Rifiuti in Campania: agire subito, coinvolgere i cittadini (di Alessio Terzi)

L’apertura di  una indagine per “epidemia colposa” nei confronti di Rosa Russo Iervolino e di altri 27 sindaci della Campania, di Antonio Bassolino, ex Presidente della Regione e di Alessandro Pansa,ex prefetto di Napoli (Commissari straordinari fra 2007 e 2008) potrebbe essere una buona notizia.
E’ sacrosanto, infatti, che i responsabili siano, finalmente, a chiamati a dare conto del proprio operato davanti alla giustizia e, nel caso, a rispondere dei danni provocati alla salute dei cittadini dai cumuli di rifiuti abbandonati e, talvolta, incendiati.
La complessità del processo e i ritmi della giustizia italiana, però, fanno prevedere un processo lunghissimo e molte difficoltà nell’accertamento della verità. Il timore di dovere registrare un nuovo fallimento istituzionale, aggiungendo amarezza ad amarezza,  è alto.

Saremo ovviamente molto lieti di essere smentiti dai fatti e riteniamo nostro dovere fare tutto il possibile (poco o tanto che sia) per produrre un contesto favorevole al buon svolgimento del processo continuando a seguire la vicenda.
E’ utile, per esempio, constatare che le esibizioni “muscolari” delle ultime settimane hanno avuto un esito patetico.
Il Presidente del Consiglio, di fronte all’evidente fallimento del millantato impegno di risolvere la vicenda in pochi giorni, ha pensato di cavarsela addossare la colpa al Sindaco di Napoli,“essendo la materia di competenza comunale”.
Il Capo della Protezione civile – ignorando i cumuli di rifiuti in attesa di raccolta – ha dichiarato chiusa l’emergenza.  In realtà ha spostato il baricentro della protesta da Terzigno (dove ha sottoscritto un impegno a non aprire una nuova discarica) a Chiaiano e Giugliano (dove ha disatteso un analogo impegno preso due anni fa) , con un bel colpo alla credibilità delle istituzioni.
Fuori di ironia, questo conferma un tremendo dilemma e cioè che le vie istituzionali per la costruzione di un regime di governo dei rifiuti in Campania sono fallite entrambe. Gli anni di regime commissariale sono finiti sotto indagine per lesioni alla salute pubblica mentre gli enti locali hanno, di fatto,  preferito litigare nei Tar piuttosto che dialogare.

Non si sa se questa questione sia stata esaminata con la dovuta attenzione dal tavolo interistituzionale, riunito l’8 novembre scorso.
Le dichiarazioni del Presidente della Regione sembrano mettere finalmente in conto che, senza un serio confronto con i cittadini non si va da nessuna parte.
Il Sindaco di Napoli ha messo a disposizione le centinaia di cave esistenti nel sottosuolo della città (che secondo alcuni, sono già state ampiamente utilizzate da vari “imprenditori”). Se questi siano segnali di una vera volontà di uscire da una tragica impasse si vedrà dai fatti. Noi lo speriamo e suggeriamo al tavolo quattro argomenti di lavoro.

Il primo è quello di comprendere perché le discariche “puzzano” accertando le responsabilità personali e istituzionali e individuando i rimedi da attuare nel più breve tempo possibile.

Il secondo è la necessità di dare una risposta circostanziata, pubblica e ufficiale  all’ampio cartello di organizzazioni civiche campane  che sostiene, con buoni argomenti, che nella regione esistono già impianti di trattamento recuperabili a basso costo e di facile impiego ( http://www.chiaianodiscarica.it/?cat=803 ).

Il terzo è quello di convocare la società civile di Napoli per dare avvio ad un programma di rapido incremento della raccolta differenziata, (magari con il supporto del sindaco di Camigliano, rimosso dall’incarico per avere messo in piedi una raccolta porte a porta efficiente).

L’ultimo è la definizione di modalità di confronto trasparenti e  sistematiche fra il tavolo stesso e la cittadinanza attiva, sulla base delle migliori esperienze già realizzate.

Azioni di questo genere non bastano a risolvere l’emergenza, ma possono essere immediatamente dichiarate, rapidamente attuate e possono sostenere il tavolo interistituzionale nel suo lavoro e a superare le inevitabili resistenze.
Naturalmente anche la cittadinanza deve accettare di fare la sua parte, rinunciando a violenze e deleghe e assumendo le proprie responsabilità come chiedono le Assemblee territoriali di Cittadinanzattiva della Campania.

