La manovra finanziaria del Governo: una vecchia storia (di Claudio Lombardi)

Ebbene sì siamo in emergenza. Ancora una volta; non è la prima e, rassegniamoci, non sarà l’ultima. Chiunque abbia raggiunto la maggiore età non può non ricordarsi di esserci cresciuto con le crisi e con le emergenze. La genesi delle emergenze è più o meno sempre la stessa: si parte da una crisi economica preferibilmente a livello internazionale per arrivare alla minaccia di uno sconvolgimento dei nostri equilibri che si rivelano fragili per la struttura della nostra economia, per il mancato sviluppo di una parte del Paese e per l’inefficienza dello Stato che sperpera ricchezze immense in spesa pubblica improduttiva (accompagnata da clientelismo, ruberie e corruzione nonché inadeguatezza degli apparati burocratici). Se la circostanza non fosse seria e anche drammatica ci sarebbe da ironizzare sulla sacralità di certe formule e di argomentazioni che vengono utilizzate dai politici per spiegare i contenuti dell’ennesima manovra. In primo luogo non c’è mai tempo e modo per prevenire le crisi che ci colgono sempre di sorpresa. Il che non permette di accorgersi che esiste il fenomeno (loro lo chiamano così con un termine che vorrebbe rendere “oggettivo” e quasi “naturale” ciò che corrisponde a precise scelte politiche) dell’evasione fiscale che, quindi, non può essere contrastato in tempi utili per fronteggiare la crisi. Di conseguenza, poiché siamo in emergenza, bisogna chiedere sacrifici a quelli che non si possono nascondere al fisco oppure tagliare servizi di cui i ricchi non hanno bisogno. Ci sono vari ritornelli che circolano insistentemente: uno è quello dei tagli e l’altro è quello delle riforme. Dopo decenni di manovre e di finanziarie e dopo anni di gestione che ha pure aumentato la spesa corrente si scopre che bisogna assolutamente tagliare la spesa improduttiva che, evidentemente, è come i capelli o i peli, ne tagli un po’ e quelli si riformano. È curioso assistere alla serietà con la quale si annuncia che occorre tagliare le spese inutili senza che nessuno mai ci spieghi com’è possibile che non sia già stato fatto in una delle manovre del passato. E poi i problemi ci sono perché non si sono fatte le riforme (quali? Boh! Ognuno ha le sue preferite, importante è dire che bisogna farle). Il menu delle manovre poi è sempre vario e fantasioso: prendiamo la spesa sanitaria imputata da anni di essere eccessiva e per questo monitorata e ridiscussa ogni anno. Ogni tanto si impongono ticket per le visite specialistiche o per i medicinali sempre dichiarando che occorre andare al fondo degli sprechi (altro eufemismo che rende oggettivo e impersonale ciò che spesso dovrebbe essere chiamato furto di denaro pubblico e corruzione). Gli sprechi continuano e le regioni devono trovare i soldi in altro modo, ma sempre i contribuenti pagano.

Sarebbe lecito aspettarsi da chi governa lungimiranza e rigore e, invece, scopriamo sempre improvvisazione e preoccupazione per la difesa del proprio spazio elettorale e delle proprie clientele e anche irresponsabilità. Come possiamo definire l’allegra superficialità del nostro Presidente del Consiglio che appena l’anno scorso proclamava che la crisi internazionale non avrebbe toccato l’Italia? E in quale altro modo si può spiegare la persistenza di un’evasione fiscale che supera, secondo valutazioni concordi, la cifra di 100 miliardi di euro? E di una corruzione che pesa, secondo la Corte dei Conti, per la metà di questa cifra? Se pensiamo che dietro questi numeri non c’è il destino o la fatalità bensì indirizzi e decisioni ben calcolate (come gli scandali della politica affaristica hanno sempre dimostrato) allora c’è n’è abbastanza per arrabbiarsi.

Le decisioni del Governo vengono presentate come ineluttabili e prive di alternativa. Sicuramente rappresentano la via più semplice per raggiungere l’obiettivo di tamponare la situazione, ma per la natura stessa della fragilità italiana, non andranno lontano. Il problema non è la speculazione sulla quale l’Europa è intervenuta, sia pure tardivamente, con la decisione di “proteggere” i titoli del debito pubblico degli stati. Il problema dell’Italia è sempre lo stesso da decenni e ha molte facce tutte collegate: debito pubblico, spesa pubblica, efficienza dello Stato, politiche industriali, equità sociale.

Prendiamo l’equità sociale. E’ risaputo che dopo il passaggio all’euro si è verificata una gigantesca redistribuzione dei redditi a sfavore dei lavoratori a reddito fisso e a favore di quelli che decidono il prezzo delle loro prestazioni. Non c’è bisogno di essere scienziati per capire cosa è successo quando da un mese all’altro molti prezzi hanno seguito la parità con la lira (mille lire=un euro) e le retribuzioni no (mille lire=mezzo euro). Questo trasferimento di ricchezza ha coinciso con un quinquennio di governo (2001-2006) assai permissivo per le categorie che ci hanno guadagnato. In quegli anni la ricchezza di tanti è stata occultata e il fisco ha fatto finta di non vedere. Quando si è deciso di favorire il rientro dei capitali e delle ricchezze detenute all’estero si è accordato un altro privilegio con l’aliquota del 5% con la quale tutto è stato legalizzato. Nel frattempo lo Stato si è retto grazie ai tanti che non sono sfuggiti al fisco (lavoratori e anche piccole imprese). Oggi si lamenta una caduta dei consumi, ma quali scelte politiche di governo sono state fatte quando c’erano un po’ di miliardi da spendere? Eliminazione dell’ICI e salvataggio dell’Alitalia, 6 miliardi di euro. E quanto sono costati i grandi eventi e la truffa della cricca di malfattori che si nascondeva dietro gli interventi straordinari gestiti dalla Protezione civile? 1 miliardo, 2 o più? Chi doveva vedere e agire nell’interesse pubblico non ha visto perché non gli conveniva e oggi chiama al sacrificio. Con che credibilità?

Nel merito delle misure adottate c’è solo da osservare che il Governo, coerentemente con le sue scelte precedenti, non ha voluto fare nulla per chiedere di più a chi ha avuto di più in questi anni e non ha fatto nulla per modificare scelte tanto costose quanto velleitarie e convenienti solo per alcuni gruppi di aziende e per determinati settori politici. Ci si riferisce al Ponte di Messina opera quanto mai inutile oggi, alla tassazione dei grandi patrimoni e delle rendite finanziarie (i guadagni di borsa pagano ancora il 12,5%), alla revisione della spesa per l’istruzione e per la sanità privata (quest’ultima continua a generare scandali per le truffe che vengono scoperte). E la spesa per la politica dove viene tagliata? forse i rimborsi elettorali vengono dimezzati? sì si tenta di tagliare alcune province, ma già il giorno dopo Tremonti e Berlusconi appaiono perplessi. Anche la spesa militare può essere oggetto di revisione sia per ridurre i numerosi impegni all’estero che le spese per gli armamenti. Per aiutare l’economia però non bastano i tagli occorre anche rilanciare i consumi interni e le esportazioni. È controproducente togliere qualcosa dalle tasche di cittadini che vivono di lavoro dipendente e lasciare che crescano i grandi patrimoni. Per questo ci vuole un’imposta straordinaria sulla ricchezza patrimoniale di maggiore entità. Per aiutare le imprese occorre puntare sullo sviluppo di quei settori che in tutti i paesi occidentali guardano al futuro (l’economia verde) e praticare un rapporto leale con le pubbliche amministrazioni (ritardo nei pagamenti).

