Immigrazione: la fabbrica dell’odio

Le frasi molto chiare pronunciate dall’autista che ha tentato di bruciare vivi 51 ragazzini a Milano  non vanno sottovalutate. Affermare di voler vendicare i morti in mare, di voler punire l’Europa per le politiche sui migranti, tirare in ballo come responsabili Di Maio e Salvini e contemporaneamente mandare un video in Senegal per invitare amici e parenti a restare in Africa rivela che le idee Ousseynou Sy ce le aveva ben chiare quando ha deciso di progettare la strage. Eppure Ousseynou Sy è cittadino italiano dal 2004, qui si era fatto una famiglia, qui aveva un lavoro stabile. Cosa è successo nella sua mente per farlo arrivare a tanto?

Da anni siamo abituati ai toni esasperati, alle polemiche, alle accuse. Sull’immigrazione si svolge uno psicodramma con molti attori. C’è chi accusa i migranti di essere la causa della caduta del tenore di vita, della disoccupazione, della diffusione della droga, degli scippi e delle rapine. Molti altri, però, accusano il nostro governo e indirettamente noi italiani di essere responsabili diretti delle morti in mare, delle morti nel deserto di quelli che partono per attraversare il Mediterraneo, delle torture nelle prigioni libiche. Su tutto si erge una spiegazione storica usata però come arma di lotta politica: l’intero Occidente è colpevole per il sottosviluppo dell’Africa sia ieri con il colonialismo, sia oggi con gli scambi commerciali gestiti dai paesi europei da posizioni di forza. Un’ansia di auto fustigazione che potrebbe avere spiegazioni psicoanalitiche, ma che è deleteria se tradotta in messaggio politico. Soprattutto è in contraddizione con la realtà perché non noi organizziamo la tratta degli esseri umani, non noi li mettiamo in mare su barche destinate ad affondare. Noi siamo quelli che tra polemiche e incertezze li salviamo e li accogliamo. E dunque perché si continua il ridicolo mea culpa che è in atto da anni?

Un simile bombardamento di accuse e recriminazioni che mischia analisi storiche, socio economiche e decisioni politiche determina un accanimento nell’opinione pubblica capace di trasformarsi in atti concreti. Non vediamo che da anni le manifestazioni di intolleranza verso gli immigrati e verso i loro figli si moltiplicano? E pensiamo che gli immigrati che vivono qui non subiscano anche loro il bombardamento mediatico e non avvertano il clima ostile che si crea intorno a loro?

Ci sarebbero anche quelli sensati e ragionevoli che affrontano l’immigrazione come uno degli snodi cruciali della nostra epoca che va gestito con politiche multifattoriali volte sia all’emergenza che all’accoglienza e all’integrazione, nel quadro di una strategia di aiuto agli africani a migliorare le loro condizioni di vita nei paesi di provenienza. Ma chi le ascolta queste persone ragionevoli?

Che sia uno scontro nel quale emergono anche pulsioni razziste è evidente. L’immigrazione in Europa e in Italia in particolare è fatta di sudamericani, cinesi, filippini, bengalesi, albanesi, romeni e tanti altri. Eppure i riflettori si accendono solo sugli africani. Basta leggere i titoli di alcuni quotidiani usciti oggi per avere un campionario di becero razzismo e di stupido appello all’irrazionalità delle folle. I giornalisti che li scrivono dovrebbero vergognarsi perché utilizzano le tragedie non per invitare a ragionare, ma per attizzare l’eccitazione dei loro fans. D’altra parte cosa sta facendo Salvini da anni se non questo?

Non possiamo andare avanti così. Ci vogliono politici che praticano solo la strada della ragionevolezza e dell’impegno per risolvere i problemi senza speculare sui drammi dell’umanità per conquistare voti e potere. E bisognerebbe anche smetterla di indicare noi come responsabili delle morti in mare. Noi italiani, noi europei li abbiamo salvati i migranti a centinaia di migliaia e li abbiamo accolti a milioni. Questa è la verità storica

Claudio Lombardi

Le primarie per scegliere una nuova Europa

Diciamo la verità: il Pd l’ha tirata per le lunghe. Speriamo che il congresso finisca con le primarie di domenica. Se un vincitore non dovesse esserci si rimanderebbe ancora il momento in cui il Pd avrà un nuovo gruppo dirigente. Per questo bisogna che elettori e simpatizzanti diano una mano e vadano a votare. Ci sono milioni di italiani in attesa da un anno che il partito alla testa dei governi per un’intera legislatura esca dal suo travaglio e si schieri nella battaglia politica con UNA identità e con UNA proposta politica.

Un anno è lungo soprattutto se viene occupato dalla formazione di un governo dannoso per l’Italia che compie scelte strategiche senza scontrarsi con un’opposizione vera. La scelta di allontanarsi dall’Europa è quella principale anche se negata a parole. Hai voglia a dire “noi non siamo per l’uscita dall’euro”, “noi rimarremo in Europa”. Se fino a poco prima hai fatto della rottura con l’Europa la tua bandiera non puoi prendere in giro nessuno. Soprattutto se gli atti che compi adesso la realizzano giorno dopo giorno.

L’Europa. Gira e rigira sempre questo è il punto. Chi sta nella realtà e non insegue sogni ed incubi sa che l’Europa è la dimensione inevitabile se non vuoi finire triturato nella  competizione tra giganti economici e geopolitici che si fronteggiano oggi nel mondo.

Come si fa a prescinderne?

