Ius soli: un problema serio vuole soluzioni intelligenti (di Angela Masi)

Il dibattito sulla cittadinanza, tornato in auge con l’affidamento del Ministero per l’integrazione all’onorevole Kyenge, sembra concentrato su questioni ideologiche che non hanno più alcuna utilità né concretezza (ammesso e non concesso che mai l’abbiano avuta).kyenge

Quello che contano sono le proposte concrete e l’analisi delle stesse.

Il 21 marzo 2013 (molto prima del governo Letta) viene depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza firmata dalla neo-eletta e futuro ministro Kyenge insieme a Bersani, Chaouki e Speranza, del PD. Le successive vicende politiche hanno poi visto la nascita del governo Letta, senza che tra le forze politiche coinvolte potesse essere discussa la questione e senza quindi alcun accordo di programma al proposito.

Il testo proposto ad inizio legislatura ha molti elementi in comune con i progetti che l’hanno preceduta in passato, tra i quali la proposta Turco-Violante del 2001, il disegno di legge del ministro Amato del 2006, per arrivare alla proposta bi-partisan Sarubbi-Granata durante la scorsa legislatura. In tutti questi casi vengono proposte, seppur con sfumature diverse, innovazioni che introducono nella legge vigente elementi di ius soli, ovvero mirano a permettere l’acquisizione facilitata della cittadinanza italiana per chi è nato in Italia da genitori stranieri.

L’ipotesi della ministra Kyenge è il doppio ius soli  che raccoglie suggerimenti sia dal sistema francese che da quello tedesco. Si prevede l’acquisizione della cittadinanza per i figli nati in Italia da uno straniero a sua volta nato in Italia e qui residente legalmente. Oppure per i figli nati in Italia da stranieri legalmente residenti da almeno cinque anni Nessuna paura quindi che le gestanti africane vengano a partorire in Italia.immigrati

Ulteriori corsie di ingresso sono previste per chi, nato in Italia o immigrato in Italia da bambino, abbia frequentato un certo numero di anni di scuola in Italia.
Si tratta quindi certamente non di un’applicazione dello ius soli puro e incondizionato tale da incoraggiare un “turismo” organizzato a questo fine.

E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto dell’Europa viene da una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione.

Non si tratta, però, di una questione puramente giuridica. L’ultimo rapporto ISTAT e il rapporto dell’Arci Migrantes dicono che i minori residenti in Italia, nati da genitori stranieri, sono circa un milione. Di questi, circa 650 mila hanno visto la luce nelle strutture del servizio sanitario nazionale. Tutto lascia prevedere che i dati, alla fine dell’anno in corso, risulteranno aumentati con un incremento che, ormai da diverso tempo, si attesta attorno all’1,5 – 2% annuo. Un milione di giovani italiani che studieranno e, speriamo, lavoreranno qui sono una ricchezza, non un problema.

In Italia, la legge sulla cittadinanza (Legge 5 febbraio 1992, n.91) ha più di vent’anni ed è basata sullo ius sanguinis, per cui, lo status giuridico dei bambini, figli di immigrati, cui capita di nascere in Italia è inestricabilmente legato alla condizione dei genitori e, in ogni caso, non hanno diritto alla cittadinanza prima del raggiungimento della maggiore età.

I loro padri ottengono la cittadinanza compiuti dieci anni di residenza legale, se percepiscono un reddito dichiarato che garantisca l’autosufficienza (condizione quasi impossibile se consideriamo il numero degli stranieri che lavorano a nero e quelli che non raggiungono quella soglia di reddito).

