I gilet gialli e la fragilità della democrazia

Qualcuno ha osservato che senza gli scontri settimanali con la polizia ben pochi si sarebbero accorti del movimento dei gilet gialli al di fuori della Francia. Ma anche l’opinione pubblica francese probabilmente avrebbe dato minor peso a questo pseudo movimento se non le fosse stato imposto con la violenza dei sabotaggi, dei pestaggi, delle devastazioni che da settimane tormentano Parigi e diverse altre località. Di fatto una piccola minoranza si è imposta alla stragrande maggioranza con metodi che nulla hanno a che vedere con la normale dialettica politica e sociale che caratterizza un sistema democratico.

I sondaggi valgono quel che valgono, ma i gilet gialli hanno ricevuto comprensione da una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica francese. Anche in Italia sembra che il gradimento superi il 60%. Strano fenomeno. La prima osservazione è ovvia: ma se così tanti mostrano di condividere la protesta perché non scendono in piazza anche loro e non si uniscono ai manifestanti? La seconda osservazione riguarda la distinzione tra essere spettatori ed essere coinvolti. Siamo abituati ad assistere ad eventi politici spettacolari e di grande impatto mediatico come spettatori che possono schierarsi per l’uno o per l’altro senza per forza sentirci responsabilizzati. Probabilmente nelle percentuali di quelli che mostrano comprensione e simpatia nessuno gradirebbe la guerriglia urbana intorno a casa sua perché ne pagherebbe le conseguenze. Ma sicuramente nessuno vorrebbe un assetto politico e sociale nel quale minoranze organizzate rovesciano il sistema cioè le istituzioni e le leggi e assumono il comando.

Invece, anche nel caso dei gilet gialli, si ripete uno schema ormai già sperimentato: molti realizzano un transfer tra i propri motivi di insoddisfazione e di rancore (personali e dunque a livello prepolitico), e l’emersione di un movimento che appare deciso a tagliare ogni lungaggine del metodo democratico e ad imporsi a prescindere da impicci procedurali e di consenso.

Colpisce e turba che ogni leaderino da nessuno delegato nelle interviste dica di parlare a nome del popolo. Col suo bravo gilet giallo di ordinanza ciascuno di questi ribelli improvvisati si sente autorizzato a minacciare, a praticare la violenza, a sabotare servizi ed attrezzature pubblici (il 60% degli autovelox è stato distrutto), a chiedere addirittura il crollo del sistema democratico rappresentativo. A questo livello siamo fuori da ogni contesto costituzionale, siamo al sovvertimento rivoluzionario nel quale ci si misura solo sulla forza e nel quale l’unica legge è quella di chi riesce a battere l’avversario.

Tutto ciò non ha nulla a che fare con un movimento di protesta popolare ed è potuto nascere solo grazie a un duplice fallimento. Le classi dirigenti cioè le cosiddette élite, si sono abituate a considerare immodificabile la crescente disuguaglianza dei redditi e dei benefici che derivano dal sistema economico uscita dagli anni della crisi. Hanno ritenuto che la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno potesse consistere nella sua ripetizione e non trasformarsi in un parametro sul quale impostare le scelte politiche. Si è persa la capacità di immaginare le tensioni e di prevenirle. Ciò che ha concesso Macron dopo l’insurrezione di alcune migliaia di gilet gialli poteva essere deciso prima se solo chi dirige il governo francese avesse mantenuto la capacità di comprendere la società e i suoi bisogni.

In realtà tale capacità è venuta meno per il secondo fallimento, quello del sistema democratico rappresentativo e partecipativo. Come succede per le colline private dei boschi l’onda di piena non ha trovato ostacoli in una mediazione democratica organizzata e si è trasformata in una forza distruttiva. I partiti non contano più nulla o non esistono e i sindacati si sono dimostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione di rappresentanza sociale. Secondo una ben conosciuta analisi entrambi si sono istituzionalizzati cioè si sono identificati con una funzione istituzionale sia parlamentare che di governo che di contrattazione tra attori dei processi sociali. Nessuno ha pensato a mantenere il collegamento con la base elettorale o degli iscritti. È accaduto in tutti i paesi occidentali e ne abbiamo avuto vari esempi anche in Italia. È emblematico il caso del Pd che ha diretto i governi dal 2013 al 2018 e che, dopo la sconfitta elettorale, è precipitato in uno stato confusionale che ha rivelato l’esistenza di una doppia realtà: quella di chi lavorava nelle istituzioni ed elaborava e realizzava le politiche e quella di chi stava nel partito e pensava solo alla mediazione tra gruppi e cordate personali.

Sembra che adesso Macron lo abbia capito e ha preso un’iniziativa importante con il lancio della grande consultazione dei francesi che durerà 60 giorni. E’ già qualcosa, anzi è molto e segnerà il discrimine tra chi punta solo allo sfascio e chi vuole veramente far valere le sue ragioni.

Ma lo svuotamento della democrazia resta ed è la causa dell’incapacità delle élite di comprendere e governare il bilanciamento tra oneri e vantaggi, tra diritti e doveri, tra poteri e responsabilità. La perdita di fiducia è drammatica e lascia un caos sul quale puntano potenti soggetti geopolitici interessati alla disgregazione dell’Europa. Far crollare Macron oggi è la chiave per minare l’esistenza stessa dell’Unione Europea e dell’euro. Non è difficile immaginare che sia gli Usa di Trump sia la Russia di Putin anche per conto della Cina siano le potenze che ricaverebbero i maggiori vantaggi dalla rottura dell’Europa. E non è difficile immaginare che, apertasi una crepa in Francia, stiano facendo di tutto per allargarla il più possibile. Putin è abituato a questo gioco sporco, ma anche Trump non si fa certo scrupoli nello scendere sullo stesso terreno.

