Comma 461: istruzioni per l’uso (di Claudio Lombardi)

Cosa dice il comma 461

Il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 prevede due categorie di interventi:

la prima riguarda la trasformazione delle carte dei servizi in carte della qualità; la seconda l’istituzione di un nuovo sistema di monitoraggio dei servizi e di partecipazione dei cittadini.

Circa le carte della qualità la novità consiste nelle norme che ne dispongono l’obbligatorietà per tutti i servizi locali, nella loro rispondenza ad un accordo che deve essere raggiunto tra aziende, associazioni dei consumatori e associazioni imprenditoriali del settore interessato, nel contenuto obbligatorio che deve riportare, tra l’altro, gli standard di quantità e di qualità indicati nel contratto di servizio.

Circa il nuovo sistema di monitoraggio e di partecipazione dei cittadini le novità sono che, in primo luogo, il sistema viene istituito per legge; che ne viene affidata la responsabilità agli enti locali; che è sempre garantita la partecipazione delle associazioni dei consumatori e il diritto dei cittadini ad veder prese in considerazione idee e proposte; che i costi del monitoraggio e della partecipazione vengono inclusi nei costi del servizio che gravano sui gestori; che viene istituita una sessione annuale di verifica del funzionamento dei servizi con la partecipazione delle associazioni dei consumatori che deve prendere in esame, in primo luogo, le osservazioni e i reclami provenienti dai cittadini.

Qual è il ruolo delle associazioni dei consumatori

Il comma 461 dice qualcosa di nuovo rispetto a tutte le disposizioni che prevedono la consultazione delle associazioni dei consumatori perché definisce un ruolo attivo sia nello svolgimento del monitoraggio dei servizi (reso permanente dalla legge, carattere che si estende al ruolo delle associazioni), sia nel raccogliere ed elaborare le sollecitazioni che provengono dai cittadini, sia nelle procedure che portano alla definizione delle carte della qualità. Tale novità viene rafforzata e portata al livello della formazione delle politiche locali dei servizi grazie alla sessione annuale di verifica istituita dalla legge.

Quali associazioni ?

L’attribuzione di ruoli e funzioni alle associazioni dei consumatori fa sorgere l’esigenza di conoscere i caratteri che qualificano in tal senso una realtà associativa. L’interpretazione più corretta, perché aderente allo spirito e alla logica della norma nonché al sistema dei riconoscimenti già presente nell’ordinamento e disciplinato con regole specifiche per il livello nazionale e da ognuna delle regioni per quello regionale, porta ad individuare nell’ambito comunale, provinciale o di aggregazione di enti locali il riferimento per l’attribuzione del riconoscimento alle associazioni.

In altri termini: non occorre che le associazioni dei consumatori siano riconosciute tali dalla Regione per partecipare all’attuazione del comma 461 in un singolo ente locale o ambito ottimale. È sufficiente che la qualifica di associazione dei consumatori sia attribuita al livello dell’ente territoriale nel quale si avvia l’applicazione del comma 461.

Il ruolo dei cittadini

Il comma 461 è innovativo anche perché definisce un diritto dei cittadini ad essere ascoltati e a veder prese in considerazione le sollecitazioni, le proposte e i reclami fatti pervenire ad enti locali, aziende e associazioni. Rispetto all’assetto precedente, caratterizzato dalla presenza di strutture deputate a trattare reclami e segnalazioni, ma non dall’individuazione delle segnalazioni dei cittadini come elemento centrale da cui partire per verificare l’efficacia del servizio, il cambiamento è notevole.

Cosa fare per cominciare

Si è più volte affermato che un protocollo di intesa con gli enti locali costituisce il primo passo per avviare l’attuazione del comma 461. Questa affermazione rimane valida, purchè vi sia la consapevolezza che il protocollo è solo il primo passo (e anche il più facile) e che bisognerebbe avere almeno un’idea di come procedere successivamente.

Il compito più importante che la legge affida alle associazioni dei consumatori (e quello che loro spetta per il motivo stesso della loro esistenza) è di raccogliere le segnalazioni dei cittadini ed essere in grado di elaborarle.

