Il sistema giudiziario rischia il blocco per i tagli del Governo (di Claudio Lombardi)

L’Associazione nazionale magistrati lancia l’allarme: dopo i tagli della finanziaria il complesso sistema informatico che presiede al lavoro dei magistrati e degli uffici giudiziari rischia di bloccarsi per mancanza di manutenzione. I fondi per le spese informatiche erano di 85 milioni nel 2008, scesi a 58 l’anno successivo e ancora a 45 l’anno scorso. Per il 2011 il ministero dell’economia ha previsto uno stanziamento di circa 28 milioni contro una richiesta del ministero della giustizia di 60. In pratica se si blocca un pc o salta una rete informatica di un tribunale quest’anno non ci saranno i soldi per riparare i guasti.

Sembra di essere tornati all’estate dell’anno scorso quando, di fronte alla manovra prevista dal Governo, insorsero i sindacati di polizia che, in rappresentanza di tutti i lavoratori della sicurezza denunciarono una situazione paradossale che vedeva tagli alle spese per il carburante delle pattuglie, la riduzione delle volanti in servizio e delle altre spese necessarie per l’operatività della polizia di Stato. Sui giornali si lessero cronache grottesche sulla situazione di commissariati e questure alle prese con la riduzione dei finanziamenti. E questo in un momento in cui i leader del Governo denunciavano l’insicurezza e l’assenza di controllo del territorio come uno dei mali peggiori che colpivano i poveri cittadini.

Come nel caso della giustizia con una faccia si denuncia un male – l’insicurezza o la lentezza dei processi – con l’altra si ordina di tagliare risorse vitali per il funzionamento di settori delicati per lo Stato e per la società tutta. Poi, quando il guaio è fatto ci si mette in mostra sui telegiornali dichiarando che bisogna rimediare ed impedire più gravi danni.

Sembra un gioco delle parti e, in effetti, lo è. E tutto per salvare capra e cavoli, ossia presentare un bilancio pubblico che taglia le spese, (ma non alle clientele che si alimentano della spesa pubblica) e tirando indietro la mano non appena l’opinione pubblica si accorge che sono stati combinati guai veri.

Ci stanno forse prendendo in giro i politici che siedono al Governo? Sì ci stanno prendendo in giro. Si comportano come se fosse normale progettare, decidere, sostenere ed approvare tagli di spesa in una procedura che prende diversi mesi e poi non tener conto e disinteressarsi delle conseguenze lasciando a chi ci lavora il compito di lanciare l’allarme.

E allora che ci stanno a fare al Governo? I giornali raccontano di un ministro della giustizia furioso con il suo collega dell’economia. Ma furioso oggi, 5 gennaio, e non nei mesi scorsi quando le decisioni oggi attuate sono state studiate e prese. Anche qui: presa in giro di noi cittadini creduloni.

Meno male che ci sono le associazioni di categoria come l’ANM  e i singoli magistrati che tengono più all’efficienza del sistema giudiziario di quanto ci tenga il Governo che nemmeno si rende conto di quel che combina e tenta sempre di correre ai ripari quando scoppiano le emergenze da lui stesso causate.

Meno male anche che ci sono i cittadini ai quali serve assolutamente che la giustizia funzioni e che si preoccupano di monitorarne lo stato come da un po’ di tempo sta facendo Cittadinanzattiva che ha presentato poche settimane fa un rapporto sullo stato della giustizia in Italia (per il testo www.cittadinanzattiva.it). In una dichiarazione rilasciata oggi la responsabile nazionale del settore – Mimma Modica Alberti – ricorda che “la decisione del Governo di destinare meno fondi al sistema giustizia, tra le altre cose, non farà che allungare la già eccessiva durata dei procedimenti, rendendo di fatto ancora più salato il conto che il nostro Paese paga in termini di sanzioni comminate dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo con il risultato  che viene sempre più messo a rischio un servizio universale di fondamentale importanza per la cittadinanza”. Inoltre, risulta “sorprendente l’immobilismo del Ministero della Giustizia. Piuttosto che avallare silenziosamente simili circoli viziosi, sarebbe il caso che avvii una radicale opera di razionalizzazione ed eliminazione degli sprechi. Dal nostro punto di vista, appare urgente una revisione delle circoscrizioni giudiziarie e una verifica sulla utilità per i cittadini degli uffici giudiziari italiani a partire da quelli i cui organici risultano al di sotto delle 10 unità. Allo stesso tempo andrebbero chiusi o accorpati almeno 100 Uffici dei Giudici di Pace, provvedendo a verificarne sia l’effettiva utilità che il numero dei casi trattati e il bacino di utenza di riferimento. Caro Ministro Alfano, è chiedere troppo?”.

Non è ovviamente la sola Cittadinanzattiva a preoccuparsi di denunciare la situazione e a proporre soluzioni. Ciò che colpisce, però, è la maturità e la serietà di un movimento di cittadini che si fa carico di un problema cruciale per la collettività.

Sarebbe una buona cosa se i politici della maggioranza imparassero da questi esempi cosa vuol dire prendersi cura dei beni comuni e dell’interesse generale.

Ma forse è tempo che la politica sia profondamente riformata e che cambino mestiere tutti quelli che da decenni hanno sfruttato la politica per fare i propri interessi personali e che si avvii un radicale mutamento di classi dirigenti. L’Italia e gli italiani ne hanno bisogno.

Claudio Lombardi

Caso Battisti: quanti pesi e quante misure? (di Claudio Lombardi)

Ritorna un dibattito che sembrava essersi quietato con il passare del tempo. Il tema è sempre lo stesso: atti di violenza commessi da chi riteneva di compiere gesti rivoluzionari e applicazione di leggi e sentenze contro i responsabili. Nel caso di Cesare Battisti si è di fronte ad una condanna per quattro omicidi, ad una lunga latitanza, al rifiuto di estradizione e ad una difesa da parte di persone che hanno conosciuto Battisti in Francia e in America Latina.

Cominciando dall’ultimo punto sembra ovvio dire che conoscere e apprezzare una persona per ciò che fa oggi rende difficile appoggiarne la condanna per ciò che ha fatto ieri, non avendone, tra l’altro, subito alcuna conseguenza. Per questo non ci si può stupire che intellettuali e altri cittadini dei paesi nei quali Battisti ha vissuto in questi ultimi venti anni si oppongano all’estradizione. Lo fanno per amicizia, per affetto, per partito preso, per amore di teoria non certo per senso di giustizia, né per conoscenza dei fatti.

In uno Stato normale la conoscenza dei fatti che rappresentano un reato e la decisione delle conseguenze giudiziarie viene fatta dalla magistratura in base alle leggi vigenti e alle risultanze delle indagini e dei processi. Poi si può protestare cercando di ottenere una revisione dei processi oppure una diminuzione delle pene o la loro trasformazione in regimi di semilibertà. Tutte cose previste dalle norme e applicate.

