Neve. Ci risiamo? O proviamo a fare qualche passo avanti? (di Alessio Terzi)

Il tono del dibattito pubblico e la qualità dell’informazione giornalistica sull’emergenza della neve e del gelo sono stati finora del tutto sconfortanti. E’ stato dato molto spazio alle polemiche strumentali, le “belle penne” non hanno perso l’occasione per confermare i rituali commenti sulla mancanza di senso civico degli italiani e/o sulla impreparazione delle amministrazioni, e così via, seguendo un copione ampiamente sperimentato, ma sempre più stantio. Tentare di esercitare una qualche razionalità, in una simile situazione, sembra tempo perso ed espone al rischio di fare la figura, nel migliore dei casi, dei grilli parlanti, nel peggiore, degli ingenui allocchi.

Eppure gli eventi in corso sono uno straordinario banco di prova per tutto il sistema della protezione civile. E’ estremamente raro che lo stesso tipo di emergenza si presenti in modo simile in tutta la penisola mettendo in evidenza le diverse capacità di risposta e  le criticità.  C’è da augurarsi che qualcuno al Dipartimento della Protezione civile si stia preoccupando di non disperdere questa straordinaria quantità di dati e che essi siano poi utilizzati per fare un serio bilancio dello stato dell’organizzazione e delle capacità di governo disponibili.  Potrebbe essere interessante, per esempio, capire se  i cedimenti della rete elettrica in varie località siano fatti accidentali o i segnali di una debolezza strutturale, confrontare le modalità di intervento adottate dai diverse comuni, mettere a fuoco le misure che si possono prendere nelle realtà in cui la rarità delle nevicate non giustifica investimenti in mezzi e in organizzazione permanente.

Per quanto ci riguarda, l’occasione è propizia per fare il punto su una questione cruciale e cioè sulle funzioni dei comuni e della cittadinanza attiva. Nel 1987 il Movimento federativo democratico (come si chiamava allora Cittadinanzattiva) aveva prodotto e distribuito, con il patrocinio della Protezione civile, un “Vademecum per i sindaci per la gestione delle emergenze”.  Era il risultato del confronto fra i giovani tecnici, guidati da Zamberletti, che stavano costruendo il sistema, la competenza civica maturata dalla nostra organizzazione nell’emergenza dell’Irpinia e di altri eventi minori e l’esperienza dei comuni del Friuli nella gestione del terremoto del 1977. L’opuscoletto dava una traccia per la individuazione dei rischi presenti, indicava alcune possibili modalità di intervento (in primis la raccolta delle informazioni e la gestione delle comunicazioni) e conteneva anche gli schemi giuridicamente verificati,  per le eventuali ordinanze di sgombero, requisizione di mezzi e di aree ed altro che i sindaci avrebbero eventualmente dovuto adottare. Il Vademecum, in sostanza, prefigurava i piani comunali per la protezione civile che la legge 225 del 1992 avrebbe reso “obbligatori”.

Ci si basava su un dato elementare e ineludibile, e cioè che non si può fare un’efficace protezione del territorio senza due cardini essenziali: l’intervento del comune e il coinvolgimento responsabile dei cittadini.

La nevicata ha dimostrato che, senza una consapevole mobilitazione locale, le emergenze non possono essere governate. Del resto: chi può definire le priorità di intervento? chi dispone (o dovrebbe disporre) delle informazioni necessarie per sapere dove sono i soggetti vulnerabili da tutelare, quali sono le comunicazioni che devono assolutamente funzionare? chi è in grado, con i vigili urbani, il personale tecnico e i volontari addestrati di raccogliere le informazioni necessarie per identificare le situazioni critiche  e predisporre interventi tempestivi? La risposta viene da sé. Certo bisogna prepararsi, condividere con i cittadini l’individuazione dei rischi, favorire il loro intervento (sia esso la rimozione della neve o la cura del vicino anziano).

E’ documentato che cose di questo genere sono avvenute in molte realtà, diversamente conteremmo centinaia di morti. Si è verificato, però, un numero inaccettabile di situazioni in cui hanno prevalso inerzia, incompetenza ed impreparazione che non verranno sanzionate, così come non è stato, finora, sanzionato il comportamento dei comuni che non hanno predisposto i piani comunali di protezione civile.

Perché una disposizione di legge, fondata su un principio così evidente, è rimasta ampiamente inevasa? Perché nelle comunità locali non è stata colta un’occasione così preziosa per rafforzare la propria sicurezza? I motivi possibili sono certamente molti: lo scarso valore elettorale della protezione civile, il peso della speculazione edilizia, la mancanza di preparazione specifica degli apparati comunali e così via. Pesa ancora di più, però, una cronica e grave tara della vita pubblica italiana: la difficoltà (per non dire l’incapacità) di pensare e attuare programmi di cooperazione partecipati.

L’assunto che muoveva i soggetti che negli anni ’80 hanno animato la costruzione di un sistema che, nonostante tutto, ha ancora pregi riconosciuti anche a livello internazionale, era semplice e  indiscutibile e cioè che una buona protezione civile è fondata su due pilastri altrettanto importanti: una mobilitazione ampia e diffusa e una politica unitaria, capace di garantire elevati livelli di coordinamento di tutte le risorse (scientifiche, professionali, istituzionali e civiche). Forse si è pensato che la legge del 1992 potesse, da sola garantire un simile risultato e comunque, non si è messo mano ad una politica di attuazione adeguata e si è lasciato troppo spazio alle tradizionali interpretazioni burocratiche. La decennale gestione verticistica e spettacolare di Bertolaso ha occultato completamente il problema. Le comunità locali sono state, di fatto, deresponsabilizzate, esautorate  e, secondo il presidente dell’ANCI, in questa occasione abbandonate a sé stesse.

Nei giorni scorsi il prefetto Gabrielli ha dichiarato che il Dipartimento non sarebbe in grado di “vidimare” gli oltre 8.000 piani comunali. Con tutta franchezza il problema ci sembra mal posto e sottovalutato. La Protezione civile non può sottrarsi alla responsabilità di guidare la costruzione del pilastro della mobilitazione che deve trovare, nei piani, l’indispensabile sostegno.  Non si parte da zero. moltissime comunità locali hanno dimostrato, in questi giorni, di essere all’altezza della situazione (per esempio il comune di Carsoli ha assistito anche 1200 persone “espulse” dall’autostrada Roma – L’Aquila), esiste un volontariato ampio e diffuso che lavorerebbe volentieri anche per migliorare la prevenzione e non essere soltanto la “ruota di scorta” nelle calamità. E’, statisticamente, del tutto probabile che esista una rilevante quantità di energia sociale disposta a spendersi volentieri a patto di avere un punto di riferimento affidabile.