La posta in gioco in Francia non è il grido di dolore di una popolazione che ha vissuto la crisi molto di meno di altri e che gode di un livello di benessere e di tutela dei diritti sconosciuto sia ad est che ad ovest. Questo “grido di dolore” è artefatto e pompato da una propagazione mediatica di enorme potenza che ha lo scopo di aumentare la tensione e di suscitare l’identificazione di milioni di persone in tutta Europa con le ragioni dei manifestanti. Gli scontri con la polizia scientemente ricercati ed organizzati sono il requisito mediatico indispensabile per trasformare un piccolo fatto in un grande evento.

In definitiva la posta in gioco non riguarda soltanto la Francia, ma la nostra libertà di europei. Prima lo capiamo e meglio è

Claudio Lombardi

Tra sbarchi e immigrati. La politica dello sfascio

Scrive Francesco Daveri su www.lavoce.info che i dati dell’Onu sugli sbarchi via mare mostrano che gli accordi con la Libia del ministro Minniti hanno prodotto risultati due volte più grandi della chiusura dei porti e della guerra alle Ong del ministro Salvini.

Il calo si è verificato a partire dal 2018 con 115 mila arrivi via mare in Europa contro gli oltre 172 mila del 2017. All’interno del dato complessivo ci sono i 23.371 sbarcati in Italia e gli oltre 57 mila arrivi in Spagna.

Ma cosa ha contato di più: gli accordi voluti da Minniti con le tribù libiche o la chiusura di Salvini? L’analisi dei dati mensili fatta da Daveri porta ad una conclusione: l’effetto Minniti ha portato ad un calo totale di sbarchi pari al 68,9 per cento del totale; l’effetto Salvini ha segnato un 31,1 per cento del totale. Ciò senza considerare che gli effetti delle azioni di Minniti non sono cessati con il cambio di governo, ma sono proseguiti anche sotto la gestione Salvini.

Dunque la durezza di per sé non è risolutiva mentre molto più produttiva è la strada di bloccare le partenze. Su questo dovrebbe concentrarsi il governo. Non da solo, però, ma puntando al coinvolgimento degli altri paesi europei. In sostanza la strategia elaborata già col governo Renzi (Migration compact) e proseguita con Gentiloni è ancora l’unica guida sicura per affrontare un problema complesso come quello della migrazione dall’Africa.

La vicenda dei quarantanove migranti a bordo delle navi al largo di Malta e che sembra essersi risolta oggi sta, però, mettendo in evidenza le ipocrisie del M5S e della Lega che si lamentano perché l’Europa non farebbe la sua parte, ma non fanno nulla per spingerla a cambiare. Nell’ormai mitico contratto di governo è precisato che “È necessario il superamento del Regolamento di Dublino” per ottenere “il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli stati membri dell’Ue”. Sembrerebbe un impegno preciso, tra l’altro spinto e rafforzato da una riforma del suddetto regolamento approvata dal Parlamento europeo nel novembre 2017 nella quale si proponeva l’abolizione del principio del paese di primo ingresso. All’epoca non c’era ancora il contratto e non c’era il governo e così la Lega si astenne e il M5S votò contro.

Ma da giugno è operativo il nuovo governo e, in base al contratto, dovrebbe perseguire la stessa riforma votata dal Parlamento Europeo. Lo sta facendo? Ovviamente no.

Abbiamo invece avuto il cosiddetto decreto sicurezza che affronta il problema dei migranti già presenti nel territorio nazionale, regolari e irregolari. Come è noto chi ha la protezione umanitaria la perde e viene escluso dalla rete Sprar oltre a non poter più iscriversi all’anagrafe. Rischiano la stessa sorte anche coloro che vengono privati del contratto di lavoro che giustifica il permesso di soggiorno. In entrambi i casi, invece di dare un’identità e regolarizzare centinaia di migliaia di persone che sarà impossibile rimandare nei paesi di provenienza, li si trasforma in irregolari privi di assistenza e di percorsi di integrazione. Si crea dal nulla un gigantesco problema sociale, di convivenza civile, di sicurezza.

Come si spiega che la riforma del regolamento di Dublino non sia al centro della politica del governo sull’immigrazione? E come si spiega che non vi sia nemmeno l’integrazione di chi già vive qui?

La risposta è una sola: non si vogliono affrontare i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione; si vuole che tutto resti aperto in modo da poter generare un clima di emergenza permanente. Se questi problemi fossero risolti, verrebbe meno il principale motore della propaganda sovranista. Tutto deve rimanere sospeso in modo che anche 49 migranti possano diventare un pretesto di eccitazione dell’opinione pubblica.

Ciò che conta per Salvini è avere migranti per strada e farli passare per il pericolo pubblico numero uno. E avere migranti per mare per spaventare gli elettori.

Uno schemino semplice semplice: c’è un problema, lo si usa per farci una campagna elettorale stando all’opposizione. Una volta conquistato il governo, il problema lo si lascia intatto o si cerca di aggravarlo in modo da poter continuare a specularci su. In mezzo ci sono milioni di italiani e di immigrati usati gli uni e gli altri per costruire la scalata al potere assoluto. Salvini e i 5 stelle stanno facendo esattamente questo

Claudio Lombardi

Opere pubbliche: il disastro a 5 stelle

L’inchiesta di Milena Gabanelli e Fabio Savelli pubblicata sul Corriere della Sera del 7 gennaio sulla gestione delle opere pubbliche attuata dal governo Lega M5S è un documento prezioso che andrebbe studiato. La scelta del ministro Toninelli di bloccare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso per rifare le ormai mitiche analisi costi benefici si sta rivelando una follia senza senso e puramente ideologica che sta portando disoccupazione e crisi aziendali. I 5 stelle sono da sempre ostili alle grandi opere e l’analisi costi benefici è solo il pretesto per attuare un loro obiettivo: bloccare le grandi opere e dirottare i finanziamenti sulle opere di manutenzione del territorio. Inesperti e inconsapevoli non hanno calcolato che bloccare opere già avviate ha un costo enorme e colpisce imprese con decine di migliaia di dipendenti. Non si sono resi conto che passare dalle grandi alle piccole opere non è come cambiare distributore di benzina.

