Libera: educazione alla legalità, partecipazione, civismo (di Angela Masi)

libera contro le mafieLeggendo i giornali e seguendo i Tg sembra che l’Italia sia solo quella rappresentata dalle cronache politiche fatta, troppo spesso, di manovre e lotte per conquistare spazi di potere. C’è, però, un’altra Italia nella quale i cittadini si impegnano per svolgere attività di interesse generale. È il vasto mondo dell’attivismo civico e dell’impegno politico in movimenti e associazioni che non si candidano a dirigere le istituzioni, ma che esprimono una consapevolezza e una competenza che li rende degni di far parte della classe dirigente.

Libera è una di queste realtà e di essa vogliamo parlare. Il suo percorso è lungo, interessa diverse generazioni ed è centrato sull’educazione alla legalità e su un cambiamento culturale, del modo di pensare, di vivere e di agire diventato oggi assolutamente indispensabile e che, forse, costituisce il vero traguardo rivoluzionario a cui guardare.

libera no mafiaLibera è un network di associazioni che nasce nel 1995, sull’onda delle gravissime stragi di Mafia che avevano raggiunto l’apice con gli omicidi di Falcone e di Borsellino.

La sua storia, però, affonda le radici nel lontano 1965 quando fu fondato il Gruppo Abele da un’appena ventenne don Luigi Ciotti. Fin dalle origini, l’impegno dell’associazione fu legato ad un binomio inscindibile: l’impegno comune a sostegno degli emarginati e a promuovere la giustizia sociale.

solidarietàNel corso di quasi 50 anni di storia e per far fronte a sfide sempre più impegnative, l’impegno si è strutturato in comunità per problemi di dipendenza, spazi di ascolto e orientamento, progetti di aiuto alle vittime di reato e ai migranti, percorsi di mediazione dei conflitti, un centro studi e ricerche, una biblioteca, un archivio storico, una libreria, tre riviste, una casa editrice, percorsi educativi, progetti di cooperazione allo sviluppo, un consorzio di cooperative sociali che dà lavoro a persone con storie difficili alle spalle. Insomma un mondo dedicato all’impegno sociale e civile sempre dalla parte dei più deboli.

Ma Libera è conosciuta soprattutto per un altro aspetto del suo impegno. L’antefatto è l’assassinio nel 1982 di Pio la Torre, importante uomo politico siciliano. Con la legge che il Parlamento italiano approvò subito dopo ci fu la svolta di aggredire i patrimoni dei mafiosi attraverso la confisca dei loro beni. Nel 1996 Libera, nata l’anno precedente dal Gruppo Abele, raccoglie oltre un milione di firme per una norma che preveda che questi beni siano destinati ad uso sociale. Questa raccolta di firme porterà poi all’approvazione della legge 109 con la quale fu introdotta la possibilità che i beni confiscati ai mafiosi fossero riutilizzati a favore della società.

capaciNegli anni seguenti le attività realizzate a seguito della confisca dei beni ai mafiosi si sono sviluppate in tutta Italia. Nel Sud si tratta di luoghi e attività dal forte valore simbolico come le aziende agricole sui terreni una volta proprietà di Toto’ Riina, Bernardo Provenzano e Giovanni Brusca. Al Nord le confische sono minori come numero, ma segnalano un’espansione delle mafie al di là dei luoghi di origine.

Consolidata l’esperienza sulla confisca dei beni e sul riutilizzo a fini sociali, Libera si è impegnata molto sul fronte della lotta alla corruzione e per la trasparenza: nel 2011 ha avviato la campagna “Corrotti” insieme con Avviso Pubblico con cui si chiedeva l’impegno di governo e Parlamento ad adeguare il nostro codice alle leggi internazionali anticorruzione.

corruzione-italiaUna prima legge anticorruzione venne adottata nel Novembre 2012, ma a giudizio di Libera e di tante altre realtà della società civile si trattò di una legge inadeguata. Nacque così su impulso di Libera e del Gruppo Abele una nuova campagna: “Riparte il futuro” (http://www.riparteilfuturo.it/petizione/).

La campagna “Riparte il futuro” ha chiesto prima delle ultime elezioni un impegno preciso ai candidati perché si facessero promotori di una legge sullo scambio elettorale politico-mafioso. In  centinaia hanno aderito e ne è nato un intergruppo parlamentare detto dei “braccialetti bianchi” del quale fanno parte circa 250 rappresentanti di quasi tutte le forze politiche. Primo risultato l’approvazione all’unanimità della riforma del 416 ter del codice penale (scambio elettorale politico-mafioso) da parte della Commissione Giustizia della Camera.

Da questi brevi cenni è evidente che Libera porta avanti azioni concrete fuori da logiche di schieramento partitico, ma che rispondono all’interesse generale. Si conferma così che l’Italia già oggi vede all’opera una nuova classe dirigente che si occupa di riforme vere non di quelle evocate come arma di lotta politica o per distogliere l’attenzione dalle mancanze di chi dirige le istituzioni. Il caso di Libera dimostra che con l’attivismo civico e con la partecipazione dei cittadini si può governare meglio e che l’oligarchia che si è imposta nel sistema politico italiano è diventata un peso intollerabile e un freno allo sviluppo del Paese.

Angela Masi

Intervista sulla cittadinanza attiva a Giuseppe Cotturri

libro cotturriOgni fìcatu ‘i mùsca è sustanza”. Il detto popolare, in uso fra Calabria e Sicilia, potrebbe indicare in modo appropriato quanto siano rilevanti, nella crisi, le iniziative che singoli cittadini, associazioni del terzo settore e volontariato compiono per i beni comuni. Ne parliamo con Giuseppe Cotturri, professore ordinario all’Università “Aldo Moro” di Bari, ove insegna Sociologia del diritto e Sociologia dei fenomeni politici, già presidente di Cittadinanzattiva ed autore del libro appena edito da Carocci “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” (2013, pp.160).

Non ci offendiamo a sentirci fegatuzzi di mosca?

La verità e che non siamo più un Paese retto solo dalla classe politica, oppure, volendo usare una espressione positiva: il futuro è in un altro equilibrio. Per trenta anni i partiti hanno provato a cambiare la Costituzione, ma le sole riforme le hanno fatte i cittadini attivi. Altro che quattro gatti, altro che brave persone che raccolgono cartacce nei cortili o assistono i malati negli ospedali. I cittadini stanno lavorando, da 25 anni a questa parte, per trasformare la nostra democrazia pur agendo nel rispetto della Costituzione. Forze sociali diffuse, ma poco organizzate e indicate come minori, quindi per definizione politicamente deboli, hanno conseguito un effettivo empowerment  e alla lunga appaiono le sole portatrici di una riforma, avendo indotto una lenta ma significativa e non contrastabile trasformazione della nostra democrazia.

Nel libro spieghi che la cittadinanza attiva non solo ha limitato le ferite più profonde alla Costituzione, ma in alcuni casi ha anche operato per uno svolgimento “creativo” della Carta costituzionale coerente al suo disegno originario. In che senso?

La revisione della Carta del 2001 contiene all’art.118 (Cotturri ne è stato fra i promotori, ndr) una norma proposta dalla cittadinanza attiva: si tratta del riconoscimento che i cittadini possono prendere autonome iniziative per realizzare interessi generali e, se lo fanno, vincolano le istituzioni a perseguire tale indicazione. Tale rapporto nuovo tra cittadini e istituzioni si chiama sussidiarietà orizzontale, che svolge quanto già gli art. 2 e 3 indicarono fin dal 1948 e ne porta il significato fino a concretare una sovranità pratica dei cittadini, una possibilità delle forze civiche cioè di assumere ruolo e responsabilità tradizionalmente riservate agli apparati amministrativi. E’ molto di più che limitarsi a proteste e rivendicazioni, e ottiene risultati sorprendenti: le amministrazioni sono “messe in mora” circa il perseguimento e la tutela dei beni comuni. I costituenti, che pure avevano voluto la partecipazione e la autonomia delle forze sociali, non avevano pensato a sviluppi così concreti e stringenti della cittadinanza attiva.