(http://www.cittadinanzattiva.it/files/punto/ALLEGATO_PUNTOterzigno.pdf)

Chi non condivide queste idee o ha considerazioni e proposte da fare è caldamente invitato a scrivere i suoi commenti.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

Il sistema sanitario che uccide non è frutto né del caso né della malasorte, ma ha un nome ed un cognome: collusione consociativa e corruzione (di Paolo Baronti)

Pubblichiamo la lettera aperta inviata al Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale Sen. Ignazio Marino e al Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali On. Leoluca Orlando dal Presidente di Cittadinanzattiva dell’Umbria

Ormai  è un bollettino di guerra: in Italia, in media, ogni mese, si contano 15 casi di presunta malasanità Ben 163 vittime di cui 88 – praticamente la metà – concentrate in due sole regioni: Calabria (50) e Sicilia (38). Non basta ai cittadini sentire al TG della sera dire: “ennesimo caso di malasanità in Sicilia o in Calabria” e passare alla successiva notizia, senza che poi nessuno, né il Ministro, né l’assessore regionale né qualche Parlamentare o dirigente di partito provino, almeno, a tentare di dare una spiegazione di tali fatti ai parenti affranti dal dolore e ai milioni di cittadini siciliani e calabresi sempre più insicuri e preoccupati di entrare in un ospedale. Le commissioni di inchiesta servono a mettere in grado il Parlamento di conoscere per agire, non di perpetuare il proprio incarico in attesa di un incarico successivo. Altrimenti i cittadini pensano di avere di fronte una classe dirigente che abdica totalmente al proprio ruolo, sempre troppo impegnata in altre “priorità”: le beghe interne su nuovi  nomi  o aggregazioni di partiti o  le candidature da scegliere e che non vuole comunque rischiare di compromettere una brillante (?!) carriera criticando una potente corporazione che potrebbe  poi qualificarlo come inaffidabile presso i dirigenti del suo partito.

La malasanità c’è anche nelle altre regioni italiane ed è frutto di una cultura della classe medica  ancora troppo  corporativa ed autoreferenziale che rifiuta di accettare il metodo della qualità totale, di valutare cioè gli errori per crescere e migliorare le procedure standard, unica garanzia di un livello di qualità  elevato e costante.   

Ma in Sicilia ed in Calabria vi sono altre, diverse e più gravi  cause. L’aumento degli indici di corruzione nel Paese, la stretta commistione tra un ceto politico sempre più a caccia di consensi personali su base clientelare e sistemi di potere anche criminale, in particolare, ma non solo, nelle regioni meridionali, ci dice che i concorsi negli enti e nelle aziende pubbliche seguono altre vie che non sono quelle del merito. Una volta solo una quota dei posti era destinata a tali assunzioni, ma poi progressivamente si è estesa a tutti.

Non solo medici di scarsa preparazione, ma, qualora la filiera della corruzione si sia estesa anche alla fase del corso di laurea, dei veri e propri “non medici”, cioè soggetti per i quali non è stato solo truccato il concorso, con la sostituzione della prova scritta nella busta – per non rischiare – ed una prova pratica provata prima decine di volte, ma anche tutto il corso di laurea dal primo esame alla tesi totalmente regalato con domande concordate e tesi fatta da altri.

In questi casi, nelle realtà sane, la struttura  dell’ospedale reagisce creando anticorpi: chirurghi che non hanno mai operato, confinati in uffici con incerte mansioni, medici del pronto soccorso sempre presidiati da un infermiere con il compito di non lasciarli mai soli, etc.

Ma quando in una realtà cominciano a prevalere i “medici scadenti” o  i “non medici”, i quali non avendo una preparazione professionale non hanno alcun interesse al miglioramento dell’organizzazione del  servizio e spesso sono impegnati durante l’orario in altre attività funzionali al padrino politico che li ha sponsorizzati, allora il sistema, piano piano, degrada fino al collasso e si cominciano a moltiplicare in maniera esponenziale i casi di malasanità, i quali per altro, sono sempre in numero maggiore di  quelli resi pubblici, per i tentativi, spesso riusciti, di tacitare il fatto o di alterare l’andamento reale dei fatti, con la manipolazione delle cartelle cliniche.

