Due casi esemplari sui problemi dell’Italia

crisi sistema ItaliaNo, non è l’art 18 il problema. È, piuttosto, un dettaglio che ha senso in un quadro generale. Sì bisogna proprio dire che i problemi, quelli veri, sono ben altri.

Per elencarli tutti sono più adatti i libri e i dossier, ma alcune “perle” spuntano qua e là nelle cronache. Prendiamo il caso dei fondi europei.

L’Italia ha bisogno di soldi? L’Europa ci obbliga ad uno stupido rigore che ci impedisce di spendere quanto sarebbe necessario? Sì e ancora sì. Tutto chiaro? No.

Chi spende e come spende? Se prendiamo il caso dei fondi che l’Europa mette a disposizione del nostro paese la richiesta di poter spendere di più appare infondata e non credibile perché da anni l’Italia non riesce nemmeno ad utilizzare i finanziamenti europei. Certo non servono per pagare stipendi e pensioni, ma per fare quegli investimenti di cui tutti invocano l’estrema necessità.

Ebbene, dei 28 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per l’Italia, per il periodo 2007-2013 per la realizzazione degli obiettivi di occupazione, competitività ed eliminazione del divario sociale, sono stati spesi appena la metà. SPESI LA META’ cioè 14 miliardi e 390 milioni di euro non sono stati finora neanche impegnati e saranno persi se non saranno utilizzati entro il 31 dicembre 2015. E non solo, perché c’è anche il rischio che saranno riviste (cioè abbassate) le stime delle somme necessarie all’Italia per le manovre strutturali fondamentali quali appunto investimenti, occupazione, infrastrutture per il periodo 2014-2020.

utilizzo fondi europeiDunque le regioni meridionali, alle quali sono destinate la maggior parte di quei fondi, non hanno saputo spenderli. Eppure specialmente al Sud c’è fame di lavoro e di investimenti e non passa giorno che non si invochi l’intervento pubblico. Ma per fare che se poi quando i soldi ci sono non si riesce a spenderli o li si spende nei mille rivoli del clientelismo?

Cosa è questo se non il fallimento di un intero sistema che sceglie i dirigenti che amministrano e i politici che governano con meccanismi di selezione nei quali il nepotismo e la corruzione si rivelano sempre presenti e vincenti? E questi sarebbero quelli ai quali consegnare una maggiore capacità di spesa in deficit e il potere di aumentare il debito pubblico? Ma se con il debito che ci troviamo non hanno nemmeno pagato i fornitori delle pubbliche amministrazioni che devono ancora ricevere decine di miliardi dallo Stato!

Si potrebbe dire che loro, questa classe dirigente fatta di migliaia di eletti e di migliaia di dirigenti e manager di aziende pubbliche, loro sono il problema. Sbagliato: il problema sono anche i cittadini. Dal Rapporto sull’evasione fiscale presentato in questi giorni emerge il dato incredibile (ma vero) che l’evasione fiscale ha sottratto alle casse dello Stato nel 2013, 91 miliardi di euro. Una montagna di soldi con i quali, nonostante le ruberie e gli sprechi della spesa pubblica, sarebbe azzerato il deficit e avanzerebbe anche qualcosa da investire.

no evasioneOra, che l’evasione fiscale sia un peso intollerabile che costringe da decenni lo Stato ad indebitarsi è cosa ovvia. Che i governi di ogni parte politica abbiano proclamato di voler lottare contro questa sottrazione di risorse è risaputo. Ebbene siamo ancora qui a meravigliarci di quanto pesi sul bilancio pubblico. Nessuno chiede miracoli anche perché l’evasione fiscale è una cosa complicata, radicata e diffusa ad una miriade di casi particolari (anche molto piccoli). Ma, insomma, dopo tanti anni di proclami sulla lotta all’evasione, quei 91 miliardi sono troppi.

