Terremoto: le due facce dello Stato e della politica

terremoto e politica

Partendo dal terremoto si possono fare tante riflessioni. Una di queste ci porta ad interrogarci sulla doppia faccia della politica, vista dai cittadini e praticata nelle istituzioni. Lo spunto ce lo fornisce un articolo di Luigi Di Gregorio pubblicato dal sito stati generali.com nel quale denunciava i danni provocati alla politica dai mezzi di comunicazione di massa.

Afferma Di Gregorio che “la necessità che i mass media hanno di stare sul mercato, “vendendoci” le notizie – spinge giornali e tv a trasformare ogni avvenimento e ogni settore della società in un mix di sensazionalismo, personalizzazione, banalizzazione, voyeurismo, gossip. In una parola: spettacolo”. Di qui la prevalenza delle storie individuali dei singoli candidati sempre più simili ad eroi “chiamati a sobbarcarsi imprese sempre più impossibili”.

leader al comandoIl problema è che così è cambiata la percezione della politica da parte dei cittadini, “buona parte dei quali ritiene che un singolo può governare qualunque cosa, praticamente da solo, pur non avendo idea di ciò che sta per governare. La complessità è sparita, le competenze pure. Tutti possono fare tutto, basta che siano onesti”.

Chiaramente Di Gregorio non intendeva per nulla ignorare l’importanza dell’onestà nel comportamento dei politici, ma soltanto sottolineare i danni di una semplificazione che portava a sottovalutare la complessità nella quale è immersa la decisione politica che non può mai essere frutto della forza di una singola personalità.

Il fatto è che oggi “l’elettore informato può sapere tante cose, politicamente insignificanti ma utili a creare onde emotive che influenzano l’esito delle elezioni. E’ un “nulla-sapiente” convinto di sapere tante cose, grazie ai “nulla-sapienti” (ma presunti e convinti tuttologi) che pontificano soluzioni “semplici” su tutte le reti, suscitando bassi istinti prima che ragionamenti”.

Sappiamo, perché è stato detto innumerevoli volte, che “la politica, non solo in Italia, si è progressivamente vaporizzata e ha messo radici, letteralmente, nei palazzi perdendo contatto con la società”. Il ragionamento di Di Gregorio prosegue, ma fermiamoci qui.

politicaDa una politica che vive nei palazzi del potere come minimo è lecito aspettarsi profonda conoscenza della macchina pubblica e controllo. E, invece, no. Cosa ci ha mostrato la vicenda del terremoto ad Amatrice e dintorni? Disattenzione, disinteresse, trascuratezza rispetto alle esigenze della collettività e mancanza di controllo su quello che fanno i numerosi livelli decisionali ai quali sono demandate la preparazione e l’attuazione delle decisioni politiche.

Finanziamenti predisposti e non utilizzati o utilizzati parzialmente e male. Regolamentazioni carenti, burocrazie attente al loro ruolo e al formalismo degli atti, ma non ai risultati, assenza di controlli. Un mix micidiale di inefficienza, pressapochismo e lontananza dalla realtà incapace di gestire l’ordinario e che si riesce a mettere da parte soltanto nell’emergenza.

Nell’epoca in cui imperano i sondaggi ai quali guardano i leader e i loro collaboratori sembra che la politica abdichi al suo compito per inseguire le pulsioni che si agitano nella società al solo scopo di averne il consenso, ma, di fatto, lasciando la soluzione dei problemi ad apparati spesso autoreferenziali.

terremoto AmatriceInutile ripetere analisi e descrizioni che abbondano in questi giorni su giornali, reti Tv e siti internet. La realtà è quella di un pericolo certo ed imminente semplicemente ignorato e considerato meno importante di tanti altri aspetti di immagine e di ruolo che alimentano un dibattito pubblico distaccato da una reale scala di priorità.

Dunque tra come i cittadini vedono ciò che si agita nella politica e come poi questa viene praticata c’è una grande distanza. Ovviamente quando si parla di politica si parla di tutti i suoi livelli, dal consigliere di un piccolo comune al vertice del governo nazionale. A volte si ha la sensazione che le responsabilità – e ciò è emerso anche nel caso di Amatrice – vengono subito cercate ai massimi livelli quando, più logicamente, gli immediati responsabili di scelte errate sul territorio sono regioni e comuni e i loro apparati amministrativi.

partecipazione dei cittadiniDue parole vanno dette anche sui cittadini. Anche nelle zone a massimo rischio sismico non risultano movimenti di lotta o iniziative collettive per esigere la messa in sicurezza degli edifici. Prima del terremoto, non dopo. A cosa pensavano quei cittadini che sono rimasti vittime della trascuratezza e dell’incuria? Erano anche loro attratti dalle polemiche politiche nazionali e locali? E come hanno fatto ad ignorare il pericolo che incombeva su di loro? L’interesse generale a mettere in sicurezza gli edifici questa volta coincideva con la loro stessa vita, ma loro avranno pensato che qualcuno altro avrebbe dovuto prendersene cura. Ecco bisogna sperare che dalla tragedia nasca una nuova consapevolezza che porti ognuno a sentirsi parte di una comunità e a considerarsi parte attiva nell’individuazione e nella soluzione dei problemi. Perché se i politici vengono meno ai loro compiti, se le burocrazie pensano al formalismo dei loro atti i cittadini devono sentirsi i padroni di casa della Repubblica cioè dei comuni, delle frazioni, dei quartieri, dei municipi, delle aree vaste, della nazione. In definitiva sono loro l’anima dello Stato e devono darsi da fare, essere cittadini attivi

Claudio Lombardi

Un’occasione decisiva per la riforma della politica (di Giuseppe Cotturri)

riforma della politicaNella revisione costituzionale del Titolo V nel 2001 fu inserito, all’art.118 comma 4, il principio di sussidiarietà orizzontale; fu riconosciuto cioè che i comuni cittadini hanno capacità di realizzare autonomamente interessi generali, e in tal caso le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai governi territoriali, hanno l’obbligo di accogliere e accompagnare (favorire) le attività civiche.

Il resto della revisione era confuso e contraddittorio, i ricorsi incrociati tra Regioni e Stato hanno bloccato quella normativa. Ma l’enunciato sulla sussidiarietà cittadini-istituzioni, che riprendeva una proposta avanzata anni prima da soggetti della società civile, ha avuto invece molteplici applicazioni. Alcune su ispirazioni di cittadini dal basso (azioni per la tutela dei diritti, di sostegno dei soggetti deboli, di cura di beni comuni). Altre applicazioni furono dettate da una lettura distorta e interessata delle istituzioni territoriali: Regioni e Comuni, a fronte del deficit di bilancio e della riduzione crescente delle risorse per la spesa sociale , hanno inteso il principio di sussidiarietà come autorizzazione per gli enti di governo di dismettere la erogazione di servizi pubblici per la soddisfazione di diritti sociali, che la Costituzione vuole garantiti.

