Migranti: lo spettacolo dell’estate

Ormai è chiaro: passeremo l’estate a seguire le polemiche sui migranti. La logica è quella della Tv spazzatura: niente contenuti, molta sovreccitazione, grandi dosi di ipocrisia. E tanta distanza da un approccio serio ai problemi che, invece, è l’unico che può tentare di risolverli.

Sulla migrazione dal Nord Africa dovremmo già sapere tutto. È un fenomeno che dura da anni, del quale conosciamo cause e modalità. Ora che gli sbarchi si sono ridotti a poca cosa grazie alle politiche avviate dal ministro Minniti (governo Gentiloni), Salvini ha compiuto una doppia magia: attirare l’attenzione su singole barche di Ong che trasportano poche decine di migranti ciascuna come se si trattasse di un’emergenza e distruggere qualunque possibilità di gestire e integrare le centinaia di migliaia di immigrati non regolari che vivono nel nostro territorio trasformandoli in clandestini.

Una manovra a tenaglia che qualunque persona ragionevole dovrebbe considerare una follia e una truffa e che, incredibilmente, fa guadagnare allo pseudo ministro dell’interno una costante crescita di consensi.

Certo, sarebbe meglio che non arrivassero migranti con i barconi così come sarebbe meglio che non arrivassero i tanti che giungono con viaggi regolari e visti turistici e poi si fermano per cercare lavoro diventando irregolari. Stranamente, mentre i primi attirano l’attenzione dell’opinione pubblica, i secondi sono dei perfetti invisibili. Nessuno si preoccupa se dalle Filippine o dal Perù arrivano migranti cosiddetti economici. Anzi, sono molto richiesti per i servizi che svolgono.

Sarebbe anche meglio che le navi delle Ong che battono bandiera di vari paesi europei non andassero ad accogliere i gommoni con i migranti a pochi km dalla costa libica. Nel 2016 e 2017 fu questa la causa di un incremento massiccio degli sbarchi al quale seguì un cambiamento di politica del governo che sfruttò un momento di (relativa) stabilità in Libia per avviare accordi con chi controllava quel territorio, favorì l’intervento dell’Onu e promosse un codice di condotta delle Ong che le allontanò dalla costa libica.

Sarebbe, dunque, meglio che i migranti arrivassero attraverso canali regolari che, però, non ci sono. E non ci sono sia per quelli cosiddetti economici cioè alla ricerca di un lavoro che per i profughi che hanno diritto di richiedere asilo. E così tutti sono costretti ad iniziare il loro percorso sfidando la legge. Se veramente si volessero combattere i trafficanti aprire canali di immigrazione regolare sarebbe il colpo più duro per loro.

Solo con un contratto di lavoro gli immigrati possono regolarizzare la loro posizione. È andata così per milioni che oggi vivono e lavorano tra noi. Sappiamo tutti bene che di questi lavoratori non potremmo fare a meno. Pensiamo alle badanti oppure alla zootecnia, o anche all’agricoltura, alla ristorazione, alle piccole imprese. La nostra economia e la nostra stessa vita dipendono in buona parte dagli immigrati. Li accettiamo, li cerchiamo, ci fanno guadagnare con il loro lavoro, ci risolvono problemi prendendosi cura dei nostri anziani non più autosufficienti. Eppure basta una barca con 40 persone e dimentichiamo tutto ciò e ci mettiamo ad inveire contro un’invasione che non c’è.

Per essere chiari e a prescindere dai decreti Salvini che sono un manifesto politico, ma attenendosi alla Costituzione, se arriva una barca di possibili profughi non possono essere respinti. Bisogna accertare se hanno diritto all’asilo e solo dopo avviare le altre procedure che comprendono anche il rimpatrio. Tutta la sceneggiata che viene fatta svolgere di fronte ai porti della Sicilia per consentire a Salvini di spacciarsi come il difensore dell’Italia va contro questa semplice regola costituzionale: Art 10 “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.

Ma, si dice, gli italiani sono diventati ostili verso i migranti. Bisognerebbe dire anche verso quali migranti e perché. Di solito (persino Salvini lo ripete spesso) non sono ostili verso quelli che lavorano. L’ostilità nasce verso quelli che rubano, rapinano, spacciano droga. Ma, fra questi, tantissimi non sono arrivati con i barconi. Ci sono anche i delinquenti che arrivano dall’est ben presenti nelle cronache sulle rapine più violente a negozi, banche, ville. E ci sono i delinquenti nostrani, i più pericolosi perché spesso sono inseriti in organizzazioni mafiose che controllano il territorio e dispongono di enormi capitali.

Altra ostilità per quelli che vivono e lavorano regolarmente, ma che concorrono con gli italiani per l’assegnazione delle case popolari o di posti negli asili nido o stanno nelle liste di attesa per esami diagnostici o visite specialistiche nella sanità pubblica. Sembra che ci tolgano qualcosa, ma la verità è che il totale dei residenti (italiani e stranieri) cala anno dopo anno. La decrescita demografica è una realtà. E allora il vero problema è che quei servizi già prima erano insufficienti e anche malgestiti (vedi gli alloggi pubblici occupati o venduti grazie alla corruzione, entrambi fenomeni accettati senza molte proteste dall’opinione pubblica) e oggi è bastata l’aggiunta di altri utenti per far saltare equilibri troppo fragili.

Sarebbe molto meglio in definitiva se sull’immigrazione ci fosse una strategia del governo con al centro la costruzione di una politica europea per i migranti. Altra via non c’è. E’ questa la strada che sta seguendo il governo Lega – M5s? Assolutamente no. Cosa rimane dunque? Non soluzioni reali, ma un talk show televisivo continuo che serve per sfogare malumori, ma più di questo non può fare.

E allora rassegniamoci: lo spettacolo dell’invasione continuerà. Ma sarà solo uno spettacolo, brutto, sporco e cattivo. Al servizio della campagna elettorale di politici cinici e incapaci come Salvini

Claudio Lombardi

L’imbroglio della flat tax

Ci vogliono convincere che il taglio delle tasse con l’invocazione di una flat tax cioè di un’imposta proporzionale uguale per tutti è il problema più importante dell’Italia tale da meritare uno scontro con la Commissione europea. Vuol dire che il sistema tributario attuale è proprio sbagliato? Vediamo di capirlo con qualche ragionamento e ricorrendo ad alcune citazioni da un recente intervento del professor Andrea Fumagalli.

Punto primo: l’articolo 53 della Costituzione che stabilisce due fondamentali principi. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Dunque il sistema fiscale italiano deve essere progressivo, nel senso che in corrispondenza di una base imponibile più elevata, si dovrebbe versare un’imposta proporzionalmente maggiore.

Perché la progressività è meglio di un’aliquota unica uguale per tutti? Lo Stato ha bisogno di essere finanziato per tutte le funzioni che deve svolgere e ripartire il prelievo in modo da salvaguardare i redditi medi e bassi va a vantaggio dell’equità, degli equilibri sociali e del lavoro. Infatti se le prime aliquote sono più basse viene incentivato l’ingresso nel mercato del lavoro regolare o l’aumento delle ore lavorate. I redditi medi e bassi inoltre sono quelli più vicini ai minimi necessari per non cadere in povertà.

