Violenze sessuali, molestie, approcci

violenza sulle donne

Ancora non accenna a placarsi la tempesta mediatica innescata dal caso del produttore cinematografico Harvey Weinstein. Forse che al centro dell’interesse dell’opinione pubblica sulle due sponde dell’oceano sono le violenze sulle donne e lo stato di oppressione nel quale vengono tenute in Asia, Medio Oriente ed Africa? Si parla degli stupri e delle donne bruciate vive in India? O delle mutilazioni sessuali che flagellano le bambine in Somalia e in molti altri paesi africani? O forse della privazione di diritti in Arabia Saudita? O, almeno di vere e proprie violenze sessuali?

molestieNiente di tutto questo. Si parla della pacca sul sedere data trent’anni fa da Dustin Hoffman a una sua collaboratrice, degli approcci sessuali di Kevin Spacey, delle malefatte di Weinstein e adesso anche delle avances di Fausto Brizzi passando dalle battute più o meno volgari di esponenti politici nel Regno Unito e dall’esibizionismo di un popolare attore comico negli Usa.

C’è poco da scherzare perché la tempesta ha travolto le carriere di tutti gli uomini coinvolti e si è arrivati alle dimissioni del ministro inglese della difesa reo di aver toccato le ginocchia molti anni prima ad una giornalista e, purtroppo, al suicidio di un politico gallese sconvolto dalle dicerie sul suo conto.

Ovviamente ogni caso è un caso a sé. E così si passa dai ricatti di Weinstein agli approcci sessuali di Kevin Spacey, fino agli sfioramenti e ai contatti fisici e alle proposte più o meno indecenti. In tutti i casi però si è scatenata un’ondata di discredito che non è andata tanto per il sottile. Nei titoli di giornale le definizioni di “malato di sesso”, “porco”, “maniaco” sono state distribuite senza andare tanto per il sottile. D’altra parte l’opinione pubblica è sempre  affamata di novità, di pettegolezzi e pronta a schierarsi contro qualcuno possibilmente ricco e famoso.

caccia alle stregheOrmai è psicosi collettiva e chi finisce nel tritacarne delle rivelazioni non riesce a difendersi perché ogni accusa è una condanna secondo un metodo ben collaudato da anni. e così tutto si mischia: violenze, approcci, volgarità varie, proposte galanti mal gestite. Tante donne scavano nella memoria alla ricerca di un episodio, di un momento nel quale abbiano provato la sensazione di essere molestate. Va bene tutto purchè l’uomo tirato in ballo abbia un nome eccellente.

C’è forse qualcosa di male a rievocare episodi spiacevoli del passato? Nessuno dubita della buona fede di tante testimonianze, ma ce ne sono troppe che puzzano da lontano di ambiguità e che sono risibili se non proprio inconsistenti. Ed infatti ci sono state donne (Nancy Brilli, Monica Bellucci e altre) che lo hanno fatto notare. Tanto interesse tradisce una buona dose di ipocrisia perché spaccia per drammi episodi minori che attirano soprattutto la curiosità dell’opinione pubblica.

marketingTutto sommato la spiegazione è semplice: la caccia alle streghe serve per fare marketing. Nel mondo odierno la merce più preziosa è la visibilità e i media e il mondo del giornalismo e dello spettacolo di questo vivono. E come si fa a rendersi visibili? Un modo ben collaudato è scoprire scandali e suscitare l’indignazione. Da anni siamo tutti immersi in una continua caccia ai colpevoli. Di cosa? Di tutto. Qualunque problema o disfunzione diventa l’occasione per andare a caccia di complotti e colpevoli. Non concepiamo più di poter affrontare una questione senza esacerbazione e rabbia. I vari movimenti populisti di questo si alimentano. Trump negli Usa e il M5S in Italia dimostrano che non si tratta di poca cosa.

La triade scandali, indignazione, rabbia funziona facilmente specie se tocca temi sensibili sui quali è facile schierarsi perché ostacoli reali non ci sono. Chi è che si può mettere dalla parte delle molestie? Sacrificando un paio di registi, un produttore, un politico qualcuno avrà l’impressione di aver fatto qualcosa di concreto a favore delle donne. L’impressione che chiude il cerchio, il lieto fine che corona ogni storia inventata. La violenza sulle donne però è un’altra cosa  

Claudio Lombardi

I mostri delle periferie

degrado periferie

Le periferie rischiano di diventare gli incubatori di un ribellismo acefalo, di una rabbia generale e generica che si nutre dei problemi della vita che non trovano soluzione, della frustrazione di persone che si sentono abbandonate, dell’angoscia per un futuro incerto. I mostri nascono al suo interno, nella piccola delinquenza che cresce di livello e impara a sfruttare gli interstizi della cattiva amministrazione per costruirsi una propria base sociale e persino un proprio profilo politico dei quali farsi forte per alzare un muro di consenso a protezione dei propri traffici.

ostia malavitaQuesta è la situazione di Ostia. Ora ci si domanda a chi andranno i voti controllati dal clan degli Spada. Già il fatto che ci si ponga la domanda dimostra che il processo di generazione dei mostri è andato molto avanti. Che a Ostia fossero attivi dei gruppi criminali lo si sapeva da anni. Che si occupassero di droga, estorsioni e usura pure. Il salto di qualità arriva con il controllo del territorio che si traduce non solo nell’uso sistematico della violenza per imporre le proprie decisioni, ma anche taglieggiando le attività commerciali e, soprattutto, assumendo il controllo degli alloggi di proprietà pubblica. Decidere a chi assegnare una casa e chi estrometterne ha conferito al clan una proiezione sociale che una semplice banda criminale non avrebbe potuto avere.