La “esternalizzazione” dei servizi pubblici ha piegato la sussidiarietà a funzione strumentale (e sostitutiva) da parte di “generosi” cittadini (motivati da fini solidali, non profit), cui si sarebbe potuto destinare contributi – e perfino contratti col pubblico – a costi evidentemente minori di quel che avrebbe richiesto il mantenimento di un sistema di apparati pubblici di servizio.

sussidiarietà art 118Non era questo nel disegno dell’art.118, la strumentalizzazione dell’iniziativa civica colpiva l’elemento fondamentale delle attività rilevanti a questo fine: l’autonomia dei cittadini. Scomparso questo elemento, viene meno anche la ragione di quel riconoscimento di “potere sussidiario”: il nuovo principio infatti si configura come introduzione di un contrappeso, dal lato dei cittadini, alla “deriva” del sistema politico rappresentativo che non sembra perseguire più interessi generali, ma risulta occupato da interessi particolari e affidato stabilmente alle mani di cordate e cricche di affari .

Tutto questo però, dopo anni di crisi e riduzione dei poteri pubblici, ha portato a una vanificazione della ipotesi di ripresa dell’indirizzo politico democratico a seguito del peso crescente dei cittadini nella produzione di politiche sociali e ambientali e nell’interazione di essi con i governi locali e nazionale. L’azzeramento dei fondi sociali nazionali e la mancanza di risorse locali destinabili al sostegno del Terzo Settore hanno privato di prospettive e interesse anche la battaglia di retroguardia per salvaguardare ipotesi di sussidiarietà strumentale.

cittadini attiviCome ripartire? Come riaprire la questione del ruolo progressivo dei cittadini nell’indicare in concreto interessi generali e modi di intervento utili alla comunità, tanto più nella situazione drammatica in cui si dibatte il paese? L’occasione sembra data dalla possibilità di emendare, su specifica proposta del Movimento Cittadinanzattiva (ripresa da moltissimi parlamentari di varie forze politiche), il cosiddetto decreto “SbloccaItalia”. Nella formulazione originaria del governo il ruolo dei cittadini era richiamato per compiti marginali e occasionali (pulizia, manutenzione e abbellimento di strade, piazze ecc.). L’emendamento rimette al centro il principio costituzionale e ribadisce il riferimento a interessi generali e all’autonomia con cui cittadini singoli e associati possono dare concretezza alla indicazione costituzionale.

La pronta adesione di tanti parlamentari rende manifesto che la battaglia per l’inserimento dell’emendamento sarà anche una battaglia per la ripresa di quella prospettiva di “riforma della politica” che la Costituzione richiede e sorregge. Per chi crede che la fuoriuscita dalla crisi non sia solo questione di economia questo terreno è decisivo. E certamente più importante di tante delle questioni oggi poste alla discussione sotto il titolo di riforme.

Giuseppe Cotturri tratto da www.cittadinanzattiva.it

Governo Renzi primo atto

Se il governo si giudicasse dal discorso programmatico del Presidente del Consiglio bisognerebbe dire che la novità c’è ed è forte perché nelle sedi istituzionali la forma è anche sempre sostanza. Il linguaggio nuovo, diretto, informale di Renzi; il rivendicare una sua responsabilità personale; l’insistenza sulle scadenze immediate; l’impressione generale di schiettezza. Tutti  elementi di un modo di presentarsi agli italiani che non appare solo immagine, bensì tentativo serio e determinato di recuperare il fossato che si è scavato tra società e politica.

Renzi si presenta come uomo nuovo che parla la lingua dei cittadini e che incalza i politici che siedono nelle istituzioni sfidandoli ad uscir fuori dalle diplomazie e dalle prudenze rituali per misurarsi sul terreno che Renzi stesso sceglierà di volta in volta per loro.

I commentatori, politici e di opinione, sollevano molte critiche alla ricerca dell’errore (manca questo, manca quello, la mano in tasca, la battuta) forse non rendendosi conto che quel discorso è rivolto agli italiani più che a loro perché Renzi sa che gli italiani saranno i veri giudici del suo lavoro.

Decenni di discorsi rituali, retorici e astratti messi a raffronto con l’esperienza concreta hanno diffuso un sano scetticismo verso gli impegni altisonanti e vacui. Quelli di Renzi, invece, appaiono schietti così come lo è la rivendicazione dell’errore e del fallimento come esito possibile del suo governo. Basta riflettere un po’ per capire che vale molto più questa impostazione di qualunque serie di cifre e di dati che avrebbero potuto infarcire il discorso programmatico.

D’altra parte ciò non ha impedito a Renzi di assumere impegni precisi e piuttosto vincolanti (il pagamento dei debiti con le imprese, la lotta alle burocrazie) su cui inevitabilmente sarà giudicato. Certo, non impegni di  tipo rivoluzionario di sinistra che nell’Italia di oggi nessun governo potrebbe assumere.

Tutto sommato un impianto programmatico nel quale e verso il quale ci saranno tantissimi spazi di iniziativa per chi avrà la volontà di costruire la futura alternativa. Purchè si renda conto che non potrà che partire dal basso costruendo una democrazia partecipata fondata sull’attivismo civico e su una nuova cultura civile

Classe dirigente cercasi (di Claudio Lombardi)

cercasi classe dirigenteClasse dirigente non è solo quella che sta al comando, ma quella che sa rinunciare alla difesa degli interessi individuali e familiari dei propri membri per promuovere l’interesse generale e il bene comune.

Di fatto quella espressa in Italia dai partiti negli ultimi vent’anni non è una classe dirigente degna di questo nome, bensì una casta di privilegiati dedita al saccheggio sistematico delle risorse pubbliche. Vi sono state certamente alcune eccezioni, tanto più luminose in un quadro così degradato dell’etica pubblica, ma tali sono purtroppo rimaste e circoscriverle è sempre più difficile. Come in tanti hanno osservato la vera antipolitica nasce da lì.

Il danno provocato dall’avere avuto per decenni al comando un sistema di caste, gruppi e corporazioni raggruppati intorno al proprio tornaconto personale è molto maggiore di quello immediatamente visibile, derivante dall’uso per fini particolari di risorse pubbliche.
art 3 costituzioneIl vero danno sta scritto al contrario nell’articolo 3 della Costituzione, laddove afferma che È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Il vero danno, quindi, sta nella mancata realizzazione, per deviazione e sottrazione di risorse e per uso improprio del potere e delle istituzioni, delle condizioni grazie alle quali le persone avrebbero potuto realizzare se stesse. Anteporre gli interessi particolari all’interesse generale ha significato impedire a quelli che stavano fuori di sviluppare le proprie capacità.

giovani e lavoroIl danno è stato ed è enorme, irrecuperabile, uno spreco di intelligenze, sensibilità, competenze a cui è stato impedito di dare frutti che avrebbero potuto essere preziosi non soltanto per il futuro dei singoli, ma anche se non soprattutto per quello dell’intera comunità. Come vogliamo considerare d’altra parte i tanti giovani che prendono la strada del mondo perché da noi non trovano spazi di affermazione se non vedendo mortificati i propri meriti e premiata la fedeltà clientelare ?

