Il federalismo in sanità che non funziona

federalismo in sanità

Quando quasi un cittadino su dieci rinuncia a curarsi per motivi economici e liste di attesa; quando la prevenzione si fa a macchia di leopardo, con un  Sud che arranca e regioni importanti come Lazio e Veneto che fanno passi indietro rispetto al passato; quando è altrettanto diversificato di regione in regione l’accesso ai farmaci innovativi, soprattutto per il tumore e l’epatite C; quando nelle Regioni in cui il cittadino sborsa di più, per effetto dell’aumento della spesa privata per le prestazioni e della tassazione, i livelli essenziali sono meno garantiti che altrove. Quando si constata tutto ciò vuol dire che il Servizio Sanitario Nazionale non compie fino in fondo il suo dovere o, perlomeno, che ai mezzi impiegati non corrispondono i risultati attesi.

cittadinanzattivaSembra dire questo il Rapporto 2015 sul federalismo in sanità presentato da Cittadinanzattiva.

Secondo Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva “è ora di passare dai piani di rientro dal debito ai piani di rientro nei Livelli Essenziali di Assistenza, cruciali per la salute dei cittadini e la riduzione delle diseguaglianze. Per andare dietro alla sola tenuta dei conti, oggi alcune regioni in piano di rientro hanno un’offerta dei servizi persino al di sotto degli standard fissati al livello nazionale, ma con livelli di Irpef altissimi e ingiustificabili dai servizi resi”.

Il primo dato da mettere in evidenza è quello relativo alla spesa privata dei cittadini per prestazioni sanitarie che in Italia è al di sopra della media OCSE (3,2% a fronte di una media OCSE di 2,8%). A fronte di ciò colpisce che le Regioni sottoposte a piani di rientro sono anche quelle che fanno pagare di più i cittadini per l’addizionale regionale Irpef erogando un servizio che spesso è al di sotto dei livelli essenziali di assistenza (Lea).

spesa sanitariaAltri punti dolenti motivo di rinuncia alle cure e di ricorso ai servizi privati (per chi se lo può permettere) sono le liste di attesa e il peso dei ticket. Fra gli oltre 26mila che si sono rivolti al Tribunale per i diritti del malato nel 2015, uno su quattro lamenta difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%).

La conseguenza è che molti rinunciano a curarsi. Secondo il Rapporto ciò accade al 7,2% dei residenti ovvero a ben 2,7 milioni di persone (con il Sud al primo posto, seguito dal Centro e dal Nord). Parlano chiaro i dati sui tempi di attesa per alcune tipologie di prestazioni: per una visita ortopedica i tempi minimi si registrano nel Nord-Est (poco più di un mese), quelli massimo al Centro (quasi due mesi);  per una prima visita cardiologica con ECG si va dal minimo di 42,8 giorni nel Nord-Ovest al massimo di 88 giorni al Centro; per l’ecografia completa all’addome si attende da un minimo di 57 giorni nel Nord Est ad un massimo di 115 giorni al Centro; per la riabilitazione motoria si va dai quasi 13 giorni del Nord Est ai quasi 69 giorni del Sud.

ticket sanitàAnche sui ticket si registrano differenze tra le varie regioni. Non si tratta solo dell’importo, ma anche delle esenzioni perché in alcune Regioni sono esenti tutti i disoccupati, i lavoratori in cassa integrazione o in mobilità o con contratto di solidarietà (Lombardia, Emilia Romagna e Toscana); in altre Regioni sono esenti dalla partecipazione al costo i figli a carico dal terzo in poi (Trento); in altre ancora sono esenti gli infortunati sul lavoro per il periodo dell’infortunio o affetti da malattie professionali (Liguria, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Basilicata), i danneggiati da vaccinazione obbligatoria, trasfusioni, somministrazione di emoderivati, le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata e familiari, i residenti in zone terremotate.

Marcate differenze tra le regioni anche per i posti letto e i giorni di degenza in ospedale. In un contesto di riduzione dei posti letto per acuti comunque gran parte delle Regioni non sottoposte a Piani di Rientro dispone di più posti letto; il contrario avviene in Calabria, Puglia e Campania sottoposte da anni a Piani di rientro. Identico l’andamento per i giorni di degenza.

Altri aspetti trattati nel Rapporto riguardano l’assistenza territoriale, i punti nascita, la prevenzione, laccesso ai farmaci innovativi, il trattamento degli stranieri, la procreazione medicalmente assistita, il trattamento del dolore in ospedale.

Il quadro complessivo che emerge dal Rapporto è quello di un assetto “federalista” che non risponde ai bisogni di salute dei cittadini e che li divide a seconda del territorio di residenza.

Il Rapporto si può scaricare dal sito www.cittadinanzattiva.it

Un punto di vista civico sulla riforma della scuola

riforma della scuolaComincia ora un cammino non facile per il disegno di legge noto ai più come “La buona scuola”. Va dato atto al Governo degli sforzi fatti che, al di là delle diverse interpretazioni, testimoniano comunque l’impegno a voler rimettere al centro degli investimenti e delle politiche pubbliche la scuola italiana. I pilastri di questo disegno di legge di riforma della scuola sono rappresentati, a nostro parere, dagli interventi sui docenti precari e sull’autonomia funzionale delle scuole, meno dall’aspirazione a riformare dalle fondamenta la scuola italiana. Volendo fornire un contributo alla riflessione, necessariamente sommario e sintetico, proveremo ad indicare le proposte che maggiormente ci convincono e ad evidenziare quelle sulle quali occorrerebbero interventi migliorativi.

