Tagli ai servizi locali? Sacrifici per la crisi? e per i derivati chi paga? (di Claudio Lombardi)

Il male oscuro dei derivati si aggira negli scenari della vita e delle attività degli enti locali e delle regioni dei prossimi anni. O decenni, addirittura. Eh sì perché nel gran parlare che si fa di federalismo fiscale, di costi standard, di tagli alle finanze degli enti locali e delle regioni e di assoluta necessità di frenare la deriva del debito pubblico poco ci si ricorda di due linee di ragionamento: la prima è quella che non accetta di vivere alla giornata e, quindi, di stupirsi se i conti dello Stato vanno male perché non è cosa che si è verificata dall’oggi al domani e i responsabili delle scelte sbagliate del passato, recente e remoto, dovrebbero almeno dirlo che si sono sbagliati; la seconda è che, fra le scelte sbagliate, ci sono anche quelle di stipulare i contratti derivati con le banche. Simili a scommesse questi contratti consistono in uno scambio di ipotesi di tassi di interessi fra banca e acquirente che dovrebbe produrre, apparentemente, una situazione di equilibrio fra le due parti e di rischi condivisi. In realtà, come molti analisti si sono preoccupati di dimostrare, questo equilibrio non c’è mai e la banca o intermediario che stipula il contratto riesce a riservare per sé un rischio molto minore di quello che si accolla l’altra parte, di solito un privato che vuole coprirsi dal rischio dell’aumento dei tassi o un ente pubblico che ha bisogno subito di denaro e che non vuole pagare alti tassi di interesse.

Che la cosa sia una mina vagante lo attesta adesso la Banca d’Italia che in una valutazione sulla situazione dei contratti derivati stipulati da privati e da enti pubblici italiani ha evidenziato che il valore del debito potenziale è salito dai circa 48 miliardi di euro dell’ultimo trimestre 2009 agli oltre 57 miliardi del primo trimestre 2010. In pratica chi volesse o dovesse disfarsi di questo contratto oggi pagherebbe una cifra molto più elevata di quella che avrebbe dovuto pagare nel 2009. Senza aver ricevuto nulla in cambio, ovviamente, soltanto per aver perso quella specie di scommessa che sono i derivati.

Banca d’Italia stima che la perdita potenziale per le amministrazioni pubbliche ammonti a 2,5 miliardi di euro, ma resta il dubbio, richiamato dagli analisti, che la perdita effettiva sia ben maggiore con la copertura di gestioni fuori bilancio o di altri meccanismi che occulterebbero un aggravio per i bilanci pubblici nettamente superiore. Anche se fossero “solo” 2,5 miliardi, però, già sarebbero troppi per le finanze locali.

Il fatto è che sembra che i derivati stipulati con le banche non risentano della discesa dei tassi di interesse e che il recupero delle perdite sia sempre molto più lento delle perdite stesse. Gli analisti parlano dell’effetto delle commissioni occulte caricate su questi contratti e di altri meccanismi che gravano sempre sugli stipulanti e non sulle banche. Ma che strano!

Che dire? È banale chiedere che sia fatta piena luce sulle disastrose scelte di centinaia di amministrazioni locali che adesso e per gli anni a venire saranno pagate a caro prezzo dai cittadini in termini di tasse e di tagli ai servizi? I responsabili potrebbero almeno avere la decenza di ammettere di aver sbagliato o la cosa rientra fra i segreti inconfessabili che troppi politici non vogliono rivelare?

A Roma, per esempio, c’è una richiesta di accesso agli atti ad opera di un’associazione di cittadini che vorrebbe conoscere il contenuto esatto dei contratti derivati nei quali è impegnato il comune. Purtroppo la richiesta non ha avuto esito positivo e l’associazione “Antigene” ha presentato un’esposto alla Procura della Repubblica ipotizzando il reato di truffa. E per questo è bastata la lettura della Relazione della Sezione Regionale per il Lazio della  Corte dei Conti    sul “ Controllo sulla gestione finanziaria del Comune di Roma per gli esercizi 2004 – 2007, con proiezione all’esercizio 2008 “- Parte  IV Contratti Derivati.

Tutto si basa, infatti, sulle informazioni contenute nella relazione della Corte dei Conti nella quale emerge la valutazione di rischi di esposizione per il Comune sul pagamento di flussi finanziari crescenti e senza alcun limite su “vere e proprie scommesse  allestite  sui bilanci pubblici”. Alla  Corte Dei Conti, in sintesi, “non pare che la complessa gestione delle operazioni di finanza derivata poste in essere dal Comune abbia rispettato gli obiettivi fissati dalla legge di riduzione del costo finale del debito e di riduzione dell’esposizione ai rischi di mercato”.

In pratica poco si sa sui vincoli contrattuali che tengono legato il Comune fino al 2050 e che potrebbero esporlo al pagamento di interessi altissimi mentre sembra mancare una specifica iniziativa  delle forze politiche di maggioranza e di opposizione in consiglio comunale per far luce su una simile situazione.

Che si tratti di una situazione piena di rischi sulla vita dei romani è evidente perché sicuramente i debiti e le perdite ricadranno sui bilanci comunali e qualcuno dovrà pagare il conto. E chi sarà? Ovviamente i contribuenti ignari della spericolatezza dei propri amministratori che tra, l’altro, possono cambiare ad ogni elezione. Ma i debiti restano. Per ora sembra che solo l’associazione Antigene e la Rete Romana del Mutuo Soccorso abbiano preso a cuore la cosa e si stiano adoperando per far luce, ma è auspicabile che altri si uniscano a questo sforzo.

Sarebbe bello se i bilanci pubblici fossero trasparenti e se le scelte dei politici che dirigono gli enti locali fossero assunte alla luce del sole e spiegate ai cittadini. Perché se non possono essere spiegate e sono tenute nascoste è già un indizio di pericolosità che deve allarmare.

Ecco la lezione da trarre da questa vicenda: i politici non siano ipocriti e dicano la verità sui loro errori e sui motivi per i quali si fanno certe scelte e non altre. E non ci vengano a fare la predica per farci digerire scelte che non sono mai oggettive, ma, appunto, scelte fra opzioni differenti.

E poi, qualche volta, siano chiamati a rispondere per le responsabilità che si sono assunti.

Claudio Lombardi

Referendum sull’acqua 1.401.000 firme: cosa dicono i cittadini (di Claudio Lombardi)

Il Comitato promotore del referendum per l’acqua pubblica ha depositato in cassazione 1.401.000 firme. Già questo dato è un fatto politico che dovrebbe far riflettere. Un comitato composto da tante associazioni e organizzazioni della società civile è riuscito a raccogliere il maggior numero di adesioni mai raggiunto per un referendum. Come si spiega? Cercando di capire, dal punto di vista di chi ha firmato, con molti timori e con il desiderio di affermare qualche punto fermo.

Piuttosto facile capire quali sono i timori che hanno mosso tanti cittadini a mettere la loro firma.

Timore che la gestione dell’acqua cada in mani private. Timore che questa gestione sia improntata (giustamente trattandosi di imprese private) ad esigenze di profitto. Timore che, pur rimanendo un bene pubblico però del tutto dipendente dalla sua estrazione e dalla sua erogazione, la gestione finisca per diventare simile al possesso. Timore di dover dipendere dalle regole e dalle tariffe fissate da imprese private. Timore che i poteri pubblici non sappiano e non vogliano limitare quelli dei privati nella gestione dell’acqua. Timore che la corruzione diffusa tra i politici faccia pagare ai cittadini, più di quanto già possa accadere oggi, il prezzo della collusione con le imprese private. Timore che la qualità, essendo un costo, non sia curata dai privati meglio di quanto si faccia adesso. Timore che un sistema vitale per la vita delle persone e per tutte le attività che si svolgono in un territorio sfugga al controllo di autorità sottoposte al controllo dei cittadini.