Si tratta di scelte alternative che potrebbero essere praticate da un Governo e da un Parlamento che si prendano cura veramente degli italiani nello spirito dell’unità nazionale e della coesione sociale. La via imboccata dal nostro Governo non è questa e lo dimostra anche l’accanimento con il quale in Parlamento si prosegue giorno e notte nell’esame della legge che, di fatto, ostacola la magistratura nella lotta alla criminalità. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani si tenta in ogni modo di far approvare una legge che garantirebbe l’impunità per i delinquenti che hanno contribuito a saccheggiare lo Stato e si tapperebbe la bocca a giornali e radiotelevisioni che volessero far sapere cosa sta succedendo. Questi sono i fatti che sappiamo distinguere dalle ipocrisie dei responsabili di questa situazione.

Claudio Lombardi

Intercettazioni, libertà di informazione, cittadini e sudditi (di Claudio Lombardi)

La legge sulle intercettazioni prosegue il suo iter fra proteste e tentativi di resistenza dell’opposizione in Parlamento. Sui suoi contenuti si è detto e scritto molto producendo anche una relativa assuefazione all’idea che si tratti di importanti questioni che interessano i cittadini e di atti di buon governo, magari un po’ dolorosi, ma che si rendono necessari perché corrispondono ad un interesse generale. Cosa dicano le norme in discussione è abbastanza noto e basta ricordare che vengono posti freni procedurali (i casi nei quali vi si può ricorrere, le modalità) e temporali (la durata limitata a 10 settimane) allo svolgimento delle intercettazioni e viene duramente colpita la pubblicazione e divulgazione di notizie relative ai procedimenti in corso e al contenuto delle intercettazioni anche se non coperte dal segreto poiché note alle parti del processo. Ulteriori ostacoli vengono posti alle intercettazioni di agenti dei servizi segreti per le quali si dovrà informare preventivamente la Presidenza del Consiglio e alla installazione di apparecchiature di intercettazione per le quali si dovrà avere la certezza dello svolgimento di attività delittuose.

Si tratta, nel complesso, di un gigantesco freno ad attività di indagine dirette a colpire reati che vanno dalla corruzione, all’associazione mafiosa e camorristica, al traffico di droga, alla pedopornografia. E di un ulteriore freno alla possibilità che l’opinione pubblica sappia cosa sta accadendo. Da cosa deriva il freno? Dai limiti di ogni tipo che vengono posti alla decisione di effettuare intercettazioni innanzitutto e dalle sanzioni con cui si colpiscono giornalisti ed editori qualora diano notizia dei contenuti dei procedimenti in corso.

A questo punto bisogna porsi una domanda: cosa abbiamo capito dei problemi di questo Paese e dei motivi per i quali avvertiamo tutti di essere mal governati? La maggioranza di governo evidentemente ha dato una sua risposta mettendo al primo posto i problemi dei procedimenti giudiziari. Nel senso di dare alla magistratura uomini e mezzi, di adottare procedure più incisive e veloci per rimediare allo scandalo di una nazione dove pare impossibile ottenere giustizia? No, nel senso di diffondere sfiducia nei giudici, di togliere mezzi al sistema giudiziario, di rendere più difficile la scoperta e la punizione dei reati.

È giusta questa risposta?

Prima di giudicare rispondiamo noi e vediamo se in Italia c’è un problema di criminalità organizzata che si allea con settori della politica e delle amministrazioni pubbliche. C’è questo problema e si chiama, per caso, mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita? Risulta a qualcuno che queste organizzazioni controllino militarmente il territorio in ampie zone del sud e che commettano ogni genere di reati servendosi anche del controllo dei soldi pubblici che dovrebbero servire per lo sviluppo economico, per i servizi (sanità, scuola, acqua, rifiuti) e per le opere pubbliche? Riteniamo questa una priorità o no?

Altra risposta: c’è forse in Italia un problema di corruzione che si realizza con il furto di denaro pubblico attraverso l’associazione a delinquere fra imprese, esponenti politici, dirigenti e funzionari delle amministrazioni pubbliche? Qualcuno sa che la Corte dei Conti ha stimato in decine di miliardi di euro il costo di questa corruzione? E sa che i soldi che i cittadini pagano con le tasse vanno in parte nelle tasche di farabutti che utilizzano la politica e le istituzioni come fosse roba di loro proprietà? Qualcuno ha sentito parlare di Tangentopoli? E del sistema Anemone impiantato e nascosto anche grazie alle emergenze vere e finte gestite dalla Protezione civile e volute dalla Presidenza del Consiglio? Qualcuno si è domandato se questa possa essere ritenuta la vera autentica emergenza che schiaccia le possibilità di sviluppo del Paese perché trasforma lo Stato nella cassa privata di bande di ladri?

Ognuno dia le risposte che crede a questi interrogativi. Se la vera emergenza è tutelare la privacy di quelli che sono intercettati perché sospettati di commettere reati allora questo è il problema che va risolto e vuol dire che tutto il resto (mafie, corruzione, ruberie ecc) o non esiste o non è importante. D’altra parte una illustre esponente del Governo, Daniela Santanchè, lo ha proclamato: va tutelata anche la privacy dei boss mafiosi! Bravissima, finalmente una parola chiara sulla mafia, verrebbe da dire e sinceramente, perché riflette il vero pensiero di una parte della classe dominante (non dirigente che sarebbe riconoscere un livello e una dignità che questa gente non ha).

Se, invece, quelle indicate sotto forma di domande sono le vere emergenze il problema è colpire ancora di più i delinquenti inasprendo le pene e aumentando i poteri e gli strumenti di indagine della magistratura e delle forze di polizia.

Invitiamo tutti a riflettere sui motivi per i quali con la legge che vorrebbe il Governo (sarà un caso che molti suoi esponenti e molti della maggioranza sono accusati di gravi reati e hanno processi che durano da molti anni e ai quali riescono continuamente a sfuggire?) si favorirebbe OGGETTIVAMENTE (questo lo si capisce facilmente, basta leggere e riflettere) il crimine colpendo la magistratura impedendo altresì all’opinione pubblica di sapere cosa sta accadendo. Di fatto ci si troverebbe in un sistema nel quale i reati di chi ha buoni avvocati e riesce a godere di protezioni politiche potrebbero essere commessi con la quasi certezza di farla franca. In quel caso sentiremmo dagli uomini del Governo, come in questi giorni, continui appelli all’ottimismo, ma  insieme saremmo colpiti dai tagli alle prestazioni e dagli aumenti delle tasse da pagare senza alcuna possibilità di sapere come sarà gestito veramente lo Stato e il denaro pubblico. In compenso potremo metterci davanti alla TV (tutta, ovviamente, controllata dalle forze, politiche ed economiche, che dominano lo Stato) e goderci la favola di un Paese che non esiste nella realtà contenti di essere sudditi e non cittadini.