L’ascesa dei clan di malavitosi che hanno messo sotto scacco il Lido di Roma è avvenuto in lunghi anni di intrecci di interessi e di convenienze alle quali alcuni politici locali hanno partecipato consapevolmente. Per questo è stato sciolto il Municipio nel cui territorio ricade Ostia. Come è avvenuto in altre parti d’Italia si è tollerato che il territorio cadesse sotto il controllo di bande criminali facendo perdere di senso le parole “legalità”, “ordine pubblico”, “Stato di diritto”. Mettiamoci nei panni di quelli che sono stati costretti a chinare il capo e a stendere la mano di fronte ad uno Spada per chiedere il permesso di abitare in una casa di proprietà pubblica o per qualche altro favore. abbandono periferieCosa devono pensare? Che lo Stato sia una pura finzione che copre una realtà di soprusi e di violenza e che la vera autorità sia rappresentata dai malavitosi. È la logica del bandito che si crea il suo popolo. In altri tempi gli Spada sarebbero diventati feudatari e poi nobili. Oggi, più modestamente, si mettono a contrattare con alcuni politici i voti che riescono a controllare. Ma, soprattutto, contrattano l’impunità.

Di fronte a questo spettacolo di degrado certo che si può parlare di abbandono. È l’abbandono e il conseguente degrado che servono ai malavitosi per imporre il loro potere e per erogare quelle elemosine che lo consolidano. Estromettere lo Stato dal territorio significa trasformare in carità e in favori ciò che dovrebbe e potrebbe essere dato con gli atti politici e applicando le regole. Per questo i pacchi di viveri distribuiti da una formazione politica che compete alle elezioni sono un ritorno a tradizioni antiche del sottosviluppo italiano e non sono accettabili. La destra cosiddetta sociale che si esprime oggi col movimento di Casapound è lontana anni luce dagli slogan della destra che inneggiava alla maggioranza silenziosa all’inizio degli anni ’70. “Legge e ordine” si diceva allora. Oggi Casapound somiglia al fascismo delle origini che aveva la faccia della protesta sociale e quella dello squadrismo. Niente “legge e ordine” fino alla conquista del potere. Questa è la logica.

partecipazione dei cittadiniDi fronte allo spettacolo delle periferie si resta sgomenti. La situazione è compromessa e non si sa da dove cominciare. Eppure la strada della rinascita si può definire in un solo modo: ristabilire il controllo del territorio da parte dello Stato cominciando dalle case di proprietà pubblica con un’opera di bonifica e di pulizia anche nelle amministrazioni che dovrebbero gestirle e che hanno lasciato fare le bande di occupatori per anni. Questa però è solo condizione di base; bisogna poi fare ricorso a tutti gli strumenti di cui l’intervento pubblico nel territorio e nel sociale dispone. È anche una questione di spesa pubblica, ma sarebbe un errore pensare che basti questa a cambiare una situazione compromessa. I soldi si devono accompagnare ad una presa di coscienza e all’assunzione di responsabilità. Non bastano se i cittadini non si rendono conto di esserlo e se abitano i luoghi come fossero predatori di passo. I luoghi sono lo specchio di chi ci abita e nessun intervento dello Stato può sostituire ciò che possono e devono fare i cittadini e le organizzazioni della società civile, da quelle che praticano l’assistenza a quelle che organizzano la partecipazione.

Per questo però ci vuole uno sforzo anche culturale da parte di tutti per capire e per imboccare la strada della rinascita. Alla politica spetta il compito cruciale di progettarla e guidarla cominciando a dare il buon esempio

Claudio Lombardi

Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

cittadini e politica

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

Referendum vo’ cercando che è sì comodo

referendum 22 ottobre

Sono tempi di referendum questi. Dal Regno Unito alla Scozia, alla Catalogna, alla Lombardia e al Veneto. Allo scontento si apre la valvola di sfogo del voto. Un voto qualunque anche se non si sa a cosa può servire, anche se va oltre la legalità e la ragionevolezza, anche se sarebbe inutile. Un voto conferisce identità, fa sentire uniti e determinati. Sembra che si dia la parola al popolo a prescindere dall’effettiva utilità. Un voto può servire a dare forza ai miti di popolazioni autoctone (i lombardi, i veneti) che sono tali solo in parte.

referendum LombardiaDomenica 22 si è svolto l’atteso referendum nelle due regioni a direzione leghista, Veneto e Lombardia. L’affluenza è stata significativa in un caso e scarsa nell’altro, ma, come già detto, conta che ai cittadini sia stata trasmessa l’impressione che il voto servisse a rendere più forte la rivendicazione ormai esplicita (e tradizionale) della Lega: tenersi i soldi. Come è noto l’art 116 della Costituzione prevede che le regioni possano raggiungere un’intesa con lo Stato per vedersi attribuite ulteriori forme e condizioni di autonomia in relazione alle materie nelle quali è prevista la legislazione concorrente. Non c’è dunque bisogno di alcun voto popolare. Chi lo sollecita in realtà sta lavorando per sé, per ampliare il consenso al proprio partito (o all’interno del partito). Solo che rischia di fare un guaio, perché si comincia in un modo e poi si finisce per disseppellire l’ascia di guerra dell’indipendenza della Padania di bossiana memoria magari passando attraverso la battaglia per lo statuto speciale (un altro modo per tenersi i soldi).

Salvini che ambisce a diventare il leader nazionale del centrodestra ha detto che analoga rivendicazione sarà fatta dalla Lega in tutte le regioni a statuto ordinario. Luca Zaia dice che l’obiettivo è tenersi i 9/10 delle entrate fiscali riscosse in regione che è come dire indipendenza dall’Italia. Altre forze politiche riconoscono che la strada giusta sarebbe quella del federalismo. Ma tutto ciò ha senso? Sentir parlare di federalismo in una nazione di 300.000 km quadrati suddivisi in 20 regioni che dovrebbero trasformarsi in 20 stati federati suona un po’ ridicolo e un po’ incute timore.

regioni ItaliaSe un osservatore neutrale guardasse all’esperienza del regionalismo italiano gli verrebbe più facilmente in mente l’idea di diminuire il numero delle regioni magari accorpandole in macro aree territoriali ed eliminare quelle speciali che non hanno ormai più nessuna giustificazione. Potrebbe anche pensare di abolire del tutto le regioni e dare nuovo valore alle province e ai comuni. Dopo tutto sono questi gli enti di prossimità più vicini ai cittadini e quelli che affondano le loro radici nella storia. Le regioni non possiedono nessuno di questi caratteri. Le regioni non sono vicine ai cittadini e sono state formate per legge nemmeno cinquant’anni fa.