I principi costituzionali, però, hanno trovato applicazione solo nel 1974. Negli anni precedenti la tassazione era applicata in base alla condizione professionale dei contribuenti. I commercianti, gli agricoltori, i liberi professionisti, gli imprenditori, i lavoratori dipendenti avevano un sistema di tassazione diverso, esito della contrattazione con il sistema politico. L’evasione fiscale nasce in quegli anni come espressione di un patto sociale implicito che applicava un prelievo certo ed obbligatorio solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati.

Il fisco dovrebbe svolgere anche la funzione di “stabilizzatore automatico”, ovvero incrementare le entrate negli anni di crescita economica e ridurle nei periodi di recessione. La progressività serve anche a questo.

Dal 1946 al 1971, invece, la pressione fiscale si è mantenuta più o meno costante, intorno al 25-26%, a fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 6,7%. In presenza di progressività, la pressione fiscale sarebbe stata maggiore portando allo Stato italiano quelle risorse aggiuntive che erano necessarie e che sono state prese a debito.

Nel 1974 (riforma Visentini), nasce l’Irpef con la quale si applica a tutti i contribuenti un unico sistema di aliquote progressive articolato in ben 22 livelli, dal 10% al 72%. Nel 1983 le aliquote diventano nove, dal 18% al 65%. Successive riduzioni hanno portato alle attuali 5 aliquote, con la più bassa al 23% e la più alta fissata al 43%.

È evidente che la riduzione della progressività si è realizzata innalzando le imposte sui redditi più bassi e abbassando quelle sui redditi più alti.

Per cogliere gli aspetti redistributivi del sistema fiscale è necessaria però un’analisi complessiva, partendo dal definire le tre grandi categorie che costituiscono le entrate fiscali:

le imposte dirette (Irpef, Ires, patrimoniali); le imposte indirette (Iva); i contributi sociali, che tassano i redditi da lavoro e sono specificamente destinati al finanziamento delle principali prestazioni del welfare (pensioni, ammortizzatori sociali).

La tendenza in atto in tutta Europa e in Italia è un inasprimento dell’imposizione indiretta a scapito della progressività dell’imposizione diretta. Dal 1973 a oggi l’Iva in Italia passa dal 12 al 22%. Nel luglio 2011, il Governo Berlusconi ha introdotto per la prima volta in una manovra finanziaria la cosiddetta clausola di salvaguardia con la quale si prevede un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a finanziare la manovra stessa. Da allora la clausola di salvaguardia si è ripetuta ad ogni manovra di bilancio.

Sulla base dei dati Banca d’Italia negli ultimi anni il peso relativo dell’imposizione diretta, indiretta e dei contributi sociali è rimasto più o meno costante. Le prime due hanno lo stesso peso (intorno al 34-35%), mentre l’apporto dei contributi sociali è di circa il 30%.

Ciò significa che già oggi buona parte delle entrate fiscali risponde a criteri di proporzionalità. Infatti, l’Iva è un’imposta proporzionale, così come lo è l’Ires (la tassa sui profitti delle aziende che è stata ridotta dal 37% nel 1994 al 24% deciso dal governo Renzi). Proporzionale è la tassazione sulle locazioni e quella sui proventi da investimenti finanziari. Infine da quest’anno si applica l’aliquota del 15% per le partite Iva fino a 65 mila euro annui e dal 2020 del 20% fino a 100 mila.

Tutto ciò significa che l’attuale sistema fiscale è già ampiamente caratterizzato più da proporzionalità che da progressività.

Perché allora il mantra ripetuto da quasi tutti i partiti è quello che considera urgente abbassare le tasse? Il modo più semplice sarebbe combattere l’evasione fiscale che costringe a ripartire il carico fiscale su una platea più ristretta di contribuenti.

L’inganno si nasconde proprio nella genericità dell’obiettivo propagandato rispetto agli effetti realmente perseguiti. Il vero scopo della flat tax sta nella riduzione dell’imposizione per i redditi più elevati. Chi ha redditi bassi e medi potrebbe riceverne addirittura un danno visto che è prevista la riduzione delle detrazioni fiscali e l’assorbimento degli 80 euro. C’è anche il rischio che salti la no tax area attuale e che anche a questa si applichi l’aliquota unica.

Dulcis in fundo le entrate fiscali subirebbero un ridimensionamento certo e consistente. Non a caso Salvini sventola come una bandiera la necessità di tagliare le tasse anche a debito il che significa che con una mano ad alcuni saranno tagliate le tasse e con l’altra lo Stato dovrebbe trovare i soldi per pagare maggiori interessi nell’immediato e un maggiore debito nel futuro. In sintesi si prenderebbero in prestito i redditi che devono ancora essere prodotti. Proprio ciò di cui l’Italia ha bisogno per affogare

Claudio Lombardi

La strategia di Salvini e Di Maio: un’ Italia a marcia indietro

Nel teatrino quotidiano della politica italiana siamo sommersi da pettegolezzi, chiacchiere e propaganda. Ben poco si parla della sostanza dei nostri interessi nazionali, del nostro futuro e del contesto mondiale che ci circonda. Battute, esibizionismi, smargiassate quante ne vogliamo. Ragionamenti seri e razionali no. Proviamo a farlo da soli partendo da una notizia.

In Africa è nata l’area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Riguarderà 1,2 miliardi di persone e un Pil di oltre 2 mila miliardi di dollari. Si chiama AfCFTA (African Continental Free Trade Area) l’accordo commerciale firmato da quasi tutti gli stati africani. Con questo accordo si arriverà ad eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate fra gli stati contraenti. Si tratta di una rivoluzione che avrà ripercussioni sul commercio globale e, in particolare, su Europa e Cina. È legittimo pensare che, nel lungo periodo, avrà anche effetti benefici sullo sviluppo degli stati africani e, quindi, indirettamente sui flussi migratori.

Dal punto di vista dei paesi africani l’accordo mira a unificare un mercato interno che è tuttora molto frazionato e gravato da una fiscalità troppo elevata, mancanza di infrastrutture, burocrazia. L’impianto del commercio intrafricano, inoltre, è ancora quello di derivazione coloniale che prevedeva uno scambio obbligatorio o preferenziale verso i paesi europei. Per molto tempo le merci prodotte in Africa prendevano la via dell’Europa e da lì, in alcuni casi, venivano riportate sui mercati africani.

Nel mondo non c’è dunque solo Trump che vuole far valere i diritti del più forte (peraltro puntando ad un comprensibile riequilibrio degli scambi che, per anni, ha visto un bilancio fortemente negativo per gli Usa). E non ci sono solo Salvini e gli altri sovranisti d’Europa che tornerebbero volentieri alla situazione antecedente alla creazione dell’Unione europea facendo saltare l’euro. In Africa, con tutti i suoi guai e le sue arretratezze hanno capito che unirsi è meglio che stare divisi e, in Italia, una campagna rabbiosa vuole spingerci in direzione contraria.