Dove va l’Europa è la domanda che qualunque forza politica seria dovrebbe farsi prima di sviluppare qualsiasi altro ragionamento. Ma dove va l’Europa non lo decide un “grande vecchio” nascosto in qualche antro segreto. Lo decidono i paesi che ne fanno parte e le loro classi dirigenti e, quindi, anche le rispettive opinioni pubbliche.

Per questo è importante tenere conto di ciò che i possibili segretari del Pd dicono sull’Europa. Potranno essere loro a decidere la strategia dell’Italia nei prossimi anni. O, meglio, potrebbe essere il cittadino (finalmente!) a scegliere una parte politica che ha le idee più convincenti sulla questione cruciale della nostra epoca in questa parte del mondo.

Sì, per ora sono molti quelli che preferiscono le pagliacciate di Salvini o le esibizioni di Di Maio o le strampalate idee di qualche NO EURO tenuto a freno da mere questioni di tattica (ogni riferimento a Borghi e Bagnai è voluto). Ma potrebbe succedere che domani questi non siano più la maggioranza e che tanta altra gente torni a votare. Usando la testa.

Primarie Pd: Zingaretti, Martina e Giachetti (da sx)

Vediamo dunque cosa dice sull’Europa uno dei candidati in pole position per guidare il Pd: Maurizio Martina.

I concetti chiave scritti nella sua mozione sono netti:

potenziare l’integrazione europea (perché su molti terreni l’Italia da sola può fare ben poco);

costruzione di una sovranità europea di ispirazione democratica e federale da affiancare a quelle nazionali;

costruire un’Europa politica con chi ci sta (significa sdoppiamento istituzionale tra Unione Europea ed Eurozona) non per cedere sovranità, ma per condividerla con altri per contare tutti insieme di più nello scacchiere globale;

modifica dei Trattati dell’UE per riformare le istituzioni in modo che conti di più la scelta diretta dei cittadini (cioè il Parlamento e l’elezione del presidente della Commissione);

politiche sociali, estera, per le migrazioni, di sicurezza e difesa uniche (attenzione, non sono chiacchiere: Francia e Germania stanno lavorando per questo);

superamento del fiscal compact non per fare ognuno come gli pare nei bilanci nazionali, ma perché serve una vera Unione fiscale per l’Eurozona e quindi un bilancio, finanziato con risorse proprie e controllato dal Parlamento europeo per avere le risorse necessarie ad intervenire nei periodi di crisi;

un piano di investimenti in infrastrutture sociali nel campo della salute, istruzione ed edilizia;

una assicurazione europea contro la disoccupazione; e poi una direttiva europea sulla responsabilità sociale delle imprese che obblighi una multinazionale che abbia deciso di trasferire altrove la propria attività a farsi carico delle conseguenze sociali e ambientali che lascia sul territorio.

Tante idee e di peso. Potrebbero essere queste alla base di un governo italiano che riporti il nostro Paese ad essere un protagonista che progetta e realizza il futuro assetto dell’Europa.

La questione è semplice: vogliamo stare con i paesi più forti ed evoluti come ci siamo stati per oltre 60 anni o vogliamo scivolare indietro verso alcuni degli ultimi arrivati che utilizzano l’Europa come un taxi, ma non hanno alcuna strategia di sviluppo comune (il gruppo di Visegrad tanto caro a Salvini per intenderci)?

La scelta tocca a noi italiani. C’è chi predica un’illusoria chiusura come Salvini e Di Maio perché di fronte al mondo come è realmente non sanno che fare e c’è chi immagina un futuro con un Governo Federale Europeo legittimato direttamente dai cittadini.

La proposta di Martina è chiara ed è per questa seconda strada. Dunque merita il nostro voto

Claudio Lombardi

Analisi costi benefici e statalizzazione di Alitalia

Sul Foglio di oggi Andrea Giuricin e Carlo Stagnaro invocano un’analisi costi benefici sull’annunciata (ri) statalizzazione di Alitalia. Mentre sulla TAV e su altre opere pubbliche veramente strategiche in fase di realizzazione il governo ha preteso di ridiscuterne la convenienza di fatto bloccandole, sulla ex compagnia di bandiera si annuncia come una vittoria la decisione di riportarla tra le aziende controllate dallo Stato.

L’ineffabile Di Maio ha infatti dichiarato che, poiché gli italiani hanno già messo tanti soldi in Alitalia, è giusto che lo Stato ne assuma il controllo. Salvini, ovviamente, lo ha seguito accondiscendente. Ad entrambi sfugge che lo Stato ha messo tanti soldi in Alitalia nel corso degli anni e li ha sempre persi. Quale caso migliore di questo per effettuare un’analisi costi benefici che accerti la convenienza a ricominciare a metterci soldi? Niente da fare, da questo orecchio i due pilastri del governo non ci sentono.

Vediamo allora l’analisi di Giuricin e Stagnaro.

Oggi Alitalia ha una quota di mercato pari al 14 per cento per i viaggi interni e dell’8 per cento per quelli internazionali. Come la vogliamo definire? Piccola è sufficiente o ridicola è più appropriato visto che da anni questa Alitalia è al centro dei pensieri dei governi? Di utili negli ultimi anni manco a parlarne. Anzi, nel 2017 si è trovata sull’orlo del fallimento dal quale si è salvata grazie a un “prestito” di 900 milioni dello Stato. Arrivato Di Maio al ministero dello Sviluppo economico ha recuperato e rilanciato un vecchio progetto di nazionalizzazione mascherata attraverso l’ingresso delle Ferrovie dello Stato nel capitale di Alitalia.

