L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi

La domenica, la famiglia e l’apertura dei negozi

Sembrava un tema marginale con tutti i problemi che ha questo nostro Paese e, invece, il M5S ha colto nel segno perché se ne parla. Più di quanto la sostanza della questione meriterebbe, ma se ne parla. Forse perché tocca direttamente l’esperienza di vita di milioni di persone, l’apertura dei negozi la domenica sta diventando un argomento che attira l’attenzione dell’opinione pubblica.

Bisogna dire subito che i 5 stelle di governo hanno una particolare inclinazione per gli annunci. Prendono un tema, pronunciano dichiarazioni nelle quali esprimono estrema determinazione ed esibiscono il loro ideale di potere politico che, in quanto voce diretta dei cittadini, non prevede mediazioni, insistono per qualche giorno e poi fanno i conti con la realtà raggiungendo compromessi che inizialmente avevano categoricamente escluso.

Nel caso dell’apertura domenicale dei negozi forse riusciranno ad imporre il loro punto di vista e il compromesso sarà comunque un notevole cambiamento rispetto ad oggi. Da circa sette anni infatti, i commercianti possono scegliere liberamente quando essere aperti e quando essere chiusi, senza vincoli a parte il rispetto delle condizioni contrattuali di dipendenti e commessi.

In questi giorni molti siti e giornali pubblicano comparazioni con la disciplina delle aperture nei giorni festivi nell’Unione europea. Ebbene in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione. In altri la disciplina prevede numerose eccezioni (vendita di generi alimentari e aree turistiche). Comunque non vi sono divieti generali di apertura festiva.

Da chi l’ha sollevata (Di Maio) la questione è affrontata da due punti di vista: la difesa del diritto dei lavoratori al riposo e la tutela della famiglia. Di questi tempi parlare di evidenze economiche è rischioso e tuttavia la possibilità di aprire la domenica porta benefici per l’occupazione e per il servizio reso ai consumatori. Il solito sondaggio dimostra che la grande maggioranza degli italiani gradisce l’apertura domenicale. Per quanto riguarda il diritto dei lavoratori al riposo la questione non si può porre soltanto in relazione ai giorni festivi, ma va inquadrata nel rispetto delle condizioni contrattuali che prevedono turni, giorni di riposo e incrementi di retribuzione, oltre al diritto a rifiutare di lavorare in tali giorni.

Non è difficile capire che, se non vengono rispettati gli obblighi di legge e di contratto collettivo non è per colpa delle aperture domenicali. Inoltre, si trascura come se fosse marginale il fatto che grazie alla liberalizzazione degli orari c’è stato un incremento di circa 40 mila posti di lavoro.

L’intenzione dei 5 stelle (ma anche della Lega) è difendere gli interessi dei piccoli esercenti. Ma questi hanno, ovviamente, un ruolo diverso da quello dei centri commerciali e delle catene di grandi magazzini e non sono certo le chiusure domenicali a salvarli dalla concorrenza. Chi sceglie di comprare da loro lo fa comunque così come chi preferisce andare da Decatlhon, Mediaworld o nei grandi centri non desiste se chiudono nei festivi. È puerile pensare che imporre la chiusura orienti i consumi verso i negozi di quartiere. Così come è puerile tirare in ballo le famiglie. In primo luogo non ci sono solo i lavoratori del commercio, ma sono tantissimi quelli che lavorano nei giorni festivi e nessuno si è mai sognato di chiedere di fermare i trasporti o gli ospedali o le centrali elettriche o qualunque altro luogo di lavoro perché è domenica e bisogna stare in famiglia.

Ma, visto che di negozi si parla, bisogna dire che una delle scelte più riuscite negli ultimi anni che, a costo zero, ha semplificato la vita di tante persone (con famiglia o senza) è proprio la possibilità di fare acquisti la domenica.

In conclusione se si tratta di diritti dei lavoratori esistono contratti collettivi e strumenti per farli valere e per controllarne il rispetto (ma Di Maio non è anche ministro del lavoro?); se si parla di famiglia l’ultimo dei problemi è stare insieme la domenica. Si può capire la Conferenza Episcopale italiana che vorrebbe tutti gli italiani a messa la domenica, ma che il primo partito italiano, il M5S, ne parli in questi termini odora di muffa, di nostalgia di imprecisati tempi passati, di chiusura mentale, di ostilità a scelte di vita che non siano nel solco della tradizione.