Qualunque persona ragionevole può capire che sono due strade ben diverse quelle che si presentano davanti al governo italiano. Una porta ad impegnarsi per modificare ciò che non va nell’assetto dell’Unione europea e dell’Eurozona. Dalle istituzioni, alle regole, alle politiche i possibili cambiamenti sono molti e tutti possono portare benefici ad un Paese come l’Italia, poco dotato di materie prime, ma naturalmente votato ai commerci. Le soluzioni ai problemi dell’Europa e della moneta comune esistono e si basano tutte sul superamento degli egoismi nazionali in nome di una maggiore convenienza ad unirsi. Troppe volte ci si è riferiti all’Europa come se fosse una creatura dei “burocrati di Bruxelles” dimenticando che nella UE esiste una sola istituzione che rappresenta i cittadini europei ed è il Parlamento europeo. Ed esiste un solo organismo che non risponde alle decisioni governative: la BCE. Tutto il resto ricade sotto gli equilibri dettati dai rapporti intergovernativi. Dire “prima gli italiani” dunque non ha alcun senso se si appartiene ad una unione che è composta da molti stati ognuno dei quali può dire “prima io”. In questo modo non si conclude nulla. Invece, facendo politica verso gli altri stati e privilegiando la dimensione comunitaria si possono ottenere risultati importanti. La propaganda dello scontento è riuscita ad oscurare quasi completamente i vantaggi che l’adesione all’Unione europea e all’euro ha portato all’Italia (e a molti altri stati). Togliere la protezione dell’Europa consegnerebbe ogni paese ad una competizione internazionale che si è fatta molto più insidiosa e pericolosa del passato.

L’altra strada è quella che sembra aver imboccato il governo e che porta allo scontro con la Commissione europea e, dunque, con gli altri stati europei. Sia quelli che condividono l’euro, sia quelli che non l’hanno adottato. In nome di cosa? Salvini e i NO EURO leghisti (innanzitutto Borghi e Bagnai gli economisti di riferimento della Lega) dicono che l’Italia è stata mortificata per anni dai limiti imposti alla sua economia per rispettare parametri di finanza pubblica privi di senso. Detto in poche parole i problemi dell’Italia sarebbero solo una questione di soldi o, meglio, di debito. Per Salvini e Di Maio i soldi risolvono tutto. Senza aggredire i nodi strutturali italiani dell’evasione fiscale (anzi, premiandola con i condoni), della farraginosità del sistema giudiziario, della burocrazia, degli sprechi, delle infrastrutture carenti, dell’estrema frammentazione della struttura produttiva, della scarsa ricerca tecnologica, di una frattura tra nord e sud, della strapotenza della criminalità di tipo mafioso, dell’inefficienza degli apparati pubblici, della distorsione nella spesa pubblica orientata a distribuire mance e sussidi. Per avere più soldi bisogna fare più debito oppure stampare più moneta. Quest’ultima possibilità è preclusa dall’euro e più debito significa pagare più interessi e violare le regole comuni.

Questa è la sostanza e, per questo, Salvini e Di Maio stanno andando allo scontro con l’Europa mettendo in conto anche di provocare l’estromissione dell’Italia dalla zona euro. Dicono che non è vero? Pura finzione. Atti, parole, comportamenti vanno in questa direzione e sono inequivocabili. Si fermerebbero soltanto se gli altri paesi europei acconsentissero a finanziare l’Italia facendosi carico di una parte dell’aumento del debito. In pratica se la BCE (come richiesto nell’unico documento strategico del governo elaborato dal prof Savona pochi mesi fa) diventasse il prestatore di ultima istanza dello stato italiano. Per farci cosa? Per tornare alla finanza allegra degli anni ’70-’80 quando ogni desiderio poteva diventare realtà sfondando i bilanci pubblici. Mettono sotto ricatto l’Unione europea minacciando l’uscita dell’Italia che provocherebbe uno sconquasso generale. Questo è il disegno e, intanto lanciano provocazioni e segnali sia verso l’interno che verso l’esterno.

I minibot sono una provocazione e una truffa. I continui riferimenti alla ricchezza patrimoniale degli italiani sono un segnale chiaro di cosa succederà se si andrà verso la resa dei conti. Che è molto vicina. Gli italiani sembrano non capire che stavolta la possibilità di un disastro è reale. Avremo luglio e agosto da passare inseguendo le chiacchiere e le sbruffonate di Salvini e Di Maio poi a settembre si dovrà per forza fare sul serio

Claudio Lombardi

L’Europa che verrà (forse)

No, l’Europa così non va. Se non cambia radicalmente va a morire. Occorrono scelte drastiche. E poi pessimismo dichiarato (da alcuni). Sfiducia che il nuovo Parlamento europeo possa imporsi sulle logiche intergovernative. Sfiducia anche sui neo eletti. Sembrerà strano, ma questo è il clima di un affollato incontro organizzato a Roma dal Centro studi europolitica e dal Movimento federalista europeo.

Giornalisti, docenti universitari, ricercatori, addetti ai lavori, più un discreto numero di semplici cultori della materia  hanno discusso intensamente per tre ore sui risultati delle elezioni europee. Il tono generale (con alcune eccezioni) è quello descritto all’inizio: critica, pessimismo, una ragionevole sfiducia, ma anche la determinazione di chi ha le idee ben chiare in testa. Se riteniamo ancora valido il motto reso celebre da Antonio Gramsci “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, accanto alla parte analitica dovrebbe sempre esserci anche l’entusiasmo per una parte propositiva che indichi la direzione verso la quale andare. Che, infatti, c’è stata. E non potrebbe essere diversamente visto che gli organizzatori dell’incontro e (quasi) tutti quelli che hanno preso la parola condividono l’obiettivo del federalismo. E allora cos’è che li lascia insoddisfatti?

No, non è il successo elettorale di Salvini. E nemmeno l’affermazione delle liste sovraniste che, comunque, non pregiudica una maggioranza di europeisti nel Parlamento europeo. Non è questo il livello dell’analisi che ha prevalso nella discussione. L’Europa che si è affermata negli ultimi vent’anni ha tradito le aspettative di chi pensava che con il passaggio all’Unione e alla moneta comune la strada verso una dimensione politica era ormai stata imboccata. Invece è dai primi anni 2000 che tutto si è come congelato in attesa di una svolta che ancora non si vede e che non si sa se e come riuscirà a definirsi. In tanti anni nelle istituzioni europee e nelle politiche è cambiato pochissimo e l’euro si è trasformato in una serie di parametri contabili sempre più vuoti di senso perchè lasciati da soli a testimoniare un progetto che aveva ben altre ambizioni. Dando, ovviamente per acquisiti, stabilità nei cambi e tutela dalle bufere finanziarie.

Ancora e sempre gli stati hanno scelto di presidiare i loro interessi bloccando l’evoluzione verso la condivisione delle politiche. Ma l’opinione pubblica ha capito tutt’altro e prendersela con l’Europa è diventato un luogo comune fra i più abusati. Di ciò che accadeva realmente dentro i palazzi dell’Unione ben poco si sapeva o non veniva messo in risalto. Eppure per anni è stato quanto di più simile ad un acceso confronto tra”sovranismi” ci potesse essere tra stati che formalmente erano impegnati a costruire un’integrazione politica. Basti pensare che il dibattito più acceso e la più forte critica che si è sviluppata nell’ultimo decennio si è concentrata sul rigore richiesto nei conti pubblici. Rigore sì. Rigore no. La contabilità dei deficit e dei debiti come  principale se non unico terreno sul quale si misurava il vincolo dell’Unione. Quale messaggio è stato mandato alle opinioni pubbliche? Quali valori, quali fini che identificavano l’Europa nel mondo?

