Trasporto pubblico: un referendum per i diritti degli utenti

atac sciopero

L’incidente nella metropolitana di Roma (una donna rimasta incastrata in una porta e trascinata per un lungo tratto) per quanto spettacolare e terribile non aggiunge molto a ciò che gli utenti di metropolitane e autobus già non sapessero. Si è trattato di un evento ovviamente casuale perchè il trasporto pubblico contiene in sé elementi di rischio che, forse, non possono essere del tutto eliminati, ma previsti e prevenuti sì però. Per questo le procedure di funzionamento di una metropolitana devono essere estremamente rigorose così come la guida degli autobus che percorrono le strade.

metropolitana RomaMa rigorose devono essere anche le persone che fanno funzionare il trasporto pubblico e devono porre davanti a tutto il servizio. Invece sono anni che davanti ci sono rivendicazioni sindacali e interessi di gruppi di lavoratori. Non sono gli unici perché chi dirige le aziende dei servizi, spesso, non è selezionato per le sue competenze, bensì per intrecci di interessi politici o clientelari.

Affermazioni generiche? Non tanto se si pensa al caso romano dell’Atac, azienda pubblica che gestisce il sistema dei trasporti pubblici nella Capitale. Passata attraverso vicende piuttosto scandalose ed oscure che durano da tanti anni, di fatto fallita benché infarcita di personale e dotata di un agguerrito sindacalismo non è certo l’azienda che si porterebbe come esempio dei benefici effetti della proprietà pubblica delle aziende contro quella privata nei servizi. Che il M5S dica adesso che la messa a gara del servizio cioè l’apertura ai privati dopo un monopolio di Atac che dura da sempre, non è la soluzione è un pietoso pretesto per non dire la verità.

E la verità è che Atac, Ama e le altre aziende comunali sono la prima “industria” di Roma perché occupano decine di migliaia di persone e fanno muovere miliardi di euro. Portano voti e potere per i politici che le controllano. Se gli organismi del governo locale si limitassero ad assegnare a gara il servizio e a svolgere la funzione di controllo che spetta loro perderebbero molto di questo potere, ma i cittadini avrebbero la speranza di un servizio migliore perché se chi vince la gara non sta ai patti e lavora male si può sanzionare e cambiare. Se, invece, chi lavora male è l’azienda di proprietà del comune di Roma, non la si può cambiare.

scioperoI romani ormai non si stupiscono più di niente. Due anni fa i macchinisti della metropolitana attuarono uno sciopero bianco di un mese contro l’obbligo di timbrare il cartellino. Purtroppo Atac si regola su un Regio decreto del 1931 che non cita tra le infrazioni parlare al telefono, chattare, ospitare in cabina altre persone che non dovrebbero esserci oppure mangiare come pare sia capitato nell’incidente di qualche giorno fa. E se il Regio decreto non lo dice come si fa a punire chi compie quelle azioni? Che vengono compiute costantemente tanto per dimostrare chi è che comanda sui bus e sulle metro romane. E non parliamo degli incendi che hanno colpito tanti bus andati a fuoco nell’ultimo anno. Una stranezza che capita solo a Roma. Sembra che nel trasporto pubblico romano tutto sia possibile. Tranne toccare i “sacri” diritti dei lavoratori.

No, come si dice da queste parti, le chiacchiere stanno a zero. Bisogna prendere atto che ormai nel campo dei trasporti pubblici la vera controparte delle lotte sindacali è costituita dagli utenti dei servizi, gli unici che subiscono i disagi degli scioperi o dello stato scadente del servizio. E che la moltiplicazione delle sigle sindacali ha reso obsoleta la normativa che disciplina lo sciopero nel trasporto pubblico.

mobilitiamo romaE allora che bisogna fare? Cambiare strada rendendo più difficile proclamare uno sciopero, pretendendo prima l’elenco delle adesioni in modo da poter organizzare i servizi alternativi ed eventualmente chiedendo un voto preventivo dei lavoratori. Perché è davvero troppo facile che un sindacatino proclami uno sciopero che ottiene l’effetto di paralizzare comunque il servizio perché non si sa prima chi vi aderisce.

Occorre cambiare strada. L’unico modo è che cessi il monopolio di Atac e che il servizio sia messo a gara come chiede il referendum promosso dai radicali (http://mobilitiamoroma.it/). La raccolta delle firme è in corso e ci sono sicuramente milioni di romani interessati a che le cose cambino. Non saranno interessati i dipendenti di Atac probabilmente, ma ormai è tempo che i cittadini si ribellino anche a loro. Non tanto stranamente nessun partito romano appoggia il referendum, nemmeno il Pd che avrebbe tante ragioni per cogliere l’occasione di una svolta storica. Probabilmente tutti hanno partecipato alla gestione clientelare dell’Atac e adesso hanno le mani legate. Peggio per loro. I romani giudicheranno dai fatti non dalle chiacchiere

Claudio Lombardi

Migranti: l’Italia si è fregata da sola

sbarchi migranti

Migranti. Più si va avanti e più i nodi vengono al pettine. Ovviamente nessuno può fermare le migrazioni, ma i tempi e i modi vanno governati e devono tenere conto delle società verso le quali si muovono i migranti che non possono essere solo destinatarie passive di qualcosa sul quale nessuno può intervenire. Di questo si tratta e non di una disputa di principio sul diritto degli esseri umani a spostarsi sul pianeta che, come tale, non esiste. A meno che non si riconosca un’autorità sovrannaturale cui spetta governare il mondo. Oppure a meno che ciò non avvenga nel quadro di una politica di gestione dell’accoglienza. Di questo si tratta.migrazioni umane L’Italia non può permettersi di accogliere ogni anno 200mila persone, questo ormai è chiaro. Eppure gli arrivi non si fermano. Come mai? Sicuramente con le migliori intenzioni e cioè a patto che ci fosse una ridistribuzione di migranti e che la spesa per l’accoglienza fosse scorporata dal deficit il governo italiano ha accettato che le missioni di salvataggio e pattugliamento nel Mediterraneo facessero capo al nostro Paese e che gli sbarchi si concentrassero nei nostri porti. Non si capisce se l’accordo contemplasse il ruolo delle Ong le cui navi, come è noto, si sono spinte fino davanti alla costa libica e, secondo ipotesi avanzate dai magistrati che stanno indagando in proposito, anche oltre la linea delle acque territoriali e, con modalità tali, da far pensare ad un coordinamento con i trafficanti (trasponder spenti, segnalazioni luminose, telefonate). Ciò ha portato ad uno stravolgimento delle finalità della missione Triton che non era principalmente quello di raccogliere i migranti in mare e, meno che mai, a poche miglia dalla costa libica. Triton doveva servire innanzitutto per sorvegliare le frontiere e per dare la caccia agli scafisti. Le Ong si sono assunte un ruolo e si sono prese uno spazio che non dovevano avere perché la decisione su quanti immigrati accogliere spetta ai governi e non ad organizzazioni umanitarie di varia provenienza non tutte trasparenti circa i finanziamenti e le finalità.