Il titolo del saggio “La forza riformatrice della cittadinanza attiva” è, a mio parere, una chiara critica alle posizioni di Grillo, ossia al Vaffaday, al “mandiamoli tutti a casa”. Parli di riforma, infatti, non di rivoluzione.Grillo rottura

Mi pare che Grillo pensi alla rottura, non a “rivoluzioni”: queste hanno bisogno di un disegno e di una volontà di muovere in tal senso. Può così capitare che il cambio di persone non migliori ma peggiori le cose. C’è ormai da anni uno stato diffuso di malessere dei cittadini, per l’arroganza del ceto politico e i ripetuti episodi di corruzione, spreco abuso delle risorse pubbliche. Indignazioni e protesta sono sacrosante. Ma ottenuto un consenso popolare così rilevante, come quello che s’è raccolto nelle ultime elezioni attorno al M5S, è un peccato che si perda l’occasione per cambiare l’indirizzo politico del paese. Grillo ha la responsabilità non solo di aver respinto più indietro il PD, che pure s’era incamminato su una strada di rinnovamento, ma di aver rimesso il paese alla mercé del potere di Berlusconi, che non a caso appare in rimonta di consensi, quando invece pareva ormai sulla soglia di una sconfitta definitiva.

Ci sono alcuni esempi di leggi o strumenti che i cittadini hanno nelle proprie mani per cambiare il Paese?

Il servizio civile, la costituzione del sistema integrato di assistenza, il 5 per mille. Sono solo tre esempi, che tra l’altro non godono oggi di buona attuazione. Ma sicuramente sono provvedimenti dal cui uso accorto e congiunto potrebbe decollare la politica della sussidiarietà. Ben oltre quanto avviene ora. Dal 2006 al 2011 i volontari del servizio si sono ridotti di un terzo (da 46 mila giovani a 16 mila, nel 2013 un piccolo passo in avanti con un bando per circa 19mila volontari). Sull’attività sociosanitaria e socio assistenziale pesano tagli indiscriminati e disastrosi alla spesa pubblica, che hanno portato i fondi a carattere sociale da oltre i 2 miliardi e mezzo del 2008 ai 271,6 milioni di euro del 2013. Riguardo al 5 per mille, poi, ci sono notevoli incongruenze: numerose le organizzazioni che possono beneficiarne, ma ben risicato il numero di quelle che ottengono un contributo rilevante o comunque significativo.altruismo

Occorrerebbe pensare ad una politica organica e permanente per lo sviluppo del capitale sociale e l’incremento della sussidiarietà orizzontale. Occorrerebbe che si attivasse un circolo virtuoso per cui il 5 per mille fosse destinato a progetti coordinati di più attori, con forti ricadute anche locali e con la possibilità per questo di attirare volontari per il servizio civile fin dalle scuole. A questi riaccorpamenti e ai coordinamenti tra attori che operano nel medesimo ambito dovrebbero lavorare anzitutto gli stessi soggetti del Terzo settore, invece che farsi concorrenza a suon di costosissimi spot pubblicitari in TV e sui giornali.

Insomma, ora più di prima spetta a noi, cittadini attivi, continuare a lavorare per la tenuta della democrazia. In che modo?

Le forze della cittadinanza attiva, le organizzazioni del terzo settore, associazioni, volontariato, cooperative sociali: dovrebbero indicare con più forza di quel che ora non facciano quali sono i beni comuni irrinunciabili e quali le priorità  da rispettare per trarre il paese fuori dalla crisi. Questo vuol dire fare politica al loro modo, non appiattirsi su posizioni di collateralismo a questo o quel partito, questa o quella coalizione. Nostro compito è arricchire una intelligenza diffusa di quel che in un quarto di secolo si è prodotto: la democrazia è stata tutelata e arricchita per la presenza e le iniziative di soggetti civici, e sotto questo profilo la loro alterità al sistema dei partiti non consente che, a ogni turno elettorale, le associazioni siano chiamate solo a “donare il sangue” ai partiti (fornire credibili candidati, portare voti). La forza di questo universo sarebbe tanto maggiore se tenesse ferme le proprie autonome prerogative e interloquisse con determinazione sulle cose da fare, sugli obiettivi di governo, cui di fatto già collabora positivamente.

Pensi a un “Manifesto” della cittadinanza attiva?cittadini attivi

Qualcosa del genere ora serve. Non per guadagnare titoli di preferenza per chi, come il nostro movimento, è più avanti in questa ricerca. Ma per dare a tutti i soggetti del Terzo settore consapevolezza del loro comune ruolo generale, dei titoli di merito già accumulati nei confronti della democrazia del paese, e della necessità e possibilità di una iniziativa comune, larga e inclusiva, per portare al centro degli sforzi di cambiamento le politiche socialmente utili, e non solo il contrasto ai partiti e la riduzione dei costi della politica. Certo, è necessaria la “riforma della politica”, ma la vera differenza tra quella che caratterizza sistemi di interessi organizzati nei partiti, e quella che potrebbe sgorgare assai più copiosa da iniziative non profit diffuse e autonome per beni comuni, sta nei contenuti delle politiche perseguite, non nelle persone elette per deciderle e attuarle.

(intervista a cura di Aurora Avenoso)

Tratto da www.cittadinanzattiva.it

Addio al vecchio modello Roma, è il tempo di un nuovo riformismo urbano (di Roberto Morassut)

Pubblichiamo un interessante articolo di Roberto Morassut che mette al centro il tema di un “riformismo urbano civico e partecipativo” che riteniamo di assoluta centralità non solo per Roma, ma per l’Italia intera. Che sia uno dei protagonisti del vecchio “modello Roma” a parlarne è un fatto positivo che va rimarcato. Sul tema della partecipazione sono presenti a Roma numerose espressioni della cittadinanza attiva. A loro spetta contribuire a delineare i tratti del nuovo governo della città che uscirà dalle elezioni e dire di quanta e quale partecipazione ci sia bisogno.campidoglio

“Nella campagna elettorale per Roma si è parlato molto di candidati e alleanze. Questioni ineludibili e che, tuttavia, se non sono collegate alle cose, ad un discorso verso la città, restano confinate alla sfera del potere, che è solo una parte della politica.

Cerchiamo di parlare ai romani, di percorrere la via di una nuova complicità con la sofferenza che percorre la metropoli. La cura Alemanno e la crisi mondiale hanno fatto molto male e non sarà facile lenire quelle ferite. Nessuno ha una ricetta in tasca. Non possiamo essere generici nei nostri discorsi nè ricorrere agli stilemi ottimistici degli anni del modello romano che viaggiò – fissiamocelo bene in mente – anche sulla spinta di risorse finanziarie pubbliche – legge per Roma Capitale e legge per il Giubileo del 2000 –, di cui Roma non aveva mai goduto e che da tempo sono state brutalmente cancellate.

Quella condizione di base per una nuova stagione riformista non esiste più. Anche se molte delle opere avviate prima del 2008 non sono concluse – e il nuovo sindaco non potrà in cinque anni che inaugurare solo quelle – il vecchio modello romano non funzionerebbe più perché gli mancherebbe il carburante, cioè la leva delle risorse pubbliche come volano degli investimenti privati.discussioni urbane
I cambiamenti in atto a Roma sono assai profondi e nel prossimo futuro sono destinati a restituirci una metropoli dove le diseguaglianze sociali saranno più grandi cosi come i problemi legati alla integrazione fra diverse etnie, culture, religioni. Crescerà il divario fra la domanda sociale e la capacità di replica delle istituzioni. Non basta più un “riformismo istituzionale” guidato dal meglio della politica e dell’economia.

Occorre un nuovo riformismo urbano: “civico e partecipativo”. Una recente ricerca del Politecnico di Milano mette in luce come le grandi aree metropolitane – Roma in particolare – subiscano l’effetto negativo del mutamento di scala che le grandi città hanno vissuto negli ultimi venti anni e come questi fenomeni abbiano diretta influenza sulla minore e qualità dei servizi e della vita quotidiana.

