Meno si investe in formazione meno si conterà in futuro (di Claudio Lombardi)

Il titolo di questo articolo è preso dal messaggio che riassume il senso del rapporto OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’educazione pubblicato nei giorni scorsi e basato sui dati 2007-2008.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha insistito in tutte le cerimonie per l’apertura dell’anno scolastico alle quali ha partecipato sul valore prioritario dell’istruzione, della formazione e della ricerca chiarendo che su questo occorre investire non tagliare la spesa.

Le diffuse proteste causate dall’attuazione della riforma Gelmini (taglio di cattedre, diminuzione degli orari, incremento degli alunni per classe, taglio di fondi) hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica non meno delle numerose situazioni nelle quali i cittadini hanno dovuto intervenire per finanziare le scuole non in grado di provvedere ad elementari spese di cancelleria e di gestione. È, ormai comune, la notizia di alunni che devono portare da casa persino la carta igienica, ma non è raro che i genitori debbano provvedere direttamente alla riparazione di porte e finestre e alla tinteggiatura delle aule. Dappertutto giungono notizie di problemi ai quali le singole scuole non possono far fronte per mancanza di soldi.

D’altra parte, come dimostra Cittadinanzattiva, nell’ultimo rapporto sulla sicurezza scolastica, la situazione degli edifici è preoccupante e costituisce una costante minaccia alla sicurezza di chi frequenta la scuola sia che si tratti di alunni e studenti sia che si tratti di insegnanti e personale amministrativo.

Ma cosa dice l’OCSE nel suo rapporto?

Il primo dato è la spesa pubblica destinata all’istruzione. Ebbene l’Italia, fra i paesi industrializzati, ha speso il 4,5% in rapporto al PIL (prodotto interno lordo), mentre la media è del 5,7%. Anche il dato della spesa pubblica nella scuola (inclusi prestiti agli studenti e sussidi alle famiglie) colloca il nostro Paese agli ultimi posti della graduatoria. Ciò si riflette, in particolare, sulla spesa per l’istruzione universitaria e la ricerca dove l’Italia spende 8.600 dollari l’anno in media contro i circa 13.000 della media OCSE. Altro dato significativo: gli studenti che completano gli studi universitari sono il 45% contro il 69% degli altri paesi e la quota di studenti stranieri è il 2% contro il 20% degli USA, l’11% della Gran Bretagna, il 9% della Germania e l’8% della Francia. Ciò significa, evidentemente, che la scuola italiana attira e accoglie meno privandosi della possibilità di selezionare fra un numero maggiore di talenti.

Altre riflessioni sono suscitate dal numero di ore di lezione che sono tante, ma non producono risultati proporzionati. Infine la questione delle retribuzioni degli insegnanti che sono fra le più basse dei paesi indagati nel Rapporto, dalla scuola elementare a quella superiore.

A conferma del valore prioritario dell’istruzione sta la decisione della Commissione europea di mettere l’educazione al centro della strategia “UE 2020” per la crescita e l’occupazione nella convinzione che anche in periodi di recessione economica gli investimenti per l’istruzione sono indispensabili.

Se riflettiamo su questi dati e sullo stato delle scuole pubbliche italiane non possiamo che essere colpiti da quanto le azioni del Governo appaiano preoccupate solo per la diminuzione della spesa pubblica e non per il funzionamento e l’efficacia del sistema scolastico. I problemi sono seri, come sanno i genitori e tutti coloro che devono far funzionare gli istituti scolastici. L’autonomia di gestione sembra aver scaricato sui presidi e sui singoli istituti le responsabilità, ma non i mezzi per farvi fronte. Ancora non si è risolta la questione dei crediti che le scuole vantavano verso il ministero e che sono stati azzerati nel passato anno scolastico e che sembra proprio non saranno più restituiti. Così le scuole, private di gran parte dei fondi destinati al funzionamento, devono rivolgersi alle famiglie per tirare avanti.

Ora, non si vuole adombrare l’ipotesi che il Governo stia sabotando la scuola pubblica per indirizzare le famiglie verso quelle private, però si ha forte l’impressione che l’istruzione sia considerata un peso e non una priorità. Che senso ha mettere gli istituti scolastici in ginocchio per risparmiare soldi che potrebbero arrivare da una seria azione di contrasto dell’evasione fiscale o da una diminuzione delle spese per armamenti di cui l’Italia non ha bisogno facendo parte di un sistema integrato di difesa (NATO) e di una Unione europea che si avvia ad agire concordemente sul piano internazionale ?

Per non parlare degli innumerevoli sprechi generati da una politica che si è trasformata in casta e che non ha più freni nell’espandere il suo potere su una spesa pubblica fuori controllo. Gli scandali dovrebbero far riflettere su cosa è costato e sta costando agli italiani un sistema politico e una gestione delle istituzioni che ha messo al centro il dispotismo del comando di chi si ritiene un capo che risponde solo al popolo e che, quindi, si sente autorizzato a fare quel che gli pare. Il costo della corruzione è stato valutato in più di 50 miliardi di euro dalla Corte dei Conti. Da ogni parte giungono le conferme del degrado delle amministrazioni pubbliche e della facilità con la quale si utilizzano le risorse dello Stato senza criterio. La vera priorità di chi gestisce il potere sembra questa, altro che quella, invocata da Napolitano, dell’istruzione, della formazione e della ricerca.

Di fronte a questo quadro desolante è sperabile che ci sia una rivolta dei cittadini che vogliono vivere in un Paese che abbia un futuro. Ed è sperabile che si affermino e si diffondano nuovi modelli di gestione che vedano la partecipazione diretta di chi è interessato alla gestione dei beni pubblici e comuni.

Ben vengano le esperienze di intervento dei genitori nelle scuole, ma non in sostituzione del ruolo dello Stato bensì come parte di un nuovo modo di concepire il “pubblico” verso una concezione che lo renda “comune”. E in cambio lo Stato deve rendere ai cittadini quel che risparmia, aprirsi ai controlli e farsi giudicare da chi, a buon diritto, è il padrone di casa della Repubblica. Insomma meno deleghe e meno burocrazie in cambio di maggiori benefici per i cittadini, di servizi più efficienti e di poteri che dall’alto devono arrivare in basso.

Claudio Lombardi

Espulsioni dei Rom: un caso di politica pubblicitaria ? (di Claudio Lombardi)

“Sono le emozioni a dare forza a un movimento”. “Io sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.

Cos’è? Sta parlando un filosofo, un poeta? No, sono due automobili che si presentano così ai possibili compratori. E poi c’è la giacca che evoca lo spirito degli eroi per chi la indossa e lo yogurt che invita a farci l’amore. Viviamo nell’epoca delle illusioni e dei simboli che contagiano tutti i campi. Anche la politica non ne è esente, anzi, in troppi casi tenta di basarsi più sulle illusioni e sulle emozioni che sui fatti e sulla razionalità. E così in epoca di crisi e di problemi seri e, a volte, serissimi e drammatici sulle prime pagine dei giornali compare la questione dell’espulsione dei Rom dalla Francia. Fanno eco il nostro Presidente del Consiglio e il ministro dell’interno che si associano e si apprestano ad emulare questa scelta.
Agli occhi dei cittadini ora sembra che questo sia uno dei problemi principali cui deve far fronte il Governo.
Se solo si riflette sulla concretezza delle cose si è indotti a dubitare dell’equilibrio psichico di chi attira l’attenzione e mostra di concentrarsi su questa campagna facendone addirittura oggetto di scontri a livello dei vertici europei. E’ evidente, però, che nessuno è impazzito, ma tutti sono ben consapevoli della potenza “pubblicitaria” e simbolica delle scelte che si fanno in politica. E non c’è arma migliore, quando ci si trova in difficoltà, che distrarre l’attenzione di chi deve giudicare (e votare) dai problemi seri per dirottarla su questioni secondarie, ma accompagnate da un forte simbolismo e da una carica di emotività esagerata.