Se questi sembrano i timori principali non è difficile capire quali possano essere i punti fermi.

Da troppi anni si parla di servizi pubblici solo per denunciarne i costi a carico delle finanze pubbliche. Dai servizi idrici alla scuola alla sanità ai trasporti è tutto un coro che lamenta inefficienze e sprechi. Che ci sono sia chiaro, insieme alle ruberie nelle quali si trova impigliato sempre qualche politico magari in combutta con dipendenti pubblici infedeli e imprenditori privati senza scrupoli. Il fatto è che la soluzione principale che viene indicata o, meglio, invocata, per finirla con questo andazzo è sempre la privatizzazione e l’affidamento al mercato. In secondo piano vengono gli strumenti della regolazione (Autorità di settore che fissino regole e tariffe). In ultimo la partecipazione dei cittadini e la trasparenza. Ovviamente non sono gli stessi quelli che indicano queste tre soluzioni: la maggior parte si limita alla prima, qualcuno ricorre alla seconda e ben pochi alla terza.

Sembra evidente che i cittadini abbiano voluto dire, con le loro firme, che sono stufi di sentire parlare di servizi pubblici come un peso a carico delle finanze pubbliche che loro stessi alimentano. E magari quelli che ne parlano in questi termini poco hanno da dire sulle ruberie all’ombra della Protezione civile ed invocano la privacy a tutela delle associazioni a delinquere che rubano i soldi dello Stato !

Bisognerebbe smetterla con i mantra che si ripetono dal 1992 che mischiano esigenze giuste di apertura dei mercati con dogmi che affidano all’ingresso dei privati la soluzione di tutti i problemi. Per i servizi pubblici non si dovrebbe, forse, partire dalla ricerca di modelli e modalità di gestione efficienti e trasparenti, aperti alla partecipazione dei cittadini e fondati sul confronto con le esigenze che dovrebbero soddisfare ? non si dovrebbe mettere al centro l’onestà dei comportamenti e la responsabilità per le azioni che vengono compiute? Le cronache sono piene di notizie di indagine e inchieste sugli abusi che sono stati compiuti con la collusione fra chi dispone delle risorse pubbliche e detta le regole, chi ha il compito di controllare ed erogare le sanzioni e chi opera per il suo profitto. Perché mai la semplice privatizzazione dovrebbe porre termine a questi abusi? Eppure il Governo con la riforma dei servizi locali ha compiuto questo atto di fede: si venda il controllo, si facciano entrare i privati e….basta, non c’è altro. Ah sì, c’è anche la soppressione degli ATO che, per quanto carenti, rappresentavano, comunque, una autorità pubblica composta dagli enti locali che doveva vigilare su acqua e rifiuti. Via, tutto passa alle Regioni che, però, già hanno tanti compiti da svolgere e alle quali sono stati tagliati i finanziamenti dalla manovra. E poi sono anche più lontane dal territorio dove si svolge un servizio. Dunque quale è il disegno? Cosa dobbiamo capire?

Ecco perché il milione e 400mila firme dicono qualcosa di affermativo. Indicano la volontà che la questione servizi pubblici sia affrontata come uno dei compiti importanti che spettano allo Stato (centrale, regioni, comuni ecc) e che se si tratta di spendere ebbene si spenda: si tratta, in fin dei conti, di soldi dei cittadini che, magari, preferiscono un treno marciante e puntuale (e non lercio) ad un aereo militare di ultima generazione (in Germania hanno fatto così e tagliato molte spese militari). Per non parlare delle enormi quantità di soldi spesi dal Governo per gli appalti segreti della Protezione civile o di quelli per il Ponte di Messina.

Insomma non si tratta mai di impossibilità oggettiva, ma di scelte politiche. E se si dice che vanno tagliate le spese per il trasporto locale questa è una scelta non un comandamento.

I cittadini hanno voluto dire con le loro firme anche che sono stufi di essere presi in giro.

E il referendum è l’occasione per rimettere in discussione le scelte del Governo. Adesso bisogna lavorare perché abbia successo.

Claudio Lombardi

Autostrade: il gioco delle parti e i pasticci dei politici (di Claudio Lombardi)

Piccola riflessione sull’aumento del canone dovuto all’ANAS dai concessionari autostradali e sull’introduzione del pedaggio per le autostrade gestite dall’ANAS entrambi disposti dalla manovra del Governo. Il fine è, evidentemente, incrementare le entrate per l’ANAS senza alcun aggravio per il bilancio dello Stato. La modalità di realizzazione è l’aumento dei pedaggi autostradali e l’introduzione dei pedaggi dove, finora, non c’erano (Grande Raccordo Anulare di Roma, per esempio) entrambi pagati, ovviamente, da chi utilizza queste strade. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non per il fatto che si impone agli utenti di pagare qualcosa in più per un servizio del quale, molto spesso, non si può fare a meno.

Si può, quindi, inserire la misura disposta dalla manovra del Governo sotto la voce “aumenti di tariffe”. Non si tratta di un prelievo fiscale in senso stretto, ma un po’ ci si avvicina dato che gli spostamenti con mezzi privati totalizzano una percentuale nettamente maggioritaria rispetto a quelli con mezzi pubblici. In una città come Roma, ad esempio, far pagare la percorrenza sul GRA e sull’Autostrada per l’aeroporto di Fiumicino significa colpire una bella fetta di utenti “pendolari” che vengono a Roma per lavorare o che dalla città si spostano per lo stesso motivo. Considerando che lo stato del trasporto pubblico, ferroviario e su gomma, non è, spesso, una valida alternativa e che i tagli che colpiscono enti locali e regioni incideranno molto su questo settore non sembra strano che l’aumento dei pedaggi sia percepito come una nuova tassa.

C’è, però, un aspetto particolare da non trascurare e riguarda i pedaggi autostradali.

Nel presentare l’ultima relazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il Presidente Catricalà, denunciava che “in campo autostradale concessioni a scadenza lontana, associate alla debolezza strutturale della vigilanza, pregiudicano l’affermazione della concorrenza.”

Traducendo dal linguaggio misurato del Presidente dell’antitrust ciò significa che gli utenti pagano più di quanto dovrebbero grazie ad un sistema di regolazione debole.

Nel caso delle autostrade e della Società Autostrade per l’Italia, in particolare, bisogna ricordare che la legge 101 del 2008 ha approvato le convenzioni relative alle concessioni autostradali e lo ha fatto interrompendo una procedura preparatoria complessa, ma necessaria per definire schemi di riferimento e linee guida appropriate. Nel caso di Autostrade per l’Italia, il maggiore concessionario esistente, la convenzione approvata con legge stabiliva una durata di circa 35 anni con regole predefinite per stabilire le tariffe per l’intero periodo. Ecco a cosa si riferiva Catricalà nel suo discorso.

Dovrebbe essere evidente che una regolazione che dura per più di 30 anni e stabilisce incrementi tariffari costanti e non prevede un frazionamento temporale per verificare e modificare i patti tra società concessionaria e Stato non va bene e non fa certo l’interesse degli utenti che, in questo caso, non hanno alcuna possibilità di far pesare il loro parere. Veramente non ce l’avrebbero nemmeno se la regolazione tariffaria e della qualità del servizio durasse 5 anni, ma le cose potrebbero cambiare e la loro valutazione potrebbe essere inserita fra i requisiti per procedere alla regolazione.
Con quasi 35 anni di durata, come è stabilito dalla legge 101/2008, questa possibilità non esiste.