La legge prevede che la procedura attraverso la quale ottenere la concessione, deve durare 730 giorni, cioè due anni. In realtà, gli anni che trascorrono non sono meno di quattro.balotelli e madre

Il calciatore Balotelli è un esempio di questa procedura e nonostante sia nato in Italia, abbia frequentato scuole italiane e cresciuto calcisticamente nelle squadre giovanili della sua città, non ha potuto giocare in nazionale, in quanto non cittadino italiano, fino ad oltre 19 anni di età. E consideriamo che per un personaggio pubblico e ben retribuito i tempi burocratici si sono contratti di molto…

Il “beneficio” della cittadinanza italiana spetta di diritto anche a chi nasce in Italia da genitori ignoti o apolidi; oppure il figlio di genitori ignoti trovato sul territorio italiano di cui non si trova nessun’altra cittadinanza. O ancora: lo straniero che risiede da tre anni o che è nato in Italia, del quale si riescono a rintracciare antenati diretti di nazionalità italiana. Infine: il ragazzo già diciottenne adottato da cittadini italiani, che però risiede in Italia da almeno 5 anni.

Possiamo concludere, dunque, che al di là della questione italiana sul riconoscimento della cittadinanza per ius soli, tutti i Paesi europei dovrebbero avviare una riflessione sull’argomento poiché tale modalità di riconoscimento della cittadinanza vige solo in Francia dal 1515. Vero è che la Francia ha una lunga storia di colonizzazione e di immigrazione ma altrettanto vero è che la società contemporanea ci ha sottoposti ad una serie di cambiamenti economici e culturali tali per cui la presenza di cittadini extra-comunitari in tutta Europa non può più essere regolata da una legislazione appartenente ad altri tempi.

immigratiUn’altra questione importante è quella dei diritti derivanti dal riconoscimento dello status di cittadino: diritti civili, diritti politici, diritti sociali.

Perché un cittadino, nato in Italia, cresciuto nello stesso Paese, che ha frequentato le nostre scuole non deve, per esempio, avere diritto di accesso ai concorsi pubblici?

Perché non deve poter eleggere i propri rappresentanti istituzionali? Perché non deve avere diritto ai meccanismi di protezione sociale quali, per esempio, la pensione dopo il lavoro pur pagando le tasse nel nostro Paese e pur versando i contributi utili a sostenere il sistema pensionistico dei nostri padri italiani?

Non c’è un po’ di contraddizione nel riconoscere il diritto di voto ad un argentino, per esempio, che ha genitori italiani, ma che in Italia non ha mai messo piede e non ad un cittadino extra-comunitario italiano a tutti gli effetti, tranne che formalmente?

E’ vero, essere cittadini di un Paese attribuisce diritti importanti, quelli cui sopra abbiamo accennato ma non è affatto vero che riconoscerli ad un numero maggiore di persone favorisce il rischio di perderli…. La crisi che stiamo vivendo in Italia e in altri paesi europei dimostra chiaramente che tale rischio non c’entra niente né con gli immigrati né con lo ius soli.

Angela Masi

Intervista ad un educatore di frontiera (di Salvatore Sinagra)

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista a Pierluigi, 38 anni, laureato in filosofia che lavora la mattina a scuola ed il pomeriggio in un campo rom, aiutando i giovani che frequentano le scuole medie. Il testo integrale si trova nella sezione “Documenti”.

Tu lavori in un campo rom, ho capito che cerchi di far studiare i giovani rom, di farli almeno arrivare alla licenza media, ma effettivamente di cosa ti occupi? Sei un insegnante? Sei un mediatore culturale?

Sono un operatore sociale che svolge, la mattina, un’attività di sostegno e mediazione scolastica, presso due scuole medie del Quartiere 4 di Firenze, e, il pomeriggio, un’attività educativa di strada presso i villaggi del Poderaccio I e II di Firenze che si traduce in interventi di recupero e sostegno extra-scolastico, e mediazione, intesa come facilitazione, accesso e fruizione ai servizi socio-sanitari.

Gli obiettivi principali sono quelli di contrastare il più possibile la discriminazione, facilitare e sostenere percorsi scolastici, sia a livello didattico che socializzativo, agire contro la dispersione scolastica, partecipare, più o meno direttamente, nello specifico, alla formazione degli insegnanti.

