Le vie della partecipazione: analisi e valutazione civica (di Angela Masi)

vie partecipazioneLa partecipazione dei cittadini alla politica non è un concetto astratto, ma è fatta di azioni, strumenti, ambienti, sedi e i temi di cui si occupa sono quelli concreti che fanno parte delle scelte che le politiche pubbliche devono assumere. Ospedali e trasporti, pulizia delle città e trattamento dei rifiuti, assistenza territoriale e medicinali, istruzione e illuminazione pubblica ecc ecc. Non si può pensare, però, che i cittadini intervengano su tutto a casaccio: occorre un’organizzazione e una cultura della partecipazione.

In un precedente articolo (http://www.civicolab.it/le-vie-della-partecipazione-le-reti-civiche-di-angela-masi/) abbiamo parlato delle reti civiche un ambiente che introduce e favorisce la partecipazione. Adesso parliamo di analisi e valutazione civica che sono gli strumenti di partecipazione tipici della cittadinanza attiva; servono per mettere in condizione i cittadini di valutare i servizi pubblici (o, in generale, tutte le pubbliche amministrazioni); sono basati sulla costruzione partecipata di modalità di informazione e di tutela dei cittadini; hanno come effetto il loro coinvolgimento diretto nella valutazione delle politiche pubbliche.

cittadiniPartiamo da alcune definizioni preliminari. Questa la definizione di cittadinanza attiva secondo Giovanni Moro autore del Manuale della cittadinanza attiva (Carocci, 1998) e fondatore del movimento Cittadinanzattiva: “capacità dei cittadini di organizzarsi, mobilitare in modo autonomo risorse umane, tecniche e finanziarie e di agire nelle politiche pubbliche, con modalità e strategie differenziate, per la tutela dei diritti e per prendersi cura dei beni comuni

Secondo Moro si tratta di “una concezione di cittadinanza più ampia di quella tradizionale, che enfatizza l’esercizio di poteri e di responsabilità dei cittadini e trova fondamento nel principio costituzionale della sussidiarietà circolare, che riconosce il diritto dei cittadini ad una partecipazione attiva finalizzata alla realizzazione dell’interesse generale in una dimensione di condivisione di poteri e responsabilità con le istituzioni”.

andare avantiPer valutazione civica, invece, definiamo un processo di analisi critica e sistematica dell’azione delle amministrazioni pubbliche che coinvolge direttamente i cittadini e le associazioni nelle varie fasi di gestione dei servizi. La valutazione si basa sul reperimento di dati oggettivi attraverso i quali viene formulato un giudizio sui servizi, punto di partenza per eventuali miglioramenti degli stessi. Rispetto alla customer satisfaction che si concentra sulla qualità percepita, nella valutazione civica ci si focalizza sugli elementi di qualità tecnica del servizio, cioè sulla qualità effettivamente erogata.

Attraverso la valutazione civica, sono i cittadini stessi, organizzati e dotati di adeguati strumenti e tecniche di valutazione, a produrre informazioni rilevanti su ambiti di analisi ritenuti significativi, quali i servizi resi da soggetti pubblici o privati (es. sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni, utenze, servizi finanziari, etc.) o politiche pubbliche attuate in determinati settori (come welfare, ambiente, giustizia), a livello nazionale o locale.

L’attività di valutazione civica consente così di monitorare e verificare, ad esempio, il rispetto di determinati standard quanti-qualitativi previsti da impegni contrattuali o Carte dei Servizi, il grado di rispondenza di determinate politiche alle attese dei cittadini o, ancora, l’effettivo rispetto di determinati obblighi normativi, talvolta largamente disattesi.cittadino controlla

La valutazione civica è dunque essenzialmente un’attività “tecnica”. I cittadini non si limitano all’espressione di opinioni soggettive, ma sono in grado di formulare giudizi fondati sulla base di dati e informazioni raccolti e elaborati secondo metodi predefiniti e, per quanto possibile, scientificamente validi e rigorosi.

Secondo Alessio Terzi e Angelo Tanese, esponenti dell’associazione Cittadinanzattiva onlus, “gli elementi che differenziano la valutazione civica rispetto ad altre forme di valutazione e di ricerca sociale sono due: il “punto di vista” dal quale la realtà viene osservata, che identifica, formalizza e rende misurabili aspetti propri dell’esperienza del cittadino, che non possono essere ricondotti o interpretati da altri punti di osservazione; il fatto che tale attività sia resa direttamente e in modo autonomo da cittadini organizzati che intendono esercitare un ruolo attivo nella società per il miglioramento delle istituzioni e del policy making.

Nei processi di valutazione civica l’azione di valutazione coesiste necessariamente con la mobilitazione delle persone in merito a un dato problema, la condivisione di informazioni e di un giudizio rispetto al problema e la partecipazione al reperimento e all’attuazione di soluzioni. Il cittadino-valutatore è sempre e comunque un cittadino attivo e interessato al cambiamento della società”.

cittadini3La valutazione civica non è prevista esplicitamente da norme di legge: oltre al già citato art.118 secondo comma della Costituzione questo strumento si ispira al comma 461 art. 2 della legge Finanziaria del 2008 (L. 24-12-2007 N. 244), che prevede un ruolo attivo dei cittadini e delle loro associazioni nel monitoraggio permanente dei servizi pubblici, nonchè momenti di confronto tra enti locali, cittadini e associazioni per la verifica del funzionamento dei servizi.

Già a partire dal 2000, Cittadinanzattiva ha sperimentato e affinato la metodologia dell’audit civico (i primi progetti sperimentali hanno riguardato l’ambito sanitario) sino ad arrivare, nel 2010 alla nascita dell’Agenzia di Valutazione Civica, una struttura interna a Cittadinanzattiva creata per promuovere la cultura della valutazione e sostenere l’empowerment e la partecipazione dei cittadini nei processi di governo e di produzione delle politiche pubbliche.

Esperienze rilevanti sono state già fatte sia all’interno di decine di Asl e di ospedali, che in tante città nei confronti dei servizi pubblici locali. Di particolare significato un progetto dedicato alla qualità urbana che ha riguardato 14 città del Mezzogiorno realizzato col Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Formez.

cittadini valutatoriSi è arrivati anche alla valutazione civica dei tribunali civili: un’esperienza condotta da Cittadinanzattiva in collaborazione con l’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione dirigenti della giustizia.

Come si vede non mancano le idee e le esperienze fatte rappresentano un già vasto esempio di quale cambiamento qualitativo potrebbe determinare la sistematica partecipazione dei cittadini alla valutazione delle amministrazioni, dei servizi e delle politiche pubblici se fosse praticata da tutti quelli che si sentono cittadini attivi. Bisogna però considerare la politica come una funzione sociale diffusa e non come una professione riservata ad un corpo di specialisti.

Occorre inoltre cambiare un pò il punto di vista e vedere la partecipazione non come un popolo che scende in piazza e urla le sue richieste e la sua protesta, ma come la quotidianità di una democrazia matura che o è partecipata o non è.

Angela Masi

Il nemico da sconfiggere: i costi occulti da disservizio (di Fabio Pascapè)

Viviamo tempi difficili. Il potere di acquisto del nostro reddito è in calo. Per avere un’idea della situazione delle famiglie in Campania dobbiamo considerare che, ad esempio, 23 famiglie su 100 arrivano a fine mese con difficoltà, che 41 famiglie su 100 non riescono a sostenere spese impreviste, che 16 famiglie su 100 sono state in difficoltà almeno una volta nell’ultimo anno nel pagare le bollette, nell’acquistare generi alimentari e nell’affrontare spese mediche.
Tale situazione viene resa ancora più delicata dal fatto che ogni giorno, spesso anche inconsapevolmente, il nostro reddito viene ulteriormente eroso perché con esso dobbiamo sostenere “costi occulti”.

