Un sistema di potere che schiaccia l’Italia (di Claudio Lombardi)

Si parla molto della Sicilia in questi giorni. Ancora la mafia e ancora il dissesto delle finanze regionali. Due facce della stessa medaglia.

Venti anni dalla morte di Falcone e Borsellino e una verità ancora da scoprire, ma che a pezzetti si sta manifestando. Tutti sanno che i colpevoli erano finti; si sono fatti anni di galera senza fiatare, ma il qualcuno che ha fabbricato quei falsi per sviare le indagini e coprire la verità li ha convinti che era meglio tacere. La famosa trattativa fra Stato e mafia che si svolse nel ’93 dopo gli attentati che colpirono città e luoghi d’arte c’è stata davvero dice il procuratore di Palermo Messineo (e Dell’Utri ribatte che fu necessaria per limitare i danni). Accusa di estorsione ai danni di Berlusconi per il cofondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri che, da parte sua, continua a ripetere che il boss mafioso, Vittorio Mangano, è stato un eroe perché non avrebbe rivelato nulla ai magistrati. Il finto stalliere che viveva a casa di Berlusconi parlava con Dell’Utri di “cavalli” che il giudice Borsellino riteneva fossero partite di droga da piazzare nel nord Italia usando la casa di Berlusconi come rifugio sicuro e protetto. Cosa normale per gli affari mafiosi come normale fu, se andò proprio così, che ci si rifugiasse nella politica per cercare protezione all’ombra delle istituzioni e per conquistare direttamente il potere senza intermediari. Forse così diventa più comprensibile la discesa in campo di Berlusconi assurdamente motivata da un pericolo comunista scomparso da anni.

Fantasie? No una interpretazione logica di una concatenazione di fatti. Che Dell’Utri fosse un rappresentante della mafia verso il mondo degli affari al nord lo hanno stabilito sentenze giudiziarie non chiacchiere. D’altra parte i 40 o 50 milioni di euro pagati da Berlusconi a Dell’Utri avrebbero una spiegazione sensata perché sarebbero la ricompensa per la sua discrezione sulle basi del potere di Berlusconi.

Nel complesso si delinea un gigantesco puzzle nel quale emergono frammenti di verità che fanno intravedere una realtà terribile. Quale? Un ruolo di settori dei servizi segreti nell’assistere e dare copertura agli assassini di Falcone e Borsellino e agli attentatori del ‘93.

Non certo una novità assoluta perché sarebbe la conferma dell’esistenza di una “entità” che è sempre comparsa nelle stragi e negli attentati che hanno segnato la storia d’Italia dal 1969 ad oggi. La verità giudiziaria ancora non lo dice anche perché l’”entità” sa distruggere le prove , depistare le indagini, nascondere la verità, ma quella storica dice che questa “entità” corrisponde ad un blocco di potere che tiene insieme pezzi della politica con apparati militari e civili dello Stato che dispongono di poteri e risorse per agire al di fuori e contro la Costituzione  e le leggi.

Nel passato questa “entità” si chiamava Gladio e Cossiga addirittura ne rivendicò i meriti perché si trattava di sbarrare la strada ad una ipotetica invasione sovietica. Per questo fu costruita una rete illegale eversiva in combutta con servizi segreti stranieri e gruppi paramilitari italiani, con a disposizione armi di tutti i tipi ed esplosivi. Ancora prima che si rivelasse l’inconsistenza del pericolo “rosso” si manifestò l’”entità” che si mise semplicemente al servizio dei progetti reazionari di chi voleva schiacciare la democrazia con le bombe.

In tutte queste vicende prima o poi si incappa nella mafia come organizzazione di interessi che usano la violenza per esercitare il controllo del territorio e per impossessarsi delle risorse pubbliche e private. Che questa organizzazione sia presente anche nella politica e nelle istituzioni è un fatto storicamente accertato e non potrebbe che essere così dato che il controllo delle istituzioni garantisce il controllo del patrimonio pubblico e dei soldi dei bilanci pubblici nazionali ed europei e questa è una delle sue principali finalità.

È significativo che la stagione del berlusconismo sia iniziata con la trattativa Stato-mafia alla quale è seguita una lunga pace all’ombra della quale hanno spadroneggiato cricche e affaristi di tutti i tipi grazie ad una spesa pubblica in costante crescita. Il gigantesco debito pubblico che oggi minaccia la nostra stabilità ne è la logica conseguenza ed è anche (anche non solo) espressione di quel sistema di potere clientelare-affaristico-mafioso specializzato nel far sparire capitali pubblici.

Come è stato possibile e che evoluzione ci può essere? Basta guardare alla Sicilia di oggi per avere la risposta.