Il secondo compito che discende direttamente dal ruolo di rappresentanti dei cittadini e di loro espressione organizzata, è costituito dalla conoscenza della realtà del servizio in relazione alle esigenze dei cittadini. Ciò costituisce la premessa indispensabile per partecipare al sistema di monitoraggio e di definizione degli standard di funzionamento. Senza questa conoscenza e senza il rapporto con i cittadini il monitoraggio diventerebbe una mera attività di consulenza senza rappresentanza e, quindi, verrebbe meno uno dei caratteri identitari dell’associazionismo che è espressione delle istanze di partecipazione dei cittadini.

Ne consegue che la prima esigenza è quella di realizzare l’apertura ai cittadini e la conoscenza dei servizi che sono i presupposti per svolgere il ruolo che la legge assegna alle associazioni. È bene precisare che, pur essendo attività che le associazioni in quanto tali dovrebbero svolgere ordinariamente, sono previsti specifici finanziamenti nello stesso comma 461 per favorirne lo svolgimento.

Il primo passo è, quindi, quello di costituire un gruppo di lavoro formato da aderenti alle associazioni che analizzino la situazione e seguano l’attuazione del 461.

Il secondo passo è la creazione di una (o più strutture a seconda delle capacità delle singole associazioni che avviano l’attuazione e dei servizi nei quali si intende intervenire) dedicata in maniera specifica all’ascolto dei cittadini e alla conoscenza dei servizi. Per struttura si intende un sito internet e un ufficio dedicato con personale stabile commisurato alla dimensione dei compiti che ci si assume.

Il coinvolgimento degli aderenti e la consapevolezza fra i cittadini costituiscono, tuttavia, la sfida più importante perché il senso del 461 e il suo valore sta proprio nell’obiettivo di realizzare nuove forme di partecipazione dei cittadini finalizzate all’efficacia dei servizi locali.

Pensare di attuare il comma 461 solo attraverso strutture professionali come le società di consulenza che già operano per rilevare la customer satisfaction e legate alle società di gestione dei servizi sarebbe uno stravolgimento dello spirito della legge e la renderebbe inutile.

Riassumendo 

  1. qualificarsi come associazione di consumatori in ambito locale;
  2. conoscere il comma 461 e comprenderne il significato tra gli aderenti;
  3. costituire gruppi di lavoro dedicati al 461 e ai singoli servizi fra gli iscritti e aperti alla partecipazione dei cittadini;
  4. definire un piano di lavoro interno alle associazioni ;
  5. proporsi agli enti locali per attuare il comma 461 in uno o più servizi pubblici;
  6. informare i cittadini di cosa si sta facendo;
  7. proporre all’ente locale un protocollo di intesa con il quale ci si impegna ad attuare il comma 461;
  8. predisporre uno o più progetti o piani di attuazione del protocollo di intesa.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Umbria, Marche

Le vie della partecipazione sono finite? (di Claudio Lombardi)

C’era una volta la partecipazione…così potrebbe cominciare una favola e, invece, comincia un discorso ben più fondato sull’osservazione della realtà di questi ultimi anni.

Basta seguire i vari talk show televisivi o scorrere le prime pagine dei giornali o anche leggere i discorsi degli uomini politici più influenti e i documenti programmatici dei partiti maggiori per avere una conferma che la partecipazione è quasi scomparsa come elemento fondativo, distintivo, identitario del nostro sistema democratico.

Che il ruolo del cittadino si fosse ridotto a quello di elettore e di spettatore lo si era già constatato in più circostanze e, forse, era nei piani (e nei desideri) di quelli che non hanno mai digerito la nostra Costituzione e lo Stato democratico che è stato fondato 60 anni fa e che tanto hanno fatto per allontanare il popolo dalla politica.

Come ognuno può vedere, quando si affrontano i temi politici, l’attenzione dell’opinione pubblica è costantemente attirata dalle problematiche dei rapporti fra i partiti e all’interno dei partiti fra diverse componenti; problematiche che ruotano intorno a parole e concetti dei quali non si comprende più bene il significato dato che, spesso, sono branditi come bastoni da lanciare addosso agli avversari politici, ma non oggetto di spiegazione e di riflessione.

Uno dei temi dominanti già da anni è costituito da quello che viene definito il “conflitto” fra magistratura e politica. Questo “conflitto” è diventato, nel dibattito politico, una creatura misteriosa che si aggira, si occulta e poi colpisce all’improvviso.