Ma cosa intendiamo per costi occulti? Quei costi legati ai disservizi, alle disfunzioni, ai malfunzionamenti, alle lentezze, alle incongruenze della Pubblica Amministrazione.
Prendiamo ad esempio i servizi scolastici. Per quel che concerne gli asili nido comunali una ricerca della Fondazione Civicum di Milano ha mostrato come, ad esempio, Napoli offra una fascia oraria giornaliera di copertura del servizio di appena sette ore a fronte delle dieci ore offerte da Milano, Roma e Torino. Questo significa che molti non si rivolgono proprio al servizio pubblico perché troppo distante da quello che è il bisogno. Questo significa ricorrere, laddove possibile, alla rete familiare, ai vicini, agli amici o significa assumere una baby sitter. Naturalmente sempre se se ne hanno le possibilità.

Lo stesso dicasi anche per coloro i quali utilizzano il servizio che, allo stesso modo, sono costretti a ricorrere ai familiari o a baby sitter per integrare una fascia oraria così ridotta. La situazione assume aspetti grotteschi se si pensa che inevitabilmente, la fascia oraria piena di fruizione viene garantita, normalmente, solo alla fine di ottobre e cioè quando parte la refezione scolastica. Per non parlare deI fenomeno dei ponti per i quali le scuole chiudono nei giorni inseriti tra due festività: incubo sempre in agguato che getta la sua ombra sinistra su un’organizzazione familiare prossima al collasso. Anche le consultazioni elettorali giocano il loro ruolo in quanto in alcune realtà comunali per il loro svolgimento utilizzano gli edifici scolastici e questo significa altre interruzioni, spesso lunghe, nella erogazione di un servizio che sembra più pensato per chi lo eroga che non per chi ne fruisce.

Altro esempio il trasporto pubblico. Quanti di noi possono dire che avere un’automobile è una libera scelta? O forse è una vera e propria necessità legata al fatto che il trasporto pubblico non funziona a dovere? Occorre riflettere sul fatto che un’automobile di piccola cilindrata incide per circa 4.000,00 euro l’anno…senza utilizzarla molto però! Ammortamento, manutenzione, carburante, parcheggiatori (più o meno abusivi), etc.. Qui emerge un paradosso. La faticosa ricerca di un alloggio con un fitto contenuto oppure un mutuo d’acquisto sostenibile porta le persone a spostarsi in periferia o nei piccoli centri immediatamente a ridosso delle grandi città. Questo le costringe a dotarsi di una o più auto che finiscono con l’assorbire in termini economici tutta la convenienza dell’abitare appunto in periferia o nei piccoli centri. Per non parlare della dispendiosità dell’auto in termini di tempi di vita e di stress. Ma questa è un’altra storia.

Ancora un altro esempio: i servizi sanitari. Chi è che alle prese con un problema di salute di un proprio caro appena appena più preoccupante non pensa di rivolgersi ad uno specialista privato? Per non parlare poi della necessità di effettuare un intervento chirurgico. Spesso e volentieri per evitare attese lunghe e snervanti si opta per l’intramoenia con quello che comporta in termini economici.

Altro esempio: gli sportelli pubblici. Avete mai provato ad immaginare il tempo che trascorriamo in fila per un pagamento ad un ufficio postale, per un adempimento all’INPS, per un accertamento all’Agenzia delle Entrate? È tempo prezioso perché sottratto ai familiari, agli svaghi, alla vita di relazione. Ma è anche tempo sottratto al lavoro, in quanto, gli orari degli uffici pubblici tendenzialmente vengono costruiti senza tenere conto del fatto che, spesso, gli utenti per potervi accedere devono richiedere un permesso dal lavoro che poi dovrà essere recuperato.
Qualche anno fa fu emanata una norma che prevedeva e prescriveva la redazione di Piani dei Tempi e degli Orari che consentissero appunto di ottimizzare i tempi ed i modi di erogazione dei servizi integrandoli con i tempi di vita dei cittadini. Salvo qualche esperienza d’eccellenza che ha interessato prevalentemente i Comuni del centro nord, l’attenzione ad uno strumento così promettente è progressivamente calata.

La domanda a questo punto è: quanto incidono questi disservizi sul nostro reddito, sulle nostre attività imprenditoriali? Non è semplice dare una risposta. Quello che è certo è che sosteniamo costi che potremmo non sostenere se solo l’organizzazione delle nostre città migliorasse, se ci fosse – in chi decide – una visione d’insieme, se fosse possibile per tutti i portatori di interessi rappresentare il proprio punto di vista facendo sì che possa diventare parte integrante della decisione pubblica. E allora? E allora tutti, e dico tutti, i servizi al cittadino dovrebbero essere corredati da una carta della qualità dei servizi costruita con gli utenti/committenti, che contenga i livelli qualitativi minimi di erogazione dei servizi medesimi, che sia nota, che sia facilmente consultabile, che sia stampata in un formato tascabile, che sia aggiornata tutti gli anni, che renda semplice reclamare per un disservizio.
Un sogno ad occhi aperti? Ma no! C’è una legge dello stato: il comma 461 della Finanziaria 2008. Gli enti locali in sede di stipula dei contratti di servizio, prescrive il comma 461, devono prevedere l’obbligo per il soggetto gestore di emanare una «Carta della qualità dei servizi» redatta d’intesa con le associazioni di tutela dei consumatori e con le associazioni imprenditoriali interessate. Questa Carta deve contenere gli standard di qualità e di quantità relativi alle prestazioni erogate, le modalità di accesso alle informazioni, quelle per proporre reclamo e quelle per adire le vie conciliative e giudiziarie. Debbono essere perfino previste le modalità di ristoro dell’utenza in caso di inottemperanza.

Sotto il profilo della partecipazione è previsto un meccanismo periodico di verifica, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, dell’adeguatezza dei parametri quantitativi e qualitativi del servizio erogato, ferma restando la possibilità per ogni singolo cittadino di presentare osservazioni e proposte in merito.

Dunque Carta dei servizi e reddito sono molto più legati di quanto non si possa immaginare ad un primo esame. Migliorare i redditi significa sempre di più anche alleggerirli dei costi occulti con una Pubblica Amministrazione di qualità, efficiente e socialmente responsabile. Tanto si è fatto ma tanto resta da fare. E pure questo è un modo per aumentare il reddito effettivamente a disposizione delle famiglie perché il reddito serve per comprare beni e servizi. E se i servizi rendono poco perché sono male organizzati o sono gravati dalla mala gestione parassitaria è inutile tentare di spremere il cittadino con tariffe più care come, purtroppo, sta avvenendo negli ultimi anni.

Fabio Pascapè Cittadinanzattiva Napolicentro

Manovre Monti: adesso un decreto sulla partecipazione dei cittadini (di Alessio Terzi)

L’azione del governo Monti lascia il campo aperto a numerose perplessità. Il sospetto che a pagare siano i “soliti noti” resta ampiamente diffuso. Noi, per esempio, continuiamo a pensare che un saggio uso della tassazione dei grandi patrimoni avrebbe sostenuto il contrasto all’evasione fiscale e avrebbe ridotto il carico e l’odiosità dell’Imu. Non è destituito di fondamento nemmeno il sospetto che sia in corso una sorta di sospensione della democrazia, a causa della invadenza di mercati finanziari sostanzialmente irresponsabili, e delle pretese di una “Europa” incarnata da poche persone. Varie esternazioni, quanto meno indelicate, dello stesso premier e di altri membri del governo alimentano il sospetto di una percezione elitaria dei problemi che affliggono i cittadini.