Se, però, si affaccia un altro tipo di richiesta – di chiudere politicamente un’epoca di scontri violenti influendo direttamente sulle procedure giudiziarie anche con nuove leggi – allora le cose cambiano.

Sul caso Battisti sono tornate a levarsi le voci di chi, appunto, chiede una considerazione e una soluzione “politica” per i reati commessi negli anni ’70-’80. Che vuol dire ciò per chi solleva la questione? Escludendo che si cerchi una semplice spiegazione politico-sociologica a quegli avvenimenti sembra ovvio che la richiesta sia di mettere termine alle conseguenze penali dei reati che furono commessi. Cioè? Mettere in libertà chi sta in carcere e smettere di perseguire chi in carcere è riuscito a non andarci. Praticamente una versione elegante e ripulita dei versi della famosa canzone napoletana “chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato”.

Ora, domandiamoci: come si fa a pretendere il rispetto della legge e delle altre regole di convivenza civile da parte dei cittadini se poi si cerca per alcuni “una soluzione politica”? e perché una simile soluzione non potrebbe chiedere, ad esempio, chi oggi si ritiene vittima di persecuzioni giudiziarie per corruzione di giudici e di testimoni, per sottrazione di soldi ad azionisti italiani attraverso un giro di falsi acquisti all’estero, per evasione fiscale o per riciclaggio di denaro della malavita?

Queste semplici considerazioni dovrebbero essere ben presenti a chi torna a lamentarsi delle pene e dei processi che non hanno riguardato la manifestazione delle idee bensì il ferimento e l’assassinio di persone (lasciando perdere tutti gli altri reati minori). I parenti degli uccisi guardano oggi con rassegnato stupore al dibattito nel quale i loro congiunti rappresentano semplici pedine della storia cadute per “inevitabili” conseguenze di atti di ribellione compiuti da chi pensava di scatenare una rivoluzione. La figlia e il figlio che hanno perso il padre, la moglie il marito, chi sta su una sedia a rotelle o porta altri segni di quegli atti dovrebbero tutti quanti  contentarsi di una spiegazione politica di quanto accadde e accettare (o, forse, esserne lieti?) di aver avuto una piccola parte nella Storia con la “S” maiuscola smettendo con la “banale” richiesta che qualcuno paghi per il male che fu fatto.

Di fronte a questo dibattito che rinasce bisognerebbe che tutti tornassero ad affermare la semplice verità di ogni Paese normale senza la quale non si riesce a vivere in uno stato di diritto: le leggi ci sono e vanno fatte rispettare, i processi vanno fatti con tutte le garanzie e le sentenze si rispettano, la lotta politica si svolge con metodi democratici, la violenza verso persone e cose è un reato, la si può spiegare, ma non giustificare. Se non si riafferma questo non ce la facciamo a rimettere sulla strada giusta un Paese che di eccezioni e di esenzioni alle leggi e alle regole ne ha sempre conosciute troppe. E ci hanno francamente stufato.

Claudio Lombardi

La crisi politica, i teppisti e i problemi degli italiani (di Claudio Lombardi)

“Presidente  Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo.
Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all`opposizione non c`è il granitico Pci ma l`evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Dall’intervista a Francesco Cossiga del 23 ottobre 2008 rilasciata a GIORNO/RESTO/NAZIONE

Non rientra fra i compiti che civicolab si è assunto intervenire sulle vicende che riguardano i partiti. Ma una crisi di Governo e le azioni che compiono le istituzioni che tutte insieme si chiamano “politica” sì che ci riguardano. In primo luogo perché ci toccano come cittadini e poi perché non vi è separazione o, meglio, non vi dovrebbe essere separazione fra Stato in tutte le sue articolazioni e società in tutte le sue espressioni. Nessuno può dire “non mi riguarda” “sono cose dei politici, io non le voglio sapere” perché la politica condiziona direttamente le nostre vite.

Abbiamo voluto premettere brani di una delle ultime interviste di Cossiga perché ciò che è accaduto ieri a Roma era già accaduto nel passato. Con un tempismo illuminante ogni volta che si scatena una crisi politica che minaccia di mettere in discussione la conservazione degli assetti di potere esistenti e ogni volta che a questa si accompagna la debolezza di proposte alternative o la confusione di chi o fra chi si oppone, ogni volta si scatena la violenza teppistica o terroristica che trascina movimenti di protesta nati per ragioni vere, ma disorientati.

È una constatazione che avvilisce chi ancora crede che la democrazia possa e debba sopportare crisi e tensioni, ma senza superare il limite che mette in discussione il principio stesso sul quale si basa: la ricerca e l’organizzazione del consenso. Se lo si fa ci si mette fuori dalle regole della democrazia e, ammesso e non concesso che si sia in buona fede e non agenti provocatori come quelli evocati da Cossiga, si tenta semplicemente di imporsi con la violenza a tutti gli altri. Metodo praticato da qualunque genere di teppisti.

Detto questo ciò che preoccupa è la capacità di un Governo che ha perso gran parte della sua maggioranza, ridotta ormai a pochi voti di scarto, a far fronte ai problemi del Paese.

La ricostruzione de L’Aquila, il rilancio delle attività economiche basandosi di più sulla ricerca di nuovi prodotti e tecnologie, lo sviluppo dei settori culturale e paesaggistico che sono alla base del turismo (dall’estero e interno) risorsa inesauribile dell’Italia, il rafforzamento della formazione, da quella scolastica a quella universitaria e specialistica aperte a tutti e basate sul sistema pubblico, l’efficienza degli apparati dello Stato (e regionali e locali), l’efficienza dei servizi pubblici indispensabili alla vita della società (rifiuti, acqua, mobilità ecc), un servizio sanitario e un’assistenza sociali dopo sprechi e ruberie siano sconfitti in nome di prestazioni efficaci e di qualità, una giustizia che risolva rapidamente ogni tipo di controversia e che sia alla base della legalità, la lotta alle mafie a partire da quelle che operano nei settori economico-finanziari, il contrasto alla corruzione e a chi sfascia lo Stato rubandone le risorse.

Questi e altri sarebbero i punti di un programma di governo che governi nell’interesse dei cittadini. Quest’interesse non si chiama destra, sinistra, centro, ma rimanda al rapporto tra Stato e società che non può non essere basato sul rispetto di regole e sulla costruzione di condizioni migliori di vita per tutti. Se, invece, si vuole privilegiare una parte a scapito dell’altra o fare l’interesse di pochi a spese di quello degli altri, allora si usa lo Stato per i propri affari e lo si indebolisce.

Se tutti i cittadini sapessero valutare, giudicare e agire in base a questi principi non ci sarebbe spazio per leggi elettorali che non consentono di scegliere le persone, per la compravendita di parlamentari, per i corrotti, per i ladri e i malfattori che alloggiano tranquillamente in troppe stanze del potere e con le loro azioni sgretolano le istituzioni e impoveriscono il Paese.