In pochi anni si è generata una quantità e qualità di domande sociali individuali e collettive enormemente più elevata e complessa del passato anche più recente. Roma non è più una città ma una metropoli – soprattutto come spirito pubblico, costume, stili di vita, internazionalizzazione, tempi e orari di vita, opportunità, conflitti, isolamento dei singoli.
cooperazioneUn riformismo civico e partecipativo cos’è? Fare le primarie e fare delle liste civiche? Proporre dei volti meta-politici? No. Questa è prassi elettorale. Necessaria, ma prassi elettorale. Riformismo civico vuol dire favorire, in ogni modo, un protagonismo di cittadini e imprese che in forme civiche partecipano, col sostegno del comune, al governo e alla gestione di alcune funzioni essenziali – abitazione, servizi alla persona, manutenzione e decoro urbano, sicurezza e offerta culturale, scuola e formazione – affiancando e coadiuvando le istituzioni per colmare il vuoto crescente tra domanda sociale e capacità di replica di queste ultime.
La ricerca prima citata segnala che nelle grandi città è sempre maggiore la percezione tra i cittadini del ruolo positivo che il cosiddetto “terzo settore” può svolgere per migliorare i servizi legati alla salute, ai trasporti, alla formazione, alla manutenzione urbana, al verde – a proposito, è maturo il tempo di impegnarci a donare in cinque anni ai romani almeno cinque dei grandi nuovi parchi metropolitani acquisiti senza esproprio dal patrimonio comunale grazie all’approvazione del Piano regolatore: da Mistica a Tormarancia, ad Aguzzano, a Centocelle, agli ambiti della Tenuta dei Massimi e della Valle dei Casali.
L’uso accorto dell’enorme patrimonio immobiliare del comune di Roma – fabbricati e terreni – può essere una leva formidabile per mettere in moto migliaia di attività e posti di lavoro nel campo dei servizi, della cultura e dell’agricoltura, della green economy e aumentare l’offerta dei servizi. Offrendo porzioni di questo patrimonio, a basso fitto e con bandi pubblici, ad attività senza fini di lucro, a condizione che esse aumentino l’offerta di assistenza domiciliare, di sostegno alle persone svantaggiate, di produzione culturale libera e indipendente, di produzione agricola biologica e di valorizzazione dell’ambiente si può cominciare ad immaginare un “riformismo civico e partecipativo”.

aprire le porteRidurre l’aliquota dell’Imu per quei cittadini che consorziandosi decidano di gestire autonomamente e direttamente il verde del proprio quartiere, adottare un sistema di nomine per le aziende comunali che spazzi il campo da ogni clientelismo correntizio, in cui il sindaco si impegni a non fare nomine ma a creare una authority “terza” che selezioni i curricula dei manager per concorso e solo sulla base delle competenze maturate, stabilire lealmente con i romani e con lo stato un patto quinquennale su un massimo di tre infrastrutture da realizzare – assumendo la scarsezza delle risorse e senza fare promesse al vento dunque – una delle quali certamente il viadotto ferroviario di chiusura dell’anello nord di Roma, risolto col Prg ma bloccato da Alemanno, sottoporre tutti gli eletti e i nominati all’anagrafe pubblica dei propri patrimoni e dei propri beni dal momento della nomina a quello della decadenza, affrontare lo stato di salute dei quartieri della periferia di prima generazione – Quarticciolo, San Basilio, Primavalle, Trullo, Gordiani, Pietralata, solo per citarne alcuni – che sono sul piano della sicurezza, del recupero urbano, le priorità nel complesso universo della variegata galassia periferica metropolitana, rispettare il Piano regolatore approvato attuandone le parti di maggiore valenza pubblica e chiedendo ai promotori immobiliari di farsi carico dell’emergenza abitativa e cedere gratuitamente al comune – come il Prg prescrive – quote di edilizia libera per ogni intervento privato autorizzato, incentivare interventi edilizi innovativi ed ecosostenibili per materiali e tecnologie, meno inquinanti, più rapidi e più sicuri scomputando quote di oneri di urbanizzazione.

Cerchiamo di parlare ai romani, dunque, non solo a noi stessi e pensiamo sempre al potere come un mezzo e non come un fine.

Roberto Morassut

Cittadinanzattiva: un progetto politico per l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si tiene in questi giorni il congresso nazionale di Cittadinanzattiva, l’organizzazione che ha, per prima, scelto di essere un movimento politico per la partecipazione civica. L’atto di nascita risale ad oltre trenta anni fa quando un gruppo di giovani decise di imboccare una strada nuova che coniugasse la politica e l’azione civica. L’evoluzione successiva portò a cambiamenti di nome e di struttura, ma si trattò, comunque, dello svolgimento di un concetto iniziale che segnava una novità sostanziale per l’Italia.

Alla fine degli anni ’70, infatti, i conflitti politici e sociali si concentravano su ideologie contrapposte o sulle rivendicazioni e gli interessi di ceti identificati in base al proprio lavoro e al reddito. L’idea che la base della società e dello Stato fossero i cittadini e che li accomunasse una fitta trama di obiettivi – i diritti declinati in base ai principi costituzionali e realizzati attraverso le politiche pubbliche – e di strumenti istituzionali non era molto popolare. L’azione civica era già conosciuta e praticata grazie alle tante iniziative di base sviluppate nel mondo cattolico più che in quello che si riconosceva nella sinistra sindacale e politica. Alcuni eventi catastrofici come l’alluvione che inondò Firenze e che precedette l’esplosione del ‘68, tuttavia, portarono in primo piano una generazione di giovani che sperimentò concretamente cosa poteva essere fatto con l’azione diretta che aveva la sua base nella solidarietà e nella responsabilità derivanti dalla condizione di cittadini e il suo oggetto nei beni comuni da salvare.

Gli eventi successivi (il 1968, le lotte operaie, la stagione delle bombe e lo stragismo di Stato) non aiutarono chi parlava di coscienza civica e di diritti civili. Furono anche gli anni, però, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto che segnarono una prima divaricazione fra i partiti che detenevano la rappresentanza politica e la volontà dei cittadini.

Quell’ispirazione iniziale portò prima alla nascita del Movimento Federativo Democratico, poi al Tribunale dei diritti del malato e, quindi, a Cittadinanzattiva.

Oggi a parlare di cittadinanza attiva e di civismo sono in tanti e gli stessi partiti che hanno goduto di un consenso vastissimo pensano di rifondarsi per assumere le sembianze di movimenti civici, anzi, di liste civiche. Le liste civiche per le prossime scadenze elettorali si moltiplicano e il successo del Cinque stelle di Beppe Grillo indica che c’è un grande consenso in cerca di una rappresentanza.

La crisi radicale che ha colpito gran parte dei partiti che si sono impadroniti delle istituzioni depredandole e che hanno dimostrato il loro fallimento nel governo del Paese si trasforma in una spinta potente a crearsi nuovi canali di rappresentanza che portino ai posti di comando una nuova classe dirigente fatta anche di tanti cittadini comuni.

Il fenomeno strano è che questa spinta punta direttamente alle elezioni e non si basa su un’esperienza di azione civica che si fa politica. Il passaggio dai blog e dai gruppi che si ritrovano in rete alle liste elettorali e alle cariche istituzionali è concepito come una linea diritta. Non per tutti, però. I movimenti e le associazioni che si sono misurate con i referendum e che già praticano la politica dal basso sono molto più prudenti.

Cittadinanzattiva si presenta in questo panorama così diverso dagli anni della sua formazione con una sua caratteristica peculiare – l’azione civica prima di tutto – e riconfermando la scelta di non partecipare in quanto movimento alle elezioni.

Si tratta di un approccio diverso da ogni altro movimento che ha nell’idea della valutazione civica il suo fulcro e nella costante ricerca della convergenza di intenti fra cittadini, istituzioni e amministrazioni pubbliche il suo luogo di azione privilegiato.

Un approccio meno battagliero di quello proposto da liste civiche, movimenti e comitati vari, ma molto più concreto e penetrante. Certo, il momento della protesta e della pubblica indicazione di responsabilità di chi viene meno al suo dovere o si rivela disonesto o incapace non può mai mancare. Ma la scelta di porsi come cittadini che sentono la cosa pubblica come la loro dimensione e, quindi, individuano uno specifico ruolo per partecipare alle scelte e per verificarne l’attuazione riconoscendo ad altri soggetti, politici, istituzionali e amministrativi, i ruoli a loro spettanti (e rivendicando che siano assolti nell’interesse generale) è una scelta di profondo significato che guarda all’oggi prefigurando la società di domani.

La valutazione civica implica la conoscenza, la responsabilità, la consapevolezza e si basa su una partecipazione di elevata qualità. L’orizzonte è quello delle politiche pubbliche assunte e attuate in un contesto istituzionale radicalmente democratico nel quale non hanno diritto di cittadinanza ruberie, slealtà, trame occulte, affarismo, corruzione.