Per quanto riguarda il pilastro della politica unitaria e del coordinamento, il Dipartimento della protezione civile, dispone delle competenze tecniche necessarie per analizzare le informazioni messe a disposizione dalla emergenza neve/gelo e mettere a punto un progetto adeguato. Anche in questo caso, la cittadinanza attiva può mettere a disposizione un know how importante, almeno quanto quello speso per la produzione del Vademecum e un supporto di organizzazione non trascurabile (basta pensare alla rete dei Centri servizi per il volontariato).

Il Presidente del Consiglio ha dichiarato l’intenzione di procedere ad una riforma della Protezione civile e ci piacerebbe sapere che intende farla precedere da un libro verde e da un’ampia consultazione. Il curriculum personale attesta che il prefetto Gabrielli è un uomo coraggioso e ci piace pensare che possa confermare questa qualità anche nella conduzione di un’opera di grande portata che sicuramente troverà ostacoli potenti. Ci piacerebbe, anche constatare che, nella prossima occasione, non si ripeterà il solito teatrino politico/mediatico. Sarebbe anche questo un segnale confortante.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

Capitali scudati contro capitale umano? (di Adriana Bizzarri)

Come tanti cittadini e cittadine italiani sto vivendo con speranza, con trepidazione ma anche con sorpresa ed indignazione, queste ore difficili della vita del nostro paese, emblematicamente rappresentate da una manovra economica (la quarta in pochi mesi) che dovrebbe farci uscire dal tunnel nel quale siamo precipitati o, meglio, ci hanno spinto decenni di inadeguatezza di ampi settori della classe politica, nazionale e locale, di difesa strenua di interessi corporativi, di crisi globale della finanza.

Sorvolo sui primi due sentimenti, soffermandomi, invece, su sorpresa e indignazione.

La sorpresa: leggendo il testo della manovra e degli emendamenti alla ricerca di provvedimenti che riguardassero la scuola che, per definizione, dovrebbe rappresentare la crescita, lo sviluppo, il rilancio di un paese, ahimè ho trovato ben poca cosa: rilancio dell’Invalsi e investimenti per le scuole a rischio sismico. E’ già qualcosa ma è troppo poco (in termini di risorse previste) rispetto, per citare solo uno dei problemi principali della scuola italiana, alla necessità di porre mano all’emergenza dell’edilizia scolastica che denunciamo da 10 anni.

Da qui l’indignazione: perché non si è deciso di intervenire con più coraggio, per esempio, sull’aumento della tassazione dei capitali scudati (stesso discorso potrebbe essere fatto per l’istituzione di una patrimoniale) imitando l’esempio dei paesi a noi più vicini, destinandone una significativa quota parte al rilancio dell’edilizia scolastica?

In queste ore accanto a coloro che paventano dubbi sull’applicazione del prelievo a questi capitali si sono aggiunte altre voci di chi, invece, come noi, ritiene possibile e auspicabile un ritocco verso l’alto del prelievo da applicare a questi fondi: Ma nessuno ha proposto di destinarne una parte significativa ad un BENE COMUNE quale è quello rappresentato dalla scuola.

Perché non elevare al 4%-5% il prelievo sui capitali scudati rientrati in Italia e destinarne la metà a favore dell’edilizia scolastica?

Se a questo, poi, aggiungessimo, l’allentamento del patto di stabilità su Comuni e Province per favorire l’utilizzo di fondi stanziati ma bloccati sull’edilizia scolastica (4 miliardi di euro, secondo alcuni) e lo sblocco del II° stralcio dei Fondi Cipe (FAS) di circa 400 milioni di euro, il capitale a disposizione dell’edilizia scolastica pubblica sarebbe finalmente consistente e potrebbe davvero determinarne la rinascita.

I vantaggi sarebbero consistenti sia in termini di effetti diretti (recupero patrimonio edilizio pubblico) che indiretti (moltiplicazione delle risorse investite) tra i quali:

  1. dare una sterzata significativa alla drammatica emergenza rappresentata dallo stato di insicurezza e fatiscenza di almeno la metà degli edifici scolastici (42.000)
  2. lavorare non solo alla sicurezza ma anche al miglioramento complessivo di quelli sui quali valga la pena investire (es. interventi per l’applicazione delle misure antisismiche, per il miglioramento energetico, ma anche rottamazione e sostituzione degli edifici irrecuperabili)
  3. rimettere in moto l’economia reale, con l’avvio di una grande opera pubblica, anche e soprattutto, in un tempo di austerità e di crisi, con il supporto di soggetti anche privati
  4. investire sui più giovani a partire dalla creazione di ambienti attrezzati, confortevoli, piacevoli che favoriscano e stimolino l’apprendimento piuttosto che rattrappire corpi e anestetizzare cervelli.

Voce di una che “grida nel deserto”? Può darsi, ma i cittadini e le loro organizzazioni (in particolare penso ai giovani, alle famiglie, al personale della scuola) non solo hanno il diritto di dire la loro sulla manovra ma anche il dovere di mobilitarsi per renderla più efficace, più produttiva, più vicina agli interessi e alle necessità dei cittadini, soprattutto più giovani.

Adriana Bizzarri resp. scuola Cittadinanzattiva

Il federalismo che non migliora nulla (di Claudio Lombardi)

Il federalismo è sotto osservazione. Cittadinanzattiva ha presentato il primo Rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità e il quadro non è proprio positivo tanto da far dire a Francesca Moccia, coordinatore nazionale del Tdm, che “troppo spesso è utilizzato come un alibi. Le differenze strutturali esistenti tra le Regioni sono state di fatto legittimate, giustificandole come inevitabili” il che non è accettabile poiché “non è giustificabile che in alcuni territori sia data per scontata la violazione sistematica di alcuni diritti fondamentali come l’equità e l’universalità, garantiti invece dalla nostra Costituzione, e in netta controtendenza rispetto alle politiche europee e alla recente Direttiva sui diritti dei pazienti. Di fatto, ogni regione si organizza come vuole e come può”. Inevitabile la conclusione: “è evidente che in questo sistema, del tutto autoreferenziale, le Regioni da sole non ce la facciano”.

Diversi sono gli esempi tratti dal Rapporto. Si va dall’istituzione dei Cup regionali contro le liste d’attesa al numero di prestazioni per le quali sono già stati stabiliti tempi massimi di attesa, alle reti oncologiche, al riordino dei punti nascita.

