò che manca alla classe dirigente italiana da ormai troppi anni. Incapace di fare le cose giuste al momento giusto e troppe volte sorpresa a curare il proprio interesse particolare e non quello generale anche a costo di danneggiare o di saccheggiare le risorse pubbliche. Perché poi i cittadini dovrebbero fidarsi quando li si chiama a sopportare un disagio? La diseducazione a fare il bene del proprio Paese è una responsabilità enorme che pesa su chi ha diretto l’Italia negli ultimi decenni ed è il male oscuro che in alcuni casi genera la rivolta, ma molto più spesso porta al rifiuto duro e ostile. Che fare contro questo male oscuro? Una rivoluzione civica che riporti i cittadini al centro dello Stato, che cambi la classe dirigente, che diffonda la cultura dei beni comuni e del civismo. Ci vorrà molto tempo, ma questo è l’investimento più serio per noi e per il futuro.

Claudio Lombardi

Guarire l’Italia (di Lapo Berti)

Da www.lib21.org pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Lapo Berti sui mali d’Italia. La prima parte è qui http://www.civicolab.it/?p=2164

Può guarire l’Italia? Può uscire dalla crisi o, meglio, dalla traiettoria declinante su cui si è immessa ormai da qualche decennio? Ed, eventualmente, a quali condizioni, contando su quali energie?

Non è facile dare una risposta a un quesito così complesso e qualunque risposta si tenti è destinata a essere parziale e insufficiente, niente più che un appunto per la discussione. Ma una prima cosa si può dire. Una politica e una stampa superficiali e tutt’altro che innocenti ci hanno abituato a pensare che, per uscire dalla crisi che ci attanaglia, bastino alcune misure economiche, simpaticamente definite “sacrifici” o “lacrime e sangue”, e qualche imprecisata riforma strutturale, non di rado a supporto dei citati sacrifici. Non è così. Le misure economiche saranno necessarie e anche le riforme strutturali, ma l’obiettivo non è solo il “risanamento” economico, la sfida è un’altra: è ricostruire la società, nella prospettiva di un cambiamento radicale del modello economico e sociale, che non può essere solo nostro, ma, almeno, europeo.

Un capitale sociale da ricostruire

Riflettendo sulle cose d’Italia, qualunque visuale si scelga, economica, politica, sociale o culturale, l’impressione che per prima s’impone all’attenzione è che ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno sia quell’insieme un po’ sfuggente di condizioni, di convenzioni e di regole non scritte cui viene dato il nome, un po’ riduttivo ma efficace, di “capitale sociale”, sulla base del quale vivono reti di relazioni per lo più informali, ma non solo, capaci di produrre fiducia e reciprocità. Oggi siamo sempre più consapevoli che, accanto alla disponibilità di risorse produttive, il capitale sociale è un fattore fondamentale nel determinare la capacità di un’economia di creare benessere per i cittadini. Possiamo dunque valutare bene quali siano i costi di un suo deperimento. La “qualità” dell’ambiente sociale è decisiva nel determinare le prestazioni del sistema economico, ma si riflette anche nel funzionamento del sistema politico e, a sua volta, ne è condizionata.

Gli studi condotti dai sociologi, ma anche l’esperienza diretta di tutti noi, ci dicono che, nel corso degli ultimi decenni il “capitale sociale” su cui poteva contare l’Italia si è deteriorato, impoverito. La ricchezza di relazioni che almeno certe aree del paese ereditavano da una lunga tradizione di forme associative e di cooperazione è stata poderosamente intaccata dai fenomeni caratteristici della modernità, come l’affermazione progressiva di atteggiamenti e comportamenti individualistici, ma anche dal dissolvimento di reti prevalentemente formali come quelle in cui si esprime la vita politica di una comunità.

Se oggi ci troviamo con un “capitale sociale” più povero è anche perché sono venuti meno, si sono dissolti quegli ambiti di relazione che massimamente sollecitano la partecipazione e la condivisione, contribuendo alla creazione di uno spazio pubblico solido e articolato, in cui le persone imparano a vivere in società.

