La palla al piede della disuguaglianza

disuguaglianza

L’ultima è la notizia che l’ex amministratore delegato di Leonardo – Finmeccanica, Mauro Moretti, riceverà una liquidazione di circa 10 milioni di euro per la conclusione del suo rapporto di lavoro con l’azienda durato tre anni. Nulla di straordinario. Moretti si appella ad un contratto perfettamente legale così come lo sono quelli di tutti i grandi manager dei quali si parla ogni anno quando si stila la classifica delle retribuzioni delle società quotate. Di notizie così se ne possono rintracciare migliaia in tutto il mondo nel corso degli ultimi decenni.

capitalismo finanziarioOltre ai manager, poi, ci sono i proprietari delle aziende dei quali poco si parla, ma che in quanto a guadagni scandalosi non sono secondi a nessuno. Da noi si è gettato lo sguardo su Silvio Berlusconi a proposito dell’assegno di due milioni di euro al mese che versa alla sua ex moglie. Ma forse si potrebbe citare il miliardario russo che si sta facendo costruire uno yacht a vela lungo 140 metri e del costo di quasi mezzo miliardo di dollari.

Sono tutti indicatori di un sistema di rapporti sociali ed economici deformato dalla disuguaglianza. L’ultimo libro di Romano Prodi la mette al centro della sua analisi e tanti analisti ripetono da anni che eccessi di disuguaglianza fanno male alla società e all’economia. Se ne occupa anche un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di pochi giorni fa.

Scrive Bragantini: “C’è un equivoco di fondo sulle cause della crisi finanziaria; sempre attribuita all’eccessivo debito pubblico, essa invece nasce dalla debolezza della domanda, a sua volta dovuta alle forti disuguaglianze attuali nei Paesi sviluppati. (…).”

ricchi e poveri“Crescita delle disuguaglianze, che dagli anni Ottanta ha spostato il 10-15% del valore aggiunto dal lavoro ( che spende tutto il suo reddito) al capitale, che tesaurizza ben più di quanto investa. È scesa così la domanda, in particolare gli investimenti, pubblici e privati, che potrebbero spingere in alto il Pil. Errata è, con la diagnosi, anche la prognosi. Ciò non implica aumentare la spesa pubblica in Italia; prima dei vincoli dell’euro, il buon senso costringe a stanare le spese inutili, parassitarie, spesso corruttrici. La causa ultima della crisi però resta lì, intatta; lungi dal diminuire, la divaricazione di redditi e ricchezze si fa vieppiù minacciosa”.

Ricorda Bragantini che negli anni Cinquanta-Ottanta del Novecento, erano alti i livelli di tassazione sui redditi più elevati e, comunque, i compensi dei manager erano inferiori a quelli attuali. A partire dal 1989 le loro retribuzioni sono cresciute in misura esponenziale e la tassazione è diminuita. In pratica il mercato è diventato un pretesto per coprire una gigantesca redistribuzione dei redditi che arriva a minacciare la stessa democrazia.

Infatti “il profitto è ben accetto se accresce il benessere generale” cioè se viene tassato per sostenere le spese statali, se genera investimenti che portano lavoro, altri profitti, altre tasse e così via. Ma se questa sequenza viene interrotta, se crescono a dismisura i redditi dei supermanager e i guadagni degli azionisti, se poi questi vengono utilizzati per inseguire le rendite finanziarie, di fatto, si mina l’economia di mercato e la coesione sociale.

redistribuzioneSi rischia così “di affossare un modello che ha strappato alla povertà noi ed altri Paesi, in un’Europa in pace. Esiste un limite oltre il quale le disuguaglianze non devono crescere, e l’abbiamo passato; ridurle a livelli ragionevoli deve formare l’asse portante di una nuova piattaforma, da presentare in un mutato contesto istituzionale europeo (….) Il sostegno politico (e la giustificazione vera) dell’economia di mercato sta nelle classi medie; la loro rabbia montante deve indurre ad invertire il moto del pendolo degli ultimi 30 anni. La democrazia stessa lo esige.”

Per Bragantini i Paesi forti dell’eurozona dovrebbero avere un’inflazione maggiore per ravvivare la domanda. E aggiunge “servono poche, ma chiare parole d’ordine: istruzione di qualità, tassazione progressiva, solidarietà sociale, governo delle imprese orientato al lungo termine e, in Italia, controllo su priorità ed efficienza della spesa (stop a investimenti inutili, infrastrutture avviate e abbandonate, corruzione)”.

Un programma semplice, ragionevole che è la migliore risposta al populismo distruttivo che si basa sulla rabbia e la paura degli elettori, ma che non sa come gestirla

Claudio Lombardi

A chi fa paura Matteo Renzi?

attacco al Pd

C’è di che essere preoccupati. L’ennesimo passaggio a giornalisti “amici” ( o complici?) di intercettazioni coperte dal segreto conferma che tra una parte della magistratura, media e politica si è creata una strana collaborazione intorno ad un obiettivo ormai chiaro: screditare Matteo Renzi. Poiché non si è riusciti ad imputargli alcun reato si procede col metodo di tirarlo in ballo in qualsiasi modo. Non importa la sostanza di ciò che si sciorina di fronte all’opinione pubblica. Conta che il suo nome e quello delle persone a lui più vicine siano citati nell’ambito di inchieste nelle quali le condanne si pronunciano non appena vengono avviate.

intercettazioniTutto ciò non avviene per caso, ma ha dei registi i quali sanno benissimo che l’opinione pubblica ha la memoria corta e che una falsità diffusa a voce alta e ripetuta per un po’ di tempo lascia una traccia nella mente degli ascoltatori che diventa poi un pregiudizio che rimane. Ben pochi si curano di entrare nei dettagli e di seguire una vicenda giudiziaria che può benissimo rivelarsi una bufala cioè un qualcosa di inconsistente e immotivato. Ciò che conta ormai è poter strombazzare i nomi all’inizio ben sapendo che il seguito si perderà nell’indifferenza generale. Infatti gli stessi giornali che dedicano le prime pagine quasi nascondono gli esiti delle inchieste. Ciò che conta è lo “spettacolo”.