La risposta giusta si chiama cittadinanza attiva che si organizza in associazioni, comitati, gruppi e che assume su di sé la cura degli interessi generali. Se poi anche qualche organizzazione di partito volesse farlo distogliendosi un po’ dalla lotta per il potere sarebbe la benvenuta.

Claudio Lombardi

Quale crisi per l’Italia? (di Claudio Lombardi)

Alcuni tremano, adesso che la crisi si è fatta seria e ha dimostrato di durare più del previsto. Si dice che la speculazione, dopo aver attaccato la Grecia e l’Irlanda, stia puntando verso Portogallo, Spagna e poi Italia. La speculazione? E cos’è? Ovviamente non si può credere che esista una banda che decide, di volta in volta, i suoi piani di attacco.
Si sta prendendo coscienza, anche nell’opinione pubblica, che sono le debolezze strutturali dei vari Stati ad attirare quelli che per mestiere le sfruttano per accrescere i loro capitali.
Così viene fuori che i Paesi sotto scacco hanno le loro responsabilità: vuoi per aver lasciato mano libera alle banche che si sono buttate sulla cosiddetta finanza creativa ossia quella che inventa valori che non esistono nella realtà costruendo un gigantesco intreccio di scommesse in genere basate su crediti di dubbia esigibilità (i famosi mutui subprime); vuoi per aver dato totale garanzia statale alle operazioni finanziarie delle banche; vuoi per aver lasciato crescere debiti pubblici colossali insieme a stati spreconi e inefficienti.

Ora si dice che i vecchi parametri dell’Unione Europea (entità del debito pubblico, rapporto deficit/PIL) non sono sufficienti e se ne introducono altri per tirar fuori la sostanza degli equilibri finanziari e patrimoniali di ogni nazione. Da questi nuovi calcoli escono fuori non poche sorprese. La più vicina al nostro interesse è che l’Italia non sta messa tanto male. Perché?

I nuovi parametri guardano al debito pubblico in mani estere, al rapporto fra debito pubblico totale e ricchezza finanziaria delle famiglie e a quello che comprende anche la ricchezza immobiliare, alla consistenza dei debiti delle famiglie, alla ricchezza media delle famiglie e al bilancio primario (entrate correnti meno spese correnti interessi esclusi).

Secondo questi nuovi parametri l’Italia risulta essere più vicina alla Francia e alla Germania che alla Grecia e all’Irlanda. Ovviamente ha un debito pubblico che ora si avvicina al 120% del PIL mentre, negli anni della virtù quando entrammo nell’euro, era molto più basso.

Dire, come fanno gli economisti che valutano i nuovi parametri, che l’entità che conta non è l’ammontare dal debito pubblico bensì il totale pubblico+privato e che non preoccupa la quota di debito pubblico collocata all’estero (quella che può essere manovrata dagli speculatori) perché la ricchezza finanziaria delle famiglie sarebbe di gran lunga superiore, equivale a dire che tutti gli italiani garantiscono con i loro risparmi e le loro case il debito pubblico dello Stato.
Formalmente e teoricamente corretto, disastroso se preso sul serio.

Ciò che preoccupa dell’Italia sta in altri valori numerici e poi nella constatazione di fatto di come si vive nel nostro Paese.

Un valore numerico è quello della spesa pubblica che è cresciuta del 45% dal 2000 al 2009 (dati Banca d’Italia) e questo a fronte di un incremento dei prezzi di molto inferiore alla metà. Si potrebbe dire: è l’effetto della crisi che ha richiesto un maggiore impegno degli Stati.
No, perché nel 2003 l’aumento della spesa pubblica è stato del 9% e non c’era nessuna crisi. E nel 2006 è stato del 5,34% e la crisi doveva ancora iniziare.

Ma di che tipo di spesa si trattava? A parte le varie prime pietre del Ponte sullo stretto e di simili opere che pure hanno avuto il loro peso (anche perché sono soldi regalati ad affaristi e speculatori e non producono sviluppo economico), si è trattato di un grosso aumento per l’acquisto di beni e servizi (+59%) proprio la voce che rientra maggiormente nel controllo esercitato dalla politica.

Un altro numero che guida alla comprensione è quello dell’evasione fiscale che il Centro studi di Confindustria ha recentemente quantificato in circa 120 miliardi di euro.

L’ultimo numero è quello che indica la crescita dell’economia cioè del PIL che vale quello che vale dato che non dice se il Paese sta bene oppure no, però è pur sempre un indicatore. Ebbene la crescita del PIL ci dice che l’Italia è indietro rispetto agli altri Paesi europei con economie dello stesso livello. Perché? Forse perché l’Italia non ha un’amministrazione pubblica efficiente ed impermeabile alla corruzione come quelle della Francia e della Germania? O forse perché non si è riusciti a praticare politiche dedicate alla ricerca e all’innovazione sulla base di un sistema formativo efficace? O ancora, forse perché la spesa pubblica improduttiva unita alla corruzione dilagante più volte denunciata dalla Corte dei Conti (quantificata in decine di miliardi di euro) e alle azioni delle cricche di malfattori dediti a rubare il denaro pubblico che hanno agito indisturbate per anni all’ombra di importanti settori delle istituzioni (vedi scandali della Protezione civile e il giro di affari legato all’emergenza rifiuti in Campania fino alla recente truffa dei pezzi  di ricambio per le metro di Roma) ha messo in ginocchio la capacità della spesa pubblica di produrre risultati utili generando un diffuso disinteresse per la cura dei beni comuni?

Sì pare proprio che queste siano le ragioni tutte riconducibili al male che corrode l’Italia che si chiama uso privato dei beni comuni e delle istituzioni e trasformazione della politica nel regno degli affaristi e dei banditi all’assalto del denaro pubblico. Basta un esempio.

Se fosse vero che Berlusconi, come capo del Governo, abbia “costretto” l’ENI a fare scelte di approvvigionamento del gas nell’interesse di Putin, facendo così pagare un sovrapprezzo a tutti gli italiani per mettersi in tasca una gigantesca tangente (pagata all’estero e transitata su una delle numerose società offshore nella disponibilità del Presidente del Consiglio come risulta da tante indagini dei magistrati).

Se fosse vero ciò cui alludono i documenti riservati dei diplomatici USA resi noti da Wikileaks allora ci troveremmo all’apoteosi della trasformazione del sistema di governo italiano, quella famosa Costituzione materiale cui si richiamano sempre i politici che vogliono superare quella scritta: avremmo finalmente istituzionalizzato lo Stato mafioso dominato dai banditi che rubano avendo conquistato le istituzioni e facendo le leggi nel loro unico interesse. Se fosse vero ciò a ben poco servirebbero le “punzecchiature di spillo” di una magistratura delegittimata e di una giustizia azzoppata a cui sono stati tolti i mezzi per funzionare.