Portare il cittadino comune a questo livello significa impegnarsi in un serio lavoro di costruzione di una classe dirigente diffusa potenzialmente estesa a chiunque voglia parteciparvi.

È auspicabile che il congresso di Cittadinanzattiva precisi meglio questa strategia e che punti alla crescita della propria rete organizzata, del coinvolgimento dei cittadini e del peso politico delle azioni civiche che si fanno politica. L’Italia ha bisogno che questo progetto politico di cambiamento profondo vada avanti e abbia successo.

Claudio Lombardi

Il diritto-dovere di “chiedere conto”. Cittadini competenti per istituzioni responsabili (di Angelo Tanese)

Le recenti notizie sull’utilizzo improprio del finanziamento pubblico dei partiti ci ricordano che in una democrazia tutte le istituzioni – e quindi anche gli stessi partiti politici – sono chiamate a “rendere conto” del proprio operato, indipendentemente dalla loro natura giuridica, per la funzione sociale che svolgono, o che sono chiamate a svolgere. Se poi ricevono anche contributi  derivanti dalla fiscalità generale, e quindi finanziati dai cittadini, proprio in ragione del principio che il loro funzionamento è in qualche modo un servizio reso alla collettività, allora la trasparenza e la rendicontazione devono essere un obbligo di legge.

C’é evidentemente molta strada da fare se è possibile immaginare, o addirittura sostenere, come qualcuno ha fatto, che il finanziamento pubblico a un partito politico, una volta erogato, autorizza il beneficiario a farne ciò che vuole, essendo un patrimonio privato. Quanto deficit di senso civico e di rispetto delle istituzioni dietro quelle dichiarazioni! Quanta libertà di agire impunemente, al di fuori di ogni basilare principio di accountability, legittimata dall’assenza di regole e di severi sistemi di controllo e di sanzione.

Questa breve riflessione, derivante da fatti all’ordine del giorno, si collega ad un tema più generale oggetto della nostra attenzione da anni, vale a dire quello della responsabilità “sociale” di cui ogni istituzione è portatrice per gli effetti che la propria azione genera nei confronti dei suoi interlocutori e della comunità di riferimento. E del diritto-dovere che i cittadini hanno di “chiedere conto” del suo operato e di pretendere regole ferme di rendicontazione e trasparenza.

Il principio di accountability riguarda tutti coloro che svolgono un’attività per conto di qualcun altro, a partire dalla famiglia (la responsabilità “sociale” dei genitori nella cura dei figli), alle imprese (la responsabilità “sociale” nella produzione di reddito), alle associazioni di rappresentanza e alle organizzazioni civiche (la responsabilità “sociale” dell’azione politica e di tutela di diritti all’interno di una comunità).

Ma non vi è dubbio che il dovere di rendere conto riguarda in primis le amministrazioni pubbliche, “in quanto titolari di un mandato e della potestà di scegliere e agire come interpreti e garanti della tutela degli interessi e della soddisfazione dei bisogni della comunità”, come si legge nelle Linee Guida al Bilancio sociale per le amministrazioni pubbliche del marzo 2006.

Sappiamo che da alcuni anni molte amministrazioni pubbliche sono impegnate nella redazione di bilanci sociali e che a seguito del Decreto Legislativo 150 del 2009 la trasparenza e la rendicontazione ai cittadini devono diventare una modalità ordinaria di gestione dei rapporti con i cittadini. Almeno sulla carta. Ma tutto ciò non basta, se il rischio è sempre quello di assistere a forme autoreferenziali di comunicazione, dove i cittadini sono meri spettatori e fruitori di informazioni parziali. Dove chi comunica può decidere unilateralmente cosa, quando, come e a chi. E dove, a fronte di molte amministrazioni pubbliche sensibili a questi aspetti, e che cercano nuove forme di relazione con i cittadini, più aperte e partecipate, è ancora possibile tollerare in tante altre – la maggior parte – la totale assenza di trasparenza e ascolto, il mancato rispetto di adempimenti e obblighi di legge, se non addirittura il perpetuarsi di comportamenti illeciti e un uso sostanzialmente privato della cosa pubblica. Esattamente il contrario della funzione pubblica e del servizio alla comunità.

Il deficit di accountability che per tanti anni abbiamo tollerato appare oggi in tutta la sua drammatica gravità. In momenti di crisi come questo, con la sottrazione di risorse disponibili per il mantenimento del nostro sistema di welfare, e l’incapacità della classe dirigente di rendersi affidabile, il rischio di perdita di garanzie per i cittadini è altissimo. E quindi il “buon governo” non è più un’opzione ma una necessità impellente. Nessuno può pensare di affrontare scelte così complesse e responsabilità così grandi, come ad esempio quelle di garantire i livelli essenziali di assistenza con la spesa pubblica senza aumentare l’imposizione fiscale o la compartecipazione alla spesa dei cittadini, senza sentire il peso della funzione ricoperta, senza adeguati percorsi di condivisione delle decisioni, e senza nuove forme di partecipazione dei cittadini stessi alla vita democratica e al governo locale.

Sappiamo bene, infatti, che pur a parità di norme generali e indirizzi stabiliti dal Parlamento e dal Governo, è oramai soprattutto a livello locale che si gioca la sfida del cambiamento e del buon governo. Come spiegare altrimenti il differenziale di performance delle Regioni in ambito sanitario o l’estrema eterogeneità di offerta e di qualità dei servizi pubblici locali tra i Comuni, spesso anche limitrofi? Questa diversità di comportamenti e di capacità di amministrare la cosa pubblica deve essere oggi portata alla ribalta, misurata e resa pubblica, se vogliamo che pur in un sistema di autonomie locali siano garantiti adeguati livelli di equità, universalità e solidarietà.

Diventa quindi fondamentale l’azione dei cittadini e il loro impegno nel prendere parte alle fasi di elaborazione, implementazione e monitoraggio delle decisioni che incidono sulla tutela dei diritti. I cittadini sono i giudici più autorizzati a formulare una valutazione e un giudizio sull’operato di chi li governa, per alcune semplici ragioni spesso dimenticate: sono i destinatari delle politiche e fruitori dei servizi pubblici, sono i finanziatori di tali interventi, sono gli elettori di chi li governa, e sono parte attiva della comunità in cui vivono.

Occorre, insomma, pensare oggi all’azione civica come una leva potente per scardinare dalla base tutte quelle situazioni in cui chi amministra la cosa pubblica non sente il peso della propria responsabilità e la funzione di servizio che è chiamato ad esercitare. Che si tratti del livello nazionale, regionale o locale, svolgere le funzioni di governo con onestà, affidabilità e competenza non può essere il frutto del caso, ma l’esito di un percorso consapevole, senza possibilità di deroga o di inerzia ingiustificata. Ed è anche una responsabilità collettiva, che chiama in causa l’esercizio pieno del diritto di cittadinanza, come dovere di prender parte e contribuire alla produzione del bene comune, superando privilegi e interessi di parte e denunciando soprusi e violazioni.

Una delle strade che qui si propone è dunque quella di rafforzare e sviluppare la valutazione civica come strumento di partecipazione dei cittadini al governo locale. I cittadini devono poter contare e dire la loro, proponendosi come analisti attenti, diffusori di informazione civica e attivatori di un ambiente civico in grado di promuovere il dibattito pubblico e il confronto continuo sui temi che interessano la qualità della vita.

Attraverso un’azione sistematica di valutazione dei servizi pubblici locali, realizzata in modo comparativo in diverse realtà del Paese, i cittadini possono rivendicare delle garanzie nei livelli essenziali dei servizi a salvaguardia del welfare locale, verificare e monitorare il livelli di equità e accessibilità del servizio pubblico, disporre di strumenti per giudicare in modo rigoroso e trasparente la “buona” dalla “cattiva amministrazione”, e promuovere un loro ruolo attivo nel governo locale, in una prospettiva di sussidiarietà orizzontale.

A seguito del decentramento amministrativo e del federalismo fiscale, i sistemi sanitari regionali (Regioni e aziende sanitarie) e gli Enti Locali (in primo luogo i Comuni) sono banchi di prova ad alto rischio per la sostenibilità e la salvaguardia del nostro modello di welfare. E sono proprio questi i principali ambiti di sviluppo per una valutazione civica competente, e per una nuova stagione di impegno e di partecipazione dei cittadini alla costruzione di un Paese più coeso e di istituzioni più responsabili.

