Inizia la campagna elettorale

Eccoci in campagna elettorale. Si parla di liste e di programmi. Ad oggi si conoscono i 20 punti del Movimento 5 Stelle e i 10 punti del centrodestra. Niente a che vedere con certi programmi del passato (caso estremo le 285 pagine dell’Unione che sostenne Prodi nel 2006). Oggi l’opinione pubblica vuole la sintesi e vuole sentire un messaggio chiaro. E così si semplifica e si cura l’impatto emotivo, cioè si fa pubblicità. Importante è che scatti il meccanismo dell’identificazione: “sì loro dicono proprio quello che penso io”, “finalmente qualcuno che lo dice”, “questo si chiama parlar chiaro, bisogna dirgliele in faccia le cose e senza peli sulla lingua”. Se si riesce a suscitare questi pensieri negli elettori non occorre altro, il più è fatto. Poco interessano concetti come fattibilità e compatibilità. Quelli sono affare dei politici una volta eletti. La gente li giudicherà dai fatti cioè dall’impatto sulle vite di ognuno.

Da questo punto di vista i partiti di governo sono svantaggiati perché per loro è più difficile svolazzare nel regno della fantasia. Sono incatenati a ciò che hanno realizzato. L’elettore non concede sconti a chi ha governato. E poi gli obiettivi, spesso parziali e frutto di compromessi, vengono acquisiti rapidamente e anche dimenticati. Per sognare, invece, prendiamo qualche esempio dei dieci e dei venti punti.

Centrodestra.

Aliquota unica per famiglie e imprese (flat tax), eliminazione delle imposte sulle donazioni, sulle successioni e sulla prima casa (ma non è così già oggi?). Eliminazione delle tasse sui risparmi (quali? Conti correnti, azioni, obbligazioni, titoli di Stato?). Pace fiscale per tutti i piccoli contribuenti che si trovano in condizioni di difficoltà economica (che vuol dire?). Con le risorse liberate dalla flat tax, stimolo agli investimenti pubblici e privati (quali risorse se la flat tax costerà decine di miliardi di euro?).

Sull’Europa. No alle politiche di austerità (quali? come?). No alle regolamentazioni eccessive (detto al bar ha un senso, ma solo lì però). Revisione dei trattati europei (in che senso?). Più politica e meno burocrazia (siamo di nuovo al bar).

Passiamo ad altro. Azzeramento della povertà assoluta, estensione delle prestazioni sanitarie e poi il colpo da maestri dell’azzeramento della legge Fornero (ecco il messaggio che colpisce!) che andrebbe sostituita da una nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile (questo riguarda il dopo voto e lascia aperte tutte le possibilità, basta che non si chiamino Fornero). Quando si arriva alla proposta di un codice dei diritti degli animali domestici non si sa se piangere o ridere.

Il programma del M5S non sfigura al cospetto di quello del centrodestra. Anche qui si vede l’impegno a mettere nero su bianco le migliori idee che possano impressionare l’elettore. Ovviamente nessun accenno alle compatibilità e alla fattibilità. Si crede nei poteri taumaturgici della parola. Accanto all’ovvio reddito di cittadinanza abbiamo anche la pensione di cittadinanza per poi passare alla magica parola investimenti. Siamo al top quando si quantifica in 50 miliardi l’effetto dei tagli agli sprechi e ai costi della politica, si indica in 200 mila posti di lavoro l’effetto del riciclo dei rifiuti e ci si propone il taglio del 40% del debito pubblico in dieci anni.

La stranezza è che, in alcuni punti, se si volesse analizzare il senso delle parole, ci si troverebbe nel solco della prosecuzione di alcune politiche dei governi Renzi e Gentiloni. Il problema è che qui si presenta agli elettori una bella vetrina di pasticceria nella quale ci sono i disegnini di dolci buonissimi, ma non si sa se esiste il forno per cuocerli e nemmeno il pasticcere per prepararli.

Scrivere un programma elettorale non è semplice. L’elettore cerca innanzitutto l’empatia con un partito. E poi non ha gli strumenti per valutare nel dettaglio le singole proposte. Una forza politica che si mostra da subito responsabile senza comunicare innanzitutto il senso e la finalità di ciò che propone (chiamiamoli ideali o progetto o narrazione) è condannata.

L’esempio della vittoria di Macron in Francia dimostra che si può essere concreti e responsabili nell’ambito di una forte idealità che non prescinde dalla realtà, ma che si propone di trasformarla. Quando, invece, si racconta agli elettori che tutto è possibile siamo nel campo della pura presa in giro. Mentre da noi è partita una campagna elettorale nella quale si cerca di far sognare gli italiani con proposte fuori dalla realtà Francia e Germania stanno lavorando ad un nuovo assetto dell’Eurozona cioè dell’ambito sovranazionale del quale il nostro Paese per sua decisione e per convenienza ha scelto di far parte. Centrodestra e Movimento 5 Stelle giocano con la fantasia, ma se dovessero prendere i voti veri sulla base delle loro proposte dove porterebbero l’Italia?