Il blocco dei fondi europei alla regione siciliana cui si è arrivati perché l’Unione non si fida più di come vengono spesi nell’isola i soldi comunitari è solo l’ultimo anello di una catena che rivela una sistematica opera di rapina delle risorse pubbliche di cui dispone da decenni la classe dirigente siciliana.

Soldi distribuiti a pioggia anziché investimenti veri, scarsa affidabilità dei controlli, progetti non conclusi, tanti errori contabili, irregolarità negli appalti. Questi i motivi per cui si è arrivati al blocco. Eppure la Sicilia ha ricevuto tra il 2000 e il 2006 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme. Eppure è riuscita a spendere meno del 10% di quei soldi e nel modo che ha causato la reazione europea.

Se ci mettiamo tutti i soldi arrivati per i motivi più diversi negli anni della Repubblica abbiamo una montagna di risorse rubate e distrutte da quel sistema di potere. Tutti i problemi della Sicilia e anche del Mezzogiorno sono riconducibili a quella causa, l’uso degenerato delle risorse pubbliche realizzato attraverso le istituzioni. Requisito indispensabile è stato avere una società civile sottomessa ed arretrata che non fosse in grado di riscattarsi promuovendo l’affermazione di una nuova classe dirigente. La mafia è stato ed è uno strumento eccezionale per piegare la società sia in basso che in alto.

Ora si dice che mancano i soldi in cassa, ma la Sicilia è diventata una barzelletta per la facilità con la quale vengono dilapidati i soldi pubblici. 1,27 miliardi di euro spesi per i dipendenti nel 2011 pari al 10% delle spese correnti (in Lombardia 171 milioni e lo 0,6% della spesa). Un esercito di oltre 20.000 dipendenti cui vanno aggiunti i 25.000 forestali e precari dei lavori socialmente utili. Decine di società sotto il controllo della Regione la maggior parte in disavanzo. Ecco solo alcune delle cifre di un disastro annunciato e previsto che si ripete da molti anni e che è indispensabile per perpetuare un sistema di potere fondato sulle clientele, sui favoritismi e sull’illegalità perfettamente congeniale ad un’organizzazione mafiosa del potere.

Che la mafia, ormai, sia dilagata al nord e in Europa con capitali criminali con i quali distrugge la legalità e l’economia sana non fa venir meno alla Sicilia il suo ruolo di “casa madre” nella quale si organizza la rete del potere politico ed economico su scala nazionale. La stessa cosa avviene con la ‘ndrangheta che mantiene le sue radici in Calabria. Una base territoriale è indispensabile a quelle organizzazioni anche per influire sulle scelte politiche nazionali e sulla spartizione delle risorse.

Certo, non tutti si piegano a quel sistema di arretratezza sociale e civile pagata con premi e mance che vengono dai bilanci pubblici; non si tratta di un dominio assoluto, i siciliani onesti esistono, ci sono tante organizzazioni della società civile e non sono pochi i politici che li rappresentano. La sostanza del potere, però, non è nelle loro mani.

Il risultato di questo dominio mafioso è fotografato in un dato del centro studi di Svimez secondo il quale il Pil pro capite delle regioni del Sud dal 1951 al 2009, anziché crescere, ha subito rispetto al Nord un netto arretramento calando in valuta costante dal 65,3% al 58,8%.

In tanti si rendono conto che in quel sistema non c’è futuro, ma solo declino, corruzione e degrado, ma non riescono ad organizzarsi e a crescere. E il fatto che a livello nazionale non si riesca ancora a mettere la parola fine sulle stragi, sugli attentati, sugli assassinii eccellenti significa che le alleanze fra poteri criminali ed eversivi sono ancora in piedi e riescono ad impedire che si arrivi alla verità.

Claudio Lombardi

Spending review ? sì grazie, ma seria (di Claudio Lombardi)

Con un debito pubblico che si avvicina ai 2000 miliardi di euro una vera revisione della spesa pubblica è inevitabile. Per due motivi: 1. Perché non avrebbe senso non chiedersi se il livello attuale della spesa pubblica corrisponde a risultati concreti, visibili e percepibili dai cittadini in livello e qualità dei servizi nonchè misurabili in termini di efficienza del sistema-paese; 2. Perché, appunto, i risultati del debito pubblico cioè come sono stati spesi i soldi finora, non sono visibili in alcun modo.