Soprattutto odora di opportunismo che sfrutta qualunque argomento per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, andare a caccia di voti inseguendo gli interessi di categoria e mettere insieme pezzi di identità ideologica

Claudio Lombardi

Lega e M5S: inesperienza, ignoranza e rischio

Cari italiani abbiamo un problema: chi ci guida non è affidabile. Si può essere di destra, di sinistra, di centro, di niente, ma quando si prende la patente per guidare uno Stato bisogna saperlo fare. Gli italiani hanno dato la patente a Lega e M5S e loro si sono messi al posto di comando. Giustamente. Siamo partiti da poco, ma già si vede che la guida non è esperta. Ad improvvise accelerate seguono strani rallentamenti, si tenta di prendere scorciatoie, si sbanda alla minima curva. Insomma si rischia continuamente l’incidente, la macchina prende velocità e sembra che il governo punti direttamente verso un muro di cemento alto e spesso come quelli contro i quali si fanno i crash test. Lo credono un muro di cartone forse?

Come scrive Paolo Cirino Pomicino in un recente articolo “quando all’inesperienza politica e di governo si aggiungono l’assenza di ideali e di cultura politica la miscela che ne viene fuori è il governo autoritario degli ignoranti”. In effetti a pensarci bene quali ideali muovono Lega e M5S? Per esempio uno potrebbe essere “gli italiani prima di tutto”. E l’altro “onestà”. Basta così poco per guidare la settima potenza industriale nonché Paese fra i più complessi e con i più antichi e ramificati intrecci di cultura del mondo? Sembrerebbe di no. E la cultura politica? Si riconosce alla Lega di saper bene amministrare regioni e città e di averlo fatto anche quando alcuni suoi esponenti hanno assunto incarichi istituzionali a livello nazionale (Maroni al ministero dell’interno). Ma oggi la Lega di Salvini è un’altra cosa rispetto a quella del passato. Si è passati dal federalismo, alla secessione, al nazionalismo. Ma sempre di estremismo si tratta. E i 5 stelle? Quale cultura politica hanno? Dire debole è dire poco perché provengono dalle idee fantasiose di Casaleggio e da quelle satireggianti degli spettacoli di Grillo, più una diffidenza verso il mondo delle competenze specie scientifiche.

Non si tratta tanto del livello culturale delle singole persone (che pure è importante come è ovvio), ma della “non conoscenza dell’arte del governare” e di gestire l’amministrazione pubblica. Per esempio cambiare la collocazione internazionale dell’Italia a colpi di provocazioni o sfruttando qualche centinaio di migranti raccolti in mare significa non porsi il problema degli sbocchi di queste scelte. Forse che allearsi con l’Ungheria in nome della chiusura delle frontiere può essere il futuro dell’Italia? No certo specialmente se si fa finta di ignorare che le potenze mondiali – Usa, Cina e Russia – puntano tutte sulla disgregazione dell’Europa per non averla come rivale. L’Europa è un gigante economico, ma un microbo politico perché è divisa e in crisi. Chiaro che faccia gola pensare di farla a pezzi e stabilire delle zone di influenza economica, finanziaria ed energetica. È un rischio avvertito da Salvini e Di Maio? No, anzi loro stanno favorendo questo disegno. È un rischio di cui si preoccupano gli italiani? Ma nemmeno per idea. D’altra parte sono stati oggetto di un bombardamento mediatico per odiare l’Europa e la politica durato molti anni. Se tale ignoranza non vi fosse nessun penserebbe mai di menzionare la possibilità di ricevere una garanzia russa sul debito pubblico dell’Italia come ha fatto il ministro Savona di recente. Sarebbe presa come la battuta di un comico talmente è paradossale. E invece ci hanno pensato davvero. Cioè dovremmo rompere con Francia e Germania e quindi demolire l’asse portante dell’Unione europea per cadere in braccio a Putin o ai Paesi di Visegrad? Solo dei folli potrebbero pensarlo. Eppure se ne parla come di una scelta possibile e seria.

Stessa situazione sul terreno dell’economia e del lavoro che ricade nella competenza del giovane Di Maio. Che si tratti della caduta del ponte Morandi o della vicenda Ilva l’approccio è sempre quello dei proclami stizzosi e categorici che prescindono dalla realtà e sostituiscono il deficit di idee e di capacità con l’altezzosità del comando. Sembra che chi sta al governo possa reinventare il mondo che lo circonda in forza del suo potere. Con una faciloneria che impressiona il giovane Di Maio affronta questioni di enorme portata come se si trattasse di una bega paesana.