 

Angelo Tanese – Agenzia di Valutazione Civica di Cittadinanzattiva

A “tutto civismo”: movimenti e liste civiche alla carica (di Claudio Lombardi)

Non è solo il Movimento 5 stelle e non sono nemmeno più soltanto le liste civiche “tradizionali” che nelle elezioni locali sono presenti da anni per sostenere, senza simboli di partito, singoli candidati alle cariche di sindaco o di presidente di provincia. Adesso l’idea di lista civica sta diventando qualcosa di diverso che nasce nel locale e lì si sviluppa, ma si propone di assumere dimensioni nazionali e di diventare un soggetto politico autonomo. A promuoverle e a farle conoscere niente attori o personaggi dello spettacolo, ma cittadini comuni che si collegano fra loro e usano internet per dibattere e definire programmi e proposte.

Così la Rete dei cittadini (http://retedeicittadini.it) che si è presentata alle regionali del Lazio nel 2010 e così l’iniziativa per la costituzione di una lista civica nazionale nata da un fitto intreccio di realtà locali (http://www.perunalistacivicanazionale.it). Entrambe si propongono come uno sviluppo della democrazia fondata sui partiti. Probabilmente non sono e non rimarranno le sole anche perché il civismo sarà un’ancora cui si aggrapperanno anche alcuni partiti con la speranza di camuffare le loro precedenti esperienze di governo. Staremo a vedere.

Ai movimenti civici va ascritto anche il Movimento 5 stelle che, in realtà, non si definisce come una lista civica anche se di liste locali ne ha presentate molte. Secondo il suo statuto (anzi, Non statuto) non si tratta nemmeno di un’associazione bensì di una Non associazione come è specificato nell’art. 1 che definisce il Movimento come “una piattaforma ed un veicolo di  confronto e di consultazione che trae origine e trova il suo epicentro nel blog www.beppegrillo.it.”. Sempre il blog individua le campagne e i temi da affrontare e il Movimento è “lo strumento di consultazione per l’individuazione, selezione e scelta di quanti potranno essere candidati” a promuoverle sul territorio. Movimento-strumento e, dunque, anche aderenti-organi dello strumento. Se la logica e le parole hanno un senso.

Si ritrova qui una “doppia verità” tipica dei movimenti fondati da personalità di spicco o da gruppi ristretti che vogliono mantenere il controllo senza rischiare di perderlo attraverso il confronto democratico. Molto battaglieri in nome della partecipazione verso l’esterno e molto autoritari verso l’interno dove non sono assicurate o rispettate le più elementari regole per la formazione delle decisioni. Molto spesso ciò accade “di fatto” (o con cavilli giuridici negli statuti) cioè con l’affermazione teorica di regole democratiche contraddette dalla pratica quotidiana nella quale i fondatori del movimento fanno valere la loro assoluta preminenza. Nel caso del M 5 S, invece, queste regole nemmeno esistono e, semplicemente, viene accettato il marchio proprietario di Beppe Grillo creando l’assurda situazione di un movimento che si batte per la totale trasparenza e apertura della politica, ma non accetta le forme più semplici della partecipazione al suo interno considerando i suoi aderenti come strumenti della volontà di uno solo.

Questo assetto inficia il programma che si propone come un elenco di punti che non vengono motivati e che sono scollegati da una analisi e da un quadro d’insieme. Nel complesso si presentano non come frutto di una visione politica, bensì tecnica. Messi lì senza collegamenti e spiegazioni assumono quasi le sembianze di una ricetta o di un manuale di istruzioni per l’uso. Se si aggiunge che non si sa da dove provengano – se da discussioni locali, nazionali, dai forum sul sito o dalla mente di Grillo – si ha il quadro di un non movimento che propone una non politica basata sull’attuazione di un programma tecnico. Ma l’opinione pubblica e gli elettori e nemmeno gli aderenti non danno molta importanza a questi aspetti. Secondo un recente sondaggio conta molto di più la personalità del leader e la forza del messaggio ossia l’impressione che lascia in chi ascolta. Ma, attenzione, questo vale solo per movimenti che esistono e hanno visibilità per i personaggi che li creano e che li rappresentano.

Ben diversa l’impostazione delle reti che stanno lavorando all’idea di una lista civica nazionale. Su tutto prevale la preoccupazione della democrazia interna che le spinge ad una cura persino pignola dei procedimenti decisionali. Entrambe le iniziative propongono un Manifesto o una Dichiarazione di intenti che serve a chiarire le intenzioni dei promotori e le finalità. La definizione dei programmi viene demandata ad assemblee nazionali precedute da numerose iniziative locali e da un fitto scambio di idee su internet. In ogni momento si sollecita la massima partecipazione individuale senza vincoli che non siano le cornici di principi, intenti e finalità messe a base delle iniziative.

Filo conduttore di entrambe (ma, a parole, anche del Movimento 5 stelle) è il superamento dell’assoluta preminenza della democrazia rappresentativa fondata sulla delega ai partiti e sulla separazione fra cittadini e istituzioni e l’espansione di tutte le forme di democrazia diretta.

A differenza del movimento di Grillo sia la Rete dei cittadini che Perunalistacivicanazionale indicano i punti del programma che intendono scrivere, ma dichiarano prima quali sono le finalità. In pratica presentano un approccio politico e non tecnico ai problemi del governo della collettività.

Il ragionamento non sarebbe completo senza parlare anche di Alba (www.soggettopoliticonuovo.it) il nuovo soggetto politico che nasce dal movimento referendario del 2011 per l’acqua (e non solo l’acqua) pubblica. Coagulato anch’esso sull’affermazione dei principi di massima partecipazione dei cittadini alle scelte della politica pone al centro della nuova politica la cura dei beni comuni. Anche in questo caso le regole della partecipazione interna sono definite per garantire apertura e trasparenza per chiunque voglia condividere il manifesto che ha lanciato l’iniziativa. E anche in questo caso l’approccio è dichiaratamente politico non essendoci elenchi di punti da attuare, ma un percorso, delle finalità e dei principi da cui muovere.

Se anche Alba, come è probabile, deciderà di presentarsi alle prossime elezioni il panorama politico italiano sarà sconvolto dalla presenza di diversi soggetti politici nuovi con una forte connotazione civica. Civica perché si partirà dal riconoscimento della centralità del cittadino come soggetto posto a base dello Stato. Vale la pena seguire questa evoluzione non dimenticando che il civismo da anni si esprime con tante associazioni che operano direttamente sui problemi della condizione sociale e dei servizi o sulla vita nelle città e che il patrimonio di esperienze accumulato deve, in qualche modo, entrare in contatto con le formazioni politiche che stanno nascendo. Altrimenti il civismo sarà una buona intenzione o uno slogan, ma non una realtà concreta. In ogni caso i partiti, se vorranno sopravvivere, dovranno misurarsi con questa realtà.

Claudio Lombardi

La neve che scioglie le buone maniere (di Marta Boneschi)

Basta un po’ di neve per scardinare i meccanismi della convivenza di massa? Poiché è da poco svanito il gelo, che quest’anno ha portato con sé guai non trascurabili, con un po’ di anticipo sull’arrivo della pioggia di primavera, vale la pena di ripensare al comportamento di noi italiani di fronte all’avvicendarsi delle stagioni. Non si tratta di discutere del meteo e del clima, ma del coraggio e del buon senso. Non della devastazione del territorio, ma della cura e dell’amore della “casa” comune. Non della scienza e della tecnologia, ma del fattore umano e delle sue straordinarie variabili.

Elio De Nardo è il nostro eroe, insieme alle persone che sono capitate sulla sua strada. A Roma il 7 febbraio De Nardo cade sul ghiaccio e si frattura un polso. Trovato un taxi, si fa portare al Policlinico Umberto I. L’autista rifiuta di essere pagato. Il passeggero insiste. Entra al pronto soccorso e, «pur nello squallore dei locali vetusti e affollati» dell’ospedale romano, viene assistito e curato in modo cortese ed efficiente. Radiografia, diagnosi, gesso, è pronto per la dimissione. Si fa chiamare un taxi, che arriva subito. Passata poco più di un’ora, De Nardo è già a casa.