Dopo sei mesi di stop una tra le grandi opere bloccate è stata riavviata. Si tratta del Terzo Valico tra Genova e Milano ormai in avanzato stato di realizzazione. A Toninelli, incurante delle conseguenze sulle imprese appaltatrici, ci sono voluti sei mesi per capire che quell’opera andava completata. Un percorso analogo si sta compiendo anche per il tunnel del Brennero, per la pedemontana veneta, per l’alta velocità Brescia-Padova, per la Torino-Lione. Ovviamente per il governo del cambiamento che le imprese di costruzioni coinvolte siano a rischio fallimento importa ben poco. Loro puntano su quota 100 e sul reddito di cittadinanza, mica sul lavoro.

Nell’inchiesta della Gabanelli sono citati i casi di Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. La società Condotte è finita in amministrazione straordinaria. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Si tratta di aziende il cui lavoro dipende dalle decisioni politiche e già indebolite dai tempi della burocrazia e dalle modalità delle gare, che si svolgono spesso al massimo ribasso. Con queste premesse succede che le scadenze non vengono rispettate e spesso si finisce in tribunale in infiniti contenziosi con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La sola Anas che di queste è la più grande ha dovuto cancellare nel 2018 quasi 600 milioni di euro di lavori con la conseguenza di dover rispondere alle richieste di risarcimenti da parte delle imprese già esposte con banche e fornitori.

È un fatto che i bandi di gara pubblici siano crollati (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo) e che gli iter dei finanziamenti pubblici ci mettono tempi infiniti per arrivare a destinazione.

Le opere incompiute sono 300 e i soldi già stanziati non vengono spesi. Infatti, sembra incredibile, ma di soldi in cassa il nuovo governo ne ha trovati tanti. Ben 150 miliardi tutti disponibili. Sarebbe stato logico incrementare l’utilizzo di questi fondi spingendo per la realizzazione di tutte le opere pubbliche già decise ed avviate. Ed invece è stato fatto il contrario. Il CIPE che è il motore di tutti i procedimenti di spesa si è riunito solo due volte in sei mesi. Piuttosto assurdo per un governo che trova in cassa una montagna di soldi da spendere, progetti già approvati e opere in corso.

Sta di fatto che nel negoziato con la Commissione Ue sono stati sacrificati gli investimenti togliendo un miliardo di finanziamento alle grandi opere per destinarlo come copertura ad altre misure. Facile indovinare che siano i cavalli di battaglia di Lega e M5S: quota 100 e reddito di cittadinanza oltre che l’aliquota del 15% regalata alle partite Iva.

È facile comprendere perché le imprese che lavorano alle grandi opere pubbliche siano tutte in crisi. Se i soldi a disposizione fossero stati spesi potevano portare oltre 400 mila posti di lavoro e salvare dal fallimento tante imprese che non ce l’hanno fatta.

Oltre al blocco o rallentamento delle grandi opere, oltre all’incapacità di spendere soldi già stanziati, oltre alla burocrazia e al codice degli appalti c’è anche il peso dei debiti non saldati dello Stato verso i suoi fornitori. Si tratta di decine di miliardi che pesano sui bilanci delle aziende.

Cosa sta facendo il governo per affrontare questi nodi? Nulla. L’analisi costi benefici è stata finora l’unica risposta. Un pretesto per non decidere e prendere tempo.

Il governo ha vissuto i suoi sei mesi sull’onda degli annunci e delle provocazioni, ma nella sostanza è riuscito solo a varare la legge di bilancio più confusa, pasticciata e inefficace degli ultimi anni. Mentre non riesce a far marciare le opere pubbliche con soldi pronta cassa, si è “impiccato” al deficit per distribuire sussidi d premi elettorali. Invece del lavoro ha scelto l’assistenza

Claudio Lombardi

Dalla manovra al mondo: buon 2019!

Per il nuovo anno cominciano ad arrivare gli auguri. Il primo è stato Putin che li ha inviati con l’Avangard il missile ipersonico che viaggia a 24 mila km l’ora ed è in grado di colpire in tutto il mondo. Putin ha tenuto a sottolineare che è impossibile intercettarlo. Non si sa quale sarà la risposta degli Usa, ma è ovvio che arriverà. Di sicuro sta cominciando una nuova corsa agli armamenti nucleari nel segno dell’accorciamento dei tempi di azione e reazione. Cioè diventa difficile gestire eventuali incidenti senza scatenare una guerra nucleare vera.

Ma perché la Russia gioca questa carta? Nano economico e finto gigante militare la Russia di Putin è riuscita a diventare un protagonista in Medio Oriente, ma non ha la possibilità di ricreare l’area di influenza che aveva l’Urss. Dunque dove vuole andare? Non lo si capirebbe se non si guardasse alla Cina che è il vero avversario globale degli Usa. Sembra che si stia formando un’area euroasiatica unita dall’avversione alla superpotenza leader dell’Occidente e ostile al consolidamento di un’Europa che sia anche un’entità politica e militare. Già, perché se l’Europa da gigante economico lo diventa anche sul piano politico e militare restando alleata con gli Usa per la Cina diventa impossibile prevalere.

Ciò fa capire il perché del sostegno russo alle forze disgregatrici dell’Unione Europea (sostegno esibito e attuato in tutti i modi possibili che però non suscita scandalo nella nostra opinione pubblica), ma aiuta anche ad inquadrare la figura di Trump. Al di là del potere di ricatto che Putin detiene sul presidente Usa (si è letto di riciclaggio di denaro della malavita russa in operazioni immobiliari negli Stati Uniti) l’intervento massiccio attraverso i social a favore dell’elezione di Trump e per screditare Hillary Clinton si spiega in un solo modo: Trump è un nazionalista che spinge per un ridimensionamento della leadership mondiale degli Usa. “America first” è un passo indietro che non può non piacere a chi punta alla competizione con gli Usa su scala globale.

È abbastanza realistico che la disgregazione dell’ Occidente sia l’obiettivo strategico che si pongono nei prossimo decenni le potenze emergenti. La competizione si svolge su tutti i piani e sostenere forze politiche che spingono per il nazionalismo rientra perfettamente in questo schema.