Questo secondo punto rinvia a due aspetti cruciali di come si sono strutturate le decisioni politiche e la loro attuazione in Italia: 1. La politica con i suoi meccanismi decisionali ha espresso un tipo di rappresentanza che ha usato le risorse pubbliche o i beni comuni controllati dai poteri pubblici (non solo soldi, ma anche territorio e ambiente e persino legalità) per premiare gruppi sociali o imprenditori o procacciatori di voti o raggruppamenti di interessi. Più che di disegni strategici di governo e di sviluppo del Paese si è trattato di redistribuzione di redditi (comunque ottenuti) in base alle convenienze del momento; 2. I cittadini sono stati in gran parte coinvolti in questo sistema di gestione del potere ricavandone vantaggi grandi e piccoli, leciti e illeciti. La gamma di tali vantaggi è vasta ed è giunta anche al mercanteggiamento dei diritti trasformati in moneta di scambio con la quale acquistare pace sociale o smorzamento delle pressioni rivendicative. L’opera corruttrice è arrivata dappertutto e ha permesso la costruzione di piccole e grandi rendite di posizione che facevano parte della coscienza collettiva che non è mutata in maniera radicale negli ultimi anni, anzi, forse, si è fatta anche più cinica . C’è stato un tempo, immortalato persino in alcuni film con protagonisti i “mostri sacri” della commedia all’italiana (Sordi, Manfredi, Gasman), che persino ottenere un certificato all’anagrafe richiedeva una raccomandazione.

Senza prendere atto di questo retroterra sul quale si è formata la convivenza civile degli italiani e il loro rapporto con lo Stato è difficile capire come siamo arrivati fin qui, è difficile cambiare strada, è impossibile risolvere la crisi con una nuova stagione di sviluppo.

I nostri problemi non giungono dagli USA o dall’Europa o dalla speculazione finanziaria o, meglio, arrivano anche da lì, ma sono ingigantiti dalla sclerosi di cui soffre l’Italia da decenni.

Per questo una revisione della spesa pubblica dovrebbe essere l’occasione di una presa di coscienza collettiva degli italiani che li porti a rifiutare il modello di sistema del passato e che faccia avanzare quelle opzioni politiche che propongono una rivoluzione civile che dia vita e spazio ad una nuova rappresentanza, ad una revisione della democrazia, ad un cambiamento drastico della politica.

L’opera del governo Monti può solo essere l’avvio di una transizione verso quel tipo di trasformazione, ma non può guidarla.

Per questo tutti i provvedimenti adottati dal governo in questi mesi stanno in bilico fra soggezione al vecchio sistema di potere e apertura ad un nuovo corso. Anche la spending review si colloca su questo crinale: alcuni elementi di novità, tanta prosecuzione di politiche vecchie. Fissare un obiettivo di pareggio di bilancio, decidere la cifra che serve per arrivarci e, quindi, rivedere la spesa per tagliarla di quel tanto che basta è uno schema ben conosciuto e praticato che non ha mai risolto niente; al massimo ha permesso di svoltare il momento di crisi rinviando l’aggressione ai problemi di fondo e ai meccanismi malati che si sono, infatti, riattivati sempre creando le condizioni per nuovi interventi.

L’Italia è un paese ricco che produce reddito e che, nonostante il suo sistema di potere, nonostante la mancanza di una cultura civile unificante, nonostante la lontananza fra cittadini e Stato e il rapporto degenerato che ha fatto di quest’ultimo il bancomat per ogni genere di spinta corporativa, nonostante una presenza pervasiva di poteri criminali in grado da tempo di controllare parte dell’economia e della politica, nonostante tutto ciò è riuscito a restare una delle potenze economiche mondiali. Quasi un miracolo.

Ma oggi il sogno è finito, l’incantesimo non si può più ripetere. L’ex terzo mondo ha sviluppato una potenza economica e un dinamismo incomparabili con la paralisi di un paese come il nostro. Non c’è più spazio per svalutazioni competitive e non ci sarà più un surplus di ricchezza da redistribuire. Al massimo si potrà tirare a campare accettando una riduzione del nostro tenore di vita tutto incluso (capacità di spesa, redditi medi e bassi, servizi pubblici) e una lotta ancora più feroce dei gruppi privilegiati per ritagliarsi fette di ricchezza.

Che fare allora? In democrazia l’unica cosa sensata è che avanzi quella parte dei cittadini più cosciente dell’urgenza di un cambiamento e sappia generare una nuova classe dirigente cominciando ad aggregarne pezzi da subito sia a livello territoriale sia nelle sedi di comunicazione e di formazione delle opinioni. Questo è il grande compito che spetta ai movimenti che animano la società italiana. Ed è il terreno sul quale bisogna incontrare il meglio della politica sopravvissuta a decenni di corruzione. Bisognerebbe riuscire a far diventare l’Italia un gigantesco laboratorio politico e civico per il cambiamento. Allora si potrebbe ricostruire su nuove basi.

Claudio Lombardi

Il paradosso della democrazia dai conti pubblici alle sfide del mondo globalizzato (di Claudio Lombardi)

Interessante analisi di Adriano Bonafede e Massimiliano Di Pace su Repubblica-affari e finanza di oggi. Il tema è l’effetto delle politiche dei governi Berlusconi negli ultimi dieci anni sull’entità del debito pubblico, sulla crescita del Pil, della spesa pubblica e del prelievo fiscale.