Se questa fosse la verità dietro le ipocrisie e le finzioni tutti noi saremmo i sudditi genuflessi di un potere feudale costretti a chiedere mille raccomandazioni e favori per avere ciò che ci spetterebbe come diritto: la rimozione della spazzatura, un posto di lavoro, un letto in ospedale, una scuola pubblica decente.

Speriamo che non vada a finire così.

Claudio Lombardi

A proposito di canone RAI : commento a un articolo del Sole24ore (di Claudio Lombardi)

Un interessante articolo comparso sul Sole24ore nei giorni scorsi a firma di Orazio Carabini solleva un tema di cui si è discusso molto nel passato che oggi tornerà alla ribalta se si realizzerà quanto annunciato dal ministro delle attività produttive Paolo Romani in un’intervista al Corriere della sera.

Infatti, il Governo pensa di addebitare il canone RAI direttamente sulle bollette della luce e chi riuscirà a dimostrare di non possedere un televisore potrà farselo togliere, gli altri non potranno più evadere.

Carabini ricorda come la RAI abbia 16 milioni e 700mila abbonati che nel 2009 hanno versato nelle sue casse ben 1630milioni di euro. Tuttavia, essendo quasi 23 milioni le famiglie italiane (quasi tutte presumibilmente dotate di televisore), si può capire che l’evasione del canone è ampiamente praticata.

Carabini afferma che la “svolta” del ministro, pur essendo comprensibile, risulta odiosa perché impone l’obbligo di pagare una vera e propria tassa per l’uso di un apparecchio televisivo quando ci sono centinaia di canali che offrono programmi di tutti i tipi e che non ricevono nulla dal canone.

Nell’articolo si ricorda come, con il digitale terrestre, sarebbe possibile criptare i canali RAI e riservarne la visione ai soli abbonati esattamente come avviene con tutte le altre TV a pagamento. Però Carabini solleva una domanda: che ne sarebbe, in quel caso, degli oltre 11mila dipendenti della RAI, delle decine (pare oltre 70) direttori e vice con carica a vita anche se senza funzioni, ma dotati di stipendi molto elevati e benefit costosi come la macchina con autista?

C’è, però, il problema servizio pubblico in nome del quale si paga il canone che finanzia la RAI. Carabini risponde che questa obiezione vale sempre meno dato che le trasmissioni d’informazione e di cultura, se sono valide, si pagano da sole con la pubblicità. Aggiungiamo noi: restando ovviamente esclusi tutti i generi di intrattenimento che col servizio pubblico non hanno più nulla a che fare da decenni ormai, ma che continuano ad essere pagati anche con il canone, festival di Sanremo incluso.

L’articolo prosegue affermando che il canone è diventata una vera e propria tassa per mantenere la RAI così com’è, ovvero saldamente nelle mani dei partiti che se ne servono per fare la loro propaganda e che utilizzano il denaro del canone (più quello della pubblicità, ovviamente) per accontentare, al riparo da adeguati controlli, le loro clientele. D’altra parte, aggiungiamo noi, è uno dei luoghi comuni più conosciuti dagli italiani che la RAI, intesa come apparato, dal Direttore generale all’ultimo degli uscieri, sia sempre stata gestita con criteri partitici. Il che vuol dire che i posti di lavoro, gli stipendi e i privilegi sono stati gestiti senza trasparenza e in modo arbitrario nell’interesse dei gruppi politici prevalenti nonchè di amici e parenti vari.

Secondo Carabini, però, non c’è soluzione perché se si vende la RAI ai privati si rischia di consegnarla nelle mani di Berlusconi, se si toglie il canone la RAI è costretta a licenziare un bel po’ di persone e andrebbe a togliere risorse pubblicitarie a Mediaset perché, inevitabilmente, dovrebbe puntare ad incassare di più dalla pubblicità.

Conclude Carabini che, tutto sommato, non resta che tenersi il canone-tassa sperando che un giorno la RAI sarà gestita da dirigenti e da un consiglio di amministrazione che mirano ai risultati da raggiungere e non agli interessi dei padrini politici dai quali dipendono.

Che dire? Facciamola semplice: nell’era del digitale, del satellite e di internet non ha più alcun senso far pagare i cittadini per un servizio pubblico che si è tradotto in un’azienda di oltre 11mila dipendenti famosa per i privilegi, gli arbitri, gli sprechi e la mancanza di trasparenza con la quale è sempre stata gestita.

Sarebbe ora di dire la verità: il servizio pubblico dei radio e telegiornali è diventato un puro pretesto per far pagare ai cittadini una macchina del consenso e del clientelismo al servizio delle forze politiche che ne hanno il controllo e, quindi, innanzitutto, della maggioranza di governo.

Niente può giustificare la degenerazione della RAI gestita con criteri privatistici da gruppi e personaggi che rispondono a padrini politici o a cordate di potere e di affari, ma finanziata da 16 milioni e 700mila famiglie. Ben sapendo, ovviamente, che ci sono sempre stati in RAI tanti validi professionisti e tanti lavoratori onesti e leali. Peccato che abbiano sempre comandato gli altri.

Se ci sono forze politiche che hanno a cuore gli interessi della collettività abbiano il coraggio di attuare una semplice riforma: un canale di servizio pubblico (più la radio) pagato dallo Stato e dalla pubblicità che riesce a raccogliere; gli altri canali pagati solo dalla pubblicità e nessun privato che può possedere più di un canale televisivo.

Governo della nuova RAI affidato a un consiglio di amministrazione nominato con criteri simili a quelli delle Autorità, autonomo dal Governo e dal Parlamento la cui gestione sarebbe sottoposta alla vigilanza dell’Autorità per le comunicazioni e dell’Antitrust. Reclutamento del personale con procedure trasparenti e concorsuali, pubblicità dei bilanci e delle retribuzioni agganciate a parametri predeterminati, comitati di controllo dei rappresentanti dei cittadini con poteri di conoscere tutta la documentazione amministrativa e di provocare gli interventi delle Autorità di controllo.

Se non si fa questo che senso ha continuare a prendere in giro i cittadini con la favola del servizio pubblico dietro il quale si nascondono sia i tanti profittatori che la RAI ha allevato e foraggiato per decenni, sia le forze politiche abituate da sempre a trattare la RAI come loro proprietà privata ?

Claudio Lombardi

Consob e Autorità per l’energia: politica assente e problemi per il Paese (di Claudio Lombardi)

Nei giorni scorsi uno studio della Confartigianato ha messo a confronto i costi dell’energia elettrica in Italia con quelli praticati negli altri paesi europei e ciò che si è evidenziato non è stata una novità bensì la conferma di un dato già conosciuto: prezzi italiani ben sopra della media europea e elevata incidenza della componente fiscale.

Da più parti si invoca l’attribuzione della regolazione dei servizi idrici all’Autorità per l’energia e il gas perché si avverte una lacuna in un settore che riguarda un servizio essenziale per la vita delle persone e per le attività economiche. Tra l’altro dal 1° gennaio partirà (salvo auspicabili moratorie e ripensamenti dato il referendum sulla riforma che si dovrà svolgere il prossimo anno) l’attuazione delle norme sulle gare per i servizi locali e sulla riduzione delle partecipazioni pubbliche con ingresso obbligatorio di imprenditori privati.