Due esempi che forse non fanno nemmeno più notizia tanto appartengono al modo di essere del “modello” italiano. Ci rendiamo tutti conto che questi sono ostacoli veri allo sviluppo, non simboli e dovremmo anche renderci conto che o li rimuoviamo o non ci salverà nemmeno la flessibilità che stiamo chiedendo all’Europa. E non ci salveremmo nemmeno se avessimo la lira perché il mondo è cambiato e lo sviluppo buono per noi non è più quello che ha funzionato negli anni ’50 e ‘60 quando bastava una svalutazione per rimediare ad un momento critico. Forse è arrivato il tempo di non sperare più sulla fortuna

Claudio Lombardi

Proprietà pubblica delle aziende sì o no? Dal referendum sull’acqua a Cottarelli

Grande interrogativo se sia meglio la proprietà pubblica delle aziende che gestiscono i servizi oppure se sia meglio quella privata. Fermo restando che compito dei poteri pubblici è porre delle regole nell’interesse generale (con particolare attenzione all’uso delle infrastrutture di rete) la questione se sia meglio il pubblico o il privato si ripropone periodicamente.

Chi propose il referendum cosiddetto sull’acqua pubblica una sua risposta la diede. (Cosiddetto perché il quesito referendario non riguardava la proprietà dell’acqua bensì la gestione di tutti i servizi locali tornando molto utile sbandierare l’acqua pubblica per raccogliere voti). Oltre al referendum elaborò una sua proposta secondo la quale i servizi avrebbero dovuto essere esercitati non più attraverso aziende, bensì tramite enti pubblici sotto il completo controllo degli enti locali.

Benissimo, questa può essere una soluzione. Ma a quali problemi?

L’indagine di Cottarelli per la spending review ci porta proprio in questi giorni interessanti notizie che, in parte, si conoscevano già, ma in parte sono vere sorprese. Per esempio che buona parte delle aziende locali sono in passivo oppure che molte si occupano di attività non proprio riconducibili a un servizio pubblico (tipo gestire il Casinò di Venezia) oppure che hanno meno dipendenti che consiglieri di amministrazione (a che servono? A far guadagnare politici e clientele varie è ovvio). Una delle star delle aziende peggio gestite (per esperienza degli utenti e bilanci alla mano) è l’ATAC di Roma che gestisce il trasporto locale e che è balzata nelle cronache per assunzioni clientelari, traffici di biglietti falsi, ruberie e amenità di questo genere oltre che per l’incapacità di far viaggiare i romani.

Ebbene ATAC al pari di tantissime altre aziende è interamente di proprietà pubblica sicchè dovrebbe soddisfare la condizione che i paladini del “tutto pubblico” pongono come fondamentale. Eppure è conciata come i romani sanno benissimo.

È un caso, ma il discorso potrebbe continuare con mille altri esempi. La domanda di fondo però è questa: perché una parte della sinistra non riesce mai ad affrontare le cose con schemi non ideologici, ma pragmatici? Perché non pone come prima condizione di fare piazza pulita di ogni genere di ruberie, clientelismo, spreco chiunque siano i beneficiari (categorie di lavoratori e sindacati o politici di sinistra inclusi)?

Continuando a far finta che non siano quelle le priorità darà l’impressione non solo di una posizione ideologica astratta, ma anche di una sostanziale connivenza con chi sfrutta nel suo interesse privatissimo la proprietà pubblica. Che poi sarebbe il problema dei problemi ben più importante della proprietà delle aziende

La collusione politica economia burocrazia (di Lapo Berti)

intreccio politica imprese burocraziaAppare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

rendite protette dalla politicaNaturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

Il caso Roma: come non si amministra la cosa pubblica

fiducia dei romaniNon si parla solo del presente, ma anche del passato che, però, ne costituisce l’inevitabile e forse inesorabile base. Roma può essere un caso esemplare di come non si deve governare, un condensato di tutti quei vizi italiani che sgretolano la macchina amministrativa, che distruggono risorse e con queste la fiducia dei cittadini, che affermano di fatto la cultura dell’illegalità e del clientelismo perché mostrano che alla fine risultano sempre vincenti.

Sia chiaro, Roma non è il caso peggiore in Italia, ma è la capitale e dovrebbe dare l’esempio.

Lo spunto per queste considerazioni ce lo da’ una relazione degli ispettori del Tesoro inviati (ma anche invitati dal sindaco Marino per la verità) a controllare la situazione dei conti del Comune.

Il periodo esaminato dagli ispettori va dal 2008 al 2013 e coglie in pieno la gestione Alemanno, ma implicitamente parte dalla conclusione della gestione Veltroni che chiude un quindicennio di giunte di centrosinistra.