La ricostruzione dell’Italia deve partire da qui, dalla capacità che noi tutti abbiamo di metterci in relazione e di condividere idee, progetti, saperi, di dare vita a comunità intelligenti e operose. La prima ricchezza da ricostituire è quella del tessuto sociale.

Un paese più dinamico e competitivo

Nel nostro paese è in atto una guerra feroce, non sempre dichiarata, quasi mai visibile al pubblico, tra un vasto, ramificato e ben radicato sistema di potere che fa perno sul “capitalismo relazionale” e quello che si può definire “capitalismo di mercato”. Da una parte c’è quel capitalismo senza capitale che, da sempre, vive di rapporti incestuosi con la politica, che non disdegna le tangenti e accetta la corruzione come un male necessario. Dall’altra parte, c’è un capitalismo che tenta la sfida dei mercati globali, che per reggere la competizione fa anche rete, ma senza collusione, che non vuole intrusioni della politica, ma solo un sistema di regole certe ed efficacemente applicate. La posta in palio è il governo del paese reale e di quello politico. Il terreno su cui la guerra si combatte è quello dell’abbattimento delle rendite e dei privilegi. La chiave è la concorrenza. L’obiettivo è che la competizione arrivi a governare il più possibile sia i processi economici che quelli sociali e politici, favorendo l’affermazione di chi sa meglio svolgere il proprio compito. Non ci sono alternative.

Un’economia “amichevole”

L’uscita dalla crisi che attanaglia le economie di tutto il mondo non sarà facile e non sarà breve. Forze potenti sono all’opera perché nulla cambi e rimangano in piedi i modelli di business e di consumo che sono largamente responsabili delle difficoltà in cui ci troviamo e in cui si trova l’intero pianeta. Ma la crisi è sempre anche un momento in cui si aprono opportunità, se non altro perché aumenta il numero di coloro che s’interrogano sul senso di ciò che vivono e che li circonda e che si mobilitano per cercare strade diverse. Occorre, dunque, cogliere ogni occasione per imprimere una svolta al modello economico dominante, spostandone la traiettoria e inducendo comportamenti virtuosi da parte delle imprese. La chiave di volta di questo passaggio è l’attivazione dei cittadini, che si devono ricordare di essere tali, ovvero titolari di diritti e di doveri anche quando si vestono da consumatori. Un consumo consapevole e responsabile è il primo passo verso un’economia più “amichevole” sia nei confronti dell’uomo che dell’ambiente. E’ un cambiamento che è nelle mani di tutti noi, che non richiede organizzazioni mastodontiche, campagne mediatiche, nuovi apparati giuridici. E’ sufficiente una buona informazione, diffusa capillarmente, utilizzando bene gli strumenti del web. Il nostro sito è nato anche per questo, per fare rete con altri siti che si propongono di passare dal dire al fare.

Ridare vigore alla democrazia

Nessuna delle possibili svolte cui abbiamo accennato sarà possibile, se non si trova il modo di restituire efficacia ai meccanismi democratici. La lunga deriva dell’individualismo mascalzone accompagnata alle degenerazioni populistiche dell’ultimo ventennio ha trasformato la vita democratica in un rituale sempre più stanco e sempre meno partecipato. Le persone si sono ritratte dai luoghi pubblici dove nasce e vive la partecipazione e hanno abbandonato al loro destino i principali attori collettivi della vita democratica, i partiti e, in misura minore, i sindacati. Ne è derivato un inaridimento della vita democratica che si è tradotto nella degenerazione della vita politica e nella corruzione del sistema della rappresentanza. Il risultato è stato la creazione di un abisso fra la vita, le aspirazioni, i modi di sentire dei cittadini e le rappresentazioni della politica. Anche qui, forse, dobbiamo avere l’ardire d’imboccare strade nuove o, magari, di recuperare idee, istanze, che in passato sono state sottovalutate e accantonate. Il sistema della rappresentanza va ripensato. Non è più pensabile, dopo quanto è successo, che ai cittadini venga richiesto di rilasciare deleghe in bianco, pena un possibile allargamento dello sciopero del voto fino a dimensioni che renderanno ridicole le elezioni. Bisogna pensare a creare forme di controllo e di partecipazione dei cittadini che si avvalgano di sedi formali e informali, di canali e modalità previsti e sanciti da norme, ma anche d’iniziative spontanee e autogestite dai cittadini stessi.