Sono tutti rilievi importanti che inducono a sospendere il giudizio complessivo. Ciononostante è doveroso rilevare che, per ora, il baratro “greco” è stato allontanato, che l’Italia ha ripreso il suo posto nella scena internazionale e che, dopo anni di provvedimenti caotici e raffazzonati, si intravede nell’azione di governo un’ipotesi di percorso che potrebbe anche portare da qualche parte.

Con il decreto “Salva Italia” sono stati messi in sicurezza i conti pubblici. Con il decreto “Cresci Italia” si sta tentando, sia pure con omissioni non irrilevanti, di ridurre il peso delle rendite che ingessano il paese. Il pacchetto delle norme sulla semplificazione potrebbe migliorare la vita dei cittadini e delle imprese. L’avvio del confronto sul lavoro fa prevedere duri conflitti ma, stando alle dichiarazioni di tutti i soggetti, potrebbe comunque favorire una riduzione del tasso di precarietà e un miglioramento degli ammortizzatori sociali: Un connotato interessante dell’azione di questo governo è quello di puntare ai risultati aggiustando e modificando puntualmente le disposizioni in atto, senza ricorrere a leggi bandiera utili soltanto per produrre nuove complicazioni. A lato delle riforme sono state presi provvedimenti per la mobilitazione degli investimenti già stanziati, per liquidare, sia pure parzialmente, i crediti in sofferenza delle imprese e, sembra, per sostenere la lotta all’evasione.

Tutti allegri e contenti? Certamente no! L’insieme delle misure, secondo il governo, dovrebbe garantire una sostanziale compensazione fra sacrifici e vantaggi per i cittadini e favorire la ripresa della crescita. Anche Federconsumatori stima che, per una famiglia media, il carico fiscale aggiuntivo potrebbe essere quasi integralmente compensato dalle riduzione del costo dei servizi liberalizzati. Il problema è che il primo è certo e immediato e le seconde sono ipotetiche e dilazionate nel tempo mentre la crescita resta, per ora, un’ipotesi di scuola.

La tenuta del governo, inoltre, potrebbe non essere scontata a causa di numerose difficoltà. Man mano che si riduce lo spread, cresce la tentazione dei partiti di riprendere in mano la situazione. Le reazioni delle corporazioni possono mettere in discussioni parti importanti dei diversi decreti. Superata, se così si può dire, la fase economica, il governo sarà costretto ad impegnarsi su temi di alta densità politica come il campo minato della riforma della giustizia o l’adeguamento della protezione civile. La stessa attuazione dei provvedimenti assunti, con una burocrazia allenata a svuotare di contenuto qualsiasi cambiamento, richiederà interventi attenti e non facili. La traduzione pratica dei consistenti tagli al fondo sanitario può facilmente diventare una fonte di feroci conflitti.

In periodi “normali” si potrebbe mettere in conto la possibilità di un fallimento e di un ricorso alle urne.

Nella situazione attuale ciò sarebbe causa di enormi pericoli e noi crediamo che, per la sua stessa origine, questo governo debba assumersi la responsabilità di fare tutto il possibile per portare a compimento un’azione di “rimessa in moto” del Paese. Perché ciò sia possibile, è necessario rimuovere un equivoco che potrebbe vanificare qualunque azione. E’ vero che, per sbloccare varie situazioni, è necessario entrare in conflitto con vari interessi organizzati – evitando possibilmente la delirante pretesa di misurare la qualità di un intervento sulla base della quantità del dissenso provocato – ma questo non può comportare la rinuncia alla costruzione del “consenso attivo”. Nessuna riforma può funzionare se resta imposta dall’alto e attuata soltanto con misure coercitive. E’ necessario che i cittadini facciano proprie le strategie e le animino positivamente e creativamente. Diversamente il “sistema paese” resta fermo.

“No taxation without representation” dichiaravano i coloni americani. Per applicare oggi questo sacrosanto principio si dovrebbero compensare i sacrifici imposti con un maggiore spazio per i cittadini nella vita pubblica. Sarebbe una vera innovazione, una testimonianza inequivoca dell’intenzione di promuovere veramente l’equità tanto invocata e, probabilmente, anche un modo per controbilanciare efficacemente le spinte corporative. Si potrebbe, in sostanza, pensare ad un decreto sulla partecipazione che potrebbe essere prodotto, secondo lo stile del governo, con un’intelligente interpretazione e aggiustamento delle norme esistenti. Non è questa la sede per una definizione compiuta di un progetto tanto impegnativo e tanto innovativo. E’ possibile però tratteggiare alcuni connotati essenziali di una simile “manovra civica”.

In primo luogo bisogna liberarsi da una visione “decoubertiniana” di una partecipazione da “anime belle” e disinteressate. In tempi di crisi non possiamo permetterci lussi di questo genere. Bisogna avere il coraggio di intervenire su nodi strategici e di permettere all’azione civica di incidere effettivamente.

In secondo luogo, occorre mettere a punto una visione più aggiornata e non riduttiva dei processi partecipativi. Si ha infatti l’impressione che in molti casi si continui a pensare a forme più o meno attente di consultazione, ignorando, peraltro gli stessi sviluppi della democrazia deliberativa. Poca attenzione, con lodevoli eccezioni, alle dinamiche di empowerment degli individui e delle comunità in un amplissimo insieme di ambiti (dalla valutazione delle tecnologie mediche al governo del territorio)- Praticamente ignorato il fatto elementare che i cittadini agiscono sempre più spesso per “autonoma iniziativa” come ricorda l’art. 118 della Costituzione.

E’ necessario, infine, ricordare che la cittadinanza attiva è una grande riserva di energia sociale ma anche di know how e di tecnologie. La (purtroppo poca) letteratura disponibile lo dimostra inequivocabilmente. Quindi deve essere considerata e trattata come una risorsa e non come un fenomeno da disciplinare.

A partire da queste considerazioni è abbastanza facile individuare alcuni ambiti concreti di intervento.

L’emergenza neve/gelo di questi giorni ha confermato che la protezione civile ha bisogno di due grandi pilastri: la mobilitazione consapevole delle comunità e una competente guida unitaria. Bisogna rimediare ai guasti di una decennale gestione verticistica riprendendo i dettami della legge 225/92, con la formazione dei piani comunali e con l’aiuto di un volontariato che ha già dato ampia prova di sé sul campo.

Nel caso dei servizi sanitari e sociali esiste già una nutrita serie di esperienze capaci di coniugare partecipazione, salvaguardia delle comunità e appropriatezza dei servizi sul territorio con consistenti risparmi. L’aggiornamento (e l’ampliamento all’ambito sanitario) dei piani di zona previsti dalla legge 328/2000 potrebbe favorire la diffusione delle soluzioni e favorire una evoluzione non punitiva del welfare.

Il peso della corruzione, secondo la Corte dei Conti, ammonta a 60 miliardi ed è sempre più insopportabile per la stragrande maggioranza dei cittadini. La trasparenza è un presupposto indispensabile per qualunque azione di contrasto. Una intelligente e casta revisione della legge 150 dovrebbe favorire l’intervento dei cittadini nella formazione e nella verifica dei piani per la trasparenza (che dovrebbero essere estesi anche agli appalti) per promuovere un salto di qualità.