Scrive al Corriere della sera raccontando la virtuosa disavventura, per rendere merito a chi lo ha aiutato e assistito. Il 19 febbraio il quotidiano pubblica la lettera, intitolandola «Grazie a tutti».

Poche righe, ma preziose. De Nardo racconta con una voce fuori dal coro, cristallina e consolante: nel disagio della nevicata ognuno ha compiuto il proprio dovere, e per giunta con amabilità. Molte righe, invece, ci hanno tediato nella stessa circostanza, con un coro di recriminazioni e invettive, che trovano posto tutte e quante nel proverbiale spartito: «Nevica, governo ladro», inno di categoria degli indignati e degli impotenti.

La voce sola, da una parte, e il coro, dall’altra, stonano in maniera insopportabile. E non c’è verso di conciliarle. Sono il prodotto di due culture, conviventi nello stesso ambiente umano, ma opposte e nemiche tra loro. La prima è quella di chi, individuo libero e responsabile, fa quel che deve e ci aggiunge la buona voglia, il sorriso, la gentilezza. La seconda è di chi, servo e inconsapevole, protesta e s’indigna, ma è incapace di agire, pur da solo, in libertà e responsabilità. E tutto finisce in un vocìo sguaiato.

Esiste e serpeggia tra noi, forte dei suoi buoni risultati, una «cultura civica», patrimonio di individui che sanno quel che fanno, che partecipano alle sorti della comunità, che conoscono diritti e doveri e li praticano con semplicità. Accanto a questa, pullulano i seguaci della «cultura paranoica»: la colpa è sempre di qualcun altro, possibilmente un potere oscuro e inavvicinabile che trama per il male di tutti. Se non urli, la tua opinione non arriva fin lassù. Se non protesti ti schiaccia.

Tra il seguace della «cultura civica» e quello della «cultura paranoica» passa all’incirca la differenza che corre tra il cittadino e il suddito. Nella storia dell’Italia unita, i cittadini hanno sempre preferito battersi attraverso la politica, il dialogo, il negoziato, magari faticando e soffrendo, mentre i sudditi hanno tagliato corto, impugnando il forcone (o la molotov, secondo la moda del momento).

«Nella cultura paranoica risolvere i problemi è inutile, lamentarsi è obbligatorio. Dobbiamo lamentarci e applaudire chi si lamenta meglio» scrive un quasi trentenne, Alessandro Aresu, autore di Generazione Bim Bum Bam (Mondadori, 208 pagine, 17 euro), un’opera brillante che, con la scusa di rivalutare il valore pedagogico dei cartoni animati della sua infanzia (negli anni Novanta), visita il nostro presente con spirito anticonformista. Rappresentante di una generazione che «non si sente attesa sulla terra», Aresu osserva che «l’atteggiamento degli italiani davanti ai problemi è divertente. Gli italiani inseguono una miriade di ipotesi, non sanno che fare, cercano di capire di chi è la colpa, frugano con attenzione i ritagli di giornale degli anni Ottanta, cercano un appiglio europeo, cercano un appiglio internazionale, vanno a vedere cosa succede sui mercati, trovano un sacco di cinesi, analizzano l’evoluzione della Commissione Trilaterale, dicono che è colpa della famiglia, dicono che senza la famiglia non saprebbero che fare, sperano in un miracolo, dicono che il miracolo sta avvenendo, insultano quelli che credono nei miracoli e poi, alla fine, il debito pubblico è aumentato, noi siano qui a scrivere che l’Italia è un paese di merda e non sappiamo che fare. Allora ci si attacca al vincolo esterno».

E’ inconsueto e sorprendente prendere lezioni da un trentenne. Torniamo presto alla neve, però, e prepariamoci alle piogge, forse saremo pronti, e più costruttivi, per la calura estiva. L’avvicendarsi delle stagioni, in Italia, porta sempre un’emergenza. La «cultura paranoica» fa fronte con i lamenti, quella «civica» si attiene al dovere e al buon senso. Al di là delle norme e regolamenti, che spesso confondono, hanno compiuto il loro dovere i portinai che nei giorni della neve a Milano hanno spazzato i marciapiedi e sparso il sale; non hanno compiuto il loro dovere i lavoratori dei cantieri che, come d’abitudine privi di casco anche nel pieno centro della città e sotto l’occhio della polizia municipale, non hanno provveduto alla pulizia e hanno lasciato che si formasse il ghiaccio.

Qualche volta le cose sono semplici e chiare, e la «cultura civica» si esplica quasi naturalmente. E’ il caso dei medici e paramedici del Policlinico romano, protagonisti della storia di De Nardo. Oppure altri casi appaiono altrettanto semplici e chiari: un’anziana senza tetto cade nella strada, i passanti accorrono e un medico scende dalla sua auto per soccorrerla. Le cose si complicano quando – chi non l’ha sperimentato almeno una volta? – l’idraulico (falegname, muratore, lavamacchine, ma anche medico, architetto) suggerisce un pagamento in chiaro, una fattura di piccola entità, accompagnata da una ricevuta informale, un foglietto stropicciato per il saldo. Accettare, rifiutare, denunciare?

Un principio può guidare nell’esplorazione e nella pratica della «cultura civica», al sud come al nord (dove pure, ci ha insegnato Robert Putnam ne La tradizione civica delle regioni italiane, il civismo è radicato e diffuso): ognuno di noi è un individuo, e fa parte di una comunità (famiglia, quartiere, città, regione e così via, ma anche classe di una scuola, azienda, condominio). Più della contrapposizione tra individuo e potere, è preferibile tenere a mente la coesione e la solidarietà tra simili.

Anche nei minimi gesti quotidiani: un giorno ero all’ufficio postale; arrivato il mio turno, mi sono avvicinata allo sportello. «Buon giorno» ho detto all’impiegata. Guardandomi sbalordita, la signora non giovanissima ha risposto: «E’ la prima persona che mi saluta da quando faccio questo lavoro». E’ possibile costruire le piramidi, con tenacia e buona volontà. Se vogliamo lasciare ai nostri figli, nipoti e discendenti una «cultura civica» e un vivere decente, cominciamo dalle buone maniere. Non quelle del bon ton insegnate da donna Letizia negli anni Sessanta e da Lina Sotis negli anni Ottanta, ma quelle suggerite dalla convinzione che ognuno è parte di una comunità, e che il destino di tutti noi è intrecciato, sia quando si tratta di denunciare una costruzione abusiva (o brutta, perché no?, la bellezza conforta il vivere evoluto) sia quando prendiamo le parti dei figli contro gli insegnanti, deplorando che la scuola pubblica è un disastro (combinato da chi, se non da noi cittadini, tolleranti della cattiva politica, dell’eccesso di burocrazia, dell’incompetenza e del demerito?).

Marta Boneschi da www.lib21.org

L’Italia nella crisi: l’arte di arrangiarsi, senza civismo, non ci salverà (di Ilvo Diamanti)

Riproduciamo parte del saggio di Ilvo Diamanti pubblicato nel libro “Viaggio in Italia. Alla ricerca dell’identità perduta” (pagg. 144 a cura di Giulia Cogoli e Vittorio Meloni) scaricabile gratuitamente in formato ebook dal sito www.perfiducia.com dal 20 febbraio.

La “debolezza” e la frammentazione dell’identità nazionale, che caratterizzano il nostro Paese, non costituiscono necessariamente un problema. Possono, al contrario, costituire anch’esse una risorsa, in quanto rendono più facile l’adattamento culturale, ma anche operativo, in tempi di fluidità dei riferimenti territoriali. In un’epoca, cioè, nella quale sono cambiati e continuano a cambiare le cornici istituzionali, all’interno e all’esterno degli Stati nazionali.

Si pensi, a solo titolo di esempio, alle difficoltà che incontra l’unificazione europea, ma anche al ruolo assunto dagli organismi supernazionali che regolano l’economia, la finanza e i mercati. Si pensi ancora, alle trasformazioni in atto nell’organizzazione territoriale dello Stato, in direzione del decentramento e del federalismo.

Un’identità articolata e flessibile, come quella italiana, è certamente in grado di adattarsi a questi mutamenti molto meglio di altri paesi, dotati di riferimenti di valore e istituzionali forti e definiti, ma caratterizzati, anche per questo, da maggiore rigidità, sul piano sociale e culturale.