Prima di far appello ai sentimenti di umanità e di solidarietà che pure hanno una funzione basilare per la coesistenza di una collettività (tutti potremmo averne bisogno e, quindi, è bene tenerli ben svegli), è meglio parlare di qualche cifra, così tanto per dare un’idea delle dimensioni in gioco.

Le stime dicono che la presenza dei Rom in Italia dovrebbe oscillare fra i 100 e i 140mila individui di cui la metà avrebbe la cittadinanza italiana. A Roma, per esempio, su oltre 2 milioni e mezzo di abitanti, la presenza nei campi, attrezzati, abusivi e tollerati sarebbe di circa 7mila persone. Tutto qui. Questo è il fenomeno Rom da noi.

Sono numeri che non dovrebbero impensierire nessuno anche perché nessuno nega che una parte di chi abita nei campi svolga attività illegali. Il fatto è, logica vuole, che chiunque si trovi a vivere in un campo senza un lavoro e, molto spesso, senza acqua, luce e fognature, prima o poi, diventi facile preda della scorciatoia dei furti o dello spaccio di droghe. Come in tutte le situazioni di marginalità sociale il problema è la povertà e l’assenza di assistenza che predispone ai reati e non il contrario.

Dalla politica e dai politici ci si aspetta che affrontino e risolvano i problemi non con la bacchetta magica, ma con la progettualità, i poteri e i mezzi di cui dispone chi dirige le istituzioni dello Stato. Senza progettualità e strategie appropriate volte all’inserimento di così poche persone nella vita normale che significa evocare la sicurezza dei cittadini come pretesto per operazioni di polizia che, lasciate a sé stesse, segnano il fallimento della politica e dello Stato? Quali piani ha predisposto il Governo (e comuni, province e regioni) per risolvere questo problema dando la possibilità di un inserimento pacifico e solidale? È evidente che quando ci sono reati questi vanno perseguiti con rigore. E, magari, è anche chiaro che la sorveglianza del territorio dovrebbe aumentare e che le strutture dedicate agli interventi sociali e al recupero delle situazioni di marginalità dovrebbero essere potenziate. Certo, fa impressione ascoltare leader politici evocare lo spettro degli zingari che si aggirano a rubare nelle nostre città e poi decidere il taglio dei fondi alle forze di polizia e all’amministrazione della giustizia. Si dubita della loro buona fede. Per non parlare dell’indulgenza nei confronti dei malfattori che si nascondono sotto le insegne di qualche partito politico. Si sospetta che ne traggano profitto.

Se vogliamo esprimere la nostra indignazione facciamolo contro chi è pagato per dirigere le istituzioni e non trova di meglio che tentare di scatenare le emozioni perché non è capace di agire positivamente. E guardiamo ai tanti, singoli e associati, che si impegnano a fare qualcosa di utile. L’obiettivo dovrebbe essere la chiusura dei campi di tutti i tipi e l’inserimento nelle scuole, nel lavoro, nelle attività sociali. Azioni di questo tipo sono fatte di tanti interventi anche piccoli che migliorano la situazione nei centri urbani e rafforzano la coesione sociale oltre che costituire persino un fattore di rilancio economico nelle comunità locali.

Questa dovrebbe essere la strategia e dovrebbe interessare chiunque voglia vivere sereno nel suo Paese.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 2a parte (di Claudio Lombardi)

La crisi economica non è passata e le sue conseguenze si sentono in termini di riduzione delle attività produttive e di disoccupazione. Tuttavia, mentre tutti si occupano delle questioni nella loro dimensione globale vorremmo richiamare l’attenzione sulla dimensione più vicina alla vita quotidiana delle persone.

La dimensione civica, la condizione di cittadinanza come condizione di fatto che mette in relazione le persone tra di loro per organizzare e gestire una convivenza nello spazio pubblico, è quella che può servire da paradigma ed indicatore delle basi culturali e sociali su cui si fonda una comunità (una città, uno Stato, una unione di stati).

Infatti, affrontare i problemi solo nella loro dimensione economico-finanziaria e solo dal punto di vista dei tecnici e dei professionisti che se ne occupano non aiuta a comprenderne la sostanza umana che è sempre il nucleo di base sottostante all’economia. In questo modo, inoltre, si trasmette l’idea che le singole persone non possano fare niente per modificare la situazione collettiva che appare gestita a livelli misteriosi e inarrivabili per la gente comune. Sia chiaro, in parte è così, ma questa parte va bilanciata con dosi crescenti di democrazia di base e diffusa che influisca sulle scelte dei poteri pubblici e contribuisca a selezionare classi dirigenti che non curino solo i loro interessi.

Problemi come l’inefficienza dei servizi pubblici, gli sprechi della spesa pubblica, i comportamenti antisociali di chi evade le tasse o corrompe per eludere regole e controlli, l’assetto dei territori nei quali viviamo, l’ambiente, gli sprechi di energia, la sicurezza pubblica (precondizione perché si sviluppino le attività economiche), possono essere meglio affrontati se si suscita e si organizza la partecipazione e se questa è considerata parte dei processi decisionali e attuativi delle politiche pubbliche.

Un forte coinvolgimento e controllo sociale è adesso ritenuto indispensabile anche da una linea di pensiero di economisti che vedono i limiti dell’assetto attuale e che hanno trovato nella crisi mondiale scatenata da comportamenti speculativi fini a sé stessi la conferma alle loro intuizioni.

Anche il modello della cooperazione può costituire una risposta alla diatriba pubblico-privato per la gestione dei servizi pubblici o dei beni comuni. In ogni caso la via giusta è il contrario della separazione e dell’esclusione fra i molti e i pochi che decidono per tutti e lo è non tanto per questioni di principio o ideali, ma per l’esigenza di prevenire e smorzare i conflitti e di tenere unite le collettività intorno ad obiettivi di convivenza vantaggiosa per ognuno.

Detto ciò si può guardare all’agenda degli italiani per i prossimi mesi.

L’apertura dell’anno scolastico contrassegnata da incertezze sulla capacità della scuola pubblica di assolvere alla sua missione perché mancano le risorse umane e materiali per farlo. Decine e decine di migliaia di precari che ci lavoravano non sanno se saranno richiamati perché la riforma ha tagliato il personale, ridotto le ore e aumentato il numero di alunni per classe. La domanda è semplice: si può guardare all’istruzione pubblica solo come ad un peso per le finanze pubbliche o non è anche il primo investimento che deve fare l’Italia?

La disoccupazione che colpisce i giovani, innanzitutto, che non godono di reti di sicurezza (salario sociale, indennità di disoccupazione) e che si devono rassegnare a stipendi minimi, quando ci sono. Anche qui: si tratta solo di oneri e il problema è solo di distribuire finanziamenti “a pioggia” o su basi clientelari o non ci vogliono riforme che abbassino il costo del lavoro e aumentino i sostegni sociali per passare da un lavoro ad un altro ? E poi: la sicurezza dei territori nei quali vige l’oppressione delle mafie conta oppure no per lo sviluppo economico? E la valorizzazione del patrimonio artistico e naturale è un investimento o un peso?