Bisogna tener conto che l’ultima bancarotta della compagnia di bandiera cioè dal 2008 ad oggi è costata ai contribuenti italiani quasi 7 miliardi di euro. Si badi bene: per arrivare di nuovo al fallimento. Segno che Alitalia non sta in piedi. Ma Di Maio e Toninelli hanno fatto una “grande” pensata: lasciare i 3,2 miliardi di debiti di Alitalia ad una bad company (fu già fatto nel 2008, attenzione) e farli ricadere su tutto il sistema aereo italiano cioè “tosando” fornitori e creditori e aggiungendo, così, tanto per gradire, un tot a carico dei contribuenti. In tal caso ovviamente il prestito di 900 milioni (oltre 1 miliardo per via degli interessi) sarebbe incorporato nei nuovi conti cioè non sarebbe restituito.

Tanti soldi a carico dei cittadini e delle malcapitate aziende che hanno rifornito Alitalia. Ma per che cosa sarebbero spesi? Come si è detto Alitalia serve una piccola parte dei viaggiatori che transitano dagli aeroporti italiani. Non solo non ha nessun monopolio naturale, ma opera in regime di piena concorrenza. E invece i politici attuali come il Berlusconi di dieci anni fa giustificano il salvataggio di Alitalia con la sua presunta strategicità. Chiunque capisce che è una pura presa in giro senza alcun senso. La Lega appoggiò il precedente salvataggio che ha succhiato tanti soldi agli italiani e continua a succhiarli dato che tutti i viaggiatori pagano una tassa per contribuire al trattamento di integrazione salariale del personale Alitalia residuato dal fallimento del 2008. Vi immaginate gli acquirenti di qualunque altro prodotto o servizio chiamati a versare la stessa tassa a favore degli ex dipendenti delle aziende? Una cosa demenziale e truffaldina e solo per favorire clientele e privilegi ingiustificabili.

Eppure i 5 stelle sostengono tutto ciò. Sì sono gli stessi che hanno eretto la TAV a bandiera ideologica contro le opere inutili e gli sprechi. La TAV che, questa sì, è strategica. Non una compagnia aerea che opera accanto a decine di altre compagnie aeree.

Alitalia è un monumento allo spreco e alle follie della politica che mette le mani nelle aziende e da queste trae sostegni e voti. Alitalia ha perso nel 2018 circa 500 milioni di euro, e nel primo trimestre 2019 avrà un utile negativo che può essere stimato attorno ai 200 milioni. Farla tornare sotto il controllo dello Stato significherebbe aprire un’altra stagione di perdite che pagherebbero, come sempre, gli italiani. In cambio di cosa? Di nulla che non possa offrire un mercato, quello dei voli, che si regge da sé e non ha bisogno di nessun aiuto di Stato.

Non vogliono proseguire la TAV che è parte di un corridoio strategico europeo con  gravi danni per i costi e il discredito che ricadrebbero sull’Italia, ma vogliono a tutti i costi riprendersi Alitalia.

La spiegazione? Semplice: soldi, posti di lavoro da distribuire e voti. Sulla TAV si è sbagliato tutto, dovevano offrire a Di Maio e Salvini tante poltrone e tanti miliardi da spartirsi per foraggiare i loro elettori e la TAV si sarebbe fatta

Claudio Lombardi

La sfiducia nelle grandi opere

Tav sì? Tav no? La diatriba va avanti da molti anni. Ma sono tutte le grandi opere a suscitare in una parte dell’opinione pubblica reazioni di rigetto tanto che ormai è diventato quasi senso comune essere diffidenti sentendole nominare. Diffidenza e sfiducia colpiscono le grandi opere sulla scia degli scandali del passato. Eppure non sarebbe male sforzarsi di distinguere senza mischiare tutto in un generico rifiuto di ogni innovazione.

Un recente intervento dello scrittore Antonio Pascale sul Foglio ricorda che le grandi opere hanno segnato il passaggio di una gran parte d’Italia dall’arretratezza a condizioni di vita meno gravose per le persone. Di seguito una sintesi e alcuni stralci delle parti più significative del suo scritto.

C’è stato un tempo nel quale le grandi opere erano attese con fiducia da buona parte della popolazione che le desiderava e le chiedeva. Quando l’Enel metteva in piedi una rete di tralicci (“meravigliosi tralicci, così poetici nella luce del tramonto, come graffiti nell’orizzonte, tralicci come giganti, bussole o fari che apparivano tra l’alta vegetazione di un bosco, e porgevano al traliccio successivo i fili dell’alta tensione e quindi, con estrema delicatezza, i fili scivolavano via, superavano dirupi e pendii, acquitrini, paludi, specchi d’acqua, dolce e salmastra”) che portava l’energia elettrica nelle case dei contadini.

Quando gli operai scavavano delle trincee per interrare una rete di tubi che correvano sotto ai campi coltivati e ai frutteti e grazie a quei tubi le persone potevano cucinare semplicemente girando una manopola senza accendere fuochi di carbone o legna e senza trasportare bombole di gas.

Quando ciò accadeva nessuno protestava, anzi, al contrario, gli operai delle grandi opere erano accolti come fosse una festa. “C’è stato un tempo in cui i cittadini non facevano barricate contro una trincea di pochi centimetri scavata nella terra, non gridavano contro gli alberi sradicati”. Nessuno pensava, come sembra quasi normale oggi, che il territorio fosse un luogo sacro, nel quale nulla si dovesse modificare di ciò che era stato fatto nel passato.