La crisi economica e finanziaria globale del 2011, però, ha, in parte, rovesciato questo schema. Ha, cioè, trasformato l’identità “provvisoria” degli italiani in un limite, piuttosto che in un “vantaggio” adattivo e competitivo.

La “sfiducia pubblica” e la bassa densità di “senso civico”, in particolare, sono divenuti ostacoli. Vincoli difficili da sostenere, di fronte alla necessità di coesione e di coinvolgimento necessaria ad affrontare non solo i costi economici e fiscali, ma anche il rischio della dispersione “centrifuga” della società. La stessa vocazione a “fare da soli”, ad arrangiarsi a livello locale e familiare appare un problema, in una crisi che vede confrontarsi e scontrarsi le economie nazionali nel teatro europeo e globale.

Oggi, in altri termini, appare difficile salvarsi da soli, “nonostante” lo Stato. Senza senso di “cooperazione”. In altri termini: senza civismo.

Un basso grado di civismo e di fiducia nelle istituzioni, infatti, indebolisce la legittimità dello Stato non solo a livello interno, ma internazionale. A maggior ragione se si accompagna a un atteggiamento di distacco, per non dire disprezzo del sistema politico e dei partiti. D’altronde, in Italia, il sistema partitico è identificato con lo Stato nazionale.

Da ciò derivano conseguenze pesanti, nelle sedi negoziali internazionali: la Ue, in particolare. Ma anche sui mercati, che percepiscono la debolezza del sistema partitico e del governo come un moltiplicatore della crisi economica.

In un certo senso, il famigerato spread, entrato nel linguaggio comune durante la crisi finanziaria degli ultimi mesi, non definisce solo il differenziale tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. È un indice della incredibilità stessa dello Stato (e del sistema politico), garante della nostra economia di fronte alle istituzioni e ai mercati, in ambito internazionale.

Da ciò, una seconda conseguenza, che riguarda  –  e indebolisce  –  le radici stesse dell’identità italiana. Infatti, se la nostra capacità di adattamento non ci permette più di reagire alla crisi e alle difficoltà economiche, allora la nostra stessa identità sociale viene messa in discussione.

Perché l’arte di arrangiarsi, di trasformare i problemi in opportunità è costitutiva del nostro “specifico” nazionale. Se non ci aiuta a risollevarci di fronte alle avversità, allora anche la fiducia in noi stessi si sfarina. Di qui il rischio di una spirale viziosa e auto-deleteria. Infatti, se le nostre arti e le nostre virtù nazionali non ci permettono, come in altre fasi, di superare la crisi, la crisi stessa ne corrode l’efficacia e la forza. Ne converte gli effetti: da virtù in vizi.

Lo stesso discorso vale per i nostri particolarismi e per le nostre differenze territoriali, che in questa fase rischiano di diventare fratture, elementi di divisione. Perché i costi della crisi sono elevati e lo Stato non è in grado di mediare, tanto meno, di imporre la propria autorità, ma deve comunque ridurre le risorse e i margini di autonomia degli enti periferici. I localismi rischiano, così, di produrre tensioni, di divenire dissolutivi.

Piuttosto che contro il contesto “nazionale”, i contesti locali minacciano di porsi in contrasto reciproco. Tra di loro. Modificando il modello tradizionale e sperimentato, che ci propone come un popolo di e italiani. Milanesi e italiani. Napoletani e italiani. Bolognesi e italiani. Marchigiani e italiani. In direzione di un popolo di milanesi, napoletani, bolognesi, marchigiani. E basta. Non siamo, ovviamente, alla dissoluzione del nostro modello. Tanto meno dell’Italia. Tuttavia, in questa fase assai più che in passato, una società senza Stato rischia di scomporsi. E l’arte di arrangiarsi, senza civismo, non ci salverà.

Ilvo Diamanti

Spazi pubblici, virtù civiche e intervento dei cittadini (stralci di un’intervista di Marco Cammelli)

Pubblichiamo una selezione di brani tratti da un’intervista, realizzata per il sito www.unacitta.it , a Marco Cammelli professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università di Bologna

Il senso civico e l’attività pubblica del cittadino

L’argomento è legato alla centralità degli spazi pubblici, che sono ciò che denota la città. La città è fatta di spazi pubblici. Solo gli spazi pubblici determinano la città, le sue funzioni di integrazione, di connessione, di coesione, le funzioni di scambio, di governo, di legittimazione, eccetera. Qual è il problema? Che i forti processi di scomposizione e di frammentazione dei sistemi urbani e sociali attuali, frutto di dinamiche globali, hanno comportato una fortissima privatizzazione e accentuazione dell’individuo come singolarità e, quindi, un arretramento nella fruizione degli spazi pubblici, meno presidiati dal cittadino.

Aggiungiamo il fatto che per popolazioni urbane come immigrati e studenti, che non hanno alternative all’uso dello spazio pubblico, tutto questo può avere conseguenze sulla coesione sociale.

La cura dello spazio pubblico diventa quindi un problema fondamentale proprio per bilanciare processi di disgregazione.

Così come nel welfare in generale, se c’è una cosa temibile è questa specie di gioco a somma zero: se il pubblico arretra, rimane uno spazio vuoto, sostanzialmente primitivo, e allora chi ha quattrini se la caverà per conto suo, sennò pazienza.

La via d’uscita è proprio quella, invece, di scoprire, promuovere e sostenere altre forme di sostegno e di possibili soddisfazioni dei diritti sociali che non dipendano dallo Stato. Ecco, anche per quel che riguarda gli spazi pubblici, ritengo che il problema sia questo: vedere quali altre presenze e quali altre forme di intervento possano esserci.

Le altre forme d’intervento sono del privato. Mi riferisco a due importanti aree, quella del “privato-privato”, proprio del singolo intendo, e quella del “privato comunità”.

Credo, cioè, che non vada sottovalutato l’aspetto virtuoso che possono avere elementi collegati alla naturale e legittima cura, da parte dei privati, dei propri interessi, che non necessariamente sono egoistico-negativi o depravati.

 Appartenenza civica

Poi c’è una seconda possibile forma di energia da utilizzare e valorizzare, che riguarda invece l’appartenenza civica, cioè forme non più solo privatistiche individuali, ma allargate, collettive, di gruppo, che un tempo si occupavano storicamente di una parte del territorio e che forse vanno riscoperte. Sono forme di tutela dell’ambiente e dei beni pubblici che possono gravare sui proprietari, come lo scolo dell’acqua, lo sgombero della neve, il taglio dell’erba che nasce dalle prode e che rischia di nascondere alla vista chi c’è dietro la curva. Sono tutte cose che nascono da un’appartenenza proprietaria, ma anche civica, e che hanno piena legittimazione costituzionale.

Un tempo su questi aspetti c’erano significative differenze fra centro, nord e sud. Nel Mezzogiorno l’idea che dove finiva la porta di casa, una casa pulitissima, iniziava una terra di nessuno in cui poter buttar di tutto, è stata lungamente dominante. Che poi era la vecchia consuetudine di tutta l’Europa.

Non dimentichiamoci che gli hotel particulier, i palazzi privati, nascono esattamente per creare, nella corte, uno spazio aperto pulito, perché nella strada non si poteva girare in quanto rovesciavano veramente di tutto. Nell’Inghilterra di Shakespeare era così.

Lo spazio pubblico come luogo di condivisione pubblica è una conquista recente, dopo che per lungo tempo era stato il regno di spazzatura, cani randagi e malandrini. Ecco allora che, per avere uno spazio vivibile per far passeggiare le dame si fanno questi hotel con giardino interno curato. Il problema, quindi, di una concezione per cui fuori dell’uscio di casa mia c’è la giungla, di cui non mi interesso, ha radici lunghe e viene superata decisamente solo con la Rivoluzione francese, che porta alla grande scoperta degli spazi pubblici, dove si tengono assemblee, feste comuni, si erigono monumenti-simbolo. Negli spazi pubblici le persone unite dalla fraternità e dall’uguaglianza si trovano.

Il nostro paese che, notoriamente, è stato toccato solo parzialmente dalla Rivoluzione francese, ha reagito in modo parziale.

Ecco, io temo che questa visione del pubblico come luogo residuale fuori dalla porta di casa mia, sia ritornato in qualche modo d’attualità anche al centro nord in questi ultimi decenni di enfatizzazione dell’individuo e del ritorno al privato.