I conti dello Stato non vanno mai bene e le entrate non bastano mai eppure tanti soldi sono stati trovati e spesi per impegni che non erano investimenti prioritari (Alitalia, abolizione ICI, spese della Protezione civile, Ponte di Messina). Sembra sempre un problema di scelte, alcune si fanno, altre no anche a costo di aumentare il debito pubblico come è successo negli ultimi anni. E poi: non sarebbe il caso di chiedere di contribuire anche a chi, in questi anni, ha accumulato enormi patrimoni? Secondo il Governo, invece, l’aliquota che si applica in questi casi, insieme all’impunità, è del 5% (rientro dei capitali esportati illegalmente, chiusura delle pendenze fiscali più vecchie). Tra l’altro fra le spese da ridurre non compaiono mai quelle militari come se l’Italia avesse assoluto bisogno, pur in contesto euro-atlantico di difesa, di nuove armi e ciò mentre la Germania riduce gli organici e le spese delle forze armate. Perché noi no ?.

Il federalismo che tanto interessa ad una parte della politica è solo un nome oppure veramente metterà i rappresentanti locali dei cittadini di fronte alle loro responsabilità di governo?

E, infine, la politica e la democrazia devono servire per decidere insieme o devono continuare ad essere il terreno di caccia preferito da affaristi e avventurieri? E non sarebbe giusto potenziarle con il coinvolgimento dei cittadini invece di chiuderle in circoli sempre più ristretti utili ad occultare le decisioni e le loro vere finalità? E, quindi, non sarebbe indispensabile una nuova legge elettorale che cancelli lo scandalo di assemblee parlamentari decise da pochi capipartito?

Sono tanti gli impegni e i problemi e non si sa bene chi dovrebbe occuparsene e da dove cominciare. Soprattutto, non si sa cosa possa fare il cittadino.

La risposta più semplice è: attivarsi. Non da soli, ma insieme ad altri e cominciare a costruire dal basso tanti momenti nei quali la politica torni ad essere una funzione sociale che mette in collegamento i problemi e le esigenze di ognuno con la ricerca delle soluzioni collettive attuate direttamente o mediante le istituzioni e con l’utilizzo delle risorse pubbliche.

Quanti comitati e gruppi di cittadini si possono attivare e possono dar vita a reti nelle quali circolano informazioni e si individuano gli obiettivi da raggiungere ?

Se in tante scuole i genitori si organizzano, si collegano a chi ci lavora e anche agli studenti e cominciano a domandarsi perché devono mancare i soldi anche per le esigenze più elementari, magari possono affrontare queste e, insieme, pretendere che chi gestisce il denaro pubblico dia delle spiegazioni, possibilmente convincenti. E se non ci sono possono denunciare le inadempienze e le politiche sbagliate cercando di farsi ascoltare da tutta l’opinione pubblica.

E così negli ospedali, nei quartieri, fra gli utenti dei servizi pubblici, fra gli abitanti di zone infestate dalle mafie. Persino per il lavoro un sistema che dia voce ai cittadini può migliorare le condizioni “ambientali” che favoriscono lo sviluppo o contribuire a far nascere nuove iniziative economiche che hanno più possibilità di successo se trovano un contesto sociale evoluto e coeso.

Una visione semplicistica, idealistica ed idilliaca? Sì, un po’ sì. Senza una visione, però, non si sa in che direzione andare e tutto si riduce ad essere spettatori, magari urlanti, di rappresentazioni messe in scena da altri.

L’auspicio e l’impegno deve essere, invece, di guardare alla propria realtà e domandarsi cosa si può fare di piccolo e dal basso che abbia un senso per la collettività, quindi collegarsi ad altri ed agire con azioni positive e non solo con la protesta.

Già tanti hanno imboccato questa via e si spera che in questa opera di ricostruzione si impegnino anche le organizzazioni di base dei partiti politici che dovrebbero dimostrare di essere agenti positivi e attivi della partecipazione alla politica e non terminali territoriali di organizzazioni elettorali.

Insomma, di cose da fare ce ne sono tante; occorre, però, avere chiaro il senso ed il fine: non una divisione di competenze con la politica, ma una sua trasformazione che metta fine (anche solo provarci ha valore) all’affarismo e che la riconduca alla cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Impressioni di fine estate: i problemi degli italiani e gli impegni della politica 1a parte (di Claudio Lombardi)

E anche agosto è passato. Ora siamo alla cosiddetta ripresa che ci porterà in autunno e poi verso il nuovo anno. È cambiato qualcosa? Non sembra, in verità. Le preoccupazioni degli italiani sembrano sempre distanti da quelle che occupano gran parte del Governo e dei politici di professione. Chi ha viaggiato in altri paesi europei (o anche più in la’) forse conosce quella sensazione di disagio che si avverte quando si riprende contatto con la nostra realtà. Nello spazio pubblico disorganizzazione e trascuratezza, mancanza di fiducia nel rispetto delle regole e degli impegni, scarso impegno (anche soggettivo) affinché i servizi abbiano al centro il soddisfacimento delle esigenze per le quali sono stati organizzati.

Se poi si acquista un giornale si rimane colpiti perché le prime pagine che si occupano delle vicende politiche non sono quasi mai dedicate alle questioni centrali che abbiamo davanti. Il quadro è desolante: potere, denaro, affari e processi. Questo sembra essere l’asse intorno a cui ruota il mondo di una buona parte di coloro che si dedicano alla politica. E di tutto si parla urlando, con tensione e faziosità senza badare ad insulti e calunnie sull’esempio del Presidente del Consiglio che vede complotti dappertutto e continua a fuggire di fronte ai processi nei quali è accusato di gravi reati. Si è indotti a pensare che lo spirito di fazione, che è stato creato con anni di martellamenti nella comunicazione di massa, serva per creare una cortina fumogena dietro la quale chi può continui a farsi gli affari propri a spese dello Stato.

In realtà, agli urlatori di professione spetta il compito di far credere che c’è uno scontro fra idee e strategie e che il Governo è sempre ostacolato da nemici giurati (i magistrati in primo luogo). Si tenta così di inventare e trasmettere l’emozione di una politica che vorrebbe occuparsi del Paese, ma i nemici non glielo fanno fare. Ovviamente non tutti fanno così, ma quelli che prevalgono sì, purtroppo e da essi prendono esempio i tanti che, dappertutto, non pensano a fare bene il proprio lavoro, ma a sfruttare le situazioni senza badare a reati come corruzione, truffa, peculato ecc.

Non resta che sperare che gli affaristi, i corrotti, gli sfruttatori della democrazia siano, prima o poi, cacciati dalle istituzioni e vadano ad occuparsi dei loro affari altrove e che siano chiamati ad assumersi le loro responsabilità anche nelle aule dei tribunali come avviene nel mondo civile.

Per quelli che hanno a cuore le sorti dello Stato e che vogliono vivere in una società che sia in grado di dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le proprie capacità l’agenda delle questioni e degli impegni da affrontare è un’altra.

(continua….)

Claudio Lombardi

Tagli ai servizi locali? Sacrifici per la crisi? e per i derivati chi paga? (di Claudio Lombardi)

Il male oscuro dei derivati si aggira negli scenari della vita e delle attività degli enti locali e delle regioni dei prossimi anni. O decenni, addirittura. Eh sì perché nel gran parlare che si fa di federalismo fiscale, di costi standard, di tagli alle finanze degli enti locali e delle regioni e di assoluta necessità di frenare la deriva del debito pubblico poco ci si ricorda di due linee di ragionamento: la prima è quella che non accetta di vivere alla giornata e, quindi, di stupirsi se i conti dello Stato vanno male perché non è cosa che si è verificata dall’oggi al domani e i responsabili delle scelte sbagliate del passato, recente e remoto, dovrebbero almeno dirlo che si sono sbagliati; la seconda è che, fra le scelte sbagliate, ci sono anche quelle di stipulare i contratti derivati con le banche. Simili a scommesse questi contratti consistono in uno scambio di ipotesi di tassi di interessi fra banca e acquirente che dovrebbe produrre, apparentemente, una situazione di equilibrio fra le due parti e di rischi condivisi. In realtà, come molti analisti si sono preoccupati di dimostrare, questo equilibrio non c’è mai e la banca o intermediario che stipula il contratto riesce a riservare per sé un rischio molto minore di quello che si accolla l’altra parte, di solito un privato che vuole coprirsi dal rischio dell’aumento dei tassi o un ente pubblico che ha bisogno subito di denaro e che non vuole pagare alti tassi di interesse.