Ciò che si capisce dai primi mesi di governo Lega M5S è che non c’è alcuna idea di come rilanciare lo sviluppo superando i mali strutturali dell’Italia. Ma si capisce benissimo che i suoi capi sono disposti a rischiare tutto per una generica rivalsa contro le burocrazie d’Europa e contro gli stati più forti. Provocazioni e ripicche invece di mettersi a costruire seriamente una nuova via per il nostro Paese insieme con i suoi partner europei. Salvini e Di Maio preferiscono averli come avversari.

Si era immaginato che il Piano B sarebbe rimasto un gioco di fantasia di alcuni professori. Invece più si va avanti più si intravede che il piano di uscita dall’euro e di rottura con l’Europa è qualcosa di concreto. Il muro contro cui andremo a sbattere si avvicina

Claudio Lombardi

Dove ci portano M5S e Lega?

Tempi difficili per l’Italia. Tra un ponte che crolla e un governo di apprendisti eccitati dal potere, tra una fuga degli investitori esteri e lo spread che aumenta c’è poco da stare allegri. Se un anno fa sembrava un vanto aver raggiunto una discreta stabilità e il segno + sul Pil oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa in attesa che l’autunno ci porti le prove più difficili. Lega e M5S sembrano non rendersi conto dei pericoli che corriamo di scivolare indietro. Anzi, alcuni autorevoli esponenti come gli economisti della Lega Borghi e Bagnai sembrano dei generali che si fregano le mani pregustando la battaglia. Il piano B per l’uscita dall’euro si avvicina. In realtà lo hanno anche annunciato che forse saranno gli altri a buttarci fuori. O lo faranno i fatti. Basta imboccare una certa strada e il resto verrà da sé.

Ogni giorno porta il suo passettino verso il marasma tra un Salvini che si atteggia a duce del popolo italiano unica fonte di diritto superiore alle altre autorità dello Stato e alle leggi e un Di Maio che gioca con le nazionalizzazioni e con la sorte dell’Ilva. Proclamano senza pensare a cosa dicono, ebbri del consenso ricevuto da un elettorato in vena di sfoghi che ha scambiato il governo nazionale e gli intrecci europei per un gioco di ripicche, come se si trattasse di una bega familiare o di condominio. Non sarebbe la prima volta che il consenso premia i più ignoranti, spregiudicati, fanfaroni. Il popolo è un’entità astratta composta da milioni di teste ben poche delle quali sono in grado di rendersi conto delle implicazioni delle proprie scelte. È sempre così in democrazia: l’incompetente deve indicare quale competente sceglie. A volte si è fortunati, a volte no. I regimi più infami hanno sempre ricevuto il consenso popolare che è rimasto anche quando si è arrivati alla guerra e alla distruzione totale.

Speriamo di non arrivare a tanto e cerchiamo di mantenere lucidità di pensiero e la capacità di comprendere e distinguere. Stando con i piedi per terra perché la vita reale non è un videogioco.

Il crollo del Ponte Morandi ha scoperchiato una realtà che conosciamo bene. C’è l’incuria, c’è il peso delle burocrazie, c’è l’avidità, c’è lo sfruttamento dei beni pubblici, ma, soprattutto, c’è uno Stato che non riesce a svolgere la sua funzione. Non riusciva a gestire in maniera efficiente le aziende prima quando mezza Italia era sotto il controllo pubblico e non è riuscito a regolare i suoi rapporti con i gestori privati poi. Chi proclama con leggerezza “nazionalizziamo” non conosce la storia dell’intervento pubblico nell’economia e non vede la realtà di oggi. Atac e Ama sono due aziende romane di proprietà del comune di Roma che gestiscono da decenni due servizi essenziali per una città: trasporti e rifiuti. Ebbene entrambe sono state distrutte dalla mala gestione, dal clientelismo, dalla corruzione, dalle ruberie, dagli interessi di persone e gruppi (sindacati inclusi). Entrambe sono costate e costano cifre enormi ai cittadini e rendono un servizio pessimo. Perché? La causa principale è la totale dipendenza dalla politica cioè da chi rappresenta gli elettori. La stessa cosa accadeva con le partecipazioni statali dalla fine degli anni ’60 alla privatizzazione degli anni ’90. Questi sono fatti non opinioni. Eppure il M5S sembra arrivare dalla luna e candidamente ripropone ciò che ha fallito nel passato (e fallisce nel presente). Non avendo né capacità di governo né idee forti si aggrappa al controllo e al comando come unici strumenti della politica. Sono ingenui e sprovveduti, pensano che sia sufficiente mettere nei posti chiave persone da loro dirette per ottenere i risultati a cui aspirano. È l’altra faccia del complottismo: se la situazione esistente nasce da complotti per fregare gli onesti basta sconfiggerli e automaticamente le cose cambieranno in meglio. Il loro pensiero esclude la complessità e gli intrecci intorno ai quali si dipanano decisioni e governo di istituzioni ed apparati.