Quindi, tornando al Mezzogiorno, la cosa è innegabile: anche se non in tutto il Mezzogiorno, resta molto diffusa la concezione per cui se uno spazio è di tutti non è di nessuno e quindi non è tutelato. Ma nel centro nord non era così. La caratteristica di Bologna era che il cittadino considerava suo anche il palo della luce e il cartello stradale, tant’è che segnalava quando era deteriorato. Non succede più, quindi qui è successo qualcosa.

 Statale e pubblico sono la stessa cosa?

La grande semplificazione pubblico/privato in realtà è frutto dello Stato ottocentesco, dello Stato liberale nato dalla Rivoluzione francese, che per demolire ciò che c’era precedentemente, affermò che tutto doveva stare nel binomio Stato-individuo e in mezzo niente.
Un dato così schematico serviva a liberarsi di tutto il ciarpame, di tutti i vincoli, i lacci e i laccioli dei sistemi precedenti. Il fatto è che i vincoli non erano solo quelli feudali, c’era anche il diritto dei territori, delle città, che avevano un proprio ordinamento che non era dato dal parlamento ma dai luoghi stessi.

Con la Rivoluzione francese chi detiene il potere è colui che dà la legge, non colui che si fa garante delle regole che trova.

Questo è fondamentale perché, se non ricostruiamo questa enorme opera di demolizione che fa la Rivoluzione francese, che Napoleone poi estende dappertutto, e che genera le nostre istituzioni, non capiremo mai perché certe cose facciano tanta fatica a tornar fuori. Il perché sta appunto nel fatto che sono sepolte dallo spesso strato di cemento ideologico del binomio “Stato=pubblico” versus “singolo=egoistico-privato”. E in mezzo non deve esserci niente perché ciò che è in mezzo frena lo Stato e frena l’individuo. Ecco perché, allora, la lotta contro i sindacati, contro le leghe, eccetera, perché alteravano il binomio.

Questa è l’origine delle difficoltà in cui ci imbattiamo nell’affrontare la questione degli spazi pubblici.

La sussidiarietà, quindi…

Sì, con modus in rebus però. Io sono contrario a certe forme di irenismo del sociale, della sussidiarietà. Sono forme che vanno riscoperte con molta cura, con molta attenzione, con molto discernimento. Teniamo presente che queste forme di privato vanno bene se c’è una società forte e robusta, con valori propri. Voglio dire che l’autonomia deve avere una cornice condivisa e riconosciuta.

Ecco, in una situazione come quella italiana, in cui questa precondizione è fragile, e si è mostrata assai più fragile di quanto molti di noi credessero, certamente “il pubblico” deve mantenere molte delle sue funzioni. Ma è un pubblico che comunque deve essere profondamente rivisto.

Cos’è una città

Noi sappiamo pochissimo delle città. Esiste il Comune, che è la veste amministrativa della città, ma la città non sappiamo definirla pur sapendo benissimo cos’è. Noi, in realtà, dovremmo rifare tutta la strumentazione: le città non hanno più confini, non hanno più un territorio limitato, non hanno più una popolazione definita perché hanno molte popolazioni; le città hanno le popolazioni degli studenti, dei residenti, dei pendolari, di quelli che la usano semplicemente perché vengono una settimana all’anno a fare le fiere, degli uomini della business community, dei turisti, eccetera. Allora di quali popolazioni stiamo parlando?
Le istituzioni sono costruite su basi completamente diverse, non conoscono questa complessità. Come dicevo, la veste giuridica è il Comune, ma è una veste straordinariamente antica, disegnata su tre elementi definiti: un luogo, una popolazione, un governo. Ma noi oggi non abbiamo né un luogo, perché la città è esplosa al di fuori, né una popolazione, perché ne abbiamo almeno quattro o cinque, né un governo perché è diviso fra mille centri e sedi, non solo in verticale, ma anche in orizzontale. Oggi non c’è decisione pubblica di una città che non cominci e non finisca altrove passando per mille sedi. Qualunque decisione non banale passa per una serie di livelli non cittadini.

Insomma, in sintesi, noi abbiamo ancora una veste giuridica e istituzionale totalmente sfasata rispetto alla realtà.

È per questo che ritengo che le città dovrebbero avere uno statuto differenziato, dove vengono delegati anche poteri regolativi e dove si possono mettere a punto forme di equilibrio pubblico-privato che oggi sarebbero impensabili, perché sono formule da trovare all’impronta, di volta in volta, a seconda di come si mettono le cose.

Dall’intervista a Marco Cammelli su www.unacitta.it

Il civismo delle cose semplici (di Alfonso Annunziata)

Una lezione di civismo e di responsabilità pratica che mi sarebbe sempre rimasta impressa mi venne tanti anni fa proprio dalla tanto vituperata Napoli.

Erano i primi anni ’90, il clima era assai diverso e certo non c’era la monnezza degli anni appena trascorsi,  ma Napoli era anche allora una città povera e piena di contraddizioni. Quella mattina il traffico alle spalle dello stadio verso la tangenziale aveva deciso di bloccarlo un disperato che minacciava il suicidio con un salto dal cavalcavia. Le prime pattuglie sopraggiunte erano tutte intente a dissuadere l’uomo dal suo gesto. Dunque nessuno aveva avuto ancora tempo e uomini per occuparsi del traffico che sormontava sempre più fitto all’imbocco della rampa, senza possibilità di sbocco o retromarcia.

Mentre ero intasato in tanta calca osservavo la scena rassegnato, pensando fra me alla ineluttabilità della mattina perduta. In quel mentre vedo una decina di automobilisti scendere dalle altre auto come a un richiamo comune, dirigersi verso i cassonetti dei rifiuti a bordo via (erano vuoti e gestibili, allora…) collocarne alcuni al fondo della rampa a mo’ di blocco. Penso: bravi, almeno non attirano altra gente in questa trappola…

Ma gli omini non si fermano: trascinano altri cassonetti sul marciapiedi fra le corsie, in un punto basso… stanno disegnando uno svincolo di emergenza… come quelli dei gran prix… iniziano a dare disposizioni alle altre auto: «tu più indietro, tu svolta, prima tu…»

In un quarto d’ora decine di auto, furgoni e camion sono fuori dalla trappola. I cittadini avevano percepito l’impegno prioritario delle autorità e si erano autonominati vigili ausiliari, attribuiti gradi e strumenti,  dati una strategia e un obbiettivo… restai senza parole…

Questo fatto lo tenni a mente. Mi capitò di ripensarci spesso, in tante altre occasioni successive in cui qualcosa del genere, a concederle il suo spazio, sarebbe stata molto importante…

Quasi quindici anni dopo mi ritrovo in un banale ingorgo sull’autostrada presso Bari, un’auto ha urtato il guardrail ed è finita in testa coda, nessun ferito ma ha lasciato pezzi su tutte le corsie: decine di automobilisti fermi che attendono l’intervento della polizia stradale. Uso la lezione imparata: mi alzo, raggiungo la testa della colonna, faccio notare che polizia e carro attrezzi sono sicuramente bloccati come noi in fondo alla colonna chilometri indietro, che se non sblocchiamo da soli almeno una corsia non arriverà nessuno, comincio  a mò di esempio a raccogliere pezzi di ruota e di radiatore, dapprima guardato con sospetto… dopo qualche secondo arriva un altro automobilista: è un agente fuori servizio, mostra il tesserino, spiega che la mia osservazione è corretta, non arrivano i soccorsi se non li facciamo arrivare…, di persone cominciano a muoversene qualche decina, qualcuno sa anche come spostare l’auto, consiglia di fare foto… dopo qualche minuto ci sono tante di quelle persone a dare una mano, a fare spazio che io praticamente non servo più, anzi l’autostrada è così sgombra che debbo correre per raggiungere la mia auto prima che il traffico riavviato mi travolga…

È così che funziona: non esiste nei comportamenti delle persone solo un innesco negativo, una pancia del vizio in cui si indulge… esiste anche un ciclo virtuoso, al quale si accede con princìpi non molto diversi, che però una volta innescati è comunque difficilissimo che si arrestino…

L’esempio che ha mostrato De Magistris, che sta mostrando Pisapia, che bisogna mostrare è fondamentale, è qualcosa che trascende la stessa importanza di sinistra e destra, perché ne va del futuro del nostro Paese…

Alfonso Annunziata (da: il blog di Alfonso)