La prima risposta che si può dare è che dobbiamo assolutamente diminuire l’invadenza della politica sottoponendola a rigorosi criteri di trasparenza e imponendo il rispetto assoluto della legalità. La “politica al posto di comando” era un’affermazione piuttosto in voga nei decenni passati e voleva esaltare il ruolo di una élite in grado di guidare un paese arretrato sulla via dello sviluppo. Abbiamo visto tutti dove ci ha condotto questa impostazione e oggi è il tempo  di delimitare e controllare la volontà politica innanzitutto con una sua “socializzazione” ossia diffondendola nella società. Non ci serve più un esercito di politici di professione che occupano le istituzioni e si portano appresso un ancora più vasto esercito di beneficiati dai poteri della politica.

volontariUna classe dirigente si riconosce perché sceglie di promuovere l’interesse generale anteponendolo al proprio interesse particolare. È quello che fanno i volontari e i cittadini attivi che si muovono nel solco dell’art. 118 della Costituzione per esempio; si fanno carico di un interesse generale e si attivano per realizzarlo anche a prescindere da un impegno delle amministrazioni pubbliche.

Perché non potrebbe essere il mondo del volontariato e della cittadinanza attiva il “vivaio”, l’incubatore di una nuova classe dirigente? E ancora: perché i nuovi partiti politici che si spera sorgano dal disfacimento di quelli attuali non potrebbero far proprio lo spirito e i metodi del volontariato? Ecco una buona indicazione di lavoro e un criterio per giudicare la sincerità degli innumerevoli “riformatori” che si aggirano nella politica italiana.

La prima riforma dovrebbe essere un cambiamento radicale dei partiti politici a partire da quella vergogna nazionale che è un partito che ha comandato per molti anni e che è solo una proprietà personale del suo fondatore, uno strumento a sua disposizione. Il Pdl viene classificato come partito della destra, ma in realtà è un partito di dipendenti di Silvio Berlusconi nemmeno in grado di esprimere una linea politica e un gruppo dirigente autonomo.

Speriamo che sia messo da parte dagli italiani al più presto e speriamo che gli si tolga l’alibi di far parte del governo. Sarà più facile imboccare un’altra strada.

Claudio Lombardi

Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

Il punto sul finanziamento pubblico dei partiti (di Claudio Lombardi)

Vediamo se sul finanziamento pubblico dei partiti si riesce a ragionare. La cosa è importante perché la politica è una funzione sociale con cui si governa la collettività, non si esaurisce con il voto e non si svolge tutta dentro alle Assemblee elettive. Che la collettività ci metta dei soldi non è assurdo mentre è sospetto se ce li mettono le banche, le finanziarie, le società petrolifere, quelle che producono energia, quelle che hanno delle reti Tv ecc ecc. Ovvio che i soldi vanno chiesti a tutti i cittadini, ma un finanziamento pubblico è proprio questo. Tutto sta a vedere di quanti soldi si tratta e come e a chi vengono dati.contributoCome stanno le cose adesso? Una panoramica della legge 6 luglio 2012, n. 96 che si basa su tre punti fondamentali: sistema misto di finanziamento pubblico e privato con dimezzamento dei soldi pubblici ai partiti; controlli dei bilanci affidati a una commissione di 5 magistrati e certificazione dei conti da parte di società di revisione; pubblicazione online dei conti.

Innanzitutto i contributi pubblici spettano alle forze politiche che siano rette da uno statuto democratico che indichi chi redige e approva i bilanci, come sia organizzata la vita interna nonché il rispetto delle minoranze e i diritti degli iscritti. Così si dovrebbero evitare i movimenti personali nei quali non si sa chi maneggia i soldi.

Dimezzamento significa che viene messa a disposizione la metà dei contributi rispetto a prima secondo un sistema misto: una quota del 70% per rimborso spese (elettorali e ordinarie) e una quota, del 30% in proporzione a quanto ricevuto dai privati (0,50 euro dello Stato per ogni euro ricevuto da privati certificati da una società di revisione).

Viene posto un tetto per le spese elettorali sia dei partiti che dei movimenti politici. Viene imposta la pubblicità della situazione patrimoniale e reddituale dei soggetti che svolgono le funzioni di tesoriere dei partiti o dei movimenti politici.

Obbligo di rendicontazione per tutti i partiti che dovranno avvalersi di una società di revisione (iscritta nell’albo della CONSOB) che verificherà la regolarità del rendiconto. Istituzione della Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti e dei movimenti politici composta da 5 membri, designati dai vertici delle tre massime magistrature: Corte dei conti, Consiglio di Stato e Corte di cassazione.

Infine obbligo di pubblicità dei rendiconti sui siti internet dei partiti e dei movimenti politici nonché nel sito internet della Camera dei deputati.

Ecco, oggi, quando si parla di finanziamento dei partiti si parla di questo sistema. Cosa c’è che non va? I contributi sono dati anche per le spese di funzionamento dei partiti e non solo per quelle elettorali. Anche se una parte è agganciata ai contributi privati resta il fatto che si va oltre i rimborsi elettorali e questo non va bene.cittadini3

La seconda è che non tocca la questione del finanziamento della politica che non coincide con il finanziamento dei partiti. Oggi il mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva partecipano alla politica spesso in maniera più incisiva di un partito, ma non dispongono di servizi e di fondi. Escluso che si possano finanziare direttamente (così non si dà luogo ad equivoci) è del tutto lecito pensare ad un fondo per la politica cui si accede proponendo progetti annuali e pluriennali monitorati da autorità pubbliche. Inoltre si può pensare a dare la possibilità e i mezzi ai comuni per fornire ospitalità e servizi alle associazioni della società civile in locali pubblici consentendo loro la condizione di base – la disponibilità di una sede – per attivarsi. Sottoponiamo tutto ciò a controlli accurati, ma rendiamo credibile l’ultimo comma dell’art. 118 della Costituzione (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”). Bisogna rendersi conto che con questa norma è superata l’esclusività del partito politico come strumento per una partecipazione politica che persegua l’interesse generale e, quindi, è giusto aiutare la cittadinanza attiva a svolgere la sua funzione.

Una proposta semplice è proprio questa: stornare una quota dal finanziamento pubblico di partiti e formazioni politiche e destinarla ad un Fondo per la cittadinanza attiva che escluda finanziamenti diretti, ma si concentri invece su attività documentate di interesse generale per favorire la partecipazione dei cittadini alla vita politica che serve per controllare il funzionamento delle istituzioni, per monitorare le amministrazioni e i servizi pubblici, per aiutare a trovare soluzioni ai problemi. Le organizzazioni territoriali dei partiti (non più sostenuti dal finanziamento pubblico) potrebbero strutturarsi per lavorare anch’esse su progetti di questo tipo concorrendo ai finanziamenti e sarebbero senz’altro più utili così alla collettività. Insomma soldi spesi bene e un ottimo investimento.