La stessa ingenuità, ma intrisa di cattiveria, muove Salvini. Va avanti a testate, a provocazioni, in un clima rissaiolo ed eccitato tra una diretta Facebook e un comizio. La sua impronta di governo non si vede. Dovrebbe gestire il ministero dell’interno e, come vice presidente del Consiglio, contribuire ad indirizzare la politica del governo. Lo fa? Ovviamente no. Se si depurano i suoi interventi dalle provocazioni e dalle sparate non resta nulla di rilevante. Un abisso lo separa dal suo predecessore Minniti senza il quale non ci sarebbe stata la riduzione dell’80% degli sbarchi e, soprattutto, non ci sarebbe stato l’impegno nella strategia europea in Africa che il governo italiano sembra aver abbandonato.

Intanto i ministri economici consapevoli dei rischi che corre l’Italia chiedono all’Europa di aiutarci a fare ciò che vogliono i padroni del governo. Candidamente ci si aspetta sostegno dalla Bce ben sapendo che l’acquisto dei titoli pubblici sta finendo. Ingenuamente si pretende di alzare l’asticella del deficit e del debito come se fosse un regalo della Commissione Europea. Chi pagherà più interessi saremo noi italiani non Bruxelles. E chi si troverà a fare i conti con un debito in crescita saremo sempre noi e i nostri figli.

Intanto, silenziosamente, c’è chi toglie i suoi soldi dall’Italia. Già un’asta di Bot è andata deserta a luglio e per uno Stato che si vive di prestiti (intorno ai 400 miliardi l’anno) è un segnale molto serio.

Dove ci stanno portando il M5S e la Lega forti di un consenso incontrastato tra gli italiani? All’orizzonte si vedono solo guai, rischi e problemi. Della stabilità e della fiducia riconquistata negli ultimi anni non vi è più traccia. Se una strategia c’è e se atti e parole hanno un senso è quella di rompere con l’euro e l’Europa. Prima o poi ci accorgeremo di non essere solo spettatori di un’esibizione di bulli apprendisti governanti, ma protagonisti delle conseguenze dei loro errori

Claudio Lombardi

Il ponte Morandi metafora dell’Italia

A Genova non è solo crollato un ponte, ma è stata messa a nudo la fragilità e la pericolosità di un sistema nel quale tutti ci troviamo a vivere, ma al quale ci siamo assuefatti. Il crollo del ponte Morandi ci colpisce direttamente perché ci toglie la fiducia che lo Stato e le strutture tecniche e imprenditoriali che gestiscono infrastrutture e servizi siano in grado di proteggerci. Non siamo tutti ingegneri, ma ormai, grazie alla diffusione delle informazioni, ci si è potuti fare un’idea abbastanza precisa e realistica della vicenda. Possiamo non conoscere la causa esatta del crollo, ma ne sappiamo abbastanza per escludere la fatalità che, d’altra parte, nessuno invoca. Non si è trattato di un evento naturale nei confronti del quale comunque possiamo difenderci prevedendone le conseguenze. Contro il terremoto si possono costruire edifici che resistono a scosse molto forti. Contro le alluvioni si può fare molto come, per esempio, allontanare le case dalle rive di fiumi e torrenti (quelle di Genova per esempio) e piantare alberi sulle colline. Ma se un ponte autostradale viene costruito sopra una città, se il progetto è sbagliato, se nessuno vuole ammettere che sia pericoloso, se chi ne ha la responsabilità lascia passare il tempo senza fare alcunché di risolutivo, allora non abbiamo difesa e la nostra vita vale meno delle resistenze corporative e burocratiche, dei dissidi politici, della farraginosità delle procedure, dell’ottusità dei punti di vista di minoranze rumorose che vogliono imporre a tutti la loro visione.