Claudio Lombardi

Atac Ama e i guai di Roma

Atac e Ama sono le più grandi aziende romane. Entrambe di proprietà del Comune erogano due fra i principali servizi necessari alla vita di una città: trasporti e gestione dei rifiuti. Ebbene entrambe hanno la responsabilità di aver reso difficile la vita dei romani e non da oggi. Da anni. Ovvio che, come in tutte le cose, c’è stato un momento iniziale nel quale si stava meglio perché i guasti non si erano ancora manifestati. Per esempio nel campo dei rifiuti fino a che tutto (ma proprio tutto) si gettava nella discarica di Malagrotta sembravano non esserci problemi. Ogni tanto uno sciopero o qualche incidente che bloccava il ritiro della spazzatura. O, magari, la strisciante inefficienza che da sempre caratterizza l’amministrazione comunale e le sue aziende. Ai romani andava bene così, la grande buca si riempiva e la differenziata era roba sconosciuta, roba per tedeschi. Anche ai sindacati andava bene così. I dipendenti erano tanti, alto l’assenteismo, tanti quelli che si buttavano su qualche invalidità per non scendere in strada, i ritmi di lavoro erano a dir poco blandi. Poi Malagrotta si è riempita e sono iniziati i problemi perché si è scoperto che non c’erano i piani per sostituirla e i politici si sono mostrati del tutto inadeguati a svolgere la loro funzione. Così è stato comodo aggrapparsi come alibi a gruppi di ambientalisti che si opponevano alla costruzione di un inceneritore che poi è l’indispensabile accompagnamento di ogni politica fondata sulla differenziazione e sul riciclo. E tuttora Roma non ha un inceneritore e nessuno che abbia responsabilità pubbliche osa menzionarlo almeno come ipotesi. Eppure ce l’hanno tante altre città italiane ed europee, ma da noi è tabù. Di qui il dramma e l’emergenza dei rifiuti che si vive ormai da oltre un anno. I romani pagano la più alta tariffa rifiuti d’Italia e hanno la monnezza per strada. Volgarmente si direbbe “cornuti e mazziati”.

Per il trasporto pubblico stesso discorso. I dati dell’inefficienza di Atac sono strazianti. Dal 2009 al 2016 ha bruciato 5 miliardi di contributi pubblici ed accumulato 1,4 miliardi di perdite. E per cosa? Per un servizio scadente a costi superiori del 30% a quelli della corrispondente azienda milanese. Più personale, meno ore lavorate, più assenteismo. E tutto questo con la piena copertura dei responsabili politici del servizio. D’altra parte i dipendenti comunali e delle aziende di proprietà sono il più grande serbatoio di voti a Roma e infatti la stessa sindaca Raggi, da candidata, si premurò di rassicurare i sindacati. Lo slogan per l’elettorato era “cambieremo tutto”, per chi dipendeva dal Comune andava inteso come “a voi non vi toccheremo”. E, infatti, così è stato. Sono cambiati gli assessori e i direttori generali, ma la struttura di Atac e Ama è rimasta intatta. Privilegi e sprechi compresi.

L’ex assessore alle partecipate di Roma Massimo Colomban, intervistato in questi giorni dal Messaggero, afferma di aver avvertito la sindaca che Ama ed Atac non potevano rimanere di proprietà al 100% del Comune e che avevano assoluto bisogno di un partner industriale; afferma inoltre che una direttiva dai livelli superiori del Movimento 5 stelle ha impedito che si intervenisse (e infatti lui ha lasciato l’incarico); dice che il Movimento non deve proteggere i sindacati, alcuni dei quali in Ama e Atac la fanno da padroni da anni. Nessuno gli ha dato retta. Anzi, in questa situazione la Giunta romana intende rinnovare l’affidamento in esclusiva del servizio ad Atac fino al 2021, mentre pende una procedura di concordato in continuità che dovrebbe servire ad evitare che i creditori chiedano il fallimento e in assenza di un piano industriale e finanziario indispensabile perché il giudice possa accordare il concordato. Una situazione a dir poco opaca. E tutto questo accade mentre sta scadendo il termine per indire il referendum sul trasporto pubblico per il quale 33mila cittadini hanno apposto la loro firma. Praticamente la Giunta grillina sta arrampicandosi sugli specchi per lasciare le cose come stanno il che significa in primo luogo non rompere l’alleanza con il sindacalismo corporativo e ostacolare lo svolgimento del referendum perché c’è il rischio che i romani votino perché il servizio pubblico sia tolto ad un’azienda che si è rivelata incapace di effettuarlo. Alla faccia della democrazia diretta predicata dal M5S.

Quale è il succo della vicenda? In definitiva il M5S a Roma sta dimostrando, perlomeno nel campo dei rifiuti e del trasporto pubblico, la sua impronta profondamente arrogante e conservatrice e la sua incapacità di far funzionare la città. Il M5S nega la realtà e si batte perchè Atac e Ama rimangano monopolisti dei servizi, di proprietà del Comune al 100%, ma non ha la capacità di far funzionare bene queste aziende perchè nulla si può toccare dell’assetto attuale. Ovviamente mascherandosi dietro a slogan triti e ritriti che appaiono sempre più come una bella favoletta raccontata ai bimbi per tenerli buoni. In pratica stanno semplicemente prendendo in giro i romani tentando di rinviare al domani i problemi, tirando a campare un giorno dopo l’altro e confidando nell’assuefazione alla sofferenza. In dialetto romanesco si dice che stanno dando la “guazza” ai romani

Claudio Lombardi

Il bersaglio grosso del caso Boschi

Bisogna riconoscere che ci sanno fare. La campagna mediatica scatenata contro Maria Elena Boschi ormai si è trasformata nel “caso Boschi”. Le elezioni sono vicine e l’occasione per mettere in crisi il gruppo dirigente del Pd fa gola a molti. È stata un’ingenuità mettere in funzione a fine legislatura una commissione di inchiesta sulle crisi bancarie pensando che avrebbe fatto chiarezza sulle cause e sulle responsabilità della sottrazione ai risparmiatori di decine di miliardi di euro. È bastato un appiglio ed è stata costruita una montatura mediatica sul nulla. Di fatto il dramma di migliaia di persone che sono state truffate e lo scandalo di un sistema di potere che lo ha permesso sono stati usati per scatenare una campagna contro il Pd e il suo gruppo dirigente.

banche saccheggiateQualunque osservatore intellettualmente onesto non può che convenire che i colloqui di Maria Elena Boschi non c’entrano niente con le crisi bancarie arrivate dopo molti anni di mala gestione e di connivenze che l’hanno permessa e coperta e dopo che è stata approvata in sede europea e recepita nell’ordinamento italiano una normativa che fa pagare i fallimenti bancari anche a correntisti (sopra i 100mila euro), azionisti ed obbligazionisti. La commissione parlamentare doveva servire a fare luce sulle inadeguatezze dei controlli e sulle carenze normative che hanno permesso la degenerazione delle banche locali. Probabilmente il materiale raccolto in oltre 40 sedute sarà utile nei prossimi anni per chi avrà la volontà politica di porre mano a qualche cambiamento. Ciò che conta è che adesso la commissione è servita a sostenere la montatura mediatica che ha prodotto il caso Boschi. Direttori di giornale, redazioni, reti tv, singoli giornalisti si sono gettati di slancio in un’opera di depistaggio e di disinformazione che ha usato le crisi bancarie per indirizzare la rabbia e l’indignazione contro il Pd.