Dal riconoscimento reciproco parte e si sviluppa il lavoro. I ragazzi, i minori, sono quello che sta davanti, più a diretto contatto con noi. Ci si  rende conto, piano piano, che quello con cui si lavora sono le famiglie. Le stesse famiglie poi appartengono a gruppi,  con diversi sistemi di riferimento culturale, che nel tempo si sono a loro volta in parte modificati, proprio a causa della loro storia, del luogo di provenienza e del livello di integrazione/emarginazione che si sono trovati a vivere.

L’ obiettivo primario che sottende i servizi è quello di facilitare dei percorsi di cittadinanza. Quello che più è emerso, infatti, è che molte persone residenti nei due villaggi si trovano a vivere quella che tecnicamente viene definita cittadinanza imperfetta.

Ma non c’è il rischio che la vostra attività possa essere o possa essere percepita come un processo di assimilazione?

 Purtroppo molti interventi sulla scolarizzazione dei minori rom, specialmente in passato, di fatto, più o meno implicitamente, miravano all’assimilazione, partendo dal presupposto che i rom non avessero un’ educazione, così come dei genitori degni di questo nome; in pratica che fossero un po’ come primitivi che necessitassero di un processo di civilizzazione ed evoluzione, che si serviva come strumento primario della scuola. Alla nascita del primo progetto, circa il 30% dei ragazzi rom residenti nell’allora campo arrivava a conseguire la licenza media; oggi ci arrivano altre il 90%, la maggior parte dei quali frequenta poi almeno il primo anno della scuola superiore.

Ma che vuol dire cittadinanza imperfetta?

 Si tratta di uno status che ha una certa ambiguità e che causa grossi problemi a chi lo subisce. In pratica si tratta di avere sulla carta certi diritti, ma che di fatto restano inaccessibili o del tutto negati. Si pensi a coloro che hanno chiesto un permesso di soggiorno, sono in attesa del completamento del relativo iter ed hanno in mano un foglio di carta che attesta che la loro richiesta è attualmente sottoposta al vaglio della pubblica amministrazione, purtroppo chi vive in questa condizione, se si trova nella necessità di dover lasciare l’Italia (magari perché un proprio familiare è in fin di vita), non può più rientrare. Attualmente, in Italia, la legge che regola i permessi di soggiorno è fallimentare e crea maggiori difficoltà e ingiustizia proprio a danno di chi più si impegna a svolgere un normale percorso di vita. Una riforma della legge sulla cittadinanza, così come auspicata ultimamente dal Presidente Napolitano, sarebbe un notevole passo avanti verso l’integrazione e, al tempo stesso, la migliore legge sulla sicurezza. Una legge che genera precarietà e che criminalizza la clandestinità che essa stessa con estrema facilità produce, genera insicurezza e illegalità.

Che differenza c’è fra campo e villaggio?

 Il campo è un insediamento spontaneo o edificato dalle amministrazioni comunali, mutevole, fatto nel primo caso da baracche, composte da lamiere, plastiche, pezzi di legno, ecc.; da container e roulotte nel secondo. I villaggi (Poderaccio I e II) sono un progetto del Comune di Firenze, avviato in collaborazione con la Regione (dopo un incendio, non doloso, in cui ha perso la vita una bambina di cinque anni) con l’obiettivo di “mettere in sicurezza” 72 famiglie, che vivevano nella baracche e che sono state trasferite in casette in legno per esigenze abitative temporanee, che sarebbero dovute essere le loro abitazioni per sette anni. È anche vero che, in un certo senso, il “campo fa campo”. Tutti i residenti dei villaggi, in linea di principio, accetterebbero una casa, ma fuori dal campo fanno fatica, e spesso si trovano a perdere tutta una rete di reciproca assistenza che vivendo vicini di casa, o almeno nella stessa zona, hanno garantita.