Si tratta di ambiti importanti per verificare la qualità del servizio e sono tutti riconducibili alla certezza delle prestazioni che in un campo come quello della salute deve essere un obiettivo fondamentale. Nel Rapporto si affrontano i problemi e le disparità relative alle liste di attesa, al fatto che se ci ammaliamo di tumore non siamo, purtroppo, tutti uguali perché prevenzione, lotta al dolore, farmaci e tecnologia sono le aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni e le difficoltà di accesso a visite specialistiche e esami diagnostici connessi al percorso nascita che sono la garanzia principale per la sicurezza della donna e del bambino.

La sanità nelle regioni non offre, quindi, le stesse prestazioni e il federalismo tende a giustificare le differenze strutturali esistenti, di fatto, legittimandole.

È significativo che non sia uno dei tanti centri studi esistenti a mettere sotto osservazione gli effetti del federalismo, ma un’organizzazione dei cittadini che fa della partecipazione civica la sua missione fondamentale.

Lo scopo principale è quello di impedire che il federalismo significhi divisione degli italiani rispetto alle prestazioni essenziali della sanità tra ricchi e poveri (ma lo stesso discorso vale anche per l’istruzione). A questo si aggiunge anche la finalità di migliorare il sistema di governo della sanità nelle regioni aprendo la porta alla partecipazione civica. Mirare al superamento dell’asimmetria di informazioni tra chi ha in mano la gestione della sanità e i cittadini che si accorgono solo delle conseguenze delle scelte, ma non sanno come e perché ci si è arrivati è una finalità altrettanto importante di questo nuovo punto di osservazione attivato da Cittadinanzattiva.

Il quadro che emerge da questo primo rapporto, comunque, non è rassicurante per i cittadini. Il Tribunale dei diritti del malato – la rete di Cittadinanzattiva dedicata alla sanità – rileva che il federalismo appare cristallizzato e osserva che le difficoltà e i problemi già in passato rilevati sono diventati una realtà stabile e che si ripete nel tempo. Non ci sono facili ricette che risolvano i problemi, ma sicuramente il taglio delle prestazioni e dei servizi ispirato a sole valutazioni economiche è inutile poiché accantona i problemi e non li risolve.

I punti fermi che devono essere mantenuti sono l’universalità del servizio e la sua sostenibilità. Solo tenere insieme questi due obiettivi spinge alla ricerca di soluzioni vere e rafforza la lotta a sprechi e ruberie che affliggono da troppo tempo il servizio sanitario.

Ma questo non lo possono fare le istituzioni da sole. Come afferma Cittadinanzattiva ci vuole un vero e proprio “Patto civico per la salute” tra Regioni, Ministero della salute e organizzazioni dei cittadini che lavori alle decisioni sul futuro del servizio sanitario.

Claudio Lombardi

I diritti e la spesa pubblica: scendano in campo i cittadini (di Claudio Lombardi)

L’Italia declassata, il governo bloccato da anni sui processi di Berlusconi, l’economia e la società lasciate a loro stesse con uno Stato mal gestito e aperto alle incursioni di malfattori, affaristi e imbroglioni. A poco servono gli sforzi dei tanti amministratori locali onesti e dei milioni di italiani che vorrebbero fare il loro lavoro e vedere i risultati tradotti in crescita della qualità della vita. Ciò che condiziona tutto è che le leve del potere politico a livello nazionale e in molte regioni sono nelle mani di forze politiche che si sono trasformate in cricche di potere finalizzate alla sottrazione (comunque camuffata) di risorse pubbliche. Non a caso uno dei temi in primo piano nella lotta politica negli ultimi anni è stato il tentativo di ostacolare l’azione della magistratura, ovviamente in nome del garantismo e della libertà, ma realmente per proteggere interessi criminali.

Interessi criminali, definizione pesante, ma quanto mai adeguata alla situazione che viviamo. Lo Stato ha bisogno di soldi perché è gestito male e per problemi di lunga data assolutamente non affrontati dai politici al potere. Si impone di pagare il conto alle categorie sociali che non possono sottrarsi. Ma quelli che adesso devono fronteggiare la crisi sono gli stessi che hanno governato per anni sprecando le risorse pubbliche e che non hanno saputo o voluto prevedere la degenerazione della situazione finanziaria. Portano per intero la responsabilità di non essere intervenuti e di non aver voluto affrontare i problemi del Paese. Al contrario, come tutti gli scandali scoppiati negli ultimi anni dimostrano (la cricca di Anemone e della Protezione civile, i rifiuti a Napoli, il caso Tarantini) hanno protetto e incentivato l’assalto alle istituzioni guidato da un Presidente del Consiglio che le ha utilizzate per pagare la gente di malaffare di cui si è servito e per sfuggire ai processi nei quali è accusato di gravi reati. La maggioranza che lo sostiene è tutta complice per aver avallato e difeso ciò che non era difendibile. Basta fare sconti ai politici: chi sbaglia paghi.

Detto ciò occorre guardare in faccia la realtà sperando che la politica corrotta e dannosa sia cacciata dallo Stato (e dai comuni, dalle province e dalle regioni) al più presto.

La difesa dei diritti non può più essere condotta se non partendo da una grande operazione di verità, di trasparenza e di pulizia. Chi veramente vuole esercitare la tutela e la promozione dei diritti, sia essa organizzazione della società civile o sindacato o movimento o forza politica, deve sapere che ciò non si può fare in un quadro di conservazione della situazione attuale. Oggi conservazione significa riconoscere una divisione di campi fra la politica che guida le istituzioni e gli apparati e la società civile o i semplici cittadini che chiedono allo Stato prestazioni di tutti i tipi senza entrare nel merito di come vengono trovate le risorse, di come vengono gestite, delle decisioni che vengono prese.

Entrare nel merito significa scegliere e assumersi la responsabilità a tutti i livelli.

Prendiamo la spesa delle regioni. Secondo uno studio recente della Cgia di Mestre la spesa è cresciuta del 75% in 10 anni dal 2000 al 2009. 90 miliardi in più metà dei quali (46 miliardi) nella sola sanità e 26 spesi nelle sole regioni a statuto speciale cioè +89% nel decennio mentre nelle regioni ordinarie la crescita è stata del 71%.