Un tempo, ricorda Pascale, le grandi opere erano invocate, portavano luce, acqua e gas e non contava se i tralicci entravano a far parte del paesaggio perché c’era motivo di festeggiare. Sì, fare festa perché prima si doveva lottare con il buio, col freddo, bisognava accendere fuochi o al massimo andare avanti con le bombole del gas. “Pensate che la mattina vi alzate e ciabattando verso la cucina avete un solo unico, assoluto desiderio: se non prendo ora un caffè vado in coma, in catalessi, cado in ibernazione, e quindi, speranzosi, aprite la valvola della bombola del gas, accendete la fiamma e vi accorgete che questa è bassa, fioca, oh no – sussurrate – oh no, e poi la fiamma si spegne, la bombola è finita. Immaginatevi protagonisti di questi micro film e vedete se poi non applaudite gli operai che, grazie a una grande opera, vi portano luce, acqua e gas: li accogliereste a braccia aperte, sacrifichereste il vostro agnello più grasso, non per il figlio prodigo ma per quello che ha scavato, fatto esplodere pezzi di montagna, aperto gallerie, alzato tralicci contro gli elementi e solo per rendervi la vita più semplice”.

Ma, si sa, poi è arrivata la corruzione che ha minato la fiducia. Ma corruzione ed opera sono due realtà diverse e non coincidenti. Oggi poi è il tempo delle analisi costi benefici, ma non tutto si può giudicare a colpi di tabelle. Esiste anche il benessere individuale e collettivo che è difficile da misurare, ma conta, eccome se conta.

Sul filo dei ricordi Pascale ci parla di quando, trent’anni fa, da Caserta andava a lavorare a Roma. Lui e altri casertani discutevano dell’assenza di un treno veloce e sognavano l’alta velocità. Ammucchiati negli scompartimenti dell’Espresso delle 5,30 del mattino, un “lento espresso del sud” pieno di passeggeri, maleodorante e sporco.

“Poi l’alta velocità è arrivata, con molto ritardo, ed ecco: chi l’avrebbe detto che magari i figli di quegli stessi pendolari, quelli che insieme a me hanno visto cambiare la loro vita, quelli che sono passati da assalitori di treni a normali clienti di ferrovie, che quei figli, diventati economisti, poeti, narratori, filosofi, grazie alla luce e alla velocità degli spostamenti, sarebbero andati in tv per dire: a che serve l’alta velocità? Per arrivare un’ora prima? Per fare arrivare le merci (simbolo del capitale ecc.) 45 minuti prima?”

Spesso dimentichiamo che la vita delle persone è cambiata in meglio grazie alle grandi opere. E, invece, è arrivata la sfiducia e il disconoscimento del progetto collettivo di cui erano portatrici senza che ciò portasse ad un progetto migliore, ma solo ad un ripiegamento su se stessi. Che non è molto distante dall’arte di arrangiarsi in fondo: sfiducia nello stato e fiducia solo in se stessi. Di qui alle piccole opere fai-da-te (leggi: abusivismo) il passo è breve. Evidentemente “quello che fa lo stato o che fanno i grandi gruppi è grande, attira interessi ed è potenzialmente corrotto. Quello che faccio io, singolarmente, è piccolo, autentico e gratis”.

La conclusione è che un paese cresce meglio se c’è un progetto collettivo. Meglio una grande opera che dimostri un disegno alla portata di tutti, che una piccola fai da te. Meglio la fiducia e i controlli in grande e seri. Meglio crescere insieme che ognuno per se.

Claudio Lombardi

Qui il link all’articolo sul Foglio

https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2019/01/07/news/gli-sciacalli-dell-immobilismo-231754/?paywall_canRead=true

Il signoraggio e le bufale della TV del governo

Venerdì scorso su Rai 2 è andato in onda “Povera patria” un programma che tratta temi di attualità politica, di cultura e di costume. L’editoriale, curato dal giornalista Alessandro Giuli, era dedicato ad alcune questioni care ai sovranisti complottisti e, ovviamente, ai NO EURO. Nulla di nuovo. Sono le tesi che abbiamo sentito ripetere per anni e specialmente da parte dei partiti che adesso sono al governo. Ricordiamo bene le campagne contro l’euro, per il ritorno alla sovranità monetaria e contro la stessa Unione Europea. E ricordiamo pure quelle che predicavano la cancellazione del debito pubblico identificato come una truffa della finanza mondiale e delle banche. Gli economisti di punta che appartenevano a questa linea di pensiero occupano oggi importanti incarichi istituzionali e dunque perché stupirsi se la TV pubblica posta sotto l’assoluto controllo del governo ripete le tesi tanto care alla loro parte politica?

Certo qualche rompiscatole potrebbe tirare in ballo il pluralismo dell’informazione o il servizio pubblico pagato dai cittadini che non dovrebbe essere nelle mani dei partiti e meno che mai utilizzato per diffondere vere e proprie falsità. Purtroppo quei rompiscatole che nel passato levavano alta la loro voce quando al governo c’era Berlusconi (più la Lega) e c’era il Pd oggi non si fanno sentire più ed hanno accettato tranquillamente che la Rai sia un’agenzia di informazione del governo. D’altra parte al potere ci sono quei “rivoluzionari” dei 5 stelle, come si fa a negare loro il controllo della Rai?