Su un altro versante il mercato finanziario e borsistico è causa di grande preoccupazione per milioni di piccoli risparmiatori che già hanno pagato a caro prezzo la crisi scatenata dagli speculatori e che oggi sono preoccupati per quanto accade ogni giorno in una Borsa che riflette l’andamento dell’economia con la prevalenza, quindi, del segno meno. In questa situazione si avverte maggiormente l’esigenza di una affidabile e autorevole attività di controllo che, nel nostro ordinamento, è affidata alla Consob.

Purtroppo sia l’Autorità per l’energia che la Consob non preoccupano molto il Governo che, distratto da ben altri problemi (quali?), non si è accorto che manca il Presidente della Consob dal 1° luglio di quest’anno (più un altro membro dei cinque previsti dalla legge) e che il prossimo 14 dicembre decadranno i due membri superstiti dell’Autorità per l’energia. Erano tre, poi una legge del 2004 ha stabilito che dovessero essere cinque, ma non ci si è mai arrivati essendo rimasti, da allora, soltanto in due. Nessun problema, però, per il Governo cui spetta di proporre i componenti e che, finora, ha lasciato correre disinteressandosi ad una questione così “marginale”. Tanto, si sa, l’energia non è un problema serio per l’Italia e nemmeno il controllo e la disciplina dei mercati finanziari con milioni di piccoli risparmiatori coinvolti lo è; quindi, le nomine, si possono anche rimandare. E poi le Autorità funzionano lo stesso, qualcuno potrebbe dire. Ovvio, come un aereo che ha due motori, ma va avanti con uno solo; finché funziona mica precipita. Evidentemente ci sono problemi ben più seri che occupano i nostri uomini di Governo; per sapere quali basta scorrere le prime pagine dei giornali…

Però non tutti la pensano così e, infatti, da quello che si legge sui giornali gli imprenditori e gli artigiani, attraverso le loro organizzazioni di categoria, accusano il Governo di non fare abbastanza per contrastare la crisi economica che dura ormai da tre anni.

La stessa accusa viene dai sindacati dei lavoratori che denunciano l’assenza di provvedimenti che aiutino a non perdere il lavoro o a trovarne un altro. Insomma da tutte le parti il Governo viene accusato di non fare abbastanza per l’economia e per i lavoratori.

Allora perché il Governo è tanto occupato da non riuscire a garantire le condizioni ottimali per il funzionamento di Autorità indispensabili per la regolazione di settori cruciali per la vita economica, per i problemi delle aziende e per la tutela degli interessi dei cittadini?

Come mai tanto menefreghismo in un Paese che avrebbe bisogno di decisioni rapide e incisive e, magari, anche di buoni esempi da parte della politica? Dobbiamo, forse, dare per scontato ed accettare che i politici siano sempre troppo occupati nella lotta per il potere? Purtroppo ci hanno fatto credere che questa è la loro funzione e tanti non si scandalizzano nell’assistere alla quotidiana guerra verbale e a comportamenti reali di alcuni che sono semplicemente indecenti.

Noi siamo convinti che non è questo il ruolo della politica e che i politici dovrebbero occuparsi dell’interesse generale e degli affari pubblici non di quelli loro. Inoltre, nel caso delle nomine Consob e Autorità per l’energia, la questione è ancora più scandalosa, perché i posti in questione corrispondono a ruoli tecnici e di alta amministrazione, ad organismi che non dovrebbero essere coinvolti nel mercato dei politicanti. Qualcuno nel Governo lo capisce o dobbiamo pensare che la degenerazione è diventata irreparabile? Perché il Presidente del Consiglio non porta in Consiglio dei ministri le proposte per le nomine Consob e AEEG? Non ci si rende conto che questi ritardi rischiano di creare disordine e instabilità in settori importanti e delicati per l’economia e per tutti i cittadini? È troppo chiedere che i politici tutti e chi ha responsabilità di Governo, in particolare, adempiano ai loro compiti con cura e responsabilità? Speriamo che gli elettori, quando saranno chiamati a dare il loro voto, si ricordino di questo modo di governare che non è né di destra né di sinistra: è solo quello di chi non ha capito cosa vuol dire governare un Paese che dovrebbe stare nella parte più avanzata dell’Europa.

Claudio Lombardi

Con la partecipazione i servizi funzionano meglio: ancora sul comma 461 (di Claudio Lombardi)

Di questi tempi altre sono le notizie che vengono poste all’attenzione dell’opinione pubblica e giustamente perché si riferiscono a fatti e processi che chiamano in causa il futuro dell’Italia, i problemi e l’evoluzione del sistema democratico che la dovrebbe governare, la difficile strada di uno sviluppo economico e civile che migliori la vita di chi vive e lavora nel nostro Paese.

Ci sono, però, notizie di minor impatto che funzionano da indicatori di storie diverse che possiedono potenzialità positive tutte da esprimere e si basano su valori indispensabili per imboccare strade diverse da quelle sin qui percorse, ma non trovano spazio per emergere. Il tema è quello dei servizi pubblici locali, del loro sviluppo e del loro miglioramento. Ed è anche quello della partecipazione dei cittadini cui sono destinati questi servizi e che, da semplici utilizzatori, possono diventare attori protagonisti ed integrare l’opera di governo delle istituzioni locali.

Che la partecipazione faccia bene ai servizi dovrebbe essere evidente e logico dato che questi esistono per soddisfare le esigenze dei cittadini, sono da essi pagati (tariffe ed erogazioni pubbliche) e non possono che trarre giovamento dal ricevere le attenzioni della collettività. Perché di questo si tratta: delle collettività locali (l’insieme delle persone che risiedono in un territorio) che si prendono cura dei servizi pubblici. E come possono farlo se non facendo sentire la loro voce per dire se il servizio funziona ed è efficace, se è gestito bene e raggiunge gli scopi per i quali è stato messo in piedi? In effetti nessuna indagine di customer satisfaction e nessun sondaggio possono essere più efficaci di migliaia di occhi che guardano, di migliaia di menti che osservano e ragionano ed esprimono la loro idea di come dovrebbero andare le cose.

Il contrario, cioè il disinteresse e la trascuratezza che scarica sempre su altri la responsabilità quando le cose non funzionano, lo conosciamo fin troppo bene e ha già prodotto guai immensi per il Paese.

Ben venga dunque un passo avanti nell’attuazione del comma 461 della legge 244 del 2007 che disciplina la partecipazione dei cittadini e delle loro associazioni al governo, al controllo e al miglioramento dei servizi.