Questi dati non significano immediatamente sprechi o cattiva gestione, ma devono essere valutati per capire se i risultati sono stati all’altezza della spesa perché è vero che c’è stata un’impennata della spesa per l’assistenza sociale o per la scuola, ma andando in profondità nella valutazione degli interventi si possono scoprire inefficienze o spese inutili o clientelari anche in questi settori.

Per la sanità bisogna partire da un dato ormai consolidato: la spesa sanitaria italiana pubblica e privata in rapporto al Pil è più bassa di quella di quasi tutti i paesi occidentali mentre l’aspettativa di vita si colloca ai livelli più alti. Ma anche se la sanità italiana non costa tanto in rapporto agli altri, una domanda si impone: siamo sicuri che tutta la spesa è spesa bene? È una domanda ineludibile per chi difende e promuove i diritti perché il livello della spesa pubblica è tale –  ben oltre i 100 miliardi l’anno – che è impossibile non domandarselo.

È noto che ci sono alcune regioni in deficit che hanno accumulato complessivamente un passivo di decine di miliardi di euro. È altresì noto che in queste regioni (Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Calabria) i livelli di assistenza lasciano spesso molto a desiderare tanto che è stato registrato un impressionante dato sulla mobilità dei pazienti che vanno a cercare altrove ciò che nella propria regione non trovano: ebbene il 45% di questi si sposta dal Mezzogiorno al centro nord. È, infine, noto che proprio in queste regioni si sono verificati i maggiori casi di malasanità ovvero di inefficienza e gli scandali sul saccheggio e sullo spreco delle risorse è comparso più volte nelle cronache dei giornali.

Il problema non è, dunque, di puntare ad un aumento della spesa per avere più prestazioni, ma di verificare se con quel livello di spesa si possano conseguire maggiori risultati. Gli scandali rivelano fatti che sono innanzitutto un saccheggio delle tasche dei cittadini, un attentato alla loro salute che, a volte, si traduce in morti veri. In sostanza chi decide e amministra non deve più sentirsi solo e indisturbato a gestire risorse enormi e non deve pensare che erogando contentini a categorie, ad associazioni o anche agli stessi cittadini non gli si chieda conto di come vengono utilizzati i soldi pubblici o il potere che gli è stato conferito. Le scelte gestionali, i bilanci non sono “affari” della politica e della dirigenza bisogna saperli conoscere e valutare.

In questa situazione bisogna avere il coraggio di “saltare gli steccati”, di tendere a superare cioè la divisione di competenze fra chi decide, chi amministra (e si controlla pure da solo) e i cittadini. Se si lascia tutto in mano alla politica i risultati potranno dipendere dalla buona volontà delle persone. Se si sposta sui cittadini una parte delle funzioni di controllo, se si impone la trasparenza, se si organizza la partecipazione e la stessa valutazione civica (praticata per ora solo da Cittadinanzattiva) va oltre la mera segnalazione di disservizi e diventa un fatto politico su cui si misurano le azioni amministrative e istituzionali allora ci si mette nelle condizioni di utilizzare bene i soldi pubblici e di risparmiarli pure.

Claudio Lombardi

Una giornata al pronto soccorso: diario di un monitoraggio (di Francesca Moccia)

Sono le 11.00 del 18 aprile: arriviamo al pronto soccorso dell’ospedale Pertini di Roma. Siamo in tre; nessuno conosce i nostri nomi, ma ci aspettano. Sanno che siamo un gruppo del Tribunale per i diritti del malato e che al nostro passaggio tutto deve essere in “ordine”.

Il caposala non ci lascia un minuto, vuole raccontarci tutto: quello che funziona e quello che non funziona, quanto era difficile prima della razionalizzazione degli spazi, e quanto adesso tutto sia migliorato; le persone che ora aspettano meno, gli stranieri che possono essere compresi grazie a un glossario in 29 lingue; peccato per quel mediatore culturale, bravo, ma che è rimasto solo 6 mesi e alla fine del progetto è andato via.

Con orgoglio ci fa vedere il monitor che in tempo reale fotografa la situazione del triage: codice bianco, verde, giallo e rosso. Tutte le persone in sala d’attesa possono seguire e sapere a che punto sono. E poi i braccialetti identificativi permettono di evitare lo scambio di persone, una procedura nuova e molto utile per ridurre gli errori.

Guardiamo i bagni, non sono distinti per uomo e donna e il caposala non se era mai accorto: “prima c’erano i cartelli, che strano, li avranno rubati “– ci dice. Ci accompagna al piano di sopra in un labirinto di corridoi enormi, dove tutto è pulito e a posto, solo una sedia a rotelle lì nell’angolo è pronta per essere riparata. “Signora, da quanto tempo è qui?” – chiedo. “Da stanotte, mio marito si è sentito male e siamo qui in attesa”. Ma nell’altra stanza qualcuno aspetta da tre giorni un posto letto.

Ancora il caposala: “E’ questo il vero disagio: non abbiamo abbastanza posti per i ricoveri” e poi: “ c’è qualcosa che non funziona al 118: le ambulanze finiscono tutte qui, non c’è una distribuzione veramente equa dei casi che comprenda tutti gli ospedali della città. Ma noi non diciamo mai no a nessuno, piuttosto le persone aspettano tre giorni su una barella”.

Fuori sono sette le ambulanze che aspettano la barella che hanno in dotazione. Non lasciano la struttura fino a quando non viene loro restituita e spesso sostano ore perché le barelle servono al pronto soccorso. Ecco perché in giro di ambulanze ce ne sono sempre poche e sembra che non bastino mai.

Usciamo, soddisfatti. Ci viene a salutare anche il primario, che prontamente ci invita a segnalare i problemi che abbiamo rilevato; la dirigenza è disponibile a fare tutto quello che serve per migliorare il servizio ai cittadini. E’ proprio vero? Lo sappiamo che alcune frasi sono di circostanza, ma abbiamo la sensazione che sia stato sincero e questo ci fa sentire ancora più soddisfatti.

Siamo soddisfatti perché abbiamo percepito la forza che trasmettiamo all’esterno, la nostra riconoscibilità, quanto è vero che come singoli non contiamo abbastanza, ma tutti insieme siamo una forza, credibile, riconoscibile, e con una storia alle spalle.