Questa è la vicenda del ponte Morandi e dell’autostrada sciagurata che è stata fatta passare sopra e dentro la città di Genova. Che il ponte sia stato progettato male (“un fallimento dell’ingegneria” ha affermato il prof. Brencich esperto di costruzione in cemento e docente all’università di Genova) si è visto. Che dovesse essere profondamente ristrutturato oppure demolito lo dice la logica e lo dicono i fatti (intervento strutturale su un pilone nel 1995 e decisione di intervenire anche sugli altri). Per 51 anni chi doveva gestirlo (prima la società autostrade dell’IRI, poi quella privata) non ha voluto riconoscere la realtà. Gli altri protagonisti della vicenda, i responsabili politici delle istituzioni locali e nazionali, non hanno voluto assumere l’unica decisione sensata che qualunque persona ragionevole avrebbe considerato ineludibile e urgente: portare il tracciato autostradale fuori dalla città di Genova e contemporaneamente ristrutturare il ponte.

Oggi si accusa la società Autostrade di inadempienza, ma chi doveva vigilare sul suo operato all’interno degli apparati di governo cosa ha fatto per decenni? E perché non è stato ascoltato il responsabile della vigilanza sulle concessionarie presso il ministero per le infrastrutture che denunciava in Parlamento due anni fa le enormi difficoltà materiali che incontravano gli ispettori per svolgere il loro lavoro? Che tipo di rapporti si sono creati tra governi e società Autostrade nel corso degli anni? Perché la convenzione è stata a un certo punto approvata con legge depotenziando e aggirando il ruolo degli organismi tecnici e di controllo che nel passato avevano sollevato molti dubbi sul rapporto tra investimenti e pedaggi? Il crollo del ponte ha messo a nudo un rapporto tra società concessionaria e Stato tutto sbilanciato a favore della prima. Chi lo ha voluto e coperto per anni? Se le privatizzazioni di infrastrutture e servizi che sono monopoli naturali sono state fatte così, con tanto di accordi segreti e blindati, perché stupirsi che adesso si prospetti il ritorno ad una gestione pubblica? In questo quadro l’annuncio della revoca della concessione, inattuabile nelle forme con le quali è stata presentata dal Presidente del Consiglio e dal ministro Di Maio, è una reazione comprensibile anche se non condivisibile, comunque coerente con l’identità del M5S. Che poi all’annuncio seguano i fatti si vedrà. Se però questo annuncio sta facendo scandalo avrebbero dovuto farlo anche gli accordi segreti e i patti stipulati dai governi precedenti. Bisogna stare attenti perché la trappola della propaganda non sta da una sola parte e la storia italiana delle privatizzazioni non è tutta difendibile.

Gli ingredienti di una crisi di sistema ci sono tutti perché gli errori si possono commettere (un ponte sbagliato, un’autostrada assurda), ma è proprio nella loro correzione che si riconosce un sistema che funziona da uno che non funziona. E se non funziona il conto lo paghiamo noi. Può trattarsi di un pronto soccorso o di un ponte o di una ferrovia non messa in sicurezza.

Per non commettere errori e per correggerli il momento della decisione e della sua attuazione è cruciale. Non è un caso che mentre il ponte si logorava e il traffico assediava l’autostrada si sia svolto per decenni un vergognoso tira e molla sulla realizzazione di un nuovo tracciato autostradale che ha coinvolto tutte le istituzioni locali, i partiti, i sindacati, le organizzazioni imprenditoriali, i cittadini organizzati in comitati. Un tipico esempio dell’incapacità di decidere che ci affligge. Siamo disposti a discutere all’infinito dimenticando che la discussione serve per decidere. Discutere non è un fine, ma un mezzo e chi ha responsabilità istituzionali ha il dovere di stabilire gli obiettivi e di perseguirli.