A vantaggio di chi? Mettiamo insieme due notizie. La prima è che Luigi di Maio dichiara che se il M5S fosse il partito più votato potrebbe discutere di programmi con la sinistra e persino con un Pd depurato da Renzi e dai suoi più stretti collaboratori. La seconda è che il direttore di Repubblica scrive un articolo di fondo per chiedere che la Boschi si faccia da parte e non si ricandidi, cioè che si concluda la sua carriera politica nel Pd. Che significa?

montatura falsitàSemplice: che molti soggetti collocati nei piani alti della società a tutti i livelli stanno puntando sulla fine politica di Renzi e sulla caduta del Pd. La campagna contro la Boschi è stata preceduta da anni nei quali il Pd è stato additato come il principale responsabile di tutte le storture e le degenerazioni del sistema politico. Gradualmente, ma costantemente le destre si sono rifatte una verginità tanto che oggi si commenta con ammirazione la longevità politica di Berlusconi e Salvini ha fatto dimenticare i lunghi anni di governo della Lega. C’è quindi una convergenza oggettiva tra diversi soggetti, politici e attivi nel campo dell’informazione o nell’alta burocrazia, nell’attacco al gruppo dirigente del Pd. Depotenziare il Pd è conveniente per le altre formazioni politiche, di destra, di sinistra e indefinite come il M5S. In gioco non ci sono solo i voti che potrebbero abbandonare il partito di Renzi, ma anche quelli degli sfiduciati e dei delusi. Se riesce la campagna che bolla il Pd come principale responsabile dei mali d’Italia la scommessa è che gli elettori tornino a votare per quelli che lo attaccano.

D’altra parte la politica è spietata con chi perde e Renzi oggi appare (e viene fatto apparire) un perdente. Bisogna riflettere sul fatto che il suo disegno strategico è stato stroncato dal referendum costituzionale. Le riforme sociali e gli interventi nell’economia, pur essendo costate molto alle finanze pubbliche, non hanno ampliato il consenso per l’opera del governo e non hanno disinnescato la minaccia del rancore (ne ha parlato il Censis nel suo ultimo rapporto). Inoltre Renzi non è riuscito a tenere unito il suo partito che si è molto indebolito e che difficilmente sarà quello più votato nelle prossime elezioni.

ascesa M5SÈ invece probabile che il più votato risulterà il M5S che rappresenta la principale valvola di sfogo politico degli elettori arrabbiati, sfiduciati o delusi dagli altri partiti.

Con questi elementi si può intravedere un cambio di disegno strategico da parte di alcuni che pure avevano sostenuto l’ascesa di Renzi. Crisi del gruppo dirigente e indebolimento del Pd, ascesa del M5S che ne faccia il perno di una nuova maggioranza con Liberi e uguali e pezzi del Pd come sostenitori/subordinati. Il disegno sarebbe quello di assorbire le spinte antisistema portandole al governo e tentare così di arrivare ad una stabilizzazione del sistema politico italiano nel quadro di una sostanziale conservazione degli equilibri esistenti e di un recupero del consenso sociale. Le prove di governo a Roma e a Torino hanno mostrato sì l’incapacità, ma anche l’inoffensività del M5S e la sensibilità all’influenza di soggetti che conoscono e manovrano i meccanismi del potere.

La scommessa è rischiosa perché un M5S alla guida del governo dovrebbe fare qualcosa di più che dichiarare il cambiamento, ma non praticarlo come ha fatto a Roma e a Torino. Debito pubblico, vincoli europei, moneta comune, struttura dell’economia italiana, arretratezza del sud sono bocconi duri da digerire per chi si è affacciato da poco alla politica sull’onda della protesta.

I giochi ancora non sono fatti, ma è chiaro che il bersaglio grosso del caso Boschi è abbattere Renzi per aprire la strada a un nuovo soggetto politico forte che proclami di cambiare tutto. Il resto si vedrà

Claudio Lombardi

La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

La sceneggiata della lotta al Tap

La sceneggiata della lotta al gasdotto Tap incredibilmente continua. Cerchiamo di fare il punto sulla sostanza di una questione che sta diventando patetica e rivelatrice dell’arretratezza culturale di una parte della politica locale e della società civile, ma anche della spregiudicatezza del Governatore della Puglia, quel Michele Emiliano tuttora nei ruoli della magistratura che non perde occasione e pretesti per andare a caccia di voti. Prendiamo come guida il punto di vista espresso su facebook da Umberto Minopoli.

energia elettricaOgni mese abbiamo bisogno di circa 26000 Gwh (gigawattora) di energia. Di questi 26.000 GWh ben 20.000 vengono dall’energia termica (olio, carbone, gas). Le cosiddette rinnovabili, incentivate, ci danno alla fine solo 6/7 mila Gwh. Ma di queste ben quasi 3000 GWh sono da fonte idroelettrica. Non abbiamo centrali nucleari, non avremo più centrali a carbone, non sono più tollerate quelle ad olio. Quindi dei 20.000 GWh termici la quasi totalità è data dal gas. Insomma: abbiamo un fabbisogno elettrico strutturalmente fondato sul gas naturale. Che però importiamo quasi del tutto: dal nostro sottosuolo infatti estraiamo soltanto miseri 682 GWh che potrebbero essere di più, ma che hanno rischiato di essere pure eliminati con lo scemissimo referendum contro le trivelle (ovviamente sostenuto da Emiliano). Quindi mettiamoci in testa che l’elettricità in Italia è quasi tutta dovuta al gas e senza gas spegneremmo il Paese.