Qualcuno ricorda come è finita la vicenda di Tempa rossa che arrivò con uno straordinario tempismo in coincidenza con il referendum sulle trivellazioni? Ebbene è finita con un proscioglimento generale. Che poi un ministro del tutto innocente (Federica Guidi) si sia dimessa e abbia visto le sue relazioni personali messe in piazza dai soliti giornalisti che vivono di scandalismo non interessa a nessuno.

opinione pubblicaLa stranezza è che negli ultimi anni le inchieste dei PM hanno spesso seguito un andamento sintonizzato sulla fase politica. La storiella dell’obbligatorietà dell’azione penale è una favoletta perché non tutte le possibili azioni penali vengono avviate ed esiste, quindi, una discrezionalità nella scelta che insospettisce specialmente quando le inchieste si rivelano buonissime per riempire le prime pagine dei giornali ed incapaci di superare anche solo il primo vaglio giudiziario. Logico domandarsi: ma come lavorano questi PM? Forse bisognerebbe aggiungere: che obiettivo vogliono raggiungere? Semplice, vogliono partecipare alla lotta politica utilizzando i loro poteri. E un procuratore ha le inchieste per esprimersi. Che poi falliscano non conta, tanto lui non risponde delle sue azioni.

Ma non è questo il punto. Contro Renzi si è scatenato da un po’ di tempo un attacco che mira a demolirlo. Il 4 dicembre ha segnato una svolta nella tormentata vicenda politica italiana perché il tentativo di andare verso un modello istituzionale più razionale e più efficiente è stato battuto dalla coalizione di tutti quelli che volevano conservare l’esistente. No, non tanto gli elettori molti dei quali hanno votato per protesta perché dal governo Renzi si aspettavano molto di più. La campagna che ha raccolto tutte le opposizioni (più intellettuali e media) che non avevano nulla in comune tranne l’ostilità per Renzi non toccava le insoddisfazioni, ma le rendite di posizione di ciascuno. Per questo è stata tanto livorosa.

cambiamentoPer molti anni la parola d’ordine più popolare è stata quella del cambiamento. In suo nome sono stati sepolti i vecchi partiti, è stato cambiato il sistema elettorale a livello comunale, regionale e nazionale; in suo nome si è affermato il berlusconismo ed è nato il Movimento 5 Stelle; anche la nascita del Pd si inserisce in questa corrente.

Oggi non è più così e il tentativo più chiaro di questa fase è quello di tagliare le gambe a chi ha concepito e guidato il tentativo di trasformare sul serio l’assetto istituzionale dell’Italia cioè Matteo Renzi e il Pd.

Chi può avere interesse in un paese fragile e instabile come l’Italia a stroncare l’unico partito che ha un’idea di governo sia nazionale che europeo e che ha dimostrato di saper reggere anni difficili e tormentati alla guida del Paese? Certo non tutto è andato bene. Errori ne sono stati fatti, ma l’elezione di Macron avvia una fase diversa nel percorso dell’Europa e l’Italia ha tutto l’interesse a presentarsi con una guida sicura, capace e che dia stabilità. Perché proprio adesso si cerca l’affondo contro Renzi?

stabilità di governoQualcuno pensa che il M5S sia il soggetto giusto capace di assicurare questa guida? Oppure, dato che siamo tornati al proporzionale, ci sono componenti delle classi dirigenti che ritengono preferibile che non vi sia alcun partito in grado di avere un mandato pieno per governare il Paese?

Questa è la domanda di fondo che sorge dopo che è esploso il caso Boschi – de Bortoli. Anche qui c’è la stranezza di un “ricordino” tirato fuori non quando arrivò l’informazione, ma dopo anni. Intorno a questo “ricordino”  si è scatenata un’aggressione mediatica priva di alcuna giustificazione contro la Boschi. Il caso Banca Etruria è chiuso, i risparmiatori sono stati salvati e nessun Boschi ha avuto alcun vantaggio. E allora questo “ricordino” tirato fuori adesso è funzionale a quale obiettivo? Semplice: demolire una reputazione e un gruppo dirigente di governo e di partito con puri pettegolezzi privi di alcun valore.

È abbastanza evidente che non c’è alcun interesse ad impegnarsi in una battaglia politica sui temi concreti dell’Italia e dell’Europa. La calunnia, la maldicenza, la diffusione di pezzi di intercettazioni mirano al discredito, a seminare un’impressione negativa che possa portare via voti al Pd. Possibile che in così tanti lavorino per far vincere le prossime elezioni al M5S o c’è dell’altro?

Claudio Lombardi

L’elezione di Macron e noi

elezione Macron

L’attesa è finita. Le presidenziali francesi erano l’evento politico più importante e quello più temuto perché la Francia è il numero due dell’Europa e perché è qui che il movimento anti euro, nazionalista e sovranista ha raggiunto, grazie al Front National di Marine Le Pen un consenso tale da portarla ad un passo dalla vittoria. A differenza della Brexit, se la Le Pen fosse diventata Presidente della Repubblica e se avesse tenuto fede alle sue promesse, la costruzione europea sarebbe crollata e gli stati europei avrebbero dovuto ridefinire i loro rapporti reciproci e, soprattutto, quelli con le grandi potenze economiche e militari (Usa, Russia, Cina). E così ci saremmo tenuti la globalizzazione e ci saremmo anche dovuti sottomettere ai più forti (questo sarebbe il capolavoro dei sovranisti).

elezioni francesiPer fortuna nulla di tutto ciò accadrà. L’elezione di Macron segna un punto di svolta che nemmeno un risultato negativo delle elezioni legislative a giugno con un’Assemblea Nazionale nelle mani dei partiti tradizionali potrà cancellare.

Che i voti per Macron siano stati espressi solo in parte a favore del suo europeismo e che vi siano stati molti astenuti e molte schede bianche non oscura il clamoroso successo di un movimento giovane che volutamente è fuoriuscito dagli schemi consueti della politica francese. Giovane, ma non improvvisato né superficiale. Anzi, a differenza dei movimenti di contestazione della politica tradizionale che abbiamo conosciuto in Italia come il M5S, il movimento di Macron si è distinto per un programma ambizioso e realistico con una forte visione strategica ed ideale. La scelta europeista ne è il fulcro ed è la dimostrazione del coraggio e della lungimiranza con la quale si è affrontato un tema così controverso eppure così essenziale come l’Europa. Una scelta non fatta di declamazioni retoriche, ma di proposte concrete a cominciare dalla istituzionalizzazione dell’eurozona con un parlamento, un bilancio e un esecutivo.