Qualcuno nel dibattito ha osservato che se le istituzioni europee si sono occupate di questioni di minore rilevanza (dalle cozze, alle mozzarelle, alle prese di corrente) trascurandone altre di ben maggiore impatto ciò è stato dovuto non ai “burocrati” di Bruxelles, bensì alle scelte imposte dai governi. Che ancora non si rendono conto che l’ambiente, le piattaforme informatiche e di comunicazione, la ricerca tecnologica, l’energia sono gli ambiti nei quali l’elaborazione di politiche europee non solo è urgente, ma è vitale. Attardarsi in modelli che risalgono a 40 anni fa e che mettono al centro i sussidi per l’agricoltura oppure regolamenti di dettaglio mette a rischio il futuro. L’Europa può riconquistare valore e senso se è capace di porsi come guida di livello continentale. Usa, Cina, India, Russia (e Africa nel futuro?): questi sono gli interlocutori con i quali si deve confrontare non un gioco di equilibri instabili raggiunti, di volta in volta, tra 28 paesi, ma una unione che ha una sua politica, un suo bilancio, una sua struttura di difesa.

Per assurdo bisogna ringraziare i sovranisti. Se in queste elezioni l’afflusso alle urne è stato rilevante lo si deve all’allarme che hanno suscitato. È un fatto che in campagna elettorale si è parlato di Europa per portare a segno un attacco e per reagire ad esso. Il filo conduttore è stato sempre quello dei migranti e dei soldi. E già solo questo rivela la miseria di ciò che è stato fatto dalle forze politiche che si definivano europeiste nel corso degli anni. Dove stavano i temi sui quali l’Europa doveva spiegare senso e finalità della sua esistenza? Perché per anni i governi (e le forze politiche che li guidavano) non hanno trovato di meglio che perpetuare la dimensione intergovernativa nella quale veniva etichettato come “Europa” ciò che era soltanto un accordo tra stati?

Restano enormi lacune nell’informazione delle opinioni pubbliche. E forse da qui si potrebbe ripartire. Bisognerebbe riprendere il lavoro daccapo, ed è probabilmente questa l’opportunità della fase storica che si apre: ricominciare. Per fortuna i sovranisti non molleranno e forse la paura potrà spingere molti ad uscire dalla riposante posizione di chi amministra un patrimonio dato per scontato.

Claudio Lombardi

La sovranità che conta è quella dell’Unione europea

Sarà stato l’esempio della Brexit, sempre più incagliata nella confusione seguita al voto sciagurato di elettori inconsapevoli e truffati dalla propaganda dei falsificatori tipo Nigel Farage, sarà che è stato percepito il timore degli italiani di perdere i propri i risparmi, sta di fatto che in Italia nessuna forza politica importante ha proposto nella campagna elettorale finita ieri l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.

Strano. Lega e M5s per anni hanno fatto dell’adesione alla moneta unica il loro principale bersaglio. Euro, élite, burocrazia e banche sono stati indicati come i responsabili del declino dell’Italia. Demagoghi vecchi e nuovi hanno battuto sistematicamente su questo tasto per suscitare l’odio degli italiani contro tutto ciò che proveniva dalle istituzioni europee. Oggi che sono andati al governo e che hanno conquistato il potere (occupando tutte le cariche, posti e poltrone disponibili), hanno cambiato registro. Se prima il messaggio era “vogliamo uscire” , quello di adesso è “restiamo alle nostre condizioni”.

Sarebbe già un passo avanti se non fosse che per tutti e due il cuore del problema sono i soldi. L’Italia va male perché non spende abbastanza dato che è la spesa pubblica a far alzare il Pil. E chi le impedisce di spendere? L’Europa. Ecco quindi che la sostanza del messaggio sovranista ritorna e porta diritti ad una nuova conclusione: “ci siamo impegnati, ma non ce lo hanno fatto fare”. Sembra quasi la precostituzione di un alibi.

Perché un alibi? La situazione dei conti pubblici italiani è pessima e l’economia va male. Quando si dovrà decidere il bilancio per il 2020 il governo dovrà trovare decine di miliardi per colmare i buchi creati quest’anno. Buchi creati per nulla perché, dopo un anno di governo Lega – M5s non uno dei problemi dell’Italia è stato affrontato con serietà. Tutto è stato fatto all’insegna della propaganda e nessuna attenzione si è posta sulla sfiducia che veniva seminata dovunque. Se gli elettori meno attenti si possono ammaestrare con la propaganda non così i soggetti che comprano il nostro debito. Lo spread ha segnato il livello della sfiducia che i soci del governo hanno suscitato. Uno spread che si paga caro e non solo rispetto alla Germania, ma persino rispetto alla Spagna e al Portogallo.

Il problema cruciale dell’Italia era ed è come creare sviluppo e quindi lavoro. L’Italia è rimasta indietro da molti anni e non per colpa dell’euro o per le limitazioni alla sua sovranità. Se su 27 paesi dell’Unione europea l’Italia è l’ultimo per crescita del Pil come si fa a pensare che farebbe meglio se restasse da sola? Perché questo è il sogno dei sovranisti: restare da soli. Oggi la Lega non lo dice più apertamente (forse in attesa di un disastro esattamente come si consigliava di fare nel piano B),  ma il retro pensiero è sempre quello: con la lira avremmo fatto meglio di quello che abbiamo fatto con l’euro. Ma davvero? E noi dovremmo credere a questa favola che non ha alcun fondamento economico e che è stata smentita dalla nostra stessa storia?

Bisogna che gli italiani lo abbiano ben chiaro: la grande illusione della sovranità monetaria è quella di poter svalutare e stampare moneta cioè fare deficit e debito senza limiti. Appunto, una favola smentita già tante volte nella storia dell’umanità.

Per noi basta ripensare agli anni ’70 e ’80 per sbattere il muso con la realtà: l’Italia della lira non era più libera di quella di oggi, ma il contrario. Avere una propria moneta non significa poter fare ciò che si vuole perché ciò che conta non è il possesso di una moneta, ma il valore che le viene attribuito e riconosciuto. E questo dipende dall’economia, dai servizi, dal tenore di vita, dall’affidabilità, dalla fiducia. Come si fa a credere che uno stato possa stampare moneta a volontà e che possa usarla per i propri commerci prescindendo dal suo valore?

Ai tempi della lira l’inflazione era la tassa occulta che si mangiava reddito e risparmi degli italiani, ma non era ancora arrivata la globalizzazione e l’Italia poteva puntare sul basso costo del lavoro e sui prezzi delle esportazioni resi concorrenziali a colpi di svalutazioni (che significava inflazione sul fronte interno). Non solo questo però perché c’erano settori industriali innovativi che competevano a livello internazionale (chimica, meccanica, elettronica).

Oggi quelle industrie di punta non ci sono più e non sarebbe più possibile seguire la strada delle produzioni a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro e il fattore prezzo sono determinanti perché il mondo ne è pieno. Dunque non è questo che oggi serve all’Italia. Servono invece tanti investimenti e tanta innovazione, ma non va più bene il modello produttivo del “piccolo è bello”. Oggi contano le catene della ricerca e del valore che portano a prodotti nuovi e a tanta tecnologia.