Anche in questo caso la nebbia avvolge concetti e parole e non si capisce quali siano gli elementi che dimostrerebbero l’esistenza del “conflitto”. Poiché la magistratura è stata creata per perseguire reati bisognerebbe spiegare, piuttosto, come mai ci sono politici sui quali pendono accuse pesanti che non sono fatte di calunnie lanciate sui giornali, ma da capi di accusa che discendono da indagini lunghe e complesse. È come se si accusasse la previsione meteo della pioggia che cade.

E invece parlare di “conflitto” annebbia la vista e non si riesce a vedere la sostanza che sta dietro le parole.

Così il legittimo diritto di sapere se chi ci rappresenta o, addirittura, ci governa esercitando poteri e disponendo di soldi e di apparati pubblici, sia una persona onesta e affidabile rimane insoddisfatto perché si alzano le urla di chi, accusato, risponde: congiura, conflitto, assurdità ecc ecc.

Qualcuno, in realtà, pensa che anche il rapinatore preso con le mani nel sacco, se potesse, direbbe che la polizia e i magistrati ce l’hanno con lui e che non se ne parla proprio di farsi processare per vedere se, prove alla mano gli riesce di dimostrare la propria innocenza.

Ma non può farlo. Questo privilegio è riservato ai pochi che hanno il potere e dispongono del denaro e delle strutture di comunicazione (giornali e televisioni) per dare la loro versione dei fatti, nella migliore delle ipotesi, oppure, semplicemente, per sottrarsi ai processi.

Questo è il punto di vista del cittadino comune, diciamo pure di chi ragiona con il comune buon senso.

In questo clima come sperare che molti pensino alla partecipazione dei cittadini come la ricetta migliore per far funzionare lo Stato, le istituzioni, la vita sociale e anche, persino, gli stessi partiti politici?

Eppure, non saremo in tantissimi, ma noi ci crediamo che sia possibile vivere in una società più coesa, ordinata, ben governata perchè fondata sulla partecipazione dei cittadini.

Come dice una bella canzone di Giorgio Gaber la “libertà è partecipazione”.

Per altri la libertà è quella di (tentare di ) fare il proprio comodo fino a che non ne sono impediti da altri più forti. Ed è quello che abbiamo visto in tante parti del mondo già innumerevoli volte. Ma le conseguenze non sono mai state buone nel medio e lungo periodo per i popoli: guerre, violenze, distruzione dell’ambiente, sopraffazione dei più deboli sono solo alcuni dei prezzi pagati da tutti per il tornaconto di pochi.

Purtroppo c’è sempre qualcuno per cui la libertà è solo quella sua da esercitare contro gli altri. Per questi asociali ci vorrebbe quell’antica sanzione in uso nel mondo greco e romano che escludeva dallo Stato chi ne violava le leggi diventando un pericolo per gli altri.

La sanzione più adatta a quest’epoca, invece, è costruire un sistema fondato sulla partecipazione che limiti il potere di chi usa la democrazia per sé e contro la collettività.

La partecipazione va considerato uno dei caratteri fondanti di un regime democratico avanzato che non si limita a mettere nelle mani degli specialisti della politica il governo di una società, ma si affida ad un sistema di pesi e contrappesi nel quale le diverse componenti si bilancino senza che nessuno possa mai disporre del potere di prevaricare gli altri.

La partecipazione, inoltre, rende più scorrevoli e autentici i processi decisionali e di applicazione delle decisioni creando le condizioni per il superamento delle chiusure corporative e degli egoismi individuali.

Solo in questo modo, infine, è possibile migliorare la validità e la veridicità delle decisioni degli organi rappresentativi e l’efficacia del sistema di governo basandole su una coesione sociale non statica, ma dinamica che si adatta alla mutevolezza degli sviluppi culturali, economici e sociali.

Le virtù della partecipazione sono indubbie, ma non si trovano già belle pronte in un pacchetto di interventi che devono solo essere applicati per funzionare.

Occorre costruire la cultura della partecipazione ed inserirla nelle prassi di vita quotidiana.

Non bastano, insomma, le manifestazioni esteriori della partecipazione come sono stati tradizionalmente considerati comizi, cortei e simili.

È necessario che la partecipazione sia una delle modalità con le quali si governa in senso lato la società e lo Stato.