Ma non c’è il rischio che il comune spenda tanto ma che alla fine i rom non riescano a “camminare con i loro piedi”? Cosa pensano i fiorentini?

 Esistono diritti civili stabiliti dalla Costituzione e da documenti di organizzazioni internazionali che devono essere garantiti ed esiste il problema del populismo; vi è anche una strategia europea di inclusione dei Rom. Non si può inseguire la pancia dell’uomo comune. Il giudizio della gente deve essere guidato, bisogna far capire alle persone che per partire tutti dallo stesso livello a qualcuno deve essere dato di più. Il problema delle minoranze viene declinato troppo spesso solo in chiave di sicurezza, facendo leva sulla paura .

 A proposito di sicurezza, ti faccio una domanda, è vero che i rom delinquono più degli altri cittadini o si tratta solo di luoghi comuni?

 Ti rispondo che purtroppo una domanda del genere si può fare, nella maggior parte dei casi, senza dare adito a scandalo. Questo perché lo stereotipo del rom ladro, violento, incivile, pericoloso, ecc., è tra i più trasversalmente radicati. I pregiudizi sui rom sono tra i più forti rimasti. Se solo provassimo a sostituire al termine “rom”, nella tua domanda, il termine “italiani”, sarebbe più facile per noi capirne l’assurdità; ma se l’avessimo fatto in America negli anni ’20, subito sarebbe stato nuovamente accettabile.

Vero è che se a chi è più in difficoltà ed è più emarginato, e spesso vittima del pregiudizio della società dominante, invece di facilitargli percorsi di cittadinanza, glieli precludi, anche attraverso leggi espulsive, si creano le condizioni che favoriscono  ulteriore emarginazione ed espongono questa gente a cadere vittime dell’illegalità e della criminalità. Le politiche che mirano a combattere il disagio sono i migliori strumenti di sicurezza; viceversa approcci “muscolari” repressivi ed espulsivi, che si concentrano solo sugli effetti e non sulle cause, come la tanto discussa legge Bossi-Fini, non hanno fatto altro che creare insicurezza favorendo le organizzazioni criminali.

L’Italia delle tante diversità e i nuovi italiani (di Andreina Lanteri)

Com’era prevedibile le dichiarazioni del Presidente Napolitano sulla cittadinanza ai bimbi nati in Italia da genitori non italiani, ma che qui vivono e lavorano ha suscitato la più ampia discussione. “Mi auguro che in Parlamento si possa affrontare anche la questione della cittadinanza per i bambini nati in Italia da immigrati stranieri”, ha detto Napolitano (considerando “follia” che già non sia così) sottolineando che una più adeguata normativa sullo ius soli permetterebbe al paese di acquisire nuove energie per far fronte al progressivo invecchiamento della popolazione.

Scontate le  scomposte reazioni critiche da parte della Lega e di parlamentari di destra,  i restanti partiti sembrano non essere  indifferenti al problema tant’è che  sono 50 le proposte e i disegni di legge presentati in Parlamento in tema di cittadinanza, 32 alla Camera e 18 al Senato. Di questi provvedimenti solo 5 si occupano in modo specifico di minori, 3 a Montecitorio e 2  al palazzo Madama.

Un disegno di legge a firma del senatore del Pd Ignazio Marino e di 113 senatori (tutto il Pd, Idv e alcuni del Terzo Polo) modifica  la legge 91  del 1992 e assegna la cittadinanza ad ogni nato in Italia indipendentemente da quella dei genitori.

Il multiculturalismo e il confronto fra diverse identità culturali sono risorse sulle quali investire – spiega Marino – discriminare l’infanzia, compromettere la crescita equilibrata dei bambini che nascono in Italia da genitori immigrati è incivile: il nostro Paese non può più permettersi di vivere nell’intolleranza e nell’arretratezza culturale. Con buona pace di quella parte del mondo politico che rifiuta la modernità, facciamo un passo avanti».