Facciamo qualche telefonata.” In quanti ospedali siamo andati oggi? 100? Così tanti? Ma siamo una forza! Che bella giornata europea dei diritti del malato, dedicata a noi, in modo semplice e dirompente allo stesso tempo; in punta di piedi, ma come un esercito che marcia per salvaguardare i beni comuni. Non è solo teoria quello che fu scritto nel 1998 nel Manuale di cittadinanza attiva: ”Il monitoraggio è l’attività di controllo realizzata periodicamente dalla cittadinanza attiva per verificare il funzionamento dei servizi e per raccogliere informazioni sui problemi da sottoporre ad azioni di tutela. Come funzione permanente consente una azione di prevenzione delle violazioni, in quanto dà vita ad una attività di vigilanza sulla qualità dei servizi che può influenzare gli operatori, scarsamente abituati ad essere controllati. Esso, inoltre, consente di passare dalla difesa del singolo caso alla tutela di situazioni generalizzate, grazie al fatto che i sopralluoghi periodici rendono possibile l’osservazione di fenomeni che si ripetono o che riguardano un vasto numero di persone. E potenzia l’attività di tutela anche nei confronti degli interlocutori.”

Tutto vero ancora  nel 2011, mentre ci interroghiamo sul futuro della nostra Cittadinanzattiva e di tutte le altre organizzazioni che praticano la partecipazione civica in Italia, della rilevanza che dovremmo avere come soggetti che vogliono contare sempre di più nelle politiche sanitarie. Ma quello che abbiamo fatto ha già un grande valore, ha già scalfito la realtà, ha già costretto alcuni a tener conto di noi, del nostro punto di vista, della nostra rilevanza.

Speriamo che in futuro saranno sempre di più i cittadini che rivendicheranno il loro diritto di sapere, di far pesare il loro punto di vista sulle decisioni e di partecipare al controllo sulla loro attuazione. Questa è la sostanza della cittadinanza attiva per la quale ci battiamo.

Francesca Moccia Coordinatore nazionale Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva

La valutazione civica: uno strumento per conoscere e cambiare le istituzioni (di Angelo Tanese)

Un deficit di fiducia nelle istituzioni

Le istituzioni sono importanti per il funzionamento di una democrazia e per il buon governo di un Paese.

Malgrado i processi di riforma e i tentativi di modernizzazione avviati negli ultimi decenni in Italia, il livello di fiducia da parte dei cittadini nei confronti di chi esercita funzioni di governo e riveste ruoli di responsabilità nella gestione della cosa pubblica è in generale molto basso, e tende costantemente a peggiorare.

Anche se esistono molti casi di “buona amministrazione”, soprattutto a livello locale, la percezione diffusa nei riguardi delle amministrazioni pubbliche è in genere di scarsa affidabilità e di eccessiva lentezza. Esiste inoltre una difficoltà per i cittadini ad accedere e disporre di informazioni chiare e attendibili sul funzionamento delle istituzioni e sulla qualità del loro operato.

Questo deficit di informazione e di rendicontazione, che non consente di distinguere le differenti realtà, di analizzare le istituzioni per quello che sono e realizzano, costituisce un elemento di crisi e di debolezza dei meccanismi di partecipazione alla vita democratica del Paese.

Partire dalla realtà per cambiarla

Una strada percorribile per i cittadini è allora quella di esercitare il diritto di analizzare autonomamente la realtà e di formulare un giudizio su di essa, di sviluppare una capacità di intervento, e quindi di partecipare responsabilmente al miglioramento delle istituzioni.

La condizione perché questo avvenga è che i cittadini possano avere accesso a informazioni fondamentali in merito al funzionamento delle amministrazioni pubbliche, inerenti sia i processi di governo interno che le politiche e i servizi resi esternamente.

Il valore della valutazione civica

La valutazione civica può essere definita come una ricerca-azione realizzata dai cittadini, mediante l’utilizzo di metodologie dichiarate e controllabili, per l’emissione di giudizi motivati su realtà rilevanti per la tutela dei diritti e per la qualità della vita.

Sono dunque i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o le politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi nella prestazione di servizi pubblici o privati, il grado di rispondenza di determinate politiche o servizi alle attese e ai bisogni dei cittadini o, più semplicemente, l’effettiva attuazione di determinati adempimenti o obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.

I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Dalla conoscenza prodotta dai processi di valutazione civica possono derivare azioni di informazione, ascolto e assistenza ai cittadini, di interlocuzione con le istituzioni, di partecipazione alle politiche pubbliche o più semplicemente di denuncia, reclamo o azione legale.

Il ruolo dei cittadini nella valutazione civica

Nei processi di valutazione civica i cittadini sono dunque al tempo stesso :

–          promotori del processo, vale a dire coloro che esprimono l’esigenza di approfondire e  formulare un giudizio su un dato problema;

–          attuatori dell’indagine, dal momento che essi stessi raccolgono dati ed elaborano informazioni rispetto al problema;

–          utilizzatori della conoscenza prodotta, in quanto sono direttamente interessati a produrre un cambiamento sulla realtà analizzata.

Non è possibile, pertanto, separare l’attività strettamente “tecnica” di produzione di informazioni su una data realtà da quella più propriamente “politica” di utilizzo delle stesse informazioni per incidere concretamente. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società.

L’Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva

L’Agenzia di Valutazione Civica è una struttura interna a Cittadinanzattiva creata nel luglio 2010 per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

L’Agenzia nasce a partire dall’esperienza di valutazione civica consolidata da Cittadinanzattiva, in particolare sulla qualità dei servizi e delle strutture sanitarie con l’esperienza dell’ Audit civico, una metodologia adottata complessivamente, a partire dal 2001, in oltre 170 aziende sanitarie, avvalendosi di équipe di valutazione miste composte da cittadini e operatori sanitari.

Con la nascita dell’Agenzia, interamente dedicata allo sviluppo e all’attuazione di iniziative e progetti di valutazione dal punto di vista dei cittadini, Cittadinanzattiva intende ulteriormente rafforzare le metodologie e gli strumenti di valutazione civica ed estendere la loro applicazione ai diversi ambiti di intervento delle amministrazioni pubbliche.

L’idea di fondo è che un ruolo più attivo dei cittadini appare essenziale per riqualificare i sistemi di valutazione già presenti nei diversi ambiti istituzionali e settoriali della Pubblica Amministrazione e per favorire l’attuazione di reali processi di cambiamento nell’interesse dei cittadini e della collettività.

Angelo Tanese responsabile dell’Agenzia di valutazione civica di Cittadinanzattiva

I manicomi esistono ancora (di Francesca Moccia)

Quanti sanno che in Italia esistono ancora i manicomi? Se in molti casi sono i cittadini a non saperlo, così come molti parlamentari e membri del Governo, sembra che il Ministro della Salute lo abbia scoperto da poco,  constatando come stanno veramente le cose quando ha visto le immagini di un video girato fra ottobre e dicembre scorsi nei sei cosiddetti “Ospedali” Psichiatrici Giudiziari (OPG): degrado, dolore, abbandono, altro che cure psichiatriche.