Ci convince la determinazione nell’aver affrontato la questione complessa, dolorosa e illegale dei docenti precari, pur con le criticità che l’operazione non può risolvere (es. mancata copertura di figure professionali con competenze linguistiche, scientifiche, informatiche) cercando di sanare il passato, cosa che i Governi precedenti si erano ben guardati dal fare, per poter cambiare definitivamente le regole di ingaggio per il futuro.

meritocraziaCondividiamo che, accanto al mantenimento degli scatti di anzianità come avviene per tutta la PA, si punti ad introdurre, seppure minoritario, il criterio meritocratico, così come non va disprezzato il bonus per la formazione agli insegnanti che, pur non sanando lacune formative di base, almeno può fungere da stimolo e contribuire all’ aggiornamento culturale e didattico degli insegnanti.

Al contrario non ci convince l’eccessiva centralità e l’eccessivo potere attribuiti ai Dirigenti scolastici come chiave di volta per far decollare l’autonomia scolastica; non ci convince il potere di chiamata dei nuovi docenti e la loro valutazione come appannaggio esclusivo dei dirigenti. Nella fase di consultazione de “La buona scuola” avevamo avuto occasione di ribadire la necessità di mettere a punto un sistema di valutazione con criteri condivisi da tutto il personale ed esteso ad altri soggetti ” valutatori” sia esterni sia interni, quali gli altri colleghi, gli studenti, le famiglie.

labirinto buona scuolaSe i dirigenti scolastici in questo disegno di legge appaiono i soggetti forti, al contrario gli studenti sembrano essere i soggetti deboli. Infatti, colpisce innanzitutto che si pensi a loro come contenitori di una sommatoria di conoscenze e competenze elencate nel disegno di legge rispetto alle quali è naturale chiedersi: in quali materie ed orari scolastici, con quali insegnanti e con quali metodologie?

Oltre a ciò si aggiunga che la mancata revisione del sistema di governance e degli organi collegiali, che viene rinviata alla Legge Delega, ha l’effetto di limitare sempre di più la possibilità di incidere da parte degli studenti nella programmazione (piani triennali) delle attività didattiche, nella scelta di proposte nel POF, negli investimenti, ecc. nella sperimentazione di nuovi modelli di scuola. Condividiamo, invece, non solo la volontà di incrementare l’alternanza scuola – lavoro ma anche l’ampliamento degli ambiti lavorativi al terzo settore e ad enti legati al patrimonio artistico, culturale e ambientale.
edilizia scolasticaPer quanto riguarda l’edilizia scolastica, ci convince l’impegno teso a recuperare sia i fondi non utilizzati dalle Regioni sia quelli, nuovi, derivanti dall’8×1000 di competenza statale e da quote comunitarie di progetti, ecc. facendoli confluire tutti nel Fondo Unico per l’Edilizia scolastica. Ci sembra un modo per non disperdere risorse e per controllare meglio il loro utilizzo effettivo. Si richiama, in più parti del testo, il principio che gli interventi in materia di edilizia scolastica verranno individuati sulla base dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica e su quella delle indagini diagnostiche inserita ex novo per prevenire i tanti episodi di crollo di tetti e solai nelle scuole di tutto il territorio nazionale. Se questa seconda proposta interpreta ciò che da tempo suggeriamo, non comprendiamo, invece, il riferimento allAnagrafe dell’edilizia scolastica come se esistesse, fosse aggiornata e completa e rappresentasse già ora un concreto strumento di programmazione. Così non è. Il Governo si dovrebbe impegnare seriamente con la Conferenza delle Regioni perchè ciò avvenga entro giugno (come promesso) senza deroghe, pena il venire meno dell’intero assetto di interventi/impegni sopra citati.

Riguardo alle classi in sovrannumero (classi “pollaio”) non ci appare convincente la soluzione prospettata: non è aumentando il numero dei docenti che automaticamente aumentano le competenze degli alunni e diminuiscono il numero di alunni per classe. Purtroppo non è così semplice. Bisognerebbe, a nostro avviso, partire dall’eliminazione dell’art. 64 della legge 133/2008 che ha previsto l’innalzamento del numero di alunni per classe, con effetti devastanti.

Adriana Bizzarri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Una soluzione semplice allo scandalo dei vitalizi regionali (di Laura Liberto)

vitalizi consiglieri regionaliDi fronte allo smantellamento del welfare ed ai continui tagli ai servizi pubblici, i milioni di euro destinati ogni anno dalle regioni per sostenere i vitalizi dei consiglieri regionali sono uno schiaffo per tutti i cittadini.

Forse si è già dimenticato, ma va ricordato che già nel 2011 (D.L. n. 138/2011  art. 14) si  prevedeva il passaggio al sistema previdenziale contributivo per i consiglieri regionali. Le regioni si adeguarono, ma solo per consiglieri “futuri” mantenendo intatti i trattamenti dei consiglieri in carica o di quelli che già percepivano i vitalizi.

Il Governo Monti dovette scrivere un’altra norma (D. L. n. 174/2012) che addirittura tagliava i trasferimenti erariali alle regioni (fatti salvi i fondi per sanità, politiche sociali, non autosufficienza e trasporti pubblici) che non avessero rispettato l’adeguamento dei vitalizi dei consiglieri come previsto dalla norma del DL 138/2011.

Di fatto nessuna regione, da allora, si è adeguata alla lettera e allo spirito della norma che, evidentemente, intendeva intervenire su tutti i vitalizi e non solo su quelli futuri.

Resta, dunque, un privilegio istituzionalizzato, su cui da tempo nel dibattito pubblico si grida allo scandalo, si producono grandi inchieste giornalistiche, si pubblicano libri, si promuovono raccolte di firme nelle piazze e petizioni on-line, ma non si riesce a cambiare granchè.

ricorso cittadinanzattiva Corte dei ContiPer sbloccare la situazione Cittadinanzattiva ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, sollecitando anche il ricorso  alla Corte Costituzionale, alla Corte di Giustizia Europea e alla Commissione Europea, mentre sono allo studio ulteriori azioni legali e, soprattutto, sarà promossa una proposta di legge nazionale che consenta il definitivo ed effettivo abbattimento di un privilegio che è ormai diventato intollerabile, indifendibile e clamorosamente stridente con la crisi in atto.