La normativa vigente in Italia in materia di cittadinanza prevede in base alla legge n. 91/1992, che è cittadino per nascita:

a) Il figlio di padre o di madre cittadini;

b) chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge dello Stato di questi (art. 1, comma 1).

Gli immigrati extracomunitari attualmente possono richiedere la cittadinanza solo dopo aver trascorso 10 anni nel territorio della Repubblica.

Si conferma in questo modo il primato dello ius sanguinis su quello dello ius soli, il che significa non tener conto della realtà storica e sociale in cui viviamo né di un elementare principio di ragionevolezza. Si resta attaccati ad un preteso primato ancestrale che fa derivare il legame della persona al territorio solamente dal collegamento naturale madre – figlio. In questo modo si riduce la nazionalità non a un processo di formazione culturale vissuto dentro una comunità, ma ad una caratteristica quasi genetica che si trasmette dai genitori ai figli. In epoche lontane poteva avere un senso, ma oggi…

Oggi è evidente che il mutato contesto in cui viviamo e  il fenomeno della globalizzazione che, nel bene e nel male, è la realtà con cui dobbiamo confrontarci ci porta a guardare con occhi diversi (e ad agire) per regolarizzare situazioni che non possono più essere trattate come se vivessimo in un lontano passato.

In base alle tabelle pubblicate dall’ISMU su dati forniti dall’Istat in Italia siamo passati dalla presenza di 125.565 minori extracomunitari nel 1997 a ben 932.675 nel 2010, una crescita esponenziale che fa da contraltare al calo delle nascite di bambini italiani.

L’Italia è uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2010 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,40, di poco inferiore all’1,41 del 2009. Negli anni ’90  si toccarono i minimi storici, ma ancora oggi il livello delle nascite non è quello del 2,1 figli per donna considerato ottimale per il mantenimento di una popolazione.

Se a partire dalla metà degli anni novanta la natalità in Italia ha registrato una moderata ripresa, ciò è stato grazie all’apporto del  tasso di fecondità delle donne immigrate.

Nelle scuole oggi è presente un numero elevatissimo di bambini di origini, culture e tradizioni diverse, e queste differenze fanno ancora paura a molti che vedono nello straniero l’invasore che viene a distruggere le tradizioni e la cultura originarie.

Il problema della diversità della lingua, è dimostrato, nei bambini viene risolto con una facilità che per gli adulti è sconosciuta, anzi è divertente sentire parlare con accento dialettale e con espressioni gergali bambini con gli occhi a mandorla o con la pelle nera che si sentono e sono a tutti gli effetti come tutti gli altri bambini. E, comunque, la questione di cui si dibatte riguarda bimbi nati in Italia che imparano la lingua esattamente come tutti gli altri.

Le diversità di religione e cultura vanno affrontate con un approccio positivo in quanto lo scambio di conoscenze non può che portare ad un arricchimento reciproco. La paura e la diffidenza per il diverso non possono avere più spazio, soprattutto verso chi è nato e cresciuto nel nostro paese,  condividendo la quotidianità con i nostri figli. Tra l’altro l’Italia è il prodotto di culture diverse che, nel corso degli anni, hanno faticato a trovare una convergenza. E ad oggi vi sono forze come la Lega che su queste diversità continuano a far leva per ampliarle e non per restringerle.

L’integrazione totale di questi bambini e ragazzi si potrà però avere solo riconoscendo il loro diritto di cittadinanza: solo dando loro la sensazione di non essere stranieri accolti, ma membri a tutti gli effetti della società civile, favorendo la loro partecipazione democratica si riuscirà a  superare la visione parziale e subalterna degli immigrati quali “ forza lavoro” dando così un giusto riconoscimento alle relazioni che queste persone avviano nel luogo di residenza.