missione tritonLa sensazione è che l’Italia sia stata oggetto di decisioni prese da altri stati per tutelare i propri interessi nazionali e dispiace che i governi Letta, Renzi e anche Gentiloni non si siano innanzitutto assunte le responsabilità di una condotta che ha portato il Paese ad una situazione critica.

Spagna, Francia, Germania, Austria e paesi dell’est hanno messo in sicurezza le proprie frontiere con misure severe e decidendo di pagare la Turchia a suon di miliardi di euro perché assorbisse la massa dei migranti sul suo territorio. Nel Mediterraneo, invece, si è gettato sulle spalle dell’Italia la gestione di un flusso di migranti ad di fuori di qualsiasi previsione e di qualunque controllo.

Il guaio fatto nel 2011 con il rovesciamento del regime di Gheddafi adesso lo paga l’Italia e viene meno ogni solidarietà europea.

Che i migranti non siano solo un problema umanitario dovrebbe essere chiaro a tutti e la litania dell’”accogliamoli tutti” o della ridistribuzione comune per comune ha fatto il suo tempo. Renzi sui migrantiHa giustamente detto Renzi che non esiste un dovere morale di accogliere tutti perché l’accoglienza ha un senso se si riferisce a numeri limitati di persone per le quali si può pensare ad un’integrazione vera. Magari se lo avesse detto quando era Presidente del Consiglio sarebbe stato meglio invece di comunicare con la retorica del buonismo e dell’ottimismo e assumere impegni inadeguati alle nostre possibilità. Quando la migrazione diventa un fenomeno di massa destabilizza equilibri sociali, economici e umani di una comunità. L’idea di ripartirli comune per comune inoltre è una pia illusione perché ignora che si tratta di sistemare persone prive di tutto, che vanno mantenute per molto tempo e senza che abbiano nulla da fare. Soprattutto ignora che in gran parte dei casi si tratta di persone che non vogliono rimanere in Italia e, meno che mai, andare a popolare borghi sperduti sulle nostre montagne.

Quelli che arrivano sono in gran parte giovani attratti dal miraggio delle ricchezze con le quali l’Occidente si rappresenta nel mondo. La fuga dalla guerra in Siria ha permesso l’esplosione della retorica umanitaria e ha coperto un fenomeno di tipo ben diverso peraltro in atto da molti anni e che ha portato in Europa milioni di persone che non sono attratte dalla nostra cultura, dalla libertà, dalla democrazia. Ignorare le vere motivazioni di chi arriva fin qui è una forma di idealismo insensato buono per una predica, religiosa o laica, ma inutile per gestire uno Stato. Anzi dalla divaricazione tra motivazione economica e attaccamento alle proprie radici culturali derivano tante delle tensioni di un’integrazione non voluta dagli stessi immigrati.

Tutto ciò premesso si può dire che l’Italia si è fregata da sola? Sì, si può dire e bisogna che lo si riconosca e che si assumano decisioni drastiche in tempi brevi. Adesso il governo si sta muovendo bene e, sembra, con le idee chiare. Speriamo che non si faccia prendere in giro da assicurazioni e promesse. L’esplosione demografica in Africa che è prevista nei prossimi trent’anni non ammette sottovalutazioni

Claudio Lombardi

Perché non abbiamo il Mattarellum

legge elettorale mattarellum

Ma come mai stiamo ancora qui a girare intorno ad una legge elettorale che sembra la pietra filosofale che tutti cercano e che nessuno trova? Obiettivamente è una perdita di tempo colossale che ha frenato il Parlamento ed ha condizionato alleanze e governi. Una spiegazione ce la fornisce il Foglio con un articolo nel quale si risale alla sentenza della Corte Costituzionale del 4 dicembre 2013 con la quale si dichiarò incostituzionale la legge Calderoli cioè il famoso Porcellum. In quella occasione i giudici decisero di abrogarla parzialmente lasciando in vigore soltanto alcune norme e creando le premesse perché si dovesse pensare ad una nuova legge elettorale. Avrebbero potuto fare diversamente? Secondo il Foglio sì, i giudici avrebbero potuto abrogare totalmente il Porcellum provocando l’automatica reviviscenza della legge precedente, l’altrettanto famoso Mattarellum.

corte costituzionaleI giudici scelsero la strada dell’abrogazione a pezzi, secondo il Foglio, per ragioni squisitamente politiche e cioè per non pregiudicare il minimo di stabilità che si era raggiunto in un Parlamento che era stato eletto soltanto pochi mesi prima. D’altra parte le forze politiche non manifestarono alcun interesse per il ritorno al Mattarellum e così rinunciarono ad esercitare sui giudici qualunque forma di pressione persuasiva (moral suasion). Nulla di scandaloso: i giudici infatti non decidono in un empireo fatto di norme astratte, ma tengono conto degli effetti delle loro decisioni e del contesto.

Fu così che il Parlamento dopo quel 4 dicembre ebbe come suo compito precipuo quello di approvare una legge elettorale valida per poi concludere la legislatura ed andare a nuove elezioni. Ovvio, ricordiamo tutti il coro di sottofondo che ad ogni passo denunciava la pretesa illegittimità del Parlamento in carica e, dunque, non ci si può stupire che la ricerca di una legge elettorale fosse avvertita come un’esigenza primaria.