Oggi tutto ciò che ha valore deve essere fatto a livello continentale perché i nostri concorrenti sono inseriti in sistemi produttivi di quel livello. Puntare sulla chiusura è una scelta suicida. Il vero investimento che gli italiani dovrebbero fare è su un’Europa integrata e competitiva nella quale l’Italia sia un protagonista.

Domani si vota. Non lasciatevi incantare da chi rivendica con orgoglio la sovranità dell’Italia o da chi dice “prima gli italiani”. Sono i premi di consolazione degli sconfitti che fanno la voce grossa per non piangere. Votate chi punta sull’Unione europea perché è lì che c’è il futuro.

Claudio Lombardi

Il vantaggio di essere Europa

Ci voleva Milena Gabanelli (“Data Room” sul Corriere della Sera di lunedì scorso) per riportare la discussione sull’Europa su un piano di realismo e di concretezza. Da anni la voce che si sente di più è quella dei critici dell’Unione europea. L’austerità è diventata un mito e un marchio di infamia con la quale si vorrebbe cancellare ogni aspetto positivo della costruzione europea. Il capolavoro dei sovranisti, populisti, euroscettici è stato quello di aver imposto una lettura a senso unico delle politiche europee negli ultimi 10-15 anni. Una lettura che, come in una fotografia presa con un teleobiettivo, ha schiacciato i piani fino a far risaltare solo quello della disciplina di bilancio collegata alla moneta unica.

Ancora oggi la proposta politica di questo insieme di forze nazionaliste è cancellare la UE e quindi l’euro e tornare ad un mercato comune europeo nel quale ogni stato conservi la sua politica economica, di bilancio e la sua moneta. Sono anni che provano ad incrinare l’Unione e l’unico argomento di cui dispongono è l’austerità. Più un feticcio che una realtà. Perché?

Allenata al pettegolezzo politico e alla ricerca dei complotti stranamente l’opinione pubblica dei paesi europei non si è soffermata a valutare il collegamento tra la ricchezza dei paesi membri della UE e le mire strategiche che muovono Usa, Cina e Russia. Anche i media sempre a caccia di scandali non hanno dato grande risalto alla competizione per conquistare il mercato più ricco del pianeta. Un gigante economico e un nano politico. Questo è il problema. Rompere l’unità europea significherebbe trattare con i singoli paesi senza più la forza dell’Europa. Nemmeno i finanziamenti russi a diverse forze politiche (la Lega è fortemente sospettata di averli ricevuti) hanno suscitato grande scalpore. Nemmeno la presenza di Steve Bannon capo dell’estrema destra Usa fisso in Europa da molti mesi ha destato stupore. Come se fosse irrilevante l’azione di forze politiche e potenze straniere per incrinare l’Europa con la collaborazione dei cosiddetti sovranisti che operano all’interno. Forse dovremmo essere consapevoli come cittadini europei che noi siamo la posta in gioco in questa battaglia. Conquistare i governi al fine di usarli per rompere l’Unione europea. Questa la strategia che Lega e M5s stanno attuando, negandola, nel nostro Paese. I fatti parlano chiaro e dopo le elezioni europee lo vedremo.

Innanzitutto un dato per capire cosa è l’Europa: il 7% della popolazione mondiale, il secondo Pil più alto del mondo, una produzione che corrisponde al 25% di quella globale e il 50% della spesa mondiale per welfare e servizi sociali.

Visto che persino le forze politiche europeiste e i media non riescono a farlo con sufficiente determinazione si incarica Milena Gabanelli di mettere i puntini sulle “i” dicendo ciò che viene dato per scontato e tale non è. Infatti, ai vantaggi portati dalle politiche europee ci siamo così abituati che non li vediamo più.

Innanzitutto la libertà di circolazione delle persone, delle merci e dei capitali ha significato per milioni di persone la possibilità di muoversi tra i paesi europei ricercando le migliori opportunità di lavoro e di studio. Nell’area di Schengen possiamo viaggiare senza ostacoli doganali (vi aderiscono 26 stati).

Il programma “Erasmus” ha permesso a 9 milioni di giovani di trascorrere periodi di studio all’estero. Il mercato più vasto del mondo con 508 milioni di persone, 24 milioni di imprese e 14 mila miliardi di Pil annuale è il contesto nel quale tutti i cittadini europei possono mettere alla prova le loro capacità.

Grazie alle politiche europee costa meno viaggiare e comunicare, la sicurezza alimentare è la più elevata al mondo, la tutela ambientale è ai massimi livelli su scala globale, i diritti dei consumatori e la protezione sociale sono considerati obiettivi fondamentali delle istituzioni europee.

Infine la finanza pubblica, l’ambito nel quale si sarebbe dispiegata la “feroce” austerità denunciata dai tanti sovranisti euroscettici. Ebbene nella storia recente dell’Italia non si è mai avuto un periodo di stabilità finanziaria come quello assicurato dall’appartenenza all’area dell’euro. Ai tempi della lira e della tanta decantata sovranità monetaria l’inflazione era un peso che ci portavamo sulle spalle e che toglieva certezze ai redditi delle famiglie. L’inflazione (che superò anche il 20% annuo negli anni ’70) si portava dietro gli interessi che lo Stato doveva pagare per sostenere il suo debito. La Banca d’Italia ha calcolato che nel 2018 sono stati pagati 65 miliardi di interessi su un debito di 2.316 miliardi. Ebbene nel 1990 furono pagati circa 71 miliardi su un debito di 668 miliardi (ad un tasso del 10,5%). È chiaro che, se non ci fosse stato l’euro, l’Italia sarebbe stata travolta dalle vicende economiche di questi anni. Nessuna svalutazione avrebbe potuto riportarci a galla.

La battaglia che si combatte oggi è cruciale e le forze sovraniste/populiste al di là di ciò che dicono hanno le idee chiare. In Italia stanno creando le condizioni per una rottura con l’euro e con l’Europa. Il piano inclinato è stato posizionato e lo scivolamento è in atto. È necessario che dalle elezioni europee arrivi il segnale chiaro che gli italiani non vogliono andare indietro

Claudio Lombardi

Il Parlamento europeo, le elezioni e l’Europa

Sembra strano, visto che l’attenzione è concentrata su tutt’altro, ma tra una settimana i cittadini europei eleggeranno il Parlamento che li rappresenterà per i prossimi cinque anni. Dunque un parlamento eletto a suffragio universale da tutti quelli che possono essere definiti cittadini. Cittadini di cosa? Di uno stato che aderisce all’Unione europea. Cittadini europei, appunto. Il 26 maggio si voterà su questo. Per anni gli euroscettici ci hanno abituati a considerare l’Europa come il regno dei burocrati e, invece, andremo a votare per eleggere direttamente una delle massime istituzioni europee. Strano, no? Un piccolo dubbio dovrebbe venirci nei confronti della buona fede di chi ci racconta frottole per attizzare l’ostilità. Questi stessi, infatti, saranno in prima fila a chiedere i voti per le loro liste. Perché li chiedono se il Parlamento non conta e comandano solo i burocrati messi lì non si sa da chi? E perché ci tengono tanto al Parlamento europeo che è l’unico nucleo di federalismo in un’Europa dominata dalle decisioni intergovernative?