Eppure ancora si tenta di aggirare il problema con correzioni minime pur di considerare chiusa la questione. Esemplare, sotto questo profilo, la legge approvata la scorsa settimana dalla Regione Lazio che al di là della riuscita operazione mediatica, introduce ritocchi simbolici e temporanei sugli importi dei vitalizi e, tra le altre cose, mantiene in piedi la possibilità di cumulo con altri assegni vitalizi e indennità varie. Il commento più diffuso su questo provvedimento è che si poteva fare molto di più, ma almeno un passo avanti sarebbe stato fatto, eliminando l’anomalia di una regione dove la spesa per i vitalizi è arrivata a coprire un terzo del bilancio del consiglio regionale.

giustizia e equitàSi chiede ai cittadini di essere sempre molto comprensivi quando si tratta di intervenire sui privilegi della politica, mentre i loro diritti, a cominciare dalle pensioni, sono sempre più a disposizione per tagli e peggioramenti. È bene ricordare che qui si tratta di privilegi impensabili per i comuni lavoratori: età minima a 50 anni, pensione anche dopo solo pochi anni di permanenza in carica, cumulo con ogni altro emolumento e indennità anche se corrisposti dallo Stato, base di calcolo che include extra di tutti i tipi. Il tutto nell’assenza di qualsiasi relazione tra contributi versati e vitalizio percepito. La mancanza di ogni ragionevolezza giuridica e di un minimo di coerenza con l’ordinamento qualifica i vitalizi come privilegi che possono e devono essere revocati e ricondotti a ciò che la legge prevede ovvero regime contributivo per tutti.

La casta dei politici locali ovviamente ha subito mostrato tutto il suo senso dello Stato con la minaccia di sommergere le regioni di ricorsi per tutelare i loro intoccabili portafogli-alias diritti acquisiti. Cittadinanzattiva ritiene che sia possibile, oltre che doveroso, mettere realmente un punto allo scandalo dei vitalizi che continuano a prosciugare  i già dissestati bilanci regionali, obbligando semplicemente le regioni a rispettare ed applicare correttamente le leggi in vigore.

Più semplice di così…

Laura Liberto, coordinatrice di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva

Un’occasione decisiva per la riforma della politica (di Giuseppe Cotturri)

riforma della politicaNella revisione costituzionale del Titolo V nel 2001 fu inserito, all’art.118 comma 4, il principio di sussidiarietà orizzontale; fu riconosciuto cioè che i comuni cittadini hanno capacità di realizzare autonomamente interessi generali, e in tal caso le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai governi territoriali, hanno l’obbligo di accogliere e accompagnare (favorire) le attività civiche.

Il resto della revisione era confuso e contraddittorio, i ricorsi incrociati tra Regioni e Stato hanno bloccato quella normativa. Ma l’enunciato sulla sussidiarietà cittadini-istituzioni, che riprendeva una proposta avanzata anni prima da soggetti della società civile, ha avuto invece molteplici applicazioni. Alcune su ispirazioni di cittadini dal basso (azioni per la tutela dei diritti, di sostegno dei soggetti deboli, di cura di beni comuni). Altre applicazioni furono dettate da una lettura distorta e interessata delle istituzioni territoriali: Regioni e Comuni, a fronte del deficit di bilancio e della riduzione crescente delle risorse per la spesa sociale , hanno inteso il principio di sussidiarietà come autorizzazione per gli enti di governo di dismettere la erogazione di servizi pubblici per la soddisfazione di diritti sociali, che la Costituzione vuole garantiti.

La “esternalizzazione” dei servizi pubblici ha piegato la sussidiarietà a funzione strumentale (e sostitutiva) da parte di “generosi” cittadini (motivati da fini solidali, non profit), cui si sarebbe potuto destinare contributi – e perfino contratti col pubblico – a costi evidentemente minori di quel che avrebbe richiesto il mantenimento di un sistema di apparati pubblici di servizio.

sussidiarietà art 118Non era questo nel disegno dell’art.118, la strumentalizzazione dell’iniziativa civica colpiva l’elemento fondamentale delle attività rilevanti a questo fine: l’autonomia dei cittadini. Scomparso questo elemento, viene meno anche la ragione di quel riconoscimento di “potere sussidiario”: il nuovo principio infatti si configura come introduzione di un contrappeso, dal lato dei cittadini, alla “deriva” del sistema politico rappresentativo che non sembra perseguire più interessi generali, ma risulta occupato da interessi particolari e affidato stabilmente alle mani di cordate e cricche di affari .

Tutto questo però, dopo anni di crisi e riduzione dei poteri pubblici, ha portato a una vanificazione della ipotesi di ripresa dell’indirizzo politico democratico a seguito del peso crescente dei cittadini nella produzione di politiche sociali e ambientali e nell’interazione di essi con i governi locali e nazionale. L’azzeramento dei fondi sociali nazionali e la mancanza di risorse locali destinabili al sostegno del Terzo Settore hanno privato di prospettive e interesse anche la battaglia di retroguardia per salvaguardare ipotesi di sussidiarietà strumentale.

cittadini attiviCome ripartire? Come riaprire la questione del ruolo progressivo dei cittadini nell’indicare in concreto interessi generali e modi di intervento utili alla comunità, tanto più nella situazione drammatica in cui si dibatte il paese? L’occasione sembra data dalla possibilità di emendare, su specifica proposta del Movimento Cittadinanzattiva (ripresa da moltissimi parlamentari di varie forze politiche), il cosiddetto decreto “SbloccaItalia”. Nella formulazione originaria del governo il ruolo dei cittadini era richiamato per compiti marginali e occasionali (pulizia, manutenzione e abbellimento di strade, piazze ecc.). L’emendamento rimette al centro il principio costituzionale e ribadisce il riferimento a interessi generali e all’autonomia con cui cittadini singoli e associati possono dare concretezza alla indicazione costituzionale.