Ricerca quanto mai difficile. Si trattava pur sempre di quel Parlamento che dimostrò la sua incapacità di eleggere persino un Presidente della Repubblica e che acclamò Napolitano che accettò il reincarico con un discorso molto duro nei confronti dei parlamentari.

mozione GiachettiEh ma allora perché non l’hanno proposto i partiti di maggioranza il ripristino del Mattarellum magari anche anticipando il giudizio della Consulta? Già, perché? Un passo indietro. Nel maggio del 2013, appena si seppe della decisione della Cassazione di inviare alla Consulta il ricorso sulla legge Calderoli, partì un’iniziativa trasversale di 84 parlamentari di varie forze politiche promossa da Roberto Giachetti del Pd a favore del ritorno alla legge del 1993. Incredibilmente questa iniziativa fu duramente contrastata dall’allora Presidente del Consiglio Enrico Letta perché in quel momento il governo era sostenuto da una maggioranza tra Pd e Forza Italia e quest’ultima era fortemente contraria al sistema elettorale precedente a quello voluta da Berlusconi nel 2005.

In quel momento il Pd era diretto da Guglielmo Epifani succeduto a Bersani che si era dimesso proprio agli inizi di maggio. Giachetti fu lasciato solo e la sua iniziativa cadde. È legittimo pensare che il gruppo dirigente di quel partito fu totalmente d’accordo con Letta e ignorò la questione di un Parlamento eletto con una legge che sarebbe stata certamente abrogata dalla Corte Costituzionale e la cui operatività sarebbe stata messa in discussione perché da quel momento il tema dominante della legislatura non sarebbe più stato il governo del Paese, bensì la legge elettorale da approvare.

Il governo Renzi travolse questo italico tirare a campare imponendo una legge elettorale nettamente maggioritaria e una riforma costituzionale rivoluzionaria entrambe travolte nel referendum del 4 dicembre.

Ed ecco perché stiamo ancora qui a parlarne come se fosse un problema irrisolvibile

Claudio Lombardi

Elezioni: il ritorno della destra e della sinistra?

destra e sinistra

Ma veramente l’elettorato sta andando di nuovo verso una polarizzazione fra destra e sinistra? I commenti sui risultati delle elezioni amministrative si sono concentrati sul calo del M5S e solo in seconda battuta hanno messo in risalto l’affermazione dei candidati di centro destra. Eppure sembrava che Forza Italia e la Lega si fossero ormai allontanate, con la seconda all’inseguimento della demagogia, della protesta e del populismo. E, invece, secondo il professor Giovanni Orsina “il centrodestra è vivo perché l’Italia è un Paese di destra e i suoi elettori non se ne sono mai andati”. E, si potrebbe aggiungere, sono sempre in cerca di chi li possa rappresentare.

amministrative 2017Sia nelle elezioni generali del 2013 che nelle elezioni amministrative dell’anno scorso (soprattutto Roma e Torino) c’è stato uno spostamento di voti dalla destra al M5S; niente di strano che in questo primo turno di amministrative si sia verificato il fenomeno opposto con un ritorno alla destra dopo che gli elettori hanno sperimentato la scarsa efficacia del voto di protesta a Grillo.

Ma non è questo il punto. Spesso si parla di elettori di destra e di sinistra come se si trattasse di stock di voti sempre a disposizione dell’uno e dell’altro orientamento e non di persone che decidono se e chi votare in base ad una molteplicità di motivazioni che variano di volta in volta e che si traducono in un mix di elementi ideali, di interesse e di giudizio sui fatti che si forma e si riforma di continuo.

Perché mai un elettore dovrebbe “essere” di sinistra o di destra? Un elettore non può stare dentro un’etichetta che vari aspiranti rappresentanti si contendono. Per esempio cosa vuol dire “essere” di sinistra? Esiste forse una definizione scientifica di cosa sia la sinistra? Evidentemente no. E lo stesso si può dire della destra.

concretezza (2)Esistono invece degli orientamenti culturali che guidano le scelte politiche di varie formazioni, ma è piuttosto difficile che l’elettore si basi soltanto su queste. Ed è fuorviante quando si dimentica la concretezza dei problemi e ci si rifugia negli ideali dentro i quali si tenta di infilare il mondo reale.

Prendiamo un esempio fra i tanti: gli immigrati. È di questi giorni la notizia che si è svolto un incontro a Berlino chiamato G20 per l’Africa. Lo scopo è quello di impostare una strategia di interventi a sostegno dello sviluppo per permettere ai giovani di restare nei loro paesi invece di prendere la strada della migrazione. Corrisponde a ciò che l’anno scorso il governo italiano propose all’Europa attraverso il Migration compact che anticipava questa scelta strategica. Una strategia che si sta già attuando con l’intenso lavoro diplomatico dell’Italia nei confronti delle tribù libiche allo scopo di attivarle per sorvegliare le frontiere sud da dove passa il flusso dei migranti.

Se si volesse definire tutto ciò con parole semplici si potrebbe dire che la cosa più sensata per tutti è aiutare chi cerca una vita migliore a trovarla nel proprio paese. Una tale affermazione, fino a ieri, era considerata di destra eppure è evidentemente di comune buon senso perché nessun paese, a meno che non sia l’ovest degli Stati Uniti all’inizio dell’800, può sopportare il continuo afflusso di migranti che ha avuto l’Italia negli ultimi anni. Bisognava prendere coscienza prima che non esiste altra soluzione alla migrazione dall’Africa senza invischiarsi in astrusi ragionamenti sull’accoglienza a prescindere da qualunque limite.

migration compactDi comune buon senso è anche riconoscere che una massa di persone prive di tutto esercita una pressione nei confronti dei ceti più disagiati perché compete per il lavoro, per i servizi, per gli spazi comuni.

Serve a poco dire che nel 2050 avremo bisogno di un tot di lavoratori in più che la nostra crescita demografica non ci può dare. Lo scopriremo strada facendo da oggi ad allora, ma non è questo un buon motivo per accogliere con gioia l’arrivo di 200mila persone l’anno alle quali letteralmente non sappiamo cosa far fare e dove collocarle.

Tutto ciò è parlare come la destra? Niente affatto. Disconoscere questa realtà non aiuta a cancellarla e non esime i politici dal dare risposte credibili.

Piuttosto bisognerebbe indagare di più sull’affermazione di Orsina secondo il quale “l’Italia è un paese di destra”. Forse si scoprirebbe che è di destra anche perché ha bisogno di risposte concrete che dall’altra parte non arrivano in maniera convincente.