Senza una guida politica forte e autorevole l’Italia non può farcela. Questa guida oggi non c’è. Non può esserlo la Lega che nella destra ha sempre espresso la parte più rozza e retriva, quella delle soluzioni sbrigative a problemi complessi. E non può esserlo il M5S che è nato e cresciuto in nome della resistenza alla modernità vista come occasione di sfruttamento e di corruzione. Dovunque ci fosse un NO il M5S ci si è accodato che si trattasse di vaccini, di un gasdotto, di una ferrovia, di un valico. Anzi i No sono stati coltivati e stimolati per anni da Beppe Grillo che ha dato voce alla diffidenza e all’ignoranza della gente comune contro tutti quelli che avevano una competenza scientifica e tecnica. Non a caso i valori di questa nuova cultura di massa sono stati il vaffa e il “faccio come mi pare”.

Possiamo pensare che queste due forze politiche, queste due culture possano guidare la settima potenza industriale del mondo? L’Italia è afflitta da ritardi storici che ormai conosciamo a memoria e che la stanno spingendo verso il basso. Se non vogliamo fare la fine del ponte bisogna che ci rimbocchiamo le maniche per riportarla in alto

Claudio Lombardi

Il governo della paura

La paura è una reazione naturale di fronte ad una situazione di pericolo. Lo è anche verso ciò che non si conosce, non si capisce o si pensa di non poter controllare. Chi ha un ruolo di guida, però, dovrebbe dominare la paura e trasformarla in lucida analisi della realtà e in azioni razionali. Proprio quello che Lega e 5 Stelle non fanno. Il governo della paura non è una trovata propagandistica, ma una definizione che corrisponde alla realtà.

Salvini per anni si è fatto conoscere per la sua aggressività, per la volgarità, per la superficialità rozza con la quale ha affrontato qualsiasi problema politico e sociale. Le sue maniere rudi parlavano ad un elettorato che vi si rispecchiava. Invece di mostrarsi in grado di gestire la complessità Salvini raccontava agli italiani che le questioni si dovevano affrontare con le maniere forti. Ora che la Lega è accreditata di un’enorme crescita di consensi si capisce che molti italiani confidano sul serio in una politica manesca e ignorante. Sicuramente sono stati delusi dalle esperienze passate. Tuttavia il paradosso è che ognuno lo fa dal suo punto di vista convinto che il suo riferimento politico – Salvini – lo faccia suo, ma ignorando che in realtà l’atteggiamento da bullo nasconde un’indeterminatezza di scelte che prima o poi verrà fuori. La Lega presalviniana ha dato una discreta prova nel governo di comuni e regioni, ma giungere con Salvini a dominare la politica nazionale sembra decisamente andare oltre le sue possibilità.

Per questo motivo l’esasperazione dei toni che ha caratterizzato questi due mesi del Salvini egemone sul governo è pericolosa: eccita gli animi della gente e crea il terreno favorevole a violenti, idioti e disagiati mentali per uscire allo scoperto e compiere le azioni che corrispondono al loro livello intellettuale (maltrattare una persona di colore, fare il tiro al bersaglio su un operaio, insultare, aggredire); nello stesso tempo crea problemi all’Italia sul piano internazionale. Al suo attivo Salvini vanta un paio di navi dirottate in porti spagnoli, ma il Consiglio Europeo di un mese fa ha dato uno schiaffo in faccia all’Italia.

Considerazioni analoghe si possono fare per il M5S. In questo caso non ci sono le esibizioni manesche, ma una rabbia ben coltivata da anni di campagne scandalistiche e diffamatorie. Anch’esse hanno proposto soluzioni semplici a problemi complessi, ma puntando sul sospetto e sull’utopia. Sospetto verso tutti quelli indicati come casta di parassiti sulle spalle del popolo. Utopia che è possibile realizzare a condizione di espellere dalla vita pubblica tutta la gente che c’era prima dell’avvento dei 5 stelle.

Come osserva Marco Ruffolo in un recente articolo su Repubblica dietro la concreta azione di governo del M5S sembra esserci l’idea semplificatrice di un potere che automaticamente consente di raggiungere i risultati desiderati purchè sia eliminato tutto ciò che si frappone tra governo e popolo (lobbies, partiti, mercati ecc).

Ciò significa che il successo dell’azione di governo dipende più dal grado di volontà politica nel fare le cose che dalla capacità di superare difficoltà strutturali, di sporcarsi le mani nella dura amministrazione. Con questa impostazione le proposte fondamentali che il M5S ha messo nel suo programma assumono quasi un potere taumaturgico. Reddito di cittadinanza, abolizione dei vecchi vitalizi (quelli nuovi sono stati aboliti nel 2012), taglio delle “pensioni d’oro”, vincoli ai contratti a termine, ripudio degli accordi sul libero scambio commerciale, blocco della vendita di Alitalia, rimessa in discussione della gara per l’Ilva e della Tav. Tutte scorciatoie presentate come risolutive, ma tutte poggiate su un forte incremento di spesa pubblica corrente che si traduce in un rinnovato intervento dello Stato che offre assistenzialismo invece di politiche di sviluppo.