C’è da dubitare che tutti gli italiani sappiano per cosa andranno a votare domenica 26 maggio e, ancor meno, come è governata l’Europa. Di sicuro per molti si tratta solo di un’entità esterna che ci impedisce di fare quello che vogliamo. Il che equivale a dire che da soli staremmo meglio. Tanti anni di storia e le guerre devastanti che ci sono state non hanno insegnato nulla. La visione politica di tanti spesso non riesce a vedere oltre la porta della propria casa. Nulla di strano, in Italia è un atteggiamento abbastanza diffuso. L’ignoranza e la chiusura però non portano nulla di buono perché non capiscono la realtà e la trasformano in una rappresentazione falsata e deforme.

Proviamo dunque a fare chiarezza.

Il Parlamento europeo è una delle istituzioni che governano l’Unione europea ed è l’unica eletta direttamente dai cittadini. Le altre – Commissione, Consiglio dell’Unione e Consiglio europeo – derivano la loro legittimazione dai governi dei singoli stati. Legittimazione sempre democratica, ma di secondo grado.

I commissari europei (quelli additati come “euroburocrati”) sono i componenti della Commissione che è l’organo esecutivo dell’Unione. Sono nominati dai governi (ognuno ne nomina uno) e devono attuare e far rispettare gli atti normativi approvati dal Parlamento e dal Consiglio Ue.

Il Consiglio europeo composto dai capi di stato o di governo degli stati membri è l’organo che fissa l’indirizzo politico dell’Unione.

Il Consiglio della Ue è la sede nella quale si incontrano i ministri competenti in relazione alle materie trattate. Ha potere decisionale sugli atti normativi europei e lo condivide con il Parlamento.

Ma cosa fa esattamente il Parlamento europeo? Come già detto condivide il potere legislativo con il Consiglio della Ue (ma non l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione in quanto principale destinataria degli indirizzi decisi dal Consiglio europeo), partecipa all’approvazione del bilancio dell’Unione, elegge il Presidente della Commissione europea e vota sull’approvazione dei commissari indicati dai governi. Può censurare l’operato della Commissione obbligandola a dimettersi. Altre funzioni sono quelle consultive per le nomine nella Corte di giustizia, nella Corte dei conti e nel Direttorio della Banca centrale europea.

In generale in quanto rappresentante diretto dei cittadini esercita i poteri di controllo politico sull’operato della Commissione e costituisce il punto di riferimento per monitorare le istanze che provengono dalle società e dalle economie degli stati europei. Ma lo fa da un punto di vista che collega ciò che accade in 27 realtà diverse. Un ruolo prezioso sia per superare i limiti della trattativa intergovernativa che per conoscere i problemi comuni dei cittadini europei.

Il problema e il limite dell’attuale assetto europeo è che la dimensione intergovernativa prevale cioè l’Europa non è un’entità politica unica, ma le politiche europee sono il prodotto del bilanciamento e della mediazione tra i diversi governi che la compongono.

In poche parole in Europa comandano gli interessi nazionali e lo spazio per una dimensione europea autonoma è molto ridotto. Le regole comuni sono tutte frutto delle decisioni dei governi. Ma non è proprio ciò che rivendicano i cosiddetti sovranisti? Non esattamente, perché questi vorrebbero che l’Europa fosse solo un’area di libero commercio nella quale ogni stato possiede la sua moneta e pratica la sua politica economica e di bilancio.

Bella idea, vero? Peccato che sia la situazione che abbiamo già avuto dalla formazione del primo nucleo del mercato comune fino all’istituzione dell’Unione europea nel 2002. E non sembra che le cose ci siano andate così bene come Italia da desiderare di ritornarci. Non avere memoria è molto pericoloso

Claudio Lombardi

Verso il BIG BANG dei conti pubblici

Tanta aria fritta occupa il dibattito politico e i due soci di maggioranza, Lega e M5s, sono bravissimi a creare diversivi che distraggano l’opinione pubblica dai problemi veri nei quali stiamo immersi. Di conti dello Stato si parla solo per accapigliarsi sulle spese da fare. C’è una gara a chi promette di spendere di più e si trasmette agli italiani il messaggio che è arrivato un carico pieno di regali e che bisogna solo distribuirli. Ah, se non ci fossero quegli ottusi burocrati europei che ci sorvegliano! La spesa pubblica è un fiume che raggiunge quasi la metà del Pil. Dentro ci sta di tutto e sembra alimentarsi da una fonte inesauribile. Nessuno immagina che possa arrivare il BIG BANG dei conti ovvero l’esplosione di un deficit incontrollabile che può far saltare ogni compatibilità. Con chi? Con la ragione e con i limiti oggettivi che non possiamo ignorare.

Con quali soldi pensiamo di far fronte alle spese già decise e a quelle che derivano dalla promesse che giorno dopo giorno i due soci del governo aggiungono a quelle iniziali? Come sappiamo fin troppo bene le entrate non bastano mai e senza i prestiti che vanno ad aumentare il debito pubblico lo Stato non avrebbe letteralmente soldi in cassa. Il nostro debito è molto elevato, il più elevato in Europa dopo la Grecia in rapporto al Pil e ogni anno deve essere parzialmente rinnovato con nuovi prestiti. Che costano perché gli interessi, pur enormemente calati dai tempi della lira, sono pur sempre ai livelli più alti rispetto a quelli pagati dagli altri paesi europei. Perché? Per il semplice motivo che i prestatori non si fidano dell’Italia e chiedono interessi più elevati di quelli di Germania, Francia, Spagna, Portogallo. Ormai lo spread è con loro e non più soltanto con la Germania. È probabile che gli italiani non l’abbiano ancora capito, ma la fiducia un governo la conquista con le parole e con le azioni. Non a caso, su entrambi i fronti, i soci che formano il governo con il loro contrattino che sembra un compromesso di vendita immobiliare, non ne hanno azzeccata una da un anno a questa parte. E sono punti in più di interessi che scattano.

I cosiddetti sovranisti di casa nostra (sia Lega che M5s fino alle elezioni erano schierati chiaramente per l’uscita dall’euro), una soluzione al problema ce l’hanno. O, meglio, ce l’avevano, perché oggi sono molto più cauti nel parlare col linguaggio di prima. E quale sarebbe? Ma ovviamente il ritorno ad una moneta nazionale stampata su ordine del governo. Basta con i parametri da rispettare, basta con la Commissione europea che sorveglia i nostri bilanci e basta anche con i tassi di interesse decisi dai mercati finanziari. È lo Stato che mette in circolazione la moneta che gli serve e, se proprio deve vendere titoli di debito, lo fa con gli italiani sui quali esercita la piena sovranità (cioè: ti rimborso quando e se voglio).

È una favoletta da piazzisti di provincia che pensano di parlare a persone ignoranti delle regole che governano il mondo. Molti italiani si erano infervorati quando i nostri sovranisti esibivano con baldanza e con orgoglio l’intenzione fermissima di rompere con l’Europa. Ora quei molti forse si sono messi paura. A volte anche la massa sa intuire la fregatura. Ed è forse per questo motivo che Lega e M5s hanno smesso di agitare l’uscita dall’euro come una possibilità reale. Sanno che la gente teme che accada veramente e così si mostrano europeisti. Ma è un’apparenza. Nei fatti stanno spingendo l’Italia su un piano inclinato verso il BIG BANG dei conti e lo scontro con le regole europee facendo finta di niente e spergiurando sulla loro intenzione di non uscire dall’euro. Mentre dispensano assicurazioni di buona volontà spingono verso il basso il carro Italia che sta prendendo velocità. Con il Pil quasi a zero hanno aumentato il deficit e il debito per mettere in atto le loro promesse elettorali che non portano alcun beneficio alla competitività dell’Italia né sono in grado di spingere l’economia.