Marine Le PenNon va sottovalutato che la candidata dell’estrema destra con la parola d’ordine del nazionalismo, del ritorno alla sovranità monetaria e della lotta agli immigrati è arrivata al ballottaggio prendendo circa 12 milioni di voti. Si è detto che dentro ci sono i delusi, gli arrabbiati, i disperati, gli scettici. La critica all’Europa si è espressa anche nel voto a Mélenchon. Macron dovrà dimostrarsi capace di recuperare una parte degli scontenti.

Ciò che conta è che con il nuovo presidente sembra avviata a soluzione in Francia la crisi di leadership che ha indebolito i più importanti paesi europei negli ultimi cinque anni passati. Tra presidenza debole in Francia, crisi in Italia e stallo in Spagna ad un certo punto la Germania era rimasto l’unico grande stato europeo guidato da un governo stabile e forte (per quanto anch’esso insidiato da un forte movimento nazionalista).

Una crisi di leadership che non riguardava solo gli stati, ma coinvolgeva in pieno una Unione Europea incapace di reagire alla sua crisi e agli eventi epocali che minacciavano di travolgerla e priva di una strategia.

EurozonaOra le cose sono più chiare. Lo saranno ancora di più se a giugno En Marche otterrà abbastanza voti da poter sostenere il governo del nuovo Presidente e se a settembre la Germania eleggerà (come sicuramente accadrà) senza traumi un cancelliere e una maggioranza che confermeranno la scelta europea.

A questo punto bisognerebbe dire qualcosa sulle elezioni italiane che dovrebbero chiudere il ciclo elettorale europeo. Purtroppo l’Italia, dopo il referendum del 4 dicembre e la bocciatura della legge elettorale da parte della Corte Costituzionale, si conferma una delle maggiori fragilità dell’Eurozona. L’elettorato ce l’aveva con il governo, voleva protestare e ha respinto una riforma costituzionale razionale e pienamente giustificata.

Che dire? Speriamo che qualcuno riesca a recuperare anche da noi una parte degli scontenti. Una folla arrabbiata che protesta contro tutti e che rifiuta ogni innovazione in permanente caccia al complotto non serve a nulla

Claudio Lombardi

Migranti: il coraggio della verità

salvataggio migranti

Per dire la verità sui migranti che arrivano via mare bisogna avere coraggio. Innanzitutto i numeri: 3,6 miliardi spesi nel 2016, 4,3 previsti nel 2017. E poi 170.000 persone arrivate nel 2014, 153.000 nel 2015, 181.000 nel 2016 e circa 37.000 sbarcate finora nel 2017. Su queste due serie di dati bisogna fermare l’attenzione.

immigrati 6In questi dati è descritta la situazione che lega le mani all’Italia e la condanna a subire le conseguenze di tutta la migrazione che passa dal Mediterraneo verso l’Europa. La “legge del mare” impone di salvare i naufraghi e portarli nel porto sicuro più vicino. Guarda caso i porti siciliani (che non sono i più vicini) sono quelli nei quali vengono trasporati tutti i migranti. D’altra parte gli accordi di Dublino stabiliscono che il paese di approdo è quello che deve farsene carico. Così l’Italia rimane incastrata da regole pensate per casi eccezionali e sporadici di naufragio o per migrazioni di entità molto più limitata di quelle attuali.

Di fatto oggi i numeri dei migranti li decidono i trafficanti e l’Italia accoglie tutti quelli che vengono sbarcati nei nostri porti. Viviamo così in un’emergenza continua imposta dalle decisioni che vengono prese dalle bande libiche. In questa situazione organizzare un’accoglienza che punti all’integrazione diventa molto difficile se non impossibile.

Certo, si possono anche distribuire i migranti in ciascuno degli ottomila comuni italiani, ma il problema non cambia e c’è da dubitare che molti siano arrivati fin qui per ripopolare borghi sperduti sugli Appennini. Una vera integrazione richiede tempi lunghi e numeri limitati.

accoglienza migrantiL’Italia paga la propria debolezza che si è tradotta nell’incapacità di far mettere all’ordine del giorno dell’Europa l’emergenza migranti come un problema di tutti. Noi oggi paghiamo una quota per gli accordi con la Turchia, ma gli arrivi dal Mediterraneo restano sempre a nostro carico. La strategia giusta era quella del Migration compact presentato dal governo Renzi all’Europa. Ma può funzionare nel lungo periodo (già, ma che fine ha fatto?). A breve occorrono altre risposte: cambiare gli accordi di Dublino per distribuire i migranti che arrivano via mare in tutta l’Europa; frenare le partenze dalla Libia; selezionare i richiedenti asilo e aiutare gli altri a trovare in Africa una diversa destinazione.

La novità di queste settimane è aver appreso che la maggior parte dei salvataggi si fanno davanti alle coste libiche. I notiziari ci raccontavano di salvataggi nel canale di Sicilia e noi immaginavamo le imbarcazioni che affondano avvicinandosi alle nostre coste. Invece la polemica sulle ONG ha messo in luce una situazione nuova che finora era rimasta in ombra. È evidente che, gommone migrantiormai, vengono messe in mare imbarcazioni adatte a galleggiare per poche ore confidando nell’intervento immediato delle navi di soccorso. In alcuni casi, si è visto in vari filmati delle stesse ONG, i gommoni vengono addirittura scortati dai trafficanti per essere riportati al punto di partenza e riutilizzati. Come è ovvio le ONG nulla possono fare contro gli scafisti. Le dichiarazioni del procuratore Zuccaro e, prima ancora, la denuncia del direttore di Frontex hanno ipotizzato una collusione tra scafisti e alcune ONG. Ma su questo le polemiche senza indagini e prove non hanno senso.