Claudio Lombardi

Il Paese, la politica, le responsabilità (di Antonio Gaudioso)

C’è un momento in cui la responsabilità, in un paese normale, dovrebbe avere la meglio sui calcoli politici, sulle decisioni che sono legate all’autoconservazione, sulla tutela e la protezione di sé, dei propri amici, degli amici degli amici.

C’è un momento in cui, una volta tanto, la strumentalizzazione, gli interessi particolari, il giocare sulla pelle di un paese dovrebbe lasciare il passo all’onestà, almeno intellettuale.

Evidentemente a questo momento non siamo ancora arrivati. Ma quando è troppo è troppo.
Quello che sta accadendo in queste ore è quanto di peggio potessimo aspettarci come epilogo di una legislatura totalmente al di sotto delle attese, in un Paese che attende da una vita riforme che non arrivano mai.

L’idea poi da parte dell’ex Presidente del Consiglio Berlusconi di ricandidarsi è persino una offesa all’intelligenza delle persone: scelta legittima certo, ma non se motivata con il fallimento del governo Monti.

A questo punto verrebbero spontanee almeno 5 domande da fare all’ex Presidente del Consiglio:

  1. Ha votato o meno nell’ultimo anno oltre 50 volte la fiducia al governo attuale? Se il governo Monti stava avendo una condotta fallimentare, ci ha messo un anno per accorgersene?
  1. Chi ci ha portato nella situazione di emergenza nazionale nella quale eravamo prima del governo attuale, in una situazione “quasi greca” con buchi giganteschi nei bilanci dello Stato che hanno richiesto in quest’ultimo anno sacrifici durissimi alle famiglie italiane?
  2. È vero o non è vero che solo 8 mesi prima della caduta del precedente governo il ministro Tremonti diceva che l’Italia era in piena sicurezza, mentre Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna erano già sull’orlo di o in pieno baratro?
  3. La colpa di quella situazione drammatica della finanza pubblica era solo dei banchieri e degli speculatori cattivi o piuttosto di una incapacità strutturale di governo del paese che, in oltre dieci anni, ha avuto una crescita da prefisso telefonico mentre le più importanti economie internazionali (e per la verità anche quelle meno importanti) crescevano molto di più della nostra?
  4. È serio in un paese serio promettere ai cittadini di togliere l’ICI, poi toglierla e creare un buco enorme nelle amministrazioni locali (che di questo vivevano…), costrette a tagliare i servizi e ad aumentare le tariffe per riuscire a sopravvivere con conseguenze pesantissime sulle famiglie così come è stato fotografato molto bene dall’Osservatorio prezzi e tariffe (su asili nido, acqua, rifiuti, trasporti pubblici locali etc.) della nostra organizzazione?

Per quanto ci riguarda abbiamo avuto in parecchie occasioni da ridire sull’operato del Presidente Monti. Non siamo stati d’accordo su alcune scelte strategiche, non ultima quella del decreto Ilva che abbiamo criticato duramente e con nettezza. Abbiamo criticato anche vari Ministri, che non abbiamo ritenuto all’altezza.

Detto questo, va dato atto al Presidente del Consiglio di aver riportato al centro del dibattito una serie di temi, dalla peso della corruzione sullo sviluppo a quello delle riforme economiche sulla libertà di impresa, alla riforma del finanziamento del servizio sanitario nazionale. Tutti temi su cui si possono avere idee diverse (e noi le avevamo e le abbiamo espresse chiaramente…), ma che sono argomenti “sani” su cui un paese normale dovrebbe dibattere, dividersi e poi decidere quando ci si avvia ad una tornata elettorale importante come quella che ci attende. Invece niente.

I partiti, in particolare quello che ha appena tolto la fiducia a questo governo, si sono lamentati per quasi un anno del fatto che il cosiddetto “governo tecnico” limitasse le prerogative del Parlamento.
Vista col senno di poi è una affermazione quasi ilare. È da marzo che le più alte cariche dello Stato (in primis il Presidente del Senato) ci dicono con cadenza quasi settimanale che si sarebbe calendarizzata ad horas la discussione sulla legge elettorale e sulla riforma del tanto odiato (a parole…) Porcellum. Ci è stato detto che su questo la politica e la leadership della stessa si giocavano la propria credibilità… Detto fatto. Andremo alle elezioni con la stessa, vergognosa, legge attuale che mette nelle mani di poche persone la “nomina” dei parlamentari. Se questa mancata riforma doveva dare la misura della credibilità di questo parlamento stiano sicuri i leader che il messaggio è arrivato ai cittadini forte e chiaro.

Quello che ora ci attende è il rischio di una campagna breve ma “balcanizzata”, dura, senza esclusione di colpi, discussa e giocata con cinismo sulla pelle delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese e di giochetti ne hanno le scatole piene, facendo promesse che non si riusciranno a mantenere pur di salvare la propria traballante poltrona. Magari prendendosela con l’Europa, con i banchieri, con la Germania, con complotti di oscuri “poteri forti” che stanno tramando per distruggere l’Italia…

Basterebbe fare un minimo di analisi di coscienza, verificare che siamo in questo stato per una classe dirigente che da molti anni si è dimostrata a dir poco scarsa, per non dire altro. Basterebbe questo per evitare di andare a cercare colpevoli laddove non ce ne sono, basterebbe evitare di “prendersela con l’arbitro” quando si è incapaci di giocare bene.

Anche noi parteciperemo alla campagna elettorale, certo a modo nostro, come un movimento che fa della battaglia per la tutela dei diritti, della promozione della partecipazione civica e della legalità dei paletti da cui non si può prescindere e non certamente per sostenere un partito o un altro.
Faremo di tutto per far sì che chi si candida a governare questo Paese dica delle cose chiare e nette prima delle elezioni sul futuro della scuola, sull’ammodernamento della giustizia, sul servizio sanitario nazionale, che non può avere cittadini di serie a e di serie b, sui servizi pubblici locali.
Presseremo e monitoreremo, chiederemo e verificheremo. Faremo emergere le incongruenze nei programmi e nelle proposte, comunicheremo ai cittadini chi accetterà di impegnarsi trasparentemente su alcuni temi che ci stanno a cuore, difenderemo l’Europa e le sue istituzioni da ogni volgare strumentalizzazione per fini più o meno di bottega. Vedremo come saranno fatte le liste, se necessario ci esprimeremo quotidianamente per far sì che il voto di tutti noi cittadini di questo paese, quale che sia lo schieramento che ognuno di noi vorrà scegliere, sia espresso in modo consapevole.
Lo faremo perché amiamo il nostro Paese e apprezziamo la forza e il coraggio delle tante persone che tutti i giorni, facendo onestamente il proprio dovere, lavorando o cercando un lavoro, con grande dignità, hanno la speranza di costruire – per sé e per i propri figli – un Paese migliore. Gli italiani sono ricchi di civismo e disponibilità, molto più di quanto si voglia far credere. In Italia esistono giacimenti importanti di partecipazione e di sensibilità a partire dai quali può ripartire il cammino per dare un futuro al nostro paese.