Ecco perché “l’affare” autostrade è un gigantesco meccanismo per far guadagnare ad Autostrade per l’Italia S.p.A. tanti soldi senza verifiche, controlli e ridiscussioni varie. E questo grazie ad una legge che ha bloccato gli organismi tecnici che non avranno più voce in capitolo fino al 2038.

Tra l’altro esistono valutazioni da parte di chi si occupa di regolazione e di autostrade in particolare che dicono che le tariffe pagate oggi ancora incorporano i costi dell’investimento iniziale di quando le autostrade furono costruite e questo perché, semplicemente, da allora non sono mai diminuite. In pratica è come se gli utenti pagassero un mutuo che non finisce mai.

Qualcuno potrebbe dire che le autostrade sono state vendute dallo Stato e pagate dagli acquirenti che adesso riscuotono le tariffe e pagano i canoni di concessione. Certo, ma ci sono tecnici che si sono presi la briga di studiare i numeri e hanno concluso che le società che gestiscono le autostrade, pur avendole pagate e dovendole gestire, ci guadagnano lo stesso un mucchio di soldi e questo grazie al “mutuo che non finisce mai”.

Ecco perché pesa una convenzione approvata con legge che dura più di 30 anni.

Ed ecco perché anche il piccolo aumento deciso con la manovra del Governo da’ fastidio.

Per finire bisogna pensare che vendere, di fatto, la rete autostradale non era l’unica soluzione possibile per chi aveva deciso la privatizzazione. Ce n’era un’altra: il mantenimento della proprietà della rete e l’affidamento in concessione con gare pubbliche e per singole tratte alle migliori aziende di gestione. Ci avrebbero guadagnato lo stesso, ma almeno il controllo sarebbe rimasto nelle mani pubbliche e la concorrenza tra gestori ci sarebbe stata.

Alla fine i politici (di entrambi gli schieramenti oggi in Parlamento) hanno deciso, ma chi ci ha guadagnato? E quali problemi sono stati risolti?

Claudio Lombardi

Tra tagli e sprechi a perdere è il cittadino (di Claudio Lombardi)

Continua l’esame della manovra e si profila il solito maxiemendamento che è diventato un classico di tutte le manovre e le finanziarie degli ultimi anni quasi che il testo iniziale predisposto dal Governo fosse solo una “mossa” per saggiare il terreno e osservare le reazioni. Questa prassi non depone a favore dell’affidabilità del Governo che dispone di tutti gli strumenti di analisi, di ricerca e di consultazione, per individuare da subito le misure più idonee senza arrivare a quella contrattazione delle modifiche che troppo spesso si traduce in testi riscritti quasi per intero nei quali si perde di vista il senso delle politiche e delle finalità perseguite. Sia chiaro: meno male che il Governo cambia qualcosa e che lo fa sotto la pressione dell’opinione pubblica e dell’esame del Parlamento. Tuttavia non fa una bella figura chi si presenta con proposte ultimative e irrinunciabili e poi mostra che tali non sono, ma, invece, semplici compromessi fra spinte diverse i cui equilibri possono cambiare e con essi le misure proposte.

Si dice che ciò che conta è che i saldi restino invariati. Il che significa che servono quei soldi per tirare avanti e, di solito, quelli “veri” cioè immediatamente realizzabili, sono meno di quelli scritti nelle carte e li pagano, più o meno, sempre gli stessi: lavoratori dipendenti a reddito fisso sotto forma di blocchi stipendiali o di diminuzione o rincari di servizi e pensionati. Poi ci sono le misure che producono effetti differiti e dipendenti dall’attuazione e dal lavoro degli apparati amministrativi e sono quelli relativi all’evasione fiscale. Qualche risultato ci sarà, ma ciò che conta in questo campo è la continuità delle politiche e l’affinamento degli strumenti. Per dire: se due anni fa c’era la tracciabilità dei pagamenti ai lavoratori autonomi ed è stata tolta e adesso la si rimette non è la stessa cosa che se fosse stata lasciata e migliorata. Qualcosa si è perduto, così come l’aumento della spesa corrente e del conseguente deficit tra entrate e spese si è verificato e chi doveva governare il bilancio non è intervenuto. Se questi grida oggi all’emergenza sono legittimi seri dubbi sulla sua buona fede.

Capitolo spese degli enti locali e sprechi di questi e delle regioni. Ai presidenti delle regioni e ai sindaci che denunciano i tagli del Governo la polemica politica contrappone gli sprechi che giustificherebbero quei tagli. In realtà di sprechi se ne possono trovare in molte direzioni. E’ fresco l’ultimo scandalo, forse il meno costoso, ma molto significativo: quello dell’ipotetico ministero attribuito ad Aldo Brancher. Ad oggi, 28 giugno, non si è ancora capito di che cosa dovrebbe occuparsi il neo ministro che, però, si è subito affrettato a tentare di evitare il processo in corso a suo carico per il reato, molto comune, di appropriazione indebita, dichiarandosi occupato ad organizzare la sua attività istituzionale. Tutti hanno capito, anche senza l’intervento chiarificatore del Presidente della Repubblica, che la carica governativa era un puro pretesto per sottrarsi al processo e non vale adesso che l’imputato si dichiari pronto a comparire davanti al giudice perché, se fosse dipeso da lui, non si sarebbe più fatto vedere in un’aula di giustizia. Cos’è questo se non uno spreco? E non solo di denaro pubblico, ma anche di credibilità e di prestigio delle istituzioni ridotte a territorio di scorribande di corsari che sfuggono alla legge.

Ciò non toglie, ovviamente, che la lotta agli sprechi debba essere fatta. E sarebbe molto più serio se fosse fatta partendo dalla trasparenza, dall’accessibilità di atti, procedure decisionali e documenti di bilancio delle amministrazioni locali e regionali. E sarebbe meglio prevedere che attraverso la partecipazione dei cittadini si possano formare e verificare le scelte delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche. Così sarebbe facile per chiunque verificare il rispetto degli impegni e prevenire ed individuare gli sprechi.

Però il problema rimane. Se i presidenti delle regioni dichiarano che le risorse per il trasporto pubblico locale verrebbero tagliate del 30% o dicono una sciocchezza (ma nessuno li ha smentiti) o denunciano una scelta politica del Governo. E non si tratta di una scelta politica neutra, ma ben chiara se messa in relazione con i silenzi che ci sono nella manovra. Per esempio quello sulla tassazione delle rendite finanziarie che in Europa sta crescendo così come quella sui redditi più elevati e da noi no, è sempre ferma al 12,5%. Si dice che un aumento farebbe fuggire gli investitori. Evidentemente a Londra il neo leader conservatore non ha questo timore se sta attuando una manovra che prevede proprio un consistente aumento di tale prelievo fiscale. Perché dovrebbero fuggire solo da noi?

No, il problema è politico, cioè di scelte che vengono fatte per far pagare il costo degli errori del passato e del presente e se si sceglie di colpire il trasporto pubblico locale e non toccare i guadagni sulle azioni la scelta è chiara. Ricordiamocelo.

C’è un altro però e riguarda le conseguenze delle scelte politiche. I politici dovrebbero occuparsi del bene comune e fare scelte lungimiranti basate sulla conoscenza delle situazioni e dei dati che solo loro possono avere dato che dispongono anche del potere di decidere per tutti.