Dunque che torni il bipolarismo destra-sinistra può non significare nulla se non si capisce che la politica non è retorica affermazione di etichette, ma soluzioni per il governo della società. Vince non chi conquista il centro, ma chi è più credibile

Claudio Lombardi

La legge elettorale e il gioco dell’oca

legge elettorale

Nel gioco dell’oca se si arriva alla casella 58 si torna alla 1 e il gioco ricomincia. Qualcosa di simile è accaduto oggi sulla legge elettorale. Lasciamo perdere l’occasione (in tutte le battaglie parlamentari c’è un emendamento o un voto killer) e concentriamoci sull’immagine di una parte della classe dirigente politica incapace di definire e approvare una legge elettorale. Non è affatto la decisione più complicata che possa toccare ad un parlamento. In fin dei conti si tratta solo di stabilire le regole del gioco democratico. Basterebbe anche solo copiare uno dei sistemi elettorali che già hanno dato buona prova in altri paesi. In Europa ce ne sono almeno tre: quello francese, quello tedesco e quello inglese. Se hanno funzionato lì perché non dovrebbero farlo da noi?

elezioniMa basterebbe anche solo ripristinare il sistema elettorale approvato nel 1993 (“mattarellum”). Ha funzionato bene fino a che Berlusconi, gli ex missini e la Lega vollero sostituirlo con il “porcellum” (legge 270 del 2005). L’intenzione era quella di assumere un controllo assoluto sugli eletti e di tagliare la strada al centrosinistra. In realtà non raggiunse nessuno dei due obiettivi poiché le maggioranze riflettevano comunque gli orientamenti del corpo elettorale e i parlamentari cambiarono gruppo più che nel passato. Comunque la legge fu dichiarata incostituzionale nel 2014. Un anno e mezzo dopo fu approvata una nuova legge elettorale (“italicum”) come parte di una generale riforma del sistema istituzionale che fu effettivamente approvata dal Parlamento, ma, sottoposta a referendum, fu bocciata dal voto del 4 dicembre 2016. Successivamente la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del ballottaggio e così smontò la legge che, comunque, era stata concepita solo per l’elezione della Camera dei deputati e dopo il fallimento della riforma costituzionale doveva essere riscritta.

confronto legge elettoraleDopo che sulla legge elettorale e sulle riforme costituzionali si è discusso per anni bisogna dare atto al governo Renzi di aver avuto la capacità di arrivare ad una conclusione su entrambe. Chiaramente la bocciatura della riforma costituzionale ha rimesso tutto in discussione e anche la recente proposta del Pd di tornare alla legge del 1993 o di prenderla a base di un nuovo testo è stata respinta da quei partiti che hanno puntato fin dall’inizio sul ritorno al proporzionale.

La proposta ispirata al sistema tedesco sulla quale era stato raggiunto un accordo tra i quattro maggiori partiti era un compromesso tra la posizione a favore del maggioritario del Pd e quella per il proporzionale con preferenze del M5S. Adesso il compromesso è saltato probabilmente perché il M5S ha intuito che avrebbe pagato un prezzo per la sua scelta. È anche probabile che ci fosse il disegno di addossare al Pd la responsabilità di un sistema elettorale che avrebbe reso indispensabile una qualche alleanza per formare una maggioranza. Con estrema disinvoltura si è passati dall’attacco a Renzi e al Pd con lo slogan dell’uomo solo al comando a quello dell’inciucio con Berlusconi aggiungendoci anche il disegno di far finire la legislatura prima del 2018.

bugiePurtroppo è vero che una bugia gridata forte e ripetuta più volte diventa una mezza verità. Si sa l’opinione pubblica è impressionabile e così magari non fa caso che si attacca il Pd per ciò viene programmato o proclamato da altri. Dell’intenzione di Renzi di far cadere il governo per anticipare il voto si è parlato diffusamente anche se sulla base di impressioni dei commentatori. Sull’obiettivo dichiarato di far finire la legislatura da parte del M5S, della Lega e anche di una parte dei gruppi a sinistra del Pd invece si è sorvolato. Si vede che chi informa l’opinione pubblica vuole far prevalere le proprie impressioni sui fatti o semplicemente ha fatto la sua scelta politica e la ammanta di oggettività. Oggi la sola posizione che può aiutare a fare chiarezza è il ritorno al “mattarellum”, ma proclamato a voce alta da chi lo ha già proposto e cioè il Pd. Spiegassero gli altri perchè non lo vogliono.

Claudio Lombardi

La nostra guerra al terrorismo

terrorista islamico

Anche noi dobbiamo combattere la nostra guerra contro il terrorismo. Non con le armi, ma con le parole, con l’esempio e con le azioni. Ciò che è accaduto in Francia, Belgio, Germania, Regno Unito, Svezia negli ultimi due anni non ha eguali nella storia recente. Dal 2001 in poi attentati organizzati da gruppi del fondamentalismo islamico ce ne sono stati tanti, ma ciò che colpisce oggi è la rapida successione di azioni più o meno improvvisate nelle quali il supporto logistico e l’addestramento di tipo militare lascia il posto a quello psicologico.attentato Londra Se un tizio decide di aggredire con un coltello chiunque gli passi davanti non gli serve una specifica organizzazione bensì una motivazione e il convincimento di stare dalla parte del giusto. A questo provvede la fascinazione esercitata dalla versione attuale del fondamentalismo islamico che, a differenza, della vecchia Al Qaeda ha conquistato il potere in un territorio molto ampio con una vera e propria guerra. Che oggi l’Isis la stia perdendo non conta sia perché i suoi avversari non hanno ancora deciso di vincerla e così facendo fanno apparire l’esercito dei guerriglieri molto più forte di quanto non sia; sia perché l’effetto di trascinamento si propaga con mezzi di comunicazione che nel passato non sono mai stati usati dai terroristi.