Non si è fatta, sin qui, menzione delle elezioni che, pure, costituiscono la principale forma della partecipazione alla politica dato che servono a comporre gli organi istituzionali rappresentativi.

Non se ne è fatta menzione perché quel momento di partecipazione ha senso se si inserisce in un sistema partecipativo; se isolato e lasciato a sé stesso si presta facilmente ad essere preda di chi dispone di capacità e di poteri di influenza sull’elettorato.

Tornando alle diverse forme della partecipazione bisogna precisare che non siamo all’anno zero: nel passato molto è stato fatto anche in assenza di riconoscimenti legislativi e di discipline specifiche. Oggi ci sono normative che consentono e prevedono la partecipazione, ma spesso non sono applicate o perché boicottate oppure perché chi dovrebbe utilizzare quelle possibilità non ha le idee chiare o le capacità o la forza per farlo.

Il problema, a questo punto, si traduce nella necessità di individuare percorsi di partecipazione che stimolino la nascita e il rafforzamento di forme associative fra i cittadini che sappiano utilizzare le norme esistenti e che, inoltre, creino la “necessità” della partecipazione per far funzionare meglio le cose.

Per non fare discorsi astratti ecco un esempio: il comma 461 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 sarebbe una bella occasione per realizzare questo disegno, ma, a distanza di due anni dalla sua approvazione, non se ne conosce ancora alcuna applicazione.

Vale la pena dedicare a questa norma un’attenzione particolare, ed è quello che faremo nel prossimo articolo dedicato a definire un percorso di attuazione del comma 461.

 

Claudio Lombardi Cittadinanzattiva Toscana, Marche, Umbria

Rosarno: negazione dei diritti e violenza (di claudio lombardi)

I fatti di Rosarno con gli atti di violenza compiuti dai lavoratori stranieri e quelli ancor più gravi degli abitanti della cittadina calabrese impongono di ragionare.

Il primo impulso è di solidarietà con i lavoratori immigrati – irregolari o regolari non fa nessuna differenza – trattati in maniera disumana e ferocemente sfruttati da chi gestisce e utilizza il loro lavoro.

Chi si permette di trattare nella maniera che abbiamo visto e conosciuto attraverso fotografie, testimonianze e televisione persone in stato di bisogno che offrono il loro lavoro non ha alcuna giustificazione.

Senza se e senza ma, come si usa dire da qualche tempo, questi pretesi datori di lavoro, questi procacciatori di manodopera devono essere indicati come persone non degne, vergogna del loro paese, nocivi per la stabilità sociale, l’economia e l’ordine pubblico. Si tratta di asociali che pensano solo allo sfruttamento di ogni debolezza altrui per incrementare la loro ricchezza che non sono nemmeno capaci di tradurre in una crescita generalizzata del contesto sociale ed economico in cui vivono.

Così come già accaduto con la catastrofe ambientale e con la speculazione edilizia nel Mezzogiorno (con danni enormi per l’ambiente e molte vittime) la criminalità organizzata – che si chiami mafia, camorra e ‘ndrangheta o in altro modo – occupa con il suo malgoverno gli spazi lasciati liberi dal governo legittimo e dallo Stato.

Non è facile immaginare il tipo di vita che si possa condurre in un territorio così profondamente inquinato da chi ha fatto della violenza la sua legge e riesce ad imporla all’intera popolazione che sa benissimo di non poterla espellere e di dover rispondere più a questa legge che a quella dello Stato.

Lo stravolgimento che si realizza nella vita delle collettività locali ricorda più la situazione di territori martoriati dalle guerre o in mano a eserciti stranieri.

Il problema è che nel caso del nostro Sud l’esercito straniero è la parte più forte della società civile, nasce da quei territori ed è radicato nel modo di vivere e nella cultura che imprime il suo segno sulle relazioni sociali e sul modo in cui si formano e si esprimono le gerarchie sociali.

La convivenza con le mafie ha impedito che nascesse una cultura civile democratica predominante in grado di confinare ad ambiti marginali la delinquenza che, invece, si pone come potere in grado di controllare il territorio e di condizionare le istituzioni democratiche.

La caratteristica principale di questa situazione è la negazione dei diritti delle persone. Sembra affermazione scontata e ripetitiva. Sembra il meno e, invece, è il più.