La pronta adesione di tanti parlamentari rende manifesto che la battaglia per l’inserimento dell’emendamento sarà anche una battaglia per la ripresa di quella prospettiva di “riforma della politica” che la Costituzione richiede e sorregge. Per chi crede che la fuoriuscita dalla crisi non sia solo questione di economia questo terreno è decisivo. E certamente più importante di tante delle questioni oggi poste alla discussione sotto il titolo di riforme.

Giuseppe Cotturri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Il voto al governo sulla scuola? Sei meno

Intervista Adriana Bizzarri responsabile settore scuola di Cittadinanzattiva che realizza da dodici anni un rapporto annuale sulla sicurezza scolastica.

situazione scuolaRenzi ha annunciato da mesi l’intenzione di mettere l’istruzione al primo posto cominciando da un’attenzione nuova, forse mai avuto da nessun governo prima d’ora, per la sicurezza degli edifici scolastici. Quale è il punto di vista di chi da anni tiene gli edifici scolastici sotto osservazione? I lavori promessi sono stati fatti?

Riconosciamo l’importanza della centralità che il governo ha voluto attribuire alla scuola a partire dall’edilizia come mai era stato fatto in vent’anni. Così come lo sforzo che si sta facendo per reperire fondi per la scuola. Quello che non abbiamo condiviso di questo piano – “scuole belle”, “scuole sicure”, “scuole nuove” – sono innanzitutto i criteri utilizzati. Ancora non si conosce una mappatura degli edifici scolastici. Cittadinanzattiva ha vinto un ricorso e tra pochi mesi il MIUR dovrà far conoscere l’anagrafe degli edifici. Noi critichiamo proprio il fatto che le scuole siano state scelte, in assenza di una mappatura, solo sulla base delle indicazioni dei sindaci. Ci sarebbero voluti criteri oggettivi e misurabili.

sicurezza scolasticaCirca gli interventi diciamo che vanno ben distinti quelli  che rientrano in “scuole belle” (ben 18mila edifici) e che consistono in interventi di piccolissima manutenzione o di decoro o di abbellimento da quelli sulla sicurezza. Si tratta di due cose molto diverse. Per “scuole belle” sono stati destinati 450 milioni di euro che sono andati o andranno soprattutto alle scuole del Sud. Mentre al Nord andranno prevalentemente i fondi per “scuole sicure”. Così non va perché al Sud ci sono le situazioni di carenze strutturali più gravi e di necessità di adeguamento antisismico.

Qual è la situazione della sicurezza degli edifici scolastici?

sicurezza edifici scolasticiLa situazione come anche quest’anno dimostra il campione esaminato per il nostro rapporto annuale è grave, anzi, molto grave perché il 70% delle scuole presentano lesioni strutturali, oltre il 20% presentano segni di sofferenza strutturale (distacchi di intonaco, crepe, infiltrazioni d’acqua). Peraltro abbiamo censito nel Rapporto 36 episodi – da noi definiti “Tragedie sfiorate” –   rintracciati sulla stampa locale che parlano di crolli che non hanno provocato morti, ma solo per puro caso. Questo avviene ogni anno. L’anno passato ne avevamo censiti altri 30, quindi è una situazione del tutto fuori controllo. A tutto ciò si aggiunge un’assenza quasi totale di manutenzione perché gli enti proprietari (comune o provincia) non intervengono o intervengono troppo tardi.

Riconosciamo che il governo ha lavorato anche su questo mettendo in atto nuove procedure o semplificandole. È chiaro, però, che noi quest’anno non abbiamo registrato cambiamenti perché i lavori si cominceranno a vedere verso la fine del 2014 e il 2015. Tra l’altro tenendo conto che “scuole belle” consiste di interventi semplici e qualcosa si può vedere di già fatto; per quanto riguarda “scuole sicure” gli interventi sono davvero importanti e qui ci vuole molto più tempo (e molti più soldi). Per cui la situazione è davvero preoccupante e notavamo anche quest’anno che i più piccoli sono penalizzati. Manca anche la cultura della sicurezza. Ad esempio noi continuiamo a vedere che gli arredi sono rotti o degradati, ci sono spigoli vivi ovunque, armadi e librerie non sono ancorati. Il che significa che i piccoli sono i più esposti. Anche per i disabili c’è una sofferenza perché il numero dei disabili a scuola aumenta (ed è un segno positivo), nella maggior parte dei casi si riesce a farli entrare a scuola, ma poi non riescono a muoversi all’interno perché le barriere ci sono ancora.

politiche scolasticheI cittadini cosa possono fare? Tra i cittadini ci mettiamo tutti compresi studenti, insegnanti e personale amministrativo.

Noi abbiamo registrato un fermento nuovo soprattutto tra i genitori dei bambini più piccoli che ha dato vita al fenomeno “scuole aperte” con una miriade di comitati di genitori che stanno contribuendo in vario modo alla manutenzione degli edifici scolastici (tinteggiature delle aule, piccole riparazioni, aiuto ai corsi pomeridiani). C’è una forte spinta partecipativa che andrebbe favorita e denota una consapevolezza nuova tra i genitori. Gli studenti invece sono disaggregati; sensibili al tema della sicurezza, non riescono però a presentarsi come un soggetto protagonista della scuola. Eppure ce ne sarebbe bisogno adesso che il governo ha aperto una grande consultazione per il futuro della scuola che è una sfida che riguarda tutti.

In conclusione che voto daresti al governo?