Le persone che ogni giorno incontriamo sono fortemente impegnate a migliorare la qualità della vita di tutti e mostrano di essere migliori di quei pezzi di classe dirigente che vorrebbero sfasciare tutto, mostrando attenzione soltanto per i propri interessi egoistici. Queste persone meritano rispetto e fiducia, e meritano una classe dirigente degna di questo nome. Per quello che ci riguarda nei prossimi mesi saremo cittadini ancora più attivi e, con quello di cui siamo capaci, proveremo a dare il nostro contributo in questa direzione. Ci accompagnerà la fiducia nelle capacità degli italiani e la consapevolezza che tutti insieme usciremo da questo momento di difficoltà.

Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva da www.cittadinanzattiva.it

In Germania arrivano i pirati e in Italia i “grillini” (di Claudio Lombardi)

Potrebbero arrivare anche in Italia i nuovi pirati? Ovvero un movimento politico “né di destra né di sinistra”, che va oltre i vecchi partiti, piace finalmente ai giovani, è liberale ma non liberista, pratica la democrazia diretta tramite la rete e supera d’un balzo le stucchevoli chiacchiere sulla “riforma della politica” fatta dai partiti che l’hanno distrutta. Era questa fino a poco tempo fa la domanda che ci si faceva. Oggi è cambiata e ci si chiede se il Movimento 5 Stelle sia il Piratenpartei versione italiana. La domanda non è oziosa: in Germania il partito dei pirati ha preso un bel po’ di voti ogni volta che si è presentato alle elezioni e in Italia la stessa cosa è accaduta con le liste del Movimento 5 stelle alle ultime amministrative.

Vediamo di aiutarci a capire di che si tratta prendendo anche spunto da un articolo pubblicato su ”Internazionale” del 6 aprile scorso a firma di Michael Braun.

“Un partito apparentemente venuto dal nulla sta per cambiare completamente lo scenario politico tedesco” e riapre i giochi degli equilibri politici che sembravano chiusi in vista delle elezioni politiche del 2013: perdente la coalizione di Angela Merkel, vincenti i socialdemocratici e i verdi.

“Con una strabiliante affermazione alle elezioni per il parlamento regionale di Berlino – dove nel settembre 2011 hanno preso un sensazionale 8,9 per cento – sono apparsi sulla scena i Piraten, il partito dei pirati”. “Alle elezioni nel Land della Saar – quanto di più provinciale si possa immaginare – due settimane fa i Piraten hanno ottenuto un lusinghiero 7,4 percento, assicurandosi quattro seggi. E, con grande sconforto dei “vecchi” partiti, tutti i sondaggi ora prevedono a questi Pirati della politica un risultato fra il 9 e il 12 per cento alle prossime elezioni politiche.”

Questa la fotografia della novità che irrompe sulla scena tedesca. Ma ci sono somiglianze col fenomeno italiano del Movimento 5 stelle?

Braun afferma che “alcune analogie sono più che evidenti. Entrambe le forze si dichiarano “né di destra né di sinistra”, usano il web come piattaforma principale di comunicazione politica e hanno costruito la loro ascesa totalmente ignorati dai mezzi d’informazione. E tutt’e due affermano che i cittadini devono riappropriarsi della politica, togliendo spazio ai “vecchi partiti, giudicati autoreferenziali e obsoleti.”

Una correzione va fatta a questo elenco di analogie perché in Italia la fama del M5S deve molto a Beppe Grillo che da anni lavora per la diffusione del movimento e Grillo non è certo uno sconosciuto. Al contrario, la lunga marcia prima del battesimo elettorale, è stata segnata da tante apparizioni pubbliche e da un forte interessamento dei mezzi di comunicazione attirati, più che dai temi e dalle caratteristiche del movimento, dalle provocazioni di Grillo molto spesso una via di mezzo tra spettacoli di satira e comizi.

Ovviamente di questa differenza se n’è accorto anche Braun che sottolinea come il movimento sia nato e sia saldamente controllato dal comico genovese diventato leader politico.

Vediamo con l’aiuto del “Non statuto” del M5S perché si tratta di qualcosa di molto diverso dai partiti e da tutte le forme associative tradizionali.

Art. 1 – natura e sede

Il “MoVimento 5 Stelle” è una “non Associazione”. Rappresenta una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.

La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it. I contatti con il MoVimento sono assicurati esclusivamente attraverso posta elettronica all’indirizzo MoVimento5stelle@beppegrillo.it.

Art. 3 – contrassegno

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

 Non associazione bensì piattaforma e veicolo di confronto di ciò che è contenuto nel blog di Beppe Grillo e poi nome registrato e di proprietà del medesimo Grillo, Beppe per gli aderenti del Movimento. Scrive Braun: “I Piraten, invece, sono al momento del tutto privi di un “lider maximo”: se si chiedesse oggi ai cittadini tedeschi di nominare qualche loro dirigente farebbero spallucce. Si vota, come ai vecchi tempi, un partito, non un capo carismatico. Eppure i Piraten sembrano, molto più dei grillini, un vero partito del ventunesimo secolo.”

Già, ma perché? Intanto si definiscono “partito” e non appare una scelta casuale. La loro nascita risale al 2006, pochi mesi dopo la fondazione dello svedese Piratpartiet (che a sua volta era nato per difendere politicamente il sito di filesharing Piratebay con un implicito riconoscimento, quindi, della funzione della politica e delle sedi istituzionali nelle quali si esprime). All’inizio l’unico tema del partito è stata la libertà – di download, contro la censura e i controlli – su Internet. Quindi un obiettivo deciso collettivamente da chi aderiva.

Un po’ diverso l’approccio del M5S. Vediamo

Art. 4 – oggetto e finalità

Il “MoVimento 5 Stelle” intende raccogliere l’esperienza maturata nell’ambito del blog www.beppegrillo.it, dei “meetup”, delle manifestazioni ed altre iniziative popolari e delle “Liste Civiche Certificate” e va a costituire, nell’ambito del blog stesso, lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo…

Il MoVimento 5 Stelle non è un partito politico né si intende che lo diventi in futuro. Esso vuole essere testimone della possibilità di realizzare un efficiente ed efficace scambio di opinioni e confronto democratico al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi, riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi.

Dunque il M5S viene definito “strumento” “nell’ambito del blog” di quanti potranno sviluppare le campagne promosse da Beppe Grillo. Il comma successivo, coerentemente, precisa che il confronto si svolgerà “al di fuori di legami associativi e partitici e senza la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi” che non avrebbero senso alcuno dato che si tratta di selezionare i migliori interpreti delle campagne decise e promosse dal titolare del nome, cioè Beppe Grillo.