I numeri del rapporto debito pubblico/PIL  parlano chiaro. Si parte dal 2000 con il 109,2%, nel 2001 siamo al 108,8%, nel 2002 al 105,7%, nel 2003 al 104,4%, nel 2004 al 103,9%, nel 2005 si risale al 105,9% e nel 2006 al 106,6%.

Prendendo in considerazione gli anni del governo Berlusconi 2001-2006, anni di stabilità politica e di favorevoli condizioni economiche (la prima crisi negli Usa inizierà nella seconda metà del 2007), si passa dal 108,8% al 106,6%, ovvero il debito diminuisce in rapporto al Pil del 2,2%. Poco, molto? Considerando un ampio arco di tempo, la stabilità politica e le condizioni dell’economia e mettendo a confronto tutto ciò con le precarie condizioni della finanza pubblica italiana  che, all’avvio dell’euro, non rispettava assolutamente il parametro del 60% del rapporto debito/Pil fissato nei trattati, ma si era impegnata a ridurlo progressivamente, si può tranquillamente affermare che il risultato di cinque anni di governo è stato nettamente insufficiente.

Se poi si guarda agli anni successivi si constata che questo giudizio è fin troppo ottimistico.

Nel 2007 il rapporto debito/Pil va al 103,6% con una diminuzione, in un solo anno, del 3%. Cosa era successo? Era cambiato il governo nel corso del 2006, si era formato il governo Prodi che, pur gravato da una scarsissima maggioranza e minato dai contrasti interni, riuscì ad invertire la rotta e a raggiungere quel risultato straordinario.

Nel 2008 la coalizione di Berlusconi vince di nuovo le elezioni e il debito ricomincia subito a salire: 106,3% nel 2008, 116,1% nel 2009, 119,1% nel 2010 e nel 2011 le stime indicano una crescita ben più pesante. In pratica, in pochi anni, il debito pubblico italiano è diventato una palla al piede per l’Italia e per l’intera Europa e questo per l’inettitudine conclamata della maggioranza di centrodestra che ha disseminato il suo cammino di frottole e illusioni, ma ha causato un danno reale gravissimo agli italiani con un malgoverno simile a quello conosciuto negli anni peggiori di tangentopoli. La formula magica è stata: illudere la massa con provvedimenti truffaldini come l’abolizione dell’ICI (pagata comunque con il dissesto delle finanze locali) ed esibendo un ottimismo becero che non aveva nessun fondamento nella realtà; e lasciare campo libero nella gestione del denaro pubblico e degli apparati pubblici alle cricche e agli incompetenti.

Ormai si è capito che la crisi è stata l’occasione per nascondere un bel po’ di malefatte a cominciare dall’assoluta incapacità di guidare il Paese nello sfruttamento delle sue potenzialità economiche. Non a caso il Pil nel decennio 2001-2010 è cresciuto in media dello 0,4% l’anno mentre negli altri paesi europei a noi paragonabili la crescita è stata sempre oltre il doppio di quella italiana (media UE 1,4%).

Come ricordano gli autori dell’articolo “se vi è stato un miracolo di Berlusconi in Italia, è stato quello di avviarne in maniera inarrestabile il declino economico”. Anche i dati sul prelievo fiscale confermano che si è fatto il contrario di quello che è stato fatto credere agli italiani: in un decennio il gettito fiscale è aumentato del 33,7%, ben l’11% in più dell’incremento dei prezzi. La stessa cosa è accaduta con la spesa pubblica aumentata del 46,5% fra il 2000 e il 2010 (da 542 mld di euro a 794 mld di euro).

Bonafede e Di Pace concludono l’analisi con una considerazione amara: “insomma, l’imprenditore che si era presentato agli italiani come l’homo novus della politica, capace di rimettere a posto i disastrati conti dell’Italia, in realtà è stato l’ennesimo assaltatore della diligenza della spesa pubblica, tanto da dare quasi il colpo di grazia alle nostre finanze”.

Una considerazione ancora più amara deve essere fatta sulla politica. Chi si illude che le classi dirigenti che detengono nelle loro mani i poteri che in democrazia vengono concessi a chi riscuote il consenso degli elettori agiscano sempre per il bene della collettività si sbaglia di grosso.

Croce e delizia di ogni democrazia è la ricerca del consenso. Non se ne può fare a meno ovviamente, ma crea le occasioni perché la selezione dei rappresentanti politici non si faccia sulla capacità di governare, sulla lealtà e sulla qualità dei programmi. Troppo spesso, infatti, il rapporto con i cittadini è basato su illusioni e promesse irreali oppure sulla cultura dello scambio di favori che permette ai politici di fare quello che vogliono in cambio della soddisfazione di interessi personali degli elettori.