Dunque taglio dei fondi per il trasporto pubblico locale = servizio di peggiore qualità = disincentivo ad utilizzarlo = incentivo a ricorrere ai mezzi privati. È questo che serve all’Italia e fa l’interesse di tutti? Non sembra proprio.

Una ricerca di NOMISMA chiarisce che, con 1.508 morti all’anno, è Roma la città italiana ad avere il primato di decessi per l’inquinamento dell’aria causato dalle polveri sottili. Il rapporto riporta i dati sull’inquinamento delle prime 15 città italiane nel triennio 2006-2008 e quantifica in 3,8 milioni di euro il costo delle cure necessarie per chi ne è colpito. A parte i costi in denaro, c’è poi quello delle vite sprecate, non solo quelle dei morti, ma anche quelle di chi impiega nel traffico buona parte delle sue energie, della sua salute e del suo denaro. A che serve la politica se non affronta un problema così? I cittadini dovrebbero leggere dietro le parole dei politici e sforzarsi di comprendere la finalità e il senso delle azioni che vengono intraprese mettendole in collegamento con la loro esperienza diretta. Su questa base dovrebbero far sentire di più e meglio la loro voce.

Claudio Lombardi

Chi paga la manovra: meno soldi e meno diritti per chi non può decidere (di Claudio Lombardi)

Ormai sulla manovra del Governo è in pieno svolgimento il dibattito pubblico ed è già iniziato l’esame del Parlamento. Sul perché si è arrivati alla manovra si è espresso su civicolab con chiarezza Gabriele Silvestri. Ciò che si può aggiungere è che l’Italia, come tutti i paesi con un alto debito pubblico, è stata sempre a rischio di manovre speculative. La fragilità del nostro Paese non nasce con la crisi finanziaria portata dai mutui subprime né inizia come conseguenza della crisi greca, ma risale a molto più tempo fa, a quando i governi degli anni ’80 ci regalarono il raddoppio del debito pubblico, l’incremento dell’inefficienza della macchina statale, l’aumento della corruzione a tutti i livelli e una spesa pubblica fuori controllo. Dovremmo ricordarci tutti che nel ’92 in Italia si dovette prelevare i soldi dai conti correnti dei cittadini tanto le cose si erano messe male. Praticamente fu una situazione di economia di guerra quella che dovettero sopportare gli italiani e la scoperta di tangentopoli fece capire a tutti quali ne erano le cause e quali i responsabili.

Negli ultimi anni siamo tornati alla spesa pubblica fuori controllo con le spese correnti che hanno superato, per la prima volta da un decennio, le entrate tributarie (e senza calcolare gli interessi da pagare sui titoli di Stato). La corruzione è dilagata e si è trasformata sfacciatamente nel dominio di una classe di faccendieri senza scrupoli che ha messo insieme politici, imprenditori e alti funzionari dello Stato. Grazie all’opera della magistratura e delle forze dell’ordine si è iniziato a scoprire la verità sui traffici che si sono svolti all’ombra delle vere e finte emergenze e del maneggio di denaro pubblico. Si è iniziato e non si continuerà perché la legge contro la magistratura voluta a tutti i costi da un Governo e da una maggioranza piena di corrotti veri e presunti sta mettendo il bavaglio all’informazione e sta legando le mani ai giudici. E questo mentre il Presidente del Consiglio, a capo di un Governo che ha emanato più di 50 decreti legge e che ha chiesto 34 voti di fiducia avendo una maggioranza di voti strabordante, si permette di dire che la Costituzione non gli permette di governare. Che si tratti del tentativo di cambiare la natura del nostro Stato democratico trasformandolo in stato autoritario dominato da gruppi di intoccabili autorizzati a violare le leggi e ad usare ciò che è pubblico come fosse patrimonio personale è evidente. Ciò che non si vede abbastanza è la reazione dei cittadini, forse, lentamente abituatisi ad accettare la natura autoritaria e classista del potere.

Che anche di una nuova forma di supremazia di classe si tratti è dimostrato dalla manovra finanziaria presentata dal Governo. Dopo anni di finanza allegra servita per conquistare la fiducia degli elettori e dopo aver inutilmente speso somme enormi con la politica economica attuata nel primo periodo di governo (valutata in più di 10 miliardi) adesso si scopre che i conti pubblici vanno male e che ci vogliono un bel po’ di soldi per tentare di raddrizzarli. E dove si prendono? Dai servizi erogati dalle regioni e dagli enti locali, dal pubblico impiego e dai pensionati. I numeri dicono questo. Poi, certo, ci sono altre misure che dovrebbero colpire l’evasione e ridurre un po’ le retribuzioni più elevate. Ma intanto bisogna dire che di misure contro l’evasione ce n’erano anche anni fa e che sono state abolite. E poi che non si tratta di strumenti scoperti adesso, bensì conosciuti da tempo ed accuratamente evitati da buona parte dei governi che si sono succeduti nel tempo. La mala fede e la cattiva coscienza è di chi conosceva lo stato dei conti pubblici e i suoi punti critici da anni e non ha agito per rimediare.

Perché? La risposta è semplice: poiché le risorse dello Stato si sono ridotte, ma la spesa gestita da chi comanda nelle istituzioni è aumentata, qualcuno doveva pagare il conto. Se il debito pubblico al 103,5% del PIL nel 2007 è salito nelle previsioni del 2010 al 117% e se la spesa per beni e servizi è cresciuta dal 2000 al 2009 del 59% ( gli scandali ogni tanto ci informano su cosa si nasconde dietro queste cifre ). Se la capacità dei governi di aiutare l’economia è crollata e l’Italia ha fatto passi indietro rispetto ai principali paesi europei in termini di PIL e di produttività, se non si investe in Italia perché il contesto è poco affidabile (specie al sud) con diffuse inefficienze nelle infrastrutture e nella sicurezza pubblica a fronte di risorse preziose dirottate su opere inutili come il Ponte sullo stretto di Messina.

Se questa è la situazione, chi paga? I responsabili? No, la risposta del nostro Governo è chiara: i ceti più deboli e quelli intermedi. Tutti coloro che hanno accumulato patrimoni magari residenti all’estero non sono chiamati a pagare nulla: nessuna tassa patrimoniale, nessuna aliquota fiscale straordinaria sui redditi altissimi, nessun provvedimento straordinario su quelli che hanno legalizzato (non rimpatriato) circa 100 miliardi di euro nascosti all’estero pagando il 5%, nessun adeguamento dell’imposizione fiscale sui guadagni finanziari sempre ferma al 12,5%, nessuna tassazione sui beni di lusso, nessun taglio vero ai costi della politica.

Più chiaro di così: il denaro vero viene preso a chi non può sfuggire e il resto si basa su impegni e promesse dei quali tra un po’ nessuno si ricorderà.

Basta leggere i giornali per sapere che le manovre in altri paesi europei sono diverse: lì, perlomeno, si tassano anche i ricchi e si pensa anche allo sviluppo ( Regno Unito, Germania e Spagna).

Ad esempio quale logica c’è nel tagliare i servizi di enti locali e regioni? Si peggiora la qualità della vita delle persone comuni e si impedisce lo sviluppo di interventi locali che possono anche aiutare  l’economia.