Di fatto l’Unione Europea è la preda più ambita e l’avversario più facile da battere. Economie ricche e mancanza di una unione politica comune insieme ai postumi di una lunga crisi che ha lasciato un profondo scontento nelle opinioni pubbliche nonché crepe nell’alleanza con gli Usa sono gli ingredienti che descrivono la debolezza dell’Europa.

Questo è il contesto nel quale crescono le forze cosiddette sovraniste. In Italia hanno conquistato il governo e godono del sostegno della maggioranza degli italiani. Lega e M5S fino a prima delle elezioni facevano della loro avversione alle regole europee e all’euro il tratto distintivo della loro identità. Oggi che sono al comando hanno molto attenuato il loro antieuropeismo, ma solo perché pensano che nelle prossime elezioni europee loro e i loro alleati conquisteranno una valanga di consensi. La loro cultura resta quella della chiusura territoriale e sociale. Sia Lega che M5S hanno l’orizzonte dei territori e dei gruppi sociali nei quali si è consolidata la loro esperienza politica. Vorrebbero essere nazionalisti, ma non ci riescono. Nessuno dei due ha un’idea per lo sviluppo dell’Italia come realtà unitaria. Al contrario, il loro governo e la manovra di bilancio che hanno approvato rappresenta la somma di due metà ed è priva di una sintesi nazionale unitaria. I 5 stelle portano in dote al Sud il cosiddetto reddito di cittadinanza; la Lega porta al Nord quota 100. Due misure assistenzialistiche sbagliate e dannose in un mare di commi (oltre 1150) dell’unico articolo della legge di bilancio. Come ha affermato l’Ufficio Parlamentare di Bilancio si tratta di una manovra recessiva che porterà un aumento della pressione fiscale e una decrescita del Pil. E si tratta di una manovra che sancisce la divisione tra due Italie: quella del lavoro e produttiva e quella che chiede assistenza. E’ una divisione innanzitutto territoriale che divide il Centro- Nord dal Sud ed è una divisione tra gruppi sociali. Da un lato c’è chi riesce a trovare un proprio spazio per affermarsi nel lavoro e dall’altro chi non ha più speranze e punta solo sul lavoro nero e sui sussidi pubblici. La manovra non porta nessun cambiamento, ma distribuirà risorse non prodotte bensì prese in prestito. E’ la rassegnazione e il tirare a campare tradotti in legge.

Approvata in aperta violazione delle norme costituzionali e delle procedure parlamentari la manovra non darà alcuna spinta all’economia che l’anno prossimo non crescerà, non porterà nuova occupazione, metterà in crisi le finanze pubbliche aumentando il debito e lascerà per il 2020 l’eredità di un buco di bilancio di decine di miliardi.

E gli italiani che dicono? Sono divisi tra fiducia nelle promesse simile a quella che hanno i passeggeri di un aereo verso i piloti (“mica vorranno farci schiantare?”) e sfiducia che non trova ancora riferimenti politici nelle opposizioni. Molti si identificano con Salvini che recita benissimo la parte dell’uomo comune che vive la sua vita dalla colazione del mattino fino alla buonanotte dicendo sempre quello che pensa in un tripudio di spontaneismo furbo e accattivante. Pochi si domandano se il politico di vertice messo alla guida di una nazione complessa come l’Italia debba esibire i vizi e le debolezze dell’uomo comune. È la stessa inconsapevolezza che porta gli elettori a decidere questioni cruciali come la Brexit con la leggerezza e superficialità che mettono nella gestione del loro tempo libero.

Gli elettori vanno sempre educati al ragionamento, informati e formati, perché la democrazia che si basa sull’ignoranza e sull’irresponsabilità apre sempre le porte alla sua fine. Ma il ragionamento da solo non basta mai quando si tratta di motivare milioni di persone. Bisogna che siano affascinate da spiegazioni e visioni convincenti. Anche solo l’appello agli interessi individuali non basta. Reddito di cittadinanza e quota 100 hanno innanzitutto parlato agli elettori spiegando loro di essere stati vittime di un’ingiustizia e poi li hanno convinti. È una lezione da imparare per il maggior partito di opposizione, il Pd.

Claudio Lombardi

Gilet gialli: i puntini sulle i

Sembra che dopo il discorso di Macron i gilet gialli si siano un po’ quietati. Dunque è il momento di porsi qualche domanda su un movimento quasi spontaneo che ha mobilitato al suo apice una frazione minima dei francesi, ma che è riuscito a mettere con le spalle al muro il governo. Si è trattato di gente disperata mossa dall’estremo bisogno? È forse la Francia un paese che affama la popolazione? Entrambe le risposte sono negative. La realtà fotografata dai dati esposti in un articolo di Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore del 19 dicembre conferma l’immagine di un paese che poggia su un’economia ricca che non è stata piegata dalla crisi e dotato di un welfare forte, se non il migliore, sicuramente tra quelli che eccellono in Europa. Ma dice anche qualcosa sui punti deboli del sistema francese.

Innanzitutto non sembra che la Francia sia un paese che debba davvero temere la povertà: le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale sono il 17,1% del totale, meno del 19% della Germania e del 28,9% dell’Italia. Il numero delle famiglie che riesce a coprire le spese mensili con molte difficoltà è pari al 4,1% del totale. Più del 2,1% della Germania, ma comunque uno dei migliori dati europei.

Per gli anziani lo Stato spende 4.291 euro per abitante (in crescita del 2,1% reale annuo dal 2007 al 2016) contro i 3.487 euro della Germania (+1,4%) e i 3.856,27 (+0,5% annuo) dell’Italia.