Ma vediamo cosa ha detto di così grave il giornalista Giuli da suscitare una vera e propria ribellione di tanti economisti ed esperti degli argomenti trattati?

In sintesi è partito dal paradosso dell’Italia nazione ricca, ma con un debito di oltre 2300 miliardi di euro spiegandolo così: “Al di là di sprechi, ruberie e spese allegre una risposta sta nella parola signoraggio, il guadagno del signore che stampa la nostra moneta”.

Partendo da questa premessa la storia d’Italia veniva suddivisa in tre fasi. La prima è quella fino al 1981 segnata dalla disponibilità illimitata di moneta da parte dello Stato stampata da una Banca d’Italia obbligata ad obbedire al governo (in realtà nessuna legge lo imponeva, si trattava di una prassi durata dalla metà degli anni ’70 al 1981). La seconda inizia quando Ciampi e Andreatta “liberano la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare titoli invenduti, la banca centrale diventa così un istituto privato che continua a prestare soldi allo Stato con tanto di interessi e il signoraggio diventa così un lievito del nostro debito pubblico“.

Si può immaginare il sospiro di sollievo dei telespettatori, nella loro stragrande maggioranza comprensibilmente ignari della questione, ai quali viene raccontata la favola consolatoria di un debito che nasce dal complotto di due cattivi (al servizio di chi?) che hanno impedito alla Banca d’Italia di continuare a stampare moneta per di più trasformandola in banca privata. Dunque non le baby pensioni, non il clientelismo, non gli sprechi e le ruberie, ma solo la volontà perfida di chi ha voluto cambiare ciò che funzionava così bene.

Ma c’è anche la terza e ultima fase quella della moneta unica: “L’adozione dell’euro e la nascita della Bce completano l’espropriazione“. Giuli chiude la sua favola senza un lieto fine perché il finale i complottisti sovranisti che sono andati al governo ancora non possono scriverlo. Nel loro cuore però ci sono i concetti di cui sopra. Basta ripensare al loro percorso di genuini oppositori dell’Europa, dell’euro e della finanza testimoniati in tutti i modi possibili e immaginabili (scritti, dichiarazioni, video, foto ecc ecc).

Poteva andare tutto bene, ma ci si sono messi di mezzo economisti ed esperti che hanno cominciato a mettere i puntini sulle “i” e hanno denunciato alcune grosse bufale narrate agli ignari telespettatori.

  1. La questione del signoraggio oggetto da anni di una narrazione complottista secondo la quale si permette alle banche private (cioè le banche centrali Bce compresa) di stampare moneta che costa pochi spiccioli intascando il valore nominale della medesima. Falso che le banche centrali siano private e falso che intaschino il valore della moneta messa in circolazione. In realtà quando si stampa moneta la si mette in circolazione (cfr Mario Seminerio sul suo blog https://phastidio.net/2007/12/27/signoraggio-tra-mito-e-realta) attraverso l’acquisto di titoli pubblici che producono un interesse ed è questo che costituisce il guadagno delle banche emettitrici. Tale guadagno però serve per pagare le spese di funzionamento e viene poi girato agli stati di riferimento (la Bce li gira alle banche centrali nazionali). Per quanto riguarda il valore della moneta ci ricordiamo le vecchie banconote in lire? E ci ricordiamo cosa c’era scritto? “Pagabili a vista al portatore” firmato: il Governatore della Banca d’Italia e il cassiere. Che significa quell’annotazione? Un debito. Cioè la banca emettitrice si impegna a ripagare il possessore della banconota del controvalore facciale della medesima. Dunque chi stampa moneta si indebita non si arricchisce del valore della medesima.
  2.  Un’altra grande bufala è l’omissione della parola inflazione. Semplicemente il giornalista Giuli si è dimenticato che prima del famoso “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia l’inflazione era la tassa occulta che colpiva tutti gli italiani (tranne quelli che portavano i soldi in Svizzera). Costantemente a due cifre e persino superiore al 20% creava instabilità economica e minava la coesione sociale. È vero che la Banca centrale stampava moneta a volontà, ma è anche vero che quella moneta valeva sempre di meno. In quegli anni l’inflazione era al centro delle preoccupazioni dei governi perché l’inflazione, come insegnano la storia e l’attualità, può sfuggire di mano trasformarsi in iperinflazione (Repubblica di Weimar, Argentina, Venezuela) e distruggere le società.

Un semplice esempio spiega meglio di tante parole. Ciò che si possiede in moneta o in titoli all’inizio dell’anno deve essere tagliato alla fine dell’ammontare dell’inflazione. Hai 1000? Dopo un anno ti resteranno 1000 MENO l’inflazione. Anche se hai un titolo di Stato l’interesse reale sarà quello nominale meno l’inflazione. È comprensibile che tassi di inflazione del 10, 15, 20 per cento (Italia anni ‘70-’80) sono in grado di impoverire la maggior parte delle persone.

Infine la questione dell’espropriazione. In questo caso si tratta di una falsità ancora più sottile perché vuole instillare nei telespettatori la convinzione di essere stati oggetto dell’imposizione degli accordi europei sui bilanci. Poiché sono anni che la propaganda anti europea batte su questo tasto è facile che per chi ascolta si tratti di una semplice conferma.

Falso. Tutti gli accordi europei sono stati approvati dai governi e dai parlamenti nazionali cioè secondo le regole della democrazia rappresentativa in vigore dalla fine della seconda guerra mondiale.