Un altro problema che potrà risolversi riconoscendo il diritto di cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia  è quello dell’emarginazione e della ghettizzazione da cui si generano  situazioni di disagio estremo che possono sfociare in atti di violenza quali quelli che si sono verificati a Londra nell’estate scorsa e a Parigi qualche anno fa’.

In conclusione è una incontestabile verità che la storia dell’umanità è caratterizzata dallo spostamento di popolazioni e dal conseguente instaurarsi  di intrecci e collegamenti tra persone provenienti da contesti geografici diversi. Oggi questo interscambio è diventato più veloce e incalzante, i tempi sono  più rapidi, le distanze più brevi e bisogna cercare di essere pronti ad affrontare le diverse realtà che si presentano. Compito del legislatore è di riconoscere le nuove necessità cui far fronte e quella del riconoscimento come cittadini a tutti gli effetti di chi è nato qui e qui vive, studia, lavora, fa parte della società civile italiana e, quindi, di uno Stato è  una di queste. Che poi i genitori provengano da altri paesi è cosa del tutto irrilevante per ogni persona ragionevole.

Andreina Lanteri

Chi è nato in Italia, è italiano (di Erica Battaglia)

“E’ una assurdità, una follia che dei bambini nati in Italia non diventino italiani. Non viene riconosciuto loro un diritto fondamentale”. Sono queste le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, durante l’incontro al Quirinale con la Federazione delle chiese evangeliche che si è tenuto martedi 22 novembre. L’augurio che sottintende queste parole è che, nel nuovo clima politico, il Parlamento torni ad esaminare la questione della cittadinanza italiana per i figli delle persone migrate in Italia. Per i nati qui, nel nostro paese. La domanda di fondo a cui tutti, come cittadini e come amministratori della cosa pubblica, dobbiamo rispondere è: lo ius sanguinis, ovvero l’ottenimento della cittadinanza solo ed esclusivamente attraverso legami di sangue, è oggi sufficiente a rispondere al mutato panorama multietnico e multirazziale italiano?

La mia personale opinione è che il Presidente Napolitano stia di fatto invitando la politica a raccogliere una sfida: quella delle migrazioni internazionali. Non solo in termini di gestione dei flussi e di lotta all’immigrazione clandestina, ma anche, e soprattutto, in termini di riconoscimento e rafforzamento dei processi di cittadinanza. Processi che interessano e coinvolgono in primis tutti quei migranti che hanno scelto il nostro paese come luogo di residenza e di vita: una nuova legge sulla cittadinanza è improcrastinabile. Chi nasce in Italia, è e deve essere italiano. Per ius soli, per diritto “di suolo”.

Ma quanti sono i nati in Italia? Come si sentono in un paese che di fatto li considera di serie B anche se tifano la Juventus, hanno preso il diploma nelle scuole del territorio, parlano dialetti locali  e frequentano i nostri stessi ambienti culturali e sociali? Ho fatto una ricerca. Sono circa un milione i bambini e i ragazzi (fonte: Stranierinitalia.it) che, sebbene nati in Italia, vengono considerati dalle legge al compimento del diciottesimo anno di età “stranieri senza permesso di soggiorno” col rischio di finire al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) per un “improbabile” rimpatrio. La normativa italiana, Legge 5 febbario 1992, n.91, Nuove norme sulla cittadinanza, prevede che chi nasce in Italia da genitori non italiani non acquisti automaticamente la cittadinanza italiana (fonte: Stranierinitalia.it). Se residente e maggiorenne può chiedere di ottenerla dimostrando residenza continuata sin dalla nascita e permesso di soggiorno in regola. E, volendo, la ottiene: è un beneficio di legge. Ma cosa succede se l’iscrizione all’anagrafe non è avvenuta in tempo o se i genitori hanno chiesto in ritardo l’inserimento del minore nel proprio permesso di soggiorno? Il requisito della residenza sin dalla nascita salterebbe e così anche il diritto di presentare in automatico la domanda al compimento del diciottesimo anno di età. C’è una circolare del Ministero dell’Interno che va a sanare questa lacuna con certificati di vaccinazione o iscrizioni scolastiche, ma non basta – è un mio parere, questo – a dare certezza del diritto.