Quando a ottobre arriverà la resa dei conti non ci saranno più scappatoie: o si troveranno i soldi per coprire le spese o si sforeranno tutti i parametri di bilancio dell’euro. Salvini e Di Maio continuano a dire no all’aumento dell’IVA (che è già legge e scatterà in automatico l’anno prossimo). Tria ministro dell’economia e delle finanze dice che l’aumento sarà inevitabile. A legislazione vigente cioè per le sole spese introdotte con la legge di bilancio 2019. E come si farà se Salvini rilancia e pretende la flat tax? Inoltre nulla si sa della richiesta di autonomia delle regioni del nord dietro la quale c’è la chiara intenzione di tenersi una quota maggiore delle entrate fiscali. È molto probabile che l’autonomia non sarà a costo zero per il bilancio dello Stato.

A ottobre quindi il bilancio 2020 partirà con un buco di oltre 30 miliardi da coprire, più la flat tax, più l’autonomia regionale per non parlare degli investimenti. Insomma lo spettro di un BIG BANG dei conti è piuttosto reale. A quel punto le possibili vie d’uscita saranno tre: 1. Chiedere il sostegno dell’Europa (lo hanno fatto sia Spagna che Portogallo negli anni passati) sottoscrivendo un piano di rientro; 2. Sforare i parametri di deficit e debito (come fecero Germania e Francia nel passato) confidando nella lunga durata della procedura di infrazione prima di arrivare alle sanzioni; in pratica 2-3 anni di deficit libero e un rientro in extremis a prezzo di duri sacrifici; 3. Uscire dall’euro invocando l’impossibilità di rimanerci cioè attuando il famoso “piano B” che proprio questa eventualità prevedeva.

Salvini ripete che dopo il 26 maggio cambierà tutto in Europa. Infatti i sovranisti amici suoi sono i più acerrimi nemici di ogni aiuto a chi non tiene i conti in ordine. Salvini e Di Maio stanno giocando una partita nella quale l’unica carta che sta rimanendo loro in mano è la minaccia del fallimento di un Paese con un gigantesco debito pubblico. L’Italia però è troppo grande per fallire, ma anche troppo pesante per essere salvata. E non si vede poi da chi dovrebbe esserlo. Forse da Putin amico di Salvini? Chissà cosa sperano di fare. L’impressione è che non lo sappiano nemmeno loro. Vanno avanti alla giornata con arroganza e sicumera, ma, in realtà, stanno in alto mare e non possono far altro che agitarsi ed esibirsi nei loro spettacolini per distrarci dal naufragio.

La cortina fumogena delle polemiche di queste settimane serve a distrarre gli italiani che non devono riflettere su questa realtà. Ciò che conta per Salvini e Di Maio è che loro possano dare la colpa a qualcun altro di ciò che accadrà spacciandosi come intrepidi condottieri che hanno combattuto per il bene di tutti. Prima gli italiani dice sempre Salvini. Infatti: gli italiani pagheranno la demagogia e l’irresponsabilità. Primi e unici. Questo è certo

Claudio Lombardi

La favola ambientalista di Greta Thunberg

Bisogna riconoscere che, da quando è comparsa sulla scena europea Greta Thunberg, i temi dell’ambiente e del clima hanno di nuovo attirato l’attenzione dell’opinione pubblica. Inutile negarlo: viviamo anche di simboli e milioni di giovani si sono identificati con la ragazza dal viso imbronciato e dalle lunghe trecce che dall’agosto dell’anno scorso si è votata alla causa della salvezza del pianeta. Nulla da eccepire: l’entusiasmo dei giovani è necessario per qualunque cambiamento e l’aspirazione a vivere in un ambiente più salubre è assolutamente legittima.

Tuttavia si possono riconoscere i meriti di questo nuovo movimento senza per forza accettare tutte le semplificazioni e agli allarmismi che rappresenta.

Greta ripete sempre che non c’è più tempo e lancia la sfida di un cambiamento radicale da realizzare entro il 2030. Al primo posto mette l’eliminazione dei combustibili fossili dalla generazione di energia.

Possiamo veramente farlo e in tempi così brevi? Sembra proprio di no. Non possiamo eliminare i combustibili fossili. È una delle drammatizzazioni che vengono utilizzate per richiamare l’attenzione e per non mollare la presa su temi considerati cruciali. C’è un rischio però: che il discorso ambientalista si radicalizzi e non trovi sbocchi concreti. Infatti, secondo le previsioni più accreditate, nel 2040 la produzione di energia mondiale verrà ancora al 74% dai fossili. Inoltre la domanda petrolifera mondiale ha superato il record dei 100 milioni di barili/giorno. Perché? Perché non ci sono alternative valide. Le mitiche energie rinnovabili sono previste in aumento, ma: l’idroelettrico fornirà il 7% dell’energia nei prossimi trent’anni; il nucleare resterà fermo al 4-5% (per volontà politica e non per impossibilità tecnica); le altre fonti rinnovabili passeranno dal 4 al 14 per cento, ma solo perché incentivate dagli stati. Eolico e solare per ora non sono fonti che possono sostituire i combustibili fossili perché intermittenti e quindi inaffidabili dato che l’energia prodotta non si può accumulare.

È quindi evidente che battere e ribattere sul tasto del catastrofismo (“siamo in emergenza” come ripete continuamente Greta) non serve ad offrire soluzioni praticabili (il “fate qualcosa” che torna in tutti gli interventi di Greta). La sostanza del messaggio del nuovo movimento ambientalista consiste in un allarme e nella richiesta accorata di un generico intervento rivolta ai governi. I quali sono ben contenti di assecondare il movimento e dare risalto al simbolo-Greta perché sanno che è in gioco il consenso di milioni di giovani. È proprio il caso di dire che in questo clima chi propone un’evoluzione graduale, che poi è l’unica praticabile, viene visto quasi come un sabotatore.

La realtà, come sempre, è meno entusiasmante e più difficile degli slanci ideali. E la realtà è fatta di decisioni politiche che producono effetti concreti. Seguire la strada del radicalismo ambientalista non porta da nessuna parte.

Infatti, l’esperienza di governo del M5s dimostra quanta distanza ci sia tra i proclami e i problemi concreti. Erano partiti con l’utopia della decrescita, ma la conquista del potere non li ha aiutati a realizzarla bensì ad abbandonarla.

Prendiamo il caso della Tav. Spostare dalla gomma al ferro il trasporto delle merci è sempre stato uno dei principi cardine dell’ambientalismo. Per farlo, però, bisogna che ci siano le ferrovie e che superino gli ostacoli naturali. Invece il M5s si è incastrato nel movimento NO TAV che più che ambientalista è antagonista.