In conclusione l’occupazione del potere da parte del governo sovranista complottista procede inesorabile e punta sull’indottrinamento a colpi di falsità delle masse che oggi sono soprattutto telespettatori e frequentatori di social network. E procede senza scrupoli perché loro si sentono dei rivoluzionari e pensano di essere i rappresentanti di tutto il popolo. Se li si lascia fare da qui al totalitarismo il passo è breve

Claudio Lombardi  

Il lavoro del futuro e la disuguaglianza della conoscenza

Nel giorno in cui l’informazione è tutta concentrata sul decreto che disciplina il reddito di cittadinanza e quota 100, due misure che puntano sull’assistenzialismo, vale la pena di seguire il ragionamento che l’economista Michele Boldrin svolge sul sito www.linkiesta.it. Il tema è la disuguaglianza ovvero il lavoro in un mondo che sempre più si basa sulla conoscenza. Della futura scomparsa del lavoro se n’era già occupato Davide Casaleggio in un’intervista al Corriere della Sera del 16 gennaio. Per Casaleggio la futura iperproduttività delle aziende, resa possibile dall’intelligenza artificiale e dalla robotizzazione delle principali mansioni lavorative, potrà essere redistribuita consentendo alle persone di allontanarsi sempre più dal lavoro potendo, però, avere un reddito a disposizione. La logica è quella di un vero reddito di cittadinanza, anzi, universale. Come sia possibile prelevare dalle aziende le risorse per finanziare tale misura Casaleggio non lo dice, ma è interessante mettere a confronto il suo pensiero con quello di Michele Boldrin.

L’approccio cambia. Infatti per Boldrin il progresso tecnologico porta sempre con sé un “cambiamento delle mansioni e delle conoscenze di coloro i quali operano per produrre beni e servizi”. E non è cosa di oggi perché ciò accade “da tempo immemore” portando ad un generale miglioramento della condizione di vita media e aumentando il reddito reale dei lavoratori. Non si tratta, però, di un processo indolore perché alcuni finiscono per guadagnare di più ed altri di meno. Processo non indolore e nemmeno automatico, ma condizionato dalle scelte politiche che vengono assunte per gestire la transizione e sostenere quelli che non riescono ad adattarsi al cambiamento.

Nessuna visione palingenetica dunque, ma la puntualizzazione di una strada “già percorsa innumerevoli volte in passato”. Il problema dell’Italia oggi è “saper ritrovare l’ottimismo culturale, la flessibilità sociale e la dinamicità istituzionale” per percorrerla. Perché “la sfida che il cambio tecnologico oggi ci costringe ad affrontare” non è quella della fine del lavoro, bensì un’altra: “la sfida della complessità crescente”.

Si tratta di apprendere e padroneggiare “conoscenze professionali sempre più sofisticate e sempre più difficili” perché “ogni nuova tecnologia richiede nuove conoscenze” e queste sono possibili se c’è un maggior livello di istruzione che, a sua volta, si basa su un più ampio utilizzo delle nostre capacità cognitive. Non è una novità perchè il progresso tecnologico è riuscito a sostituire nel corso dei secoli la forza fisica degli esseri umani con l’intelligenza e la conoscenza.

L’adattamento alle nuove tecnologie è dunque possibile a condizione di “avere accesso all’istruzione adeguata”. E “questo è il compito primario che le politiche pubbliche devono assolvere”.

A questo punto sorge però un problema perché le capacità cognitive che vengono stimolate e utilizzate dall’istruzione “non sono distribuite uniformemente fra le persone” pur essendo diventate “il fattore cruciale nel determinare se una persona sia o meno in grado di utilizzare proficuamente le nuove tecnologie e conoscenze”.

Finora, le persone dotate di minori capacità cognitive e messe in difficoltà dalle nuove tecnologie, sono state relativamente poche e diverse forme di solidarietà sociale sono state in grado di affrontare ed ammortizzare i problemi di adeguamento alle transizioni tecnologiche negli ultimi due secoli.

Oggi la cose si complicano perché “il progresso tecnologico sposta la soglia di proficuo apprendimento” ed aumenta il numero delle persone che hanno difficoltà ad adattarsi. Qui sta, per Boldrin, il problema quantitativamente nuovo della situazione attuale. “Perché un conto è cercare di trovare metodi di sostentamento e ruoli sociali utili per un 5-10% della popolazione e ben altra cosa è farlo per il 30-40%”.

Il fenomeno si sta rapidamente diffondendo e sta creando già oggi “una barriera drammaticamente alta non solo alla mobilità occupazionale ma alla pace sociale stessa”. Infatti “la divisione che sta rapidamente emergendo è fra coloro che hanno le capacità cognitive per utilizzare proficuamente il cambiamento tecnologico e quelli che sembrano non essere in grado di farlo”.