In una prospettiva di liberalizzazione, il controllo civico sui servizi previsto dal comma 461 – finora sostanzialmente inapplicato – potrebbe avere una funzione decisiva. Serve un’azione di impulso e, come ha sostenuto Claudio Lombardi in Civicolab, un’apertura all’intervento, ora escluso, dei comitati locali. Ciò potrebbe favorire il superamento delle resistenze, mantenere alla comunità locali un controllo effettivo sui servizi che le riguardano e sostenere concretamente anche l’azione delle Authorities.

Si potrebbe continuare ma questi pochi spunti dovrebbero essere sufficienti a confermare che un decreto “Partecipaitalia” avrebbe le qualità necessarie per entrare in un programma strategico di governo, per dare un serio contributo alla modernizzazione del paese e per favorire la ricostruzione di un clima di fiducia fra cittadini e istituzioni. L’apertura di una seria consultazione pubblica a questo proposito, da parte del governo, sarebbe già un grande segnale.

Alessio Terzi Presidente di Cittadinanzattiva

Liberalizzare anche le associazioni dei consumatori? Il ruolo della partecipazione nei servizi locali (di Claudio Lombardi)

Il 24 e il 25 gennaio si tiene a Milano l’annuale conferenza programmatica del Consiglio Nazionale Consumatori e Utenti (CNCU) l’organismo costituito presso il ministero dello sviluppo che raccoglie le principali associazioni dei consumatori presenti su scala nazionale.

Il tema dell’incontro di quest’anno è “Servizi pubblici e partecipazione civica”, tema vasto, ma declinato con alcune parole chiave (qualità, tutela dei diritti, sostenibilità, partecipazione) e focalizzato su una legge che ormai ha già superato i quattro anni di vita senza mai aver conosciuto applicazione: il comma 461 della legge 244/2007.

Questo incontro segue di pochi giorni l’annuncio del pacchetto di liberalizzazioni varato dal Governo nel quadro della cosiddetta fase 2 e ciò merita una riflessione. Come è noto fin da quando in Italia fiorì la stagione dell’associazionismo dei consumatori (e sono quasi venti anni) si disse che l’ingresso di questo nuovo soggetto sulla scena doveva servire a sostenere un passaggio epocale, quello dallo Stato imprenditore allo Stato regolatore e quello dal cittadino-consumatore soggetto passivo al cittadino che fa pesare la sua voce e chiede il rispetto dei suoi diritti.

Quindi associazionismo dei consumatori, espansione della democrazia e partecipazione dovevano servire a delineare i tratti distintivi di un assetto nel quale la concorrenza e il mercato potessero svolgere il compito di liberare energie inutilizzate e immetterle nel campo delle attività economiche e di servizio migliorando le prestazioni a favore dei consumatori e dei cittadini senza aumentare il potere dei soggetti forti (le aziende) a scapito di quelli deboli  (i consumatori).

Che ciò sia accaduto in questi quasi venti anni su entrambi i fronti è tutto da verificare, ma sicuramente i diritti dei consumatori hanno conosciuto una stagione inedita mai prima vissuta nel nostro Paese e le associazioni dei consumatori sono diventate un punto di riferimento e un interlocutore che ha prodotto significativi miglioramenti sul piano dei rapporti contrattuali e delle relative tutele normative. Meno significativi sono stati i progressi sul piano della partecipazione e della possibilità di definire e verificare le scelte politiche dei servizi in un confronto che tenesse conto del punto di vista dei cittadini.

Se per alcuni servizi a rete il confronto gestito dalle Autorità di regolazione ha visto nelle associazioni dei consumatori un interlocutore sempre presente, nel vasto ambito dei servizi locali ciò si è verificato in misura nettamente inferiore.

Pensiamo alla gestione e trattamento dei rifiuti, pensiamo ai servizi idrici e ai trasporti locali e regionali. In questi settori la voce dei cittadini si è fatta sentire più con la presenza di comitati e di movimenti che con l’opera delle associazioni dei consumatori. Ed è stata una voce che non è riuscita ad influenzare le scelte assunte nelle sedi istituzionali ed amministrative fortemente condizionate, al contrario, dalle aggregazioni di interessi economici e politici “forti” che hanno deciso sulla pelle dei cittadini e non tenendo in alcun conto, se non costretti, il loro punto di vista.

In questi ambiti sono venuti al pettine i nodi di una rappresentanza dei consumatori con forti limiti sia perché concentrata su obiettivi di funzionalità e di sopravvivenza delle associazioni, sia perché indirizzata a mettere in primo piano la contrattazione di vantaggi normativi e monetari. Sotto quest’ultimo aspetto ci sono state conquiste importanti come il codice del consumo, la class action e la mediazione, oppure un controllo di alcune tariffe che non vanno sottovalutati.

Ciò che è finora mancata però, è stata la capacità di dar vita ad un movimento di consumatori che puntasse a divenire un soggetto influente sulle scelte nel campo delle politiche pubbliche. Per farlo, tuttavia, non si poteva considerare il cittadino solo come consumatore ovvero titolare di interessi nel rapporto di scambio fra merci e servizi. Occorreva abbracciare l’intera soggettività del cittadino come fondamento dello Stato e rivendicarne il ruolo di protagonista nelle scelte compiute in suo nome nelle sedi istituzionali.

Senza invadere campi che sono propri dei partiti riesce difficile immaginare una tutela di diritti nei servizi pubblici che non si presenti anche come interlocuzione con le politiche e che non solleciti, quindi, anche la partecipazione dei singoli andando oltre, quindi, la consultazione delle associazioni che agiscono in nome dei consumatori.

I nodi venuti al pettine in questi anni si condensano nella mancata applicazione del comma 461 a cui sarà dedicata una sessione dell’incontro di Milano.

Il comma 461 rappresenta un modello di relazioni fra associazioni, singoli cittadini, aziende e enti locali fondato sulla centralità delle politiche e sulla partecipazione. Definizione di standard, verifiche di adeguatezza, monitoraggi e verifiche annuali ruotano intorno al cittadino protagonista in un sistema dinamico mosso dall’ente locale e che attribuisce funzioni precise alle associazioni dei consumatori. La centralità delle politiche emerge non da una gerarchia di funzioni, ma dall’interazione dei soggetti protagonisti che sono spinti dalla norma a focalizzare la loro attenzione sul funzionamento dei servizi in relazione al soddisfacimento delle esigenze dei cittadini.

Un sistema armonico che ha bisogno di due condizioni per funzionare: l’apertura ai cittadini vera e non solo dichiarata, l’esistenza di associazioni radicate nel territorio cioè partecipate e espressione degli abitanti.

Senza queste due condizioni il comma 461 non può funzionare perché è cosa diversa dall’attività autoreferenziale delle aziende dei servizi che gestiscono il monitoraggio del loro proprio lavoro; è cosa diversa dalla pratica dei tavoli di consultazione; è cosa diversa dal finanziamento di singoli progetti che non incidono sul sistema di governance dei servizi.

Il fatto che il comma 461 non sia stato applicato pone seri interrogativi sulla volontà e sulla possibilità di realizzare le due condizioni sopra indicate.

In tempi crisi e di liberalizzazioni c’è un gran bisogno di una visione diversa del funzionamento delle istituzioni, delle amministrazioni e dei servizi. E c’è un gran bisogno che i cittadini siano messi al centro ascoltando la loro voce e sollecitando una loro responsabile partecipazione. Responsabile perché finalizzata a condividere le scelte di governo di un territorio,  ma effettivamente partecipe per la presenza di una intelaiatura normativa che lo preveda e per l’esistenza di soggetti sociali che hanno questo come scopo della loro presenza.