In conclusione, i diritti dei cittadini sono gravemente minacciati perché su un fronte il potere politico si sta costruendo l’impunità e mostra di voler impedire persino la diffusione dell’informazione mettendo al bando trasmissioni televisive scomode e impedendo ai giornalisti di fare il loro lavoro; su un altro fronte si comprime il tenore di vita di gran parte dei cittadini tagliando la base materiale su cui si garantiscono e riconoscono i diritti per migliorare un bilancio pubblico compromesso dalle politiche del Governo e senza far pagare nulla ai ceti più ricchi. Tutto ciò senza investire sullo sviluppo dell’economia e senza rafforzare la democrazia attraverso la partecipazione dei cittadini che, anzi, in questo quadro, sono trattati alla stregua di mandrie senza cervello da dominare e bastonare.

E se non è così è disposto il Governo a cambiare le misure proposte e ad abbandonare la legge-bavaglio e contro i magistrati?
Sembra proprio di no, per ora. Per questo i cittadini attivi devono far sentire la loro voce. 

 Claudio Lombardi

La manovra finanziaria del Governo: una vecchia storia (di Claudio Lombardi)

Ebbene sì siamo in emergenza. Ancora una volta; non è la prima e, rassegniamoci, non sarà l’ultima. Chiunque abbia raggiunto la maggiore età non può non ricordarsi di esserci cresciuto con le crisi e con le emergenze. La genesi delle emergenze è più o meno sempre la stessa: si parte da una crisi economica preferibilmente a livello internazionale per arrivare alla minaccia di uno sconvolgimento dei nostri equilibri che si rivelano fragili per la struttura della nostra economia, per il mancato sviluppo di una parte del Paese e per l’inefficienza dello Stato che sperpera ricchezze immense in spesa pubblica improduttiva (accompagnata da clientelismo, ruberie e corruzione nonché inadeguatezza degli apparati burocratici). Se la circostanza non fosse seria e anche drammatica ci sarebbe da ironizzare sulla sacralità di certe formule e di argomentazioni che vengono utilizzate dai politici per spiegare i contenuti dell’ennesima manovra. In primo luogo non c’è mai tempo e modo per prevenire le crisi che ci colgono sempre di sorpresa. Il che non permette di accorgersi che esiste il fenomeno (loro lo chiamano così con un termine che vorrebbe rendere “oggettivo” e quasi “naturale” ciò che corrisponde a precise scelte politiche) dell’evasione fiscale che, quindi, non può essere contrastato in tempi utili per fronteggiare la crisi. Di conseguenza, poiché siamo in emergenza, bisogna chiedere sacrifici a quelli che non si possono nascondere al fisco oppure tagliare servizi di cui i ricchi non hanno bisogno. Ci sono vari ritornelli che circolano insistentemente: uno è quello dei tagli e l’altro è quello delle riforme. Dopo decenni di manovre e di finanziarie e dopo anni di gestione che ha pure aumentato la spesa corrente si scopre che bisogna assolutamente tagliare la spesa improduttiva che, evidentemente, è come i capelli o i peli, ne tagli un po’ e quelli si riformano. È curioso assistere alla serietà con la quale si annuncia che occorre tagliare le spese inutili senza che nessuno mai ci spieghi com’è possibile che non sia già stato fatto in una delle manovre del passato. E poi i problemi ci sono perché non si sono fatte le riforme (quali? Boh! Ognuno ha le sue preferite, importante è dire che bisogna farle). Il menu delle manovre poi è sempre vario e fantasioso: prendiamo la spesa sanitaria imputata da anni di essere eccessiva e per questo monitorata e ridiscussa ogni anno. Ogni tanto si impongono ticket per le visite specialistiche o per i medicinali sempre dichiarando che occorre andare al fondo degli sprechi (altro eufemismo che rende oggettivo e impersonale ciò che spesso dovrebbe essere chiamato furto di denaro pubblico e corruzione). Gli sprechi continuano e le regioni devono trovare i soldi in altro modo, ma sempre i contribuenti pagano.

Sarebbe lecito aspettarsi da chi governa lungimiranza e rigore e, invece, scopriamo sempre improvvisazione e preoccupazione per la difesa del proprio spazio elettorale e delle proprie clientele e anche irresponsabilità. Come possiamo definire l’allegra superficialità del nostro Presidente del Consiglio che appena l’anno scorso proclamava che la crisi internazionale non avrebbe toccato l’Italia? E in quale altro modo si può spiegare la persistenza di un’evasione fiscale che supera, secondo valutazioni concordi, la cifra di 100 miliardi di euro? E di una corruzione che pesa, secondo la Corte dei Conti, per la metà di questa cifra? Se pensiamo che dietro questi numeri non c’è il destino o la fatalità bensì indirizzi e decisioni ben calcolate (come gli scandali della politica affaristica hanno sempre dimostrato) allora c’è n’è abbastanza per arrabbiarsi.

Le decisioni del Governo vengono presentate come ineluttabili e prive di alternativa. Sicuramente rappresentano la via più semplice per raggiungere l’obiettivo di tamponare la situazione, ma per la natura stessa della fragilità italiana, non andranno lontano. Il problema non è la speculazione sulla quale l’Europa è intervenuta, sia pure tardivamente, con la decisione di “proteggere” i titoli del debito pubblico degli stati. Il problema dell’Italia è sempre lo stesso da decenni e ha molte facce tutte collegate: debito pubblico, spesa pubblica, efficienza dello Stato, politiche industriali, equità sociale.

Prendiamo l’equità sociale. E’ risaputo che dopo il passaggio all’euro si è verificata una gigantesca redistribuzione dei redditi a sfavore dei lavoratori a reddito fisso e a favore di quelli che decidono il prezzo delle loro prestazioni. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire cosa è successo quando da un mese all’altro molti prezzi hanno seguito la parità con la lira (mille lire=un euro) e le retribuzioni no (mille lire=mezzo euro). Questo trasferimento di ricchezza ha coinciso con un quinquennio di governo (2001-2006) assai permissivo per le categorie che ci hanno guadagnato. In quegli anni la ricchezza di tanti è stata occultata e il fisco ha fatto finta di non vedere. Quando si è deciso di favorire il rientro dei capitali e delle ricchezze detenute all’estero si è accordato un altro privilegio con l’aliquota del 5% con la quale tutto è stato legalizzato. Nel frattempo lo Stato si è retto grazie ai tanti che non sono sfuggiti al fisco (lavoratori e anche piccole imprese). Oggi si lamenta una caduta dei consumi, ma quali scelte politiche di governo sono state fatte quando c’erano un po’ di miliardi da spendere? Eliminazione dell’ICI e salvataggio dell’Alitalia, 6 miliardi di euro. E quanto sono costati i grandi eventi e la truffa della cricca di malfattori che si nascondeva dietro gli interventi straordinari gestiti dalla Protezione civile? 1 miliardo, 2 o più? Chi doveva vedere e agire nell’interesse pubblico non ha visto perché non gli conveniva e oggi chiama al sacrificio. Con che credibilità?