In tutti i casi la conseguenza sarà la selezione dei peggiori fra i rappresentanti politici che si faranno forti della mancanza di cultura democratica e della prevalenza dell’individualismo egoista sugli interessi della collettività.

È stata già osservata la stranezza del caso italiano che porta ad escludere dal governo i partiti quando si verificano situazioni di emergenza quasi si trattasse di ostacoli alla soluzione dei problemi. I governi tecnici nascono sempre dal fallimento della politica rappresentata dai partiti e gettano un’ombra sinistra sulla salute del nostro sistema democratico.

Anche guardando a quel che accade in altri paesi occidentali si ha l’impressione che i tradizionali percorsi di formazione del consenso non bastino più. Il mondo oggi è più complicato per tutti e non si può tornare al passato quando ogni Stato faceva per conto suo difendendo la sua moneta, i suoi commerci, le sue conquiste coloniali (quando c’erano) e ogni tanto scoppiava una guerra per sistemare le controversie più difficili. Dopo la seconda guerra mondiale, con la terra piena di armi atomiche e con nazioni di quello che era il terzo mondo che sono diventate potenze economiche e militari mondiali, con l’interdipendenza fra le economie quell’assetto porterebbe al disastro anche più rapidamente che nel passato. Per questo il consenso basato sulle semplificazioni e sulle illusioni oggi è un pericolo.

Una vera cultura democratica è quella che mette i cittadini in grado di capire e di valutare  le strategie che vengono proposte e l’impatto delle politiche che vengono praticate. La partecipazione serve a questo e costituisce una grande riserva di intelligenza e di competenza senza le quali nessuna elite per quanto preparata riuscirà a superare i paradossi della democrazia che vive di consenso,  ma dal consenso sbagliato può essere distrutta.

Claudio Lombardi

Andare via o rimanere? (di Mila Spicola)

E’ stato presentato nei giorni scorsi il rapporto elaborato dalla SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sullo stato dell’economia nel sud del Paese.

Abbiamo voluto capirci di più e quindi siamo andati a sfogliare il corposo dossier che fotografa l’inesorabile decadenza del mezzogiorno.

Basterebbe un solo dato per chiarire, se ve ne fosse ancora bisogno, di quanto il sud si allontani sempre più dal nord del Paese: 281 mila unità lavorative perse nel periodo 2008-2010. Un dato drammatico a cui si aggiunge un ulteriore tassello di riflessione: nel periodo 2000-2009 hanno lasciato le Regioni meridionali ben 600 mila uomini e donne in cerca di un futuro migliore verso le Regioni del settentrione o all’estero.

Ma quello che davvero lascia interdetti è il dato fornito relativamente alle previsioni per i prossimi quarant’anni: un giovane su quattro sarà costretto a lasciare il sud della penisola. Come commentare questi dati? cosa aggiungere al senso di profonda frustrazione che chiunque, vivendo in questo sud, prova alla lettura di queste cifre? D’altronde lo stato delle cose è più che evidente a chi qui vive e prova a realizzare il proprio percorso di vita. Quanti nostri amici hanno scelto, con dolore, di provare a costruire il proprio futuro altrove? Io per prima sto per andare via di nuovo…e me ne dolgo. Mi verrebbe da dire: m’indigno.

Allora cosa fare? Tante le domande e  la solita retorica: una classe dirigente inadeguata ed insufficiente è probabilmente la prima responsabile di questo sfascio.

Sicuramente è così; ma solo questo? certo no. Vien da chiedersi a questo punto la gente dov’è? La risposta anche in questo caso non è scontata.

La gente probabilmente è impegnata nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Una sopravvivenza che oramai è assoggettata ad un qualunquismo che impone atteggiamenti e comportamenti che sono comuni in questi luoghi ma che non hanno nulla, davvero nulla a che fare con quel necessario e doveroso rispetto delle regole. Ci si arrabatta per come meglio di può, ricorrendo alle amicizie, alle raccomandazioni, alla politica, ma non nel senso sano, bensì insano, quella che “ci sistema il figlio” o ci “aiuta nelle pratiche”.

Io non ci sto e mi incazzo: credo che questo sia il vero punto della questione. Qui si lavora, quando si lavora, preferibilmente in nero; qui si propinano solo ed esclusivamente contratti parasubordinati; qui la gente vive di espedienti. A tutto questo si aggiunge un ulteriore elemento drammatico. Oggi chi paga più degli altri è la parte più avanzata della società culturale meridionale. E’ più facile “collocarsi” con una licenza media piuttosto che con un diploma o una laurea, annullando decenni di sviluppo e organizzazione sociale. Studiare in Sicilia non serve, secondo i dati Svimez. Studi solo per emigrare.