Diversamente non si comprende come ci si aspetti una spinta corale verso il rilancio del sistema Italia che passa necessariamente attraverso un suo profondo rinnovamento.

La partecipazione responsabile dei cittadini dovrà essere considerata come uno degli elementi più forti della ripresa perché punterà su una migliore organizzazione dei servizi, su una più forte coesione sociale e un innalzamento della qualità della vita nei territori.

È auspicabile che i soggetti collettivi e, quindi, anche le associazioni dei consumatori, sappiano raccogliere questa sfida. Queste ultime, in particolare, senza nascondersi al riparo di poteri, mezzi e prerogative che l’ordinamento ha costruito per loro nel presupposto che potessero essere autorevoli espressioni della società civile. Presupposto in gran parte rimasto sulla carta.

In ogni caso sono nate o già esistono altre espressioni della società civile che stanno conquistando visibilità e incisività nel campo dei servizi (trasporti pendolari, servizi idrici, rifiuti). Un ruolo dovranno necessariamente averlo anche se l’ordinamento non assegna loro strumenti, tutele, mezzi, poteri.

Che sia necessaria una liberalizzazione anche qui?

Claudio Lombardi

Finita l’era Berlusconi ripartiamo dalla partecipazione (di Claudio Lombardi)

“libertà è partecipazione” questo ritornello di una geniale canzone di Giorgio Gaber che risale al 1972 insieme con tutte le strofe che la componevano, vale più di un discorso politico lungo e complesso. Con la prodigiosa sintesi della poesia pronuncia una delle verità più controverse delle democrazie occidentali nate all’insegna della libertà. L’uomo, cioè l’essere umano, al centro della canzone vorrebbe misurare la sua libertà nella natura, nell’esplorazione scientifica, nella creatività artistica e nella democrazia (l’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”). Ma non basta dice Gaber perché “la libertà è partecipazione”. Perché dice così? Forse che la libertà non basta? Vediamo.

La crisi che sta scuotendo l’occidente, per unanime opinione, è stata causata, in gran parte, da un’abnorme espansione delle attività finanziarie che si sono svincolate sia dai confini nazionali che dalle attività produttive di beni e servizi. Anche grazie alla globalizzazione e alla crescita dei debiti pubblici degli stati si è creato un intreccio che, moltiplicando gli strumenti finanziari costruiti uno sull’altro, messi in circolazione e acquistati da banche, società finanziarie e investitori privati, sta soffocando le economie nazionali. Perché? Semplice: i soldi stampati dalle banche centrali sono stati dirottati per sostenere il sistema finanziario per impedire un gigantesco crollo dei debiti e dei crediti. Per questo le economie soffrono, i debiti pubblici statali sono aumentati e si è scatenata la corsa ai tagli dei bilanci pubblici. Un disastro. Di chi è la colpa? Secondo il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace di un ”liberismo economico senza regole e senza controlli”, che, trasformato in una ”ideologia”, ha avuto negli ultimi decenni un ”effetto devastante” che mette a rischio la stessa pace mondiale.

E il liberismo muove dall’affermazione che la libertà individuale di agire nell’economia non deve trovare ostacoli nell’intervento degli stati cioè delle autorità pubbliche deputate a garantire il bene comune.

In Italia si sta concludendo una lunga stagione politica inaugurata all’insegna della libertà. I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti perché la libertà di fare non ha prodotto sviluppo e benessere, ma disordine, frantumazione sociale e abbandono dei beni comuni.

Ma perché aveva (e ha) ragione Gaber? Cos’ha in più la partecipazione rispetto alla pura libertà?

La risposta sta nell’esistenza di una collettività che può chiamarsi stato, regione, comune, Europa, mondo. Questi sono gli ambiti nei quali la libertà di ciascuno si esercita non in uno spazio vuoto o popolato di presenze ostili. La partecipazione richiede la collaborazione, la condivisione di regole e valori e potenzia l’agire individuale perché lo inserisce in un contesto che lo rende più forte grazie ai servizi e all’organizzazione sociale.

In questi giorni in molti stanno riscoprendo il valore della partecipazione e dei beni comuni.

Un solo esempio. Il Presidente della Provincia di Roma, Zingaretti, in un incontro pubblico a Bologna ha ricevuto un grande applauso quando ha invocato la partecipazione dei cittadini ed ha affermato che da loro deve arrivare la valutazione dei servizi pubblici e delle pubbliche amministrazioni.

È uno dei tanti segnali che la domanda di partecipazione è cresciuta molto e che sta (forse) prendendo il posto di quella generica spinta alla libertà di agire che determinò una svolta politica nel 1994 portando al potere il signor Berlusconi.

E però anche qui bisogna dire qualcosa. Invocare la partecipazione è sacrosanto, ma occorre specificare cosa si intende per partecipazione. Se si tratta di quella alle manifestazioni pubbliche, ai cortei e al voto bisogna dire che da tempo ha dimostrato la sua insufficienza a garantire non solo la democrazia, ma anche la produttività sociale cioè la capacità di utilizzare la competenza dei cittadini per migliorare l’organizzazione dei servizi, le politiche pubbliche e la qualità della vita.

Come la deriva populista ha sempre dimostrato una democrazia che si limiti a questo, prima o poi, rischia di essere vittima di condottieri che saltano le “complicazioni istituzionali” e le regole della legalità per mettersi in diretto contatto con la volontà popolare della quale pretendono di esprimere l’essenza. Berlusconi lo ha detto e ha cercato di farlo, per esempio, e vediamo come sta finendo la sua stagione e come siamo messi noi italiani.

No, la partecipazione è cosa più complessa e deve mettere in circolazione la competenza dei cittadini a giudicare degli affari pubblici non limitandosi ad attribuire una delega per la decisione a corpi specializzati di politici di professione.

Gli ingredienti di una buona partecipazione non sono molti: capacità di conoscere, apertura al dialogo, trasparenza delle informazioni, creazione di percorsi decisionali nei quali la partecipazione sia organizzata e in grado di convogliare anche quella spontanea del singolo in un processo collettivo.

Complicato? No, sono pezzi di un modello flessibile che possono essere scomposti e ricomposti per adattarsi alle diverse realtà.

Tutto da inventare? No, qualcosa già esiste. La metodologia della valutazione civica, per esempio, raccoglie molti di questi elementi, ma, forse, l’espressione migliore di questo nuovo modello sta in un piccolo comma di una legge di qualche anno fa. Si tratta del comma 461 della legge n. 244 del 2007. Poco conosciuto e inapplicato andrebbe riscoperto perché contiene gli ingredienti giusti per una partecipazione buona ed efficace. Quali? L’efficacia del servizio messa al centro (quindi produttività sociale perché l’inefficacia è uno spreco); la condivisione delle funzioni di monitoraggio e controllo tra ente locale, associazioni dei cittadini e singoli che vogliano far conoscere il loro giudizio (si stimola la crescita qualitativa delle associazioni e si introduce un diritto di ascolto per il singolo, si crea un circuito virtuoso istituzioni e cittadini); una verifica annuale che mette al centro il giudizio dei cittadini (diventa una verifica delle politiche locali che mette al centro il giudizio dei cittadini). L’essenza del comma 461 sta nel superamento degli sbarramenti e nella trasformazione della politica che inizia dalla dimensione locale ad essere condivisa tra enti pubblici, associazioni e singoli cittadini. Pensato per i servizi pubblici locali può essere preso a riferimento per qualunque ambito pubblico nel quale si producano decisioni su un servizio per la collettività o su un bene comune.