Nemmeno si può dire che le regioni nei decenni che sono passati dalla loro istituzione si siano distinte come esempio virtuoso di buon governo. La stessa Lombardia con quello che è successo nel campo della sanità e con le vicende che hanno toccato i massimi esponenti della Regione a cominciare dal presidente Formigoni non ha certo dato una bella immagine di sè.

spesa pubblicaE allora perché appaiono tutti molto comprensivi verso le rivendicazioni di maggiore autonomia nel nord? Una spiegazione potrebbe essere che effettivamente nei conti del dare e dell’avere uno squilibrio tra nord e sud c’è e che, però, non lo si può modificare. Quindi che si parli di autonomia, ma senza toccare i conti. C’è poi una cautela perché la gente non si fida, ha timore, cerca protezione in un livello istituzionale col quale identificarsi e che sente in grado di farsi rispettare. E così si cerca di assecondarla. Infine gli esempi di spesa pubblica virtuosa sono rari, ma nelle regioni del sud sono l’eccezione e quindi è difficile difendere la ripartizione delle risorse in nome della solidarietà.

Nel complesso però questa diatriba appare stucchevole e datata. Se si vuole parlare di soldi e di vantaggi bisogna dire che i conti del dare e dell’avere sono molto più complessi di come appaiono. Inoltre gli effetti di fare sistema all’interno di uno Stato nazionale sono meno visibili, ma pesano. Basti pensare al debito pubblico, alle opere grandi e piccole pagate con i soldi dello Stato, alla previdenza, alla forza di un’economia che appartiene nel suo complesso non ad una regione, ma ad uno degli stati maggiormente industrializzati.

Continuare sulla strada del federalismo riparatore dei pretesi torti che subirebbe il nord non porta da nessuna parte. La risposta più sensata sarebbe quella di far funzionare tutto lo Stato regioni, comuni, città metropolitane e province compresi. Il risanamento e il riequilibrio della spesa pubblica ne costituisce uno dei passaggi fondamentali. Il federalismo può essere la soluzione? Forse può essere parte della soluzione, ma non come vorrebbe farlo la Lega puntando sul residuo fiscale di un paio di regioni e nemmeno come lo sta facendo da anni la Sicilia e meno che mai facendo la fotocopia del regionalismo e chiamandolo federalismo. Fino a che non ci sarà una maggioranza di governo forte capace di mettere mano all’assetto istituzionale collegando autonomia a responsabilità, poteri e doveri si discuterà a vuoto tentando di lisciare il pelo alle invettive contro lo Stato centrale perché altra risposta non potrà esserci

Claudio Lombardi

Legge elettorale: meglio che niente

legge elettorale

Il professor D’Alimonte ha fatto i calcoli e ha scoperto (articolo e tabelle pubblicati dal Sole 24Ore) che anche la legge elettorale che il Senato sta per esaminare e che, sicuramente, diventerà la legge elettorale con cui andremo a votare tra pochi mesi non risolve il problema della governabilità. Dai calcoli fatti emerge che una maggioranza certa possa essere raggiunta da chi riesca a prendere il 50% dei voti nella parte proporzionale e il 70% nel maggioritario. Cioè, in pratica, nessuno avrà la maggioranza grazie al voto degli elettori. Inutile proclamare che mai si faranno alleanze con questo e con quello perché con i risultati in mano o si scenderà a compromessi o si dovrà tornare a votare …. per sempre o, almeno, fino a che una lista non riuscirà a farsi votare da oltre il 50% degli italiani.

sistema elettoraleIn pratica l’effetto del sistema elettorale che sta per essere approvato è quello di un proporzionale corretto con una modesta dose di maggioritario. Un problema? No di certo per chi si è battuto nel corso degli anni contro i sistemi maggioritari e per il ritorno al proporzionale. Ora in pochi parlano di governabilità, ma negli anni passati sembrava diventato il fulcro intorno a cui costruire le riforme del sistema politico democratico. Alla fine le riforme sono state fatte in un clima di crescente tensione che ha coagulato ogni tipo di opposizione verso il progetto della maggioranza e il 4 dicembre 2016 il discorso si è chiuso. Erano riforme ben fatte? Ai posteri l’ardua sentenza. Certo è che in quel clima politico e sociale era un’illusione pensare di forzare la mano all’elettorato giocando il tutto per tutto.

Ma torniamo all’oggi. La legge elettorale che sta per essere approvata è stata concordata tra la maggioranza e una parte rilevante dell’opposizione. Un’altra parte si è opposta aspramente con toni esasperati. Si è detto che è una legge che vuole colpire il M5S perché non vuole allearsi con nessuno e che mina la democrazia perché è stata approvata alla Camera con la fiducia (salvo il voto finale che è stato segreto). Ormai queste grida non fanno più effetto. Sono tanti anni che si ascoltano e l’Italia è sempre qui. Il vero parlamentoproblema è che è un Paese governato da istituzioni deboli perché le forze politiche sono frammentate e ogni componente pensa ai fatti suoi prima che all’interesse generale. Detto in altri termini manca sia una cultura civile che unisca la società intorno ad alcuni valori, sia una cultura di governo consolidata. Potrebbe essere questa debolezza il motivo dell’ostilità verso un sistema elettorale nettamente maggioritario e verso la governabilità. Poiché non ci si fida né delle forze politiche né delle istituzioni meglio mantenersi un potere di blocco.