Che la cosa sia una mina vagante lo attesta adesso la Banca d’Italia che in una valutazione sulla situazione dei contratti derivati stipulati da privati e da enti pubblici italiani ha evidenziato che il valore del debito potenziale è salito dai circa 48 miliardi di euro dell’ultimo trimestre 2009 agli oltre 57 miliardi del primo trimestre 2010. In pratica chi volesse o dovesse disfarsi di questo contratto oggi pagherebbe una cifra molto più elevata di quella che avrebbe dovuto pagare nel 2009. Senza aver ricevuto nulla in cambio, ovviamente, soltanto per aver perso quella specie di scommessa che sono i derivati.

Banca d’Italia stima che la perdita potenziale per le amministrazioni pubbliche ammonti a 2,5 miliardi di euro, ma resta il dubbio, richiamato dagli analisti, che la perdita effettiva sia ben maggiore con la copertura di gestioni fuori bilancio o di altri meccanismi che occulterebbero un aggravio per i bilanci pubblici nettamente superiore. Anche se fossero “solo” 2,5 miliardi, però, già sarebbero troppi per le finanze locali.

Il fatto è che sembra che i derivati stipulati con le banche non risentano della discesa dei tassi di interesse e che il recupero delle perdite sia sempre molto più lento delle perdite stesse. Gli analisti parlano dell’effetto delle commissioni occulte caricate su questi contratti e di altri meccanismi che gravano sempre sugli stipulanti e non sulle banche. Ma che strano!

Che dire? È banale chiedere che sia fatta piena luce sulle disastrose scelte di centinaia di amministrazioni locali che adesso e per gli anni a venire saranno pagate a caro prezzo dai cittadini in termini di tasse e di tagli ai servizi? I responsabili potrebbero almeno avere la decenza di ammettere di aver sbagliato o la cosa rientra fra i segreti inconfessabili che troppi politici non vogliono rivelare?

A Roma, per esempio, c’è una richiesta di accesso agli atti ad opera di un’associazione di cittadini che vorrebbe conoscere il contenuto esatto dei contratti derivati nei quali è impegnato il comune. Purtroppo la richiesta non ha avuto esito positivo e l’associazione “Antigene” ha presentato un’esposto alla Procura della Repubblica ipotizzando il reato di truffa. E per questo è bastata la lettura della Relazione della Sezione Regionale per il Lazio della  Corte dei Conti    sul “ Controllo sulla gestione finanziaria del Comune di Roma per gli esercizi 2004 – 2007, con proiezione all’esercizio 2008 “- Parte  IV Contratti Derivati.

Tutto si basa, infatti, sulle informazioni contenute nella relazione della Corte dei Conti nella quale emerge la valutazione di rischi di esposizione per il Comune sul pagamento di flussi finanziari crescenti e senza alcun limite su “vere e proprie scommesse  allestite  sui bilanci pubblici”. Alla  Corte Dei Conti, in sintesi, “non pare che la complessa gestione delle operazioni di finanza derivata poste in essere dal Comune abbia rispettato gli obiettivi fissati dalla legge di riduzione del costo finale del debito e di riduzione dell’esposizione ai rischi di mercato”.

In pratica poco si sa sui vincoli contrattuali che tengono legato il Comune fino al 2050 e che potrebbero esporlo al pagamento di interessi altissimi mentre sembra mancare una specifica iniziativa  delle forze politiche di maggioranza e di opposizione in consiglio comunale per far luce su una simile situazione.

Che si tratti di una situazione piena di rischi sulla vita dei romani è evidente perché sicuramente i debiti e le perdite ricadranno sui bilanci comunali e qualcuno dovrà pagare il conto. E chi sarà? Ovviamente i contribuenti ignari della spericolatezza dei propri amministratori che tra, l’altro, possono cambiare ad ogni elezione. Ma i debiti restano. Per ora sembra che solo l’associazione Antigene e la Rete Romana del Mutuo Soccorso abbiano preso a cuore la cosa e si stiano adoperando per far luce, ma è auspicabile che altri si uniscano a questo sforzo.

Sarebbe bello se i bilanci pubblici fossero trasparenti e se le scelte dei politici che dirigono gli enti locali fossero assunte alla luce del sole e spiegate ai cittadini. Perché se non possono essere spiegate e sono tenute nascoste è già un indizio di pericolosità che deve allarmare.

Ecco la lezione da trarre da questa vicenda: i politici non siano ipocriti e dicano la verità sui loro errori e sui motivi per i quali si fanno certe scelte e non altre. E non ci vengano a fare la predica per farci digerire scelte che non sono mai oggettive, ma, appunto, scelte fra opzioni differenti.

E poi, qualche volta, siano chiamati a rispondere per le responsabilità che si sono assunti.

Claudio Lombardi

Referendum sull’acqua 1.401.000 firme: cosa dicono i cittadini (di Claudio Lombardi)

Il Comitato promotore del referendum per l’acqua pubblica ha depositato in cassazione 1.401.000 firme. Già questo dato è un fatto politico che dovrebbe far riflettere. Un comitato composto da tante associazioni e organizzazioni della società civile è riuscito a raccogliere il maggior numero di adesioni mai raggiunto per un referendum. Come si spiega? Cercando di capire, dal punto di vista di chi ha firmato, con molti timori e con il desiderio di affermare qualche punto fermo.

Piuttosto facile capire quali sono i timori che hanno mosso tanti cittadini a mettere la loro firma.

Timore che la gestione dell’acqua cada in mani private. Timore che questa gestione sia improntata (giustamente trattandosi di imprese private) ad esigenze di profitto. Timore che, pur rimanendo un bene pubblico però del tutto dipendente dalla sua estrazione e dalla sua erogazione, la gestione finisca per diventare simile al possesso. Timore di dover dipendere dalle regole e dalle tariffe fissate da imprese private. Timore che i poteri pubblici non sappiano e non vogliano limitare quelli dei privati nella gestione dell’acqua. Timore che la corruzione diffusa tra i politici faccia pagare ai cittadini, più di quanto già possa accadere oggi, il prezzo della collusione con le imprese private. Timore che la qualità, essendo un costo, non sia curata dai privati meglio di quanto si faccia adesso. Timore che un sistema vitale per la vita delle persone e per tutte le attività che si svolgono in un territorio sfugga al controllo di autorità sottoposte al controllo dei cittadini.

Se questi sembrano i timori principali non è difficile capire quali possano essere i punti fermi.

Da troppi anni si parla di servizi pubblici solo per denunciarne i costi a carico delle finanze pubbliche. Dai servizi idrici alla scuola alla sanità ai trasporti è tutto un coro che lamenta inefficienze e sprechi. Che ci sono sia chiaro, insieme alle ruberie nelle quali si trova impigliato sempre qualche politico magari in combutta con dipendenti pubblici infedeli e imprenditori privati senza scrupoli. Il fatto è che la soluzione principale che viene indicata o, meglio, invocata, per finirla con questo andazzo è sempre la privatizzazione e l’affidamento al mercato. In secondo piano vengono gli strumenti della regolazione (Autorità di settore che fissino regole e tariffe). In ultimo la partecipazione dei cittadini e la trasparenza. Ovviamente non sono gli stessi quelli che indicano queste tre soluzioni: la maggior parte si limita alla prima, qualcuno ricorre alla seconda e ben pochi alla terza.