Questi sono i punti di partenza, ma a questi non può seguire la fatalistica accettazione di tutto ciò che accade. Predicare l’accoglienza totale senza limiti è comprensibile come slancio umanitario o religioso, ma impraticabile. Eppure è ciò che sta avvenendo di fatto senza che sia stato deciso nè dal governo nè dal Parlamento.

migranti in attesaChe gli arrivi dei migranti siano diventati un fattore di instabilità nel nostro Paese è abbastanza evidente. Inutile opporre che di fronte a 60 milioni di abitanti 150-200mila persone in più l’anno non sono un problema perché queste persone devono essere assistite cioè mantenute perché non hanno nulla e nulla hanno da fare qui da noi se non cercare l’occasione di guadagnare ciò che serve per una vita migliore. E come funziona questa ricerca? Per alcuni che riescono a trovare lavori regolari ce ne sono tanti altri che si prestano ad ogni genere di sfruttamento e alla delinquenza di piccolo cabotaggio.

immigrati sfruttatiCome è noto la grande maggioranza non ha diritto allo status di profugo, ma tutti gli annunci che minacciano il rimpatrio per chi non ha diritto di restare sono ipocrite bugie per non dire la verità e cioè che tutti resteranno qui. Molti un lavoro lo trovano, ma a quali condizioni? La presenza degli immigrati è stata una manna per i datori di lavoro italiani (e stranieri) perché sono disposti ad accettare retribuzioni molto più basse di quelle normali e senza nessuna tutela. È un fenomeno talmente diffuso che è ridicolo quando i politici assicurano che nessuno toglierà il lavoro agli italiani. Di fatto si è creato un mercato dei lavori disagiati e svantaggiati, malpagati e rischiosi che gli italiani rifiutano, ma che gli immigrati accettano.

Bisogna avere il coraggio di dire le verità che tutti possono constatare nella loro vita quotidiana. La situazione attuale nella quale ai problemi concreti si risponde con esortazioni morali produce solo intolleranza. Certo, chi vive ai piani alti della società può anche non accorgersene e cullarsi nei propri principi ideali, ma chi vive più in basso il problema lo vede e lo vive

Claudio Lombardi

Elezioni in Francia

elezioni francesi

Il primo turno delle elezioni più attese degli ultimi anni si è tenuto e fra il diluvio di commenti che colpiscono ascoltatori e lettori sia consentito aggiungerne uno.

Innanzitutto non c’è ragione di mostrarsi stupiti per come sono andate le elezioni in Francia come fanno la maggior parte dei titoli di giornale o gli interventi nei dibattiti Tv perché, come diceva una vecchia canzone, “era già tutto previsto”. Sono mesi che ci raccontano dell’ascesa di Marine Le Pen, di quella del giovane Macron, della crisi dei partiti tradizionali con il candidato del centro destra, Fillon, che sarebbe stato travolto dalle sue vicende giudiziarie e con il quasi annullamento del partito socialista, e, infine, con l’ascesa di una protesta di sinistra che aveva il suo candidato in Mélenchon.

presidenziali 2017 franciaI risultati sono coerenti con queste analisi pre voto. Le osservazioni da fare sono poche. Innanzitutto nessun candidato fra i primi quattro si stacca nettamente dagli altri. La forchetta va dal 23,8% di Macron al 19,6%  di Mélenchon. Un elettorato, quindi, abbastanza suddiviso che si schiera però intorno a due opzioni di fondo: la protesta che contesta l’euro e la UE e la proposta di chi punta ad un ruolo più forte della Francia.

Da questo punto di vista siamo, più o meno, a metà e metà. Due metà che, però, contengono al loro interno una molteplicità di sfumature che ha colto meglio di tutti Macron il quale non pone la questione dell’uscita dall’euro (più o meno mascherata con un referendum), ma, più concretamente, quella di una ridefinizione dei rapporti tra i paesi europei, delle politiche e delle regole. Con questa impostazione non è impossibile che nel ballottaggio molti voti gli arrivino da altri elettori. Ciò non vuol dire che i giochi siano già fatti, ma sarebbe strano se Macron non raccogliesse una larga maggioranza al secondo turno. Il suo programma, ma soprattutto, lui stesso rappresentano l’equilibrio, l’elasticità e la determinazione per rilanciare la Francia all’interno e in Europa.

Francia coscienza nazionaleUn’altra osservazione, anzi, altre due. La percentuale di votanti ha sfiorato l’80%. Un risultato notevole in un Paese colpito più volte dal terrorismo e da tensioni sociali che avevano fatto parlare di un astensionismo diffuso. Non è stato così a dimostrazione che quando la politica offre più opzioni che rappresentano credibilmente i cittadini non c’è motivo di non andare a votare. Che la stragrande maggioranza degli elettori abbia votato significa inoltre che il disagio sociale del quale ci è stata descritta la diffusione e la radicalità (specialmente nelle banlieue e fra le comunità che si rifanno all’Islam) non ha inciso in maniera tale da condizionare quell’80% di francesi che hanno votato per il governo del loro Paese. D’altra parte fa più notizia una rivolta di qualche centinaio di giovani in una periferia che la stabilità di milioni di persone.

Per noi italiani il voto francese rappresenta una gigantesca lezione di come sia semplice dotarsi di una legge elettorale che funziona. Se i partiti, movimenti o come vogliono chiamarsi che siedono in Parlamento volessero dare prova delle loro capacità potrebbero copiare la legge francese e finirla con la manfrina che da anni ci tormenta con la ricerca della legge elettorale che soddisfi tutti. Quella confezionata dalla Corte Costituzionale non porta a nulla di buono e ci fa fare un bel salto indietro ai tempi del proporzionale.

Di cosa significa ce ne accorgeremo col prossimo voto e c’è da essere sicuri che, subito dopo, ripartirà la litania sulla ricerca di un’altra legge elettorale.

Da questo punto di vista la Francia è molto più avanti di noi perché ha una classe dirigente solida e un’opinione pubblica che ha a cuore il proprio Paese e ha il senso dello Stato (che funziona). Due punti di forza per loro e due debolezze per noi

Claudio Lombardi

Vaccini, bufale, sfiducia

vaccini

Dopo il morbillo ora tocca al vaccino anti papilloma virus. Decisamente tira una brutta aria per i vaccini. L’accusa è quella di far parte del maxi complotto delle case farmaceutiche che per bieche ragioni di profitto spingono per il consumo di farmaci non necessari e dannosi. Dopo secoli passati a tentare di combattere le malattie che decimavano la popolazione mondiale e dopo che la scienza finalmente è riuscita ad andare oltre i salassi e le pozioni di erbe “magiche” producendo farmaci e tecniche di intervento efficacissime adesso parte una ondata di dubbi e di sfiducia. epidemieProbabilmente se le popolazioni fossero ancora alle prese con le epidemie implorerebbero gli scienziati di trovare un rimedio. Ma poiché ciò non accade ecco che molti possono permettersi di dubitare e di diffondere teorie allucinate contro la scienza. In questa che ben si può chiamare psicosi di massa c’è di tutto. Soprattutto c’è la potenza dei mezzi di comunicazione che amplifica qualsiasi scemenza e c’è la strumentalizzazione politica di guru esaltati come Beppe Grillo assolutamente ignoranti nelle materie che trattano, ma dotati di una potenza comunicativa che riveste di verità i loro sproloqui.