Strano caso di un movimento che nasce e si sviluppa nell’ambito di un blog personale per svilupparne le tematiche. Più che un movimento si direbbe uno strumento di marketing. Inevitabile, quindi, che il forte legame personale fra aderenti e proprietario del marchio si rafforzi quando si presentano le liste alle elezioni. Vediamo come

Art. 7 – procedure di designazione dei candidati alle elezioni

In occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale.

Non si precisa da chi saranno autorizzati “di volta in volta e per iscritto” gli aderenti che promuoveranno le candidature né chi sceglierà i candidati. Non essendovi organismi direttivi o rappresentativi l’unico che può scegliere e autorizzare è, di conseguenza, il titolare del marchio cioè, ancora una volta, Beppe Grillo.

Torniamo al Piratenpartei. Secondo Braun il problema dei politici tradizionali è che sono abituati ad usare anche i nuovi strumenti della comunicazione come internet in maniera vecchia cioè “top down” dall’alto verso il basso. “I Piraten, invece, predicano il principio del “bottom up”: non a caso si classificano come “Schwarmintelligenz”, come “intelligenza dello sciame”. Tutte le decisioni del partito vengono prese via web, utilizzando software come liquid feedback, ogni iscritto può partecipare al dibattito virtuale e al voto conclusivo.”

Nel Movimento 5 Stelle, in realtà, sembra che questo principio si applichi soltanto in parte e cioè in ambito locale perché c’è il limite costituito dalle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica promosse da Beppe Grillo” che è per definizione uno schema top down nel quale da un vertice giungono indicazioni da sviluppare e attuare. Questo forte elemento di centralizzazione di quella che si potrebbe definire linea politica è del tutto assente, invece, nei pirati che condividono, però, con il 5 Stelle la visione di internet come un nuovo spazio di partecipazione.

Si domanda Braun: “E se il rapporto con internet fosse uno dei veri cantieri della politica futura?” e poi continua: “ È inutile dare degli utopisti ai Piraten. Ai vecchi partiti di massa sarebbe molto più utile interrogarsi se non è venuto anche per loro il tempo di aprire nuovi canali di reale partecipazione per i cittadini. Ed è inutile per loro sperare che i Piraten non avranno nulla da dire sulle altre questioni politiche: infatti già cominciano ad attrezzarsi, con gruppi di lavoro sul web, dedicati a scuola, politica sociale, diritti civili eccetera. Reddito minimo di cittadinanza, libero e gratuito accesso all’educazione, dagli asili nido all’università, sì agli sponsor privati nelle scuole ma no a una loro intromissione nei programmi scolastici, sì a una equiparazione completa fra coppie gay e coppie etero: sono queste le loro prime proposte programmatiche. Caratterizzano il nuovo partito come partito liberale ma non liberista, anzi con una forte vocazione sociale. E lo caratterizzano come partito che non viene dai margini, ma dal cuore della società tedesca.”

Ecco il limite che gli aderenti al Movimento 5 Stelle si troveranno di fronte non appena si troveranno a dover rispondere ai loro elettori sui problemi di governo degli enti locali oggi e, domani, del Paese nella sua interezza. Potranno sviluppare autonomamente e con strumenti democratici i temi politici che decideranno di voler affrontare o dovranno ricevere “per iscritto” l’autorizzazione dal proprietario del marchio nonché promotore delle “campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica” ?

Una trasformazione in organizzazione democratica è urgente e inevitabile. Gli italiani che li hanno votato e gli stessi “grillini” non possono giocare al Movimento, ora vogliono fare sul serio. E speriamo che Grillo non si metta ad urlare.

Claudio Lombardi

Costruire cittadinanza per una politica nuova (di Fabio Pascapè)

La delicatezza della situazione delle nostre comunità è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi nelle tasche. Basta guardarsi intorno. Basta considerare la qualità dei servizi che riceviamo a fronte della quantità di tributi e tasse che versiamo. Spesso e volentieri neanche i livelli minimi di garanzia e tutela dei diritti sono assicurati.

Una cosa è certa però: mai come in questo momento scegliere di essere cittadini attivi può veramente fare la differenza. E’ una presa in carico di responsabilità nei confronti della comunità ed in particolare di coloro i cui percorsi di cittadinanza sono resi difficili dalle condizioni di svantaggio economico, sociale, culturale, personale. Perchè un diversamente abile a cui sono negate le condizioni minime di accesso ad un mezzo pubblico è meno cittadino degli altri. Perchè un ammalato di SLA a cui è negato il comunicatore oculare è meno cittadino degli altri. Perchè un giovane a cui non sono garantite minime condizioni di ingresso nel mercato del lavoro è meno cittadino degli altri. Perchè un imprenditore che subisce la pressione del racket è meno cittadino di altri. Perchè una persona che vede sfumare i risparmi ad opera di un truffatore è meno cittadino degli altri.

Negare o limitare i diritti significa negare la cittadinanza così come rinunciare ai diritti significa rinunciare ad essere cittadini.

Il fallimento della politica ha consegnato nelle mani di un governo tecnico il delicato compito di realizzare riforme profonde e rapide in grado di salvare l’Italia dal fallimento economico. Siamo nel bel mezzo di un percorso delicatissimo nel quale la presenza partecipativa di cittadini attivi e responsabili diventa una imprescindibile garanzia perché al termine del percorso stesso siano garantite a tutti condizioni minime di accesso ad una piena cittadinanza.

Non è più possibile trincerarsi dietro un atteggiamento da semplici abitanti e, quindi, semplici fruitori passivi di servizi.

Occorre cambiare atteggiamento ed occorre che questo cambio di atteggiamento venga adottato da un numero sempre crescente di persone che scelgano da meri abitanti di diventare veri cittadini attivi, proattivi e responsabili. Attori, registi, animatori di cambiamento civico dunque.

Due le dimensioni dell’intervento civico che può vedere direttamente coinvolti noi cittadini attivi.

Da una parte dobbiamo fare i conti con un vero e proprio deficit di cittadinanza sempre più evidente e crescente che si è via via radicato nelle nostre comunità. Dimostrazione ne sia il sempre maggiore disimpegno del cittadino dalla vita pubblica, la sua distanza dalle istituzioni, la sua crescente sfiducia. Questo ci coinvolge direttamente in un’attività finalizzata ad evidenziare il senso e la utilità di una partecipazione civica qualificata come fondamentale collante in grado di rinsaldare i rapporti tra cittadino ed istituzione, laddove il cittadino partecipa attivamente a costruire le scelte dell’istituzione e ne monitora la realizzazione e gli impatti con strumenti, peraltro, già esistenti come, ad esempio, la valutazione civica e il bilancio partecipato.

Dall’altra le condizioni di accesso ad una piena cittadinanza sono messe in seria discussione da una crisi economica senza precedenti e, ancor più, da manager pubblici che non sanno fare altro che prendere atto dei tagli e ribaltarli sui servizi al cittadino laddove, invece, dovrebbero avere il coraggio di mettere mano agli sprechi ed alle diseconomie che affliggono la Pubblica Amministrazione senza se e senza ma.