All’appello di Napolitano sono seguite risposte e reazioni. Tante le forze politiche che hanno riconosciuto questa necessità. Anche il nuovo ministro alla Cooperazione e all’Integrazione, Andrea Riccardi, ha accolto l’appello del Presidente. Meno, molto meno, la Lega Nord e qualche esponente di spicco del Pdl. “Napolitano sta esagerando” ha commentato Matteo Salvini, deputato europeo del Carroccio. “Niente spallate sulle leggi di cittadinanza” ha ribadito Maurizio Gasparri capogruppo dei senatori del Pdl. Ma non è beneficienza, lo dobbiamo dire: è un diritto che va riconosciuto. Scetticismo o, peggio, propaganda di fatto sono superati da quanto nella quotidianità accade nelle nostre scuole e negli ambulatori sanitari, negli uffici pubblici. Queste persone, benché nate da migranti non italiani, sono a tutti gli effetti italiani, integrati. Parlano la nostra lingua, studiano la nostra storia, abitano i nostri quartieri e sposano i nostri figli.

Vedere Mario Balotelli piangere in tv per quel senso diffuso di inadeguatezza e rifiuto che ferisce tanti giovani nati in Italia ma non riconosciuti italiani, fa rabbrividire. Era il 15 novembre scorso. Erano in tanti nel salone dei Corazzieri al Quirinale per l’incontro tra il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e i nuovi cittadini italiani. Era presente anche la Nazionale di calcio con Mario Balotelli. Alle parole di Napolitano, che invitava a rivedere la normativa, a Mario sfuggiva una lacrima. “Quelle parole mi hanno toccato – ha detto Balotelli, che è nato a Palermo da genitori ghanesi -. E’ la mia storia, è assolutamente cosi”. Sarebbe bello se al suo prossimo gol gioissimo non solo per il risultato di una partita, ma anche per l’amore di una maglia – quella azzurra – che Mario porta con onore e che tanti ragazzi e ragazze non ancora italiani sentono come la loro.

Erica Battaglia cittadina e consigliera del X Municipio di Roma

I nuovi cittadini: l’immigrazione tra diritti, responsabilità e partecipazione (di Vittorino Ferla)

Quale relazione tra immigrazione e cittadinanza? Se ne è parlato il 25 gennaio scorso al Senato nel corso del convegno “I nuovi cittadini”, promosso da Cittadinanzattiva e dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Un rapporto che possiamo cominciare ad approfondire a partire da una domanda (in che senso nuovo oggi gli immigrati sono titolari di diritti?) e da una sfida (quella della cittadinanza attiva e della sussidiarietà costituzionale).

Gli immigrati sono titolari di (quali) diritti?

A questa domanda si può rispondere prima di tutto ammettendo il superamento del nesso Stato-nazione come principio normativo del regime dei diritti di cittadinanza. La cittadinanza, nella sua triplice declinazione basata su diritti, appartenenza e partecipazione, risponde ad altri criteri regolativi: il riconoscimento della persona umana al di là dei propri legami con una comunità specifica, l’esercizio concreto e attivo dei diritti al di là della titolarità formale degli stessi.
La cittadinanza diviene ‘post-nazionale’ e si ancora al regime internazionale dei diritti umani, all’insieme di norme, convenzioni, dichiarazioni che lo sostanziano. In questo rinnovato spazio pubblico, i diritti non scaturiscono dalla sovranità dello Stato-nazione ma dalla “Costituzione”. Non è un caso che la Costituzione italiana sia costruita in questa chiave progressiva. Da un lato, infatti, essa recepisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, accogliendo tutele di diritti che vengono ben prima di quelle legate alla cittadinanza nazionale: basti pensare al diritto alla salute di cui i cittadini immigrati godono e che il nostro servizio sanitario nazionale si deve impegnare a tutelare, anche se non sono cittadini italiani (v. sentenza n.269/2010 della Corte costituzionale). Dall’altro, essa apre alle profonde trasformazioni che provengono dalla costruzione della cittadinanza europea, con il suo profondo contenuto di libertà. Si afferma una nuova coscienza storica che distingue tra i diritti della personalità (o, se si preferisce, della cittadinanza costituzionale e universale), che in quanto tali devono essere