Occorre sempre ricordarlo perché i diritti esprimono il riconoscimento sociale, con la mediazione di norme giuridiche e di impegni di governo delle istituzioni, di valori e principi che servono per vivere in un ambiente sociale ed umano che sollevi dalla paura degli altri e rafforzi la speranza e la fiducia.

Speranza e fiducia: questi sono i valori di fondo indispensabili alla convivenza pacifica che si esprimono attraverso i diritti. Qui non si tratta di distinguere fra cittadini e stranieri perché ci sono diritti che, non solo la nostra Costituzione riconosce come propri dell’essere umano, ma anche l’intelligenza e il buon senso accettano come inevitabili se si vuole mantenere la coesione e la stabilità sociali.

Che speranza di futuro può avere una società nella quale agli stranieri sia riservato un trattamento che disconosce fondamentali diritti che, invece, si pretende di riservare solo ai cittadini?

In un mondo sempre più fondato sull’interdipendenza una società di questo tipo sarebbe condannata, prima o poi, alla guerra che non è mai una romantica avventura (come, forse, pensano tante teste vuote che si riconoscono nei simboli di pseudoculture guerriere di cui non hanno alcuna esperienza), ma è fatta solo di distruzione e morte.

E che tipo di ordine sarebbe quello di uno Stato nel quale la cultura dominante e praticata darebbe per scontata la negazione della persona in quanto tale?

A quante violenze quei cittadini sentirebbero di avere diritto per difendere i propri interessi?

E come si impedirebbe alla cultura della prevaricazione e della negazione dell’umanità di dilagare nei confronti di tutti quelli che si manifestassero come più deboli?

Chi è così ottuso da non capire che solo la pacifica convivenza, la stabilità sociale e la coesione sono le condizioni per un arricchimento generale e perché ognuno trovi le condizioni per esprimere le sue capacità migliori? Chi?

Purtroppo di ottusi ce ne sono tanti.

Per esempio tutti quelli che gridano contro i clandestini dopo che una legge ipocrita ha sancito che debba venire in Italia solo chi ha già un lavoro sicuro sapendo benissimo che un lavoro lo si trova solo dopo essere arrivati qui.

Chi, con bieca furbizia, ha rovesciato su tutti gli italiani e sugli stranieri, con la forza e l’autorevolezza della legge, il peso di trovare una soluzione al dramma epocale rappresentato dalle migrazioni dovrebbe essere qualificato incapace di legiferare e di governare.

Invece pontifica e continua a detenere le leve del potere.

Ma gli ottusi non lo capiscono. Così come non capiscono che senza i lavoratori stranieri l’Italia non funzionerebbe più come adesso. Frutta, verdura, zootecnia, fabbriche, servizi familiari, commercio al dettaglio e una miriade di lavori che ci permettono di vivere e che dovremmo elencare uno per uno se non bastasse guardarsi in giro o dentro le proprie case per capire cosa vale il lavoro degli immigrati.

Ma l’ottuso pensa che toccherebbe agli altri e che ciò che a lui serve non sarebbe toccato.

E che dire degli abitanti di Rosarno che per anni non hanno visto oppure hanno visto, ma accettato le condizioni disumane in cui venivano tenuti i lavoratori stranieri e non si sono ribellati di fronte alle angherie e ai soprusi a loro riservati e adesso parlano pure di ospitalità tradita?

Perché non provano loro a godere dei “privilegi” della stessa ospitalità?

E tutti quelli che dovevano vedere e non hanno voluto vedere dove li classifichiamo? Ottusi, vigliacchi o complici?

No, non è in questo modo che può vivere una collettività che vuole prosperare e credere nel futuro.

Occorre che in Italia si realizzi una rivoluzione culturale che metta al primo posto quei valori scritti nella nostra Costituzione che non sono mai citati dai politici che continuano a cianciare di fantomatiche riforme e non si rendono conto che il loro compito è di guidare la nazione anche con il rigore e l’esempio sulla base di valori che uniscano la collettività.

La prima riforma da fare sarebbe quella di unirsi per costruire un Paese civile fondato su una cultura dei diritti, della solidarietà, dell’accoglienza non solo dello straniero, ma anche delle risorse e delle capacità che in tanti possiedono (i giovani innanzitutto) e a cui viene negato diritto di cittadinanza in Italia. Accoglienza, apertura, disponibilità sono caratteri propri di una società che si sviluppa e che diventa ricca per la qualità delle persone che riesce a formare e che la compongono.