Ora vediamo da dove viene questo gas che è così importante per la nostra vita. Ebbene lo importiamo da tre paesi: Russia, Libia e Algeria. Il 70% però ci viene dalla Russia. Ed ecco il punto: il gas russo importato (cioè la fonte energetica su cui sostanzialmente ci reggiamo) viene distribuito in Italia dall’impianto di distribuzione di gas a Baumgarten an der March, in Austria. E’ quello che uno scoppio e poi l’incendio ha bloccato pochi giorni fa interrompendo così (per fortuna solo per poche ore) l’afflusso del gas che ci alimenta. E’ incredibile: un’intera economia dipende praticamente da un solo punto di ingresso e distribuzione. Pensate come siamo deboli, fragili e dipendenti. gas metanoSiamo tappati! C’è un investimento in atto che potrebbe stapparci. Cioè diversificare e aumentare i punti di ingresso del gas e salvaguardare i fabbisogni in caso di blocco dell’impianto di Baumgarten. E’ il Tap, il gasdotto che diversifica sia le fonti di approvvigionamento del gas che dobbiamo importare (è azero e non russo) sia i punti di distribuzione in Italia. E’ un gasdotto di 878 km che interesserà l’Italia solo per 8 Km. Ed è quello che il governatore pugliese vorrebbe bloccare. Si tratta come è evidente di un’opera strategica di importanza vitale per l’Italia.

Come è noto lo scontro sul tracciato del gasdotto riguarda l’approdo sulla costa pugliese. Chi si oppone al Tap dice di farlo per proteggere l’ambiente che sarebbe deturpato dagli scavi per la posa del tubo. Viene anche proposto un approdo diverso da quello prescelto nel comune di Melendugno. In particolare si insiste su Brindisi. Ora, a parte il fatto che la scelta finale è arrivata dopo che sono state esaminate molte alternative, è lecito domandarsi cosa sarebbe successo se si fosse deciso di far arrivare il gasdotto a Brindisi. Sicuramente proteste per l’aggressione ad un sito già “deturpato” dagli impianti portuali. Inoltre se a Melendugno la protesta si è concentrata sull’espianto temporaneo di qualche decina di ulivi, nell’area portuale di Brindisi ci si sarebbe trovati di fronte ad una zona abitata con le conseguenze facilmente immaginabili.

no tapIn ogni caso Brindisi verrò coinvolta (non nella parte portuale ma nel retroterra) perché è di questi giorni la notizia che è già stata avviata da SNAM la richiesta dei pareri agli enti locali per la realizzazione del metanodotto che da Melendugno porterà il gas nel nodo di Brindisi per la distribuzione su tutto il territorio nazionale. Pareri necessari per la Valutazione di Impatto Ambientale. In questo modo il nodo brindisino diverrà il punto europeo di distribuzione del metano, alternativo a quello proveniente dalla Russia.

Cosa pretende adesso chi si oppone al Tap? Che si rinunci al gasdotto? Che dopo anni di studi e ricerche si ricominci da capo la ricerca del percorso ideale che non leda alcun interesse locale? Follie. O pretesti per costruirsi un seguito popolare da spendere nelle prossime elezioni

Claudio Lombardi

Sprechi in sanità. Fare meglio è possibile

La spesa pubblica è fatta principalmente da poche grandi componenti: sanità, previdenza, assistenza, stipendi, interessi sul debito. Da molto tempo si dice che occorre tagliare la spesa per liberare risorse da destinare alla diminuzione della pressione fiscale e agli investimenti. Qualcosa è stato fatto, ma alcuni dicono che ci sono spazi per ulteriori risparmi. La sanità è il settore che vede di anno in anno un incremento di stanziamenti che vengono puntualmente ritenuti insufficienti da chi tale spesa deve gestire. L’intervista della quale pubblichiamo di seguito ampi stralci è stata concessa a ItaliaOggi dal presidente della fondazione Gimbe Nino Cartabellotta e passa in rassegna i problemi della sanità italiana e indica se e come è possibile spendere meglio.

assistenza sanitariaIl primo problema è chenon si sta affrontando la riqualificazione della spesa, manca un’articolazione degli ambiti assistenziali per intensità di cura (ospedale, cure intermedie, assistenza domiciliare, residenze sanitarie assistite, hospice ecc.) in grado di assistere il paziente secondo i suoi reali bisogni di salute. Invece il baricentro è sempre l’ospedale con costi assai più alti rispetto alle possibili alternative. (….) Un altro caso di spreco è il non finanziamento da parte del servizio sanitario della telemedicina mentre il monitoraggio remoto di pazienti con talune malattie croniche avrebbe costi minori e migliorerebbe la qualità di vita dei malati. Il fatto è che manca la spinta necessaria per intervenire a fondo sul servizio sanitario, che però in questo modo rischia di andare alla deriva”.

A proposito di frodi e abusi Cartabellotta ricorda che la fondazione Gimbe ha individuato “53 tipologie di sprechi, organizzate in 9 categorie, che erodono circa 5-6 miliardi di euro di spesa pubblica. Il denaro viene sottratto direttamente o indirettamente da fenomeni corruttivi e/o da comportamenti opportunistici influenzati da conflitti di interesse, che non configurano necessariamente reato o illecito amministrativo. Le iniziative istituzionali dell’Anac, Autorità anticorruzione e dell’Agenas) mirano prevalentemente a perseguire i fenomeni squisitamente corruttivi, mentre conflitti di corruzione sanitàinteresse, attitudine a comportamenti illeciti e minimizzazione del fatto illecito sono aspetti che appartengono all’etica professionale e, più in generale, della società. In tal senso, non si vede all’orizzonte alcun impegno concreto di ordini professionali, società scientifiche, associazioni di pazienti”.