La sufficienza se la merita, ma non piena. 6 meno è il voto giusto. Per ora

Valutazione civica dei tribunali? Sì, si può (di Angela Masi)

giustizia lentaParlare di giustizia dal punto di vista dei cittadini e non da quello del potente e straricco Berlusconi? Ma veramente è possibile? Sul serio qualcuno ci ha provato? Ebbene sì. Da anni si parla di giustizia, ma se ne parla per i processi di Berlusconi e perché l’Italia ha nel funzionamento della giustizia una palla al piede che scoraggia gli investimenti dall’estero e penalizza i cittadini.

Se di giustizia si vuole parlare sul serio bisogna farlo mettendo da parte Berlusconi e andando a sentire quali sono i problemi dei cittadini e che tipo di aiuto possono dare per metterli a fuoco e risolverli.

Forme concrete di partecipazione alle politiche pubbliche esistono da tempo e sono state sperimentate anche se non sono molto diffuse ed utilizzate da chi governa e amministra. Si tratta di una partecipazione finalizzata a verificare la qualità del servizio pubblico e la tutela dei diritti dei cittadini che non si manifesta in forme spettacolari e, quindi, può essere poco visibile e conosciuta.

cittadini attiviSu questo sito abbiamo già analizzato in precedenti articoli gli strumenti di partecipazione a disposizione dei cittadini e la metodologia della valutazione civica introdotta e sistematizzata da Cittadinanzattiva.

La valutazione civica nel corso degli anni, si è dimostrata un metodo efficace, in grado di fornire risultati preziosi per il miglioramento della qualità dei servizi. La valutazione civica è condotta da cittadini e non da società specializzate o da esperti sulla base di una formazione di base sulla metodologia adottata. Sperimentata nella sanità, nei trasporti, nel trattamento dei rifiuti non è, però, mai stata considerata parte integrante dei processi decisionali. Forse perché è meglio se i cittadini restano semplici spettatori di decisioni prese da altri?

Comunque un’esperienza del tutto nuova è stata la valutazione civica dei Tribunali civili.

valutazione civicaIl progetto, svoltosi in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia ha visto il coinvolgimento diretto dei cittadini che sono entrati nei tribunali per valutare la qualità del servizio, attraverso interviste ai dirigenti e osservazione diretta.

Il report (vedi: www.cittadinanzattiva.it) scaturito dalla valutazione civica è stato molto discusso sulla stampa nazionale ed ha segnato già un primo obiettivo raggiunto perché ha dimostrato che del servizio giustizia si può discutere anche se non si è addetti ai lavori.

Anzi, si è dimostrato che i cittadini possono, insieme a chi esercita un ruolo di responsabilità nei tribunali, mettere sotto esame la funzionalità dei servizi e produrre proposte utili.

Il punto di partenza nella valutazione è stata la “carta dei diritti del cittadino nella giustizia”, proclamata nel 2001, presentata a tutte le istituzioni nazionali (Parlamento compreso) e a Strasburgo alla Cepej (Commissione europea per l’efficienza della giustizia).

Si è trattato di un primo esperimento, ma è servito a dimostrare la capacità dei cittadini organizzati di proporsi come attori della politica in un ruolo non alternativo, ma concorrente a quello delle istituzioni democratiche agendo sul governo della società e sull’interesse generale, e non solo sulla soluzione di singoli problemi o sulla mera difesa di interessi privati.  L’esperimento è riuscito e ha dimostrato che anche in Italia è possibile parlare di giustizia attraverso un’analisi concreta del rapporto tra servizio offerto e cittadini che vi accedono e non facendone un’arma di scontro funzionale ai reati e ai processi dell’ex Presidente del Consiglio.

Angela Masi

La riforma strisciante della sanità e il silenzio del Ministero della salute (di Tonino Aceti)

servizio sanitarioDa cittadini, azionisti e utenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale,  siamo molto preoccupati per l’assordante silenzio del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia, all’indomani della presentazione del XVI Rapporto PiT Salute del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva dal titolo “Meno sanità per tutti, la riforma strisciante”, presentato il 16 luglio a Roma.

Da cittadini, come dobbiamo interpretare questo silenzio? E’ la conferma che abbiamo “colto nel segno” ed è questo il vero disegno politico, quello di una riforma strisciante?
Eppure la fotografia del SSN che emerge dal Rapporto è allarmante: il Servizio Sanitario è sempre più inaccessibile per i cittadini, scarica sulle tasche di quest’ultimi il costo delle cure, per i più fortunati che se lo possono permettere; agli altri, invece, non resta che rinunciarvi o posticiparle nel tempo.

stato socialeDa “azionisti” del SSN abbiamo il diritto di sapere da chi lo “amministra” (per loro dovrebbe essere un dovere) se e quali azioni, con quali tempistiche e modalità, vorrà mettere in campo per il superamento delle criticità che i cittadini incontrano nell’accesso ai servizi sanitari, nonché per la tutela del SSN. In altre parole, crediamo che il “render conto” ai cittadini da parte degli amministratori sia un atto dovuto, soprattutto considerando la rilevanza costituzionale del diritto alla salute che lo stesso SSN dovrebbe garantire.

Come dovrebbero interpretare l’assenza del Ministro della Salute, o di un suo delegato, i tanti volontari che ogni giorno tutelano il diritto alla salute? E soprattutto che messaggio fornisce il Ministro ai tanti cittadini che in queste segnalazioni si ritrovano perché queste situazioni le vivono, o quelle persone che si sono rivolte al Tribunale per i diritti del malato per tutelare i propri diritti? Eppure alcuni funzionari dello stesso Ministero erano presenti, mescolati nel pubblico, attenti, ad ascoltare…e con loro tanti professionisti, cittadini comuni, rappresentanti di associazioni di pazienti. Non si sono invece sottratti al confronto i professionisti della sanità: amministratori, medici, infermieri, farmacisti, sindacati, solo per fare alcuni esempi.

tagli spesa sanitàNon possiamo nascondere di essere preoccupati da questa assenza: è la prima volta nella storia della nostra Organizzazione che il Ministro della Salute non partecipa a questo evento. Ci auguriamo di essere presto smentiti da un atto concreto: una convocazione per discuterne con il Ministro e l’apertura effettiva al dialogo, al confronto e alla condivisione con le associazioni di cittadini e pazienti.