La cultura dei diritti è la condizione di base per lo sviluppo di questo tipo di società e la cittadinanza attiva ne costituisce la migliore espressione.

 

Claudio Lombardi – Cittadinanzattiva Toscana, Marche e Umbria

Salari, precari e cittadini (di claudio lombardi)

Una ricerca dell’OCSE relativa al 2008 e resa nota nel corso del 2009 merita di essere ripresa e commentata. I dati nudi e crudi dicono che gli italiani guadagnano poco. Fra i 30 paesi riuniti nell’OCSE i salari italiani occupano il 22° posto sia al lordo che al netto delle imposte. La classifica dell’OCSE, inoltre, è stata realizzata in base al potere di acquisto e non in base all’importo nominale riportato sulle buste paga. Nel confronto con i paesi dell’Europa occidentale solo in Portogallo i lavoratori se la passano peggio. E non si tratta solo del “cuneo fiscale” cioè della differenza fra quanto costa un lavoratore ad un’azienda e quanto incassa effettivamente: anche gli importi lordi sono bassi. Senza tirare in ballo le cifre – ci vorrebbe più spazio e andrebbero esposte in maniera analitica – ciò che importa è tornare sulla constatazione che emerge dalla ricerca dell’OCSE e ribadire che in Italia i  lavoratori dipendenti guadagnano, in media, poco; meno certamente dei  loro colleghi francesi, danesi o tedeschi. Già questo è un dato che colpisce, ma non è l’unico ad obbligarci ad una riflessione.

Sempre nel passato 2009 la Commissione europea (Direzione occupazione affari sociali e pari opportunità), sanciva in un rapporto (disponibile anche su internet) che il rischio povertà,  aggravato dalla mancanza di efficaci misure per sostenere chi si trova in stato di disoccupazione con un reddito minimo garantito, pende su un quinto degli italiani perché il loro reddito mensile si aggira intorno ai 750 euro. Non di sola disoccupazione, però, si tratta perché sappiamo tutti molto bene che il lavoro precario e mal pagato è diventato la modalità ordinaria di accesso alla vita lavorativa per i giovani e che, per molti, si trasforma in una forzata giovinezza visto che non si porta mai ad un impiego stabile anche dopo molti anni di precariato. Alla precarietà, inoltre, si aggiunge il ricatto dei salari bassi e dell’assenza di garanzie (ferie, liquidazione, malattia ecc) con la minaccia di uscire dal giro dei contatti che portano ad un lavoro qualunque e di rimanere senza niente in mano. Succede così che si diffonde una nuova categoria di lavoratori, già ben conosciuta negli USA: i working poors cioè i lavoratori poveri. Non occorre aggiungere che su queste basi milioni di giovani non potranno mettere le basi della loro vita autonoma e, men che meno, pensare di costruire una famiglia. Viene da sorridere di rabbia a pensare a quanto tempo ed energie si sono sprecate a “difendere” la famiglia dall’attacco di pericolosi nemici come i patti di convivenza senza aggredire il vero problema di un sistema economico e sociale che colpisce senza pietà i più deboli e i giovani che non provengono da famiglie agiate e che non si fanno strada grazie ai favoritismi e alla corruzione per i quali il nostro Paese è famoso in tutto il mondo occidentale.

È lecito domandarsi che fine fanno i diritti di cittadinanza in questa situazione? Qualcuno si scandalizza se si fa notare che la crescita esponenziale dei guadagni dei top manager (anche delle imprese di proprietà pubblica) e le remunerazioni dei membri dei consigli di amministrazione (molti con una pluralità di poltrone) ha poco a che fare con regole di mercato vere e che somiglia, invece, alla pura e semplice imposizione della legge della giungla che vede vincente sempre i più forti?

È lecito domandarsi se questa situazione fa bene al nostro Paese e al suo futuro?