Un altro tema di enorme impatto sulla sanità è costituito dall’autonomia regionale. Il presidente di Gimbe ha in proposito una posizione ferma e molto critica con le regioni. “I dati dimostrano che 21 modi di organizzare l’assistenza sanitaria configurano una strategia scellerata che sbiadisce l’universalismo del servizio sanitario. E nelle regioni (prevalentemente del Sud) che non adempiono ai Lea (Livelli assistenziali di assistenza), i cittadini dispongono di servizi sanitari peggiori e pagano addizionali Irpef più elevate per risanare i conti della propria regione per poi essere costretti a spostarsi altrove per curarsi. Nel 2016 il fenomeno della mobilità sanitaria ha spostato 4,15 miliardi di euro, prevalentemente dal Sud al Nord”.

sanità regionaleRispetto a questo quadro critico però la sanità italiana viene posta da alcuni enti di valutazione ai primi posti a livello mondiale. Anche in questo caso Cartabellotta ha osservazioni critiche da muovere. In primo luogo se si giudica la sanità dall’aspettativa di vita occorre dire che su questo dato influiscono anche altri fattori (genetica, clima, alimentazione ecc.). Il problema di fondo però è tenere conto di quanti anni di vita siano vissuti liberi da disabilità “dove invece siamo agli ultimi posti”. Inoltre “la copertura, come documentano gli adempimenti dei Livelli essenziali di assistenza, è universale solo sulla carta, perché dal Lazio in giù (con eccezione della Basilicata) tutte le Regioni sono inadempienti. Infine, rispetto alla qualità delle prestazioni, l’Euro Health Consumer Index 2016 colloca l’Italia al 22° posto (su 35 Paesi)”.

Molto critica è anche la posizione sulle conseguenze derivanti dall’invecchiamento della popolazione che nel futuro si prospetta come un vero e proprio buco nero della sanità.

Il giudizio di Nino Cartabellotta è drastico: “Siamo assolutamente impreparati, sia rispetto agli investimenti necessari, sia rispetto all’offerta di servizi socio-sanitari uniformi su tutto il territorio nazionale. Il fondo per la non autosufficienza assegna solo briciole e quindi è assurdo che vangano fissati determinati livelli di assistenza se poi non si controlla se essi sono davvero raggiunti e non si finanziano”.

affarismo in sanitàInfine la questione del rapporto tra prestazioni pubbliche e dei privati in sanità. In questo caso la critica è che c’è molto da fare per limitare “competizione, duplicazione di servizi, erogazione di prestazioni inappropriate e il «doppio ruolo» dei medici”. Il fine è quello di “garantire una reale integrazione tra pubblico e privato”. Significativo è che nelle regioni che riescono a gestire meglio l’integrazione i rischi dell’affarismo dei privati sono contenuti, mentre in altre regioni ne risulta indebolito il servizio pubblico e fortificato quello privato.

La sintesi di questa intervista è che è possibile tagliare fino a 6 miliardi di sprechi, gestire in maniera più efficiente ed efficace le risorse e, nel contempo, migliorare la sanità pubblica. Come al solito quando si esce dal campo degli slogan si scopre che esistono analisi affidabili, critiche ragionevoli e costruttive, competenze in grado di indicare interventi nel presente che facciano guardare senza timori al futuro

Claudio Lombardi

Violenze sessuali, molestie, approcci

Ancora non accenna a placarsi la tempesta mediatica innescata dal caso del produttore cinematografico Harvey Weinstein. Forse che al centro dell’interesse dell’opinione pubblica sulle due sponde dell’oceano sono le violenze sulle donne e lo stato di oppressione nel quale vengono tenute in Asia, Medio Oriente ed Africa? Si parla degli stupri e delle donne bruciate vive in India? O delle mutilazioni sessuali che flagellano le bambine in Somalia e in molti altri paesi africani? O forse della privazione di diritti in Arabia Saudita? O, almeno di vere e proprie violenze sessuali?

molestieNiente di tutto questo. Si parla della pacca sul sedere data trent’anni fa da Dustin Hoffman a una sua collaboratrice, degli approcci sessuali di Kevin Spacey, delle malefatte di Weinstein e adesso anche delle avances di Fausto Brizzi passando dalle battute più o meno volgari di esponenti politici nel Regno Unito e dall’esibizionismo di un popolare attore comico negli Usa.

C’è poco da scherzare perché la tempesta ha travolto le carriere di tutti gli uomini coinvolti e si è arrivati alle dimissioni del ministro inglese della difesa reo di aver toccato le ginocchia molti anni prima ad una giornalista e, purtroppo, al suicidio di un politico gallese sconvolto dalle dicerie sul suo conto.

Ovviamente ogni caso è un caso a sé. E così si passa dai ricatti di Weinstein agli approcci sessuali di Kevin Spacey, fino agli sfioramenti e ai contatti fisici e alle proposte più o meno indecenti. In tutti i casi però si è scatenata un’ondata di discredito che non è andata tanto per il sottile. Nei titoli di giornale le definizioni di “malato di sesso”, “porco”, “maniaco” sono state distribuite senza andare tanto per il sottile. D’altra parte l’opinione pubblica è sempre  affamata di novità, di pettegolezzi e pronta a schierarsi contro qualcuno possibilmente ricco e famoso.

caccia alle stregheOrmai è psicosi collettiva e chi finisce nel tritacarne delle rivelazioni non riesce a difendersi perché ogni accusa è una condanna secondo un metodo ben collaudato da anni. e così tutto si mischia: violenze, approcci, volgarità varie, proposte galanti mal gestite. Tante donne scavano nella memoria alla ricerca di un episodio, di un momento nel quale abbiano provato la sensazione di essere molestate. Va bene tutto purchè l’uomo tirato in ballo abbia un nome eccellente.

C’è forse qualcosa di male a rievocare episodi spiacevoli del passato? Nessuno dubita della buona fede di tante testimonianze, ma ce ne sono troppe che puzzano da lontano di ambiguità e che sono risibili se non proprio inconsistenti. Ed infatti ci sono state donne (Nancy Brilli, Monica Bellucci e altre) che lo hanno fatto notare. Tanto interesse tradisce una buona dose di ipocrisia perché spaccia per drammi episodi minori che attirano soprattutto la curiosità dell’opinione pubblica.

marketingTutto sommato la spiegazione è semplice: la caccia alle streghe serve per fare marketing. Nel mondo odierno la merce più preziosa è la visibilità e i media e il mondo del giornalismo e dello spettacolo di questo vivono. E come si fa a rendersi visibili? Un modo ben collaudato è scoprire scandali e suscitare l’indignazione. Da anni siamo tutti immersi in una continua caccia ai colpevoli. Di cosa? Di tutto. Qualunque problema o disfunzione diventa l’occasione per andare a caccia di complotti e colpevoli. Non concepiamo più di poter affrontare una questione senza esacerbazione e rabbia. I vari movimenti populisti di questo si alimentano. Trump negli Usa e il M5S in Italia dimostrano che non si tratta di poca cosa.