Una semplificazione di vecchia data per i 5 stelle che naturalmente si è scontrata con i vincoli di bilancio europei. Messa da parte per ora l’idea grillina di indire un referendum per l’uscita dall’euro (ma riproposta da Beppe Grillo) Di Maio si barcamena tra minacce e annunci solenni che si traducono nella conquista di posti in cariche di nomina governativa.

Il governo del cambiamento lo sta sicuramente realizzando con la spartizione di ogni genere di poltrona piazzando gente di fiducia negli incarichi di responsabilità senza fare mistero di aspettarsi da tutti collaborazione per la realizzazione del programma di governo senza più distinzione di ruoli e di funzioni.

I 5 stelle non sono cambiati. Vivono il mercato cioè la concorrenza e gli scambi commerciali come il regno delle multinazionali sede di tutti i mali. La loro visione del mondo è sempre improntata al complottismo, molto consolatorio per quelli che non vogliono o non sanno comprendere la realtà con tutte le approssimazioni, le ingiustizie e i compromessi che caratterizzano la storia dell’umanità. Un complottismo che rivela una grande paura del mondo. I 5 stelle al governo stanno fermi su posizioni difensive e punitive dando l’impressione di un grande attivismo.

Soltanto con questa mentalità immatura e rozza, si può comprendere un ministro del lavoro e vice Presidente del Consiglio che denuncia un complotto per una relazione tecnica (tecnica appunto ed obbligatoria) ad un disegno di legge del governo. Di Maio ci mette di suo un’abilità teatrale nel recitare la parte dell’irreprensibile che sorride, ma può anche minacciare. Come ha fatto al congresso della Coldiretti a proposito del Ceta annunciando la cacciata dei funzionari governativi che conducono la trattativa (per dovere di ufficio) e l’immediato voto contrario del M5S per rigettare l’Accordo. Poi è intervenuta la Lega (e la Confindustria e le categorie produttive) i toni sono calati e la questione è stata accantonata. Anche perché il Ceta non arriverà in Parlamento tanto presto. Ma Di Maio ha fatto la sua recita da bravo interprete di idee elaborate da altri

Claudio Lombardi

Il governo non vuole vedere la realtà

Era il 4 marzo. Poi è arrivato il 1° giugno e ci ha portato il governo Conte basato sul contratto tra Lega e M5S. Oggi è il 14 luglio. È presto per dare giudizi, ma la prima impressione è che il governo Lega – M5S non sappia che pesci prendere. Per dirlo meglio: le proposte manifesto del contratto (flat tax e reddito di cittadinanza) bisogna metterle da parte perché gli equilibri di bilancio sono più precari di prima e il grande problema dell’Italia non è l’euro o l’Europa, ma il debito che va continuamente rifinanziato. Se chi presta ha l’impressione che il debitore barcolla è ovvio che è spinto a chiedere più interessi o uscire dal mercato italiano. Non è un’ipotesi, ma è quello che sta già avvenendo con il rialzo dei tassi e con il trasferimento di capitali all’estero. Si vede che la coppia Di Maio – Salvini non ispira molta fiducia.

Dunque il governo deve volare più in basso della propaganda che lo ha consacrato. Ma, siccome qualcosa bisogna pure dare in pasto all’opinione pubblica, si ricorre ad un tema classico del repertorio della Lega: i migranti. I toni e gli atti sono da emergenza, ma in una situazione che, grazie alla politica praticata dal governo Gentiloni, vede una diminuzione degli sbarchi dell’80%. Si sfrutta la paura del futuro e l’onda lunga dello scontento per il disordine degli anni passati (perché disordine c’è stato e anche spreco di soldi pubblici). Ma si sfrutta anche una profonda divisione tra i paesi europei e le rispettive opinioni pubbliche che considerano l’immigrazione un rischio dal quale bisogna star lontani. Ovviamente poi la realtà ha molte facce perché gli immigrati sono pur sempre essenziali per far funzionare apparati economici e servizi. E molti altri saranno necessari, secondo tutte le previsioni, nel prossimo futuro. Strano perché lì dove sale il timore di essere invasi (a prescindere dai numeri) non si tiene conto dei tanti che sono già inseriti in quelle realtà. Sono tutti arrivati con regolare contratto di lavoro?