Boldrin non formula proposte, ma è evidente che i vari tipi di sussidi così come le fantasie sulla scomparsa del lavoro servono a poco. Un cambiamento della portata di quello che è in atto si affronta solo con una scelta strategica: investire sulla diffusione della conoscenza e sull’apprendimento con l’obiettivo di stimolare ed indirizzare le capacità cognitive delle persone. Altre strade non esistono, ma il contrasto sulla strada che è stata imboccata dal governo Lega M5S è drammaticamente evidente

Claudio Lombardi

I gilet gialli e la fragilità della democrazia

Qualcuno ha osservato che senza gli scontri settimanali con la polizia ben pochi si sarebbero accorti del movimento dei gilet gialli al di fuori della Francia. Ma anche l’opinione pubblica francese probabilmente avrebbe dato minor peso a questo pseudo movimento se non le fosse stato imposto con la violenza dei sabotaggi, dei pestaggi, delle devastazioni che da settimane tormentano Parigi e diverse altre località. Di fatto una piccola minoranza si è imposta alla stragrande maggioranza con metodi che nulla hanno a che vedere con la normale dialettica politica e sociale che caratterizza un sistema democratico.

I sondaggi valgono quel che valgono, ma i gilet gialli hanno ricevuto comprensione da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica francese. Anche in Italia sembra che il gradimento superi il 60%. Strano fenomeno. La prima osservazione è ovvia: ma se così tanti mostrano di condividere la protesta perché non scendono in piazza anche loro e non si uniscono ai manifestanti? La seconda osservazione riguarda la distinzione tra essere spettatori ed essere coinvolti. Siamo abituati ad assistere ad eventi politici spettacolari e di grande impatto mediatico come spettatori che possono schierarsi per l’uno o per l’altro senza per forza sentirci responsabilizzati. Probabilmente nelle percentuali di quelli che mostrano comprensione e simpatia nessuno gradirebbe la guerriglia urbana intorno a casa sua perché ne pagherebbe le conseguenze. Ma sicuramente nessuno vorrebbe un assetto politico e sociale nel quale minoranze organizzate rovesciano il sistema cioè le istituzioni e le leggi e assumono il comando.

Invece, anche nel caso dei gilet gialli, si ripete uno schema ormai già sperimentato: molti realizzano un transfer tra i propri motivi di insoddisfazione e di rancore (personali e dunque a livello prepolitico), e l’emersione di un movimento che appare deciso a tagliare ogni lungaggine del metodo democratico e ad imporsi a prescindere da impicci procedurali e di consenso.

Colpisce e turba che ogni leaderino da nessuno delegato nelle interviste dica di parlare a nome del popolo. Col suo bravo gilet giallo di ordinanza ciascuno di questi ribelli improvvisati si sente autorizzato a minacciare, a praticare la violenza, a sabotare servizi ed attrezzature pubblici (il 60% degli autovelox è stato distrutto), a chiedere addirittura il crollo del sistema democratico rappresentativo. A questo livello siamo fuori da ogni contesto costituzionale, siamo al sovvertimento rivoluzionario nel quale ci si misura solo sulla forza e nel quale l’unica legge è quella di chi riesce a battere l’avversario.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con un movimento di protesta popolare ed è potuto nascere solo grazie a un duplice fallimento. Le classi dirigenti cioè le cosiddette élite, si sono abituate a considerare immodificabile la crescente disuguaglianza dei redditi e dei benefici che derivano dal sistema economico uscita dagli anni della crisi. Hanno ritenuto che la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno potesse consistere nella sua ripetizione e non trasformarsi in un parametro sul quale impostare le scelte politiche. Si è persa la capacità di immaginare le tensioni e di prevenirle. Ciò che ha concesso Macron dopo l’insurrezione di alcune migliaia di gilet gialli poteva essere deciso prima se solo chi dirige il governo francese avesse mantenuto la capacità di comprendere la società e i suoi bisogni.

In realtà tale capacità è venuta meno per il secondo fallimento, quello del sistema democratico rappresentativo e partecipativo. Come succede per le colline private dei boschi l’onda di piena non ha trovato ostacoli in una mediazione democratica organizzata e si è trasformata in una forza distruttiva. I partiti non contano più nulla o non esistono e i sindacati si sono dimostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione di rappresentanza sociale. Secondo una ben conosciuta analisi entrambi si sono istituzionalizzati cioè si sono identificati con una funzione istituzionale sia parlamentare che di governo che di contrattazione tra attori dei processi sociali. Nessuno ha pensato a mantenere il collegamento con la base elettorale o degli iscritti. È accaduto in tutti i paesi occidentali e ne abbiamo avuto vari esempi anche in Italia. È emblematico il caso del Pd che ha diretto i governi dal 2013 al 2018 e che, dopo la sconfitta elettorale, è precipitato in uno stato confusionale che ha rivelato l’esistenza di una doppia realtà: quella di chi lavorava nelle istituzioni ed elaborava e realizzava le politiche e quella di chi stava nel partito e pensava solo alla mediazione tra gruppi e cordate personali.

Sembra che adesso Macron lo abbia capito e ha preso un’iniziativa importante con il lancio della grande consultazione dei francesi che durerà 60 giorni. E’ già qualcosa, anzi è molto e segnerà il discrimine tra chi punta solo allo sfascio e chi vuole veramente far valere le sue ragioni.

Ma lo svuotamento della democrazia resta ed è la causa dell’incapacità delle élite di comprendere e governare il bilanciamento tra oneri e vantaggi, tra diritti e doveri, tra poteri e responsabilità. La perdita di fiducia è drammatica e lascia un caos sul quale puntano potenti soggetti geopolitici interessati alla disgregazione dell’Europa. Far crollare Macron oggi è la chiave per minare l’esistenza stessa dell’Unione Europea e dell’euro. Non è difficile immaginare che sia gli Usa di Trump sia la Russia di Putin anche per conto della Cina siano le potenze che ricaverebbero i maggiori vantaggi dalla rottura dell’Europa. E non è difficile immaginare che, apertasi una crepa in Francia, stiano facendo di tutto per allargarla il più possibile. Putin è abituato a questo gioco sporco, ma anche Trump non si fa certo scrupoli nello scendere sullo stesso terreno.