Venendo invece al merito della questione, a chi dice che bisogna ripensare il concetto di universalismo (garantire tutto a tutti), rispondiamo che ciò è già stato realizzato nei fatti attraverso una riforma “non formalizzata”, sulla quale né i cittadini, né gli operatori sanitari e tutti gli altri attori sono stati chiamati a dire la loro: praticamente una vera e propria riforma “strisciante”.
Ci troviamo di fronte ad un Servizio Sanitario sempre più “inaccessibile”, che decide chi curare utilizzando il criterio cronologico (impossibile ammalarsi a fine anno, vale a dire “chi prima arriva meglio alloggia”) e territoriale (al centro-sud il Ministero della salute ci dice che i LEA non sono garantiti e i livelli di ticket e super aliquote sono di gran lunga superiori rispetto al resto d’Italia). Una “selezione” realizzata di fatto attraverso un definanziamento del Fondo Sanitario Nazionale senza precedenti, pari ad oltre 30 miliardi di euro nel periodo 2012-2015 e con effetti peraltro retroattivi, con tutto ciò che questo comporta. Per la prima volta nella storia il finanziamento del FSN nel 2013-2014 è inferiore in valori assoluti a quello del 2012.

spesa sanitariaUn definanziamento “finanziato” direttamente con i soldi dei cittadini obbligati a farsi carico delle cure a costi sempre maggiori o a rinunciarvi, e sostituito dall’assistenza prestata dalle famiglie, vero pilastro del Sistema di welfare, nei confronti delle quali lo Stato ha attuato una vera e propria “delega assistenziale”. Un definanziamento lineare che grava negativamente sui diritti dei cittadini, nelle realtà virtuose e non, lasciando inalterati sprechi, inefficienze e corruzioni. Una riforma che incide negativamente anche sullo stesso Sistema Pubblico, che rischia di non reggere più la concorrenza con il privato, in particolare quello low cost, il quale beneficia davvero di questa manovra strisciante.

L’obiettivo economico “del pareggio di bilancio”, introdotto di recente nella nostra Costituzione, ha sovrastato l’obiettivo principale al quale deve tendere il SSN che è quello di produrre salute, nella sua più ampia riorganizzazione ssnaccezione. E’ indispensabile, oggi più che mai, vista la crisi economica e occupazionale e nell’ottica di garanzia della “coesione sociale” del Paese, rimettere in equilibrio l’asticella tra le due forze – equilibrio economico versus diritti- che sembrano oggi confliggere chiaramente e propendere per il primo.

E’ chiaro che ciò attiene innanzitutto ad una scelta “politica” che sgombri il campo dall’idea dell’insostenibilità del nostro SSN (infatti, produce oltre l’11% del PIL e ne assorbe solo il 7,1%) e che invece concordi nel sostenerlo adeguatamente rispetto al reale fabbisogno.
Ciò che invece ancora manca e che stenta a partire è una riforma/riorganizzazione vera del nostro Servizio Sanitario nazionale a tutela del diritto alla salute dei cittadini e con vantaggi anche per le casse dello stesso.

Una riforma di “sistema” per il diritto alla salute e per la difesa del Servizio Sanitario Pubblico, che, partendo dalla programmazione, metta ad esempio concretamente al centro:

  • una vera politica di prevenzione (l’Italia è oggi fanalino di coda in Europa), considerando come prevenzione anche l’assegnazione del Pediatra di libera scelta (PLS) ai figli dei stranieri irregolari, oltre chescreening, stili di vita,….;
  • lo sviluppo dell’assistenza territoriale (art.1 legge Balduzzi), per evitare o ritardare la necessità di ricoveri ospedalieri, oltre che per garantire ai malati, in particolare quelli più fragili (anziani, malati terminali, cronici, etc.) di essere presi in carico e di non essere dimessi dall’ospedale e lasciati in un vero e proprio “vuoto assistenziale”;
  • restituire all’assistenza ospedaliera non solo la garanzia delle urgenze, ma anche le attività programmabili e programmate, messe in crisi dai budget insufficienti e/o dai tagli con effetto retroattivo;
  • la programmazione integrata socio sanitaria, ormai al palo da più di qualche anno (in particolare anziani, cronici, disabilità..);
  • l’azione sistematica e costante di governo effettivo delle liste di attesa;
  • la garanzia di un SSN equo, attraverso l’uniformità di accesso alle prestazioni su tutto il territorio nazionale, pur rispettando l’architettura costituzionale delle competenze dello Stato e delle Regioni;
  • la trasparenza della pubblica amministrazione;
  • la valutazione civica dei servizi socio-sanitari;
  • la partecipazione civica nella definizione delle politiche pubbliche socio-sanitarie;
  • la competenza come criterio chiave nell’attività di selezione dei vari professionisti che operano all’interno del SSN.

Tonino Aceti coordinatore nazionale Tribunale dei diritti del malato tratto da www.cittadinanzattiva.it

Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

La riforma strisciante del welfare (di Anna Lisa Mandorino)

Fra qualche giorno Cittadinanzattiva, attraverso l’analisi delle segnalazioni che giungono al Pit, il suo servizio di assistenza e informazione per i cittadini, pubblicherà il consueto rapporto annuale sullo stato della sanità in Italia, dandogli il titolo, emblematico e parlante, di “Meno sanità per tutti”.cittadinanzattiva

Tutta l’azione politica degli ultimi anni, caratterizzata dalla riduzione della spesa, ma basata sul “non-criterio” di tagli indiscriminati e lineari, ha segnato enormi passi indietro del nostro sistema di welfare, ma, soprattutto, ha inciso pesantemente sui capisaldi, anche ideali, sui quali esso si fondava tradizionalmente e, in ultima analisi, ha attentato alla sua stessa sopravvivenza.