Sì bisogna ammettere che la potenza comunicativa di un Grillo e del suo M5S ha sdoganato il fanatismo e l’ignoranza facendo credere a chiunque di poter smentire risultati della scienza e della ricerca in nome del sospetto e della faciloneria. Il Grillo che sbraitava contro le mammografie oppure che insultava Veronesi e che pretendeva di grillo arrabbiatorivelare le verità nascoste (“quello che gli altri non dicono”) e di dare risposte semplici a problemi complessi è lo stesso che usa il pugno di ferro contro qualsiasi dissidenza. Quindi insulto e dileggio verso la scienza ufficiale e gli avversari politici additati come nemici e complottasti ai danni del popolo, ma repressione delle opinioni dissenzienti dalla sua. In nome di che? Del suo essere l’interprete dell’interesse supremo del popolo. Lo chiamano populismo, ma somiglia ai fascismi di ogni tempo e di ogni paese.

Questo è lo scenario nel quale si colloca il servizio di Report dedicato al vaccino anti papilloma virus tutto centrato sugli effetti collaterali alla vaccinazione e sui pareri di alcuni medici contrari o dubbiosi sull’efficacia del vaccino. Non una vera e propria inchiesta fondata su una documentazione scientifica dunque, ma un semplice aggancio che vale quello che vale, ossia in questo campo, praticamente nulla, ma che, forse, serve per accreditarsi come parte del vasto mondo dei dubbiosi, di quelli che vaccinazionivogliono scoprire le verità nascoste che altri non dicono perché fanno parte del sistema. È patetico che adesso il conduttore Sigfrido Ranucci si arrampichi sugli specchi per affermare le sue buone intenzioni, la sua purezza di comunicatore. È patetico ed è ipocrita perché come comunicatore sa benissimo che concentrarsi sui possibili effetti collaterali e sulle opinioni negative significa mettersi da quella parte. E poi in un contesto di crescente contestazione proprio delle vaccinazioni. Perché lo ha fatto? Ad ognuno la sua risposta, ma qui non ci sono verità nascoste, bensì solo possibili spiegazioni che vanno dall’errore all’intenzionalità. In ogni caso Report non ha fatto buona informazione.

Detto ciò l’enorme problema che rimane è la permeabilità di una parte dell’opinione pubblica rispetto a tutto ciò che si pone contro la scienza “ufficiale” o semplicemente contro. Alla base vi può essere sicuramente la sfiducia, vi può essere il risentimento e la rabbia per una stabilità messa in crisi da ciò che è accaduto nel corso degli anni e anche a causa di una classe dirigente rapace che ha saccheggiato senza ritegno le risorse del Paese.

potere della comunicazioneMa che c’entra tutto ciò con la sfiducia nei confronti delle cure mediche? È come se per contestare il capitalismo si decidesse di viaggiare sulle auto senza cinture di sicurezza con la stolta ignoranza di quelli che pronunciano la solita frase idiota “nel passato non si usavano e non mi è mai successo niente”.

Il caso dell’infermiera di Treviso che fingeva di vaccinare i bambini è emblematico dei danni che la psicosi antiscientifica alimentata dagli apprendisti stregoni dei vari movimenti e degli scopritori delle verità nascoste può fare. Danni alla salute non chiacchiere. Il dubbio e il desiderio di schierarsi contro si diffonde insieme alle malattie come il morbillo che erano scomparse. Si dice addirittura che in ambienti ospedalieri siano vaccinati pochi medici e pochi infermieri.  Il fronte dei politici che sfruttano questa psicosi da nuovo medioevo è in realtà ampio e va da Grillo fino agli ipocriti come Michele Emiliano che si trincerano dietro la libertà di scelta dei cittadini.

Se non si recupera la lucidità e la razionalità saranno loro a farci sbattere la testa con la realtà nei prossimi anni

Claudio Lombardi

Legittima difesa e difesa dai reati

legittima difesa

Ad ogni rapina in casa o in negozio ritorna il tema della legittima difesa. I livelli di guardia dell’esasperazione sono ormai stati raggiunti da anni e la legittima difesa rischia di diventare un feticcio sul quale scaricare ansia, rabbia, frustrazione. Immaginare che tutti possano realizzare una difesa armata della propria abitazione e del proprio negozio che li metta al riparo dalle aggressioni è una pura illusione che solo chi non sa nulla del maneggio delle armi e delle tecniche che servono per usarle in uno scontro diretto può alimentare.

ladriSecondo la legge la legittima difesa è sempre possibile purchè ci si trovi in presenza di un pericolo per la propria incolumità e la difesa sia proporzionata all’offesa. Nel caso delle aggressioni in casa o nei locali dove si svolge un’attività commerciale o professionale la proporzionalità tra difesa e offesa è sempre presunta ove si tratti di difendere non solo l’incolumità propria o altrui, ma anche i beni. Unica condizione è che vi sia pericolo di aggressione e non vi sia desistenza da parte di chi aggredisce.

Per essere chiari: se chi aggredisce cessa la sua aggressione e fugge viene meno la legittima difesa.

Di contro, se chi aggredisce insiste nella sua azione è legittimo usare contro di lui ogni possibilità di difesa.

furti in casaNella realtà non è possibile distinguere nettamente le due situazioni. Infatti i casi di cronaca e le vicende giudiziarie che li hanno seguiti hanno mostrato l’esistenza di zone opache che è toccato ai magistrati affrontare con l’interpretazione delle norme (che è sempre prevista per poterle applicare ai casi concreti).