Nel merito delle misure adottate c’è solo da osservare che il Governo, coerentemente con le sue scelte precedenti, non ha voluto fare nulla per chiedere di più a chi ha avuto di più in questi anni e non ha fatto nulla per modificare scelte tanto costose quanto velleitarie e convenienti solo per alcuni gruppi di aziende e per determinati settori politici. Ci si riferisce al Ponte di Messina opera quanto mai inutile oggi, alla tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie (i guadagni di borsa pagano ancora il 12,5%), alla revisione della spesa per l’istruzione e per la sanità privata (quest’ultima continua a generare scandali per le truffe che vengono scoperte). E la spesa per la politica dove viene tagliata? forse i rimborsi elettorali vengono dimezzati? sì si tenta di tagliare alcune province, ma già il giorno dopo Tremonti e Berlusconi appaiono perplessi. Anche la spesa militare può essere oggetto di revisione sia per ridurre i numerosi impegni all’estero che le spese per gli armamenti. Per aiutare l’economia però non bastano i tagli occorre anche rilanciare i consumi interni e le esportazioni. È controproducente togliere qualcosa dalle tasche di cittadini che vivono di lavoro dipendente e lasciare che crescano i grandi patrimoni. Per questo ci vuole un’imposta straordinaria sulla ricchezza patrimoniale di maggiore entità. Per aiutare le imprese occorre puntare sullo sviluppo di quei settori che in tutti i paesi occidentali guardano al futuro (l’economia verde) e praticare un rapporto leale con le pubbliche amministrazioni (ritardo nei pagamenti).

Si tratta di scelte alternative che potrebbero essere praticate da un Governo e da un Parlamento che si prendano cura veramente degli italiani nello spirito dell’unità nazionale e della coesione sociale. La via imboccata dal nostro Governo non è questa e lo dimostra anche l’accanimento con il quale in Parlamento si prosegue giorno e notte nell’esame della legge che, di fatto, ostacola la magistratura nella lotta alla criminalità. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani si tenta in ogni modo di far approvare una legge che garantirebbe l’impunità per i delinquenti che hanno contribuito a saccheggiare lo Stato e si tapperebbe la bocca a giornali e radiotelevisioni che volessero far sapere cosa sta succedendo. Questi sono i fatti che sappiamo distinguere dalle ipocrisie dei responsabili di questa situazione.

Claudio Lombardi

Intercettazioni, libertà di informazione, cittadini e sudditi (di Claudio Lombardi)

La legge sulle intercettazioni prosegue il suo iter fra proteste e tentativi di resistenza dell’opposizione in Parlamento. Sui suoi contenuti si è detto e scritto molto producendo anche una relativa assuefazione all’idea che si tratti di importanti questioni che interessano i cittadini e di atti di buon governo, magari un po’ dolorosi, ma che si rendono necessari perché corrispondono ad un interesse generale. Cosa dicano le norme in discussione è abbastanza noto e basta ricordare che vengono posti freni procedurali (i casi nei quali vi si può ricorrere, le modalità) e temporali (la durata limitata a 10 settimane) allo svolgimento delle intercettazioni e viene duramente colpita la pubblicazione e divulgazione di notizie relative ai procedimenti in corso e al contenuto delle intercettazioni anche se non coperte dal segreto poiché note alle parti del processo. Ulteriori ostacoli vengono posti alle intercettazioni di agenti dei servizi segreti per le quali si dovrà informare preventivamente la Presidenza del Consiglio e alla installazione di apparecchiature di intercettazione per le quali si dovrà avere la certezza dello svolgimento di attività delittuose.

Si tratta, nel complesso, di un gigantesco freno ad attività di indagine dirette a colpire reati che vanno dalla corruzione, all’associazione mafiosa e camorristica, al traffico di droga, alla pedopornografia. E di un ulteriore freno alla possibilità che l’opinione pubblica sappia cosa sta accadendo. Da cosa deriva il freno? Dai limiti di ogni tipo che vengono posti alla decisione di effettuare intercettazioni innanzitutto e dalle sanzioni con cui si colpiscono giornalisti ed editori qualora diano notizia dei contenuti dei procedimenti in corso.

A questo punto bisogna porsi una domanda: cosa abbiamo capito dei problemi di questo Paese e dei motivi per i quali avvertiamo tutti di essere mal governati? La maggioranza di governo evidentemente ha dato una sua risposta mettendo al primo posto i problemi dei procedimenti giudiziari. Nel senso di dare alla magistratura uomini e mezzi, di adottare procedure più incisive e veloci per rimediare allo scandalo di una nazione dove pare impossibile ottenere giustizia? No, nel senso di diffondere sfiducia nei giudici, di togliere mezzi al sistema giudiziario, di rendere più difficile la scoperta e la punizione dei reati.

È giusta questa risposta?

Prima di giudicare rispondiamo noi e vediamo se in Italia c’è un problema di criminalità organizzata che si allea con settori della politica e delle amministrazioni pubbliche. C’è questo problema e si chiama, per caso, mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita? Risulta a qualcuno che queste organizzazioni controllino militarmente il territorio in ampie zone del sud e che commettano ogni genere di reati servendosi anche del controllo dei soldi pubblici che dovrebbero servire per lo sviluppo economico, per i servizi (sanità, scuola, acqua, rifiuti) e per le opere pubbliche? Riteniamo questa una priorità o no?

Altra risposta: c’è forse in Italia un problema di corruzione che si realizza con il furto di denaro pubblico attraverso l’associazione a delinquere fra imprese, esponenti politici, dirigenti e funzionari delle amministrazioni pubbliche? Qualcuno sa che la Corte dei Conti ha stimato in decine di miliardi di euro il costo di questa corruzione? E sa che i soldi che i cittadini pagano con le tasse vanno in parte nelle tasche di farabutti che utilizzano la politica e le istituzioni come fosse roba di loro proprietà? Qualcuno ha sentito parlare di Tangentopoli? E del sistema Anemone impiantato e nascosto anche grazie alle emergenze vere e finte gestite dalla Protezione civile e volute dalla Presidenza del Consiglio? Qualcuno si è domandato se questa possa essere ritenuta la vera autentica emergenza che schiaccia le possibilità di sviluppo del Paese perché trasforma lo Stato nella cassa privata di bande di ladri?

Ognuno dia le risposte che crede a questi interrogativi. Se la vera emergenza è tutelare la privacy di quelli che sono intercettati perché sospettati di commettere reati allora questo è il problema che va risolto e vuol dire che tutto il resto (mafie, corruzione, ruberie ecc) o non esiste o non è importante. D’altra parte una illustre esponente del Governo, Daniela Santanchè, lo ha proclamato: va tutelata anche la privacy dei boss mafiosi! Bravissima, finalmente una parola chiara sulla mafia, verrebbe da dire e sinceramente, perché riflette il vero pensiero di una parte della classe dominante (non dirigente che sarebbe riconoscere un livello e una dignità che questa gente non ha).

Se, invece, quelle indicate sotto forma di domande sono le vere emergenze il problema è colpire ancora di più i delinquenti inasprendo le pene e aumentando i poteri e gli strumenti di indagine della magistratura e delle forze di polizia.

Invitiamo tutti a riflettere sui motivi per i quali con la legge che vorrebbe il Governo (sarà un caso che molti suoi esponenti e molti della maggioranza sono accusati di gravi reati e hanno processi che durano da molti anni e ai quali riescono continuamente a sfuggire?) si favorirebbe OGGETTIVAMENTE (questo lo si capisce facilmente, basta leggere e riflettere) il crimine colpendo la magistratura impedendo altresì all’opinione pubblica di sapere cosa sta accadendo. Di fatto ci si troverebbe in un sistema nel quale i reati di chi ha buoni avvocati e riesce a godere di protezioni politiche potrebbero essere commessi con la quasi certezza di farla franca. In quel caso sentiremmo dagli uomini del Governo, come in questi giorni, continui appelli all’ottimismo, ma  insieme saremmo colpiti dai tagli alle prestazioni e dagli aumenti delle tasse da pagare senza alcuna possibilità di sapere come sarà gestito veramente lo Stato e il denaro pubblico. In compenso potremo metterci davanti alla TV (tutta, ovviamente, controllata dalle forze, politiche ed economiche, che dominano lo Stato) e goderci la favola di un Paese che non esiste nella realtà contenti di essere sudditi e non cittadini.