Ebbene il quadro è sconcertante: spesa corrente fuori controllo perché sempre di molto superiore alle entrate. Costi dei contratti di servizio gonfiati. Premi e incentivi ai dipendenti concessi violando norme e contratti collettivi. Assunzioni viziate da “evidenti irregolarità”, spesso a beneficio di “soggetti sprovvisti dei requisiti”. Assunzioni dei collaboratori di staff, con stipendi “doppi rispetto alla retribuzione tabellare”.

conti romaniOvviamente le contestazioni si concentrano sulla gestione Alemanno che, appena eletto, chiese soccorso al governo per tappare il buco di bilancio lasciato da Veltroni (e che ancora ci porteremo dietro, noi cittadini, per molti anni visto che lo paghiamo con le nostre tasse).

Secondo gli ispettori: “E’ stata evitata ogni decisione volta ad adeguare il livello e il costo dei servizi forniti dall’ente alle reali disponibilità di bilancio, riproducendo quei comportamenti che avevano portato ad uno stato di sostanziale default nell’anno 2008”. E così il quindicennio delle giunte di centrosinistra avrebbe portato “al sostanziale default” della città cioè al fallimento (per parlare italiano) ed Alemanno ha continuato a spendere più di quello che c’era in bilancio.

La relazione si sofferma sulle “palesi violazioni alle norme di legge e contrattuali, in particolare per quanto riguarda il trattamento accessorio del personale dipendente” e “le assunzioni”. Il Sindaco non ha fatto nulla “per riportare la gestione nell’ambito della legalità”.

La relazione non si ferma qui e prosegue giudicando “Particolarmente gravi le modalità di affidamento dei servizi legati al sociale e in favore della società Multiservizi”, avvenuti “in palese contrasto con il contesto normativo vigente e con modalità ben poco trasparenti”.

Dunque una spesa volutamente fuori controllo e pure accompagnata da un’altrettanto pessima gestione delle entrate patrimoniali con “percentuali di riscossione estremamente basse”.

La conclusione degli ispettori equivale ad una condanna della politica romana che ha gestito il Comune. “Quanto rappresentato evidenzia chiaramente come per il proprio risanamento Roma Capitale abbia fatto totalmente affidamento sull’intervento statale, senza realizzare in proprio alcuno sforzo per riportare in equilibrio i conti, nemmeno quando si trattava di far cessare comportamenti illegittimi”.

ispettori tesoro a RomaGli ispettori osservano anche che nemmeno il cambio di sindaco e di maggioranza politica in Consiglio ha prodotto un cambiamento il che li porta ad un giudizio negativo: “l’attuale amministrazione, in linea con i comportamenti precedenti ha dimostrato una notevole celerità nell’avanzare richieste di supporto finanziario allo stato mentre ben poco ha fatto per attivare le entrate proprie”.

Nel valutare il risultato dell’ispezione dei conti romani bisogna tener conto che la finanza locale è stata disastrata dalle politiche di rigore di questi anni e dal Patto di stabilità interna. Probabilmente molti dei comportamenti osservati dagli ispettori sono praticati in altri comuni e derivano dalle scelte politiche nazionali.

Tuttavia il quadro resta sconcertante e contiene gli elementi di uno stile di governo che ha portato l’Italia ad un debito pubblico pari al 135% del Pil senza che ciò significasse sviluppo o miglioramento delle infrastrutture del Paese. Purtroppo i vizi del clientelismo, delle pratiche illegali, dell’uso arbitrario dei poteri istituzionali hanno rappresentato il carattere distintivo del “modello” italiano ampiamente confermato dalle cronache giudiziarie di molti anni. Conseguenze evidenti a tutti di questo deficit di cultura di governo la drammatica caduta di produttività, l’inefficienza generale, lo strappo nella coesione sociale.

Chi sente l’esigenza di un cambiamento vero dovrebbe riflettere seriamente su tutto ciò

Claudio Lombardi

L’Europa e noi: rendiamoci conto che…

Non è vero che l’Europa è stata sempre troppo severa nei confronti dei conti italiani, altrimenti non saremmo arrivati a 2100 miliardi di debito. Lo è dal 2011, quando abbiamo sforato la soglia di non ritorno del 130% del Pil, con il rischio della bancarotta alle porte.