Sembra evidente che i cittadini abbiano voluto dire, con le loro firme, che sono stufi di sentire parlare di servizi pubblici come un peso a carico delle finanze pubbliche che loro stessi alimentano. E magari quelli che ne parlano in questi termini poco hanno da dire sulle ruberie all’ombra della Protezione civile ed invocano la privacy a tutela delle associazioni a delinquere che rubano i soldi dello Stato !

Bisognerebbe smetterla con i mantra che si ripetono dal 1992 che mischiano esigenze giuste di apertura dei mercati con dogmi che affidano all’ingresso dei privati la soluzione di tutti i problemi. Per i servizi pubblici non si dovrebbe, forse, partire dalla ricerca di modelli e modalità di gestione efficienti e trasparenti, aperti alla partecipazione dei cittadini e fondati sul confronto con le esigenze che dovrebbero soddisfare ? non si dovrebbe mettere al centro l’onestà dei comportamenti e la responsabilità per le azioni che vengono compiute? Le cronache sono piene di notizie di indagine e inchieste sugli abusi che sono stati compiuti con la collusione fra chi dispone delle risorse pubbliche e detta le regole, chi ha il compito di controllare ed erogare le sanzioni e chi opera per il suo profitto. Perché mai la semplice privatizzazione dovrebbe porre termine a questi abusi? Eppure il Governo con la riforma dei servizi locali ha compiuto questo atto di fede: si venda il controllo, si facciano entrare i privati e….basta, non c’è altro. Ah sì, c’è anche la soppressione degli ATO che, per quanto carenti, rappresentavano, comunque, una autorità pubblica composta dagli enti locali che doveva vigilare su acqua e rifiuti. Via, tutto passa alle Regioni che, però, già hanno tanti compiti da svolgere e alle quali sono stati tagliati i finanziamenti dalla manovra. E poi sono anche più lontane dal territorio dove si svolge un servizio. Dunque quale è il disegno? Cosa dobbiamo capire?

Ecco perché il milione e 400mila firme dicono qualcosa di affermativo. Indicano la volontà che la questione servizi pubblici sia affrontata come uno dei compiti importanti che spettano allo Stato (centrale, regioni, comuni ecc) e che se si tratta di spendere ebbene si spenda: si tratta, in fin dei conti, di soldi dei cittadini che, magari, preferiscono un treno marciante e puntuale (e non lercio) ad un aereo militare di ultima generazione (in Germania hanno fatto così e tagliato molte spese militari). Per non parlare delle enormi quantità di soldi spesi dal Governo per gli appalti segreti della Protezione civile o di quelli per il Ponte di Messina.

Insomma non si tratta mai di impossibilità oggettiva, ma di scelte politiche. E se si dice che vanno tagliate le spese per il trasporto locale questa è una scelta non un comandamento.

I cittadini hanno voluto dire con le loro firme anche che sono stufi di essere presi in giro.

E il referendum è l’occasione per rimettere in discussione le scelte del Governo. Adesso bisogna lavorare perché abbia successo.

Claudio Lombardi

Autostrade: il gioco delle parti e i pasticci dei politici (di Claudio Lombardi)

Piccola riflessione sull’aumento del canone dovuto all’ANAS dai concessionari autostradali e sull’introduzione del pedaggio per le autostrade gestite dall’ANAS entrambi disposti dalla manovra del Governo. Il fine è, evidentemente, incrementare le entrate per l’ANAS senza alcun aggravio per il bilancio dello Stato. La modalità di realizzazione è l’aumento dei pedaggi autostradali e l’introduzione dei pedaggi dove, finora, non c’erano (Grande Raccordo Anulare di Roma, per esempio) entrambi pagati, ovviamente, da chi utilizza queste strade. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non per il fatto che si impone agli utenti di pagare qualcosa in più per un servizio del quale, molto spesso, non si può fare a meno.

Si può, quindi, inserire la misura disposta dalla manovra del Governo sotto la voce “aumenti di tariffe”. Non si tratta di un prelievo fiscale in senso stretto, ma un po’ ci si avvicina dato che gli spostamenti con mezzi privati totalizzano una percentuale nettamente maggioritaria rispetto a quelli con mezzi pubblici. In una città come Roma, ad esempio, far pagare la percorrenza sul GRA e sull’Autostrada per l’aeroporto di Fiumicino significa colpire una bella fetta di utenti “pendolari” che vengono a Roma per lavorare o che dalla città si spostano per lo stesso motivo. Considerando che lo stato del trasporto pubblico, ferroviario e su gomma, non è, spesso, una valida alternativa e che i tagli che colpiscono enti locali e regioni incideranno molto su questo settore non sembra strano che l’aumento dei pedaggi sia percepito come una nuova tassa.

C’è, però, un aspetto particolare da non trascurare e riguarda i pedaggi autostradali.

Nel presentare l’ultima relazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il Presidente Catricalà, denunciava che “in campo autostradale concessioni a scadenza lontana, associate alla debolezza strutturale della vigilanza, pregiudicano l’affermazione della concorrenza.”

Traducendo dal linguaggio misurato del Presidente dell’antitrust ciò significa che gli utenti pagano più di quanto dovrebbero grazie ad un sistema di regolazione debole.

Nel caso delle autostrade e della Società Autostrade per l’Italia, in particolare, bisogna ricordare che la legge 101 del 2008 ha approvato le convenzioni relative alle concessioni autostradali e lo ha fatto interrompendo una procedura preparatoria complessa, ma necessaria per definire schemi di riferimento e linee guida appropriate. Nel caso di Autostrade per l’Italia, il maggiore concessionario esistente, la convenzione approvata con legge stabiliva una durata di circa 35 anni con regole predefinite per stabilire le tariffe per l’intero periodo. Ecco a cosa si riferiva Catricalà nel suo discorso.

Dovrebbe essere evidente che una regolazione che dura per più di 30 anni e stabilisce incrementi tariffari costanti e non prevede un frazionamento temporale per verificare e modificare i patti tra società concessionaria e Stato non va bene e non fa certo l’interesse degli utenti che, in questo caso, non hanno alcuna possibilità di far pesare il loro parere. Veramente non ce l’avrebbero nemmeno se la regolazione tariffaria e della qualità del servizio durasse 5 anni, ma le cose potrebbero cambiare e la loro valutazione potrebbe essere inserita fra i requisiti per procedere alla regolazione.
Con quasi 35 anni di durata, come è stabilito dalla legge 101/2008, questa possibilità non esiste.

Ecco perché “l’affare” autostrade è un gigantesco meccanismo per far guadagnare ad Autostrade per l’Italia S.p.A. tanti soldi senza verifiche, controlli e ridiscussioni varie. E questo grazie ad una legge che ha bloccato gli organismi tecnici che non avranno più voce in capitolo fino al 2038.

Tra l’altro esistono valutazioni da parte di chi si occupa di regolazione e di autostrade in particolare che dicono che le tariffe pagate oggi ancora incorporano i costi dell’investimento iniziale di quando le autostrade furono costruite e questo perché, semplicemente, da allora non sono mai diminuite. In pratica è come se gli utenti pagassero un mutuo che non finisce mai.