Claudio Lombardi

Niente bilancio al Comune di Roma: qualcuno se ne occupa? (di Claudio Lombardi)

Il comune di Roma è senza bilancio e, secondo le regole della contabilità pubblica, è in vigore una gestione provvisoria che permette di spendere non più di un dodicesimo di quanto speso nel precedente anno, ma con una serie di limitazioni che si traducono comunque nella sola possibilità di mantenere in funzione la macchina amministrativa e niente di più. La legge 26 marzo 2010 n. 42 di conversione del DL n. 2/2010 prevede, infatti, che l’approvazione dei bilanci, preventivo e consuntivo, del comune di Roma sia subordinata alla nomina di un Commissario straordinario del Governo per la gestione del piano di rientro dei debiti pregressi accumulati nelle passate gestioni. Senza la ricognizione della contabilità che dovrà essere fatta dal Commissario non si potrà redigere e approvare il bilancio.

Che la situazione finanziaria di Roma fosse problematica era noto da tempo, che i problemi arrivassero fino a bloccare il bilancio non si immaginava anche perché si tratta di un provvedimento “estremo” che viene, di solito, imposto da circostanze straordinarie che rendono impossibile proseguire una gestione ordinaria delle finanze municipali. Forse nessuno si era reso conto che la situazione fosse gravissima, forse nemmeno il Sindaco se ne è reso conto altrimenti avrebbe fatto di tutto per evitare la situazione di paralisi che sta gettando nello scompiglio i servizi gestiti dal Comune e l’intera amministrazione centrale e quelle dei municipi.

Ormai gli allarmi scattano ogni giorno: non ci sono più soldi per la manutenzione degli edifici scolastici (e dei campi estivi nemmeno se ne parla), i sussidi per le ragazze madri non si possono dare, niente assistenza per anziani e disabili, niente risorse per qualunque spesa straordinaria (incluse le piccole manutenzioni come vetri rotti, la derattizzazione e la disinfestazione) e anche i soldi per le spese ordinarie stanno finendo. Per ora se ne sono accorti i cittadini che hanno bisogno di assistenza e di sussidi, ma tutti i romani subiscono ogni giorno le conseguenze di un degrado scandaloso per una città come Roma con le insidie che si nascondono nelle strade cittadine costellate da buche diventate uno dei principali pericoli per motociclisti e automobilisti. Bisognerebbe vedere con i propri occhi lo stato del manto stradale per capire che la situazione sta andando fuori controllo.

E si tratta della capitale d’Italia. Per quale ragione il Governo abbia adottato una legge così ottusa che impone regole buone forse per un condominio alla città più popolosa del Paese non è dato sapere. Anche perché i politici sono troppo impegnati ad inseguire le polemiche tra questo e quello o l’eterno ritornello sulle tante riforme istituzionali che sarebbero necessarie e che non vengono fatte. Addirittura questo è stato il contenuto di un messaggio televisivo che il Presidente del Consiglio ha rivolto il 25 aprile agli italiani.

Poiché i cittadini sono spesso almeno intelligenti quanto chi fa della politica il proprio mestiere bisognerebbe chiedere al nostro Presidente del Consiglio se ci vogliono proprio le riforme istituzionali per tappare le buche di Roma, o per dare assistenza a chi si trova in stato di bisogno, per riparare gli edifici scolastici che cadono a pezzi o, addirittura, per decidere e attuare una politica economica che ci porti lontano dal rischio di fare bancarotta dato che abbiamo un debito pubblico enorme e che la vendita dei titoli di Stato per coprire questo debito non è mai scontata e le conseguenze di una caduta di affidabilità dello Stato italiano possono essere drammatiche non tanto per chi è al vertice delle istituzioni, quanto per gli italiani che ne pagherebbero le conseguenze. Perché se ci vogliono le riforme istituzionali per fare tutto ciò allora il primo cambiamento indispensabile sarebbe quello di sostituire i politici evidentemente incapaci di svolgere il loro compito.

In questo andazzo si blocca, come se niente fosse, l’amministrazione della capitale in attesa che sia nominato il commissario tal dei tali e che si proceda ai sensi dell’articolo e comma e paragrafo ecc ecc in un tripudio di irresponsabilità e di ignoranza dei problemi veri dei cittadini che la politica DEVE risolvere.

In questo quadro sconsolante spicca anche, purtroppo, la mancanza di forti proteste da parte dei romani, dei partiti che li rappresentano e delle associazioni e movimenti. Non che nessuno protesti, anzi, si leggono comunicati e interventi a convegni che accusano la Giunta capitolina e il Sindaco di non essere capaci di amministrare. Questo si fa, ma non basta. Dove sono le tante associazioni dei cittadini, dove sono i sindacati e gli stessi partiti di opposizione alla Giunta? Perché non suscitano una protesta visibile che obblighi chi deve decidere a muoversi in fretta? Ciò che preoccupa è la passività, l’abitudine a sopportare coltivando il proprio “orticello” e il proprio ruolo senza uscirne fuori, senza mettersi veramente dalla parte dei cittadini, rispettando una immaginaria linea di divisione fra la politica e chi si occupa del “sociale”. Si tratta, ovviamente, di un giudizio generico che andrebbe verificato caso per caso, ma ciò che si vede e si percepisce è, purtroppo, la mancanza di una reazione dell’opinione pubblica all’altezza della gravità della situazione. E le forme associative che nascono dai cittadini (inclusi partiti e sindacati) sono quelle che dovrebbero organizzare e guidare questa reazione. Che non lo facciano suscita molte preoccupazioni perché la nostra è una democrazia fondata sulla partecipazione che significa anche protestare, stimolare, richiamare l’attenzione, lottare. Senza la partecipazione si scivola verso un regime fondato solo sulla delega a pochi “capi” o ad uno solo e si consegna lo Stato nelle mani di qualcuno che disporrà a proprio piacere di tutto il potere, magari convincendo i cittadini che lo fa nel loro esclusivo interesse.

Claudio Lombardi

Sanità sprechi e cittadini attivi (di claudio lombardi)

Poco se ne è discusso in campagna elettorale benché il suo peso sia enorme nei bilanci regionali. Poco se ne discute quotidianamente benché sia uno dei compiti più importanti che spettano alle regioni (e, in generale, allo Stato) e una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini. Poco fanno i partiti e non è nemmeno al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica se non quando succede qualche disgrazia. Parliamo della sanità sulla quale in un giorno non lontano si abbatterà la rivoluzione del federalismo fiscale che ha uno dei suoi snodi fondamentali nella definizione dei costi standard che dovranno servire per fornire un livello uniforme di servizi per i cittadini. Nei giorni scorsi la stampa si è occupata (marginalmente) di alcune dichiarazioni del ministro della salute Fazio che facevano seguito alla comunicazione dei risultati dell’attività ispettiva condotta dalla Guardia di Finanza relativa al 2008 e 2009 con una valutazione dei possibili danni per lo Stato pari a 770 milioni (oltre a 155 per le frodi scoperte). Ebbene secondo Fazio la misura dello spreco in sanità oscilla fra il 5% e il 10% del fondo sanitario nazionale che è di 108 miliardi di euro. Si tratterebbe, quindi, di una cifra variabile fra i 5.400 e i circa 11.000 milioni di euro. A queste quantificazioni si dovrebbero aggiungere forme di spreco o di cattivo uso delle risorse molto più diffuse e “fastidiose” perché si manifestano con inefficienze e disservizi che gravano comunque sui cittadini. Vogliamo poi parlare dei costi che le persone devono sopportare per ricorrere a prestazioni private a causa delle lunghe attese previste per quelle pubbliche? Anche questi sono costi e sprechi pagati da chi ha bisogno di cure e non può rimandare. Il problema delle liste di attesa è rimasto insoluto, ma, sembra, non susciti più proteste e movimenti di lotta. Quando per anni e anni si lascia decantare una situazione intollerabile tutti fanno fatica a riparlarne e ciascuno trova forme di adattamento. Non vuol dire, però, che il problema non ci sia più, ma che chi dovrebbe organizzare la protesta e la proposta non riesce più a farlo con efficacia per stanchezza e perché si trova davanti il muro di gomma del sistema di governo della sanità e delle tutele di categoria che appare insormontabile.