L’Europa non ha fiducia nei nostri politici – come noi italiani del resto – e ne ha fondati motivi. Nessuno crede che un governo userebbe i soldi pubblici per rilanciare l’economia con un New Deal o per investire sull’ammodernamento del Paese, istruzione, ricerca, grandi opere… Semplicemente perché nessun governo l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni.

Il colossale debito pubblico italiano è servito a finanziare la ricerca di consenso da parte di un sistema di partiti ormai impopolare. Il debito nasce, cresce e si moltiplica (per sette) negli anni Ottanta, quando la Democrazia Cristiana di Giulio Andreotti e il PSI di Bettino Craxi fanno esplodere la spesa pubblica per crearsi forti clientele elettorali, alimentare un sistema sempre più corrotto e garantire i privilegi di corporazioni e categorie, compresi milioni di evasori fiscali. Silvio Berlusconi ripete la stessa politica, e così pure alcuni governi di centrosinistra (D’Alema, Amato), con l’eccezione dei due governi Prodi, gli unici a ridurre il debito.

Il tutto avviene con la complicità di milioni di cittadini, indifferenti al fatto che saranno i figli a dover pagare il prezzo di tanta scelleratezza…. Con simili precedenti, perché l’Europa dovrebbe credere a Matteo Renzi e non pensare che lo sforamento dei parametri serva semplicemente a foraggiare un’altra campagna elettorale?

Tratto da un articolo di Curzio Maltese del 28 febbraio 2014

Cacciare la vecchia politica unica strada per risollevarci (di Claudio Lombardi)

Italia malataEcco la fotografia di un paese malato: la legge elettorale in vigore da otto anni dichiarata incostituzionale; una corruzione diffusa e sfrontata fatta di episodi grandi e piccoli con al centro una classe dirigente politica degradata e priva di senso dello stato e dell’etica pubblica; il livello di povertà cresce e tocca ormai milioni di italiani; i bilanci pubblici sono sempre più in sofferenza e le scelte politiche della maggioranza che governa inseguono proposte demagogiche come l’abolizione dell’IMU alle quali si sacrificano le poche risorse a disposizione.

Il quadro non potrebbe essere più cupo, la fiducia degli italiani non sa più in che direzione guardare e tutto l’impianto dei poteri costituzionali traballa sotto i colpi di una politica cieca e ottusa. Le responsabilità sono di tutti, ma c’è chi ha costruito un sistema del malaffare per favorire l’assalto allo Stato di gruppi di affaristi capitanati dal pregiudicato Berlusconi con il sostegno di ceti sociali protetti dal potere e abituati all’illegalità e c’è chi ha imitato o tollerato senza reagire con decisione alla degenerazione.

situazione cupaLa parabola del berlusconismo volge al termine e trascina con sé i sogni di chi si è fatto illudere, ma anche di chi si è adagiato in un sistema di potere abituato, per antica tradizione, a comprare il consenso e a compensare il dissenso.

Questo il nucleo centrale del problema Italia: un sistema di potere che viene da lontano, molto esteso, che ha usato per molti decenni lo Stato, gli apparati, le istituzioni, la spesa pubblica, la politica persino, per favorire alcuni strati sociali a danno di altri, per distribuire in maniera diseguale le risorse e per smorzare i contrasti sociali senza risolverli, ma compensando il dissenso.

debito pubblicoIl debito pubblico mostruoso e improduttivo visto lo stato delle infrastrutture, dei luoghi e dei servizi sociali italiani ha prodotto un danno che ora pesa su tutto noi, ma il danno più grande è stato il venir meno di un sistema credibile di governo della società che, infatti, si è “naturalmente” frammentata in mille pezzi ognuno in lotta con l’altro per accaparrarsi una parte delle risorse. In questa lotta la politica ha assunto il ruolo di Grande Mediatore mettendo in vendita pezzi di legalità in cambio di voti e di potere.