La triade scandali, indignazione, rabbia funziona facilmente specie se tocca temi sensibili sui quali è facile schierarsi perché ostacoli reali non ci sono. Chi è che si può mettere dalla parte delle molestie? Sacrificando un paio di registi, un produttore, un politico qualcuno avrà l’impressione di aver fatto qualcosa di concreto a favore delle donne. L’impressione che chiude il cerchio, il lieto fine che corona ogni storia inventata. La violenza sulle donne però è un’altra cosa  

Claudio Lombardi

I mostri delle periferie

Le periferie rischiano di diventare gli incubatori di un ribellismo acefalo, di una rabbia generale e generica che si nutre dei problemi della vita che non trovano soluzione, della frustrazione di persone che si sentono abbandonate, dell’angoscia per un futuro incerto. I mostri nascono al suo interno, nella piccola delinquenza che cresce di livello e impara a sfruttare gli interstizi della cattiva amministrazione per costruirsi una propria base sociale e persino un proprio profilo politico dei quali farsi forte per alzare un muro di consenso a protezione dei propri traffici.

ostia malavitaQuesta è la situazione di Ostia. Ora ci si domanda a chi andranno i voti controllati dal clan degli Spada. Già il fatto che ci si ponga la domanda dimostra che il processo di generazione dei mostri è andato molto avanti. Che a Ostia fossero attivi dei gruppi criminali lo si sapeva da anni. Che si occupassero di droga, estorsioni e usura pure. Il salto di qualità arriva con il controllo del territorio che si traduce non solo nell’uso sistematico della violenza per imporre le proprie decisioni, ma anche taglieggiando le attività commerciali e, soprattutto, assumendo il controllo degli alloggi di proprietà pubblica. Decidere a chi assegnare una casa e chi estrometterne ha conferito al clan una proiezione sociale che una semplice banda criminale non avrebbe potuto avere.

L’ascesa dei clan di malavitosi che hanno messo sotto scacco il Lido di Roma è avvenuto in lunghi anni di intrecci di interessi e di convenienze alle quali alcuni politici locali hanno partecipato consapevolmente. Per questo è stato sciolto il Municipio nel cui territorio ricade Ostia. Come è avvenuto in altre parti d’Italia si è tollerato che il territorio cadesse sotto il controllo di bande criminali facendo perdere di senso le parole “legalità”, “ordine pubblico”, “Stato di diritto”. Mettiamoci nei panni di quelli che sono stati costretti a chinare il capo e a stendere la mano di fronte ad uno Spada per chiedere il permesso di abitare in una casa di proprietà pubblica o per qualche altro favore. abbandono periferieCosa devono pensare? Che lo Stato sia una pura finzione che copre una realtà di soprusi e di violenza e che la vera autorità sia rappresentata dai malavitosi. È la logica del bandito che si crea il suo popolo. In altri tempi gli Spada sarebbero diventati feudatari e poi nobili. Oggi, più modestamente, si mettono a contrattare con alcuni politici i voti che riescono a controllare. Ma, soprattutto, contrattano l’impunità.

Di fronte a questo spettacolo di degrado certo che si può parlare di abbandono. È l’abbandono e il conseguente degrado che servono ai malavitosi per imporre il loro potere e per erogare quelle elemosine che lo consolidano. Estromettere lo Stato dal territorio significa trasformare in carità e in favori ciò che dovrebbe e potrebbe essere dato con gli atti politici e applicando le regole. Per questo i pacchi di viveri distribuiti da una formazione politica che compete alle elezioni sono un ritorno a tradizioni antiche del sottosviluppo italiano e non sono accettabili. La destra cosiddetta sociale che si esprime oggi col movimento di Casapound è lontana anni luce dagli slogan della destra che inneggiava alla maggioranza silenziosa all’inizio degli anni ’70. “Legge e ordine” si diceva allora. Oggi Casapound somiglia al fascismo delle origini che aveva la faccia della protesta sociale e quella dello squadrismo. Niente “legge e ordine” fino alla conquista del potere. Questa è la logica.

partecipazione dei cittadiniDi fronte allo spettacolo delle periferie si resta sgomenti. La situazione è compromessa e non si sa da dove cominciare. Eppure la strada della rinascita si può definire in un solo modo: ristabilire il controllo del territorio da parte dello Stato cominciando dalle case di proprietà pubblica con un’opera di bonifica e di pulizia anche nelle amministrazioni che dovrebbero gestirle e che hanno lasciato fare le bande di occupatori per anni. Questa però è solo condizione di base; bisogna poi fare ricorso a tutti gli strumenti di cui l’intervento pubblico nel territorio e nel sociale dispone. È anche una questione di spesa pubblica, ma sarebbe un errore pensare che basti questa a cambiare una situazione compromessa. I soldi si devono accompagnare ad una presa di coscienza e all’assunzione di responsabilità. Non bastano se i cittadini non si rendono conto di esserlo e se abitano i luoghi come fossero predatori di passo. I luoghi sono lo specchio di chi ci abita e nessun intervento dello Stato può sostituire ciò che possono e devono fare i cittadini e le organizzazioni della società civile, da quelle che praticano l’assistenza a quelle che organizzano la partecipazione.