Insomma fra sprechi, ruberie (qualcuno ricorda come è nato il debito sanitario del Lazio? Il soprannome Lady ASL dice ancora qualcosa?), disservizi e necessità di pagare prestazioni private il costo della sanità per gli italiani è molto alto. Con differenze enormi fra le varie regioni, perché ciò che accade in Calabria e Sicilia non accade in Lombardia, Toscana ed Emilia. E comunque quasi sempre i cittadini non riescono a far sentire la loro voce e quando scoppiano gli scandali (le siringhe d’oro o i morti di malasanità) la voce che non si sente è quella della protesta popolare che dovrebbe, invece, esprimere la ribellione ad un sistema che ruba i soldi nostri. Il fatto è che nessuno ci prova ad organizzare una protesta e quando un’assenza si protrae per molti anni poi non si sa più da dove cominciare.

Che fanno i partiti che dovrebbero rappresentare i cittadini? E il mondo dell’associazionismo? E gli stessi sindacati, che negli anni passati volevano essere uno dei protagonisti della politica, possono limitarsi a difendere sempre e comunque gli interessi di categorie che sempre più appaiono corporazioni chiuse? E il popolo viola, i grillini e tutto il mondo delle forme alternative di partecipazione e di pressione politica perché non si fanno sentire?

Una possibile risposta sta nella pratica della valutazione civica che dovrebbe introdurre la voce dei cittadini nella gestione dei servizi sanitari. Per ora è solo Cittadinanzattiva che con l’audit civico prova l’impresa di forzare il blocco autoreferenziale politica-apparati-sindacati che decide le sorti del servizio sanitario. Perché la prova riesca occorre però una sua diffusione di massa ovvero in tutte le ASL e negli ospedali e occorre che si trasformi in un movimento di lotta che non si limiti a registrare ciò che esiste, ma punti ad intervenire sui processi decisionali a tutti i livelli che toccano le questioni cruciali e non solo aspetti di minore importanza (ad esempio: liste di attesa e non solo segnaletica nei corridoi) . Se questo salto di qualità non si verifica la valutazione civica rischia di rimanere in una posizione marginale e di essere riassorbita da un sistema capace di inglobare contrasti, interessi e proteste se espresse da forze minoritarie isolate dall’opinione pubblica.  

Questo è il punto: l’opinione pubblica. Se i cittadini non vedono e non sanno anche la buona volontà rischia di estinguersi e l’impegno di tanti che vogliono essere cittadini attivi si riduce ad una testimonianza e ad un’azione utile ad alcuni, ma non in grado di cambiare la situazione della sanità.   

Claudio Lombardi

Stipendi dei top manager: il mercato o il potere? (di claudio lombardi)

Ci sono situazioni che non sono razionalmente giustificabili, ma alle quali la prassi, cioè l’abitudine, ha conferito un’apparenza di plausibilità e di normalità. Così apprendiamo da notizie di stampa che i guadagni dei super manager delle banche italiane sono aumentati nel passato anno 2009. La crisi dei due anni precedenti aveva portato alla ribalta lo scandalo di retribuzioni che non avevano più alcun collegamento con la realtà e che rispondevano ormai semplicemente ad una moderna “legge della giungla”: io ho il potere per farlo e lo faccio, mi prendo 10, 20, 100 milioni. Si diceva che era il mercato a stabilire quei guadagni. Già, peccato che il “mercato” consisteva nelle decisioni che gli stessi manager prendevano grazie al controllo dei consigli di amministrazione e ad una rete di alleanze che coinvolgeva sempre le stesse persone. Che le cose stessero così era dimostrato dall’assenza di sanzioni per quei manager che non avessero raggiunto i risultati stabiliti e dalla presenza di clausole contrattuali tutte scritte a loro favore. Di questo noi italiani sappiamo qualcosa a proposito di chi ha diretto sia le Ferrovie dello Stato che l’Alitalia: per quanto le aziende dirette andassero in perdita i guadagni dei dirigenti non venivano comunque intaccati, anche quando la responsabilità era della loro cattiva gestione. Scritto nero su bianco in contratti firmati da esponenti del Governo (essendo proprietario lo Stato delle aziende) forse distratti, forse interessati o collusi.

La notizia di oggi è che la crisi inizia ad attenuarsi e subito i top manager delle banche aumentano i loro guadagni. Di quanto? Le notizie di stampa dicono del 25% per i primi quattro istituti di credito italiani. A fronte di una diminuzione dei profitti del 41%. Sarà un premio per non essere andati più giù evidentemente….

Il problema dovrebbe essere affrontato in termini di sostenibilità. È sostenibile una economia nella quale ristretti gruppi di persone accumulano guadagni colossali sottraendo risorse alle loro aziende, agli stipendi dei dipendenti, al mercato e alle attività economiche in generale?

Di questo si tratta: sottrazione di risorse. Pagare il lavoro è sacrosanto, ma quando si parla di svariati milioni di euro che tendono quasi sempre al rialzo non si capisce di quale lavoro si tratti. La domanda è: esiste un lavoro che permette razionalmente di giustificare guadagni di 12.000 euro al giorno per 365 giorni l’anno (retribuzione nel 2009 di Alessandro Profumo numero uno di Unicredit)? Possiamo, evidentemente, inventare mille giustificazioni e sofismi per affermare che è giustissimo così e che all’estero fanno anche peggio. D’altra parte, se esistesse un imperatore, potrebbe affermare che tutto l’impero è suo ed avrebbe anche un diritto, umano e divino, scritto apposta per lui come giustificazione. Il punto è: alla società di oggi questo fa bene o fa male? Funziona meglio o peggio un assetto economico sociale fondato sul potere di alcuni di appropriarsi di una quota consistente della ricchezza prodotta? A noi pare che faccia male e funzioni peggio un tale sistema perché, appunto, sottrae risorse ad impieghi produttivi e a guadagni normali in favore di guadagni parassitari che non producono nulla perché invece di mille persone in più che vanno a fare la spesa al supermercato o che comprano casa abbiamo un solo uomo che prende tutto per lui e tenterà di investire i suoi soldi per farli crescere e, presumibilmente, in attività di tipo finanziario (se si dedicasse alle attività produttive dovrebbe lasciare la banca che gli garantisce quei guadagni spropositati). Chi ci guadagna alla fine? Soltanto lui e quelli come lui. E, si badi, qui si parla di attività bancarie, quelle che dovrebbero servire a far circolare il denaro per sostenere chi produce e lavora. Invece, una bella fetta dei soldi a disposizione viene dirottata in guadagni assurdi dato che nessun uomo può fare tanto da meritare quelle cifre come retribuzione per il suo lavoro. A meno che non vogliamo credere ai poteri magici di pochi eletti che dobbiamo pagare a peso d’oro perché appartenenti ad una casta super selezionata. Ma noi ci vogliamo credere?