L’emblema di tutto ciò è il Mezzogiorno dove si presenta il quadro più brutale della degenerazione e dove l’intermediazione criminale è penetrata nei gangli del potere. il parossismo della spesa regionale in Sicilia è, forse, il caso esemplare da tenere sempre a mente per capire il baratro nel quale stiamo cadendo e dal quale non ci risolleveremo perché l’economia non ha più la possibilità di superare lo svantaggio terribile del sistema paese che è la vera palla al piede di ogni spinta allo sviluppo.

democrazia dei cittadiniCome risollevarsi?

L’unica strada è che la politica cambi sulla spinta di un grande movimento civile che imponga e sostenga una nuova rappresentanza nelle istituzioni elettive che sia la base, a sua volta, di una maggioranza di governo nuova. Una spinta che porti i cittadini a diventare loro stessi politica diffusa e corresponsabili delle scelte di governo sia attraverso la forma partito che con tutte le altre espressioni associative della cittadinanza attiva. Non si tratta di costituire nuove oligarchie, ma un movimento di massa che diventi opinione pubblica e cultura civile. Un movimento di cittadini, tuttavia, non può fare a meno di un progetto politico perché non si tratta di aggiustare dei meccanismi che funzionano da soli, bensì di ricostruirli e reindirizzarli.

Per questo la spinta non può che venire da una sinistra nuova che riscopra i valori dell’uguaglianza e della libertà e li accompagni con quelli della liberazione delle capacità dai vincoli del clientelismo, della corruzione e del corporativismo. Senza questa impronta di una sinistra nuova non sarà possibile una svolta vera, ma deve essere chiaro che una sinistra nostalgica di vecchi miti non servirà a nulla.

Così come stiamo l’Italia non può che scendere verso il basso e noi tutti siamo condannati ad impoverirci. L’unica alternativa è risollevarci cacciando via tutti i pesi che ci portiamo dietro da veramente troppi anni.

Claudio Lombardi

Italiani brava gente?

onestà e disonestà

L’onestà degli italiani vista attraverso la cronaca quotidiana. 43 consiglieri regionali del Piemonte indagati per peculato e truffa. Ormai ci siamo abituati: è la solita storia dei fondi per l’attività politica istituzionale che vengono arraffati da approfittatori senza scrupoli, truffatori e pure pezzenti che si fanno pagare con i nostri soldi persino il caffè.
Altra notizia: il 62% degli studenti universitari romani sottoposti a controllo della Guardia di Finanza hanno dichiarato il falso pur di prendere agevolazioni, borse di studio e riduzioni delle tasse a cui non avrebbero avuto diritto. A parte la truffa ai danni dello Stato (una passione, sembra per gli italiani fin da giovani) c’è anche la responsabilità morale di aver sottratto risorse a quelli che ne avrebbero avuto diritto. Ma, si sa, etica, moralità e altruismo non sono molto popolari in certe famiglie di benestanti che pensano solo ad arraffare il più possibile senza principi e senza regole.
Altro giro, altra corsa: parlando con i medici che lavorano nelle Asl sembra che le autocertificazioni per non pagare i ticket su visite e analisi siano molto diffuse tra gente che da molti indizi sembra non averne alcun diritto (prima o poi si dovrà fare una raccolta dei casi più eclatanti tipo l’esente per limiti di reddito con casa e barca in Sardegna di cui parla tranquillamente al medico). D’altra parte quando a Roma il 75% degli assistiti è dotato di esenzione qualche dubbio viene, no? Di contro i tanto vituperati extracomunitari, dicono i medici, pagano tutti il ticket.
Che dire? Per anni ci siamo scagliati contro la casta dei politici nella quale abbiamo scoperto un’impressionante percentuale di truffatori e di ladri, ma adesso bisogna arrendersi all’evidenza che questa gente è solo la punta di un iceberg che abbraccia una bella fetta di italiani. Come si scava si trova il ladrocinio e la truffa. Sembra che la cultura della truffa e del furto ai danni della collettività sia veramente molto diffusa.
In cosa possiamo sperare? In una maggioranza di italiani che imponga una rivoluzione culturale accompagnata da abbondanti sanzioni per i truffatori.

Basta retorica e finzioni: con Berlusconi non si può governare (di Claudio Lombardi)

basta BerlusconiL’articolo che segue è stato scritto un mese fa, ma anche se si fosse trattato di un anno o di cinque o di dieci anni fa la sostanza non sarebbe cambiata e sarebbe assolutamente attuale. La condanna definitiva di Silvio Berlusconi non interessa tanto la persona, ma il sistema e i metodi che hanno costituito lo scheletro del potere reale in Italia negli ultimi decenni.