Questo ci coinvolge direttamente a presidio degli standard minimi di qualità dei servizi pubblici sanitari, di giustizia, scolastici, di trasporto, di trattamento dei rifiuti, idrici.

Occorre, però, sfatare con fermezza due pericolosi luoghi comuni.

Il primo è quello per il quale i tagli si ribaltano attraverso i diversi livelli della Pubblica Amministrazione dallo Stato alle Regioni, dalle Regioni alle Province, dalle Province ai Comuni e da questi ai servizi erogati ai cittadini. Spesso tutto ciò accade con una semplice alzata di spalle da parte del manager di turno. Non è e non può essere così. In realtà dobbiamo pretendere che il trasferimento dell’effetto dei tagli sulla quantità e sulla qualità dei servizi al cittadino avvenga solo a condizione che sia stata rivista l’organizzazione e l’intero ciclo erogativo del servizio nel senso di eliminare gli sprechi e le diseconomie e, quindi, la sola parte restante gravi, eventualmente e salvo verifica con le scelte politiche, sulle spalle del cittadino.

Il secondo luogo comune da sfatare è quello per il quale i decisori si trincerano dietro all’alibi del contenimento della spesa quando praticano tagli generalizzati ed indifferenziati.

Occorre dire a chiare lettere che i cd.”ragionieri” sono necessari per analizzare una spesa pubblica ormai fuori controllo ma non sono loro che decidono. La decisione e la scelta di cosa, come e quanto tagliare spetta ai decisori politici. E’ a loro che è affidato il delicato compito di individuare le priorità ed a noi quello di presidiare i livelli minimi di applicazione delle nostre carte dei diritti al di sotto dei quali non dobbiamo consentire di scendere.

Questo è il compito più importante della politica che nessuna antipolitica potrà mai smentire. La politica vera, però, quella la cui responsabilità spetta a tutta la collettività che decide da sé come governarsi.

In questo momento di crisi economica l’azione della cittadinanza attiva può assumere valenze che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili. Prendiamo ad esempio i cosiddetti “costi occulti da disservizio”.

Se potessimo fruire di servizi sanitari pubblici efficienti, efficaci e nei tempi giusti non avremmo bisogno di ricorrere all’intramoenia, oppure alle prestazioni specialistiche private. Se i servizi scolastici fossero pensati a misura dei nuclei familiari o comunque dei genitori non dovremmo ricorrere a baby parking, baby sitter, etc.

Se i servizi di sicurezza al cittadino funzionassero non dovremmo ricorrere alle porte blindate, alle serrature di sicurezza, agli antifurti o non dovremmo sostenere i danni derivanti dai reati contro il patrimonio (furti, borseggi, rapine, scippi, etc.).

Se i servizi di trasporto pubblico funzionassero a dovere non saremmo costretti a mantenere un’automobile che costa mediamente tra i 4.500,00 euro e i 5.000,00 euro l’anno.

Se politiche di sicurezza efficaci allentassero la pressione che il racket e l’usura esercitano sui prezzi di mercato tutti ne trarremmo giovamento a partire dai consumatori per finire ai dettaglianti.

Questo è il campo di azione di una politica nuova basata sulla cittadinanza attiva e non sui corpi separati degli apparati di partito o delle istituzioni che comandano e non governano.

Diventiamo, dunque, attori di un processo che includa anche il sostegno dei redditi attraverso il recupero di servizi di qualità che aiutino le persone a fronteggiare questo momento di crisi economica.

Riappropriamoci del nostro diritto di scegliere in quanto cittadini che sono titolari di diritti perché sono innanzitutto responsabili nei confronti della comunità civica.

Riappropriamoci dei nostri territori ed affermiamo che non siamo disposti a farceli  strappare da chi, con l’inganno o con la violenza, pretende di esserne il dominatore.

Scegliamo di non rinunciare e di restare e di metter su famiglia scommettendo su un futuro per i nostri figli. Creiamo “presidi di resistenza civica per i diritti” intorno ai quali costruire “filiere civiche” che abbiano la capacità di mettere insieme tutti i “costruttori di cittadinanza”.

Non accettiamo che attraverso la negazione dei diritti e del potere di scegliere si neghi la sostanza della cittadinanza.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Il seme della democrazia (di Giulio Sensi)

I lavori “straordinari” alle scuole primarie e secondarie di Capannori, comune di 46mila abitanti in provincia di Lucca, partiranno la prossima estate.
A decidere gli investimenti che porteranno a sistemare e rendere più sicuri giardini e aree esterne, ad introdurre nuove tecnologie multimediali nelle classi, a migliorare gli spazi sportivi e ricreativi sono stati i cittadini, italiani e stranieri, estratti a sorte.

Il Comune ha messo sul piatto risorse pubbliche per 400mila euro, da destinare alle opere che ottanta persone hanno ideato e tutti i residenti sono stati chiamati a votare.
Capannori, già noto per i suoi avanzati progetti in campo ambientale, in particolare in tema di riduzione dei rifiuti, ha ricreato nella campagna lucchese lo spirito delle famose esperienze di Porto Alegre in Brasile. Il risultato è la prima prova di “bilancio partecipativo” in Italia, che si è concretizzata nei mesi scorsi con il progetto “Dire, fare, partecipare, il bilancio socio-partecipativo del Comune di Capannori”. Prima sono stati sorteggiati da un campione rappresentativo ottanta cittadini, venti per ciascuna delle quattro circoscrizionali in cui sono riunite le 40 frazioni. Nei mesi di settembre ed ottobre 2011 si sono riuniti frequentemente: prima per analizzare il bilancio del 2010, formulando pareri che sono stati integrati al bilancio sociale del Comune, poi per indirizzare le attività dell’anno successivo. Sulla base delle informazioni ricevute nell’analisi del bilancio, hanno messo nero su bianco alcune idee per nuove opere pubbliche. A novembre gli uffici del Comune hanno analizzato le proposte e si sono espressi sulla fattibilità o meno dei tanti interventi che erano stati prefigurati dai cittadini. Le idee fattibili sono quindi diventate schede progettuali e sono state sottoposte a una votazione aperta a tutti i residenti con età maggiore di 16 anni, stranieri comunitari ed extracomunitari compresi.

“Le idee emerse dai gruppi di lavoro -racconta Matteo Garzella, il consulente che ha coordinato il progetto- sono state molte. Gli uffici comunali le hanno filtrate e sono state scelte cinque o sei proposte progettuali per ognuna delle zone. Questo è servito anche ad avvicinare i cittadini alla macchina amministrativa, e far capire loro qual è il suo funzionamento e quali sono i progetti fattibili”.