Ci è voluta la determinazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale per portare finalmente alla luce una situazione disastrosa, una palese violazione dei diritti umani che avviene da anni nel nostro Paese sotto gli occhi di tutti, nell’indifferenza totale di chi amministra e governa, soprattutto a livello regionale. E sì, perché se è vero che i responsabili sono tanti e a vari livelli, la soluzione non può essere certo nuove Linee Guida sugli OPG, come propone il Ministro Fazio. Chi deve intervenire sono le Regioni, in particolare Campania, Emilia Romagna, Sicilia e Toscana, esclusa la Lombardia che ha una struttura di ottimo livello, quella di Castiglione delle Stiviere, e i Magistrati di sorveglianza che, sulla base di certificati medici, prorogano per anni l’internamento di persone che, invece, avrebbero solo diritto alle cure e all’assistenza sanitaria, fuori dall’istituzione totale, trasformandoli di fatto in “ergastoli bianchi”.

Ma un ruolo importante lo devono giocare anche le Asl che, attraverso i Dipartimenti di salute mentale, dovranno farsi carico delle persone che provengono da queste strutture, nelle quali non sono state curate in modo adeguato e che meritano assistenza sanitaria alla pari di altri.

Non è una novità, è solo quanto ha previsto la riforma del 2008 che ha trasferito al Servizio sanitario Nazionale la sanità penitenziaria ed ha stabilito di fatto il superamento degli OPG. Riforma illuminata, anche se non ancora sufficientemente attuata, addirittura non ancora recepita in Sicilia, la cui situazione è davvero paradossale. E i numeri a livello nazionale gridano vendetta: 1500 internati, il 40% circa solo a causa di ripetute proroghe delle misure cautelari.

In questo scenario, i cittadini e le organizzazione civiche e di volontariato hanno fatto molto, a partire dalla denuncia di questo scandalo all’opinione pubblica, fino alla mobilitazione, basti pensare al Forum sulla salute mentale di Aversa (CE). I lavori del Forum si sono chiusi i lavori con un preciso impegno: “il Forum, assieme alla Cgil e alla Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo F. Basaglia, si impegna, in sinergia con le altre associazioni che hanno già dichiarato la loro disponibilità quali l’UNASAM, Cittadinanzattiva, Centro Basaglia di Arezzo, Psichiatria Democratica, Fondazione Franco e Franca Basaglia, a organizzare a livello regionale, ed eventualmente interregionale in riferimento ai bacini di competenza dei diversi Opg, campagne culturali di denuncia delle inadempienze delle Regioni, e delle omissioni di Asl e Dsm”.

Intanto, chi è internato in un OPG deve fare i conti con la realtà: giornate intere trascorse in spazi angusti, con il rischio reale di un peggioramento dello stato di salute fisica e mentale e con la paura  di essere “legato” o messo in isolamento, pratiche purtroppo e scandalosamente ancora diffuse. Una quotidianità che ci viene raccontata da tanti che a titolo volontario si occupano da anni di salute mentale, come i nostri attivisti del Tribunale per i diritti del malato impegnati da sempre in questo ambito dell’assistenza, ma pronti a fare anche di più per accelerare la chiusura degli OPG: seguire più da vicino le persone che hanno il diritto di essere “rilasciate” per essere finalmente curate sul territorio come si deve, attivare le amministrazioni coinvolte, fare pressione per ridurre la burocrazia inutile, promuovere azioni di integrazione sociale e inserimento del mondo del lavoro, favorire la comunicazione e il dialogo con i familiari degli internati, ma anche denunciare le violazioni palesi dei diritti umani alle autorità competenti. Ad Aversa e in tante altre realtà siamo pronti per farlo.

Francesca Moccia, Coordinatore nazionale Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva

E se i cittadini si interessassero veramente al servizio giustizia ? (di Mimma Modica Alberti)

Molto si parla di giustizia e l’opinione pubblica è chiamata a schierarsi; le dichiarazioni roboanti e provocatorie si susseguono; chi ha cariche istituzionali importanti non si fa scrupolo di accusare altri poteri dello Stato di eversione non per atti eccezionali, ma per il semplice esercizio delle proprie funzioni.

Grandi sono la confusione e lo sconcerto in chi ancora vorrebbe credere all’esistenza e alla supremazia di uno Stato di diritto. Il tema della giustizia viene affrontato come il luogo segreto dove si combatte una battaglia epocale tra poteri dello Stato le cui prerogative però erano già state disegnate dai nostri Padri Costituenti in modo equilibrato proprio per dare ai cittadini, ed al nascente stato democratico, maggiori garanzie agli uni e “lunga vita” all’altro.

Di tutto si parla tranne che della reale situazione del servizio giustizia. E, quindi, non è chiaro cosa possa fare il cittadino per conoscere, valutare ed agire a favore di una giustizia più efficiente e giusta.

Per Cittadinanzattiva, invece, è proprio dalla reale situazione del servizio giustizia, vera grande opera che sostiene l’impianto sociale, che occorre partire.

La domanda dalla quale bisognerebbe partire è semplice: siamo consapevoli che la giustizia è un bene comune, un servizio universale ed essenziale per i cittadini? Sappiamo che la giustizia, e la magistratura indipendente ed autonoma che l’amministra, costituisce un baluardo della nostra democrazia ed una garanzia per l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge? Ci rendiamo conto che in questo sistema ci sono le garanzie e le condizioni per tutelare i diritti sia vecchi che nuovi?

Se la risposta a ciascuna delle domande appena poste, come sembra ovvio, è sempre e solo si, allora tutti i cittadini dovrebbero occuparsi di giustizia prescindendo dalla eventuale esperienza che ciascuno possa aver fatto in veste di testimone o di parte in causa civile oppure di  vittima o imputato.

Per riprendere un vecchio slogan del Tribunale per i diritti del malato, potremmo affermare che “i cittadini sono azionisti del Servizio giustizia”, dato che lo pagano, e che, quindi, è loro diritto, ma anche dovere, occuparsene. Il miglior modo per farlo intanto è cominciare a conoscere e  distinguere le vere cause del disservizio dai temi oggetto dell’aspro conflitto in atto tra governo e magistratura.