Più che una meta, un percorso

In passato, i fautori del cambiamento hanno talora tentato di fissare una meta, un obiettivo da raggiungere, una società da realizzare, ma poi ci si è persi durante il percorso, talora con esiti tragici. Sforziamoci, invece, d’individuare un percorso, un insieme di cose da fare che ci consentano, già mentre le facciamo, di riappropriarci di noi stessi e di riconoscerci con gli altri che condividono il senso della ricerca.

Un po’ ovunque, nella società, più nelle regioni del centro-nord che in quelle del sud, si notano movimenti di persone che si associano, per fare acquisti secondo una logica diversa, per tutelare un bene che si vuol far diventare comune, per promuovere una causa, per diffondere un sapere. Si tratta d’iniziative “locali”, che spesso sono possibili solo perché si collocano in una dimensione “maneggevole” e talora sono addirittura fiere del loro localismo. Anche se non è l’unico modo di lanciare un’iniziativa, partire dal “locale” è oggi la soluzione non solo più praticabile, ma anche quella più sana, addirittura necessaria per ridare alle persone il senso diretto di un loro protagonismo, di poter contare e, soprattutto, di poter realizzare ciò in cui si crede.

Ma se tutte queste espressioni di vitalità sociale devono sfociare in un movimento capace d’indurre mutamenti sostanziali del modello economico, sociale e politico in cui viviamo, è necessario che si mettano in rete, per raggiungere una massa critica che li faccia diventare anche protagonisti politici e per riuscire a esprimere un pensiero capace di una visione generale e quindi di un orientamento valido per tanti.

Siamo a una di quelle fasi cruciali della storia in cui solo se si riesce a ripartire dal basso, dalle cose stesse, dalla sensibilità e dalla volontà della maggioranza, si può produrre una svolta reale.

Lapo Berti da www.lib21.org

Manovre Monti: adesso un decreto sulla partecipazione dei cittadini (di Alessio Terzi)

L’azione del governo Monti lascia il campo aperto a numerose perplessità. Il sospetto che a pagare siano i “soliti noti” resta ampiamente diffuso. Noi, per esempio, continuiamo a pensare che un saggio uso della tassazione dei grandi patrimoni avrebbe sostenuto il contrasto all’evasione fiscale e avrebbe ridotto il carico e l’odiosità dell’Imu. Non è destituito di fondamento nemmeno il sospetto che sia in corso una sorta di sospensione della democrazia, a causa della invadenza di mercati finanziari sostanzialmente irresponsabili, e delle pretese di una “Europa” incarnata da poche persone. Varie esternazioni, quanto meno indelicate, dello stesso premier e di altri membri del governo alimentano il sospetto di una percezione elitaria dei problemi che affliggono i cittadini.

Sono tutti rilievi importanti che inducono a sospendere il giudizio complessivo. Ciononostante è doveroso rilevare che, per ora, il baratro “greco” è stato allontanato, che l’Italia ha ripreso il suo posto nella scena internazionale e che, dopo anni di provvedimenti caotici e raffazzonati, si intravede nell’azione di governo un’ipotesi di percorso che potrebbe anche portare da qualche parte.

Con il decreto “Salva Italia” sono stati messi in sicurezza i conti pubblici. Con il decreto “Cresci Italia” si sta tentando, sia pure con omissioni non irrilevanti, di ridurre il peso delle rendite che ingessano il paese. Il pacchetto delle norme sulla semplificazione potrebbe migliorare la vita dei cittadini e delle imprese. L’avvio del confronto sul lavoro fa prevedere duri conflitti ma, stando alle dichiarazioni di tutti i soggetti, potrebbe comunque favorire una riduzione del tasso di precarietà e un miglioramento degli ammortizzatori sociali: Un connotato interessante dell’azione di questo governo è quello di puntare ai risultati aggiustando e modificando puntualmente le disposizioni in atto, senza ricorrere a leggi bandiera utili soltanto per produrre nuove complicazioni. A lato delle riforme sono state presi provvedimenti per la mobilitazione degli investimenti già stanziati, per liquidare, sia pure parzialmente, i crediti in sofferenza delle imprese e, sembra, per sostenere la lotta all’evasione.