D’altra parte da noi governi che durino più di due anni sono sempre stati quasi una rarità e ci siamo anche abituati agli scioglimenti anticipati delle Camere. È cosa logica invece che qualsiasi governo che non possa utilizzare il quinquennio della legislatura per realizzare il suo programma non può lavorare bene. La pressione o la minaccia di equilibri parlamentari e politici precari non sono mai la situazione migliore per combinare qualcosa di buono.

Il nuovo sistema elettorale si compone di una parte proporzionale (preponderante) e di una uninominale (cioè maggioritaria). Si voterà con una scheda sola e, quindi, non ci sarà il voto disgiunto tra candidato nell’uninominale e lista proporzionale. Chi voterà un candidato voterà automaticamente anche per la lista con la quale si è presentato cioè il voto varrà anche per la parte proporzionale. Molti hanno criticato il voto unico perché l’elettore potrebbe voler votare una persona, ma non la sua lista. Non sembra un gran guaio o una limitazione della libertà degli elettori. Per quale motivo si dovrebbe disporre di due voti e non di uno solo?

partitiSi dice che anche con questa legge il Parlamento sarà composto di nominati. Ormai la parola “nominati” è diventata un contenitore nel quale ci si mette un po’ di tutto, mentre le preferenze sono invocate come espressione del diritto di scelta del cittadino. In teoria bisogna ammettere che il modo migliore per assicurare questo diritto è la preferenza espressa in un sistema proporzionale. In teoria, perché l’esperienza fatta per decenni ha dimostrato che il diritto di scelta si traduce in uno scambio tra voti e favori. Ventisei anni fa, infatti, dire preferenze significava dire corruzione e partitocrazia e gli italiani votarono contro le preferenze plurime in maniera massiccia. In realtà è difficile sostenere che i cittadini possano scegliere i propri rappresentanti senza passare dalla mediazione di un partito che decide di mettere in lista un candidato. Il sistema migliore che concilia tutte le esigenze è dunque quello basato sui collegi uninominali completato con il secondo turno di ballottaggio. Purtroppo le forze politiche non lo vogliono adottare e così restano le soluzioni di compromesso quale è la legge che il Senato esaminerà nei prossimi giorni. Meglio che niente

Claudio Lombardi

Ius soli: una legge semplice e difficile

ius soli

Diciamo la verità, in circostanze diverse di ius soli avrebbero parlato gli esperti e al massimo i parlamentari della commissione incaricata di esaminare le modifiche alla legge del 1992 per la concessione della cittadinanza. Oggi, tra scioperi della fame, minacce di togliere la fiducia al governo e una generale agitazione sulla questione sembra che sia nata l’ennesima emergenza sulla quale schierarsi e polemizzare. Sarebbe, perciò, meglio mettere da parte opposte demagogie (rischio di invasione dall’Africa e scelta di civiltà) e provare a vedere le cose nella loro semplicità.

cittadinanza italianaPer chi nasce da genitori stranieri, con le norme vigenti, ci vogliono 18 anni di vita sul suolo italiano per accedere alla cittadinanza. Immaginiamo perciò un bambino che nasce e vive per 18 anni in Italia senza essere cittadino, ma continuando ad essere uno straniero dall’asilo alle soglie dell’università, pur parlando la stessa lingua dei suoi coetanei e condividendo con loro giochi, problemi, interessi. Obiettivamente è un problema e può essere anche un freno all’integrazione di chi comunque è nato e cresciuto qui e della sua famiglia. Di nuovo: obiettivamente per degli stranieri che risiedono in Italia ormai da tanti anni avere un figlio cittadino italiano è un motivo in più per sentirsi parte della comunità nazionale. Non è forse l’integrazione l’obiettivo strategico più importante rivolto agli immigrati? O forse preferiamo che vivano in comunità separate che coltivano l’isolamento e, magari, l’ostilità?

Ancora una volta: obiettivamente conviene a tutti investire sull’integrazione. Sia chiaro: chi si trovi in Italia, specie se con regolare permesso di soggiorno, possiede già molti dei diritti che spettano ai cittadini (fra cui assistenza sanitaria, tutela dell’ordinamento, istruzione). Inoltre può chiedere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di permanenza. La proposta di legge conosciuta come ius soli vuole soltanto accorciare i tempi, senza più la necessità di attendere il compimento dei diciotto anni di età, per la concessione della cittadinanza ai figli degli stranieri che vivono regolarmente in Italia da almeno cinque anni (con permesso di soggiorno di lungo periodo).

integrazioneQuesto è un caso. L’altro definito ius culturae comporta la possibilità di chiedere la cittadinanza per i minori entrati in Italia dopo la nascita e prima dei dodici anni di età che abbiano frequentato la scuola per almeno cinque anni completando un ciclo di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Per chi arriva tra i dodici e i diciotto anni sono previsti sei anni di permanenza e il superamento di un ciclo scolastico.

Qui la norma si presta a qualche critica perché i cicli scolastici non sono tutti uguali o, meglio, non hanno tutti lo stesso effetto perché essere bambini e completare il ciclo delle elementari non è equivalente ad essere adolescente e seguire un corso triennale di formazione professionale. Forse un periodo un po’ troppo breve per acquisire la cittadinanza.

In ogni caso è ovvio, come si diceva all’inizio, che le circostanze nelle quali si discute di concessione della cittadinanza sono quelle di questi anni segnati dagli sbarchi dei migranti, dalle guerre nei paesi islamici e dal terrorismo. Ovviamente non tutti gli stranieri che vivono stabilmente in Italia provengono dai paesi islamici e sono di fede musulmana, ma nell’immaginario collettivo a loro è collegata la diffidenza che la proposta di legge sembra suscitare nella maggioranza degli italiani.

immigrati_4Se ne fa interprete Galli della Loggia che ha espresso in diversi interventi sulla stampa le sue obiezioni. Vediamo di che si tratta.