Questo modello sarebbe anche la migliore prosecuzione della campagna sul bene comune acqua dopo il successo dei referendum. Non si penserà mica che tutto è risolto perchè, allontanati i privati, ora ci pensano gli assessori? No, in questa Italia non basta: ci vuole la partecipazione, l’unica risorsa affinchè la libertà non si riduca, come dice Gaber, all’uomo “che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”.

Claudio Lombardi

Comma 461: la partecipazione disattesa (di Annibale Quaresima)

Se, in linea generale, la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica ed alle scelte di interesse collettivo è un segnale di “salute” della democrazia, in questo momento “oscuro” per la vita del nostro Paese, le pratiche partecipative diventano uno strumento di vitale importanza.

Vitale, sia per richiamare la preminenza dell’interesse generale sugli interessi particolari (capaci anche di azioni organizzate ed aggressive), sia per consolidare – e, in qualche caso, “ricostituire” – quel senso di identità e appartenenza alle comunità locali, che una cultura consumista e individualista ha nel tempo eroso, a volte maniera preoccupante.

Quando parlo di senso di appartenenza, non intendo evocare un localismo velleitario, ma un sentirsi parte di uno sforzo collettivo, nella ricerca condivisa di soluzioni praticabili ai problemi di tutti, mettendo in campo quell’intelligenza e quelle capacità di cui sono ricche le nostre comunità locali e che troppo raramente le istituzioni sono in grado, o hanno la volontà, di valorizzare ed utilizzare.

Sostenere questi processi partecipativi assume particolare importanza quando il loro oggetto sono servizi essenziali per la vita collettiva, come nel caso dei Servizi Pubblici Locali (SPL): servizi che vanno ad incidere direttamente sulla quotidianità dei singoli, fino a condizionare il loro “diritto di cittadinanza”. Ma che hanno anche una forte influenza sul modello di uso del territorio e delle risorse disponibili per i residenti e non residenti.

Tuttavia dobbiamo rilevare che i SPL sono oggi – e non a caso – uno dei principali bersagli della crisi in atto che ha generato il modello di sviluppo liberista. Si cerca, da un lato, di scaricare su di essi le difficoltà derivanti dalla scarsità di risorse economiche pubbliche e, dall’altro, si tenta di farne fonte di lucro privato per imprese … senza “rischio d’impresa”.

In ambedue i casi, il risultato è un crescente impoverimento delle comunità locali e della loro capacità di rispondere alla crisi.

Diventa quindi determinante promuovere percorsi di partecipazione diretta dei cittadini per contribuire alla salvaguardia dei servizi essenziali, individuando forme di organizzazione capaci di dare risposte efficaci alla carenza di risorse economiche, attivando le disponibilità ed i saperi individuali e collettivi. Tocca alle Amministrazioni Locali – vale a dire, le istituzioni che più direttamente devono rispondere alle difficoltà dei cittadini – avere la lungimiranza di condividere competenze e compiti, ricercando insieme soluzioni giuste e praticabili.

Ma è una strada non semplice, anche per quei territori, come la Toscana, dove le pratiche di partecipazione hanno una forte tradizione. Una strada che tuttavia Cittadinanzattiva nazionale e Cittadinanzattiva toscana battono da tempo, ottenendo anche risultati di rilievo, se pur parziali.
Tra questi il recente accordo che Adriano Amadei, Segretario di Cittadinanzattiva toscana onlus, ha firmato lunedì 26 settembre 2011, con l’Amministrazione comunale di Capannori e Ascit Servizi Ambientali spa, azienda a totale partecipazione pubblica, che gestisce il servizio di igiene urbana nel comuni di Capannori, Altopascio, Porcari, Montecarlo, Pescaglia e Villa Basilica, in provincia di Lucca.

Già nel 2008 il Comune di Capannori aveva firmato un protocollo con il Centro Tecnico per il Consumo (struttura di secondo livello delle Associazioni dei Consumatori in Toscana), nell’ambito del progetto “Trasparenza prezzi e tariffe”, in cui si prevedeva l’applicazione dei percorsi di coinvolgimento dei cittadini definiti nel comma 461, art. 2, della Finanziaria 2008 emanata dall’ultimo governo Prodi (L. 244/2007).
Nel 2010, il Comune aveva convocato le Associazioni dei Consumatori presenti sul territorio per dare concretezza a questo accordo, al fine di iniziare ad attivare il dispositivo della norma citata, relativamente al servizio di gestione dei rifiuti e ottenendo la risposta convinta di Cittadinanzattiva toscana.

Si è così arrivati alla firma di un’intesa che stabilisce tempi e modi di articolazione di un percorso che prevede:
1. la consultazione dei cittadini in merito al servizio di igiene urbana, al fine di individuare eventuali aspetti suscettibili di miglioramento;
2. la definizione della Carta della Qualità del Servizio, contenente gli standard di riferimento, le modalità e procedure di accesso alle informazioni e ai reclami, gli eventuali ristori dell’utenza in caso di disservizio;
3.  l’utilizzo di un software appositamente pensato per la gestione dei reclami;
4. l’attivazione di periodiche procedure di monitoraggio sull’erogazione dei servizi, con la partecipazione diretta di cittadini appositamente formati;
5. l’attivazione di sessioni di verifica sulla qualità dei servizi erogati;
6. l’istituzione di una commissione mista conciliativa con lo scopo di risolvere le controversie che dovessero insorgere in merito al servizio.

Si tratta, in sostanza, della prima reale applicazione della norma riportata al comma 461, norma rimasta nei fatti disattesa dal 2008 ad oggi, salvo alcune parziali applicazioni. Tra queste, ricordiamo la definizione di una “Bozza di Carta della Qualità dei Servizi” che l’AATO Rifiuti Toscana Sud, con il concorso di tutte le Associazioni dei Consumatori ed il contributo di Cittadinazattiva toscana, ha definito nel marzo 2011, inserendola poi nel Bando di gara per l’affidamento del servizio al Gestore unico.

Siamo certi che il percorso che si è avviato in Toscana con queste due azioni potrà essere un contributo utile, tanto alle Istituzioni locali che alle Associazioni dei consumatori, nel lavoro di consolidamento – nel rispetto della normativa vigente – di quelle pratiche partecipative sempre più necessarie per lo sviluppo e la riqualificazione del nostro vivere civile.

Annibale Quaresima Coordinatore regionale Cittadinanzattiva Toscana per la partecipazione nei SPL

Manovra: vizi privati e pubbliche virtù (di Liliana Ciccarelli)

Quattro le virtù cardinali, tre quelle teologali e dieci le virtù comunali!

Lo prevede la manovra del “vangelo secondo Tremonti”. Per salvarsi dai rigidi vincoli di bilancio previsti dalla manovra economica i Comuni dovranno essere virtuosi rispettando i 10 parametri introdotti dalla nuova normativa fondati essenzialmente sull’incidenza della spesa in conto capitale, sull’autonomia finanziaria e sul ricorso o meno ad anticipazioni di tesoreria.

Sarà facile o difficile essere virtuosi? Quali parametri incideranno di più? Rispetto a quali bisogni e costi standard potranno realmente misurarsi le azioni e le spese virtuose dei comuni? Come si garantiranno standard qualitativi e quantitativi dei servizi per il cittadino e rispetto dei criteri di virtuosi previsti dalla manovra?