Il problema è il berlusconismo manifestazione estrema e terminale (per le sorti del Paese) del clientelismo affaristico a impronta mafiosa e criminale che ha inquinato la democrazia italiana fin dalla sua nascita e che è esploso con il pretesto dell’anticomunismo. La conquista dello Stato e l’uso dei poteri pubblici a fini privati hanno segnato la prassi di governo fin dagli anni 50-60 e hanno selezionato una classe dirigente che è vissuta al di fuori delle regole riuscendo a coinvolgere milioni di italiani in quel sistema di illegalità di massa che costituisce un caso unico fra le democrazie avanzate.

Oggi tutto questo deve finire e non può esistere alcuna rinascita dell’Italia che non metta al centro questa svolta. Chi ancora continua a prendere in giro gli italiani con la favoletta delle riforme istituzionali senza nemmeno riuscire a cambiare la legge elettorale è colpevole al pari di chi predica e pratica la legge oligarchica di una casta di intoccabili al comando.

pulizia dal berlusconismoÈ ora che nasca fra gli italiani una ribellione civile prima che politica con la quale tutti facciano i conti. Nell’immediato è chiaro che questo governo finto fondato sulla farsa della retorica della responsabilità per nascondere la verità di un accordo di potere interno al vecchio ceto politico deve finire. Che il gruppo dirigente del PD dica cosa vuole e agisca di conseguenza se ne ha il coraggio e la capacità, altrimenti si metta da parte che l’Italia ha bisogno di politici nuovi.

“Piano piano i magistrati stanno ricostruendo il profilo criminale del capo del centro destra italiano negli ultimi venti anni. Se si pensa alle difficoltà che hanno dovuto superare, alla vera e propria guerra istituzionale, politica e mediatica che si è scatenata contro di loro da parte di un avversario proprietario del maggior partito di  governo restato ai vertici dello Stato per oltre un decennio, proprietario di tre reti televisive nazionali, di case editrici e di giornali, di un impero economico e finanziario, pronto ad usare ogni mezzo lecito e illecito per affermare il suo potere, punto di riferimento per ceti sociali e gruppi dirigenti che hanno dato l’assalto allo Stato e alle risorse pubbliche ricavandone enormi benefici in spregio a qualunque legalità. Se si ha ben presente cosa è successo in Italia negli ultimi venti anni si comprende che siamo in presenza di una svolta storica.

intreccio politica mafiaUna semplice consultazione di wikipedia dà l’idea di quale intreccio criminale e di potere si sia sviluppato intorno alla persona di Silvio Berlusconi. Le leggi fatte apposta per ostacolare o sopprimere i processi sono state l’espressione più significativa e più efficace di una guerra condotta non solo da lui, ma da una parte delle classi dirigenti per assoggettare la società italiana (istituzioni, cultura civile ed economia) ad un potere dispotico di puro sfruttamento dei pochi sui molti.

Un disegno di conquista che si è potuto sviluppare anche grazie alla “tolleranza” delle opposizioni che hanno finta di non vedere il lato criminale del berlusconismo e ne hanno privilegiato il volto istituzionale e politico costruito ad arte dagli strateghi di Publitalia per catturare il consenso degli italiani. Un’opposizione imbelle (e in parte collusa) ha pensato di aver a che fare con un avversario politico normale quando, invece, si trovava di fronte il prodotto estremo di un sistema di potere pluridecennale che si era forgiato nella complicità con la mafia e con buona parte della criminalità organizzata (banda della Magliana, camorra, ‘ndrangheta), che era passato per gli anni dello stragismo e del terrorismo di Stato, che aveva già praticato il saccheggio dei soldi pubblici sprecati e rubati a fiumi nel Mezzogiorno e nell’acquisto del consenso a suon di pensioni, indennità, finanziamenti a pioggia, assunzioni clientelari, abusivismo edilizio, distruzione del territorio e dell’ambiente. Un sistema di potere messo in crisi da Tangentopoli che trovò in Silvio Berlusconi la sua geniale via d’uscita.ideologia dei soldi

Il berlusconismo doveva significare lo spegnimento della lotta politica annegata nei modelli della società del piacere nella quale ad ognuno era consentito di sognare la sua personale conquista “del mondo” che tradotta in volgare significava semplicemente che ciascuno doveva sentirsi libero di farsi gli affari suoi senza più temere sanzioni o regole da rispettare.