Per questo però ci vuole uno sforzo anche culturale da parte di tutti per capire e per imboccare la strada della rinascita. Alla politica spetta il compito cruciale di progettarla e guidarla cominciando a dare il buon esempio

Claudio Lombardi

Elezioni siciliane e Ostia. Un voto a metà

“Che vinca il migliore” disse Matteo Renzi pochi giorni prima delle elezioni siciliane. Ha vinto Musumeci. Che sia il migliore non è certo, ma di sicuro non hanno vinto i siciliani dato che hanno votato il 46% degli elettori. Peggio ancora a un migliaio di km di distanza, a Ostia municipio di Roma. Qui ha votato il 36%. Non si sa ancora chi sarà il migliore, lo si deciderà al ballottaggio, ma certo se la percentuale di votanti dovesse continuare ad essere questa di sicuro Ostia sarà amministrata dai rappresentanti di una minoranza.

astensionismoSi dirà che è un fenomeno normale nelle democrazie consolidate. Che non c’è da scandalizzarsi se la maggioranza non vota. E invece no, non va bene sia perché una democrazia nella quale gli elettori non si riconoscono è debole, sia perché in altre occasioni la gente è andata a votare. E allora bisogna domandarsi perché.

Intanto abbiamo visto che gli elettori non votano anche se si presentano quelli accreditati della capacità di portarli ai seggi: M5S, Casa Pound, Salvini, Meloni, gruppi di sinistra extra Pd. E allora è la politica che non interessa più i cittadini? Non proprio se poi al referendum sulla riforma costituzionale vanno a votare in massa e lo stesso fanno alle elezioni politiche (ultimo dato, nel 2013 votò il 72%). Quando in gioco c’è qualcosa che viene avvertito come determinante la gente si muove. E vota. Lo stesso atteggiamento di rifiuto della politica (fanno tutti schifo, io non voto più) nasconde una fiducia tradita e un vuoto.

cittadino arrabbiatoLa sensazione è che di politica la gente abbia un gran bisogno perché capisce benissimo che qualcuno deve andare a rappresentarla ed esercitare il potere. D’altra parte quando qualche novità si manifesta è facile che riceva un’adesione che stupisce (il Pd nei primi anni con le primarie, il 42% di Renzi alle europee e l’exploit del M5S sono gli esempi più evidenti). Si fa presto a dare fiducia, ma si fa presto anche a toglierla.

Quando le cose si fanno ingarbugliate, però, cioè quando prevale la manovra politica o quando i partiti hanno tradito le attese dei cittadini l’entusiasmo scompare e così la spinta a partecipare. Non si tratta solo degli scandali però. Pagano un prezzo quei partiti che non riescono a distinguersi dalle istituzioni che dirigono e che si identificano con la mediazione politica di governo. Per questo, in occasione della nomina del Governatore della Banca d’Italia, ha fatto benissimo il Pd a manifestare la propria posizione critica prescindendo dal galateo istituzionale o dalle esigenze del governo. In altri tempi si sarebbe somministrato ai cittadini un sermoncino sulla responsabilità istituzionale, sull’autonomia della Banca d’Italia, sui vincoli e sui rapporti internazionali ecc ecc.. E tutti zitti sui deficit della vigilanza bancaria pagati a carissimo prezzo dai cittadini e dallo Stato.

astensioniÈ solo un esempio, ma significativo, della differenza che passa tra voler mantenere un rapporto con i cittadini e tentare di rabbonirli convincendoli che va tutto bene anche se ciò confligge con la loro esperienza diretta. Fosse stato fatto sistematicamente negli anni passati il distacco dai partiti e dalla politica sarebbe oggi minore. In fin dei conti si tratta non di assecondare o attizzare la protesta, bensì di mostrare comprensione e impegno per la vita delle persone.

In verità questo discorso dovrebbe essere rivolto quasi esclusivamente al Pd, il partito che attira una buona dose di ostilità da parte dell’opinione pubblica e che viene presentato come l’emblema di una politica autoreferenziale, distante dai cittadini e segnata dagli scandali e dalla disonestà. Non capita lo stesso a Forza Italia e alla Lega nonostante lunghi anni di governo e scandali odiosi.

berlusconiLa spiegazione potrebbe essere molto semplice. Pagano un prezzo le forze politiche che si sono fatte interpreti con più convinzione delle politiche europee cioè di quelli che apparivano vincoli esterni. Non lo pagano quelle che hanno mostrato di preoccuparsi più del proprio territorio e della comunità. Forse non ci si rende conto di quanto ha pesato la riforma delle pensioni, ma il timore di dover aspettare i 67 anni e oltre per andare in pensione è una costante nei discorsi degli italiani che lavorano. Tra i giovani, invece, di pensione non si parla perché il lavoro è così incerto e discontinuo che è impossibile immaginare un futuro stabile. È chiaro che i partiti che hanno difeso con più convinzione le politiche del rigore non hanno conquistato la simpatia di tanti italiani. Guarda caso il Pd ne era il capofila. Le destre, invece, sono riuscite ad apparire le vittime degli eventi che portarono alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e hanno continuato a mostrarsi ostili ai vincoli della moneta unica. Il quadro non sarebbe completo senza gli scandali sulle ruberie e sui costi della politica e senza la sensazione degli italiani di essere abbandonati e messi di fronte agli effetti della globalizzazione e della crisi finanziaria senza più le tutele e le coperture del passato.

riforma pensioniIl Movimento 5 stelle nasce da qui, dalla rabbia e dalla sensazione di impotenza. E questa continua ad essere la sua spinta propulsiva.