Claudio Lombardi

RU 486: chiacchiere e ipocrisie (di claudio lombardi)

Quando non si sa cosa dire di nuovo e di importante ci sono questioni che attirano sempre l’attenzione e danno l’impressione a chi ascolta e a chi parla di dedicarsi ai grandi temi della vita. Fra queste l’aborto è una delle più gettonate. Chissà perché viene ritenuta una questione discriminante. Forse perché è diventata un’emergenza e l’aborto dilaga e produce danni di tutti i tipi? O forse perché si ricorre all’aborto sistematicamente per rimediare all’assenza di qualunque metodo anticoncezionale? Oppure perché si pratica il sesso in maniera selvaggia senza curarsi delle conseguenze cui si rimedia sempre con le interruzioni di gravidanza? Insomma l’aborto deve veramente essere diventato una piaga sociale di massa se le autorità religiose e alcune di quelle politiche sentono il bisogno di ricordare continuamente che occorre difendere la vita, che l’aborto è un assassinio e che va combattuto senza tregua. Strano perchè i dati sembrano dire il contrario. L’ultima trovata è la minaccia da parte di due neo governatori (Piemonte e Veneto) di negare il ricorso alla famosa pillola RU486 autorizzata dall’Agenzia italiana del farmaco e regolarmente utilizzata in tutta Europa. Subito spalleggiati da una gerarchia ecclesiastica tanto concentrata sulla gestione della sessualità e sui momenti che precedono la formazione di un essere vivente (o la conclusione della vita), da non avere abbastanza energie per occuparsi di tutto ciò che si verifica dalla nascita in poi e per fare molta attenzione a quello che succede in casa propria. L’impressione che se ne ricava, dal punto di vista di un uomo come è chi scrive, è che ci sia una gran discussione sulla funzione riproduttrice che spetta alle donne le quali, evidentemente, assolvono ad un compito di fondamentale importanza per la società; tanto importante che di questa loro funzione fisiologica non hanno alcun diritto di occuparsi in prima persona. Insomma una donna, una volta fecondata, perderebbe il diritto a decidere cosa deve fare il suo corpo. E tutti gli altri, maschi soprattutto, riceverebbero il diritto di controllare e decidere. La preoccupazione principale non è che questa persona che già esiste e che (per sua sfortuna?) è di sesso femminile, debba condurre la vita che più gli aggrada e, quindi, decidere se dar vita ad un nuovo essere che sarà suo figlio quando ritiene giunto il momento e si sente pronta a farsene carico con gioia e responsabilità. No, la preoccupazione principale è che questa donna accetti la sua funzione di riproduttrice, accetti di essere guidata da altri (di solito tutori della morale maschi) e porti a termine la gravidanza a prescindere dalla sua effettiva volontà e, nei casi più estremi, anche dalla sua stessa sopravvivenza. Giacché uomini saggi e difensori della “giusta” morale giungono ad accettare il sacrificio della madre pur di avere una nascita in più. Coerenza vorrebbe che tali principi portassero ad una società tutta concentrata sulla riproduzione, dove le madri fossero sollevate da qualunque altra incombenza, dove i bambini e le famiglie fossero assistiti senza risparmi e difesi da qualunque insidia. Purtroppo non è quello che si verifica e la severità si esercita solo nel momento del concepimento e fino alla nascita per riconsegnare al proprio destino madre e figlio subito dopo.

Questa solenne ipocrisia si ripete adesso con la pillola che consente di evitare l’aborto chirurgico. Logica vorrebbe che ne fosse incentivato l’utilizzo perché meno rischiosa per la salute della donna e più semplice da gestire in un Paese in cui le percentuali di obiettori di coscienza fra i ginecologi raggiungono a livello nazionale il 70% (64% al nord, 71% al centro, 80% al sud). Tutti rigorosi difensori della vita ovviamente, ma non della vita delle donne si presume, dato che una tale percentuale fa dubitare che al centro dell’attenzione vi sia l’essere umano già esistente. Evidentemente si ha una visione “giocosa” dell’aborto che richiederebbe un severo freno da parte dei medici i quali, altrimenti, sarebbero subissati da folle di allegre ragazze in fila per far interrompere le loro gravidanze. Evidentemente qualcuno ha capito che abortire è diventato per le donne italiane quasi un passatempo con cui combattere una vita dissoluta e noiosa. E così ha deciso di metterci un freno ostacolando in tutti i modi questa pratica. Se qualcuno la pensa così dovrebbe guardarsi allo specchio e interrogarsi a lungo prima di vergognarsi.

Per le persone più sensate qualche domanda è necessaria. È, forse, eccessivo affermare che un Governo serio, anzi, una società seria, fondata sui valori della vita e non sulle ideologie, debba occuparsi della salute delle persone, fisica e psichica, come fondamento di una maternità e di una paternità responsabile? Qualcuno si offende se si afferma che questa salute e la stessa sorte dei nascituri viene sempre compromessa quando è frutto di una forzatura o quando non vi sono le condizioni per accogliere una nuova vita? Allora è logico considerare l’aborto un rimedio ad una situazione non sostenibile, un rimedio che va praticato con il massimo rispetto per la donna posta di fronte ad una scelta sempre dolorosa e con le più forti garanzie perché non ne derivi alcun rischio per la salute. La RU486 significa questo e le persone serie che credono nei valori della vita che realmente esiste lo sanno bene. Dovrebbero queste persone incominciare a rimettere i puntini sulle “i” perché si esca dalla solenne ipocrisia di un dibattito sulla vita tutto concentrato sul controllo di alcuni momenti di vita delle persone, quelli più intimi, e sul disinteresse per tutto il resto come sanno bene le madri che lavorano o che devono mandare avanti una famiglia e non vivono di rendita né dispongono di una servitù a loro disposizione. Bisognerebbe ricordare che lo Stato non esiste per dettare principi di vita e regole morali, ma per creare condizioni di convivenza fra individui che facilitino la vita delle persone. Sarebbe arrivato il momento per tracciare una linea di confine all’invadenza di chi pretende di imporre a tutti le proprie convinzioni (ammesso e non concesso che nella sua vita privata le rispetti veramente) e di rivendicare da chi governa quei servizi e quell’assistenza che servono alla vita vera che popola le strade, le scuole, i luoghi di lavoro.

Claudio Lombardi

elezioni finite, ora si deve lavorare sul serio (di claudio lombardi)

Le elezioni si sono concluse, i commenti ci sono stati e sicuramente continueranno ancora per un po’, i presidenti eletti si godono l’attenzione dei media, i nuovi consigli si stanno per insediare e le giunte inizieranno a funzionare fra poco. Qualche piccola considerazione sul voto e poi vediamo che c’è da fare.

Il voto del 28-29 marzo indica tre fenomeni: l’astensionismo che sfiora il 40% dell’elettorato; il successo delle forze politiche che hanno una presenza territoriale vera o che parlano un linguaggio chiaro e netto che permette di capire subito cosa propongono e chi sono; il successo di liste che fanno capo a movimenti di opinione o sociali.