L’epopea dei condoni e delle cricche di affaristi senza scrupoli (a tutti i livelli, dagli uffici circoscrizionali alla Presidenza del Consiglio), della corruzione è stata la vera ideologia del berlusconismo insieme con l’immagine finta fornita dalle sue televisioni ad un popolo a cui venivano indicate le vie del successo e dell’arricchimento facile. E se questi, ovviamente, non erano per tutti bastava l’esempio di chi ci riusciva e la sensazione che a questi si poteva chiedere di tutto liberi da condizionamenti legali, politici e morali senza dover più mascherare l’antica abitudine al clientelismo di un popolo mai diventato nazione.

corruzione-italiaSbaglierebbe oggi chi si soffermasse sui vizi del potente Berlusconi trascurando di comprendere il senso di una parabola che parla di Italia e di italiani e che spiega molto più di tante analisi economiche lo spread che ci divide dai paesi civili.

Se oggi la magistratura sta portando a conclusione alcuni processi e arrivano le prime condanne è perché il modello del berlusconismo ha fatto fallimento portando l’Italia alla bancarotta se non ancora finanziaria sicuramente istituzionale, etica e civile. Una reazione degli italiani è in corso e per questo le cose stanno cambiando.

Poco c’è da dire sul governo e meno ancora sui seguaci di Berlusconi. Sul governo si può solo sottolineare che il suo profilo emergenziale ne esce consolidato ovvero che appare sempre più chiaro che non può durare oltre alcuni provvedimenti per l’economia, per la macchina dello Stato e per andare a votare con una nuova legge elettorale. E non può durare soprattutto perché i seguaci del pluricondannato Berlusconi, dell’indegno ad ogni carica politica ed istituzionale, del corruttore dei giovani e della morale pubblica continuano a non prendere le distanze da lui identificandosi con la sua sorte. Perché lo facciano è un mistero; forse qui si sconta un’inclinazione tutta italiana alla faziosità o alla fedeltà al Capo di impronta mafiosa di chi resta nel gruppo fino a che il padrino non viene eliminato.

Qualunque sia il motivo questa fedeltà indica una cultura politica e un’ideologia della sopraffazione e dell’illegalità da combattere senza se e senza ma.”

Claudio Lombardi

L’Italia sul crinale (di Claudio Lombardi)

Gli avvenimenti di questi giorni ci dicono che siamo sul crinale. Possiamo andare avanti e imboccare la via d’uscita giusta per la ricostruzione dell’Italia o possiamo precipitare senza più freni nella crisi.

Italia bilicoI dati nudi e crudi parlano di un’economia che va male, di un popolo che sta arretrando verso condizioni di vita che erano state superate nel passato, di uno stato inefficiente e colonizzato da gruppi di potere e da affaristi che, nonostante l’azione della magistratura, hanno avuto il tempo di fare danni gravi. Le condizioni del Paese sono ben rappresentate dalle strade della capitale che, ad ogni pioggia, si sgretolano per l’incuria di anni, per una manutenzione sbagliata, per l’assenza di chi dovrebbe amministrare la città e invece la lascia andare in malora.

Non si tratta solo di errori contingenti però, dei politici e dell’amministrazione, si tratta del risultato di un indirizzo di governo che ha intrecciato i pubblici poteri con gli interessi privati di singoli, di gruppi, di partiti. E intanto le casse comunali sono vuote, mentre ancora si pagano gli effetti delle diverse “parentopoli” che hanno costellato gli anni di Alemanno con le quali si sono inzeppate di assunzioni clientelari le aziende dei servizi pubblici locali.

La capitale è la rappresentazione della condizione dell’Italia. Siamo sul crinale tra un arretramento ancora più profondo e devastante per la vita delle persone e un rilancio della voglia e della capacità di trovare strade nuove per l’Italia che produce e che esporta prodotti, stili di consumo e modelli di vita di qualità.