In particolare i problemi nascono quando chi mette in atto la legittima difesa ritiene di trovarsi nelle circostanze che la prevedono compiendo, però, una valutazione errata che lo porta ad azioni di difesa anche in assenza di un’aggressione in atto che si sia manifestata come tale. L’esempio potrebbe essere quello di qualcuno che si nasconde dietro una tenda avendo violato l’altrui domicilio, ma senza compiere atti di aggressione e la cui scoperta porti ad una reazione armata che ne causa il ferimento o la morte. È legittima difesa questa?

Bisogna quindi accettare che nessuna norma potrà mai prevedere tutte le situazioni che realmente si possono verificare e, di conseguenza, ci sarà sempre bisogno di un magistrato che accerti lo svolgimento dei fatti. Bisogna anche considerare inaccettabile che una semplice violazione di domicilio giustifichi l’uccisione di chi la compie. Chi, come la Lega di Salvini, si fa portabandiera del diritto di vita e di morte contro chi si introduce negli spazi privati compie un’opera folle di imbarbarimento che si ritorcerebbe contro gli stessi che dice di voler difendere.

difesa armataOccorre uscir fuori da un dibattito asfittico nel quale si pensa alla legittima difesa come se si trattasse della risposta risolutiva al problema dei furti e delle aggressioni in casa. In realtà UNA soluzione non c’è. Ci possono essere risposte diverse tra le quali c’è anche la legittima difesa, ma c’è anche l’inasprimento delle pene e la certezza che siano rispettate.

I giornali sono pieni di storie di rapinatori catturati e subito rilasciati o di condannati a pene che non vengono scontate. Le statistiche dicono che solo una piccola percentuale di ladri e rapinatori (rispettivamente siamo intorno al 4,6% per i primi e al 25% per i secondi) vengono catturati e vengono processati per essere poi condannati, ma finiscono per scontare pene di molto inferiori a quelle previste. Questo demotiva sia le forze di polizia sia i cittadini che spesso evitano persino di denunciare i reati consapevoli dell’incapacità dello Stato di rendere loro giustizia.

carceriUsare la severità e la certezza della pena come deterrente è certamente meglio che affidarsi alle armi che ognuno dovrebbe usare per pensare da solo alla propria difesa. Chi delinque deve sapere che sarà catturato e pagherà con la privazione della libertà i reati che ha commesso. Se questo non accade e i cittadini vengono lasciati soli e si manda loro il messaggio che il carcere non è la risposta giusta perché le colpe sono sempre della società e non dei singoli e che, in definitiva, tutti debbano sopportare chi delinque e comprenderne le motivazioni profonde, allora non ci si può stupire se poi prevalgono le risposte violente.

Le carceri non devono essere dei luoghi di tortura per le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Che se ne costruiscano di nuove allora, ma non può essere che lo Stato fugga dalle sue responsabilità e se ne lavi le mani lasciando le persone oneste alle prese con la delinquenza.

Claudio Lombardi

Segnali dall’economia e classe dirigente inadeguata

crescita economica

Alle analisi critiche siamo abituati, ma per capire cosa è in ballo davvero dobbiamo anche guardare a ciò che c’è di buono in questo nostro Paese. Se ne occupa un recente articolo di Alberto Orioli pubblicato dal Sole 24 Ore che si concentra sui segnali che provengono dall’economia. Il dato più rilevante è che la produzione industriale è in ripresa e a ritmi intensi. esportazioni italianeL’export di quella che è pur sempre la seconda manifattura europea segue questa tendenza avendo realizzato nel 2016 il miglior avanzo commerciale degli ultimi 25 anni (51,6 miliardi) con un boom di vendite per 417 miliardi. Con buona pace di chi farnetica di rotture in Europa e di nuova autarchia la Germania è il primo mercato di sbocco dei semilavorati italiani. Si tratta di un’integrazione delle catene del valore dove i confini spariscono per lasciare spazio a produzioni integrate con beni targati made in Italy e made in Europe. Forse la svolta protezionista di Trump porterà dei problemi, ma bisognerà vedere come il danno causato dai dazi si bilancerà con l’altra svolta annunciata sul boom di investimenti infrastrutturali interni che, probabilmente, avranno bisogno di far ricorso ad alcune eccellenze italiane del settore. La globalizzazione non cessa perché un politico lo vuole.

Un altro segnale da cogliere riguarda le vendite di capannoni industriali in grande fermento in tutto il Nord Italia con un aumento delle compravendite superiore al 18%. Osserva Orioli che l’edilizia “è il punto più debole dell’economia italiana ed è anche il settore che più di altri fa da volano a investimenti nei comparti collegati e per questo è il vero catalizzatore della ripresa economica”. industriaEcco quindi l’importanza di un altro segnale, quello che arriva dall’incremento dei mutui per l’acquisto delle abitazioni accompagnato dalla crescita nelle costruzioni di edilizia residenziale e non residenziale, con un vero boom nella costruzione di capannoni industriali (+11,9%). I capannoni significano investimenti che, in effetti, “sono esplosi con i bonus legati al progetto di Industria 4.0 che ha consentito di cambiare pelle agli impianti e di compiere finalmente quell’avvio di upgrading tecnologico suggerito da anni da tutti gli analisti del caso-Italia”. E infatti i macchinari (eccellenza del made in Italy) sono tra i protagonisti del boom di esportazioni verso il mercato tedesco. E poi “c’è un atteggiamento diverso rispetto al ruolo strategico dell’Italia: Amazon raddoppia a Rieti con 150 milioni, FedEx punta su Malpensa con 15, Microsoft fa la nuova sede a Milano con 20, Apple guarda al centro ricerca di Napoli per realizzare il centro di sviluppo delle app per l’Europa, i cinesi investono sul porto di Venezia, Barilla raddoppia l’impianto hi tech con 50 milioni, Whirlpool scommette su Fabriano con 14 milioni” e senza citare l’industria automobilistica e l’altro boom collegato ai successi di FCA.

prodotti italianiTutto ciò si riflette sulla Borsa dove le imprese non bancarie registrano oltre 23 miliardi di utili. A conferma che qualcosa sta cambiando sta il regresso del numero dei fallimenti che “sembra tornato ai livelli pre crisi almeno nell’industria manifatturiera, settore dove sono calate vistosamente anche le sofferenze bancarie”. Contemporaneamente però aumentano i finanziamenti alle imprese da parte delle banche che detengono sempre un posto di assoluto rilievo nel nostro capitalismo bancocentrico. Ciò si spera che porti anche ad un aumento dei profitti bancari e ad un conseguente alleggerimento delle sofferenze dei crediti non esigibili. Tra i segnali positivi anche il boom del turismo cresciuto del 6,6% (più della zona sud dell’Europa e più della crescita globale del settore). Mettiamoci anche il record di viste ai musei e ai luoghi della cultura con incassi cresciuti in un anno del 12%, a 172 milioni (con buona pace di chi fantastica di abolizione dei biglietti di ingresso).

politicaTutto ciò nonostante un anno disastroso per i terremoti che hanno colpito l’Italia centrale con un impatto diretto in zone importanti per le attività economiche (dall’agroindustria al turismo) e danni stimati in 23 miliardi di euro.