Tutti allegri e contenti? Certamente no! L’insieme delle misure, secondo il governo, dovrebbe garantire una sostanziale compensazione fra sacrifici e vantaggi per i cittadini e favorire la ripresa della crescita. Anche Federconsumatori stima che, per una famiglia media, il carico fiscale aggiuntivo potrebbe essere quasi integralmente compensato dalle riduzione del costo dei servizi liberalizzati. Il problema è che il primo è certo e immediato e le seconde sono ipotetiche e dilazionate nel tempo mentre la crescita resta, per ora, un’ipotesi di scuola.

La tenuta del governo, inoltre, potrebbe non essere scontata a causa di numerose difficoltà. Man mano che si riduce lo spread, cresce la tentazione dei partiti di riprendere in mano la situazione. Le reazioni delle corporazioni possono mettere in discussioni parti importanti dei diversi decreti. Superata, se così si può dire, la fase economica, il governo sarà costretto ad impegnarsi su temi di alta densità politica come il campo minato della riforma della giustizia o l’adeguamento della protezione civile. La stessa attuazione dei provvedimenti assunti, con una burocrazia allenata a svuotare di contenuto qualsiasi cambiamento, richiederà interventi attenti e non facili. La traduzione pratica dei consistenti tagli al fondo sanitario può facilmente diventare una fonte di feroci conflitti.

In periodi “normali” si potrebbe mettere in conto la possibilità di un fallimento e di un ricorso alle urne.

Nella situazione attuale ciò sarebbe causa di enormi pericoli e noi crediamo che, per la sua stessa origine, questo governo debba assumersi la responsabilità di fare tutto il possibile per portare a compimento un’azione di “rimessa in moto” del Paese. Perché ciò sia possibile, è necessario rimuovere un equivoco che potrebbe vanificare qualunque azione. E’ vero che, per sbloccare varie situazioni, è necessario entrare in conflitto con vari interessi organizzati – evitando possibilmente la delirante pretesa di misurare la qualità di un intervento sulla base della quantità del dissenso provocato – ma questo non può comportare la rinuncia alla costruzione del “consenso attivo”. Nessuna riforma può funzionare se resta imposta dall’alto e attuata soltanto con misure coercitive. E’ necessario che i cittadini facciano proprie le strategie e le animino positivamente e creativamente. Diversamente il “sistema paese” resta fermo.

“No taxation without representation” dichiaravano i coloni americani. Per applicare oggi questo sacrosanto principio si dovrebbero compensare i sacrifici imposti con un maggiore spazio per i cittadini nella vita pubblica. Sarebbe una vera innovazione, una testimonianza inequivoca dell’intenzione di promuovere veramente l’equità tanto invocata e, probabilmente, anche un modo per controbilanciare efficacemente le spinte corporative. Si potrebbe, in sostanza, pensare ad un decreto sulla partecipazione che potrebbe essere prodotto, secondo lo stile del governo, con un’intelligente interpretazione e aggiustamento delle norme esistenti. Non è questa la sede per una definizione compiuta di un progetto tanto impegnativo e tanto innovativo. E’ possibile però tratteggiare alcuni connotati essenziali di una simile “manovra civica”.

In primo luogo bisogna liberarsi da una visione “decoubertiniana” di una partecipazione da “anime belle” e disinteressate. In tempi di crisi non possiamo permetterci lussi di questo genere. Bisogna avere il coraggio di intervenire su nodi strategici e di permettere all’azione civica di incidere effettivamente.

In secondo luogo, occorre mettere a punto una visione più aggiornata e non riduttiva dei processi partecipativi. Si ha infatti l’impressione che in molti casi si continui a pensare a forme più o meno attente di consultazione, ignorando, peraltro gli stessi sviluppi della democrazia deliberativa. Poca attenzione, con lodevoli eccezioni, alle dinamiche di empowerment degli individui e delle comunità in un amplissimo insieme di ambiti (dalla valutazione delle tecnologie mediche al governo del territorio)- Praticamente ignorato il fatto elementare che i cittadini agiscono sempre più spesso per “autonoma iniziativa” come ricorda l’art. 118 della Costituzione.