La posta in gioco in Francia non è il grido di dolore di una popolazione che ha vissuto la crisi molto di meno di altri e che gode di un livello di benessere e di tutela dei diritti sconosciuto sia ad est che ad ovest. Questo “grido di dolore” è artefatto e pompato da una propagazione mediatica di enorme potenza che ha lo scopo di aumentare la tensione e di suscitare l’identificazione di milioni di persone in tutta Europa con le ragioni dei manifestanti. Gli scontri con la polizia scientemente ricercati ed organizzati sono il requisito mediatico indispensabile per trasformare un piccolo fatto in un grande evento.

In definitiva la posta in gioco non riguarda soltanto la Francia, ma la nostra libertà di europei. Prima lo capiamo e meglio è

Claudio Lombardi

Tra sbarchi e immigrati. La politica dello sfascio

Scrive Francesco Daveri su www.lavoce.info che i dati dell’Onu sugli sbarchi via mare mostrano che gli accordi con la Libia del ministro Minniti hanno prodotto risultati due volte più grandi della chiusura dei porti e della guerra alle Ong del ministro Salvini.

Il calo si è verificato a partire dal 2018 con 115 mila arrivi via mare in Europa contro gli oltre 172 mila del 2017. All’interno del dato complessivo ci sono i 23.371 sbarcati in Italia e gli oltre 57 mila arrivi in Spagna.

Ma cosa ha contato di più: gli accordi voluti da Minniti con le tribù libiche o la chiusura di Salvini? L’analisi dei dati mensili fatta da Daveri porta ad una conclusione: l’effetto Minniti ha portato ad un calo totale di sbarchi pari al 68,9 per cento del totale; l’effetto Salvini ha segnato un 31,1 per cento del totale. Ciò senza considerare che gli effetti delle azioni di Minniti non sono cessati con il cambio di governo, ma sono proseguiti anche sotto la gestione Salvini.

Dunque la durezza di per sé non è risolutiva mentre molto più produttiva è la strada di bloccare le partenze. Su questo dovrebbe concentrarsi il governo. Non da solo, però, ma puntando al coinvolgimento degli altri paesi europei. In sostanza la strategia elaborata già col governo Renzi (Migration compact) e proseguita con Gentiloni è ancora l’unica guida sicura per affrontare un problema complesso come quello della migrazione dall’Africa.

La vicenda dei quarantanove migranti a bordo delle navi al largo di Malta e che sembra essersi risolta oggi sta, però, mettendo in evidenza le ipocrisie del M5S e della Lega che si lamentano perché l’Europa non farebbe la sua parte, ma non fanno nulla per spingerla a cambiare. Nell’ormai mitico contratto di governo è precisato che “È necessario il superamento del Regolamento di Dublino” per ottenere “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue”. Sembrerebbe un impegno preciso, tra l’altro spinto e rafforzato da una riforma del suddetto regolamento approvata dal Parlamento europeo nel novembre 2017 nella quale si proponeva l’abolizione del principio del paese di primo ingresso. All’epoca non c’era ancora il contratto e non c’era il governo e così la Lega si astenne e il M5S votò contro.

Ma da giugno è operativo il nuovo governo e, in base al contratto, dovrebbe perseguire la stessa riforma votata dal Parlamento Europeo. Lo sta facendo? Ovviamente no.

Abbiamo invece avuto il cosiddetto decreto sicurezza che affronta il problema dei migranti già presenti nel territorio nazionale, regolari e irregolari. Come è noto chi ha la protezione umanitaria la perde e viene escluso dalla rete Sprar oltre a non poter più iscriversi all’anagrafe. Rischiano la stessa sorte anche coloro che vengono privati del contratto di lavoro che giustifica il permesso di soggiorno. In entrambi i casi, invece di dare un’identità e regolarizzare centinaia di migliaia di persone che sarà impossibile rimandare nei paesi di provenienza, li si trasforma in irregolari privi di assistenza e di percorsi di integrazione. Si crea dal nulla un gigantesco problema sociale, di convivenza civile, di sicurezza.

Come si spiega che la riforma del regolamento di Dublino non sia al centro della politica del governo sull’immigrazione? E come si spiega che non vi sia nemmeno l’integrazione di chi già vive qui?

La risposta è una sola: non si vogliono affrontare i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione; si vuole che tutto resti aperto in modo da poter generare un clima di emergenza permanente. Se questi problemi fossero risolti, verrebbe meno il principale motore della propaganda sovranista. Tutto deve rimanere sospeso in modo che anche 49 migranti possano diventare un pretesto di eccitazione dell’opinione pubblica.

Ciò che conta per Salvini è avere migranti per strada e farli passare per il pericolo pubblico numero uno. E avere migranti per mare per spaventare gli elettori.

Uno schemino semplice semplice: c’è un problema, lo si usa per farci una campagna elettorale stando all’opposizione. Una volta conquistato il governo, il problema lo si lascia intatto o si cerca di aggravarlo in modo da poter continuare a specularci su. In mezzo ci sono milioni di italiani e di immigrati usati gli uni e gli altri per costruire la scalata al potere assoluto. Salvini e i 5 stelle stanno facendo esattamente questo

Claudio Lombardi

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

1 2 3 43