Approvata nel dicembre del 2007, questa norma dalla portata “rivoluzionaria” non è stata finora applicata. Soltanto alcuni protocolli di intesa fra enti locali ed associazioni dei cittadini hanno sancito l’intenzione di applicarla; anche una regione, la Puglia, si è aggiunta ai bene intenzionati e un’altra, il Piemonte, ne ha deliberato l’estensione ai servizi regionali. Ma di realizzazione concrete ancora nessuna notizia.

Adesso il Protocollo fra numerose associazioni di consumatori e la confederazione delle aziende dei servizi locali (Confservizi) firmato nei giorni scorsi spinge in avanti la possibilità che il comma 461 non resti lettera morta.

Va dato atto a chi ha voluto il Protocollo di aver messo un punto fermo sulla strada del rafforzamento di un settore importante sia per il suo peso economico che per gli effetti sulla coesione sociale e sulla qualità della vita. Anche la credibilità delle istituzioni locali è chiamata in causa dal funzionamento dei servizi e la partecipazione dei cittadini non può che essere considerata come un’istituzione, informale e “immateriale” sì, ma molto concreta per il valore e per l’effetto che può avere.

Vale la pena riportare alcune parti del Protocollo e valutarle con attenzione.

Nella premessa si auspica “un nuovo assetto dei servizi pubblici locali fondato sulla concorrenza nella regolazione, sull’utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche” mantenendo però l’universalità dei servizi e incrementando la qualità delle prestazioni.

Si precisa poi che nel comma 461 “confluiscono e s’intrecciano” qualità dei servizi, qualità della spesa pubblica, efficienza della pubblica amministrazione, contenimento dei costi a carico dei cittadini. Nel Protocollo vengono poi decisi un percorso che guidi verso l’attuazione del comma 461 ed azioni concrete per costruire le condizioni giuste a partire dal coinvolgimento delle rappresentanze nazionali degli enti locali e da attività di informazione e formazione.

Tutto corretto e sacrosanto, ma non basta. Ciò che si può osservare è che il Protocollo va considerato solo l’avvio di un lavoro che dovrà necessariamente tradursi in iniziative locali di realizzazione del nuovo sistema di governo e di controllo. Sarà decisivo, perciò, che le amministrazioni dei comuni, delle province, dei consorzi, ma anche delle regioni (investite a partire dal 2011 di nuove competenze nella gestione delle acque e dei rifiuti) assumano la decisione di avviare l’attuazione delle norme. Ma non basterà. Perché non si tratta solo di applicazione di norme, bensì di suscitare e costruire una partecipazione di cittadini competenti e informati che è parte essenziale del comma 461. Anzi, è questa la parte veramente innovativa che contraddistingue il comma 461 e quella che rappresenta la vera intenzione del Legislatore. Se non si affermasse e se non venisse messa al centro non cambierebbe niente rispetto ad oggi.

Ecco perché un Protocollo non basta ed ecco perché il compito più difficile spetta alle associazioni dei cittadini che sono sì chiamate ad essere partner delle amministrazioni e delle aziende locali, ma soprattutto ad essere la voce e l’intelligenza collettiva degli abitanti del territorio. Qui bisogna che quanto sancito in Costituzione (lo Stato e tutte le sue espressioni territoriali favoriscono l’iniziativa autonoma dei cittadini per la cura degli interessi generali, art. 118) si realizzi senza incontrare ostacoli e che il “favoriscono” sia sentito come un obbligo di politica istituzionale per chi rappresenta e dirige enti locali e regioni.

Alle associazioni dei cittadini spetta di essere consapevoli dei propri limiti e di avviare una grande campagna di informazione e di coinvolgimento dei cittadini aprendosi e sollecitando la loro partecipazione senza la quale il nuovo sistema non si potrà realizzare. Sarebbe una bella cosa se le associazioni firmatarie del Protocollo convocassero assemblee popolari e se si formassero comitati esecutivi di cittadini che si prendessero cura dell’attuazione del comma 461, magari rinunciando ognuna alla cura del proprio punto di vista particolare. Magari ne potrebbe derivare un fenomeno nuovo nel panorama dei movimenti e della democrazia italiana: quello dei cittadini che si fanno Stato e che trovano un terreno di incontro comune nel riconoscimento e nella cura degli interessi generali.

Claudio Lombardi

Caso Ruby-Berlusconi: via dallo Stato di diritto, un passo verso il medioevo (di Claudio Lombardi)

Tre fatti:

  • festini a sfondo sessuale con decine di donne, pagate e no, nelle residenze del capo del Governo;
  • partecipazione accertata di una minorenne “raccolta dalla strada” ( viveva di espedienti ed era scappata dalla famiglia e dalla comunità alla quale era stata affidata) ai festini, compensata per la sua presenza con denaro contante e gioielli a somiglianza di quanto avviene nei rapporti di prostituzione;
  • intervento diretto del Presidente del Consiglio sulla Questura di Milano per imporre il rilascio della stessa ragazza fermata senza documenti, con molto denaro in suo possesso e accusata di furto; intervento basato sulla menzogna avendo Berlusconi informato il Capo di Gabinetto che si trattava di una parente del Capo dello Stato egiziano Hosni Mubarak; intervento che ha indotto la polizia a mentire al magistrato che doveva disporre dell’affidamento della ragazza e a nascondere la sua vera identità che, nel frattempo, era stata accertata.

Tre fatti che bastano e avanzano per uscire fuori dal quadro di uno Stato nel quale prevalgono le leggi disciplinate da un sistema di regole costituzionali e per entrare in una situazione nella quale l’arbitrio del potere è la sola regola e la sola legge.

Ciò che ha segnato la nascita dello Stato moderno è proprio il passaggio da una concezione patrimoniale nella quale lo Stato come soggetto autonomo non esisteva al di là del patrimonio del sovrano ad una nella quale è l’accordo sulla legge (da quella suprema a quelle ordinarie) ad essere il fondamento del potere che vive nella legge e per gli scopi che queste definiscono attraverso la partecipazione di un numero crescente di componenti della società che si esprime nella politica e si riflette nelle istituzioni.

È la soggettività dello Stato ed è questa prevalenza del patto che si accetti la superiorità delle regole e del diritto che costituisce la base sulla quale si fondano i diritti delle persone che, altrimenti, sarebbero nelle mani del sovrano.

Il passaggio cui stiamo assistendo in Italia è, incredibilmente, questo o, perlomeno, va in questa direzione. Forse persino senza che i protagonisti lo vogliano e lo comprendano veramente, lo Stato è caduto nelle mani di un vertice politico che esprime un’antica cultura proprietaria che risale al medioevo dietro la quale si nasconde il massimo dell’insicurezza e del disordine per i cittadini comuni.

Come possono i cittadini continuare a fidarsi di un Governo diretto da un uomo che usa il suo potere – il potere che la Costituzione attribuisce ad una istituzione per assolvere alla suprema funzione di guidare il Governo dell’Italia – per evitare ad una sbandata che ha partecipato ai suoi festini di rispondere dei reati di cui è accusata, di dichiarare la sua vera identità, di sfuggire alla legge? È persino banale rispondere che quest’uomo non dovrebbe godere di alcuna fiducia perché non ha alcuna scusante per il suo comportamento irresponsabile ed eversivo dell’ordine costituzionale. Un uomo che si prende gioco degli apparati dello Stato affermando il falso e pretendendo su questa base che non si applichi la legge, ma la sua volontà personale.