estesi a ‘tutti’, e diritti di cittadinanza (in chiave nazionale), che possono essere riconosciuti ai ‘membri’ di una specifica comunità politica. In tale quadro, i diritti di libertà per eccellenza, che in quanto tali dovrebbero poter essere garantiti a tutti, e che stanno inoltre a fondamento della nuova cittadinanza europea, sono proprio “il diritto di residenza ed il diritto di circolazione”!

Cittadinanza attiva, sussidiarietà, immigrazione

Se questo ragionamento, poi, si sposta nel campo della cittadinanza attiva la prospettiva si allarga. L’art.118, u.c. della Costituzione mostra benissimo come i cittadini singoli o associati che svolgono attività di interesse generale non sono affatto i titolari di diritti di cittadinanza nazionale, bensì i titolari di diritti di fondamento ‘costituzionale’ (dunque, prima di tutto, diritti umani contenuti nelle Carte internazionali e diritti di cittadinanza secondo gli sviluppi della normativa europea).

Tutti i cittadini, pertanto, compresi i cittadini immigrati, sono nelle condizioni di esercitare i propri diritti, di assumersi responsabilità nella vita pubblica, di dare il proprio contributo per lo sviluppo sociale e civile del luogo in cui risiedono. Dunque di svolgere attività di interesse generale.

Siamo di fronte ad una cittadinanza sostanziale che si sviluppa nelle politiche della vita quotidiana, ben al di là di questioni meramente formali di appartenenza ad un determinato Stato-nazione.
L’insieme di tutte queste considerazioni ricaccia in un passato davvero antico i criteri di attribuzione della cittadinanza oggi vigenti. L’ordinamento italiano fonda l’attribuzione della cittadinanza nazionale su una sorta di ‘familismo giuridico’: si è cittadini per eredità di sangue o per via di matrimonio. Come è possibile accettare ancora oggi che la cittadinanza si acquisisca per ‘tradizione familiare’, in qualche modo per ‘destino’, piuttosto che per ‘elezione’, per la libera e autonoma scelta di chi decide di vivere nel nostro paese, vi risiede stabilmente condividendo la nostra sorte comune, e qui si impegna con il proprio lavoro, le proprie attività economiche, le proprie iniziative civiche, nella costruzione di una comunità nazionale aperta, accogliente e solidale?

La missione della Repubblica

Di fronte a tutto ciò, l’ipertrofizzazione burocratica della gestione dei permessi di soggiorno o lo stato di limbo al quale vengono condannati gli immigrati di seconda generazione (italiani a tutti gli effetti) è una violenza gratuita, una negazione bella e buona dell’umanità stessa di questi soggetti. Alla luce di questo ragionamento, la missione delle istituzioni repubblicane dovrebbe essere ben diversa. In primo luogo, si tratta di rinnovare l’impegno per la rimozione degli ostacoli allo sviluppo umano di tutti i cittadini, senza distinzioni di sorta, come prevede l’art.3 della Costituzione. In secondo luogo, sulla base del principio di sussidiarietà iscritto nell’art.118, u.c., bisognerà favorire ‘tutti’ quei cittadini che svolgono attività di interesse generale, esercitando diritti e responsabilità. Anche così, certamente, si costruirà un’Italia più unita e più europea. Varrebbe la pena di ricordarlo, in questo speciale 2011 in cui si celebrano l’Anno europeo della cittadinanza attiva e i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Vittorino Ferla