Qualcuno potrebbe dire che le autostrade sono state vendute dallo Stato e pagate dagli acquirenti che adesso riscuotono le tariffe e pagano i canoni di concessione. Certo, ma ci sono tecnici che si sono presi la briga di studiare i numeri e hanno concluso che le società che gestiscono le autostrade, pur avendole pagate e dovendole gestire, ci guadagnano lo stesso un mucchio di soldi e questo grazie al “mutuo che non finisce mai”.

Ecco perché pesa una convenzione approvata con legge che dura più di 30 anni.

Ed ecco perché anche il piccolo aumento deciso con la manovra del Governo da’ fastidio.

Per finire bisogna pensare che vendere, di fatto, la rete autostradale non era l’unica soluzione possibile per chi aveva deciso la privatizzazione. Ce n’era un’altra: il mantenimento della proprietà della rete e l’affidamento in concessione con gare pubbliche e per singole tratte alle migliori aziende di gestione. Ci avrebbero guadagnato lo stesso, ma almeno il controllo sarebbe rimasto nelle mani pubbliche e la concorrenza tra gestori ci sarebbe stata.

Alla fine i politici (di entrambi gli schieramenti oggi in Parlamento) hanno deciso, ma chi ci ha guadagnato? E quali problemi sono stati risolti?

Claudio Lombardi

Tra tagli e sprechi a perdere è il cittadino (di Claudio Lombardi)

Continua l’esame della manovra e si profila il solito maxiemendamento che è diventato un classico di tutte le manovre e le finanziarie degli ultimi anni quasi che il testo iniziale predisposto dal Governo fosse solo una “mossa” per saggiare il terreno e osservare le reazioni. Questa prassi non depone a favore dell’affidabilità del Governo che dispone di tutti gli strumenti di analisi, di ricerca e di consultazione, per individuare da subito le misure più idonee senza arrivare a quella contrattazione delle modifiche che troppo spesso si traduce in testi riscritti quasi per intero nei quali si perde di vista il senso delle politiche e delle finalità perseguite. Sia chiaro: meno male che il Governo cambia qualcosa e che lo fa sotto la pressione dell’opinione pubblica e dell’esame del Parlamento. Tuttavia non fa una bella figura chi si presenta con proposte ultimative e irrinunciabili e poi mostra che tali non sono, ma, invece, semplici compromessi fra spinte diverse i cui equilibri possono cambiare e con essi le misure proposte.

Si dice che ciò che conta è che i saldi restino invariati. Il che significa che servono quei soldi per tirare avanti e, di solito, quelli “veri” cioè immediatamente realizzabili, sono meno di quelli scritti nelle carte e li pagano, più o meno, sempre gli stessi: lavoratori dipendenti a reddito fisso sotto forma di blocchi stipendiali o di diminuzione o rincari di servizi e pensionati. Poi ci sono le misure che producono effetti differiti e dipendenti dall’attuazione e dal lavoro degli apparati amministrativi e sono quelli relativi all’evasione fiscale. Qualche risultato ci sarà, ma ciò che conta in questo campo è la continuità delle politiche e l’affinamento degli strumenti. Per dire: se due anni fa c’era la tracciabilità dei pagamenti ai lavoratori autonomi ed è stata tolta e adesso la si rimette non è la stessa cosa che se fosse stata lasciata e migliorata. Qualcosa si è perduto, così come l’aumento della spesa corrente e del conseguente deficit tra entrate e spese si è verificato e chi doveva governare il bilancio non è intervenuto. Se questi grida oggi all’emergenza sono legittimi seri dubbi sulla sua buona fede.

Capitolo spese degli enti locali e sprechi di questi e delle regioni. Ai presidenti delle regioni e ai sindaci che denunciano i tagli del Governo la polemica politica contrappone gli sprechi che giustificherebbero quei tagli. In realtà di sprechi se ne possono trovare in molte direzioni. E’ fresco l’ultimo scandalo, forse il meno costoso, ma molto significativo: quello dell’ipotetico ministero attribuito ad Aldo Brancher. Ad oggi, 28 giugno, non si è ancora capito di che cosa dovrebbe occuparsi il neo ministro che, però, si è subito affrettato a tentare di evitare il processo in corso a suo carico per il reato, molto comune, di appropriazione indebita, dichiarandosi occupato ad organizzare la sua attività istituzionale. Tutti hanno capito, anche senza l’intervento chiarificatore del Presidente della Repubblica, che la carica governativa era un puro pretesto per sottrarsi al processo e non vale adesso che l’imputato si dichiari pronto a comparire davanti al giudice perché, se fosse dipeso da lui, non si sarebbe più fatto vedere in un’aula di giustizia. Cos’è questo se non uno spreco? E non solo di denaro pubblico, ma anche di credibilità e di prestigio delle istituzioni ridotte a territorio di scorribande di corsari che sfuggono alla legge.

Ciò non toglie, ovviamente, che la lotta agli sprechi debba essere fatta. E sarebbe molto più serio se fosse fatta partendo dalla trasparenza, dall’accessibilità di atti, procedure decisionali e documenti di bilancio delle amministrazioni locali e regionali. E sarebbe meglio prevedere che attraverso la partecipazione dei cittadini si possano formare e verificare le scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Così sarebbe facile per chiunque verificare il rispetto degli impegni e prevenire ed individuare gli sprechi.

Però il problema rimane. Se i presidenti delle regioni dichiarano che le risorse per il trasporto pubblico locale verrebbero tagliate del 30% o dicono una sciocchezza (ma nessuno li ha smentiti) o denunciano una scelta politica del Governo. E non si tratta di una scelta politica neutra, ma ben chiara se messa in relazione con i silenzi che ci sono nella manovra. Per esempio quello sulla tassazione delle rendite finanziarie che in Europa sta crescendo così come quella sui redditi più elevati e da noi no, è sempre ferma al 12,5%. Si dice che un aumento farebbe fuggire gli investitori. Evidentemente a Londra il neo leader conservatore non ha questo timore se sta attuando una manovra che prevede proprio un consistente aumento di tale prelievo fiscale. Perché dovrebbero fuggire solo da noi?

No, il problema è politico, cioè di scelte che vengono fatte per far pagare il costo degli errori del passato e del presente e se si sceglie di colpire il trasporto pubblico locale e non toccare i guadagni sulle azioni la scelta è chiara. Ricordiamocelo.

C’è un altro però e riguarda le conseguenze delle scelte politiche. I politici dovrebbero occuparsi del bene comune e fare scelte lungimiranti basate sulla conoscenza delle situazioni e dei dati che solo loro possono avere dato che dispongono anche del potere di decidere per tutti.

Dunque taglio dei fondi per il trasporto pubblico locale = servizio di peggiore qualità = disincentivo ad utilizzarlo = incentivo a ricorrere ai mezzi privati. È questo che serve all’Italia e fa l’interesse di tutti? Non sembra proprio.

Una ricerca di NOMISMA chiarisce che, con 1.508 morti all’anno, è Roma la città italiana ad avere il primato di decessi per l’inquinamento dell’aria causato dalle polveri sottili. Il rapporto riporta i dati sull’inquinamento delle prime 15 città italiane nel triennio 2006-2008 e quantifica in 3,8 milioni di euro il costo delle cure necessarie per chi ne è colpito. A parte i costi in denaro, c’è poi quello delle vite sprecate, non solo quelle dei morti, ma anche quelle di chi impiega nel traffico buona parte delle sue energie, della sua salute e del suo denaro. A che serve la politica se non affronta un problema così? I cittadini dovrebbero leggere dietro le parole dei politici e sforzarsi di comprendere la finalità e il senso delle azioni che vengono intraprese mettendole in collegamento con la loro esperienza diretta. Su questa base dovrebbero far sentire di più e meglio la loro voce.