Ovviamente non ci sarebbe questa situazione se l’immigrazione fosse stata gestita con canali di ingresso regolari nel passato e se nessuno avesse pensato di sconvolgere il Medio Oriente e il Nord Africa con le guerre e abbattendo gli stati. Ma le cose sono andate diversamente.

Ci ritroviamo un Salvini che agita il “suo” ministero dell’interno come una minaccia e pensa di governare una situazione così difficile bloccando le barche una per una e costringendo Francia, Spagna o Malta ad accoglierne qualcuna. Può essere che il braccio di ferro funzioni, ma se non si cambia la situazione in Africa non servirà a nulla. D’altra parte se gli sbarchi sono diminuiti dell’80% non è perché il governo precedente ha chiuso i porti, ma perché ha concentrato la sua attenzione oltre il Mediterraneo.

Comunque il governo Conte in Europa non ha raggiunto nessun risultato. Anzi, l’unica decisione importante (Consiglio europeo) ha visto l’Italia perdente perché il Trattato di Dublino resta com’è e i profughi possono essere inviati in altri paesi solo su base volontaria.

Sull’altro versante, quello dei 5 stelle, si è pensato di replicare al protagonismo salviniano con un bel decreto-legge. Nella più pura tradizione della Prima Repubblica è un decreto-legge che non doveva essere emanato perché contiene misure disomogenee e perché non risponde ai requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dalla Costituzione.

La parte più sostanziosa riguarda i contratti di lavoro a tempo determinato che vengono scoraggiati. Anche quelli a tempo indeterminato vengono gravati da un costo maggiore nel caso di licenziamenti senza giusta causa. E basta. Niente politiche attive del lavoro, niente tagli dei contributi per chi assume. Una tipica legge manifesto con la quale si può dire di aver fatto qualcosa di utile solo perché la si valuta prima che produca i suoi effetti. Che i posti di lavoro non si producano per legge continua ad essere un mezzo tabù.

Sia Lega che M5S cercano di mostrarsi tenacemente determinati ad ottenere risultati sui temi con i quali più si sono identificati sapendo che poco possono fare e quel poco lo devono esibire come se fosse molto di più.

Ma sono queste le vere urgenze di fronte alle quali si trova l’Italia?

Completamente oscurati dal clamore suscitato da una singola barca di migranti sono usciti dei dati previsionali della Commissione Europea che certificano la diversa velocità alla quale viaggia la nostra economia rispetto a tutte le altre.  

Nel 2018 l’Italia crescerà dell’1,5%, contro una media della zona Euro del 2,3% e una media dell’Unione Europea del 2,5%. Andrà ancora peggio nel 2019, dove i Paesi con l’Euro cresceranno del 2%, quelli dell’Europa a 27 del 2,2% e noi ci fermeremo all’1,2%. Dunque peggio di noi nessuno. Non si può certo dire che sia colpa dell’euro perché quelli che crescono ce l’hanno proprio come noi. Del rigore di bilancio? Nemmeno, perché ci sono Paesi che se lo sono persino auto-imposto che funzionano molto meglio di noi.

Per quanto tempo possiamo far finta che le cause dei nostri mali vengano dall’esterno (l’euro, la finanza, Soros, i tedeschi, i migranti) e non invece da un sistema malato che sta frenando l’Italia da almeno vent’anni? Pensiamo ancora di poter sopravvivere tenendoci tutti i nostri panni sporchi fatti di sprechi e inefficienze (nonché rendite, ruberie, privilegi) sbraitando per rivendicare chissà quale sovranità perduta? Chissà perché evasione fiscale, burocrazia ottusa, criminalità organizzata, incertezza del diritto non devono essere considerati i nostri principali nemici? Forse perchè nessuna forza politica ha il coraggio dimisurarsi sul serio con questi temi?

Prima o poi dovremo prendere atto con serietà che se siamo ultimi in Europa è per problemi nostri. E prima o poi dovrà esserci un governo che parte da qui senza distrarci con l’esibizione dei suoi capi popolo che i nostri veri problemi non sanno e non vogliono affrontarli

Claudio Lombardi

1 2 3 42