Vi è anche un’altra ragione, altrettanto importante, che sollecita una maggiore partecipazione: il diritto alla giustizia è un bene costituzionale e, quindi, lo è anche il servizio attraverso il quale si amministra. La giustizia per noi cittadini è pertanto un bene comune da salvaguardare e da tutelare attraverso il nostro impegno diretto.

Ma veniamo adesso ad alcune delle proposte contenute nel Rapporto di Giustizia per i Diritti che esprime l’impegno di un anno di lavoro sul campo da parte di Cittadinanzattiva: un piano straordinario, la revisione della geografia giudiziaria, la valutazione civica dei tribunali civili.

Innanzitutto, un Piano straordinario per rafforzare il controllo di legalità sul territorio, soprattutto ma non solo al sud, e quindi prioritariamente: dotare di attrezzature e di tecnologie informatiche le sedi giudiziarie; arricchire le competenze della polizia giudiziaria e dei magistrati; qualificare sezioni dei tribunali per rispondere più celermente a specifiche e più ricorrenti domande di giustizia; aumentare l’organico laddove sia necessario; scongiurare la prescrizione dei reati e rendere effettive le pene; razionalizzare l’uso delle risorse e tagliare gli sprechi.

Rivedere la geografia giudiziaria perché sembra sottrarsi ai più elementari principi di buona organizzazione degli uffici pubblici la vecchia ed irrazionale distribuzione delle attuali sedi giudiziarie, considerato che sono venute meno le difficoltà legate alla mobilità dei cittadini e degli operatori di giustizia.

In Italia ci sono 165 Tribunali e relative Procure, di cui non pochi istituiti con leggi speciali ad hoc, 220 sezioni distaccate di Tribunali e 848 uffici del Giudice di pace. Dei citati Tribunali e Procure, 93 rappresentano il 56% degli uffici giudiziari ed hanno non più di 20 Magistrati; circa 60 hanno sede in territori che già possono contare sull’esistenza di un Tribunale nella sede del capoluogo provinciale (abbiamo ad esempio 19 Tribunali in Sicilia, con 4 Corti d’Appello, 17 Tribunali in Piemonte; a Sulmona il Tribunale più piccolo ha 1 Presidente e 3 Giudici).

Ci si attende quindi dal Governo e dal Ministro della Giustizia la verifica urgente dello stato di “salute”, e quindi della loro utilità per i cittadini, degli uffici giudiziari italiani i cui organici risultano sottodimensionati partendo da quelli con dotazione di organico al di sotto delle 10 unità ponendosi l’obiettivo di migliorare l’offerta di giustizia e, contemporaneamente, di procedere alla razionalizzazione delle risorse disponibili; la riduzione e razionalizzazione degli Uffici dei Giudici di Pace (oggi circa 850), procedendo per via amministrativa alla chiusura o all’accorpamento di almeno 100 uffici non utili ai cittadini, provvedendo a riconsiderare sia il numero dei casi trattati che il bacino di utenza di riferimento.

Una giustizia “a macchia di leopardo” non è comprensibile se non si dispone di informazioni trasparenti ed attendibili sul funzionamento dei tribunali e sulla loro organizzazione interna. L’esigenza è quindi quella di sviluppare anche nell’ambito del settore giustizia una iniziativa nazionale di valutazione civica dei tribunali attraverso la costituzione di équipe miste (operatori e cittadini) adeguatamente formate ed una metodologia di valutazione specificamente progettata, sulla base dell’esperienza ultra decennale maturata da Cittadinanzattiva, per analizzare e comparare la qualità delle strutture e dei servizi erogati dal Servizio giustizia italiano, a partire dai tribunali civili.

Il programma di lavoro di Cittadinanzattiva sulla giustizia può essere il terreno in cui “coltivare” la partecipazione civica per la cura e la tutela del bene comune giustizia. 

Mimma Modica Alberti Coordinatore nazionale Giustizia per i Diritti di Cittadinanzattiva

Il sistema giudiziario rischia il blocco per i tagli del Governo (di Claudio Lombardi)

L’Associazione nazionale magistrati lancia l’allarme: dopo i tagli della finanziaria il complesso sistema informatico che presiede al lavoro dei magistrati e degli uffici giudiziari rischia di bloccarsi per mancanza di manutenzione. I fondi per le spese informatiche erano di 85 milioni nel 2008, scesi a 58 l’anno successivo e ancora a 45 l’anno scorso. Per il 2011 il ministero dell’economia ha previsto uno stanziamento di circa 28 milioni contro una richiesta del ministero della giustizia di 60. In pratica se si blocca un pc o salta una rete informatica di un tribunale quest’anno non ci saranno i soldi per riparare i guasti.

Sembra di essere tornati all’estate dell’anno scorso quando, di fronte alla manovra prevista dal Governo, insorsero i sindacati di polizia che, in rappresentanza di tutti i lavoratori della sicurezza denunciarono una situazione paradossale che vedeva tagli alle spese per il carburante delle pattuglie, la riduzione delle volanti in servizio e delle altre spese necessarie per l’operatività della polizia di Stato. Sui giornali si lessero cronache grottesche sulla situazione di commissariati e questure alle prese con la riduzione dei finanziamenti. E questo in un momento in cui i leader del Governo denunciavano l’insicurezza e l’assenza di controllo del territorio come uno dei mali peggiori che colpivano i poveri cittadini.

Come nel caso della giustizia con una faccia si denuncia un male – l’insicurezza o la lentezza dei processi – con l’altra si ordina di tagliare risorse vitali per il funzionamento di settori delicati per lo Stato e per la società tutta. Poi, quando il guaio è fatto ci si mette in mostra sui telegiornali dichiarando che bisogna rimediare ed impedire più gravi danni.

Sembra un gioco delle parti e, in effetti, lo è. E tutto per salvare capra e cavoli, ossia presentare un bilancio pubblico che taglia le spese, (ma non alle clientele che si alimentano della spesa pubblica) e tirando indietro la mano non appena l’opinione pubblica si accorge che sono stati combinati guai veri.

Ci stanno forse prendendo in giro i politici che siedono al Governo? Sì ci stanno prendendo in giro. Si comportano come se fosse normale progettare, decidere, sostenere ed approvare tagli di spesa in una procedura che prende diversi mesi e poi non tener conto e disinteressarsi delle conseguenze lasciando a chi ci lavora il compito di lanciare l’allarme.

E allora che ci stanno a fare al Governo? I giornali raccontano di un ministro della giustizia furioso con il suo collega dell’economia. Ma furioso oggi, 5 gennaio, e non nei mesi scorsi quando le decisioni oggi attuate sono state studiate e prese. Anche qui: presa in giro di noi cittadini creduloni.