È, inoltre, appena il caso di aggiungere che si tratta dello stesso uomo di “Stato” che da 15 anni tenta in ogni modo di sfuggire ai giudici per i reati comuni di cui è accusato.

Il problema, in effetti, non sta tanto in Berlusconi. Sta nelle persone che ancora credono in lui e in quelli che diventano suoi complici ben sapendo che lo fanno per difendere i propri interessi privati e non l’interesse generale.

Se ne parliamo è perché, ormai, la contesa non riguarda più opposte visioni politiche (destra, sinistra, centro e tute le possibili varianti), ma due concezioni dello Stato: una costituzionale e una proprietaria. In quest’ultima tutto è concesso a chi ha conquistato il potere compreso disporre del denaro pubblico a suo piacimento, violare le leggi e piegare ai suoi voleri le istituzioni e gli apparati dello Stato.

È esattamente ciò che si è rivelato nella vicenda Ruby-Berlusconi con l’aggravante dell’abiezione morale di chi più volte si è eretto a rappresentante della morale e dei valori tradizionali e, puntualmente, li ha calpestati sporcandoli con i suoi comportamenti.

A questo punto c’è solo da sperare che prevalga la voglia degli italiani di non vivere in una giungla dove vale la legge del più forte, dove comandano i malavitosi che conquistano le istituzioni democratiche e le usano per trasformare i cittadini in sudditi, dove i metodi mafiosi e camorristici si sono fatti Stato.

In questa giungla nessun diritto può sopravvivere e nessuna sicurezza può esistere per le persone oneste.

Occorre una rivoluzione civica che metta ai margini i disonesti e gli affaristi che hanno conquistato posti di potere in questi decenni, che li chiami a rispondere delle loro responsabilità e che affermi una nuova cultura dello Stato democratico.

L’unico modo è risvegliarsi dal lungo sonno e tornare alla politica che è fatta di cura dell’interesse della collettività e di strategie per lo sviluppo della società e per la convivenza civile.

Claudio Lombardi

La guerra dei rifiuti nel sud e il fallimento della politica (di Claudio Lombardi)

Si può chiamare emergenza una situazione che dura da più di 16 anni? Chiunque risponderebbe di no e sottoscriverebbe la dichiarazione di fallimento di tutti i poteri che potevano e dovevano decidere e amministrare la gestione dei rifiuti in Campania e che non sono stati capaci di risolvere il problema. O che non hanno voluto risolverla.

In realtà, ormai l’hanno capito tutti, l’emergenza rifiuti è stata il pretesto per un enorme e sistematico saccheggio di risorse pubbliche. Su queste si è costituito o consolidato un blocco di interessi che hanno tenuto insieme interessi politici, aziendali e camorristici. Il dato che caratterizza questa vicenda è che in questo blocco di potere ci sono entrati anche parte dei lavoratori che hanno ottenuto un posto di lavoro molto spesso senza dover effettivamente lavorare e parte della popolazione che è stata costretta ad accettare la legge malavitosa della camorra e dei politici corrotti e che ha finito per aderire al contropotere antistato che si è insediato in molte zone della Campania. Questo è il “capolavoro” che è stato realizzato a Napoli e dintorni.

Che il controllo del territorio non ce l’abbia lo Stato appare evidente da ciò che sta accadendo (e che è già accaduto negli anni precedenti in altre località) a Terzigno. La miscela esplosiva di scelte tanto emergenziali quanto scientificamente preparate da decenni di incuria e di ruberie ha prodotto l’esplosione della collera popolare a capo della quale si è messa la delinquenza che, da quelle parti, non può esistere senza il consenso della camorra.

Scientifica preparazione del fallimento della gestione dei rifiuti. Questa è la definizione più adatta per una situazione che non è una calamità naturale, ma il prodotto di scelte sciagurate contro l’interesse generale che sono state effettuate nel più assoluto disinteresse di tutto ciò che rappresenta il bene comune. Non si vuole dire che tutti i politici sono uguali, però, ciò che conta, è che quelli che hanno prevalso senza incontrare una valida resistenza sono i peggiori ed è difficile separarli dal mondo della delinquenza che rapina le risorse pubbliche e i beni comuni. Poi ci sono stati gli incapaci, quelli deboli perché non sostenuti dall’opinione pubblica e quelli onesti e combattivi come il sindaco Vassallo che è stato eliminato dalla camorra.

Oggi si è alla disperata ricerca di una cava perché per anni non si è voluto costruire un sistema di raccolta differenziata e di trattamento dei rifiuti. Si è puntato tutto sulle discariche, sugli inceneritori (e ne funziona solo uno), sulla finzione delle eco balle avendo come obiettivo il controllo e il dirottamento dei finanziamenti verso aziende e gruppi che hanno prosperato sulla spazzatura: più ce n’era per le strade e più saliva l’allarme per l’inquinamento più loro rapinavano il denaro dello Stato in nome dell’emergenza.

Di nuovo, come due anni fa, assistiamo alle sceneggiate del Governo che “decide”, che risolve in dieci giorni ciò che non è stato risolto in 16 anni. Adesso, però, sono di più quelli che capiscono quanto cinismo ci sia dietro questi annunci. Purtroppo l’interrogativo “come se ne esce” è sulle bocche di tutti e non esiste soluzione se non si impone una netta inversione di rotta a partire dalla rinascita della politica sequestrata dai malavitosi e dagli affaristi e dal coinvolgimento dei cittadini ai quali occorre restituire un potere pubblico che non sia lo specchio della debolezza, della corruzione e della soggezione agli interessi criminali.

Dire che la partecipazione dei cittadini e la loro educazione all’esercizio dei diritti democratici ( che vanno ben oltre il voto), è una delle chiavi per risolvere la gestione dei rifiuti così come lo è per affrontare qualunque altro problema di gestione dei servizi pubblici e dei beni comuni sembra scontato. Ma è la pura, semplice, evidente verità.

Quello che non vogliono assolutamente i politici corrotti e i delinquenti che controllano il territorio è che i cittadini decidano come parte di una collettività unita su valori comuni e che sa riconoscere l’interesse generale come cosa distinta dall’interesse personale di ognuno eppure con questo strettamente intrecciato. Non vogliono che ci sia una politica che unisca le persone e migliori la dimensione pubblica. Vogliono solo essere i padroni di quei territori e i padroni delle persone che ci abitano con diritto di vita e di morte su chi non accetta questo potere e anche su chi subisce le conseguenze della devastazione dell’ambiente e delle scorribande e scontri a fuoco delle bande armate. E non vogliono che nessuno controlli i loro affari.