E’ necessario, infine, ricordare che la cittadinanza attiva è una grande riserva di energia sociale ma anche di know how e di tecnologie. La (purtroppo poca) letteratura disponibile lo dimostra inequivocabilmente. Quindi deve essere considerata e trattata come una risorsa e non come un fenomeno da disciplinare.

A partire da queste considerazioni è abbastanza facile individuare alcuni ambiti concreti di intervento.

L’emergenza neve/gelo di questi giorni ha confermato che la protezione civile ha bisogno di due grandi pilastri: la mobilitazione consapevole delle comunità e una competente guida unitaria. Bisogna rimediare ai guasti di una decennale gestione verticistica riprendendo i dettami della legge 225/92, con la formazione dei piani comunali e con l’aiuto di un volontariato che ha già dato ampia prova di sé sul campo.

Nel caso dei servizi sanitari e sociali esiste già una nutrita serie di esperienze capaci di coniugare partecipazione, salvaguardia delle comunità e appropriatezza dei servizi sul territorio con consistenti risparmi. L’aggiornamento (e l’ampliamento all’ambito sanitario) dei piani di zona previsti dalla legge 328/2000 potrebbe favorire la diffusione delle soluzioni e favorire una evoluzione non punitiva del welfare.

Il peso della corruzione, secondo la Corte dei Conti, ammonta a 60 miliardi ed è sempre più insopportabile per la stragrande maggioranza dei cittadini. La trasparenza è un presupposto indispensabile per qualunque azione di contrasto. Una intelligente e casta revisione della legge 150 dovrebbe favorire l’intervento dei cittadini nella formazione e nella verifica dei piani per la trasparenza (che dovrebbero essere estesi anche agli appalti) per promuovere un salto di qualità.

In una prospettiva di liberalizzazione, il controllo civico sui servizi previsto dal comma 461 – finora sostanzialmente inapplicato – potrebbe avere una funzione decisiva. Serve un’azione di impulso e, come ha sostenuto Claudio Lombardi in Civicolab, un’apertura all’intervento, ora escluso, dei comitati locali. Ciò potrebbe favorire il superamento delle resistenze, mantenere alla comunità locali un controllo effettivo sui servizi che le riguardano e sostenere concretamente anche l’azione delle Authorities.

Si potrebbe continuare ma questi pochi spunti dovrebbero essere sufficienti a confermare che un decreto “Partecipaitalia” avrebbe le qualità necessarie per entrare in un programma strategico di governo, per dare un serio contributo alla modernizzazione del paese e per favorire la ricostruzione di un clima di fiducia fra cittadini e istituzioni. L’apertura di una seria consultazione pubblica a questo proposito, da parte del governo, sarebbe già un grande segnale.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

La Grecia e noi: crisi, manovre economiche e cittadini (di Claudio Lombardi)

Il caso della Grecia sta assumendo le sembianze di un microcosmo nel quale i problemi e i limiti del governo di una democrazia stretta fra classi dirigenti inadeguate, forze economiche esterne più forti dello Stato, vincoli europei puramente contabili e una moneta comune che si percepisce come una trappola, si manifestano sulla scala di un piccolo Paese, ma si scatenano con una drammaticità che non può lasciare indifferenti e che sconvolge la vita di milioni di persone.

Dire: “solidarietà con il popolo greco” non basta e significa ben poco. Dire: “l’Europa affama i greci per depredare il loro Paese e consegnarlo alle banche” ha un valore consolatorio perché ci solleva dal porci interrogativi ben più difficili da affrontare. Come al solito si rivela illusoria la ricerca di una spiegazione unica, semplice e facile a fenomeni complessi che chiamano in causa tante responsabilità.

Quali? Facciamo un elenco: i governi greci, i partiti  greci, la classe dirigente greca, i cittadini greci, i governi europei, l’opinione pubblica europea, le burocrazie comunitarie e i relativi vertici, dalla Commissione alla Bce. Fra i governi europei spiccano Germania e Francia ai quali va il “merito” di non aver voluto un sistema di controlli sui bilanci quando a loro faceva comodo, ma di imporre adesso il cappio di misure rigidissime a un Paese dissanguato e, per di più, con la pretesa che l’adeguamento sia immediato.