L’Isis non si nasconde e mostra tutto di sé perché ha deciso di ergersi a leader di un riscatto islamico che individua i suoi nemici innanzitutto nei governi dei paesi a maggioranza musulmana. Grazie alla resistenza dell’Isis in guerra e grazie alla potenza di internet dal cuore dell’Africa agli Usa, dall’Europa al lontano Oriente molti sono stati incoraggiati ad abbracciare un’identità già pronta e ad agire in suo nome.

multiculturalismo in occidenteNon stupisce che questa assoluta novità abbia trovato seguaci anche nei paesi europei nei quali l’accoglienza è stata comunque più generosa e condiscendente con le spinte a coltivare le proprie specificità culturali e religiose. Inoltre che molti attentatori fossero, in realtà, a tutti gli effetti cittadini francesi, tedeschi o inglesi dimostra che la fascinazione dell’Isis ha colpito nel segno fornendo identità e programma di azione a persone confuse, fragili e violente. Ce ne sono tante nelle nostre società occidentali e non necessariamente si manifestano aggrappandosi al mito di una religione della quale spesso hanno solo sentito parlare. Persone che vivono ai margini negli interstizi che abbondano in società aperte e libere e con molti scrupoli a reprimere comportamenti delinquenziali. La maggior parte sfocia nella criminalità o in devianze di vario tipo; alcuni trovano sul mercato delle ideologie quella dell’Isis e si ricordano di avere qualcosa in comune con quel mondo di simboli religiosi e identitari.

fondamentalismo islamicoAnzi, il fatto che il fondamentalismo islamico nella versione terroristica trasmetta un’identità forte che non ammette compromessi compie una selezione tra i suoi simpatizzanti che probabilmente non sono pochi. Diventare un martire, se non si parte dalla decisione di suicidarsi, significa credere in una serie di favolette che dovrebbero risultare indigeste per chi vive la vita di un europeo. Eppure tanti giovani si sono uccisi sia in Europa che direttamente in Siria ed Iraq con la convinzione di andare verso una vita ultraterrena fatta di agi e piacevolezze.

Tutto ciò deve suscitare una reazione diffusa che non può limitarsi al lavoro della polizia e dei servizi segreti. Ovviamente bisognerebbe che in Medio Oriente si eliminasse il problema Isis. Aiutato per troppo tempo in funzione della guerra tra sunniti e sciiti dietro la quale c’era e c’è una ben più concreta guerra per la supremazia territoriale nei paesi arabi a cavallo tra Africa e vicino oriente. Se l’Isis non è stato sconfitto finora è perché non gli è stata fatta la guerra se non dai curdi, da Assad e dagli iraniani. L’Arabia Saudita, gli Emirati, il Qatar, la Turchia anche per conto degli Usa hanno supportato l’Isis perché lo scopo era respingere l’influenza iraniana, conquistare la Siria e spartirla.

valori occidentePer quanto riguarda noi è giunto il tempo di dare un calcio a tutte le teorie che hanno predicato la possibilità di rifiutare i valori occidentali coltivando la propria estraneità e il proprio isolamento. Il multiculturalismo ha prodotto solo disastri. Bisogna affermare che i cosiddetti valori occidentali sono conquiste di tutta l’umanità sulle quali non è consentito transigere. Non c’è religione che tenga se tu vivi qui ti attieni alle nostre regole.

Noi italiani francesi inglesi tedeschi svedesi ecc, dobbiamo essere convinti che sia giusto così e dobbiamo rivendicare l’assoluta superiorità di alcuni principi basilari: libertà dell’individuo, parità di genere, separazione tra potere civile e religione. Questi principi sono i valori ai quali siamo arrivati in secoli di storia passando attraverso guerre terribili con un’evoluzione culturale che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Dobbiamo solo esserne consapevoli e difenderli

Claudio Lombardi

Irpef una riforma da fare

carico fiscale

Per ora se ne parla poco e quasi solo sui siti specializzati e in ambiti ristretti, ma di certo il tema della riforma dell’ Irpef prima o poi emergerà alla luce dell’attualità politica. Diciamolo con le parole di ricercatori e studiosi che sul sito www.lavoce.info hanno avviato da tempo una discussione sul tema.

1.L’urgenza di una riforma dell’Irpef. La principale criticità dell’attuale Irpef è “l’elevato livello delle aliquote marginali e medie, e di quelle marginali effettive, che a causa di detrazioni decrescenti rispetto al reddito sono ancora più alte di quelle formali, soprattutto a redditi medio-bassi”.

2.L’equità. Secondo Dario Stevanato il sistema impositivo è cambiato rispetto alle sue intenzioni originarie. Non si tratta più di un’imposta personale sul reddito, ma di un insieme di “imposte reali sulle singole categorie di reddito, tassate con aliquote proporzionali, accanto a un’imposta speciale progressiva sui redditi di lavoro”.

equitàL’esempio che porta l’autore è quello dei redditi di capitale tassati in “modo sostitutivo e proporzionale, con aliquote differenziate: proventi finanziari, capital gain, canoni di locazione, plusvalenze immobiliari, pagano aliquote diverse l’una dall’altra”.

Inoltre “alcuni redditi con preponderante componente lavorativa scontano miti aliquote proporzionali (autonomi minimi) o sono esentati (imprenditori agricoli). Quanto ai redditi di impresa individuale o società di persone, l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale) consente di tassare gli utili con la stessa aliquota dell’Ires”.

E quindi?

L’insieme di questi micro-sistemi sostitutivi secondo Stevanato “viola il principio di equità orizzontale e attua una discriminazione qualitativa alla rovescia, in genere penalizzando i redditi di lavoro – dipendente e autonomo – rispetto a quelli fondati sul capitale”.

Per queste ragioni l’autore ritiene giustificata la riduzione delle aliquote effettive sui redditi di lavoro “di fatto gli unici che oggi pagano aliquote progressive”.

aliquote irpef3. Le aliquote reali. Ruggero Paladini e Fernando Di Nicola analizzano le aliquote Irpef dimostrando che sono meno delle cinque formali stabilite dalle normative. Chiaramente viene presa in considerazione l’imposta netta effettivamente prelevata ai contribuenti. Ciò comporta che “già sopra i 28mila euro incominciano a esserci contribuenti con un’aliquota marginale vicina al 42 per cento e spesso superiore al 43 per cento”. L’obiettivo diventa quindi far scendere le aliquote marginali e medie per i lavoratori con redditi bassi e medi, ma alzandole per i redditi più elevati (da 200mila euro in su).

4. Il sistema attuale è iniquo perché fa pagare troppo a pochi. Questa è la questione di fondo che, insieme all’evasione fiscale, schiaccia i contribuenti onesti e fa mancare soldi allo Stato. Una ricostruzione dei flussi fiscali compiuta sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla è impressionante.