Assottigliati con periodicità i fondi per la sanità, prosciugati via via i fondi per le politiche sociali, per le politiche giovanili e per le pari opportunità, contratti per i tagli agli enti locali i fondi per il trasporto pubblico, l’Italia, se si escludono le pensioni, è scivolata agli ultimi posti in Europa per la spesa socio-assistenziale.

aiutoE questo dal punto di vista dei numeri e dei conti. Ma ciò che colpisce particolarmente, nel corso di tutta l’attività di governo degli ultimi anni e ugualmente da parte di tutti i governi che si sono succeduti, è la continuità e l’approccio sistematico con i quali si è rimesso mano al welfare, considerato evidentemente mera spesa e non investimento o, tanto meno, volano di crescita.

All’Assemblea di Farmindustria dello scorso 3 luglio, il ministro Lorenzin ha annunciato l’alt ai tagli della sanità e noi speriamo che questa sia la cifra del governo di cui fa parte. Soprattutto perché quello a cui si è assistito gli ultimi anni è in realtà una “riforma strisciante”, una vera e propria strategia volta a stravolgere il welfare per come finora inteso.

Dal libro verde al libro bianco dell’ex ministro Sacconi, dai tentativi di legittimare ciò che stava avvenendo in Italia alla luce del dibattito sulla big society in Gran Bretagna all’attacco mediatico sferrato a pochi “falsi invalidi” utilizzati propagandisticamente per scardinare i diritti dei tanti invalidi veri, tutto è sembrato rivelatore di questa strategia.

stato socialeNuovi concetti e nuove espressioni sono stati formulati in sostituzione dei precedenti o utilizzati con una consapevole forzatura di significato: prima l’ossimoro della “universalità selettiva” ha sostituito l’idea del welfare universale, poi la sussidiarietà – che l’articolo 118, ultimo comma, della Costituzione propone come un circolo virtuoso di competenze ed energie, fra istituzioni e cittadini, finalizzato alla cura dell’interesse generale – è stata piegata in direzione di uno Stato che abdica da responsabilità, impegni economici e azioni, delegandoli a enti locali od organizzazioni della cittadinanza attiva per disinteressarsene definitivamente.

tagli spesa3Un approdo significativo di questa strategia è stato il disegno di legge per la riforma fiscale e assistenziale, all’esame delle Commissioni parlamentari nel momento in cui il governo Berlusconi lasciava il testimone al governo Monti. Quello che colpiva del testo era l’idea di un welfare assistenzialista e caritatevole, elemosinante, che non si cura del ben-essere di tutti i cittadini, che non investe sui beni comuni come presupposto di una crescita equa e omogenea e come antidoto all’ingiustizia e al disordine sociale, ma trascura i più rivolgendosi, in modo residuale, solo ai soggetti “autenticamente bisognosi”. Resta un mistero chi, e secondo quale criterio, possa definire quali sono questi soggetti e quando il  bisogno può ritenersi autentico.

Ma, a questo punto, più che il dibattito di merito sui singoli punti, interessa a organizzazioni come Cittadinanzattiva che ad essere accantonata, definitivamente, sia quella idea di welfare, l’idea di un welfare da asciugare sin quasi a distruggerlo. Così come interessa superare il teorema in base al quale, finché la crisi passa, non si possa fare altro che tagliare per far quadrare i conti, e tagliare sull’assistenza, sulla scuola, sulla giustizia, sulla salute piuttosto che cercare altrove sprechi, allocazione illogica delle risorse e centri di costo infruttuosi. Per esempio nelle spese militari, nei costi della politica, nelle inefficienze della burocrazia, nella follia di pagare, e tanto, per i disastri piuttosto che investire, poco, per la sicurezza e la manutenzione dei territori, e, non ultimo, nel recupero delle risorse indebitamente sottratte dalla evasione fiscale e dalla corruzione.pericolo

Attraverso la campagna Ridateceli!, Cittadinanzattiva ha voluto istituire un nesso fra quei fondi, tanti, sottratti dalla corruzione e dall’evasione e quelli necessari per riqualificare e sostenere la spesa sociale nel nostro Paese.

E su questo un ruolo di primaria importanza possono e devono svolgere le comunità locali. Se ne è parlato a un convegno, dal titolo “La legalità conviene”, organizzato da Cittadinanzattiva, Avviso pubblico, Cgil, Ficiesse, qualche giorno fa.

partecipareDa una parte le amministrazioni comunali dovrebbero imparare a valorizzare, mobilitare e dare potere alla cittadinanza attiva nella definizione di progetti di welfare tagliati a misura di ciascuna comunità. Tanti strumenti sono previsti dalle leggi (piani sociali di zona, piani di attività dei distretti sanitari, piani di protezione civile, piani di trasparenza delle amministrazioni, strumenti urbanistici e altro ancora) e, pienamente utilizzati, pongono le basi di una amministrazione condivisa, istituzioni-cittadini, delle comunità realmente ritagliata sui bisogni di queste ultime. Laddove questo viene fatto, come a Capannori in Toscana, succede che la spesa sociale, anziché diminuire, cresce e cresce il ben-essere di tutti i cittadini.