Scrive Romano Prodi: “Per capire bene le cose bisogna andare indietro nel tempo quando, per non essere soggetti al controllo delle autorità europee, Francia e Germania hanno respinto le proposte della Commissione Europea volte a sottoporre a continuo monitoraggio i conti dei paesi dell’Euro. Il governo greco ha approfittato di questa mancanza di sorveglianza per mettere in atto una politica incontrollata ed incosciente di deficit di bilancio, persino falsificando i conti.”

Se questo monitoraggio ci fosse stato e se ci fosse stata la decisione di far convergere le politiche fiscali e di bilancio dei Paesi europei forse, le magagne sarebbero emerse prima e non ci sarebbe stato il disastro delle finanze greche.

Ora l’unica soluzione sensata è un piano di sostegno che diluisca in molti anni i debiti della Grecia e che faccia procedere i necessari tagli alla spesa pubblica di pari passo con gli investimenti necessari per il rilancio dell’economia. Altrimenti non rimane che il fallimento e quell’uscita dall’euro evocata dai molti che ritengono una grande vittoria non ripagare i debiti verso le banche e che di questo si contentano. Si illudono e non calcolano che tornare alla dracma con un’economia ridotta al collasso e totalmente dipendente dalle importazioni significherebbe la fame per il popolo greco, certa e immediata.

Detto questo, il caso della Grecia ci parla di uno dei problemi più controversi dei sistemi democratici: quello della sovranità popolare. Il popolo ne è depositario, ma la deve esercitare con le leggi che la regolano e che comportano, inevitabilmente, un sistema istituzionale rappresentativo, decisionale e di governo gestito dai partiti.

Il voto che mette in movimento tutto il sistema è un atto di grande responsabilità, ma quasi mai corrisponde ad una decisione dell’elettore basata sulla conoscenza delle informazioni indispensabili per giudicare e indirizzare. Il voto non basta, occorre molto di più.

Ciò che la Grecia ci dice è che i nodi venuti al pettine non nascono oggi e non sono il prodotto di un complotto per depredare un Paese, ma sono dentro i meccanismi, i comportamenti e la cultura civica che costituiscono il software che fa funzionare una società e lo Stato.

Già in tanti hanno sottolineato che in Grecia ha fallito la politica perché non ha saputo pensare e realizzare un progetto di sviluppo, ma solo vivere alla giornata all’insegna dell’accaparramento di poteri e risorse a spese del debito pubblico. In pratica si sono impegnati il futuro del Paese per non costruire nulla.

Che questo lo abbia fatto un sistema democratico suscita enormi preoccupazioni perché errori e deviazioni sono sempre possibili, ma arrivare al fallimento perché ci si è affidati a chi dispensa illusioni e imbrogli mette a nudo le fragilità della democrazia.

Si diceva che il voto non basta perché è fin troppo facile per le elite eludere i controlli, confondere le verifiche, corrompere i protagonisti in modo da far apparire le cose in maniera molto diversa da come sono realmente ed ottenere una delega che, in questo modo, è sempre una delega in bianco.

No, così non va, occorre cambiare sistema. La risposta giusta è la cittadinanza attiva cioè un sistema che includa la partecipazione come modalità ordinaria di funzionamento della democrazia. Partecipazione organizzata fondata sul doppio binomio del cittadino: poteri-responsabilità, diritti-doveri. Il tutto accompagnato dalla trasparenza e da penetranti poteri di controllo affidati ad organismi pubblici con la condivisione dei cittadini.

Se si guarda alle democrazie europee più stabili e avanzate si può constatare che la situazione dei servizi pubblici e la produttività dell’economia e il benessere che ne consegue si accompagnano sempre ad una superiore coscienza civile e ad una posizione del cittadino che ne fa il protagonista dell’ordinamento sociale e politico.

Quando si parla di partecipazione non bisogna pensare a città solcate in permanenza da cortei di manifestanti o a cittadini che affollano le sedi di partito. La partecipazione riguarda il rapporto dei cittadini con lo Stato e le sue istituzioni ed è questo il più essenziale rapporto politico cui occorre mirare.