La prima richiama l’attenzione sul fatto che non esiste un diritto naturale alla cittadinanza poiché si tratta di scelte politiche che ogni Stato compie. La seconda si dirige contro l’ipocrisia che vorrebbe considerare le immigrazioni tutte uguali. In particolare la sua preoccupazione riguarda l’immigrazione islamica perché è quella che si riferisce non tanto ad uno o più stati, ma ad una civiltà con la quale “la cultura occidentale ha avuto un aspro contenzioso millenario che ha lasciato da ambo le parti tracce profondissime”. Inoltre, non bisogna far finta di non vedere che alcuni Stati islamici stanno svolgendo “un’insidiosa opera di penetrazione di natura finanziaria nell’ambito economico, e di natura politico-religiosa (apertura di moschee e di «centri culturali») all’interno delle comunità islamiche presenti nella Penisola”.

Per Galli della Loggia è necessario evitare nel modo più assoluto che, complice il prevedibile aumento dell’immigrazione africana e non solo, domani possa sorgere la tentazione di un partito islamico”. Di qui discendono altre condizioni che l’autore porrebbe alla concessione della cittadinanza (obbligo di abbandonare la cittadinanza precedente; conoscenza della lingua italiana in entrambi i genitori del giovane candidato; obbligo di accertamenti sull’ambiente familiare ad opera dei servizi sociali).

Sarebbe un errore considerare pretestuose le osservazioni di Galli della Loggia. Forse la proposta di legge in discussione pecca di idealismo e dovrebbe essere meglio redatta. Poiché c’è una forte spinta per la sua approvazione è probabile che alcune modifiche potrebbero persino ampliare il numero dei favorevoli, ma siamo al termine della legislatura ed ogni partito ormai ragiona solo in termini di conquista dei voti e ha bisogno di bandiere da sventolare.

Claudio Lombardi

Il canto popolare dell’indipendenza della Catalogna

indipendenza della Catalogna

Un grande canto popolare, un’epica della lotta pacifica e disarmata questa è l’immagine che una parte dei catalani hanno trasmesso all’opinione pubblica mondiale nelle ultime settimane. Un popolo pronto a scendere per le strade contro l’oppressione, per liberarsi dalle catene, per rivendicare la sua libertà e il diritto di costruire un futuro di prosperità. Guardando i volti delle persone nelle strade di Barcellona, in coda per votare o ascoltando le loro dichiarazioni ci si crede veramente che le cose stiano così. Loro sicuramente ci credono. Ma è la verità? O, meglio, è questa la realtà? Obiettivamente no.

Spagna autonomieLa Catalogna è una delle comunità autonome riconosciute e disciplinate nella costituzione spagnola. Basta scorrere gli articoli ad esse dedicati per avere l’idea della grande ampiezza dell’autonomia di cui godono. Nel caso della Catalogna da molti anni anche l’istruzione vi è stata fatta rientrare in misura tale che l’insegnamento della lingua spagnola è relegato al rango di lingua straniera. E con essa anche la cultura spagnola in generale (storia, arte, letteratura). Basterebbe questo per disorientare qualunque osservatore. Non solo non vi è traccia di prevaricazione centralistica, ma vi sono tutte le condizioni per un’autonomia che così ampia nemmeno in uno stato federale sarebbe concepibile.

Ma forse le norme che garantiscono l’autonomia confliggono con una pratica fatta di abusi e vessazioni da parte del governo centrale?  Le immagini dell’intervento della Guardia Civil domenica 1° ottobre per impedire il voto referendario sembrerebbero avvalorare questa ipotesi. Errore. Si tratta di un unicum e non di una prassi. Non vi è traccia negli ultimi cinquant’anni di alcun tipo di repressione diretta verso i catalani, verso la loro cultura, la loro lingua, la loro autonomia. La repressione che viene sempre rievocata, infatti, è quella che risale all’epoca del franchismo definitivamente superata con la rivoluzione pacifica che ha portato alla rifondazione dello Stato e alla Carta costituzionale del 1978.

soldi CatalognaE allora cosa resta? Anche in questo caso un osservatore obiettivo deve dire che restano gli otto miliardi di sbilancio tra ciò che la Catalogna versa allo Stato centrale e ciò che riceve. Non si intravede nel tripudio di retorica indipendentista che riempie di immagini e parole la comunicazione pubblica alcun altra motivazione reale che sostenga la ribellione in atto. Otto miliardi bastano per mettere in piedi un pasticcio a rischio di guerra civile? Sembra proprio di no, anche perché il do ut des all’interno di uno stato parte di una unione di stati non è così semplice come potrebbe sembrare. Con una mano si da e con molte altre si prende, magari senza nemmeno rendersene conto. Basti pensare ai fondi europei.

E allora si è trattato forse di un’allucinazione collettiva? Non proprio. Chi si interessa di psicologia delle masse avrà molto materiale da studiare nel caso catalano. Le modalità con le quali il governo e il parlamento della Catalogna hanno preparato il referendum sull’indipendenza la dicono lunga sull’approccio nazionalistico ed ostile dell’indipendentismo catalano. Un referendum in cui non era previsto quorum e nel quale bastava anche solo un voto più della metà di quelli espressi per mettere in moto il meccanismo della legge già votata in precedenza che vincolava il parlamento a sancire immediatamente la separazione dalla Spagna. Si tratta di modalità incredibili per affrontare la questione della rottura dell’unità nazionale in un grande Stato che fa parte dell’Unione Europea. Superficialità, approssimazione e un’enorme prepotenza e arroganza fatta apposta per tentare di dare una spallata allo stato spagnolo e per mettere a tacere ogni opposizione interna. rabbia catalaniAlcuni giornalisti più attenti sono andati a scavare nel nazionalismo catalano e vi hanno trovato gli stessi elementi: grande radicamento sociale e grande determinazione nel costruire la narrazione della Catalogna come nazione separata dalla Spagna, ma scarse motivazioni reali a sostegno di questa tesi. Piuttosto la ripetizione martellante di un concetto semplice: fuori dalla Spagna la Catalogna avrebbe un futuro radioso.