Claudio Lombardi

Niente bilancio al Comune di Roma: qualcuno se ne occupa? (di Claudio Lombardi)

Il comune di Roma è senza bilancio e, secondo le regole della contabilità pubblica, è in vigore una gestione provvisoria che permette di spendere non più di un dodicesimo di quanto speso nel precedente anno, ma con una serie di limitazioni che si traducono comunque nella sola possibilità di mantenere in funzione la macchina amministrativa e niente di più. La legge 26 marzo 2010 n. 42 di conversione del DL n. 2/2010 prevede, infatti, che l’approvazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, del comune di Roma sia subordinata alla nomina di un Commissario straordinario del Governo per la gestione del piano di rientro dei debiti pregressi accumulati nelle passate gestioni. Senza la ricognizione della contabilità che dovrà essere fatta dal Commissario non si potrà redigere e approvare il bilancio.

Che la situazione finanziaria di Roma fosse problematica era noto da tempo, che i problemi arrivassero fino a bloccare il bilancio non si immaginava anche perché si tratta di un provvedimento “estremo” che viene, di solito, imposto da circostanze straordinarie che rendono impossibile proseguire una gestione ordinaria delle finanze municipali. Forse nessuno si era reso conto che la situazione fosse gravissima, forse nemmeno il Sindaco se ne è reso conto altrimenti avrebbe fatto di tutto per evitare la situazione di paralisi che sta gettando nello scompiglio i servizi gestiti dal Comune e l’intera amministrazione centrale e quelle dei municipi.

Ormai gli allarmi scattano ogni giorno: non ci sono più soldi per la manutenzione degli edifici scolastici (e dei campi estivi nemmeno se ne parla), i sussidi per le ragazze madri non si possono dare, niente assistenza per anziani e disabili, niente risorse per qualunque spesa straordinaria (incluse le piccole manutenzioni come vetri rotti, la derattizzazione e la disinfestazione) e anche i soldi per le spese ordinarie stanno finendo. Per ora se ne sono accorti i cittadini che hanno bisogno di assistenza e di sussidi, ma tutti i romani subiscono ogni giorno le conseguenze di un degrado scandaloso per una città come Roma con le insidie che si nascondono nelle strade cittadine costellate da buche diventate uno dei principali pericoli per motociclisti e automobilisti. Bisognerebbe vedere con i propri occhi lo stato del manto stradale per capire che la situazione sta andando fuori controllo.

E si tratta della capitale d’Italia. Per quale ragione il Governo abbia adottato una legge così ottusa che impone regole buone forse per un condominio alla città più popolosa del Paese non è dato sapere. Anche perché i politici sono troppo impegnati ad inseguire le polemiche tra questo e quello o l’eterno ritornello sulle tante riforme istituzionali che sarebbero necessarie e che non vengono fatte. Addirittura questo è stato il contenuto di un messaggio televisivo che il Presidente del Consiglio ha rivolto il 25 aprile agli italiani.

Poiché i cittadini sono spesso almeno intelligenti quanto chi fa della politica il proprio mestiere bisognerebbe chiedere al nostro Presidente del Consiglio se ci vogliono proprio le riforme istituzionali per tappare le buche di Roma, o per dare assistenza a chi si trova in stato di bisogno, per riparare gli edifici scolastici che cadono a pezzi o, addirittura, per decidere e attuare una politica economica che ci porti lontano dal rischio di fare bancarotta dato che abbiamo un debito pubblico enorme e che la vendita dei titoli di Stato per coprire questo debito non è mai scontata e le conseguenze di una caduta di affidabilità dello Stato italiano possono essere drammatiche non tanto per chi è al vertice delle istituzioni, quanto per gli italiani che ne pagherebbero le conseguenze. Perché se ci vogliono le riforme istituzionali per fare tutto ciò allora il primo cambiamento indispensabile sarebbe quello di sostituire i politici evidentemente incapaci di svolgere il loro compito.

In questo andazzo si blocca, come se niente fosse, l’amministrazione della capitale in attesa che sia nominato il commissario tal dei tali e che si proceda ai sensi dell’articolo e comma e paragrafo ecc ecc in un tripudio di irresponsabilità e di ignoranza dei problemi veri dei cittadini che la politica DEVE risolvere.

In questo quadro sconsolante spicca anche, purtroppo, la mancanza di forti proteste da parte dei romani, dei partiti che li rappresentano e delle associazioni e movimenti. Non che nessuno protesti, anzi, si leggono comunicati e interventi a convegni che accusano la Giunta capitolina e il Sindaco di non essere capaci di amministrare. Questo si fa, ma non basta. Dove sono le tante associazioni dei cittadini, dove sono i sindacati e gli stessi partiti di opposizione alla Giunta? Perché non suscitano una protesta visibile che obblighi chi deve decidere a muoversi in fretta? Ciò che preoccupa è la passività, l’abitudine a sopportare coltivando il proprio “orticello” e il proprio ruolo senza uscirne fuori, senza mettersi veramente dalla parte dei cittadini, rispettando una immaginaria linea di divisione fra la politica e chi si occupa del “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un giudizio generico che andrebbe verificato caso per caso, ma ciò che si vede e si percepisce è, purtroppo, la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica all’altezza della gravità della situazione. E le forme associative che nascono dai cittadini (inclusi partiti e sindacati) sono quelle che dovrebbero organizzare e guidare questa reazione. Che non lo facciano suscita molte preoccupazioni perché la nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione che significa anche protestare, stimolare, richiamare l’attenzione, lottare. Senza la partecipazione si scivola verso un regime fondato solo sulla delega a pochi “capi” o ad uno solo e si consegna lo Stato nelle mani di qualcuno che disporrà a proprio piacere di tutto il potere, magari convincendo i cittadini che lo fa nel loro esclusivo interesse.

Claudio Lombardi

Sanità sprechi e cittadini attivi (di claudio lombardi)

Poco se ne è discusso in campagna elettorale benché il suo peso sia enorme nei bilanci regionali. Poco se ne discute quotidianamente benché sia uno dei compiti più importanti che spettano alle regioni (e, in generale, allo Stato) e una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini. Poco fanno i partiti e non è nemmeno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica se non quando succede qualche disgrazia. Parliamo della sanità sulla quale in un giorno non lontano si abbatterà la rivoluzione del federalismo fiscale che ha uno dei suoi snodi fondamentali nella definizione dei costi standard che dovranno servire per fornire un livello uniforme di servizi per i cittadini. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata (marginalmente) di alcune dichiarazioni del ministro della salute Fazio che facevano seguito alla comunicazione dei risultati dell’attività ispettiva condotta dalla Guardia di Finanza relativa al 2008 e 2009 con una valutazione dei possibili danni per lo Stato pari a 770 milioni (oltre a 155 per le frodi scoperte). Ebbene secondo Fazio la misura dello spreco in sanità oscilla fra il 5% e il 10% del fondo sanitario nazionale che è di 108 miliardi di euro. Si tratterebbe, quindi, di una cifra variabile fra i 5.400 e i circa 11.000 milioni di euro. A queste quantificazioni si dovrebbero aggiungere forme di spreco o di cattivo uso delle risorse molto più diffuse e “fastidiose” perché si manifestano con inefficienze e disservizi che gravano comunque sui cittadini. Vogliamo poi parlare dei costi che le persone devono sopportare per ricorrere a prestazioni private a causa delle lunghe attese previste per quelle pubbliche? Anche questi sono costi e sprechi pagati da chi ha bisogno di cure e non può rimandare. Il problema delle liste di attesa è rimasto insoluto, ma, sembra, non susciti più proteste e movimenti di lotta. Quando per anni e anni si lascia decantare una situazione intollerabile tutti fanno fatica a riparlarne e ciascuno trova forme di adattamento. Non vuol dire, però, che il problema non ci sia più, ma che chi dovrebbe organizzare la protesta e la proposta non riesce più a farlo con efficacia per stanchezza e perché si trova davanti il muro di gomma del sistema di governo della sanità e delle tutele di categoria che appare insormontabile.