Altro caso di radicalismo pseudo ambientalista è quello della cosiddetta ecotassa sui veicoli benzina o diesel posta come contraltare all’incentivo riservato ai veicoli ad alimentazione ibrida ed elettrica. Per ora l’effetto è stato quello di disincentivare la sostituzione delle auto più vecchie e inquinanti e di colpire la produzione nazionale di veicoli.

L’opposizione dei 5 stelle agli inceneritori sta bloccando in mezza Italia il ciclo dei rifiuti. Blocco anche per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi in mare sulla base di un’ipotetico danno all’ecosistema marino e al paesaggio. Così l’Italia è condannata a rinunciare ad una risorsa naturale e a continuare con le importazioni di petrolio e gas.

Quale è il succo del ragionamento? Messo di fronte alla concretezza delle decisioni da assumere l’ambientalismo radicale si rifugia regolarmente nella recitazione dei mantra che lo caratterizzano cioè in affermazioni idealistiche incapaci di portare a risultati positivi e intanto blocca tutto e lotta contro tutto. Cioè aggrava i problemi invece di risolverli.

Ricorda Alberto Brambilla in un recente articolo sul Foglio che negli anni Settanta è avvenuto il distacco tra l’energia e l’economia: si iniziò a pensare che l’ambiente fosse una variabile indipendente dallo sviluppo e anzi proprio lo sviluppo capitalistico, che accompagnava la crescita del benessere e della popolazione, dovesse essere rallentato insieme all’aumento demografico occidentale. Questa impostazione portò ad identificare l’uomo quasi come un parassita del mondo che andava frenato con la crescita zero. Natura e pianeta sono stati soggettivizzati (difendiamo la natura, proteggiamo il pianeta terra) quando si tratta di mere realtà oggettive. La verità è che l’umanità deve proteggere se stessa in un contesto di impetuosa crescita demografica che mette sotto stress le risorse naturali. La strada di un’economia sostenibile che risparmi materie prime e ricicli il più possibile è obbligatoria, ma non discende da vacue aspirazioni di salvezza della Terra. L’alternativa è lo scontro per conquistare migliori condizioni di vita.

Oggi possiamo evitare la guerra perché possediamo le conoscenze per affrontare razionalmente i problemi della vita dell’umanità e non abbiamo nessun bisogno di ricorrere alle favole, alla magia e alle superstizioni in alternativa alla scienza e alla tecnica. Cerchiamo dunque di vedere le cose per quello che sono e di affrontarle con realismo e con concretezza. La simpatica Greta lo apprezzerà

Claudio Lombardi

Torre Maura e la rabbia delle periferie

No, non si è trattato di una rivolta popolare. A Torre Maura è stata organizzata un’aggressione contro un gruppo di 70 Rom ospitati per un progetto di integrazione, trainata da Casa Pound e Forza Nuova con l’appoggio di alcuni abitanti del quartiere. Lo schema è quello già collaudato di altre proteste che ci sono state nelle periferie romane: lo spunto è il degrado dei luoghi e il rancore di chi ci abita che viene trasformato in rabbia verso chi riceve assistenza e accoglienza e viene visto come un concorrente e un ladro. Il tutto serve per diffondere sfiducia ed alimentare l’attesa di un cambiamento radicale all’insegna della chiusura verso tutto ciò che proviene dall’esterno. Nessun obiettivo concreto che migliori le condizioni di vita degli abitanti del luogo, ma solo il rifiuto sospinto dalla paura.

Descrive molto bene la situazione Carlo Bonini su Repubblica: “Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale”. Il grido di rabbia e di dolore dei naufraghi è riassunto nell’invettiva lanciata “dall’umanità tatuata, in tuta e sneakers: “Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo ‘sto cazzo. Vie’ a vive qua co’ noi, va”.

E continua uno dei protagonisti delle proteste: “Io nun so’ de sinistra né de destra. Me so solo rotto er cazzo de sto’ schifo. Io i zingari li conosco. E nun c’è gnente da fa’. So’ zingari. È la natura loro, rubano”.

Evidentemente fa rabbia che le istituzioni pubbliche si occupino di gruppi di immigrati o di Rom mentre la zona è lasciata in uno stato di degrado che sembra senza rimedio. La gente non capisce perché per alcuni si fa qualcosa e si trovano i soldi, mentre le esigenze di tutti gli altri vengono ignorate per anni e anni. Che si tratti delle buche, dei trasporti pubblici, delle case popolari che cadono a pezzi o di un tubo di fogna da riparare.

E poi c’è la cronica inadeguatezza dei servizi che suona come una beffa in tempi di prediche sulla necessità di fare figli. Scrive Bonini che “sono mille i bambini tra 0 e 6 anni in lista d’attesa per un posto nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo che non hanno un posto dove andare che non sia la strada o una casa popolare dove, in un caso su due, il capo famiglia è in galera o ai domiciliari”.

Il presidente del Municipio VI al quale fa capo Torre Maura dice: “Quando ero ancora un attivista ce la prendevamo con il Pd accusandoli di tutto. Devo riconoscere oggi che qui è come svuotare il mare con un secchiello. Faccio prima a dire quali problemi non ho. Perché è uno solo. Il traffico della Movida. Per il resto, abbiamo tutto. Spaccio? Ce l’ho. Prostituzione? Eccoci. Rifiuti? Non ne parliamo. Disoccupazione e abbandono scolastico? Primi a Roma”.

E così mentre tutto appare lontano e immobile non si protesta contro l’incapacità di affrontare i problemi del territorio o perché le amministrazioni pubbliche facciano il loro dovere. Le periferie romane che in un lontano passato sono state teatro di epiche lotte politiche e sociali per il diritto ad abitare, per l’acqua, le strade, le scuole, le fogne oggi riescono a ribellarsi solo contro gli ultimi degli ultimi.

Ma sui Rom qualche parola va detta. Che vivono quasi sempre in condizioni terribili lo sappiamo. Nessuno, però, sa o si accorge che molti di loro sono perfettamente integrati con una casa, un lavoro, una vita normale condotta in case normali non certo in camper, in roulotte o in baracche.

Il fatto che ci siano riusciti smentisce che appartengano ad una etnia nomade per scelta o per cultura e smentisce altresì che i Rom rifiutino il lavoro o abbiano il culto dei furti o dello sfruttamento delle donne e dei bambini. In realtà il degrado degli esseri umani deriva dalla loro condizione di vita. Basta privare qualcuno di mezzi di sussistenza, di istruzione, di condizioni minime di servizi e di igiene, di una casa nella quale abitare, di un lavoro e lasciarlo in queste condizioni per anni per indurre a comportamenti antisociali e delinquenziali.

Se non è possibile coltivare la speranza e l’orizzonte quotidiano è quello della lotta per la pura sopravvivenza si possono raggiungere punte estreme di degrado.

Occorre dunque ragionare e cercare di farlo anche con quelli che hanno perso la fiducia e mostrano solo rabbia. La soluzione sta nella politica e si articola in: istruzione, sanità, assistenza sociale, casa e lavoro. E tutto si riassume in una sola parola: integrazione.

E se i cittadini delle periferie si mobilitassero per chiedere alle amministrazioni pubbliche – municipio, comune, regione, stato – di risolvere i problemi sarebbe molto più conveniente per loro

Claudio Lombardi

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