Claudio Lombardi

Chi paga la manovra: meno soldi e meno diritti per chi non può decidere (di Claudio Lombardi)

Ormai sulla manovra del Governo è in pieno svolgimento il dibattito pubblico ed è già iniziato l’esame del Parlamento. Sul perché si è arrivati alla manovra si è espresso su civicolab con chiarezza Gabriele Silvestri. Ciò che si può aggiungere è che l’Italia, come tutti i paesi con un alto debito pubblico, è stata sempre a rischio di manovre speculative. La fragilità del nostro Paese non nasce con la crisi finanziaria portata dai mutui subprime né inizia come conseguenza della crisi greca, ma risale a molto più tempo fa, a quando i governi degli anni ’80 ci regalarono il raddoppio del debito pubblico, l’incremento dell’inefficienza della macchina statale, l’aumento della corruzione a tutti i livelli e una spesa pubblica fuori controllo. Dovremmo ricordarci tutti che nel ’92 in Italia si dovette prelevare i soldi dai conti correnti dei cittadini tanto le cose si erano messe male. Praticamente fu una situazione di economia di guerra quella che dovettero sopportare gli italiani e la scoperta di tangentopoli fece capire a tutti quali ne erano le cause e quali i responsabili.

Negli ultimi anni siamo tornati alla spesa pubblica fuori controllo con le spese correnti che hanno superato, per la prima volta da un decennio, le entrate tributarie (e senza calcolare gli interessi da pagare sui titoli di Stato). La corruzione è dilagata e si è trasformata sfacciatamente nel dominio di una classe di faccendieri senza scrupoli che ha messo insieme politici, imprenditori e alti funzionari dello Stato. Grazie all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine si è iniziato a scoprire la verità sui traffici che si sono svolti all’ombra delle vere e finte emergenze e del maneggio di denaro pubblico. Si è iniziato e non si continuerà perché la legge contro la magistratura voluta a tutti i costi da un Governo e da una maggioranza piena di corrotti veri e presunti sta mettendo il bavaglio all’informazione e sta legando le mani ai giudici. E questo mentre il Presidente del Consiglio, a capo di un Governo che ha emanato più di 50 decreti legge e che ha chiesto 34 voti di fiducia avendo una maggioranza di voti strabordante, si permette di dire che la Costituzione non gli permette di governare. Che si tratti del tentativo di cambiare la natura del nostro Stato democratico trasformandolo in stato autoritario dominato da gruppi di intoccabili autorizzati a violare le leggi e ad usare ciò che è pubblico come fosse patrimonio personale è evidente. Ciò che non si vede abbastanza è la reazione dei cittadini, forse, lentamente abituatisi ad accettare la natura autoritaria e classista del potere.

Che anche di una nuova forma di supremazia di classe si tratti è dimostrato dalla manovra finanziaria presentata dal Governo. Dopo anni di finanza allegra servita per conquistare la fiducia degli elettori e dopo aver inutilmente speso somme enormi con la politica economica attuata nel primo periodo di governo (valutata in più di 10 miliardi) adesso si scopre che i conti pubblici vanno male e che ci vogliono un bel po’ di soldi per tentare di raddrizzarli. E dove si prendono? Dai servizi erogati dalle regioni e dagli enti locali, dal pubblico impiego e dai pensionati. I numeri dicono questo. Poi, certo, ci sono altre misure che dovrebbero colpire l’evasione e ridurre un po’ le retribuzioni più elevate. Ma intanto bisogna dire che di misure contro l’evasione ce n’erano anche anni fa e che sono state abolite. E poi che non si tratta di strumenti scoperti adesso, bensì conosciuti da tempo ed accuratamente evitati da buona parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. La mala fede e la cattiva coscienza è di chi conosceva lo stato dei conti pubblici e i suoi punti critici da anni e non ha agito per rimediare.

Perché? La risposta è semplice: poiché le risorse dello Stato si sono ridotte, ma la spesa gestita da chi comanda nelle istituzioni è aumentata, qualcuno doveva pagare il conto. Se il debito pubblico al 103,5% del PIL nel 2007 è salito nelle previsioni del 2010 al 117% e se la spesa per beni e servizi è cresciuta dal 2000 al 2009 del 59% ( gli scandali ogni tanto ci informano su cosa si nasconde dietro queste cifre ). Se la capacità dei governi di aiutare l’economia è crollata e l’Italia ha fatto passi indietro rispetto ai principali paesi europei in termini di PIL e di produttività, se non si investe in Italia perché il contesto è poco affidabile (specie al sud) con diffuse inefficienze nelle infrastrutture e nella sicurezza pubblica a fronte di risorse preziose dirottate su opere inutili come il Ponte sullo stretto di Messina.

Se questa è la situazione, chi paga? I responsabili? No, la risposta del nostro Governo è chiara: i ceti più deboli e quelli intermedi. Tutti coloro che hanno accumulato patrimoni magari residenti all’estero non sono chiamati a pagare nulla: nessuna tassa patrimoniale, nessuna aliquota fiscale straordinaria sui redditi altissimi, nessun provvedimento straordinario su quelli che hanno legalizzato (non rimpatriato) circa 100 miliardi di euro nascosti all’estero pagando il 5%, nessun adeguamento dell’imposizione fiscale sui guadagni finanziari sempre ferma al 12,5%, nessuna tassazione sui beni di lusso, nessun taglio vero ai costi della politica.

Più chiaro di così: il denaro vero viene preso a chi non può sfuggire e il resto si basa su impegni e promesse dei quali tra un po’ nessuno si ricorderà.

Basta leggere i giornali per sapere che le manovre in altri paesi europei sono diverse: lì, perlomeno, si tassano anche i ricchi e si pensa anche allo sviluppo ( Regno Unito, Germania e Spagna).

Ad esempio quale logica c’è nel tagliare i servizi di enti locali e regioni? Si peggiora la qualità della vita delle persone comuni e si impedisce lo sviluppo di interventi locali che possono anche aiutare  l’economia.

In conclusione, i diritti dei cittadini sono gravemente minacciati perché su un fronte il potere politico si sta costruendo l’impunità e mostra di voler impedire persino la diffusione dell’informazione mettendo al bando trasmissioni televisive scomode e impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro; su un altro fronte si comprime il tenore di vita di gran parte dei cittadini tagliando la base materiale su cui si garantiscono e riconoscono i diritti per migliorare un bilancio pubblico compromesso dalle politiche del Governo e senza far pagare nulla ai ceti più ricchi. Tutto ciò senza investire sullo sviluppo dell’economia e senza rafforzare la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini che, anzi, in questo quadro, sono trattati alla stregua di mandrie senza cervello da dominare e bastonare.

E se non è così è disposto il Governo a cambiare le misure proposte e ad abbandonare la legge-bavaglio e contro i magistrati?
Sembra proprio di no, per ora. Per questo i cittadini attivi devono far sentire la loro voce. 