In queste situazioni non basta reagire, come fa il ministro  Fazio, inviando l’ennesimo ispettore che aspetterà qualche mese, sperando che diminuisca l’attenzione dei media, per concludere con formule rituali, oppure le due commissioni parlamentari presiedute dalle S.S. V.V.  che convocano in audizioni altrettanto rituali ed improduttive.

I medici italiani, contrariamente ai loro colleghi dell’Unione Europea  non sono sottoposti a verifiche di qualità.

Cittadinanzattiva avanza pertanto una proposta, l’unica che appare adeguata alla gravità della situazione e che consenta alle Commissioni di avere una qualche utilità per l’interesse generale: proporre ed approvare in tempi brevissimi una Legge, con la quale si decida di sottoporre tutti i medici italiani, partendo da quelli ospedalieri  e cominciando dalla Sicilia e dalla Calabria, ad una verifica di qualità per stabilire l’effettiva idoneità a ricoprire il posto che occupano. Le commissioni non dovranno palesemente essere decise dagli stessi soggetti che sono i principali responsabili della situazione  attuale – politici e clinici compiacenti e collusi -, ma potranno essere  formate da clinici anche di altri Paesi europei. Tali esami saranno pubblici e Cittadinanzattiva si impegna a presenziare a tutte le verifiche. In caso di esito negativo del test di idoneità  tale test sarà ripetuto dopo due mesi ed in caso di ulteriore esito negativo, si procederà al licenziamento del medico ed all’attivazione di un’indagine sul concorso e su tutte le progressioni di carriera dello stesso medico, chiamando a rispondere tutti i componenti delle commissioni di concorso responsabili di tali atti.

Gli indici di degrado sopra indicati non riguardano solo la dirigenza medica, ma anche quella amministrativa e tecnica: vi sono dirigenti amministrativi che non sono in grado di scrivere una lettera di convocazione di una riunione o di redigere in italiano un verbale, ma i disastri da loro causati hanno effetti meno immediati e drammatici sui cittadini.

 La corruzione  non comporta solo uno spreco di risorse economiche, che si traduce in minori servizi per i cittadini, specie per i più bisognosi; la corruzione non solo deteriora i rapporti economici, sociali e politici, contribuendo all’abbassamento dei livelli di legalità e facilitando il malgoverno, ma “ la corruzione uccide”, come ci ammoniva dalla TV uno spot di qualche tempo fa realizzato da Trasparency international.

Non sembrino pertanto quelle prospettate, le proposte eccessive di un giacobino esagitato,  ma sono le proposte minime idonee a salvare il SSN a ridare un minimo di fiducia ai cittadini, non solo quelli  siciliani e calabresi, bloccando un degrado progressivo, che in seguito sarà sempre più difficile curare. Come il medico indulgente rese la ferita purulenta, così oggi una classe dirigente che non vuole né vedere né sentire, perché compromessa fino in fondo nei meccanismi perversi che hanno determinato tali disastrosi effetti,  e si mostra, tutta, palesemente inadatta a far rinascere questo Paese e quindi a governarlo.

Con la stessa legge dovrà poi essere istituito un fondo nazionale per la tutela delle vittime degli errori professionali in grado, almeno, di garantire un risarcimento a chi abbia subito un danno da intervento medico o assistenziale, anche indipendentemente dal fatto che si sia riusciti ad individuare con precisione il responsabile.

 Paolo Baronti Presidente Cittadinanzattiva Umbria

Sanità sprechi e cittadini attivi (di claudio lombardi)