Sì è lecito ed è anche necessario cominciare a vedere i diritti non separati dalle condizioni materiali della loro realizzabilità. Ed è anche lecito cominciare a non considerare inevitabile, quasi una legge di natura, la prevaricazione di chi dispone del potere di dettare legge ad altri e poi usa il potere per fare i propri interessi. Se si comincia a dire chiaramente che è ora di finirla forse si riuscirà a creare un clima diverso basato su un’opinione pubblica che metterà sotto accusa i comportamenti antisociali di chi al posto dei meriti e dei talenti mette lo sfruttamento di posizioni di potere sia in ambito pubblico che privato. Avere posto a base dello Stato una Costituzione che riconosce nel lavoro l’elemento che identifica la posizione dell’individuo nella società può aiutare a riconoscersi in valori che non sono per niente vecchi e polverosi. Disconoscere questo valore e gli altri che ne conseguono può, forse, giovare a chi considera l’individualismo competitivo l’elemento fondante della modernità. Così si maschera meglio una realtà nella quale le sperequazioni fra chi sta al vertice della scala sociale e chi sta alla base sono drammaticamente aumentate. Anche in questo caso la cittadinanza attiva è una risposta giusta a chi vorrebbe vedere solo individui in lotta l’uno con l’altro per conquistare posizioni di forza dalle quali perseguire il proprio interesse senza l’impaccio della solidarietà e della socialità.

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione

Riforme : basta la parola ? (di Claudio Lombardi)

Ancora una volta, come fosse una gran novità, si riparla di riforme istituzionali.
Leggendo i libri di storia pare che negli anni ’80 già se ne parlasse molto. E’ noto che già a quell’epoca risale la creazione di una commissione parlamentare di studio che doveva definire un ampio  progetto di riforme costituzionali. Qualcuno si spingeva oltre e rivendicava l’avvento di una Grande Riforma che ponesse rimedio alla lentezza delle istituzioni e alla vecchiezza della Costituzione. Questa, in effetti, aveva all’epoca quasi quarant’anni che, se non sono tanti per una persona, non dovrebbero esserlo nemmeno per la legge fondamentale di una nazione. Però, tirare in ballo il vecchio che impedisce al nuovo di affermarsi fa sempre un bell’effetto e consente di non andare tanto per il sottile chiarendo bene cosa si vuole fare, perché e come. Così, se tanti provano disagio per le azioni reali degli uomini e delle donne eletti per governare, basta appellarsi alla necessità di riforme e al vecchiume della Costituzione e delle istituzioni per alzare le mani e dire che sì, sarebbe bello governare bene e fare ognuno il proprio dovere nell’interesse della collettività, ma come si fa se non si riesce a riformare niente ?

Ed eccoci al tema delle riforme che, in effetti, torna ad ogni passaggio difficile della vita pubblica, delle istituzioni e della politica. Il centro dell’attenzione, tuttavia, è sempre attirato più sulla necessità un po’ generica di un rinnovamento e meno su che cosa si propone concretamente di fare. Così, però, si confondono strategie e opzioni diverse tutte presentate come riforme indispensabili.

Così era stata presentata la riforma della legge elettorale per esempio, definita poi da uno dei suoi autori una “porcata”, dopo l’approvazione e l’entrata in vigore ovviamente, non prima. Si tratta di una riforma che ha trasformato l’elezione al Parlamento in una nomina a scatola chiusa da parte dei vertici dei partiti dato che è stata sottratta ogni possibilità di scelta all’elettore. Ciò dimostra che, dietro l’opacità del dibattito si fanno strada, in realtà, disegni e intenzioni ben precise che non vengono, però, presentate per quello che sono, ma, rivestite da una bella confezione con sopra scritto “riforma finalmente” a caratteri cubitali, proposte come il rimedio giusto per dare all’elettore l’impressione che le cose stiano cambiando e distrarlo dalla sostanza di ciò che si sta facendo. E, dato che i cittadini non sono messi in grado di capire bene cosa e come cambia, chi ci guadagna e chi ci perde, si devono contentare solo del fatto che una riforma è stata finalmente fatta.