Soltanto con il governo Renzi le cose sono cambiate e di molto. La BCE ha fornito la sua copertura illimitata contro la speculazione e l’Europa ha riconosciuto all’Italia ampi margini di flessibilità sul deficit. In questo modo è stata possibile una grande espansione della spesa pubblica a favore dei percettori di redditi medi e bassi e delle imprese e del lavoro (nella scuola stabilizzazione di 150mila precari). La crescita del Pil e aver tenuto in piedi in maniera egregia un governo dell’Italia che ha permesso di gestire anni difficili sono altri meriti del Pd, ma non avvertiti come tali o non riconosciuti. E così Berlusconi torna a godere delle simpatie di una parte degli italiani come se nulla fosse accaduto dal 1994 ad oggi. E il M5S continua ad essere destinatario di speranze che prescindono dalle pessime prove di governo rese nelle più importanti città amministrate dai cinque stelle. Lo scenario siciliano ci consegna quindi un possibile nuovo bipolarismo tra destre e M5S nel quale il centrosinistra e la sinistra potrebbero avere un ruolo marginale

Per chi vuole qui c’è molto da indagare e da capire

Claudio Lombardi

Referendum vo’ cercando che è sì comodo

Sono tempi di referendum questi. Dal Regno Unito alla Scozia, alla Catalogna, alla Lombardia e al Veneto. Allo scontento si apre la valvola di sfogo del voto. Un voto qualunque anche se non si sa a cosa può servire, anche se va oltre la legalità e la ragionevolezza, anche se sarebbe inutile. Un voto conferisce identità, fa sentire uniti e determinati. Sembra che si dia la parola al popolo a prescindere dall’effettiva utilità. Un voto può servire a dare forza ai miti di popolazioni autoctone (i lombardi, i veneti) che sono tali solo in parte.

referendum LombardiaDomenica 22 si è svolto l’atteso referendum nelle due regioni a direzione leghista, Veneto e Lombardia. L’affluenza è stata significativa in un caso e scarsa nell’altro, ma, come già detto, conta che ai cittadini sia stata trasmessa l’impressione che il voto servisse a rendere più forte la rivendicazione ormai esplicita (e tradizionale) della Lega: tenersi i soldi. Come è noto l’art 116 della Costituzione prevede che le regioni possano raggiungere un’intesa con lo Stato per vedersi attribuite ulteriori forme e condizioni di autonomia in relazione alle materie nelle quali è prevista la legislazione concorrente. Non c’è dunque bisogno di alcun voto popolare. Chi lo sollecita in realtà sta lavorando per sé, per ampliare il consenso al proprio partito (o all’interno del partito). Solo che rischia di fare un guaio, perché si comincia in un modo e poi si finisce per disseppellire l’ascia di guerra dell’indipendenza della Padania di bossiana memoria magari passando attraverso la battaglia per lo statuto speciale (un altro modo per tenersi i soldi).

Salvini che ambisce a diventare il leader nazionale del centrodestra ha detto che analoga rivendicazione sarà fatta dalla Lega in tutte le regioni a statuto ordinario. Luca Zaia dice che l’obiettivo è tenersi i 9/10 delle entrate fiscali riscosse in regione che è come dire indipendenza dall’Italia. Altre forze politiche riconoscono che la strada giusta sarebbe quella del federalismo. Ma tutto ciò ha senso? Sentir parlare di federalismo in una nazione di 300.000 km quadrati suddivisi in 20 regioni che dovrebbero trasformarsi in 20 stati federati suona un po’ ridicolo e un po’ incute timore.

regioni ItaliaSe un osservatore neutrale guardasse all’esperienza del regionalismo italiano gli verrebbe più facilmente in mente l’idea di diminuire il numero delle regioni magari accorpandole in macro aree territoriali ed eliminare quelle speciali che non hanno ormai più nessuna giustificazione. Potrebbe anche pensare di abolire del tutto le regioni e dare nuovo valore alle province e ai comuni. Dopo tutto sono questi gli enti di prossimità più vicini ai cittadini e quelli che affondano le loro radici nella storia. Le regioni non possiedono nessuno di questi caratteri. Le regioni non sono vicine ai cittadini e sono state formate per legge nemmeno cinquant’anni fa.

Nemmeno si può dire che le regioni nei decenni che sono passati dalla loro istituzione si siano distinte come esempio virtuoso di buon governo. La stessa Lombardia con quello che è successo nel campo della sanità e con le vicende che hanno toccato i massimi esponenti della Regione a cominciare dal presidente Formigoni non ha certo dato una bella immagine di sè.

spesa pubblicaE allora perché appaiono tutti molto comprensivi verso le rivendicazioni di maggiore autonomia nel nord? Una spiegazione potrebbe essere che effettivamente nei conti del dare e dell’avere uno squilibrio tra nord e sud c’è e che, però, non lo si può modificare. Quindi che si parli di autonomia, ma senza toccare i conti. C’è poi una cautela perché la gente non si fida, ha timore, cerca protezione in un livello istituzionale col quale identificarsi e che sente in grado di farsi rispettare. E così si cerca di assecondarla. Infine gli esempi di spesa pubblica virtuosa sono rari, ma nelle regioni del sud sono l’eccezione e quindi è difficile difendere la ripartizione delle risorse in nome della solidarietà.

Nel complesso però questa diatriba appare stucchevole e datata. Se si vuole parlare di soldi e di vantaggi bisogna dire che i conti del dare e dell’avere sono molto più complessi di come appaiono. Inoltre gli effetti di fare sistema all’interno di uno Stato nazionale sono meno visibili, ma pesano. Basti pensare al debito pubblico, alle opere grandi e piccole pagate con i soldi dello Stato, alla previdenza, alla forza di un’economia che appartiene nel suo complesso non ad una regione, ma ad uno degli stati maggiormente industrializzati.

Continuare sulla strada del federalismo riparatore dei pretesi torti che subirebbe il nord non porta da nessuna parte. La risposta più sensata sarebbe quella di far funzionare tutto lo Stato regioni, comuni, città metropolitane e province compresi. Il risanamento e il riequilibrio della spesa pubblica ne costituisce uno dei passaggi fondamentali. Il federalismo può essere la soluzione? Forse può essere parte della soluzione, ma non come vorrebbe farlo la Lega puntando sul residuo fiscale di un paio di regioni e nemmeno come lo sta facendo da anni la Sicilia e meno che mai facendo la fotocopia del regionalismo e chiamandolo federalismo. Fino a che non ci sarà una maggioranza di governo forte capace di mettere mano all’assetto istituzionale collegando autonomia a responsabilità, poteri e doveri si discuterà a vuoto tentando di lisciare il pelo alle invettive contro lo Stato centrale perché altra risposta non potrà esserci

Claudio Lombardi

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