Un sistema democratico aperto, trasparente, monitorato e partecipato è la migliore risposta al “dramma” delle democrazie contemporanee che non possono fare a meno dei cittadini, ma in cui forze potenti li vogliono solo elettori plaudenti e manipolabili simili ai sudditi del passato.

Claudio Lombardi

Neve. Ci risiamo? O proviamo a fare qualche passo avanti? (di Alessio Terzi)

Il tono del dibattito pubblico e la qualità dell’informazione giornalistica sull’emergenza della neve e del gelo sono stati finora del tutto sconfortanti. E’ stato dato molto spazio alle polemiche strumentali, le “belle penne” non hanno perso l’occasione per confermare i rituali commenti sulla mancanza di senso civico degli italiani e/o sulla impreparazione delle amministrazioni, e così via, seguendo un copione ampiamente sperimentato, ma sempre più stantio. Tentare di esercitare una qualche razionalità, in una simile situazione, sembra tempo perso ed espone al rischio di fare la figura, nel migliore dei casi, dei grilli parlanti, nel peggiore, degli ingenui allocchi.

Eppure gli eventi in corso sono uno straordinario banco di prova per tutto il sistema della protezione civile. E’ estremamente raro che lo stesso tipo di emergenza si presenti in modo simile in tutta la penisola mettendo in evidenza le diverse capacità di risposta e  le criticità.  C’è da augurarsi che qualcuno al Dipartimento della Protezione civile si stia preoccupando di non disperdere questa straordinaria quantità di dati e che essi siano poi utilizzati per fare un serio bilancio dello stato dell’organizzazione e delle capacità di governo disponibili.  Potrebbe essere interessante, per esempio, capire se  i cedimenti della rete elettrica in varie località siano fatti accidentali o i segnali di una debolezza strutturale, confrontare le modalità di intervento adottate dai diverse comuni, mettere a fuoco le misure che si possono prendere nelle realtà in cui la rarità delle nevicate non giustifica investimenti in mezzi e in organizzazione permanente.

Per quanto ci riguarda, l’occasione è propizia per fare il punto su una questione cruciale e cioè sulle funzioni dei comuni e della cittadinanza attiva. Nel 1987 il Movimento federativo democratico (come si chiamava allora Cittadinanzattiva) aveva prodotto e distribuito, con il patrocinio della Protezione civile, un “Vademecum per i sindaci per la gestione delle emergenze”.  Era il risultato del confronto fra i giovani tecnici, guidati da Zamberletti, che stavano costruendo il sistema, la competenza civica maturata dalla nostra organizzazione nell’emergenza dell’Irpinia e di altri eventi minori e l’esperienza dei comuni del Friuli nella gestione del terremoto del 1977. L’opuscoletto dava una traccia per la individuazione dei rischi presenti, indicava alcune possibili modalità di intervento (in primis la raccolta delle informazioni e la gestione delle comunicazioni) e conteneva anche gli schemi giuridicamente verificati,  per le eventuali ordinanze di sgombero, requisizione di mezzi e di aree ed altro che i sindaci avrebbero eventualmente dovuto adottare. Il Vademecum, in sostanza, prefigurava i piani comunali per la protezione civile che la legge 225 del 1992 avrebbe reso “obbligatori”.

Ci si basava su un dato elementare e ineludibile, e cioè che non si può fare un’efficace protezione del territorio senza due cardini essenziali: l’intervento del comune e il coinvolgimento responsabile dei cittadini.

La nevicata ha dimostrato che, senza una consapevole mobilitazione locale, le emergenze non possono essere governate. Del resto: chi può definire le priorità di intervento? chi dispone (o dovrebbe disporre) delle informazioni necessarie per sapere dove sono i soggetti vulnerabili da tutelare, quali sono le comunicazioni che devono assolutamente funzionare? chi è in grado, con i vigili urbani, il personale tecnico e i volontari addestrati di raccogliere le informazioni necessarie per identificare le situazioni critiche  e predisporre interventi tempestivi? La risposta viene da sé. Certo bisogna prepararsi, condividere con i cittadini l’individuazione dei rischi, favorire il loro intervento (sia esso la rimozione della neve o la cura del vicino anziano).