Poco se ne è discusso in campagna elettorale benché il suo peso sia enorme nei bilanci regionali. Poco se ne discute quotidianamente benché sia uno dei compiti più importanti che spettano alle regioni (e, in generale, allo Stato) e una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini. Poco fanno i partiti e non è nemmeno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica se non quando succede qualche disgrazia. Parliamo della sanità sulla quale in un giorno non lontano si abbatterà la rivoluzione del federalismo fiscale che ha uno dei suoi snodi fondamentali nella definizione dei costi standard che dovranno servire per fornire un livello uniforme di servizi per i cittadini. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata (marginalmente) di alcune dichiarazioni del ministro della salute Fazio che facevano seguito alla comunicazione dei risultati dell’attività ispettiva condotta dalla Guardia di Finanza relativa al 2008 e 2009 con una valutazione dei possibili danni per lo Stato pari a 770 milioni (oltre a 155 per le frodi scoperte). Ebbene secondo Fazio la misura dello spreco in sanità oscilla fra il 5% e il 10% del fondo sanitario nazionale che è di 108 miliardi di euro. Si tratterebbe, quindi, di una cifra variabile fra i 5.400 e i circa 11.000 milioni di euro. A queste quantificazioni si dovrebbero aggiungere forme di spreco o di cattivo uso delle risorse molto più diffuse e “fastidiose” perché si manifestano con inefficienze e disservizi che gravano comunque sui cittadini. Vogliamo poi parlare dei costi che le persone devono sopportare per ricorrere a prestazioni private a causa delle lunghe attese previste per quelle pubbliche? Anche questi sono costi e sprechi pagati da chi ha bisogno di cure e non può rimandare. Il problema delle liste di attesa è rimasto insoluto, ma, sembra, non susciti più proteste e movimenti di lotta. Quando per anni e anni si lascia decantare una situazione intollerabile tutti fanno fatica a riparlarne e ciascuno trova forme di adattamento. Non vuol dire, però, che il problema non ci sia più, ma che chi dovrebbe organizzare la protesta e la proposta non riesce più a farlo con efficacia per stanchezza e perché si trova davanti il muro di gomma del sistema di governo della sanità e delle tutele di categoria che appare insormontabile.

Insomma fra sprechi, ruberie (qualcuno ricorda come è nato il debito sanitario del Lazio? Il soprannome Lady ASL dice ancora qualcosa?), disservizi e necessità di pagare prestazioni private il costo della sanità per gli italiani è molto alto. Con differenze enormi fra le varie regioni, perché ciò che accade in Calabria e Sicilia non accade in Lombardia, Toscana ed Emilia. E comunque quasi sempre i cittadini non riescono a far sentire la loro voce e quando scoppiano gli scandali (le siringhe d’oro o i morti di malasanità) la voce che non si sente è quella della protesta popolare che dovrebbe, invece, esprimere la ribellione ad un sistema che ruba i soldi nostri. Il fatto è che nessuno ci prova ad organizzare una protesta e quando un’assenza si protrae per molti anni poi non si sa più da dove cominciare.

Che fanno i partiti che dovrebbero rappresentare i cittadini? E il mondo dell’associazionismo? E gli stessi sindacati, che negli anni passati volevano essere uno dei protagonisti della politica, possono limitarsi a difendere sempre e comunque gli interessi di categorie che sempre più appaiono corporazioni chiuse? E il popolo viola, i grillini e tutto il mondo delle forme alternative di partecipazione e di pressione politica perché non si fanno sentire?

Una possibile risposta sta nella pratica della valutazione civica che dovrebbe introdurre la voce dei cittadini nella gestione dei servizi sanitari. Per ora è solo Cittadinanzattiva che con l’audit civico prova l’impresa di forzare il blocco autoreferenziale politica-apparati-sindacati che decide le sorti del servizio sanitario. Perché la prova riesca occorre però una sua diffusione di massa ovvero in tutte le ASL e negli ospedali e occorre che si trasformi in un movimento di lotta che non si limiti a registrare ciò che esiste, ma punti ad intervenire sui processi decisionali a tutti i livelli che toccano le questioni cruciali e non solo aspetti di minore importanza (ad esempio: liste di attesa e non solo segnaletica nei corridoi) . Se questo salto di qualità non si verifica la valutazione civica rischia di rimanere in una posizione marginale e di essere riassorbita da un sistema capace di inglobare contrasti, interessi e proteste se espresse da forze minoritarie isolate dall’opinione pubblica.  

Questo è il punto: l’opinione pubblica. Se i cittadini non vedono e non sanno anche la buona volontà rischia di estinguersi e l’impegno di tanti che vogliono essere cittadini attivi si riduce ad una testimonianza e ad un’azione utile ad alcuni, ma non in grado di cambiare la situazione della sanità.   

Claudio Lombardi

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