Meno male che ci sono le associazioni di categoria come l’ANM  e i singoli magistrati che tengono più all’efficienza del sistema giudiziario di quanto ci tenga il Governo che nemmeno si rende conto di quel che combina e tenta sempre di correre ai ripari quando scoppiano le emergenze da lui stesso causate.

Meno male anche che ci sono i cittadini ai quali serve assolutamente che la giustizia funzioni e che si preoccupano di monitorarne lo stato come da un po’ di tempo sta facendo Cittadinanzattiva che ha presentato poche settimane fa un rapporto sullo stato della giustizia in Italia (per il testo www.cittadinanzattiva.it). In una dichiarazione rilasciata oggi la responsabile nazionale del settore – Mimma Modica Alberti – ricorda che “la decisione del Governo di destinare meno fondi al sistema giustizia, tra le altre cose, non farà che allungare la già eccessiva durata dei procedimenti, rendendo di fatto ancora più salato il conto che il nostro Paese paga in termini di sanzioni comminate dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con il risultato  che viene sempre più messo a rischio un servizio universale di fondamentale importanza per la cittadinanza”. Inoltre, risulta “sorprendente l’immobilismo del Ministero della Giustizia. Piuttosto che avallare silenziosamente simili circoli viziosi, sarebbe il caso che avvii una radicale opera di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi. Dal nostro punto di vista, appare urgente una revisione delle circoscrizioni giudiziarie e una verifica sulla utilità per i cittadini degli uffici giudiziari italiani a partire da quelli i cui organici risultano al di sotto delle 10 unità. Allo stesso tempo andrebbero chiusi o accorpati almeno 100 Uffici dei Giudici di Pace, provvedendo a verificarne sia l’effettiva utilità che il numero dei casi trattati e il bacino di utenza di riferimento. Caro Ministro Alfano, è chiedere troppo?”.

Non è ovviamente la sola Cittadinanzattiva a preoccuparsi di denunciare la situazione e a proporre soluzioni. Ciò che colpisce, però, è la maturità e la serietà di un movimento di cittadini che si fa carico di un problema cruciale per la collettività.

Sarebbe una buona cosa se i politici della maggioranza imparassero da questi esempi cosa vuol dire prendersi cura dei beni comuni e dell’interesse generale.

Ma forse è tempo che la politica sia profondamente riformata e che cambino mestiere tutti quelli che da decenni hanno sfruttato la politica per fare i propri interessi personali e che si avvii un radicale mutamento di classi dirigenti. L’Italia e gli italiani ne hanno bisogno.

Claudio Lombardi

Grandi opere: la giustizia (di Mimma Modica Alberti)

La giustizia italiana sta male ed ha bisogno di un intervento radicale ed urgente.

Questo l’allarme lanciato dal secondo Rapporto sulla Giustizia italiana, elaborato sulla base delle segnalazioni giunte in un anno al Pit Giustizia di Cittadinanzattiva.

Quello che si presenta è un quadro preoccupante di un Paese in crisi: illegalità diffusa, scarsa efficienza della macchina amministrativa, spreco di risorse pubbliche e tagli indiscriminati alle prestazioni ed ai servizi (anche a quelle universali, sanità, scuola, giustizia); ritardi e carenze organizzative, strutturali e di personale, che producono diseguaglianze ed esclusione sociale. 

Questo stato di cose richiederebbe una giustizia efficiente, erogata in tempi ragionevoli ed accessibile a tutti i cittadini, non soltanto ai ricchi. Una giustizia in grado di rispondere tempestivamente alle diverse istanze provenienti dalla società Italiana: cittadini, famiglie, imprese.

I diritti negati vanno restituiti ai cittadini.

La giustizia, di fatto, non è un servizio universale.

Non lo è per mancanza di informazioni (corrette, complete e preventive) su tutti gli strumenti a disposizione per risolvere i conflitti a costi sostenibili e con benefici certi, almeno nei tempi.

Non lo è a causa dei costi elevati che lo rendono di fatto inaccessibile ai cittadini, oggi impoveriti dalla crisi economica.

Non è un servizio universale, perché non garantisce un processo celere o di una ragionevole durata, offrendo questa possibilità solo a chi ha la fortuna di risiedere in una città piuttosto che in un’altra.

Non è un servizio di qualità perché non consente, se sei un’impresa, di recuperare un credito per non fallire. Oppure di risolvere una controversia di lavoro o relativa ad una eredità contestata; di definire la diatriba sull’assegnazione della casa o dei figli in una causa di separazione.

Non è adeguato a rispondere alla tutela delle vittime del reato di usura o di estorsione, di un errore medico o di speculazione immobiliare; a tutelare i cittadini dalla cattiva amministrazione di un territorio sul quale incombe una speculazione edilizia o l’uso improprio delle risorse pubbliche.

Non è adeguato ad affrontare e perseguire ad “armi” pari, se non con grande sacrificio ed abnegazione da parte di magistrati, poliziotti e personale della giustizia, la criminalità organizzata che silenziosamente, complici colletti bianchi ed affaristi senza scrupoli, si infiltra appropriandosi delle maggiori risorse economiche del paese.

Certo, visto il quadro piuttosto negativo che viene fuori, occorre fare i necessari distinguo, e precisare che il Servizio giustizia ha anche delle eccellenze, magistrati diligenti e competenti, personale di qualità, così come la difesa dei cittadini viene garantita anche da avvocati corretti, disponibili e preparati.

Purtroppo, la nostra giustizia a “macchia di leopardo” è quella che alla maggioranza dei cittadini proprio non serve avere. 

La Giustizia, una grande opera per far bene al paese!

Ecco l’urgenza di trattare la Giustizia come una Grande Opera per il paese! Un piano straordinario per rafforzare il controllo di legalità sul territorio, soprattutto, ma non solo, al sud, e quindi prioritariamente:

  • dotare di attrezzature e di tecnologie informatiche le sedi giudiziarie; arricchire le competenze della polizia giudiziaria e dei magistrati;
  • qualificare sezioni dei tribunali per rispondere più celermente a specifiche e più ricorrenti domande di giustizia; aumentare l’organico laddove sia necessario; scongiurare la prescrizione dei reati e rendere certe le pene;
  • rivedere la geografia giudiziaria chiudendo e accorpando tribunali e uffici di giudici di pace, ed altro ancora, per liberare risorse ed energie.

 Mimma Modica Alberti Coordinatrice nazionale Giustizia per i Diritti – Cittadinanzattiva

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