E’ documentato che cose di questo genere sono avvenute in molte realtà, diversamente conteremmo centinaia di morti. Si è verificato, però, un numero inaccettabile di situazioni in cui hanno prevalso inerzia, incompetenza ed impreparazione che non verranno sanzionate, così come non è stato, finora, sanzionato il comportamento dei comuni che non hanno predisposto i piani comunali di protezione civile.

Perché una disposizione di legge, fondata su un principio così evidente, è rimasta ampiamente inevasa? Perché nelle comunità locali non è stata colta un’occasione così preziosa per rafforzare la propria sicurezza? I motivi possibili sono certamente molti: lo scarso valore elettorale della protezione civile, il peso della speculazione edilizia, la mancanza di preparazione specifica degli apparati comunali e così via. Pesa ancora di più, però, una cronica e grave tara della vita pubblica italiana: la difficoltà (per non dire l’incapacità) di pensare e attuare programmi di cooperazione partecipati.

L’assunto che muoveva i soggetti che negli anni ’80 hanno animato la costruzione di un sistema che, nonostante tutto, ha ancora pregi riconosciuti anche a livello internazionale, era semplice e  indiscutibile e cioè che una buona protezione civile è fondata su due pilastri altrettanto importanti: una mobilitazione ampia e diffusa e una politica unitaria, capace di garantire elevati livelli di coordinamento di tutte le risorse (scientifiche, professionali, istituzionali e civiche). Forse si è pensato che la legge del 1992 potesse, da sola garantire un simile risultato e comunque, non si è messo mano ad una politica di attuazione adeguata e si è lasciato troppo spazio alle tradizionali interpretazioni burocratiche. La decennale gestione verticistica e spettacolare di Bertolaso ha occultato completamente il problema. Le comunità locali sono state, di fatto, deresponsabilizzate, esautorate  e, secondo il presidente dell’ANCI, in questa occasione abbandonate a sé stesse.

Nei giorni scorsi il prefetto Gabrielli ha dichiarato che il Dipartimento non sarebbe in grado di “vidimare” gli oltre 8.000 piani comunali. Con tutta franchezza il problema ci sembra mal posto e sottovalutato. La Protezione civile non può sottrarsi alla responsabilità di guidare la costruzione del pilastro della mobilitazione che deve trovare, nei piani, l’indispensabile sostegno.  Non si parte da zero. moltissime comunità locali hanno dimostrato, in questi giorni, di essere all’altezza della situazione (per esempio il comune di Carsoli ha assistito anche 1200 persone “espulse” dall’autostrada Roma – L’Aquila), esiste un volontariato ampio e diffuso che lavorerebbe volentieri anche per migliorare la prevenzione e non essere soltanto la “ruota di scorta” nelle calamità. E’, statisticamente, del tutto probabile che esista una rilevante quantità di energia sociale disposta a spendersi volentieri a patto di avere un punto di riferimento affidabile.

Per quanto riguarda il pilastro della politica unitaria e del coordinamento, il Dipartimento della protezione civile, dispone delle competenze tecniche necessarie per analizzare le informazioni messe a disposizione dalla emergenza neve/gelo e mettere a punto un progetto adeguato. Anche in questo caso, la cittadinanza attiva può mettere a disposizione un know how importante, almeno quanto quello speso per la produzione del Vademecum e un supporto di organizzazione non trascurabile (basta pensare alla rete dei Centri servizi per il volontariato).

Il Presidente del Consiglio ha dichiarato l’intenzione di procedere ad una riforma della Protezione civile e ci piacerebbe sapere che intende farla precedere da un libro verde e da un’ampia consultazione. Il curriculum personale attesta che il prefetto Gabrielli è un uomo coraggioso e ci piace pensare che possa confermare questa qualità anche nella conduzione di un’opera di grande portata che sicuramente troverà ostacoli potenti. Ci piacerebbe, anche constatare che, nella prossima occasione, non si ripeterà il solito teatrino politico/mediatico. Sarebbe anche questo un segnale confortante.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

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