Si tratta di tre fenomeni che ci parlano di un elettorato sveglio che ha un rapporto disinibito con le forze politiche e che molto difficilmente segue disciplinatamente le indicazioni dei gruppi dirigenti dei partiti. Anche quando sembra che lo faccia, in realtà, rinnova la sua adesione a un progetto o a un’idea che esercita ancora la sua attrazione e che convince. La stessa astensione è una presa di posizione “estrema” e potenzialmente negativa perché lascia campo libero a quelli dai quali ci si allontana, ma significa anche che quella massa che ha la maggioranza relativa potrebbe esprimere un diverso orientamento alle elezioni successive e, da subito, potrebbe schierarsi, e condizionare tutta l’opinione pubblica, contro le politiche condotte da vertici istituzionali non riconosciuti come propri.

Il successo di chi parla con chiarezza e non ha “peli sulla lingua” e quello di chi parla a nome di movimenti di protesta o di lotta indica che l’insoddisfazione per lo stato delle cose è tanta, che si pretende che la politica dia messaggi chiari e riconoscibili, che si rifiuta il professionismo di chi mette la manovra fra partiti al centro della sua azione perché sembra occuparsi solo dei problemi del “palazzo” e non di quelli reali. E poi dalla delusione si passa ad imboccare la strada di una rifondazione della politica partendo da aggregazioni nuove che gruppi di cittadini creano in base ai propri orientamenti e agli obiettivi da raggiungere. In entrambi i casi si tratta di elettori che non accettano di essere manovrati da chi non fa capire cosa vuole perché è molto più attento agli equilibri di potere e alla propria carriera che alla missione di curare gli interessi della collettività.

Potrebbe sembrare paradossale, ma questi tre fenomeni rivelano un grande bisogno di attivismo civico, rivelano che il cittadino non vuole essere preso in giro e pretende di essere messo al centro della politica. Il vero tema di queste elezioni diventa dunque questo: la necessità di rifondare la politica e di rinnovare il sistema democratico perché sia lo strumento con il quale affrontare i problemi di governo della società. I partiti che non lo capiscono e si presentano come gruppi di professionisti concentrati sui loro problemi vengono colpiti. Ovviamente non tutto avviene con la lucidità di un progetto concepito da una singola mente, ma con la grossolanità, le contraddizioni e l’approssimazione di un processo che coinvolge milioni di persone. Per questo ci sono segnali contrastanti e per questo il declino delle “macchine di potere” non è così netto come potrebbe essere.

Disponibilità e vuoto: questi sono i termini che descrivono meglio la situazione di oggi. Disponibilità perché sia il voto che il non voto mostrano una società attenta ed esigente ed anche autonoma fatta di persone che ragionano con la loro testa e scelgono. Vuoto perché se queste persone non trovano, prima o poi, chi sia in grado di rappresentare le loro esigenze possono costituire la massa di manovra per lo smantellamento di una democrazia percepita come inutile.

C’è, però, un’altra parola chiave che descrive la situazione: attivismo. Può essere civico o politico o anche personale, ma indica comunque l’esistenza di energie che si muovono alla ricerca di un assetto migliore. L’attivismo civico, la cittadinanza attiva significano questo: ricerca del meglio nello spazio pubblico rispetto ad una situazione insoddisfacente. Ecco allora che dopo le elezioni, chiunque abbia conquistato il vertice delle regioni deve fare i conti con questa opinione pubblica, con questi cittadini che faranno meglio ad organizzarsi per promuovere le politiche che rispondono agli interessi della collettività perché se non lo fanno allora saranno i gruppi di potere ad agire (come fanno sempre) per il loro interesse particolare.

I temi non mancano. Non se ne è parlato in campagna elettorale, ma adesso sarà difficile sfuggire: i nuovi amministratori delle regioni dovranno lavorare per migliorare la situazione dei territori che devono amministrare.

Sanità, energie e ambiente, mobilità, assetto del territorio, sviluppo, efficienza amministrativa, assistenza. Sono solo alcune delle responsabilità che spettano alle regioni. Presto ne arriveranno altre con il federalismo fiscale che permetterà ai cittadini di confrontare imposte  e tasse pagate con i servizi resi perché non si potrà più fare lo scaricabarile fra Stato che prende i soldi e regioni che li spendono. Tendenzialmente le regioni si autofinanzieranno e dovranno spiegare ai propri cittadini che fine fanno i loro soldi. Sarà una bella prova per tutti, ma innanzitutto lo sarà per i cittadini che potranno e dovranno conoscere le cose e pretendere di partecipare alle decisioni e ai controlli. Un cittadino attivo ed esigente è la miglior garanzia che il sistema democratico serva ad una società che promuove le capacità individuali in un quadro di garanzie e di tutele accessibili a tutti.

Claudio Lombardi

I risparmi sospetti: soppressi difensori civici e ATO (di claudio lombardi)

Ormai è legge: dal 1° gennaio 2011 sono soppresse le Autorità d’ambito territoriale responsabili dei servizi idrico e di trattamento dei rifiuti. Questo stabilisce la conversione in legge del DL n. 2/2010 che si occupa di interventi sugli enti locali. Nella “lodevole” intenzione di diminuire le spese il Governo e la sua maggioranza hanno impugnato le forbici e hanno tagliato qua e là qualche assessorato, i difensori civici comunali e, appunto, le ATO. È noto che mischiando un po’ di tutto si può dare l’impressione di fare sul serio e, contemporaneamente, sistemare meglio alcune scelte politiche cui si tiene molto. Per esempio: sarà un caso che si sopprima la figura del difensore civico comunale senza un criterio che possa rendere ai cittadini quel servizio che avrebbe dovuto rendere questa carica ? Vero è che la presenza del Difensore civico è passata, generalmente, inosservata agli occhi dei cittadini e che di atti e di azioni concrete in difesa dei diritti non se ne sono visti (salvo singole eccezioni). Però della difesa dei diritti nei confronti delle pubbliche amministrazioni c’è un grande bisogno e, se si sopprime il Difensore civico nei comuni, si dovrebbe prima aver deciso come svolgere meglio i compiti per i quali è stato creato. Se questa analisi fosse stata fatta forse si sarebbe arrivati alla conclusione che nessuna razionalizzazione (mantenere solo il Difensore civico a livello di provincia) può salvare una creatura nata male. E che la risposta migliore alle esigenze dei cittadini sarebbe costruire una politica che metta al centro difesa dei diritti, trasparenza, partecipazione come modalità strutturale di definizione e di attuazione delle politiche pubbliche. Non lo si è fatto finora e non per caso. Prendiamo come impegno di impegnarci perché lo si faccia in futuro.

Stesso discorso per la norma che sopprime le ATO, ma con l’aggravante che si interviene in una situazione nuova determinata dall’art. 15 della legge 166/2009 che spinge decisamente verso la privatizzazione del servizio idrico (ma anche del trattamento rifiuti e del trasporto locale) con la vendita delle azioni e con la messa a gara dell’affidamento. Poiché non si tratta di vendere televisori, ma di erogare l’acqua non si può accettare come una cosa ovvia l’imposizione della partecipazione dei privati e il principio della gara. L’acqua, infatti, non è una merce sulla quale possiamo costruire un mercato. È un servizio da gestire come un diritto fondamentale essendo l’acqua una condizione di vita. Su questo il potere pubblico non può essere ostacolato né inchinarsi di fronte ad esigenze di profitto di aziende che ce l’hanno come propria ragion d’essere e deve, quindi, far sentire la sua preminenza. Questo è il motivo per cui per alcuni servizi, l’acqua innanzitutto, gli obiettivi da raggiungere e le esigenze da soddisfare vengono prima di tutto. Logicamente, quindi, il sistema di governo dei servizi (chi detta le regole, decide le tariffe e gli investimenti e chi esercita i controlli) è fondamentale. E viene molto prima di qualunque apertura al mercato che rimane uno strumento non una fede. Ecco perché la soppressione delle Autorità d’ambito conferma che la scelta del Governo è per l’indebolimento del servizio idrico come servizio pubblico che soddisfa un diritto fondamentale. Infatti, prima di cancellare le ATO, sarebbe stato logico ridisegnare il sistema di regolazione del settore; magari creando un’Autorità nazionale di indirizzo e coordinamento delle strutture locali degli enti locali e delle regioni. Nulla di tutto ciò invece.