La trasparenza e la partecipazione costituiscono il miglior deterrente per le opacità che hanno accompagnato tutta la gestione dei rifiuti in Campania. Si legge sui giornali che ci sarebbero discariche non utilizzate e che gli impianti di trattamento e selezione dei rifiuti non sono utilizzati oppure vengono sabotati dagli stessi addetti al servizio così come la raccolta differenziata sarebbe osteggiata da una parte dei lavoratori. Sciogliere questo intreccio di interessi è molto difficile senza un’estrema determinazione di imporre la legge basandola sul buon esempio dei responsabili e dei vertici istituzionali e sul coinvolgimento degli abitanti.

Se non si parte da qui non si risolve il problema e non c’è futuro per Napoli e la Campania.

Claudio Lombardi

Due notizie: Lodo Alfano e corruzione. Un fatto: i soldi sono finiti. L’Italia bloccata (di Claudio Lombardi)

Ogni giorno porta le sue novità. Oggi sono negative. La commissione giustizia del Senato, sensibile ai problemi degli italiani e alle loro richieste pressanti, ha deciso che ”i processi nei confronti del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, anche relativi a fatti antecedenti l’assunzione della carica, possono essere sospesi con deliberazione parlamentare”. Questo nell’ambito del cosiddetto “Lodo Alfano” cioè del disegno di legge costituzionale che dispone la sospensione dei processi per i massimi vertici delle istituzioni. Siamo nel 2010 e, nel corso di più di 60 anni di vita della Repubblica, nessuno aveva mai sentito il bisogno di una norma così sfacciatamente dalla parte di chi ha qualcosa da temere perché ha grossi guai con la giustizia. Certo, prima c’era l’immunità parlamentare, che proteggeva i membri del Parlamento. E di quella si abusò a tal punto che dovette essere cancellata. Però è anche vero che mai l’Italia ha avuto un capo del Governo imputato o indagato, nel corso degli anni, per reati comuni che vanno dalla frode fiscale, all’appropriazione indebita, alla corruzione di magistrati e di ufficiali della Guardia di finanza, alla corruzione di testimoni ecc ecc. e che conduce da anni una sua guerra personale contro la magistratura inseguendo la sua personale immunità.

Non spetta a noi giudicare se Berlusconi sia entrato in politica per salvare se’ stesso dai processi e per accrescere i suoi guadagni o per assolvere una missione nell’interesse del Paese. I fatti dicono che quest’ultima non sembra essere stata la motivazione principale visto che i problemi degli italiani sono lontani anni luce da quelli di Silvio Berlusconi e che di questi il nostro Presidente del Consiglio si occupa molto poco tutto preso come è dai problemi che ha con la giustizia e dalla cura dei suoi affari economici. In effetti oggi è più ricco che mai e più che mai presente nelle cronache per i reati nei quali sarebbe implicato. Sta di fatto che da troppo tempo abbiamo un capo del Governo che passa il suo tempo ad aggredire la magistratura, che pretende dal Parlamento leggi sempre più astruse per la sua sicurezza personale e che è più famoso per le barzellette e per le avventure con ragazze di tutti i tipi che per il suo impegno nel guidare il Paese. Sicuramente si tratta di una situazione che ci allontana dai paesi più evoluti e ci avvicina ai sistemi fondati sul dispotismo di un capo che fa della sua volontà la legge suprema.

Da anni Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare sono ossessionati dal tema giustizia. Ma cosa hanno fatto finora? Niente per gli italiani; tutto il possibile per i processi di uno solo. Questo è un fatto dato che l’Italia è stata collocata da una statistica della Banca Mondiale al 155° posto su 178 per l’affidabilità della giustizia civile. Cioè quasi all’ultimo posto su 178 nazioni! E cosa c’è di più distruttivo per la convivenza civile e per le attività economiche di una giustizia civile inesistente? Questa è una vera emergenza, ma il Governo di questo non si occupa perché il tema urgente è sempre ottenere l’immunità per Silvio Berlusconi.

L’altra notizia è che il nuovo Presidente della Corte dei Conti ha denunciato l’invasività della corruzione e la dissipazione delle risorse pubbliche che questa determina. Veramente non è una novità perché sono anni che regolarmente proviene questa denuncia dai vertici della Corte dei Conti e sono anni che la corruzione ruba denaro allo Stato. Qualcuno si ricorda dello scandalo Protezione civile e delle collusioni con affaristi e faccendieri? Ed è lecito mettere in relazione quelle ruberie con la scarsità di risorse che affligge gli interventi dello Stato nell’istruzione e nei servizi? Sembra proprio di sì perché non sono mondi separati: sempre di Italia si parla e di soldi degli italiani.

La nuova finanziaria, che adesso si chiama legge di stabilità, sembra confermare tutti i tagli della manovra di luglio e la risposta del ministro dell’economia è sempre la stessa: i soldi non ci sono.
Si tratta di una constatazione e non serve scaricare le responsabilità sulla cosiddetta prima Repubblica perché il debito è aumentato anche in questi ultimi anni e così la spesa corrente.

Ciò che colpisce, però, è che, a fronte di questo fiume di denaro, non si vedono i risultati. Le scuole cadono a pezzi come denuncia ogni anno Cittadinanzattiva con il suo rapporto sulla sicurezza scolastica, la polizia deve ridurre le sue attività di prevenzione e controllo del territorio, le opere pubbliche, piccole e necessarie, si rinviano sempre (tranne il Ponte sullo Stretto magnificamente superfluo oggi e qui in Italia), di riduzione della pressione fiscale e del costo fiscale e contributivo del lavoro non se ne parla nemmeno, l’inefficienza dei servizi in ampie zone del Paese è impressionante (in Sicilia il problema è ancora avere l’acqua tutti i giorni e in tutte le case!). È ovvio domandarsi dove sono andati i soldi e che gente è quella che li amministra.

Non solo, bisogna anche domandarsi perché non si va a prendere i soldi da chi ne ha di più, invece di inventare scudi e condoni che servono per premiare i furbi e i disonesti.

E bisogna domandarsi cosa vuole fare e dove vuole andare chi ha avuto il voto per governare e sembra vagare nel nulla delle polemiche e degli scandali.

Lo stato dell’Italia preoccupa per l’evidente incapacità dello Stato di far funzionare la società. Si sommano troppe crisi: crisi della convivenza civile che porta all’individualismo aggressivo; crisi del lavoro che si trova solo quando è sottopagato e senza diritti; crisi dei servizi essenziali alla vita della società (istruzione, assistenza e sanità, giustizia, tutela dell’ambiente e mobilità); crisi della capacità di sostenere le attività economiche all’interno e all’esterno; crisi della democrazia sempre più inquinata dalla corruzione e dalla criminalità organizzata.

Come se ne esce? La base per ripartire è in una nuova politica che rinnovi il sistema delle decisioni, delle loro applicazioni e dei controlli. E il motore sta nella partecipazione dei cittadini.

Claudio Lombardi

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