Anche per il welfare lo Stato francese è generoso. Le spese sociali sono pari a 11.445 euro per abitante, contro gli 11.281 euro della più ricca Germania, e gli 8.229 euro dell’Italia. Notevoli sono gli aiuti per le famiglie con figli attraverso forti integrazioni del reddito che arrivano a sussidiare anche la spesa per baby sitter e nidi. Complessivamente per questo tipo di interventi la Francia spende 816 euro per abitante, contro i 1.233 della Germania e i 491 dell’Italia. Il sistema fiscale, d’altra parte, prevede il quoziente familiare ed è particolarmente generoso. Un dipendente con uno stipendio di 50mila euro e moglie e figli a carico paga 10.226 euro di contributi sociali e 910 di imposte (zero se i figli sono due).

Veniamo al capitolo tenore di vita. Non si può dire che quello dei francesi si sia abbassato. Dal ’99 a oggi i salari medi reali (depurati dall’inflazione, quindi) sono aumentati del 23%, contro il 16% della Germania e il 2,3% italiano (sì l’Italia non se la passa bene). Anche dopo la crisi cioè dal 2010 le retribuzioni medie reali sono cresciute sia pur più lentamente degli anni precedenti (in Germania più 1,5% l’anno, mentre in Italia sono calati dello 0,5% l’anno).

La disoccupazione è abbastanza elevata, ma anche in questo caso la protezione sociale funziona molto meglio che in Italia.

Sappiamo però che la causa scatenante della protesta è stato l’annunciato aumento del prelievo fiscale sui carburanti. E in effetti in questo campo e in quello del riscaldamento c’è stato un incremento della spesa superiore alla media europea mentre su alimentari, elettricità, affitti gli aumenti sono stati inferiori. E questa potrebbe essere una prima spiegazione.

Un’altra rimanda alle differenze tra città e campagne.

Nelle aree rurali i servizi pubblici non funzionano come nelle città. Per esempio, se è vero che il sistema sanitario è di alta qualità lo è più nelle aree urbane che nelle campagne (e nelle periferie).

Per sommi capi questo è il quadro che non spiega l’esplosione della protesta e le sue forme violente.

La strumentalizzazione politica da parte dell’estrema destra e delle ali più radicali della sinistra la spiega in parte, ma tutto il resto si deve imputare alla sfiducia e alla paura di retrocedere nella scala sociale e del benessere e alla mancanza di organizzazioni di mediazione capaci di capire il malcontento e trasformarlo in proposta politica.

Quella francese è una lezione perché dimostra che la percezione di un peggioramento spesso va oltre la sua effettiva consistenza e prescinde dalla realtà

Claudio Lombardi

La retromarcia del governo M5S Lega

Se gli italiani fossero tutti consapevoli della situazione del loro Paese dovrebbero arrabbiarsi con il governo M5S Lega. Rivisto adesso il film degli ultimi mesi sembra la brutta copia di una sceneggiata di una compagnia teatrale raffazzonata. Di Maio e compagni sul balcone che esultano per il deficit al 2,4%, la dichiarazione di voler “abolire la povertà”, Salvini che si esibisce nella parodia del fascista del terzo millennio (“me ne frego”, “tireremo dritto”, “chi si ferma è perduto”, “aspetto la letterina di Babbo Natale”). E poi le minacce di crisi di governo, la rivendicazione della sovranità assoluta in regime di moneta unica con altri 18 stati, lo sbeffeggiamento dei “burocrati” europei che sarebbero destinati a sparire dalla scena, l’attesa magica delle elezioni di maggio 2019 per avere una maggioranza di nazionalisti al vertice dell’Europa.

Tutta questa buffonata si è dissolta non appena la Commissione Europea ha detto che le regole si rispettano. Salvini e Di Maio hanno sbattuto il muso sulla dura realtà: i tanto deprecati “burocrati” europei hanno dietro i governi nessuno dei quali, a cominciare dai nazionalisti dell’Ungheria e dell’Austria, ha aperto il sia pur minimo spiraglio a favore dell’Italia.

Nel frattempo è arrivato il flop dell’asta dei Btp della settimana scorsa con la quale si dovevano raccogliere soldi innanzitutto tra i risparmiatori italiani. Ebbene il dato complessivo è che si è arrivati a 2-2,5 miliardi di euro contro un’aspettativa di circa 9 miliardi. I risparmiatori italiani che dovrebbero rispecchiare un consenso del 60% nei confronti del governo, non si sono fidati e non hanno comprato la loro quota di titoli pubblici.

Da ieri i due capetti del governo M5S Lega hanno cambiato atteggiamento e adesso si dicono disposti a far calare un po’ il deficit e a rinviare reddito di cittadinanza e quota 100 per dare più spazio agli investimenti. Sì certo continuano a dire che tutto resterà come prima, ma è solo l’ennesima presa in giro per i gonzi che ci credono.

Bisognerebbe applaudire a quest’opera buffa che è diventato il governo del cambiamento. Erano pronti alla crociata contro l’Europa, cianciavano addirittura di 60 milioni di italiani disposti a ribellarsi alla Commissione Europea e adesso fanno marcia indietro su tutta la linea. Come mai?

Primo non valgono niente come leader e come statisti. Salvini ha avuto buon gioco ad esibirsi con la sua sbruffonaggine, ma la Lega ha dimostrato capacità di governo nei territori, non a livello nazionale dove sta mostrando una confusione di idee pari all’arroganza del suo capo. Se ne sono accorti società civile, artigiani e industriali del nord che sono già scesi in piazza a protestare e che nelle prossime settimane hanno organizzato diverse manifestazioni a Milano, Torino e in Veneto. Non era mai accaduto prima d’ora. Perché lo fanno?

Perché lo spread cioè gli interessi che paghiamo sul debito è costantemente sopra 300 punti rispetto a quello di riferimento della Germania e questo significa un analogo incremento degli interessi sul credito e un riflesso anche sui mutui che penalizza fortemente le imprese. Perché nella manovra del governo non ci sono interventi a favore di chi crea lavoro, ma anzi un aggravio fiscale per le piccole imprese. Perché la produzione si sta fermando e il governo pensa di prendere in giro tutti favoleggiando di un aumento del Pil completamente inventato. Perché finora i soli annunci del governo sono costati all’Italia 100 miliardi di euro tra maggiore spesa per interessi e diminuzione del valore della ricchezza finanziaria delle famiglie (dati Banca d’Italia). Perché dietro l’angolo c’è il rischio di un default dello Stato.