 Claudio Lombardi

La manovra finanziaria del Governo: una vecchia storia (di Claudio Lombardi)

Ebbene sì siamo in emergenza. Ancora una volta; non è la prima e, rassegniamoci, non sarà l’ultima. Chiunque abbia raggiunto la maggiore età non può non ricordarsi di esserci cresciuto con le crisi e con le emergenze. La genesi delle emergenze è più o meno sempre la stessa: si parte da una crisi economica preferibilmente a livello internazionale per arrivare alla minaccia di uno sconvolgimento dei nostri equilibri che si rivelano fragili per la struttura della nostra economia, per il mancato sviluppo di una parte del Paese e per l’inefficienza dello Stato che sperpera ricchezze immense in spesa pubblica improduttiva (accompagnata da clientelismo, ruberie e corruzione nonché inadeguatezza degli apparati burocratici). Se la circostanza non fosse seria e anche drammatica ci sarebbe da ironizzare sulla sacralità di certe formule e di argomentazioni che vengono utilizzate dai politici per spiegare i contenuti dell’ennesima manovra. In primo luogo non c’è mai tempo e modo per prevenire le crisi che ci colgono sempre di sorpresa. Il che non permette di accorgersi che esiste il fenomeno (loro lo chiamano così con un termine che vorrebbe rendere “oggettivo” e quasi “naturale” ciò che corrisponde a precise scelte politiche) dell’evasione fiscale che, quindi, non può essere contrastato in tempi utili per fronteggiare la crisi. Di conseguenza, poiché siamo in emergenza, bisogna chiedere sacrifici a quelli che non si possono nascondere al fisco oppure tagliare servizi di cui i ricchi non hanno bisogno. Ci sono vari ritornelli che circolano insistentemente: uno è quello dei tagli e l’altro è quello delle riforme. Dopo decenni di manovre e di finanziarie e dopo anni di gestione che ha pure aumentato la spesa corrente si scopre che bisogna assolutamente tagliare la spesa improduttiva che, evidentemente, è come i capelli o i peli, ne tagli un po’ e quelli si riformano. È curioso assistere alla serietà con la quale si annuncia che occorre tagliare le spese inutili senza che nessuno mai ci spieghi com’è possibile che non sia già stato fatto in una delle manovre del passato. E poi i problemi ci sono perché non si sono fatte le riforme (quali? Boh! Ognuno ha le sue preferite, importante è dire che bisogna farle). Il menu delle manovre poi è sempre vario e fantasioso: prendiamo la spesa sanitaria imputata da anni di essere eccessiva e per questo monitorata e ridiscussa ogni anno. Ogni tanto si impongono ticket per le visite specialistiche o per i medicinali sempre dichiarando che occorre andare al fondo degli sprechi (altro eufemismo che rende oggettivo e impersonale ciò che spesso dovrebbe essere chiamato furto di denaro pubblico e corruzione). Gli sprechi continuano e le regioni devono trovare i soldi in altro modo, ma sempre i contribuenti pagano.

Sarebbe lecito aspettarsi da chi governa lungimiranza e rigore e, invece, scopriamo sempre improvvisazione e preoccupazione per la difesa del proprio spazio elettorale e delle proprie clientele e anche irresponsabilità. Come possiamo definire l’allegra superficialità del nostro Presidente del Consiglio che appena l’anno scorso proclamava che la crisi internazionale non avrebbe toccato l’Italia? E in quale altro modo si può spiegare la persistenza di un’evasione fiscale che supera, secondo valutazioni concordi, la cifra di 100 miliardi di euro? E di una corruzione che pesa, secondo la Corte dei Conti, per la metà di questa cifra? Se pensiamo che dietro questi numeri non c’è il destino o la fatalità bensì indirizzi e decisioni ben calcolate (come gli scandali della politica affaristica hanno sempre dimostrato) allora c’è n’è abbastanza per arrabbiarsi.

Le decisioni del Governo vengono presentate come ineluttabili e prive di alternativa. Sicuramente rappresentano la via più semplice per raggiungere l’obiettivo di tamponare la situazione, ma per la natura stessa della fragilità italiana, non andranno lontano. Il problema non è la speculazione sulla quale l’Europa è intervenuta, sia pure tardivamente, con la decisione di “proteggere” i titoli del debito pubblico degli stati. Il problema dell’Italia è sempre lo stesso da decenni e ha molte facce tutte collegate: debito pubblico, spesa pubblica, efficienza dello Stato, politiche industriali, equità sociale.

Prendiamo l’equità sociale. E’ risaputo che dopo il passaggio all’euro si è verificata una gigantesca redistribuzione dei redditi a sfavore dei lavoratori a reddito fisso e a favore di quelli che decidono il prezzo delle loro prestazioni. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire cosa è successo quando da un mese all’altro molti prezzi hanno seguito la parità con la lira (mille lire=un euro) e le retribuzioni no (mille lire=mezzo euro). Questo trasferimento di ricchezza ha coinciso con un quinquennio di governo (2001-2006) assai permissivo per le categorie che ci hanno guadagnato. In quegli anni la ricchezza di tanti è stata occultata e il fisco ha fatto finta di non vedere. Quando si è deciso di favorire il rientro dei capitali e delle ricchezze detenute all’estero si è accordato un altro privilegio con l’aliquota del 5% con la quale tutto è stato legalizzato. Nel frattempo lo Stato si è retto grazie ai tanti che non sono sfuggiti al fisco (lavoratori e anche piccole imprese). Oggi si lamenta una caduta dei consumi, ma quali scelte politiche di governo sono state fatte quando c’erano un po’ di miliardi da spendere? Eliminazione dell’ICI e salvataggio dell’Alitalia, 6 miliardi di euro. E quanto sono costati i grandi eventi e la truffa della cricca di malfattori che si nascondeva dietro gli interventi straordinari gestiti dalla Protezione civile? 1 miliardo, 2 o più? Chi doveva vedere e agire nell’interesse pubblico non ha visto perché non gli conveniva e oggi chiama al sacrificio. Con che credibilità?

Nel merito delle misure adottate c’è solo da osservare che il Governo, coerentemente con le sue scelte precedenti, non ha voluto fare nulla per chiedere di più a chi ha avuto di più in questi anni e non ha fatto nulla per modificare scelte tanto costose quanto velleitarie e convenienti solo per alcuni gruppi di aziende e per determinati settori politici. Ci si riferisce al Ponte di Messina opera quanto mai inutile oggi, alla tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie (i guadagni di borsa pagano ancora il 12,5%), alla revisione della spesa per l’istruzione e per la sanità privata (quest’ultima continua a generare scandali per le truffe che vengono scoperte). E la spesa per la politica dove viene tagliata? forse i rimborsi elettorali vengono dimezzati? sì si tenta di tagliare alcune province, ma già il giorno dopo Tremonti e Berlusconi appaiono perplessi. Anche la spesa militare può essere oggetto di revisione sia per ridurre i numerosi impegni all’estero che le spese per gli armamenti. Per aiutare l’economia però non bastano i tagli occorre anche rilanciare i consumi interni e le esportazioni. È controproducente togliere qualcosa dalle tasche di cittadini che vivono di lavoro dipendente e lasciare che crescano i grandi patrimoni. Per questo ci vuole un’imposta straordinaria sulla ricchezza patrimoniale di maggiore entità. Per aiutare le imprese occorre puntare sullo sviluppo di quei settori che in tutti i paesi occidentali guardano al futuro (l’economia verde) e praticare un rapporto leale con le pubbliche amministrazioni (ritardo nei pagamenti).

Si tratta di scelte alternative che potrebbero essere praticate da un Governo e da un Parlamento che si prendano cura veramente degli italiani nello spirito dell’unità nazionale e della coesione sociale. La via imboccata dal nostro Governo non è questa e lo dimostra anche l’accanimento con il quale in Parlamento si prosegue giorno e notte nell’esame della legge che, di fatto, ostacola la magistratura nella lotta alla criminalità. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani si tenta in ogni modo di far approvare una legge che garantirebbe l’impunità per i delinquenti che hanno contribuito a saccheggiare lo Stato e si tapperebbe la bocca a giornali e radiotelevisioni che volessero far sapere cosa sta succedendo. Questi sono i fatti che sappiamo distinguere dalle ipocrisie dei responsabili di questa situazione.

Claudio Lombardi

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