Un vero e proprio paradosso, un vero e proprio spreco di cervelli. Il 54% dei giovani che partono è laureato o diplomato e se ne va a far fruttare le sue competenze non qua, dove verrebbe umiliato e compresso, ma altrove.

Quei giovani che hanno acquisito, grazie al processo formativo, le migliori competenze per sviluppare e concretizzare il proprio futuro, e quindi quello dei luoghi dove vivono, oggi, per il perverso meccanismo che vede proprio nel mezzogiorno la presenza di una classe dirigente abbondantemente al di sopra dei 50anni, vedono letteralmente bloccato il proprio ingresso nella gestione del presente e nella costruzione del futuro.

Voglio raccontarvi la mia esperienza solo perchè  è indicativa ed è utile alla riflessione. Ricordo che non sono la sola, con me ci sono Antonio, Giacomo, Peppe, …e tanti tanti altri che hanno avuto esperienze fotocopia della mia. C’è la mamma di una ragazza ingegnere che adesso vive negli States e che è stata messa dai suoi letteralmente piangente in un aereo quando andò via la prima volta. Oggi è una ricercatrice affermata che produce sviluppo non per la sua terra ma per gli Stati Uniti.

Io poi…ero andata via nel ’92, sono ritornata nel 2007 e mi sa che rivado via, dopo 4 anni di lotte inenarrabili e sempre con gli occhi del sospetto per giustificare l’attivismo: perchè al sud se ti agiti troppo il retropensiero è sempre in agguato, meglio star fermi. Ma c’è chi si muove e vuole muoversi e c’è anche chi si muove per andarsene, una, due , più volte.

Ho appena vinto un concorso per l’ammissione a una scuola di dottorato internazionale con un esame difficilissimo,  in due lingue, studiando come un’ ossessa per prepararmi nonostante le discipline siano il mio cavallo di battaglia: i sistemi d’istruzione. Abituata al peggio ero convinta di non vincerlo, lo davo per scontato. Io sconosciuta e di una città lontana. E per la seconda volta nella vita il partire mi ha premiata a fronte di un rimanere che non premia bensì soffoca.

Lo dico solo per raccontarvi che sono la stessa persona che nel ‘92 non li superava ancora i dottorati salvo poi superarli altrove e , recidiva, due anni fa  non superò nuovamente, un concorso di ammissione a un dottorato ben più modesto presso l’ateneo palermitano per “vizio di forma”. Il concorso era solo per titoli, e  io avevo una carrettata di titoli dovuti a 15 anni di ricerca universitaria da precaria della ricerca fuori da Palermo e fuori dall’Italia.

Partecipai quasi per gioco, pensai che non c’era manco “prio”, così si dice da noi…e invece. Al peggio non c’è fine e il “solo per titoli” che avevo valutato come una fortuna si trasformò in una beffa da non credere, se non l’avessi vissuta. Non seppero trovare di meglio che il vizio di forma nel progetto di ricerca per escludere “questa qua che nessuno la conosce e che nemmeno si è permessa di fare una telefonata“. Come se non bastasse la produzione scientifica certificata, due lauree, un altro dottorato, una specializzazione, due master e le pubblicazioni a garantire un curriculum: mancava l’essenziale e il vizio di forma fu la mancata telefonata di rito. Io riti non ne seguo se non quelli della legalità e della chiarezza e li mandai a quel paese. Pensai tutta la miseria del mondo e la penso ancora quando mi capita di passare da via Ernesto Basile, non me ne abbiano i pochi che fanno eccezione alla regola. Ma la regola infame è quella. Pensai che dal ’92, anno delle stragi, al 2010 non era cambiato nulla nel sistema cooptativo siciliano. Se non sei cooptato puoi pure essere Rubbia: non hai niente da fare nell’Università di Palermo.Lo stesso vale negli altri ambiti.

Non mi stupii, ma me ne addolorai, quando quel ragazzo si lanciò dal balcone perchè qualcuno gli aveva detto, tra quei corridoi, che “non aveva futuro”. Per fortuna molti il futuro lo hanno: altrove. E se ne vanno. Ma è questo che spetta ai nostri figli?

L’Ateneo palermitano è tra gli ultimi Atenei per qualità della ricerca che abbiamo in Italia. Vi chiedete perchè?

Ha un buco di bilancio impressionante. Vi chiedete perchè?

I cognomi di chi lavora sono pochissimi e sempre ricorrenti. Vi chiedete perchè?

Chi lo sostiene? I nostri e i vostri contributi.

A chi serve? Non certo alla ricerca. Non certo allo sviluppo libero e competente delle menti migliori.

A meno che non siano cooptate.

Chi lo guida adesso è da decenni connivente di tutto, e addirittura adesso si candida a Sindaco.