Purtroppo per i nazionalisti è l’esatto opposto di ciò che si intravede nella situazione attuale. Già alcune grandi banche ed imprese private hanno annunciato di essere pronte a trasferirsi altrove e, soprattutto, si sta chiarendo che non ci sarà posto in Europa nell’immediato futuro per uno stato catalano separato dalla Spagna. E senza Europa cosa pensano di fare, dove pensano di andare gli strateghi dell’indipendenza? Ci hanno pensato?

Ma, soprattutto, ci hanno pensato i catalani? Pronti a lanciarsi nelle strade, ad urlare slogan pieni di passione e di retorica, hanno capito cosa significa oggi uscire da uno stato (fra i più importanti dell’Unione Europea)? Ma prima ancora, hanno pensato alle conseguenze della rottura di un patto che tiene insieme diverse culture e tradizioni nella nazione spagnola? Pensano che questa sia una mera imposizione o si rendono conto che si tratta di una costruzione che si è realizzata in secoli di storia attraverso vicende dolorose e sanguinose? Credono forse che gli stati nazionali siano fatti di mattoncini Lego che basta smontarli per ricomporli in altro modo? Va bene il disagio (se uno vuole un disagio lo trova sempre), ma, insomma, scaricare tutto sulla Spagna è proprio una scemenza. Una sana lotta politica fa bene; l’esasperazione no.

manifestazione BarcellonaA che serve la partecipazione se si trasforma in eccitazione delle masse e non in consapevolezza dello stato reale delle cose? Tutti i regimi del passato, inclusi i peggiori, hanno fatto appello alla mobilitazione delle masse che sono state il necessario supporto per le follie delle classi dirigenti. Il fatto che di masse e di popolo siano piene le strade non significa per niente che una causa è giusta. Significa solo che è stata resa affascinante e convincente.

Bisognerà riflettere molto sulle vicende della Catalogna perché sono illuminanti sui pericoli e sugli enormi limiti dell’indipendentismo che nasce all’interno degli stati democratici. Il meccanismo è già sperimentato: di fronte al disagio si individua un nemico esterno sul quale si getta la responsabilità e si indica come soluzione la separazione e l’isolamento basata sul culto della propria comunità. Come se le comunità autonome in questo mondo globalizzato fossero chissà quale rifugio sicuro. E invece sono un vicolo cieco che non serve a dare risposte positive al disagio, ma che è tanto consolante per chi vuole illudere di averle trovate

Claudio Lombardi

Le cause di fondo del malcontento

malcontento

Le elezioni in Germania hanno attirato l’attenzione sull’esistenza di un’area di malcontento in un Paese che si riteneva un’isola felice che ha passato indenne gli anni della crisi economica, che ha tratto un grande vantaggio dall’euro, che è sulla soglia della piena occupazione e che fornisce prestazioni sociali fra le più ricche dell’intera Europa. E il malcontento (che si traduce in astensionismo ed arriva all’affermazione del populismo fondato sul rifiuto delle classi dirigenti tradizionali) è un segnale che arriva da ogni parte del mondo occidentale cioè dalla parte più avanzata delle società ed economie mondiali.

Germania elezioniProviamo a dare qualche spiegazione seguendo l’analisi di Carlo Cottarelli esposta in un recente intervento.

Il punto di partenza è la constatazione che c’è una buona ripresa economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale prevede nel 2017 una crescita del 3,5 per cento, un dato normale in linea con quello dei decenni precedenti il 2000.

Un dato normale che, però, contiene quattro problemi:

  1. Il mondo occidentale non cresce come una volta perché i paesi avanzati a fronte di un più 3,1 per cento dal 1970 al 2000, nel triennio 2015-2017 si sono fermati ad un più 2 per cento
  2. Una crescita più bassa dalla quale, però, hanno tratto beneficio un numero minore di persone perché la distribuzione del reddito è diventata più squilibrata cioè è andata di più a chi sta in alto nella scala dei redditi e meno a chi sta nel mezzo e in basso
  3. Soprattutto la classe media ha perso reddito
  4. L’ascensore sociale si è bloccato nei paesi avanzati cioè è diventato più difficile modificare la propria condizione rispetto al punto di partenza

redistribuzioneL’insieme di questi fattori ha determinato quella redistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto che era già stata individuata identificandola nei due numeri – 99% e 1% – che rappresentavano l’esasperazione delle proporzioni di chi vedeva crescere la sua ricchezza e di chi se la vedeva sottrarre.

Secondo Cottarelli i quattro problemi sono riconducibili a quattro cause:

  1. Calo del tasso di fertilità nei paesi avanzati che comporta meno crescita di Pil a parità di produttività o anche scarsa crescita al crescere della produttività. Come è noto la caduta delle nascite è stata tamponata con l’immigrazione, ma il suo aumento troppo rapido e le modalità con le quali si è svolto hanno portato a nuove tensioni sociali. C’è da aggiungere che l’ingresso nel mercato del lavoro degli immigrati ha creato una concorrenza al ribasso sia sul piano dei salari che su quello delle condizioni del lavoro. Ovviamente andrebbero viste le particolarità Paese per Paese, ma tale competizione si è spostata anche sul piano delle prestazioni sociali che, a fronte di un livello di spesa tendenzialmente stabile (o in riduzione), hanno visto un incremento di richiesta per effetto dell’arrivo degli immigrati
  2. globalizzazioneGlobalizzazione ovvero l’integrazione nel commercio mondiale di India e Cina ricchi di lavoro e poveri di capitale. Anche in questo caso si può aggiungere qualcosa all’analisi ricordando lo spostamento di una parte delle attività produttive nei paesi a minor costo di mano d’opera con gli effetti sui livelli di disoccupazione e con la compressione salariale nei paesi dai quali provenivano le produzioni delocalizzate. Ovviamente ciò non si è verificato solo con i paesi asiatici, ma anche in Europa con la caduta del blocco socialista che ha portato all’immissione sul mercato del lavoro di decine di milioni di lavoratori a basso costo. Il risultato è stato quello di una riduzione globale della quota del reddito destinata al lavoro
  3. Minore impatto sulla produttività della crescita tecnologica. Qui Cottarelli cita gli economisti che ritengono inferiore la crescita della produttività degli ultimi decenni rispetto a quella che si è verificata tra le fine del XIX e la metà del XX secolo. In ogni caso si tratta di una crescita tecnologica che è andata in direzione della riduzione del lavoro umano sostituito dalle macchine automatiche
  4. Crescita del sistema finanziario cioè finanziarizzazione dell’economia che ha portato una maggiore fragilità con l’esposizione a crisi ricorrenti non determinate da un mutamento dei fattori produttivi. Come si è osservato più volte in questi anni l’economia di carta o speculativa si è imposta sull’economia reale dilagando nel sistema bancario e coinvolgendo i debiti pubblici ai quali si è fatto ricorso per rimediare ai danni prodotti dalla finanziarizzazione.

disuguaglianza ricchi e poveriL’analisi è scarna, ma il quadro delineato è abbastanza chiaro. Che fare? Cottarelli individua quattro punti: eliminare gli ostacoli ai meccanismi di mercato; redistribuire il reddito; far funzionare di nuovo l’ascensore sociale ovvero puntare ad una parità dei punti di partenza cioè dare la possibilità a tutti di salire nella scala economica e sociale e questo si può fare soprattutto con un’istruzione di qualità e accessibile a tuttiintervenire sul sistema finanziario per riportarlo ad essere motore di sviluppo economico.

L’unica osservazione da fare è che in questi punti c’è un programma di governo vasto che ha senso se tocca l’Europa e non soltanto i singoli Paesi

Claudio Lombardi

La crescita del Pil non basta. Il freno del sistema Italia

sistema Italia

Un po’ di ripresa economica è arrivata, le esportazioni tirano, l’occupazione aumenta. È quindi il momento giusto per essere lucidi e realisti e individuare quel che proprio non va e che rischia di tenere frenata l’Italia facendola apparire un Paese debole e confuso. Purtroppo non è soltanto apparenza. La sensazione è quella di essere prigionieri di un sistema istituzionale che non funziona più, di apparati pubblici inefficienti e di una cultura politica e civile che esalta la frammentazione e il culto degli interessi particolari.

crescita pilPer questo non basta la ripresa economica ed il rischio serio è quello di scivolare indietro piuttosto che andare avanti. Lo snodo cruciale è quello della politica e, quindi, delle istituzioni. Abbiamo passato anni ad immaginare che la spinta alla semplificazione e all’efficienza sarebbe passata da un sistema elettorale maggioritario e altrettanti a studiare e dibattere un assetto istituzionale diverso da quello stabilito dalla Costituzione. Tra voto del 4 dicembre e sentenze della Corte Costituzionale siamo tornati indietro su tutti i fronti. Nulla è cambiato nell’assetto istituzionale e il sistema elettorale per ora è quello ritagliato dalla Consulta.

La vittoria del NO ha sancito una disfatta dei partiti e del Parlamento. Al Pd e a Renzi va riconosciuto il merito di aver provato in condizioni difficili a superare gli eterni limiti dell’inconcludenza parolaia che affligge il sistema italiano. Se fino a ieri si riconosceva l’esigenza di una maggiore governabilità ora si esalta la supremazia del principio di rappresentanza che trasforma ogni piccola componente in una potenziale minoranza di blocco. Un bel modo per governare una società complessa e un’economia avanzata.

E a proposito di economia la sorpresa è che il Pil è dato in crescita più di quanto ci si aspettasse. Tuttavia la crescita è mondiale e il merito non è di tutti. Trainano le esportazioni, frenano le aziende di servizi e quelle di proprietà pubblica. Un freno ancora maggiore viene dall’inefficienza della macchina amministrativa, dalla carenza di infrastrutture e di servizi adeguati. Tutte cose che si traducono in sprechi di tempo e denaro.

abbandono del territorioBisogna riconoscere che molto è stato fatto nel corso degli anni, ma la distanza con le migliori esperienze europee resta ampia con alcune punte di vera e propria arretratezza. Si sta concludendo un’estate nella quale sono emersi lo stato disastrato della rete idrica e la situazione di perdurante abbandono del territorio. Sia nell’un caso che nell’altro si è sollevato un gran clamore per problemi ampiamente conosciuti che vengono a galla solo quando ci si trova di fronte al dramma. I tecnici e i politici sanno che c’è un problema strutturale, ma lasciano fare al “tran-tran” dell’ordinaria burocrazia e, in molti casi, usano i problemi per campare di rendita.

Il fatto è che chi governa ad ogni livello è ostaggio dei voti presi e, spesso, della breve durata del suo mandato. Siamo stati abituati a governi che se durano due anni sembra già un successo, tre una svolta. La conseguenza più ovvia è un’esorbitante presenza di apparati amministrativi che ispirano, indirizzano, suggeriscono, interpretano, attuano a modo loro le scelte politiche (di cui loro stessi hanno provveduto a scrivere le norme).