“Nel 2015, il 45,48% dei cittadini — 27,59 milioni di abitanti —ha pagato 185 euro di Irpef a testa; in pratica solo il 4,87% dell’Irpef totale.   (…)  I dichiaranti nel 2015 sono stati 40,77 milioni ma solo 30,9 milioni hanno presentato una dichiarazione dei redditi positiva, per cui considerando che gli italiani sono 60,665 milioni, possiamo dedurre che oltre la metà (50,9%) degli italiani non ha reddito, ovvero è a carico di qualcuno”.

contribuenti fiscoIn particolare “i primi 18.542.204 contribuenti (il 45,48%, di cui 6.704.584 pensionati), dichiarano redditi lordi da 0 a 15 mila euro, quindi vivono con un reddito medio mensile di circa 625 euro lordi, meno di quello di molti pensionati (mediana di 7.400 euro). Questi 18.542.204 contribuenti, cui corrispondono 27,59 milioni di abitanti, anche grazie alle detrazioni, pagano come dicevamo all’inizio, 185 euro l’anno di Irpef. La spesa sanitaria pro capite è pari a circa 1.850 euro, per questi primi tre scaglioni di reddito la differenza tra l’Irpef versata e il solo costo della sanità ammonta a 50,13 miliardi che sono a carico degli altri contribuenti; e parliamo solo della sanità ma poi ci sono tutti gli altri servizi di Stato ed enti locali che qualcun altro si dovrà accollare”.

E quindi chi paga? Sopra i 300 mila euro lo 0,08% dei contribuenti paga il 4,92% dell’Irpef complessiva. Sopra i 200 mila euro di reddito lo 0,2% dei contribuenti paga il 7,56% dell’Irpef. Sopra i 100 mila euro l’1,08% paga il 17,22% dell’Irpef. Se si mettono tutti insieme a chi ha redditi lordi sopra i 55 mila euro si ottiene che il 4,27% dei contribuenti paga il 34,02% dell’Irpef. Aggiungendo anche i redditi sopra i 35 mila euro lordi abbiamo che l’11,97% dei contribuenti paga il 53,7% di tutta l’Irpef.

evasori fiscaliFa notare Brambilla che “il reddito spendibile, per via dell’impossibilità di accedere a molti servizi pubblici gratuitamente perché titolari di redditi non tutelati (esenzione da ticket, utilizzo dei mezzi pubblici con sconti e via dicendo), è diminuito e con esso si è impoverita la classe media”.

I dati esposti nell’articolo di Alberto Brambilla sono inesorabili e dicono che i soldi mancano perché pochi pagano le spese di tutti. Si tratta di oltre 153 miliardi di euro che è la quota parte del costo del servizio sanitario e degli interventi assistenziali di quelli che non contribuiscono con un Irpef sufficiente. Ma poi ci sono anche le pensioni. Ricorda l’autore dell’articolo che 10 milioni di soggetti che non dichiarano nulla ai fini Irpef, sono anche privi di contribuzione.

Un quadro chiaro. Noi siamo abituati a tollerare evasione, elusione, regimi particolari con trattamenti di favore. Ma oggi questo sistema non si regge più e, purtroppo, nemmeno una riforma dell’Irpef è risolutiva anche se necessaria. Il rischio è che i soldi continueranno a mancare e i redditi medi e bassi continueranno a sostenere le spese di tutti impoverendosi. Comunque possiamo stare certi che la lotta all’evasione farà parte anche del programma del prossimo governo come avviene da molti anni a questa parte. E quindi possiamo stare tranquilli, no?

Claudio Lombardi

Dopo i vaccini tocca all’ omeopatia

farmaci omeopatici

Dopo il caso vaccini adesso tocca all’ omeopatia. Non si tratta di discussioni accademiche, ma piuttosto legate a fatti di cronaca tragici. Un bimbo di sette anni è morto in seguito ad un’otite curata con prodotti omeopatici. Come nel caso della pretesa di esercitare una libera scelta sulle vaccinazioni anche per l’omeopatia ci si trova di fronte alla fondamentale ignoranza di chi non si domanda quali caratteristiche debba avere un farmaco per essere definito tale. Emerge una mentalità antiscientifica che ha radici profonde e che pretende di sostituire il metodo scientifico con singole esperienze personali, con impressioni, con intuizioni. Niente di sorprendente se pensiamo che nel passato si ricorreva anche a riti religiosi o magici come rimedio a fenomeni naturali, a malattie e ad epidemie.

omeopatiaUna rapida ricerca in rete aiuta ad inquadrare meglio la questione. La nascita dell’omeopatia si deve al medico tedesco Samuel Hahneman, che nel 1796 propose le sue teorie alla comunità scientifica. L’omeopatia è basata su due pilastri, ossia la legge dei simili e l’utilizzo di quantità infinitesimali di principi curativi. Il primo stabilisce che si deve dare al corpo una sostanza simile al malanno che lo affligge. Il secondo prevede diluizioni estreme del principio attivo (per esempio si diluisce una parte con 99 di diluente; da ciò che si ricava si prende una parte e la si diluisce di nuovo con 99 parti diluenti e così via per 10, 12, 15, 20, 30 volte).

È quindi abbastanza chiaro che nel prodotto finale non resti più nulla, se non l’acqua e lo zucchero che viene utilizzato come sostanza neutra per ottenere dei preparati solidi.

diluizioni omeopaticheUna delle critiche più vivaci all’omeopatia viene da Silvio Garattini che le ha dedicato un libro di recente pubblicazione ( Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia ) Nel libro, Garattini spiega le ragioni per cui  in un Paese civile, si­mili prodotti non dovrebbero essere disponibili non solo in far­macia, ma nemmeno sul mercato perché rappresentano un’ec­cezione rispetto a tutti i prodotti che si trovano in commercio. Immaginate se si vendesse acqua in bottiglia, con un’etichetta che la dichiari ‘vino in diluizione omeopatica’ ma a un costo molto superiore del vero vino”.