Ora mettiamo a confronto questi segnali con i temi di cui si occupa il dibattito politico e con l’incapacità di arrivare ad una legge elettorale decente in grado di portare stabilità ad un futuro governo o con le stramberie di chi delira sulle uscite dall’euro e sulle monete parallele (il M5S accreditato come primo partito dai sondaggi) e traiamo la conclusione logica e inevitabile che l’Italia non riesce a selezionare una classe dirigente decente. La nostra economia è una cosa seria rispetto a tanti, troppi ciarlatani incompetenti che popolano partiti e movimenti. Devono decidere gli italiani se vogliono seguirli oppure no. Basta che poi non si lamentino delle conseguenze. Forse bisognerebbe scrivere sulle schede elettorali “pensa a quello che fai”.

Claudio Lombardi

Il sistema Italia è anche questo: la Sicilia

sistema Italia

Parlare male del sistema Italia facendo l’esempio della Sicilia è diventato quasi un luogo comune. Purtroppo è un luogo comune che mostra uno “spaccato” di come funziona il nostro Paese che ci dovrebbe scuotere nel profondo. Magari è proprio quello che accade, ma il radicamento è così profondo che i cambiamenti appaiono sempre molto blandi.

Facciamo dunque cosa utile ripercorrendo un articolo che al caso siciliano dedica Paolo Mieli sul Corriere della Sera di pochi giorni fa. Il titolo è già ampiamente descrittivo “La Sicilia delle tasse perdute e dei soldi pubblici svaniti”, ma il contenuto è assai interessante.

sprechi regione SiciliaMieli ricorda la vicenda dell’ente per la riscossione delle tasse nell’isola balzato all’attenzione delle cronache per la testimonianza del suo amministratore di fronte alla Commissione antimafia. Di che si tratta? È presto detto: «Riscossione Sicilia» nel 2015 avrebbe dovuto incassare 5 miliardi e 700 milioni di euro e, invece, ne ha incassati solo l’8%, 480 milioni. Un anno, solo un anno che si aggiunge agli altri di mancati incassi per un totale di 52 miliardi di buco. Possiamo dire 52 miliardi di ulteriore evasione fiscale?

Giustamente Paolo Mieli si augura che a Bruxelles non si siano resi conto di niente nel momento in cui l’Italia reitera le sue richieste di flessibilità ossia di aumento del deficit.

Identico auspicio lo formula in relazione ad altri “incantesimi” che si fanno nella regione Sicilia che producono tutti lo stesso effetto: la sparizione dei soldi pubblici. Ecco qualche esempio che non pretende di essere esaustivo, ma soltanto una veloce carrellata sul disastro.

Innanzitutto un dato generale: negli ultimi quattro anni l’indebitamento della Regione è cresciuto del 40%. Scendiamo poi nel dettaglio.

falsi invalidiIn Sicilia con un dodicesimo della popolazione italiana risultano esserci un settimo dei non vedenti dell’intero Paese. Epidemia di cecità? No perché il problema non è soltanto della Sicilia poiché nel Sud vengono corrisposti il 44,8% dei trattamenti di invalidità sul totale nazionale pur essendo la popolazione solo il 34,4%. In pratica se si rispetta la media nazionale vi sono all’incirca 445.000 invalidi in più. Non proprio una novità se un importante leader della DC rivendicò tanti anni fa il “diritto” del Sud di essere compensato per il mancato sviluppo con generose dosi di assistenzialismo pubblico.

Andiamo avanti con i “dettagli”. Su 15.000 dipendenti regionali vi sono 2.800 dirigenti sindacali più 2.900 che beneficiano della legge 104. Risultato: circa un terzo dei dipendenti della Regione Sicilia non possono essere trasferiti e godono del diritto di assentarsi dal lavoro.

La Regione eroga ben 16.500 trattamenti pensionistici compresi i vitalizi ai familiari dei deputati regionali anche se lo furono solo per brevi periodi. Viene citato l’esempio della figlia di un deputato regionale che settant’anni fa fece un mandato di circa quaranta mesi. Ebbene dal 1974, alla morte del padre, questa signora incassa un vitalizio di oltre duemila euro al mese.

spreco denaro pubblicoPaolo Mieli si augura che l’Europa non si accorga anche del “drammatico” incremento dei disabili gravi che, nel giro di due anni, sono passati da 1.500 a 3.600. Con il record assoluto di Giarre che ha visto un incremento del 3.500%.

L’auspicio si estende al dato clamoroso della spesa per l’acquisto di materiale informatico e tecnico arrivata a un miliardo e 700 milioni mentre la stessa in Lombardia è stata nel 2016 soltanto di 112.000 euro. Difficile, però, immaginare che l’Europa non si accorga dei famosissimi forestali siciliani (23.000 la più alta percentuale mondiale in rapporto a popolazione e superfici boschive) che costano 250 milioni di euro l’anno. Tra l’altro una parte dei suddetti forestali, secondo una rilevazione della stessa Regione, sono stati assunti pur avendo condanne definitive per crimini contro il patrimonio (tra cui l’incendio doloso) e persino per associazione mafiosa.

Ovviamente la conclusione di Paolo Mieli è che se l’Unione Europea si rendesse conto di come funziona il sistema italiano in Sicilia e in generale nel Sud forse non potrebbe prendere sul serio i nostri solenni impegni per il contenimento della spesa pubblica.