Cosa se ne deduce quindi? Meno controlli in settori cruciali per la vita delle persone (acqua e rifiuti) e vendita a società private che li gestiranno, ovviamente, per trarne un profitto.

Dal Governo ci saremmo aspettati lungimiranza, strategia, cura dei beni comuni cioè politica in senso vero. E, invece, ancora una volta è arrivata una risposta che ci parla di una politica utilizzata per scopi diversi.

Che fare? Aumentare la capacità dei cittadini di organizzarsi e agire per costringere chi decide a farlo nell’interesse generale sicuramente. Nell’immediato occorre fare in modo che l’art. 15 della legge 166/2009 sia abrogato con un referendum popolare. Battersi perché si delinei una riforma vera dei servizi idrici e dei rifiuti elaborata con un dibattito che coinvolga associazioni e singoli cittadini, perché la partecipazione è la sostanza del nostro sistema democratico e serve per vivere meglio e per limitare gli appetiti di potere e di profitto di chi ha a cuore solo il proprio interesse.

Claudio Lombardi

Il federalismo delle buone intenzioni e la realtà (di claudio lombardi)

Ragioniamo su due punti: tra pochi giorni si vota per il rinnovo dei consigli regionali e il Governo sta lavorando alla redazione dei decreti attuativi della legge delega n. 42 del 5 maggio 2009 in materia di federalismo fiscale. Le due cose sono collegate perché i consigli regionali che usciranno da queste elezioni si troveranno a gestire il passaggio ad una fase più avanzata dello sviluppo del sistema delle autonomie i cui caratteri sono definiti nel Titolo V della Costituzione dedicato a “Regioni, Provincie e Comuni” (articoli da 114 a 133). Nella Costituzione, in verità, non compare il termine federalismo che, invece, è stato per molti anni al centro del dibattito e della comunicazione politica e che è pure contenuto nel titolo della stessa legge n. 42. Sulla rivendicazione federalista si sono costruite le fortune della Lega che ha dato un nome affascinante ad una domanda di autonomia non estranea ai principi costituzionali sui quali è stata redatta la carta del 1948. Tuttavia è, ormai, comunemente accettato definire federalismo ciò che è “solo” l’espansione e il consolidamento del sistema delle autonomie territoriali fondata non solo sulle regioni, ma anche su una forte centralità dei comuni che deriva loro dall’essere l’istituzione più vicina ai cittadini.

In questo disegno costituzionale in corso di attuazione la legge 42 ha un’importanza cruciale.

Sul sito del Governo si possono leggere il testo della legge, un quadro riepilogativo nonchè i principi e i criteri per l’attuazione del federalismo fiscale. Da questi sono tratti quelli citati qui di seguito:

  • attribuzione di risorse autonome alle Regioni e agli enti locali, secondo il principio di territorialità;
  • superamento graduale del criterio della spesa storica a favore:
    1) del fabbisogno standard per il finanziamento dei livelli essenziali e delle funzioni fondamentali;
    2) della perequazione della capacità fiscale per le altre funzioni;
  • tendenziale correlazione tra prelievo fiscale e beneficio, in modo da favorire corrispondenza tra responsabilità finanziaria e amministrativa;
  • facoltà delle Regioni di istituire a favore degli enti locali compartecipazioni al gettito dei tributi e delle compartecipazioni regionali;
  • premialità dei comportamenti virtuosi ed efficienti nell’esercizio della potestà tributaria, nella gestione finanziaria ed economica e previsione di meccanismi sanzionatori per gli enti che non rispettano gli equilibri economico – finanziari o non assicurano i livelli essenziali delle prestazioni;
  • flessibilità fiscale articolata su più tributi con una base imponibile stabile e distribuita in modo tendenzialmente uniforme sul territorio nazionale, tale da consentire a tutte le Regioni ed enti locali, comprese quelle a più basso potenziale fiscale, di finanziare, attivando le proprie potenzialità, il livello di spesa non riconducibile ai livelli essenziali delle prestazioni e alle funzioni fondamentali degli enti locali;
  • riduzione della imposizione fiscale statale in misura adeguata alla più ampia autonomia di entrata di Regioni ed enti locali e corrispondente riduzione delle risorse statali umane e strumentali;
  • definizione di una disciplina dei tributi locali in modo da consentire anche una più piena valorizzazione della sussidiarietà orizzontale;
  • tendenziale corrispondenza tra autonomia impositiva e autonomia di gestione delle proprie risorse umane e strumentali da parte del settore pubblico, anche in relazione ai profili contrattuali di rispettiva competenza.

Si tratta di un elenco incompleto, ma che indica le caratteristiche essenziali del percorso definito con la legge 42. In poche parole si può dire che si spostano verso il territorio le decisioni di spesa delle risorse prelevate con l’imposizione fiscale rendendo con ciò più responsabili (e riconoscibili) gli enti territoriali cui arrivano i soldi dei cittadini e che li spendono. Questo è il principio di fondo che sarà attuato con diversi meccanismi di riequilibrio e di perequazione e saranno questi meccanismi a stabilire se il cosiddetto federalismo fiscale sarà una cosa buona oppure no. Altro elemento centrale della riforma è costituito dal calcolo delle necessità di spesa per ogni regione con il passaggio dalla spesa storica per determinati servizi (sanità in primo luogo) a quella standard. Ciò significa che si dovrà stabilire quali servizi dovranno essere assicurati ai cittadini e a quale livello di qualità (cui corrisponde una spesa) e non sarà più possibile incrementare anno per anno il livello di spesa già raggiunto. In generale la vita delle regioni dovrà fare i conti in maniera ben più stringente di oggi con il livello di entrate provenienti dal territorio regionale e questo, nonostante i meccanismi di perequazione, creerà una situazione nuova anche nel rapporto fra altri centri di spesa (comuni, province ecc) e regioni oltre che nel rapporto con i cittadini.

Bastano queste semplici considerazioni per immaginare quale passaggio delicato si troveranno a gestire i prossimi consigli regionali insieme con il Governo nazionale (e con il Parlamento). Saranno anni di transizione, ovviamente, ma le basi gettate oggi saranno quelle sulle quali si edificherà l’assetto futuro.