Garattini rivolge  un appello alle migliaia di medici che prescrivono e alle  migliaia di farmacisti che vendono prodotti che invece, in coerenza con la loro formazione scientifica e con i principi della evidence based medicine, dovrebbero bandire dalla loro pratica professionale.
Prescrivere rimedi omeopatici per una malattia, quando esistono prodotti efficaci, è una sottrazio­ne di terapia e rappresenta una grave omissione nei confronti del paziente che attende una cura” . Per Garattini sbagliano anche le farmacie che “non possono continuare a vende­re come trattamenti sanitari prodotti che non contengono princi­pi attivi. (…) i farmacisti dovrebbero rifiutarsi di vendere questi preparati”.

mentalità antiscientificaMa quanti sono i fruitori di questa pratica che di scientifico sembra avere solo il marketing con il quale viene venduta? Secondo diversi calcoli la percentuale di italiani che vi fanno ricorso oscilla intorno al 5 per cento della popolazione per una spesa di circa 400 milioni di euro l’anno.

Veniamo adesso al cuore della questione. Si parla di farmaci omeopatici, ma per essere definiti tali occorrerebbe almeno una qualche prova scientifica della loro efficacia. E, purtroppo per i suoi utilizzatori, non esiste alcuna prova dell’efficacia dell’omeopatia. Anzi, nel corso degli anni sono arrivate solo bocciature. Una delle ultime è quella del National Health and Medical Research Council australiano, che ha condotto un’analisi durata due anni in cui ha valutato 225 ricerche scientifiche sull’effetto dei farmaci omeopatici in oltre 68 differenti patologie. Il risultato? “Basandosi sui dati disponibili riguardo all’efficacia dell’omeopatia – si legge nel rapporto – l’Nhmrc conclude che non esistono patologie per le quali esistono prove di una reale efficacia dell’omeopatia”.

sperimentazione scientificaIn pratica i ricercatori australiani hanno esaminato gli studi che valutano e riassumono la letteratura scientifica esistente sul tema compresi quelli a favore dell’efficacia dell’omeopatia (con tanto di consultazione pubblica aperta alle segnalazioni dei cittadini).

Il risultato dell’analisi è quello sopra riportato e cioè che non esiste alcuna prova sull’efficacia dei farmaci omeopatici per la cura di nessuna patologia. Per questo, l’Nhmrc ha deciso di consigliare ai cittadini australiani di evitare l’utilizzo di farmaci omeopatici per il trattamento di qualunque malattia cronica, grave o potenzialmente tale. Infatti “Le persone che scelgono l’omeopatia potrebbero mettere a rischio la propria salute se rifiutano o ritardano l’assunzione di terapie per cui esistono invece prove di efficacia e sicurezza”.

Più recente è la decisione della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa che negli Usa si occupa di tutela dei consumatori dal 1914, di imporre che si scriva sulle confezioni dei prodotti omeopatici “non vi è alcuna prova scientifica che il prodotto funziona“.

prodotti omeopaticiAlla base di questa decisione c’è la considerazione che per i farmaci omeopatici “la dimostrazione di efficacia si basa unicamente sulle teorie omeopatiche tradizionali e non ci sono studi validi che utilizzino metodi scientifici attuali che mostrino l’efficacia del prodotto“. In quanto tali, le affermazioni di marketing per questi prodotti sono fuorvianti e violano le leggi e le norme della FTC.

A questo punto bisogna chiedersi cosa convinca una persona a ricorrere a prodotti privi di qualunque principio attivo che chissà per quale fenomeno paranormale dovrebbero curare le malattie. L’effetto è più simile a quello comunemente utilizzato nella sperimentazione scientifica e chiamato “placebo” ossia il puro effetto psicologico di chi pensa di curarsi e invece assume solo un granulo di zucchero (pagato uno sproposito però).

Come ha giustamente osservato qualcuno restano due alternative: o ci affidiamo alla scienza o ci affidiamo alle superstizioni e cominciamo ad inserire astrologia e tarocchi negli ospedali.

Claudio Lombardi

La palla al piede della disuguaglianza

disuguaglianza

L’ultima è la notizia che l’ex amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, Mauro Moretti, riceverà una liquidazione di circa 10 milioni di euro per la conclusione del suo rapporto di lavoro con l’azienda durato tre anni. Nulla di straordinario. Moretti si appella ad un contratto perfettamente legale così come lo sono quelli di tutti i grandi manager dei quali si parla ogni anno quando si stila la classifica delle retribuzioni delle società quotate. Di notizie così se ne possono rintracciare migliaia in tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni.

capitalismo finanziarioOltre ai manager, poi, ci sono i proprietari delle aziende dei quali poco si parla, ma che in quanto a guadagni scandalosi non sono secondi a nessuno. Da noi si è gettato lo sguardo su Silvio Berlusconi a proposito dell’assegno di due milioni di euro al mese che versa alla sua ex moglie. Ma forse si potrebbe citare il miliardario russo che si sta facendo costruire uno yacht a vela lungo 140 metri e del costo di quasi mezzo miliardo di dollari.

Sono tutti indicatori di un sistema di rapporti sociali ed economici deformato dalla disuguaglianza. L’ultimo libro di Romano Prodi la mette al centro della sua analisi e tanti analisti ripetono da anni che eccessi di disuguaglianza fanno male alla società e all’economia. Se ne occupa anche un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa.

Scrive Bragantini: “C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. (…).”

ricchi e poveri“Crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro ( che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa”.

Ricorda Bragantini che negli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, erano alti i livelli di tassazione sui redditi più elevati e, comunque, i compensi dei manager erano inferiori a quelli attuali. A partire dal 1989 le loro retribuzioni sono cresciute in misura esponenziale e la tassazione è diminuita. In pratica il mercato è diventato un pretesto per coprire una gigantesca redistribuzione dei redditi che arriva a minacciare la stessa democrazia.

Infatti “il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale” cioè se viene tassato per sostenere le spese statali, se genera investimenti che portano lavoro, altri profitti, altre tasse e così via. Ma se questa sequenza viene interrotta, se crescono a dismisura i redditi dei supermanager e i guadagni degli azionisti, se poi questi vengono utilizzati per inseguire le rendite finanziarie, di fatto, si mina l’economia di mercato e la coesione sociale.

redistribuzioneSi rischia così “di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace. Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo (….) Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.”

Per Bragantini i Paesi forti dell’eurozona dovrebbero avere un’inflazione maggiore per ravvivare la domanda. E aggiunge “servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione)”.