Quando? Tra pochi mesi quando il Tesoro dovrà vendere decine e decine di miliardi di titoli di Stato per finanziare la spesa corrente (stipendi, pensioni, servizi, assistenza, sanità) e c’è il rischio che la sfiducia nei confronti dell’Italia faccia ripetere il flop dei Btp di pochi giorni fa. La differenza è che siccome l’Italia campa a debito se non riesce a trovare i finanziamenti fallisce. Passi per i 7-9 miliardi di giovedì scorso, ma 40-50 miliardi che vengono a mancare sarebbero un colpo micidiale.

Ecco dove può finire la favola della sovranità declamata in chiave isolazionista dai capetti del governo. L’Italia contro tutti che esiste solo nella loro fantasia malata di ambizione e di avventurismo. E, statene certi, l’unica salvezza per noi può venire da una rinnovata solidarietà europea e dal rafforzamento dei legami con gli stati più forti che ne stanno preparando una riforma storica.

Macron e Merkel hanno indicato nella creazione di un esercito europeo e nell’istituzione di un bilancio dell’eurozona con la formazione di un fondo per gli investimenti nei paesi che ne fanno parte (ma che rispettino le regole) i due traguardi più importanti per il prossimo anno. C’è da dubitare che Lega e M5S comprendano il significato del cambio di passo che Francia e Germania stanno imprimendo al governo dell’Europa. E pensano che l’Italia ne possa star fuori? Sarebbe un crimine contro gli italiani, un atto di autolesionismo che pagheremmo a caro prezzo.

Ma l’Italia è al tappeto soprattutto perché sono venuti al pettine i nodi di un sistema di governo che ha generato un debito gigantesco ormai insostenibile. Nel debito ci sono decenni di politiche clientelari, di problemi lasciati a decantare, di assistenzialismo malato, di sostegno a un capitalismo arretrato. Piano piano anche gli elettori leghisti e penta stellati cominciano a capire che nessuna sovranità è possibile con quel debito e che la panzana di un ritorno alla lira metterebbe la pietra tombale sullo sviluppo dell’Italia per molti anni. Il nostro Paese fuori dall’euro e dall’Europa non avrebbe scampo.

Sarebbe pure ora di mettere fine alla sceneggiata del peggior governo della storia repubblicana, un’accozzaglia di esibizionisti, bulli, ignoranti, incapaci, cialtroni. Bisogna tornare a votare sperando che gli italiani capiscano la lezione e scelgano persone serie alle quali consegnare il potere

Claudio Lombardi

L’eterno debito pubblico

Spread, deficit e debito pubblico. Tutti i  giorni al centro dell’attenzione. Se non fosse che il debito è nostro, e che sempre noi ne paghiamo gli interessi e se non fosse che lo lasceremo ai nostri figli sarebbero anche venuti a noia. E invece bisogna parlarne e ripetere ciò che già è stato scritto perché è facile pensare che deficit, debito e spread siano affari della politica, dei burocrati di Bruxelles, delle banche e degli speculatori, magari anche occasioni per polemizzare, ma non questioni che toccano da vicino tutti. Dunque vale la pena di rifare discorsi semplici e persino banali, ma utili.

Innanzitutto tutti gli stati hanno un debito pubblico. In Europa però siamo noi ad avercelo più alto se si esclude la Grecia che è un caso a parte. Anche la spesa per interessi è un nostro primato che ci allontana dagli altri paesi europei. Lo spread ne indica la misura giorno per giorno.

Il debito non è un’imposizione perché nasce dalla decisione o dalla necessità di spendere più di quanto si incassa. Fino a che c’è uno sbilancio fra entrate e spese il debito aumenta. In cifra assoluta però perché poi il dato che conta veramente è quanto il debito sia sostenibile e questo lo indica un rapporto, quello tra valore del Pil e debito. Per esempio il debito italiano vale il 132% del Pil, quello della Germania sta intorno al 60%.

Il pareggio di bilancio non è impossibile, tanto è vero che in Europa nel 2017 tredici paesi ci sono riusciti. Così il debito non cresce e basta anche un piccolo aumento del Pil perché il rapporto tra i due cali. Riassumendo. Il caso italiano è questo: debito più grande, interessi più alti e crescita del Pil più bassa.

Comunque il debito pubblico è uno strumento di politica economica e ci possono essere periodi nei quali è persino saggio farne un po’. Il punto cruciale è però trovare finanziatori che prestino i loro soldi allo Stato ed è importante che possano fidarsi che quei titoli saranno ripagati alla scadenza o che manterranno il loro valore nel tempo. Perché questo avvenga bisogna che il debitore sia affidabile, altrimenti il prezzo della scarsa fiducia saranno interessi più elevati o persino la mancanza di acquirenti dei titoli.

Che vuol dire affidabile quando si parla di uno stato? Che chi governa abbia programmi capaci di incrementare l’economia e quindi anche le entrate fiscali. E che i comportamenti e le parole siano coerenti con questi. Se questi elementi mancano gli operatori finanziari diventano diffidenti e alzano il prezzo o si ritirano. Come è noto è successo proprio quest’anno: gli interessi sono cresciuti di molto e gli investitori esteri si sono liberati di una discreta quantità di titoli italiani. Alcuni dicono che il debito è una finzione e che non potrà mai essere restituito. Errore: il debito viene continuamente rinnovato cioè vengono rimborsati i vecchi titoli e ne vengono emessi di nuovi. infatti, l’Italia l’anno prossimo dovrà rinnovare qualcosa come 350 miliardi di euro di debito.