Detto ciò torniamo alla campagna elettorale e al confronto fra le forze politiche che si candidano a guidare le regioni. Cosa vediamo? Un confronto consapevole delle responsabilità e delle sfide future per selezionare i migliori rappresentanti dei cittadini? ognuno osservi e dia la sua risposta. Ciò che è urgente (e comunque necessario) è costruire una capacità dei cittadini di far sentire la loro voce alle istituzioni locali e di prendere parte alle scelte politiche e amministrative. Ci sono tante forme di partecipazione e tanti luoghi dove esercitarla, ci sono tante norme che la prevedono e che non sono utilizzate; adesso è il momento di riempire questi spazi, di dare un’impronta democratica alla vita dello Stato in tutte le sue espressioni, di superare la delega ai professionisti della politica e di rivendicare un ruolo attivo per i cittadini. L’occasione delle elezioni regionali sarebbe stata una buona occasione per parlarne, ma è stata sprecata. Adesso vediamo cosa sapranno fare gli eletti. E partecipiamo.

Claudio Lombardi

Elezioni regionali: il diritto della forza o la forza del diritto? (di Claudio Lombardi)

Legge 23 agosto 1988, n. 400  “Disciplina dell’attività di governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei ministri”
Articolo 15, comma 2:
Il Governo non può, mediante decreto-legge:
a) conferire deleghe legislative ai sensi dell’articolo 76 della Costituzione;
b) provvedere nelle materie indicate nell’articolo 72, quarto comma, della Costituzione.”

Costituzione della Repubblica
Articolo 72, comma 4:

“la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Non occorre aggiungere altro per descrivere l’anomalia della situazione che si è creata con il decreto-legge n. 29/2010 (“salva liste”). Il Governo ha evidentemente violato una norma di legge che discende da principi costituzionali mascherando da interpretazione autentica una innovazione sostanziale della normativa per le procedure che regolano lo svolgimento delle elezioni regionali. Ne ha, persino, disposto la retroattività in modo da consentirne l’applicazione ad atti procedurali già conclusi e sotto giudizio della magistratura. La forzatura del sistema costituzionale e dell’ordinamento giuridico è evidente e non è possibile camuffarla.

Da buoni cittadini dobbiamo chiederci: perché? E anche: ci riguarda oppure per noi non cambia niente?

Il perché è noto e va ricondotto ai problemi causati dagli incaricati del PDL per la presentazione delle liste che non hanno tenuto conto delle norme esistenti e le hanno violate in più modi fino a giungere all’incredibile abbandono degli uffici di Roma al momento della presentazione della lista e in coincidenza con il termine ultimo previsto per questo adempimento.

Di fronte ad una responsabilità così palese immediatamente si sono levate voci di protesta, da parte del partito escluso, che denunciavano la sottrazione del diritto di voto per una parte consistente dell’elettorato. È fin troppo facile osservare che se non ci si presenta in tempo conoscendo perfettamente le scadenze che vanno rispettate si tratta di un’autoesclusione. D’altra parte il responsabile di tale decisione ha ammesso con la propria voce di essersi allontanato dagli uffici volontariamente (esattamente: per mangiare qualcosa). Di fronte ad un comportamento così assurdo e gravemente scorretto nei confronti degli elettori del PDL, innanzitutto, i comportamenti dei dirigenti di quello schieramento sono stati di oggettiva scomposta agitazione con dichiarazioni confuse e al limite dell’irresponsabilità (“vogliamo la prova di forza”, “siamo disposti a tutto”). L’unica richiesta che poteva legittimamente essere fatta, partendo dalla presentazione delle scuse nei confronti degli elettori e degli organi preposti allo svolgimento ordinato delle elezioni, non è stata fatta. Si poteva semplicemente chiedere il consenso di tutte le forze politiche per il rinvio della data delle elezioni e, solo dopo averlo ottenuto, formulare una richiesta al Governo perché rinviasse, d’accordo con le Regioni interessate, la data del voto.

Se accompagnata da provvedimenti sanzionatori nei confronti degli autori dei pasticci procedurali questa richiesta sarebbe stata credibile poiché nessuno aveva interesse ad escludere una buona fetta di elettorato che si sarebbe trovato privo delle proprie liste.

Le cose, però, non sono andate così e, in un crescendo di agitazione e di confusione (sempre accusando non si sa bene chi di voler escludere il PDL dalle elezioni), si è giunti al decreto-legge n. 29. La rabbia non ha trovato un suo sfogo naturale nei confronti degli esponenti di quel partito che hanno fatto il pasticcio e si è, invece, indirizzata alla ricerca di ipotetici complotti rispetto ai quali si è affermato di poter violare tutte le norme in nome di una sostanza (la forza numerica) che prende il posto della forma cioè del diritto.

Nella storia non è una novità questo atteggiamento perché si tratta né più e né meno che di un comportamento rivoluzionario che si prepara a rovesciare un ordine in nome del diritto della forza in un confronto che si prevede possa e debba svolgersi solo su questo piano.

Ma torniamo alle domande iniziali: perché e quanto ci riguarda.

Il perché sta nella descrizione dei fatti e delle norme che, disciplinando un momento essenziale della vita dello Stato, corrispondono ad una sostanza vera fatta degli elementi di base che consentono la vita della collettività. Non si tratta né di burocrazia, né di forme inutili, ma di qualcosa che ci riguarda da vicino perché sostanza non sono solo i numeri, ma anche gli accordi fra cittadini che decidono, attraverso il lavoro delle istituzioni, le regole della convivenza. Senza questi accordi la vita insieme non sarebbe possibile e diventerebbe un rischio continuo perché nessuno potrebbe mai essere sicuro dei propri beni e della propria stessa vita esposti ad ogni genere di prepotenza in nome della forza. Non è un caso che caratteristica essenziale delle democrazie sia la limitazione dei poteri delle maggioranze nell’ambito delle regole fissate nelle leggi.

Però il Governo ha deciso lo stesso di prendersi un potere che non gli spetta scrivendo norme che non poteva scrivere e imponendole con un atto di forza (perché tale è un decreto-legge emanato al di fuori delle regole). Tutti i cittadini devono essere molto preoccupati perché questo atto non è l’unico che è stato compiuto forzando la lettera e lo spirito della Costituzione, ma è l’ultimo di una serie di comportamenti, di decisioni e di forzature che sono diventati un problema serio per gli italiani.

Avremmo bisogno tutti di stabilità e di comportamenti costruttivi perché il nostro Paese ha bisogno di essere ben governato e di rinnovarsi per costruire il proprio futuro. Sono tante le cose che andrebbero fatte per migliorare la nostra situazione e, invece, vediamo il succedersi di vicende giudiziarie che scoprono un mondo di soprusi, di corruzione e di menefreghismo per i problemi dell’Italia. Il nostro Stato è visto, da tanti che hanno o hanno avuto in mano le leve del potere, come un deposito di denaro a cui attingere liberamente per i propri comodi e da altri come un terreno di incursione di bande armate che tentano di impadronirsi di singoli pezzi delle istituzioni. Nella lotta per finirla con questa situazione vorremmo veder impegnati tutti i partiti e i loro rappresentanti nelle istituzioni e, invece, questo non accade.

Sarebbe arrivato il tempo di una vera grande riforma: rinnovare il sistema democratico mettendolo sulle basi solide della partecipazione alla vita politica ed amministrativa da parte dei cittadini intesa come modalità strutturale per concorrere al governo della cosa pubblica. Se una rinascita dell’Italia è possibile questa passa per uno Stato più forte ed autorevole perché espressione di una società capace di rinnovarsi e di stabilire un nuovo patto di convivenza civile basato sul riconoscimento della dimensione pubblica come l’unica che può dare ad ognuno la possibilità di sviluppare le sue capacità e che può garantire l’intreccio fra diritti, doveri e responsabilità.

Claudio Lombardi

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