Un programma semplice, ragionevole che è la migliore risposta al populismo distruttivo che si basa sulla rabbia e la paura degli elettori, ma che non sa come gestirla

Claudio Lombardi

A chi fa paura Matteo Renzi?

attacco al Pd

C’è di che essere preoccupati. L’ennesimo passaggio a giornalisti “amici” ( o complici?) di intercettazioni coperte dal segreto conferma che tra una parte della magistratura, media e politica si è creata una strana collaborazione intorno ad un obiettivo ormai chiaro: screditare Matteo Renzi. Poiché non si è riusciti ad imputargli alcun reato si procede col metodo di tirarlo in ballo in qualsiasi modo. Non importa la sostanza di ciò che si sciorina di fronte all’opinione pubblica. Conta che il suo nome e quello delle persone a lui più vicine siano citati nell’ambito di inchieste nelle quali le condanne si pronunciano non appena vengono avviate.

intercettazioniTutto ciò non avviene per caso, ma ha dei registi i quali sanno benissimo che l’opinione pubblica ha la memoria corta e che una falsità diffusa a voce alta e ripetuta per un po’ di tempo lascia una traccia nella mente degli ascoltatori che diventa poi un pregiudizio che rimane. Ben pochi si curano di entrare nei dettagli e di seguire una vicenda giudiziaria che può benissimo rivelarsi una bufala cioè un qualcosa di inconsistente e immotivato. Ciò che conta ormai è poter strombazzare i nomi all’inizio ben sapendo che il seguito si perderà nell’indifferenza generale. Infatti gli stessi giornali che dedicano le prime pagine quasi nascondono gli esiti delle inchieste. Ciò che conta è lo “spettacolo”.

Qualcuno ricorda come è finita la vicenda di Tempa rossa che arrivò con uno straordinario tempismo in coincidenza con il referendum sulle trivellazioni? Ebbene è finita con un proscioglimento generale. Che poi un ministro del tutto innocente (Federica Guidi) si sia dimessa e abbia visto le sue relazioni personali messe in piazza dai soliti giornalisti che vivono di scandalismo non interessa a nessuno.

opinione pubblicaLa stranezza è che negli ultimi anni le inchieste dei PM hanno spesso seguito un andamento sintonizzato sulla fase politica. La storiella dell’obbligatorietà dell’azione penale è una favoletta perché non tutte le possibili azioni penali vengono avviate ed esiste, quindi, una discrezionalità nella scelta che insospettisce specialmente quando le inchieste si rivelano buonissime per riempire le prime pagine dei giornali ed incapaci di superare anche solo il primo vaglio giudiziario. Logico domandarsi: ma come lavorano questi PM? Forse bisognerebbe aggiungere: che obiettivo vogliono raggiungere? Semplice, vogliono partecipare alla lotta politica utilizzando i loro poteri. E un procuratore ha le inchieste per esprimersi. Che poi falliscano non conta, tanto lui non risponde delle sue azioni.

Ma non è questo il punto. Contro Renzi si è scatenato da un po’ di tempo un attacco che mira a demolirlo. Il 4 dicembre ha segnato una svolta nella tormentata vicenda politica italiana perché il tentativo di andare verso un modello istituzionale più razionale e più efficiente è stato battuto dalla coalizione di tutti quelli che volevano conservare l’esistente. No, non tanto gli elettori molti dei quali hanno votato per protesta perché dal governo Renzi si aspettavano molto di più. La campagna che ha raccolto tutte le opposizioni (più intellettuali e media) che non avevano nulla in comune tranne l’ostilità per Renzi non toccava le insoddisfazioni, ma le rendite di posizione di ciascuno. Per questo è stata tanto livorosa.

cambiamentoPer molti anni la parola d’ordine più popolare è stata quella del cambiamento. In suo nome sono stati sepolti i vecchi partiti, è stato cambiato il sistema elettorale a livello comunale, regionale e nazionale; in suo nome si è affermato il berlusconismo ed è nato il Movimento 5 Stelle; anche la nascita del Pd si inserisce in questa corrente.

Oggi non è più così e il tentativo più chiaro di questa fase è quello di tagliare le gambe a chi ha concepito e guidato il tentativo di trasformare sul serio l’assetto istituzionale dell’Italia cioè Matteo Renzi e il Pd.

Chi può avere interesse in un paese fragile e instabile come l’Italia a stroncare l’unico partito che ha un’idea di governo sia nazionale che europeo e che ha dimostrato di saper reggere anni difficili e tormentati alla guida del Paese? Certo non tutto è andato bene. Errori ne sono stati fatti, ma l’elezione di Macron avvia una fase diversa nel percorso dell’Europa e l’Italia ha tutto l’interesse a presentarsi con una guida sicura, capace e che dia stabilità. Perché proprio adesso si cerca l’affondo contro Renzi?

stabilità di governoQualcuno pensa che il M5S sia il soggetto giusto capace di assicurare questa guida? Oppure, dato che siamo tornati al proporzionale, ci sono componenti delle classi dirigenti che ritengono preferibile che non vi sia alcun partito in grado di avere un mandato pieno per governare il Paese?

Questa è la domanda di fondo che sorge dopo che è esploso il caso Boschi – de Bortoli. Anche qui c’è la stranezza di un “ricordino” tirato fuori non quando arrivò l’informazione, ma dopo anni. Intorno a questo “ricordino”  si è scatenata un’aggressione mediatica priva di alcuna giustificazione contro la Boschi. Il caso Banca Etruria è chiuso, i risparmiatori sono stati salvati e nessun Boschi ha avuto alcun vantaggio. E allora questo “ricordino” tirato fuori adesso è funzionale a quale obiettivo? Semplice: demolire una reputazione e un gruppo dirigente di governo e di partito con puri pettegolezzi privi di alcun valore.

È abbastanza evidente che non c’è alcun interesse ad impegnarsi in una battaglia politica sui temi concreti dell’Italia e dell’Europa. La calunnia, la maldicenza, la diffusione di pezzi di intercettazioni mirano al discredito, a seminare un’impressione negativa che possa portare via voti al Pd. Possibile che in così tanti lavorino per far vincere le prossime elezioni al M5S o c’è dell’altro?

Claudio Lombardi

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