Per i sovranisti l’unica soluzione è tornare ad una moneta nazionale. Per loro è tutto semplice: basta che il governo ordini alla banca centrale di stampare moneta nella misura sufficiente a soddisfare tutte le necessità delle scelte politiche. Così era in Italia prima che fosse abolito l’obbligo per la Banca d’Italia di acquistare i titoli del Tesoro. Sarebbe la soluzione perfetta per qualsiasi governo. Funzionerebbe bene in un sistema chiuso, ma se il sistema chiuso non è ciò che conta è il valore della moneta e questo non lo decide il governo. L’inflazione può fare molto male alla gente comune costretta ad inseguire aumenti del costo della vita che possono raggiungere livelli impossibili da sopportare. Dunque l’opzione sovranista non può funzionare. Il problema è che il governo è composto da due forze, Lega e M5S, che fino alle elezioni facevano dell’uscita dall’euro la loro bandiera ed ora vanno avanti facendo crescere spesa corrente, tensioni e spread senza curarsi delle conseguenze. Sembra che vogliano creare la strada per un’uscita dall’euro senza dichiararlo. Ciò che è chiaro fin da oggi è che il debito salirà e la crescita non ci sarà avviando così una spirale di sprofondamento nella quale le spese assistenziali non basteranno perché l’economia creerà meno valore e richiederà meno lavoro. A quel punto si dirà che bisognerà aumentare ancora il debito per distribuire altri sussidi e così via fino al default dell’Italia. Questo è il muro contro cui andranno a sbattere i sovranisti che ci stanno governando.

Peccato. Si sta distruggendo una stabilità conquistata con molti sacrifici. Si dice che l’euro ci ha impoveriti, ma in realtà è la crisi del 2008 che ci ha colpito duramente. Se, però, fossimo stati soli a fronteggiarla sarebbe andata molto peggio. Chissà perché ci si dimentica sempre che in questi anni c’è stato un disastro nelle economie occidentali.

A questo punto il discorso dovrebbe concentrarsi sulle fragilità dell’Italia perché le polemiche correnti girano intorno a poche parole chiave – deficit, debito, spread, Europa – che non spiegano tutto e non vanno alla radice dei nostri problemi. Che non sono pochi e non hanno soluzioni semplici. Per affrontarli bisogna essere disposti a toccare interessi e convenienze che si sono formati nel corso di molti anni e a chi dipende dal voto degli elettori non conviene. Per modificare nel profondo la situazione italiana ci vuole grande lucidità politica, coraggio, una solida maggioranza di voti e tempo. Una combinazione di fattori che da molto tempo manca in Italia

Claudio Lombardi

Il problema dell’Italia è la frattura nord sud

Nel periodico dibattersi tra limiti e possibilità che si verifica ad ogni scadenza di bilancio si smarrisce la nozione di quello che c’è sotto, di quelle costanti cioè che pesano sull’Italia e che ne costituiscono il vero grande problema che mai come adesso è la frattura nord sud.

Spesso si affronta la realtà interpretandola in modo distorto e falsificandola per sostituirla con una illusoria. Per esempio si dice che l’Italia non cresce per colpa dell’euro perché mancano sia un debito comune che trasferimenti monetari dai paesi più ricchi del nord Europa verso quelli del sud. Oppure che il problema è la mancanza di una vera banca centrale che finanzi direttamente lo Stato come se questa fosse la normalità. In realtà ciò non accade nemmeno negli Usa dove la Fed è svincolata da qualsiasi ingerenza governativa e non ha nessun obbligo di acquistare i titoli del Tesoro.

Eppure la Bce si è comportata come quel prestatore di ultima istanza di cui tanto si lamenta l’assenza. Dal 2011 ad oggi ha rastrellato titoli pubblici mettendo in circolazione migliaia di miliardi di euro. Per quelli che rivendicano una banca centrale non basta perché vorrebbero che si stampasse moneta su ordine di un solo governo, quello italiano. Esattamente la distorsione della realtà per metterla al servizio di un’illusione. Anche se esistesse la possibilità di stampare moneta senza limiti si tratterebbe di una pura illusione, di una moneta finta che farebbe scivolare l’Italia nel caos.

Lo stesso accade anche sul primo punto e cioè il peso dell’euro sulla crescita economica. I dati raccontano che il nord Italia ha un ritmo di crescita e tassi di occupazione al livello di quelli della Germania. La crisi lì è stata superata e l’euro non ha portato nessuna penalizzazione anzi ha aperto le porte di un’integrazione fra economie.

Il sud, invece, è molto più indietro. La frattura nord sud è quella che divide l’Italia e la rende fragile. Colpa dell’euro? Non pare proprio visto che tutto risale molto indietro nel tempo, addirittura alla fondazione dell’Italia come stato unitario.

E’, quindi, più probabile che sia l’Italia il problema del meridione e non l’euro. Eppure il sud è stato destinatario di cospicui trasferimenti monetari a più riprese nel corso dei decenni. Che non siano stati risolutivi per lo sviluppo e che, in definitiva, non abbiano fatto molto bene al sud lo dimostra la situazione attuale. Certo, ci sono stati anni di crescita, ma questa era drogata dai trasferimenti monetari e non ha portato ad una reale capacità dell’economia meridionale di sostenersi da sola ossia di essere competitiva con il resto dell’Italia e con il mondo.

I trasferimenti monetari possono influenzare la competitività di un’area economica coltivando il capitale umano cioè con l’istruzione oppure migliorando le infrastrutture o garantendo la sicurezza di un territorio. Ma non possono sostituire lo sviluppo.

Eppure non si rinuncia a falsificare la realtà raccontando di una povertà che è stata portata dall’euro. La verità invece è che nel sud non ci sono le condizioni per avere un’economia a livello di quella del nord e puntare tutto sui trasferimenti monetari serve solo a perpetuare questa condizione.

Cosa differenzia l’economia del nord da quella del sud? Essenzialmente l’apertura. Esattamente il contrario dell’orientamento che sta prevalendo nel governo nazionale e nell’opinione pubblica: la chiusura all’euro, all’Europa, agli immigrati. Il senso della svolta impressa alla politica italiana è questo: tornare alla chiusura ignorando che il progresso dell’Italia è stato costruito proprio sull’apertura.