Qui sta il segreto del gran parlare di riforme come rimedio indispensabile per i problemi dell’Italia.
Che, se fossero affrontati per quello che sono, potrebbero trovare molte soluzioni con le politiche pubbliche che gli organi elettivi, Parlamento innanzitutto, devono definire e il Governo deve attuare.
Perché ciò che spesso si dimentica è che gli strumenti per agire ci sono e sono di sostanza non di pura forma. E poi ci sono le persone che fanno la differenza con il loro impegno, la loro volontà e l’esempio. Ma perché non si tira mai in ballo la capacità e la volontà delle persone che, incarnando la politica, hanno il compito di dirigere le istituzioni ? Cosa impedisce oggi che le istituzioni siano fatte funzionare come i motori del rinnovamento ?
Sorge il dubbio che la politica non abbia sempre selezionato i migliori e che tanti abbiano fatto e facciano il loro interesse, non quello dei cittadini. Non nasce forse da qui la crisi di fiducia che ha colpito i partiti e le stesse istituzioni democratiche da quasi un ventennio ?
Due esempi. La riforma della giustizia viene invocata a gran voce come se fosse una vera emergenza per il Paese. In effetti c’è bisogno che la giustizia, specie quella civile, funzioni meglio perché la certezza del diritto e la stabilità sociale passa anche per la rapida soluzione delle controversie e per la tutela delle regole che vengono violate. Tutti immaginiamo che questo gran parlare di riforma della giustizia alluda alle procedure, alle attrezzature, al personale, a tutto il complesso delle misure organizzative che presiedono allo svolgimento di questa funzione centrale per la vita della società. Garantendo, ovviamente, è quasi superfluo dirlo, l’imparzialità e l’autorevolezza dei magistrati che sono tenuti a far rispettare la legge. Immaginiamo anche che si faccia ogni sforzo per dotare l’apparato giudiziario dei mezzi migliori e delle persone giuste per svolgere la sua essenziale funzione.
Ma è così ? Non sembra proprio.

Altra riforma che si invoca a gran voce è quella che dovrebbe conferire al Capo del Governo maggiori poteri per l’attuazione del programma. Si sostiene, anche, che i maggiori poteri dovrebbero scaturire da una più esplicita investitura popolare che liberi il Presidente del Consiglio dai vincoli e dagli impedimenti che oggi provengono da molte direzioni, ma essenzialmente dalla maggioranza parlamentare e dai partiti che la compongono nonché dalle altre istituzioni che esercitando le loro funzioni impedirebbero la scorrevolezza e l’immediatezza dell’azione di governo.
Anche qui una domanda si impone: siamo proprio sicuri che di questo c’è bisogno e che questo è il vero problema ?
E perché mai attribuire maggiori poteri ad una persona sola dovrebbe risolvere problemi che la classe dirigente nel suo complesso non riesce a risolvere ?
Veramente crediamo che in una democrazia possa essere uno a decidere per tutti ?
E’ significativo che si coltivi questa illusione mentre nessuno sembra tenere in grande considerazione quello che i tanti che si dedicano alla politica per professione possono fare per migliorare le cose. E poi non si tiene in minimo conto ciò che possono fare tutti gli altri .
In questo gran parlare di riforme, infatti, non si sente nemmeno nominare la partecipazione dei cittadini. Tutto è demandato ai professionisti della politica e l’unica partecipazione richiesta al cittadino è quella del voto.
E invece la partecipazione del cittadino dovrebbe essere il cemento che collega i vari “pezzi” della società, il senso che fa avvertire a tutti che esiste un’entità nazionale reale e non immaginaria, la spinta che riporta al minimo comune denominatore l’identità di chi abita un territorio.

La partecipazione dovrebbe essere un elemento costitutivo di un regime democratico che non è mai monolitico (eleggiamo il Capo supremo poi lui pensa a tutto), ma è pluralista nel senso che esistono poteri di tipo diverso, istituzionali e sociali, che interagiscono fra loro per definire e perseguire il bene comune. E questa interazione è molto più efficace di qualsiasi capo supremo perché trasforma i cittadini-sudditi in cittadini-protagonisti cioè in quelli che comunemente si definiscono cittadini attivi. La partecipazione, quindi, non è solo una possibilità, ma è l’espressione della stessa cultura civile di un popolo, è il “noi” che sempre si accompagna all’ “io” perché lo si è appreso nella vita reale e lo si vive giorno per giorno. Qualcuno vuole cominciare a parlare anche di questa grande riforma civile ?

Perché nessuno parla di questa vera grande riforma ?

Claudio Lombardi responsabile interregionale di Cittadinanzattiva di Umbria, Toscana e Marche per la partecipazione 

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