E’ virtuoso o no un comune che investe per l’edilizia scolastica o che risponde prontamente ad una emergenza ambientale? E’ un vizio o una virtù offrire servizi quali asili nido, assistenza per disabili,scuolabus, assistenza domiciliare per anziani, manutenzione spazi verdi ecc…?

Siamo in tanti ad attendere risposte e siamo in tanti, tra singoli cittadini e organizzazioni di tutela e di promozione della partecipazione civica, a sentirci “commissariati” da un modello di gestione dell’emergenza e di eterno risanamento che non fa mai i conti con il valore economico di quei beni di interesse generale (infrastrutture e trasporti,ambiente,legalità,salute,istruzione, livello di partecipazione dei cittadini ecc..) il cui arricchimento arricchisce tutti e il cui impoverimento impoverisce tutti.

Insomma si conservano i vizi privati (quelli della casta) e si chiedono sotto diverse spoglie di esercitare pubbliche virtù , ben sapendo che i tagli e il rigore imposto si tradurranno in minori e peggiori servizi per il cittadino.

A “bilanciare” criteri di stallo e per tentare di favorire un minimo di sviluppo la manovra prevede tra le 10 virtù comunali generici indicatori legati al tasso di liberalizzazioni ed alla qualità dei servizi. Potrebbe essere il contesto per mettere in opera una “mossa del cavallo” attraverso una alleanza tra risorse della società civile, amministrazioni locali e imprese, capace di proporre un nuovo modello di sviluppo ed esercizio di democrazia critica ?

E’ il percorso ancora inattuato della legge finanziaria 2008 laddove all’art 2 comma 461 prevede che nel contratto di servizio vengano individuati standard corrispondenti alle esigenze dei cittadini consumatori/utenti sottoposti periodicamente a verifica, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, per valutarne l’adeguatezza. Il tutto finanziabile mediante un prelievo a carico dei gestori predeterminato nel Contratto di servizio.

E allora perché non si punta a far partire un circolo virtuoso fra enti locali, cittadini e aziende dei servizi? Perché non si ragiona sulle spese che vale la pena fare perché migliorano la vivibilità delle città e la coesione sociale? Come in ogni famiglia ci sono spese che devono essere fatte e altre che sono superflue e altre ancora che sono un lusso. Sembra sempre più evidente che buona parte delle spese che mantengono la classe politica siano un lusso che l’Italia non si può permettere così come l’inefficienza (che costa molto) di chi ha il potere, ma non riesce a gestirlo nell’interesse generale perché è troppo preso dagli interessi privati suoi o dei gruppi che lui protegge o dai quali è protetto.

Ecco sarebbe ora di far uscire fuori i veri problemi che schiacciano l’Italia e di risolverli. Per far questo sicuramente qualcuno (o molti) dovranno cambiare mestiere e mollare il potere che usano così male.

Liliana Ciccarelli

Rifiuti a Napoli: costruire una via di uscita tra emergenza e conflitti (di Fabio Pascapè)

Nella realtà napoletana l’emergenza rifiuti è diventata uno degli assi strategici intorno a cui ruota la politica cittadina e il funzionamento delle istituzioni. Dopo oltre vent’anni anni il problema resta drammatico per l’intreccio fra incapacità e scarsa incisività dei vari livelli istituzionali coinvolti, collusioni con la malavita, affarismo, rendite di posizione di chi è riuscito a sfruttare l’emergenza per il suo tornaconto. A questo va aggiunto il graduale esaurimento delle discariche e l’altrettanto graduale esaurirsi della disponibilità delle popolazioni campane ad accettare l’apertura di nuove discariche in assenza di un tangibile percorso di risoluzione definitiva del problema rifiuti a Napoli ed in provincia.

In un simile contesto è molto probabile che la camorra operi perché l’emergenza e il flusso di soldi che questa comporta non abbia fine. Ciò significa che, non appena si iniziano a prospettare soluzioni praticabili, la camorra agisce per renderle impossibili. D’altra parte il caldo rende particolarmente insopportabile la presenza dei rifiuti che in grande quantità e per l’ennesima volta si accumulano sulle strade cittadine e si stanno moltiplicando i gesti di insofferenza soprattutto nelle zone popolari della città. Si tratta, però, di gesti di natura ed origini profondamente diverse e sarebbe un grave errore affrontarli in maniera identica o appiattirli in un medesimo disegno. E’ il caso, anzi, di porre in essere ogni iniziativa per intercettare, anche con l’aiuto della società civile, il malessere autentico della popolazione per tenerlo ben distinto da quei gesti che potrebbero essere funzionali a disegni di ben altra natura.

In tal senso vanno accolte positivamente tutte quelle iniziative di sostegno alle istituzioni civiche che dopo lunghe e sofferte consultazioni elettorali si trovano a confrontarsi con una situazione che si trascina da oltre 20 anni. Occorre, in altri termini, dare tempo al tempo consentendo all’attuale Sindaco ed alla sua Giunta, appena eletti, di lavorare per attuare il programma di governo della città. Ai cittadini il compito di partecipare, monitorare, dare feedback, valutare civicamente l’efficacia delle politiche e degli interventi.

La visione

La problematica dei rifiuti è di una tale complessità e trasversalità che la sua risoluzione deve coinvolgere tutti (istituzioni, imprenditori, cittadini, sindacati, commercianti) i quali debbono lavorare in maniera concertata rendendosi disponibili a rinunciare ciascuno ad un “pezzetto” della propria rendita di posizione assumendo un atteggiamento flessibile e socialmente responsabile. Non è pensabile ad esempio realizzare la raccolta differenziata senza un coinvolgimento attivo dei cittadini che devono essere responsabilizzati direttamente. Non è pensabile lavorare per diminuire il problema del volume dei rifiuti senza acquisire la disponibilità dei produttori, dei distributori e dei dettaglianti ad istallare dispenser per la vendita dei detersivi. Gli esempi sono molti.

Rilievi e suggerimenti in ordine alla politica comunale sul tema.

“Primum non nocere”

Innanzitutto troviamo intollerabile, esasperante e rischioso (in termini di salute) che i rifiuti debbano permanere nelle strade per molti giorni prima che si arrivi alla dichiarazione dello stato di emergenza. Per noi l’emergenza deve cominciare prima che i rifiuti si spargano, divengano putrescenti, proliferino insetti, ratti, etc. In altri termini occorre individuare siti di trasferenza, anche con il coinvolgimento dell’esercito per la raccolta straordinaria, avvalersi dell’ausilio della protezione civile, prevedendo la possibilità che si crei un’emergenza prima che essa stessa si verifichi.

“Trasparenza assoluta e accountability”

Sulla tematica dei rifiuti scontiamo un deficit informativo gravissimo che si ripercuote anche in una mancata rendicontazione dell’efficacia delle politiche. Occorre creare urgentemente un unico interfaccia con il cittadino attraverso il quale sia possibile effettuare un monitoraggio civico delle misure adottate e della loro efficaciaefficienza.

“Partecipazione”

Il cittadino deve essere coinvolto semplicemente applicando il comma 461 della finanziaria 2008 (Protocollo Confservizi 25 ottobre 2010) di cui abbiamo chiesto l’applicazione svariate volte all’amministrazione uscente senza neanche ricevere risposta….