“Dopo la selezione -continua Garzella-, abbiamo lanciato la ‘settimana del voto’. Per cinque giorni, dal 12 al 17 dicembre scorsi, la sala del Comune è stata aperta: ogni cittadino era chiamato ad andare in municipio per scegliere il miglior progetto della sua zona di residenza. Si sono espresse più di 1.100 persone, un buon numero che è una base di partenza per far crescere il progetto. Molto bene ha funzionato anche il voto on line”. E se nei primi anni dell’esperienza brasiliana i cittadini di Porto Alegre avevano deciso di puntare sulla sistemazione delle malmesse strade, a Capannori la priorità è stata la scuola, troppo trascurata dalle politiche pubbliche. “Tutti i progetti vincitori -spiega l’assessore all’Ambiente con delega alla partecipazione del Comune di Capannori Alessio Ciacci- fanno parte di un ambito, quello scolastico, che riguarda la vita quotidiana di molte famiglie. Dalla sistemazione dei marciapiedi alla pulitura dei canali intorno alla scuola, dalla cura dei giardini alla costruzione di aree gioco, i cittadini hanno espresso in questo modo il desiderio di scuole più accoglienti. Ma invitano anche ad investire in lavagne multimediali e computer più moderni, per migliorare la qualità della didattica”.

In totale saranno ventisette gli istituti che vedranno un intervento di miglioramento. “Da anni sperimentiamo la partecipazione -aggiunge Ciacci-: siamo partiti con esperienze all’interno delle commissioni comunali su vari temi, nell’Agenda 21, negli organi comunali. Ma è nella definizione del bilancio che la partecipazione si esprime ai più alti livelli, perché è lì che si decidono gli investimenti, è fra le sue pieghe che si disegna il futuro di una comunità. Per questo il Comune ha messo a disposizione 400mila euro, centomila per ognuna delle 4 zone”.
A misurarsi con le opere pubbliche “dal basso” non sono stati i soliti cittadini attivi. Gli 80 sono stati estratti a sorte da tutta la popolazione, secondo un campione rappresentativo. Un metodo che ricorda quello usato nell’antica “polis” greca dove i maschi adulti e di certe fasce sociali erano sorteggiati per partecipare alla vita pubblica. Molti secoli dopo le barriere sociali si sono abbattute e anche un 4% di immigrati, la percentuale di popolazione residente a Capannori proveniente da altri Paesi, ha potuto far parte dei gruppi.

“Per facilitare la loro partecipazione oltre i limiti classici delle assemblee in cui parlano solo i soliti -spiega ancora Garzella- abbiamo usato la tecnica del ‘world café’, una metodologia aperta che permette una sostanziale autogestione della discussione con alcune domande di riferimento”. A facilitare il processo di Capannori è stata una legge emanata dalla Regione Toscana, la numero 67 del 2007 sulla partecipazione, che mette a disposizione fondi per Comuni, singoli cittadini e imprese per realizzare processi partecipativi sul territorio.
Dalla Toscana sono giunti 45mila euro, utili al coordinamenteo del progetto e alla copertura di tutte le spese. “Abbiamo curato particolari importanti -aggiunge Garzella-, che hanno creato un clima positivo. Dalle cene offerte ai partecipanti, al trasporto da casa al Comune per anziani e invalidi. Per le famiglie con bambini ed era previsto anche il servizio di baby sitter. Prima di ogni seduta diffondevamo materiali specifici per permettere ai cittadini di arrivare preparati”.

Un processo nel quale i politici sono rimasti dietro le quinte per non influenzare i lavori. “Solo ad un certo punto -racconta Garzella-, i cittadini coinvolti hanno richiesto un confronto con il sindaco, per rivolgergli alcune domande. Per rendere questa riunione efficace abbiamo coinvolto un cronometrista di una squadra ciclistica, che con un pannello luminoso misurava il tempo massimo per le domande e le riposte. In cinque minuti erano costretti ad andare subito al sodo e fra i cittadini e il sindaco Giorgio Del Ghingaro si è instaurata una empatia notevole. Sono cose che fanno bene alla politica e alla coscienza civica delle comunità”. “Questo è uno dei punti più importanti -chiosa l’assessore Ciacci-: generare processi che contrastino il clima di sfiducia e la crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali”. A fine marzo gli ottanta cittadini verranno riconvocati per un’illustrazione dei progetti esecutivi da parte degli uffici. Un’ultima verifica, e poi le decisioni prese dai cittadini diventeranno realtà.



L’Italia “partecipata”

Sono decine le esperienze di bilancio partecipato dei Comuni italiani degli ultimi anni. Tra i primi a sperimentarlo, ci sono stati Comuni dell’area milanese -Pieve Emanuele, Cinisello Balsamo, Paderno Dugnano, Canegrate, Locate Triulzi, Vimodrone-. In Toscana, Arezzo e Massa, oltre a Capannori. Quest’ultima è ritenuta la più articolata e approfondita ed è stata infatti definita bilancio “partecipativo”, perché rispetto alle altre vede un ruolo più creativo dei cittadini. In Toscana è stata anche approvata la prima legge sulla partecipazione in Italia, alla fine del 2007 grazie anche alla collaborazione con la Rete del nuovo municipio (www.nuovomunicipio.org). Il principio di fondo della legge è costruire momenti di discussione e partecipazione intorno a problemi collettivi con documentazioni chiare e trasparenti. La legge ha istituito un’Autorità che ha il compito di valutare e ammettere al dibattito pubblico le proposte sui grandi interventi e i progetti partecipativi degli enti locali, di offrire orientamento e consulenza ai processi, elaborare rapporti annuali e documentazioni utili. Anche la Regione Emilia-Romagna ha approvato una legge sulla partecipazione (la n. 03/2010) con l’obiettivo di ampliare la partecipazione attiva e il coinvolgimento dei cittadini, e che permette alcune forme di democrazia diretta sostenute dalla Regione stessa e dagli enti locali. Le esperienze emiliane di bilancio partecipato sono Colorno (Pr), a Parma, a Novellara (Re), a Reggio Emilia, Modena e Castel Maggiore (Bo). Andando verso Sud ci sono poi Grottammare e San Benedetto del Tronto (Ap).

Un’idea da copiare

Ecco i cinque passaggi per ripetere nel vostro Comune il processo “Dire, fare, partecipare, il bilancio socio-partecipativo del Comune di Capannori”:

1)     Sorteggio: vengono selezionati 80 cittadini, un campione rappresentativo della popolazione di 46mila abitanti

2)     In 4 incontri gli 80 cittadini analizzano e commentano il bilancio sociale del Comune

3)     Divisi in 4 gruppi di 20 persone (uno per ciascuna circoscrizione) definiscono i progetti di opere pubbliche prioritari, su cui i competenti uffici comunali esprimono un giudizio di fattibilità

4)     I progetti selezionati vengono presentati in un’iniziativa pubblica, e con una settimana di elezioni aperte tutti i cittadini decidono su quali progetti spendere i 400mila euro messi a disposizione dal Comune

5)     I progetti prioritari -quelli più- votati verranno realizzati dal Comune nel corso del 2012

Giulio Sensi da www.altreconomia.it

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