Dove se ne vanno i migliori? Dove non sono costretti a fare una telefonata, dove non sono costretti a fare parte di un clan  e dove non devono essere loro a dire grazie ma viceversa il grazie arriva quando sono capaci di produrre, di riuscire, di regalare sviluppo. Dove non dovranno aspettare i 50 anni per vincere un concorso da ricercatore, con i capelli solo un pò meno bianchi del professore ormai 80enne che non si decide ad abbandonare la poltrona. Dove non dovranno mettersi in fila di fronte alla segreteria di qualcuno.

Dove l’autonomia e la libertà di giudizio critico e di pensiero sono un valore aggiunto e una qualità e non un onta o un ‘offesa. In una parola: dove avranno la possibilità di usare la loro libertà e di metterla in frutto al meglio.

Se ne vanno. Altrove. Intanto in Sicilia affondiamo e ci illudiamo di “combattere per il cambiamento” armando qualche banchetto per strada, se siamo al di qua, o accaparrandoci qualche poltrona se siamo di là. Ma non viene in testa a nessuno che se non cambiano i modi c’è poco da fare: non cambierà nulla e il destino del degrado è già segnato e costante.

Palermo è in cima ai dati dell’emigrazione giovanile: 29.000 tra i nostri giovani migliori hanno abbandonato, con dolore, la nostra città.

Per non tornare fino a quando le cose non cambieranno. O per tornare al momento opportuno per cambiarle davvero, mutando il dna generazionale.  Io farei una legge che persegua penalmente in modo determinato i comportamenti illeciti in tal senso dentro gli Atenei, come altrove.

Queste cose non possono avere il coraggio di dirle i ragazzi che le subiscono e che ne sono vittima, ma qualcuno dovrà pure iniziare a dirle.

Magari qualcuno di noi che sta già rifacendo la valigia per tornare ad andar via.

Io penso che la vera questione in Italia, la questione di tutte le questioni sia quella giovanile, connessa col merito, con la sfida dei saperi e delle conoscenze e con la possibilità di dar corso alle proprie aspirazioni in modo adeguato e libero.

Se non si risolve questa è inutile far altro.

Se non si risolve la questione l’esodo non diventerà mai un controesodo e la Sicilia, il sud, saranno destinati ad essere deserto.

Mila Spicola (Nota da FB 1° ottobre 2011)

Scelgano gli italiani: suicidio o nuova Italia? (di Claudio Lombardi)

Dunque la famosa lettera della BCE al Governo italiano dettava i singoli provvedimenti che dovevano essere assunti come condizione per il sostegno ai titoli del debito pubblico. Lo sapevamo già, se ne era parlato ampiamente in agosto quando si seppe della sua esistenza, ma il Governo non volle renderla pubblica. Forse si vergognava di essere caduto così in basso da farsi dettare le scelte politiche dall’autorità monetaria europea. Soltanto un governo nel pieno delle sue funzioni può prendersi la responsabilità di decidere tagli di spesa che colpiscono alcune categorie di cittadini o servizi pubblici essenziali. Il fatto stesso che il nostro Governo si sia messo nelle condizioni di farsi dettare le decisioni dalla Banca Centrale Europea indica una situazione di sbando e la dimostrazione di un fallimento dopo dieci anni di governi berlusconiani (con due anni di interruzione di Governo Prodi). La BCE non ha il compito di dettare le politiche ai governi, ma se ciò accade significa che siamo, appunto, sull’orlo del fallimento.

Lo squallido balletto intorno alla nomina del Governatore della Banca d’Italia, massima autorità di vigilanza e di regolazione del sistema bancario italiano, conferma che questa è una maggioranza di governo di irresponsabili, incapaci e dannosi per la salute del Paese. Come tutti sanno la nomina del Governatore spetta al Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio e con il parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia. Punto. Che c’entra Tremonti? Che c’entra che ogni componente del Governo presenti il suo candidato? Nulla, è pura follia sempre ed è manifestazione di assoluta mancanza di senso dello Stato, ma in questo momento è un attentato all’Italia perché mostra ai mercati un Paese allo sbando privo di una guida e, quindi, inaffidabile. Vogliamo poi prendere per buone le dichiarazioni del leader della Lega visto che è il principale partito della maggioranza dopo il PDL? Ebbene allora siamo finiti perché dire, come ha fatto Bossi, che uno è meglio dell’altro dato che è nato a Milano (così come fare pernacchie o alzare il dito medio) vuol dire parlare da ubriaconi di strada avendo, però, il potere di guidare le istituzioni. Si può capire che la Lega debba nascondere l’assoluto fallimento della sua più che decennale presenza nelle stanze del potere e che, quindi, considerando i suoi elettori degli imbecilli, voglia dare l’impressione di essere sempre in lotta con “Roma ladrona”. La verità è un’altra: la Lega è diventata “Roma ladrona” e adesso ha interessi economici suoi da difendere e una cospicua fetta di potere in tutto ciò che dalla politica dipende.