Dall’altra le amministrazioni comunali hanno tra le mani opportunità nuove e ancora sottoutilizzate di recuperare per la spesa sociale fondi indebitamente sottratti da fenomeni di evasione e corruzione: per esempio, grazie a un protocollo di collaborazione Anci-Agenzia delle Entrate e a una norma che restituisce ai comuni, nella misura del 100%, le somme recuperate dall’evasione fiscale e dalla corruzione perpetrate nel loro territorio. La norma è già stata applicata con successo in  alcuni comuni, in particolare dell’Emilia Romagna e della Lombardia – particolarmente efficace è l’esperienza del comune di Corsico la cui priorità di governo è la costruzione di “un’amministrazione incorruttibile e un’economia sana”, e rappresenta sicuramente un fronte privilegiato sul quale operare per garantire, contestualmente, equità fiscale e benessere sociale, restituendo in investimento per i cittadini rispettosi delle regole i profitti, indebiti o illegali, di chi le regole le calpesta.

Anna Lisa Mandorino tratto da www.cittadinanzattiva.it

Parliamo sul serio di partecipazione? In Umbria facciamo così (di Annarita Cosso)

Nel momento in cui di partecipazione di cittadini si parla, ma le azioni concrete si limitano ad una delega per rappresentanti nelle istituzioni che poi rispondono alle varie discipline di partito o di gruppo, un’iniziativa di Cittadinanzattiva Umbria aiuta a capire come si agisce per la partecipazione.aprire le porte

Si chiama “Le primarie delle idee”, si rivolge ai cittadini dei comuni chiamati al voto per rinnovare il Consiglio comunale a maggio prossimo. Per migliorare la qualità dei programmi elettorali e delle successive azioni di governo viene organizzata una consultazione sulle proposte che i cittadini rivolgono a chi si candida a rappresentarli.

CITTADINANZATTIVA, è un movimento di partecipazione civica, che agisce per la tutela dei diritti umani, per la promozione e l’esercizio pratico dei diritti sociali e politici, per la lotta agli sprechi e alla corruzione.

Si tratta di un movimento che si pone pertanto quale soggetto di governo sussidiario ai sensi dell’art. 118, 4° comma Cost. e che è costretto a prendere atto della progressiva perdita di credibilità e di autorevolezza degli attori istituzionali, mentre i nuovi movimenti, primo dei quali il M5S, che tanto consenso hanno ricevuto, rischiano di concentrarsi sulla difesa della propria immagine. In questo modo, in realtà, si distaccano dai cittadini e rischiano di diventare null’altro che una nuova versione della cattiva politica a cui ci hanno abituato i partiti.

CITTADINANZATTIVA ritiene, invece, che sia necessaria l’azione diretta da parte di tutti i cittadini attivi e consapevoli per favorire la massima mobilitazione di tutte le risorse disponibili per salvaguardare lo sviluppo dei beni comuni; per assicurare l’uso accorto delle risorse pubbliche disponibili; annullare gli sprechi; cancellare gli enti inutili e fare un salto di qualità e responsabilità sul versante della trasparenza nella gestione delle risorse evitando che i provvedimenti di contenimento della spesa pubblica necessari per fronteggiare la crisi, si traducano in una riduzione dei servizi ai cittadini.

L’iniziativa consiste nella semplice somministrazione di un questionario, per conoscere le priorità che ogni cittadino ritiene giuste per i prossimi consigli comunali. Le primarie delle idee, si pongono anche come esempio di integrazione per la selezione dei candidati organizzata da formazioni politiche e partiti e troppo concentrata sui personalismi esposti ai condizionamenti delle varie clientele.

Qui di seguito il modulo che verrà consegnato a tutti i cittadini: assemblea di cittadini

I cittadini indicano le priorità per il programma della nuova Amministrazione

Io Sindaco di ……. farei:

 

Indica le tue priorità (massimo due) per ogni tematica:  
Edilizia e urbanisticao Nuova edificazione

o Recupero edifici già esistenti

o Riqualificazione urbanistica aree popolose

o Ripristinare i vincoli di rispetto ambientale

o Altro…………………………………………..  

Ambiente e territorioo    Raccolta differenziata e nuova gestione rifiuti

o    Tutela dell’acqua pubblica

o    Energie rinnovabili

o    Parchi urbani e Colle della Trinità

o Altro…………………………………………..

 

Servizi scolastici e socio-sanitario Scuole/mense scolastiche/tempo pieno

o Servizi medicina preventiva

o Politiche per l’occupazione

o Assistenza anziani e disabili

o Aiuto famiglie in difficoltà

o    Politiche giovanili

o Politiche per l’integrazione

o Altro…………………………………………..

 

Viabilità e trasportio Manutenzione della viabilità urbana

o Mobilità ciclo-pedonale

o Revisione del piano del traffico

o Trasporto pubblico

o Valorizzazione della stazione di Ellera

o Altro…………………………………………..

Amministrazioneo Trasparenza atti amministrativi/appalti pubblici

o Lotta alla corruzione

o Partecipazione democratica

o    Riduzione costi della politica

o   Bilancio partecipato

o Altro…………………………………………..

 

Associazionismo e tempo liberoo Strutture per la cultura

o Sport

o Tempo libero

o Consulta delle associazioni

o Altro…………………………………………..

 

Qualità di un buon amministratoreo Etica

o Competenza

o Esperienza politica

o Conoscenza del territorio

o Disponibilità ad ascoltare i cittadini

o Altro…………………………………………..

Economiao   Coltivazioni biologiche

o   Politiche per l’occupazione

o   Sostegno piccolo commercio

Reperimento risorse

o   Mutui e prestiti

o   Vendita immobili

o   Abolizione di Equitalia

o Altro…………………………………………..

 NOTE/PROPOSTE: ………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

Mi presento:

  1. SESSO:    F o        M o        2.  ETA’:            18/25 o        26/35  o            36/50 o                    51/60 o      OLTRE  o
  1. 3.       CONDIZIONE LAVORATIVA:    o STUDENTE                o CASALINGA      o OCCUPATO o DISOCCUPATO         o CASSA INTEGRAZIONE        o PENSIONATO        o ESODATO
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