Un discorso a parte merita il sistema giurisdizionale che, sul versante delle cause civili, è uno degli elementi principali dell’inefficienza che ci caratterizza e che rende il concetto di giustizia molto aleatorio. Dal versante penale viene un notevole contributo all’instabilità. Alcuni settori della magistratura inquirente hanno stabilito un filo diretto con gli organi di informazione (è stato definito come circo mediatico giudiziario) assumendo un peso politico che non sarebbe consentito dalla divisione dei poteri. Per anni è bastato l’avvio di un’inchiesta per far cadere governi, amministrazioni locali e portare alla conclusione di carriere politiche e al fallimento di imprenditori.

sistema giustiziaSpesso non si arriva a svolgere i processi perché le inchieste si rivelano assolutamente infondate, ma producono danni alle persone che vengono coinvolte. E anche quando si arriva al processo molti si concludono con assoluzioni che dovrebbero essere imbarazzanti per chi ha mosso le accuse. E sono comunque tutti di durate esagerate, tali da congelare la vita delle persone in attesa di una sentenza. Probabilmente è arrivato il momento di mettere un freno alle iniziative temerarie dei magistrati che, è bene ricordarlo, non rispondono mai di ciò che fanno. Ma le riforme della giustizia di cui si discute riflettono tutte il timore dei politici di non mettersi contro la più potente corporazione italiana protetta da un ordinamento che ne assicura l’autonomia, ma le consente nello stesso tempo di invadere il campo degli altri poteri dello Stato senza rispondere delle conseguenze.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma la sintesi è che se vogliamo diventare un Paese serio ed essere presi sul serio dobbiamo avere una visione lucida e concreta dello stato delle cose. Se preferiamo l’eterna sceneggiata del chiacchiericcio inconcludente i problemi ce li terremo e chi ci guarda dall’esterno si regolerà di conseguenza

Claudio Lombardi

Dissesto idrogeologico a sorpresa

dissesto idrogeologico

Da quanto tempo si parla di dissesto idrogeologico? Da quanto tempo si dice che bisogna intervenire? Cinque, dieci anni o forse più. Ebbene leggendo alcuni commenti e alcune reazione ai guai combinati dalle piogge in questi giorni sembrerebbe che si tratti di giorni.

C’è chi si attacca al colore dell’allarme, c’è chi se la prende col cambiamento climatico. Ben pochi (o nessuno?) ammettono di avere delle responsabilità.

allagamento LivornoEppure è ormai evidente che la difficoltà di intervenire e di conseguire obiettivi che pure vengono posti è diventato in Italia il problema dei problemi. E quando i problemi sono evidenti da tempo non si può cadere dalle nuvole come se si fosse colti di sorpresa. Le piogge torrenziali arrivano ogni anno. Certo con intensità diverse, ma questo dovrebbe spingere ad affrettare i lavori di messa in sicurezza di canali, argini e quant’altro serve per proteggere il territorio. Si dice che in Italia vi siano 12mila km di canali interrati alcuni dei quali possono “esplodere” ed invadere strade e case. È ciò che è accaduto a Genova nel 2014 e a Livorno pochi giorni fa. Di straripamenti e torrenti di fango che travolgono persone e cose è comunque piena la cronaca da molto tempo. Dunque fare il possibile dovrebbe essere un imperativo.

E, invece, ad ogni disastro quale è la richiesta che arriva in maniera unanime? Finanziamenti per effettuare i lavori di sistemazione del territorio indispensabili e urgenti. È talmente giusta questa richiesta che sembra nessuno ci abbia pensato prima e, anzi, qualcuno, lo abbia impedito.

investimenti pubbliciErrore. I soldi vengono sempre stanziati; sono gli effetti che non si vedono. Di decreti legge contro le calamità naturali di ogni tipo sono pieni gli archivi parlamentari e, più di una volta, stanziamenti colossali (due esempi: terremoti nel Belice e in Irpinia) sono andati dispersi in mille rivoli. Restando a questi ultimi anni sappiamo che nel 2014 fu creata una struttura di missione contro il dissesto idrogeologico presso la Presidenza del consiglio e fu predisposto uno stanziamento di una decina di miliardi di euro da spendere in un decennio.

Ebbene, cosa ci si poteva aspettare in un Paese afflitto da decenni da disastri causati dalla mancanza di interventi di manutenzione di canali, fiumi, fognature ecc? Che quei soldi fossero presi d’assalto da comuni, province e regioni pronti ad utilizzarli sulla base di piani predisposti già da anni e in attesa di finanziamenti.

Altro errore. Soltanto poco più di 100 milioni di euro sono stati impegnati per progetti esecutivi. Motivi: incapacità, insensibilità, difficoltà burocratiche, il nuovo codice degli appalti? Tutto insieme cioè a volte uno, a volte l’altro.

cambiamenti climaticiE allora suscitano un po’ di fastidio le prediche sui cambiamenti climatici (a volte fatte da politici di lungo corso che hanno avuto grandi responsabilità negli anni passati) che ripetono come una litania  la necessità di intervenire a livello globale eccetera eccetera.

Poiché qui si parla dell’Italia bisogna che tutti si impegnino a capire quale è il punto cruciale che impedisce alle decisioni già prese di tradursi in fatti. Continuare a dire che bisogna intervenire, che bisogna fare investimenti, che ci vogliono più soldi mentre non si riesce a spendere i soldi che ci sono diventa sempre più insopportabile.

Ai politici – nazionali, regionali, locali – si chiede concretezza e coraggio. Va di moda dire che devono anche avere una “visione” (pochi anni fa era di moda parlare di “narrazione”). Sarebbe cosa gradita se avessero anche l’idea di come far funzionare una macchina pubblica sempre più impantanata e farraginosa, ancor più appesantita dalla pletora delle autonomie e delle prescrizioni anticorruzione. La vera sfida è quella dell’efficienza e dell’efficacia.

Se il Pil è cresciuto e se le esportazioni hanno tirato la volata alla crescita si deve alle capacità imprenditoriali dei privati. La parte pubblica è il vero peso morto che l’Italia si porta appresso. E non è giusto che sia così

Claudio Lombardi

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