Se l’Italia rifiuta di crescere, si rinchiude su se stessa e pensa di vivere amministrando il suo patrimonio tornando a quella lira che dovrebbe garantire disponibilità illimitata di denaro con il quale pagare ogni tipo di scelta politica e di richiesta sociale è destinata a sbattere contro la realtà.

Lega e M5S hanno portato al governo la frattura nord sud che rende l’Italia un Paese dimezzato e tentano di comprare il consenso delle due metà col debito. Non vogliono superare la frattura, la vogliono approfondire. Molto presto faranno il passo successivo: l’uscita dall’euro. Certo non lo dicono esplicitamente, ma è stato al centro della loro proposta politica fino a ieri. Per ora stanno preparando il terreno che dovrebbe renderlo inevitabile. Se questo disegno dovesse attuarsi il colpo all’Italia e agli italiani sarebbe terribile, ma la macchina della falsificazione è lanciatissima. Fabbrica nemici contro i quali scagliare la rabbia popolare (accuratamente coltivata in anni di opposizione) e illusioni sul magnifico futuro che ci attende. E l’opinione pubblica, affamata di illusioni, si lascia guidare verso il disastro

Claudio Lombardi

Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

Tria e Di Maio: il serio e l’ominicchio

“Un ministro serio i soldi li trova”, “io pretendo che trovi i soldi”. Cosa pensava di fare Di Maio ingiungendo al prof Tria di trovare i soldi per le richieste del Movimento 5 stelle? A prima vista sembra paradossale che proprio Di Maio, un giovane astuto e fortunato catapultato in un ruolo evidentemente spropositato per la sua preparazione e la sua esperienza politica e di governo, si metta a dar lezioni di serietà ad una persona di ben altro livello professionale ed intellettuale. In realtà Di Maio ci ha abituati alle sue sparate propagandistiche: l’accordo sull’Ilva era un imbroglio e non si doveva fare, la concessione ad Autostrade si doveva considerare annullata istantaneamente e così via sentenziando. Propaganda smentita dai fatti.

La spiegazione però è semplice. Di Maio ha scelto questo stile di comunicazione perché il governo ha abbondantemente superato i 100 giorni e, di fatto, non sta facendo nulla di sostanziale. Il decreto cosiddetto dignità tanto sbandierato (più problemi ai lavoratori e alle aziende invece di risolverli) e le sceneggiate sui migranti sono il magro bilancio di quattro mesi che sono già costati in perdita di fiducia alcuni miliardi di euro di aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico e svariate decine di disinvestimento sui titoli pubblici da parte degli investitori esteri.

Con la manovra di finanza pubblica arriva il momento cruciale però, perché gli italiani hanno votato e stanno sostenendo i partiti di governo sulla base di promesse consapevolmente irreali e dunque false.

I sostenitori del governo dicono che bisogna spendere per spingere la crescita, ma le spese che loro vogliono imporre sono tutte correnti, assistenzialistiche o regali ai redditi più alti. Reddito e pensioni di cittadinanza, riduzione dell’età di pensionamento, flat tax.

Le spese correnti non generano crescita. Al massimo possono aumentare la domanda interna cioè la spesa delle persone che non è detto si indirizzi su prodotti che fanno lavorare le aziende italiane. Ammesso e non concesso che l’espansione del mercato interno sia il problema principale che affligge l’Italia.

È vero che i poveri vanno aiutati e già lo si sta facendo con il reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. È vero che chi cerca un lavoro va sostenuto con un’indennità di disoccupazione e pure questa è una misura che già esiste e casomai va potenziata. È vero che le imposte vanno ridotte a partire dai redditi medi e pure questo è stato già fatto con i famosi 80 euro che andrebbero trasformati in una riduzione di aliquote anche per i redditi più bassi.

L’assistenzialismo ha senso se è accompagnato da politiche che puntino alla crescita economica vera cioè a far sviluppare le imprese e a migliorare la produttività del lavoro e del sistema. Se, invece, come dicono leghisti e 5 stelle, si pensa che il Pil si possa rialzare grazie all’assistenzialismo allora si preparano giorni drammatici per il nostro Paese.

I nodi veri da affrontare stanno per esempio in una cifra: 150 miliardi. È la somma degli stanziamenti per opere pubbliche che si sono cumulati nelle precedenti manovre finanziarie e che non si riesce a spendere per la lentezza del sistema decisionale ed attuativo che è il vero peso morto che schiaccia l’Italia. Se il governo si occupasse di questo insieme con il pagamento del debito verso i fornitori dello Stato già avrebbe dato un bel contributo a spingere la crescita.

Se poi volesse fare di più potrebbe riprendere alcune scelte di politica industriale introdotte da Calenda che vanno nella direzione dell’innovazione tecnologica. Oppure pensare a come superare il nanismo delle imprese italiane (al 95% di piccole e piccolissime dimensioni) che le penalizza nella concorrenza internazionale e nel campo della ricerca e sviluppo.

Ma Di Maio e Salvini preferiscono vestire i panni dei rivoluzionari intransigenti che danno voce al popolo. Ne hanno bisogno perché hanno il loro motivo di essere in una campagna elettorale permanente e, dunque, devono parlare a slogan. Se tentassero di ragionare si scontrerebbero con la realtà che è molto più dura delle loro invettive. Per questo si scagliano contro Tria, che, da persona seria quale è, non ha bisogno di fare campagna elettorale.

Ne ”Il giorno della civetta”, Leonardo Sciascia fa pronunciare al boss Don Mariano Arena un breve discorso sull’umanità. Eccolo:

Io ho una certa pratica del mondo. E quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà”. Pochissimi gli uomini, i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora più giù, i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà. Che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”.

La categoria degli ominicchi sembra tagliata su misura per i due “rivoluzionari” al governo, ma in particolare per Di Maio che non può nemmeno vantare l’esperienza politica di Salvini. Il guaio è che quando uomini così ricevono un consenso sproporzionato alle loro capacità il rischio che lo usino male è una certezza

Claudio Lombardi

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