La genesi del declino parte da lontano e il berlusconismo è stato ed è il culmine del regime clientelare e spartitorio che ha dominato fin dalla nascita della Repubblica e che ha soffocato, sotto la guida delle classi dirigenti, la formazione di una cultura civile evoluta. L’arte di arrangiarsi è stata adattata ad ogni aspetto della vita nazionale e lo Stato ha rappresentato la preda da spolpare e uno scomodo impiccio da aggirare. Ormai, però, i soldi sono finiti e i tempi della crescita del debito pubblico per coprire le spese folli del sistema di potere e delle politiche pubbliche piegate alle clientele e ai gruppi sociali ed economici più forti non torneranno più. In un mondo globalizzato non torneranno più nemmeno le svalutazioni della lira inutili per crescere, ma essenziali per coprire con i bassi costi le arretratezze dell’economia.

Oggi dalla crisi non si esce senza l’Europa e senza un radicale cambiamento delle politiche e delle stesse istituzioni europee. Anche qui siamo sul crinale tra il restare in un sistema continentale integrato che può diventare una federazione di stati ed essere costretti ad uscirne e andare da soli al confronto con un mondo nel quale ormai sono in tanti a poterci superare.

I parlamentari del PDL davanti al Tribunale di Milano manifestano contro i magistrati che applicano le leggi rivendicando un trattamento “politico” e cioè l’immunità per Silvio Berlusconi su cui da anni pendono accuse gravissime per chiunque, ma silvio coppolainammissibili per un leader politico. In qualunque paese di democrazia occidentale Berlusconi sarebbe già fuori dalla vita politica per indegnità morale, i suoi processi si sarebbero da tempo conclusi ed egli starebbe probabilmente scontando le pene previste per i reati che ha commesso. In Italia, invece, siamo sul crinale tra affermazione della legalità e trionfo della politica malavitosa. Ci hanno provato per anni a far pendere la bilancia verso le cricche di potere, con ogni mezzo e disponendo di enormi risorse fra cui il controllo delle istituzioni e dell’informazione televisiva. Il controllo, la conquista dello stato: questa la posta in gioco, non l’arbitrio del capo delle cricche di fare il comodo suo circondato da giovani prostitute. Ed è una posta che interessa alcune migliaia di persone piazzate negli snodi del potere, e di quella finanza e quella imprenditoria che da molto tempo prosperano sulla spartizione delle risorse pubbliche. Altro che rivoluzione liberale, altro che mercato: Berlusconi è stato ed è il punto di riferimento di un mondo che opera a cavallo tra esteriorità formale e illegalità sostanziale e nel quale l’unica libertà riconosciuta e garantita a chi ci sta dentro è quella di fare quel che gli pare a spese della società intera.

Di voglia di cambiamento ce n’è tanta in giro e ancora non trova la strada giusta per esprimersi, né i gruppi dirigenti che sappiano comprenderla e indirizzarla. Siamo anche qui sul crinale fra una ventata di partecipazione che travolga posizioni incrostate dal tempo e dalle convenienze di carriere personali e un regresso nella rabbia cieca che vorrebbe travolgere tutto e che non sa dove andare e cosa costruire.

Il M5S è la grande novità delle elezioni, ma non sembra rendersi conto che l’autoreferenzialità di un movimento non strutturato e privo di responsabilità adesso deve cedere il posto ad un progetto di costruzione di un’Italia nuova. Fanno gli scontrosi e i dispettosi invece di dire “questo vogliamo e chi ci sta ci dia le garanzie di serietà e di trasparenza che sono necessarie e poi sperimentiamo una via nuova senza legarci a nessun patto che non sia quello con gli italiani”.in bilico

Ma questa è la prova di fronte alla quale sta pure il Pd anche lui in bilico e in grande, grandissima difficoltà a capire le caratteristiche nuove di una situazione che non aveva percepito o non aveva voluto vedere immerso com’era in un’opposizione stanca e ripetitiva nella quale venivano evitate sistematicamente le scelte forti e decise.

Siamo sul crinale ed esposti in molti punti. Si deve marciare con prudenza se non vogliamo precipitare, ma con passo deciso e con scioltezza: troppa lentezza, troppa incertezza irrigidiscono, il cammino diventa difficile e si rischia di scivolare giù.

Claudio Lombardi

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

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