Insomma fra sprechi, ruberie (qualcuno ricorda come è nato il debito sanitario del Lazio? Il soprannome Lady ASL dice ancora qualcosa?), disservizi e necessità di pagare prestazioni private il costo della sanità per gli italiani è molto alto. Con differenze enormi fra le varie regioni, perché ciò che accade in Calabria e Sicilia non accade in Lombardia, Toscana ed Emilia. E comunque quasi sempre i cittadini non riescono a far sentire la loro voce e quando scoppiano gli scandali (le siringhe d’oro o i morti di malasanità) la voce che non si sente è quella della protesta popolare che dovrebbe, invece, esprimere la ribellione ad un sistema che ruba i soldi nostri. Il fatto è che nessuno ci prova ad organizzare una protesta e quando un’assenza si protrae per molti anni poi non si sa più da dove cominciare.

Che fanno i partiti che dovrebbero rappresentare i cittadini? E il mondo dell’associazionismo? E gli stessi sindacati, che negli anni passati volevano essere uno dei protagonisti della politica, possono limitarsi a difendere sempre e comunque gli interessi di categorie che sempre più appaiono corporazioni chiuse? E il popolo viola, i grillini e tutto il mondo delle forme alternative di partecipazione e di pressione politica perché non si fanno sentire?

Una possibile risposta sta nella pratica della valutazione civica che dovrebbe introdurre la voce dei cittadini nella gestione dei servizi sanitari. Per ora è solo Cittadinanzattiva che con l’audit civico prova l’impresa di forzare il blocco autoreferenziale politica-apparati-sindacati che decide le sorti del servizio sanitario. Perché la prova riesca occorre però una sua diffusione di massa ovvero in tutte le ASL e negli ospedali e occorre che si trasformi in un movimento di lotta che non si limiti a registrare ciò che esiste, ma punti ad intervenire sui processi decisionali a tutti i livelli che toccano le questioni cruciali e non solo aspetti di minore importanza (ad esempio: liste di attesa e non solo segnaletica nei corridoi) . Se questo salto di qualità non si verifica la valutazione civica rischia di rimanere in una posizione marginale e di essere riassorbita da un sistema capace di inglobare contrasti, interessi e proteste se espresse da forze minoritarie isolate dall’opinione pubblica.  

Questo è il punto: l’opinione pubblica. Se i cittadini non vedono e non sanno anche la buona volontà rischia di estinguersi e l’impegno di tanti che vogliono essere cittadini attivi si riduce ad una testimonianza e ad un’azione utile ad alcuni, ma non in grado di cambiare la situazione della sanità.   

Claudio Lombardi

Stipendi dei top manager: il mercato o il potere? (di claudio lombardi)

Ci sono situazioni che non sono razionalmente giustificabili, ma alle quali la prassi, cioè l’abitudine, ha conferito un’apparenza di plausibilità e di normalità. Così apprendiamo da notizie di stampa che i guadagni dei super manager delle banche italiane sono aumentati nel passato anno 2009. La crisi dei due anni precedenti aveva portato alla ribalta lo scandalo di retribuzioni che non avevano più alcun collegamento con la realtà e che rispondevano ormai semplicemente ad una moderna “legge della giungla”: io ho il potere per farlo e lo faccio, mi prendo 10, 20, 100 milioni. Si diceva che era il mercato a stabilire quei guadagni. Già, peccato che il “mercato” consisteva nelle decisioni che gli stessi manager prendevano grazie al controllo dei consigli di amministrazione e ad una rete di alleanze che coinvolgeva sempre le stesse persone. Che le cose stessero così era dimostrato dall’assenza di sanzioni per quei manager che non avessero raggiunto i risultati stabiliti e dalla presenza di clausole contrattuali tutte scritte a loro favore. Di questo noi italiani sappiamo qualcosa a proposito di chi ha diretto sia le Ferrovie dello Stato che l’Alitalia: per quanto le aziende dirette andassero in perdita i guadagni dei dirigenti non venivano comunque intaccati, anche quando la responsabilità era della loro cattiva gestione. Scritto nero su bianco in contratti firmati da esponenti del Governo (essendo proprietario lo Stato delle aziende) forse distratti, forse interessati o collusi.

La notizia di oggi è che la crisi inizia ad attenuarsi e subito i top manager delle banche aumentano i loro guadagni. Di quanto? Le notizie di stampa dicono del 25% per i primi quattro istituti di credito italiani. A fronte di una diminuzione dei profitti del 41%. Sarà un premio per non essere andati più giù evidentemente….

Il problema dovrebbe essere affrontato in termini di sostenibilità. È sostenibile una economia nella quale ristretti gruppi di persone accumulano guadagni colossali sottraendo risorse alle loro aziende, agli stipendi dei dipendenti, al mercato e alle attività economiche in generale?

Di questo si tratta: sottrazione di risorse. Pagare il lavoro è sacrosanto, ma quando si parla di svariati milioni di euro che tendono quasi sempre al rialzo non si capisce di quale lavoro si tratti. La domanda è: esiste un lavoro che permette razionalmente di giustificare guadagni di 12.000 euro al giorno per 365 giorni l’anno (retribuzione nel 2009 di Alessandro Profumo numero uno di Unicredit)? Possiamo, evidentemente, inventare mille giustificazioni e sofismi per affermare che è giustissimo così e che all’estero fanno anche peggio. D’altra parte, se esistesse un imperatore, potrebbe affermare che tutto l’impero è suo ed avrebbe anche un diritto, umano e divino, scritto apposta per lui come giustificazione. Il punto è: alla società di oggi questo fa bene o fa male? Funziona meglio o peggio un assetto economico sociale fondato sul potere di alcuni di appropriarsi di una quota consistente della ricchezza prodotta? A noi pare che faccia male e funzioni peggio un tale sistema perché, appunto, sottrae risorse ad impieghi produttivi e a guadagni normali in favore di guadagni parassitari che non producono nulla perché invece di mille persone in più che vanno a fare la spesa al supermercato o che comprano casa abbiamo un solo uomo che prende tutto per lui e tenterà di investire i suoi soldi per farli crescere e, presumibilmente, in attività di tipo finanziario (se si dedicasse alle attività produttive dovrebbe lasciare la banca che gli garantisce quei guadagni spropositati). Chi ci guadagna alla fine? Soltanto lui e quelli come lui. E, si badi, qui si parla di attività bancarie, quelle che dovrebbero servire a far circolare il denaro per sostenere chi produce e lavora. Invece, una bella fetta dei soldi a disposizione viene dirottata in guadagni assurdi dato che nessun uomo può fare tanto da meritare quelle cifre come retribuzione per il suo lavoro. A meno che non vogliamo credere ai poteri magici di pochi eletti che dobbiamo pagare a peso d’oro perché appartenenti ad una casta super selezionata. Ma noi ci vogliamo credere?

Claudio Lombardi

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