Per noi italiani il problema è più serio della sfiducia di Bruxelles perché la dissipazione delle risorse pubbliche fa capo ad un sistema di gestione del potere che stringe in un blocco sociale e culturale una buona parte della popolazione specialmente al Sud. E questo è uno degli aspetti più drammatici del caso Italia. Molto se ne è parlato, ma forse lo si è soltanto incrinato, non certo sconfitto

Claudio Lombardi

L’ autocritica di Renzi è necessaria

Renzi autocritica

Un articolo di Ezio Mauro su Repubblica di oggi affronta la questione cruciale di come Matteo Renzi ha gestito il suo potere sia nel Pd che alla guida del Governo. Si toccano limiti, criticità e debolezze dei quali è giusto parlare e sarebbe bene che l’ autocritica di Renzi precedesse il rilancio della sua leadership. Sarebbe una grande novità e un segno di forza perché indicherebbe la capacità che egli stesso rivendica di imparare dall’esperienza. Una parte dell’opinione pubblica desidera il leader sicuro di sé e superiore a qualunque errore nonché anche lievemente autoritario e possibilmente anche padrone del suo partito. uomo solo al comandoL’uomo solo al comando è una tentazione che ricorre e non solo in Italia. Piace a molti che il Capo comandi e non risponda ad alcuna critica. A molti altri, però, piacerebbe che si ammettessero gli errori e si ripartisse su basi nuove perché i Capi di solito portano popoli e adepti alla rovina perché li legano alle loro sorti personali.

Vale la pena pertanto di seguire il ragionamento di Ezio Mauro.

“I nodi non sciolti negli anni del comando stanno soffocando Matteo Renzi oggi, nei mesi della sconfitta, e ciò che più conta rischiano di trascinare a fondo con lui l’intera parabola del Pd, tra scissioni, tesseramenti gonfiati, avvisi di garanzia. Sono nodi politici e giudiziari, riassumibili in un unico concetto: il groviglio del potere cresciuto intorno all’ex presidente del Consiglio, che lo ha coltivato o tollerato nell’illusione di proteggersi, fino a restarne imprigionato.
È infatti la concezione del potere del leader che merita fin d’ora un giudizio …”

Il punto per Mauro non è l’esito del procedimento giudiziario che seguirà la sua strada, ma mettere in evidenza che “il meccanismo di controllo e influenza che ha creato intorno a sé, nominando uomini di provata fedeltà personale nei centri più sensibili del potere pubblico” ha lasciato “germogliare filoni di interesse privato che intersecano quei punti decisionali”.

sistema ItaliaL’errore di Renzi, dunque, è stato quello di aver limitato la scelta delle persone alle quali attribuire incarichi di responsabilità ad una cerchia ristretta legata da relazioni di amicizia o di provenienza territoriale.

Secondo Ezio Mauro qui si scorge una “sindrome minoritaria di leader che non riescono a liberarsene nemmeno quando conquistano la maggioranza”, una sindrome che impedisce di ricercare l’egemonia e spinge a puntare solo sulle persone più fidate. Il “vero limite di Renzi è stato di ambizione: pensare eternamente a proteggersi dai colpi e a colpire invece che a convincere e conquistare. Con un progetto capace di presentare una nuova sinistra come leva del cambiamento di un Paese in crisi, in un discorso di verità, tenendo insieme le eccellenze e le sofferenze italiane, in un nuovo disegno di società. Un disegno in cui si riconoscano tutte le anime della sinistra italiana, nella legittima e libera interpretazione che il leader del momento è chiamato a dare, facendosi però carico di una vicenda comune, di storie personali, di una tradizione che parla a un terzo del Paese”.

mobilitazione dei miglioriQuesto è stato il vero limite di Renzi come segretario del Pd che, identificandosi con un governo di coalizione e basato su una maggioranza che non era uscita dalle elezioni con quel programma, ha condotto il partito a non avere un suo ruolo propositivo e critico.

Ezio Mauro ricorda la critica rivolta dal suo giornale in un’ampia intervista resa ai primi dell’anno sulla scelta dei “fedelissimi fiorentini per guidare la macchina governativa”. Critica cui si aggiunge oggi una domanda precisa: “perché non pretendere che quando si ha l’onore di guidare la sinistra e la responsabilità di presiedere il governo i propri familiari si astengano da affari che riguardano il potere pubblico?”

Ezio Mauro ha ragione, ma la critica che rivolge a Renzi avrebbe potuto farla con sfumature ed intensità diverse anche nei confronti della maggior parte dei Presidenti del Consiglio o leader di partito che si sono succeduti negli ultimi decenni. Dire che Renzi avrebbe dovuto cercare i migliori senza preoccuparsi che fossero anche i più fedeli significa considerarlo alla stregua dei ricostruttori del Paese dopo la seconda guerra mondiale. In effetti soltanto negli anni ’50 e ’60 accadde che l’Italia produsse uno sforzo che travalicava le fedeltà di partito e di corrente mobilitando le migliori energie. Senza dimenticare però che ciò avveniva con un ferreo controllo dello Stato da parte della Dc e dei suoi alleati e sotto l’ombrello militare degli Usa.

cambiamentoIn effetti ciò che Mauro sembra chiedere a Renzi può essere inscritto in quel progetto di ricostruzione di un partito di governo di centrosinistra – citato nell’articolo – che unifichi  tutte le anime non solo della sinistra (perchè Ezio Mauro si limita alla sinistra che c’è come se fosse per definizione la raccolta delle energie migliori?), ma si apra anche alle migliori culture politiche, civili e di governo a prescindere dalla loro collocazione partitica.

Ora che Renzi si ripropone come segretario del Pd con l’ambizione di tornare a guidare il Governo trasmettere il senso di una svolta nella gestione del potere è fondamentale. Ma la sfida più ambiziosa sarebbe lanciare un progetto per l’Italia che superi limiti e debolezze del suo sistema (economico, sociale, istituzionale). Limiti e debolezze che si sono intraviste anche nell’affare Consip. Il triennio di governo Renzi non si è concluso bene, ma le esigenze alle quali voleva rispondere quel progetto stanno ancora tutte lì e non sarà certo un governo di populisti, nazionalisti e delle destre a dare le risposte giuste.

Quindi l’autocritica è necessaria, ma per ripartire

Claudio Lombardi

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