In questa situazione il Governo ritiene una priorità che non si venga a sapere delle avventure di Berlusconi fra appalti, incarichi di sottogoverno, processi per appropriazione indebita, corruzione di testimoni, prostituzione minorile e orge (con smercio di droga? Ancora non si sa, ma vorremmo saperlo) nelle sue case con prostitute comprate in quantità su tutti i mercati.

Le intercettazioni devono essere bloccate, questa è la priorità, perché nessuno deve sapere, magistratura innanzitutto e poi elettori, che razza di gente si è impossessata del potere grazie a una legge elettorale truffa. Non si tratta solo di una questione di sesso, ma del commercio di cariche pubbliche e in aziende di proprietà pubblica per tenere insieme un sistema di potere basato sulla corruzione e sul furto del denaro dello Stato cioè di tutti gli italiani. Ci ricordiamo che in questi giorni sono stati rinviati a giudizio i protagonisti dello scandalo della cricca (Anemone, Balducci, Bertolaso)? E cos’è la cricca? Un intreccio di esponenti di Governo diretta emanazione di Berlusconi, alti funzionari e pseudo imprenditori. Di cosa sono imputati? Di aver rubato soldi dello Stato, cioè di una parte di quei soldi che oggi disperatamente si cercano facendoli pagare agli italiani che lavorano o vivono di pensione.

Andando indietro negli anni questo intreccio si ripresenta sempre in tutte le vicende che hanno trasformato i problemi di governo in emergenze e che sono stati gestiti dalle amministrazioni pubbliche e dai politici come un’occasione per succhiare soldi pubblici con il massimo disinteresse per i risultati da raggiungere. In questo modo Napoli è ancora invasa dai rifiuti, così la Salerno-Reggio Calabria deve ancora essere completata, così il Ponte sullo stretto di Messina è già costato centinaia di milioni solo in studi e progetti, così gli interventi nel Mezzogiorno hanno dilapidato capitali immensi senza lasciare traccia (dalla Cassa per il Mezzogiorno in poi), così centinaia di altri casi. Se un giorno si farà il bilancio dei decenni del malgoverno democristiano-socialista e del quasi ventennio berlusconiano si comprenderà come gli italiani abbiano acconsentito allo spreco e al furto di ricchezze pubbliche che avrebbero fatto dell’Italia il “giardino” d’Europa, un Paese ben organizzato, con una forte industria, un’agricoltura avanzata, un patrimonio artistico e monumentale esemplare per condizioni e per fruibilità, un ambiente naturale protetto, delle città vivibili, servizi pubblici eccellenti.

Ciò che è accaduto è l’esatto contrario ed è accaduto con il consenso degli italiani che hanno ceduto al desiderio di potersene fregare degli interessi generali per dedicarsi a quelli loro personali nel disprezzo di tutto ciò che è pubblico e sfruttando lo Stato e il territorio per i loro affari anche loschi, anche criminali. Si tratta, ovviamente, di una parte degli italiani, ma sono quelli che hanno comandato. Oggi il fenomeno è più evidente perché ormai siamo alla fine di una parte della nostra storia, non abbiamo più margini e ci vorrebbe una rivolta morale che spazzi via la banda che occupa le istituzioni e che impoverisce il Paese. Ma questa rivolta c’è in piccola parte, forse perché molti pensano che tanto tutto si aggiusterà e che loro potranno continuare a farsi gli affari propri lasciando alla politica il campo libero per rubare e fare patti con altre bande che controllano il territorio (dalla prima mafia siciliana, alla banda della Magliana, ai rifiuti napoletani l’intreccio politica criminalità organizzata è una costante della storia d’Italia).

L’apoteosi di questo sistema c’è stato con il berlusconismo il cui capo con la furbizia (e nei libri che hanno studiato il suo caso si dice con i soldi del traffico di droga e dei sequestri della mafia ) si è procurato il denaro, col denaro ha comprato i favori della politica e si è fatto strada fino ad impossessarsi delle istituzioni e da lì ha scatenato una campagna per la conquista di ogni parte del potere, dalle televisioni alle cariche amministrative, per sottrarre agli italiani la possibilità di informarsi, valutare e decidere. È diventato straricco e oggi pretende di essere imperatore come “amabilmente” lo chiamano alcune delle sue prostitute e gli uomini di una delle sue bande, la P3. Non vuole essere controllato da nessuno, vuole licenza di commettere qualunque reato, vuole disporre dello Stato come fosse una sua proprietà.

Sta agli italiani decidere se suicidarsi andando dietro a questo progetto o imboccare la strada per costruire una nuova Italia.

Claudio Lombardi

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