“dalla TARSU alla TIA”

Non è piu’ rimandabile il passaggio alla tariffa che è piu’ adatta ad incentivare comportamenti virtuosi in quanto legata ai volumi prodotti

“facilitare i rimborsi TARSU in caso di mancata raccolta dei rifiuti”

L’attuale regolamento TARSU deve essere rivisitato in quanto prevede un meccanismo di abbattimento della tassa (-60%) in caso di mancata od irregolare raccolta dei rifiuti farraginoso e di difficile praticabilità da parte del cittadino. L’assurdo è, tra l’altro, che si nega la possibilità di avere l’abbattimento della tassa se la mancata o irregolare raccolta dipende dalla saturazione delle discariche!!! (vedi contributo pubblicato su CIVICOLAB http://www.civicolab.it/?p=1322)

“impatti sulla salute dei cittadini”

i dati sull’impatto che la crisi rifiuti ha avuto ed ha sulla salute dei cittadini devono essere raccolti e resi pubblici

Idee e proposte concrete per la rapida costruzione di un ciclo virtuoso dei rifiuti

L’obiettivo di lungo periodo deve essere quello dei “rifiuti zero” mediante differenziazione e riciclo. E’ un obiettivo però ancora distante il cui raggiungimento presuppone la partenza del porta a porta in tutta la città e deve essere perseguito utilizzando diverse leve come ad esempio:

1- incentivare la raccolta differenziata con meccanismi premiali. Occorre creare un collegamento diretto tra coloro che riciclano i rifiuti ed i cittadini. Ad esempio gli imprenditori del riciclo potrebbero essere incentivati ad installare punti di raccolta automatici del vetro, del pvc, dell’alluminio, etc. rilasciando in cambio benefit come ad esempio sconti, etc.

2 – diminuire gradualmente il volume degli imballi ed il numero dei contenitori monouso spingendo la produzione e la distribuzione ad utilizzare dispenser per i detersivi, per le bevande;

3 – in generale incentivare tutto ciò che è ricaricabile

4 – costruire forme di incentivazione del cittadino che leghino la quantità di rifiuti conferiti e la qualità della differenziazione a dei benefit per il cittadino come ad esempio sconti sulla TARSU, etc.

Idee e proposte per una efficace partecipazione democratica alle scelte dell’Amministrazione.

Semplicemente adottare il comma 461 della finanziaria 2008 (di cui al Protocollo Confservizi-Associazioni del 25 ottobre 2010) che prevede:

a) obbligo per il soggetto gestore di emanare una «Carta della qualità dei servizi», da redigere e pubblicizzare in conformità ad intese con le associazioni di tutela dei consumatori e con le associazioni imprenditoriali interessate

b) consultazione obbligatoria delle associazioni dei consumatori;

c) previsione che sia periodicamente verificata, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori, l’adeguatezza dei parametri quantitativi e qualitativi del servizio erogato fissati nel contratto di servizio alle esigenze dell’utenza cui il servizio stesso si rivolge, ferma restando la possibilità per ogni singolo cittadino di presentare osservazioni e proposte in merito;

d) previsione di un sistema di monitoraggio permanente del rispetto dei parametri fissati nel contratto di servizio e di quanto stabilito nelle Carte della qualità dei servizi, svolto sotto la diretta responsabilità dell’ente locale o dell’ambito territoriale ottimale, con la partecipazione delle associazioni dei consumatori ed aperto alla ricezione di osservazioni e proposte da parte di ogni singolo cittadino che può rivolgersi, allo scopo, sia all’ente locale, sia ai gestori dei servizi, sia alle associazioni dei consumatori;

e) istituzione di una sessione annuale di verifica del funzionamento dei servizi tra ente locale, gestori dei servizi ed associazioni dei consumatori nella quale si dia conto dei reclami, nonché delle proposte ed osservazioni pervenute a ciascuno dei soggetti partecipanti da parte dei cittadini;

f) previsione che le attività di cui alle lettere b), c) e d) siano finanziate con un prelievo a carico dei soggetti gestori del servizio, predeterminato nel contratto di servizio per l’intera durata del contratto stesso.

Fabio Pascapè coordinatore Assemblea Cittadinanzattiva Napoli Centro

Gaber, la sedia e il referendum sull’acqua (di Alberto Franco)

Pensando ai referendum, al ritorno dei cittadini sulla scena politica e leggendo i commenti di queste ultime settimane mi è venuto in mente un simpatico dialogo scritto da Giorgio Gaber dedicato a un problema che non si riesce a risolvere. Il brano si intitola “ La sedia da spostare” ed è tratto da “E pensare che c’era il pensiero”

A: secondo me quella sedia va spostata

B: anche secondo me quella sedia va spostata

A: facile dirlo, quando l’hanno detto gli altri

B: se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta

A: da un’approfondita analisi storica e sociologica viene fuori che quella sedia pesa dai nove ai dieci chili

B: non sono d’accordo, dai sondaggi il due per cento degli intervistati dice che pesa dai cinque ai sei chili, il tre per cento dai sei ai sette chili, il 95% non lo sa e me ne frega niente, basta che la spostiate

A: secondo me per spostarla bisognerebbe prenderla con cautela per la spalliera e metterla da una parte

B: eccesso di garantismo, al punto in cui siamo non resta che affidarsi ad una figura autorevole e competente, forse un tecnico di destra appoggiato dalle sinistre

A: un tecnico? no un tecnico non può garantire la stabilità della sedia e poi costituisce un’anomalia antidemocratica e anticostituzionale

B: se è così cambiamo la costituzione

A: non è una cosa che si può fare da un giorno all’altro

B: nel frattempo propongo di indire un referendum

A: non si troveranno mai cinquecentomila firme per spostare una sedia

B: e allora non c’è scelta, elezioni anticipate

A: no, elezioni oggi no, sarebbe troppo grave per il paese! forse domani

B: rimane il problema urgente della sedia da spostare

A: su questo sono d’accordo, può essere un punto d’incontro

B: parliamone….

A: parliamone….

B: parliamone….

E la sedia, ovviamente, rimane lì dov’è. Si tratta di una metafora che ci parla dell’Italia cos’ì com’è da molti anni e della politica che la gestisce. A e B potrebbero essere due partiti, due schieramenti o due ministri del Governo. Quel che è certo è che non risolvono il problema e continuano a parlare senza agire.

Se si parla della politica, in verità, sappiamo che non solo parla, ma agisce per la tutela degli interessi di molti che la praticano per il proprio tornaconto. La sedia da spostare rappresenta le decisioni da prendere e il fatto che la sedia rimanga lì permette ai protagonisti del dialogo di continuare a parlare, al centro della scena con ben saldi in mano i mezzi e il potere di agire, e di stare lì senza permettere che altri entrino in scena e spostino la sedia.

Ecco, questa è la situazione in cui viviamo, non dappertutto e non allo stesso modo, ma è questo equilibrio di poteri di tutti i tipi che non agiscono che ci rovina perché ben pochi pensano che c’è qualcuno interessato solo a spostare la sedia che, però, non ha voce e non può intervenire. Questo qualcuno sono i cittadini che, invece, nei referendum hanno deciso con chiarezza ciò che la politica non riusciva a decidere.

Prendiamo il caso del referendum sull’acqua.

Tanti commenti pre e post insistono sui rischi della gestione pubblica e sulle possibilità che sarebbero state cancellate di intervento del mercato.

Certo, in un mondo ideale, dove tutti agiscono onestamente e compiono il loro dovere rispettando gli interessi collettivi il mercato poteva fare la sua parte anche nella gestione di un monopolio essenziale per la vita delle persone come l’acqua.

Però, se il mondo fosse ideale, anche l’ente pubblico saprebbe come gestire l’acqua a vantaggio di tutti. Anzi, dovrebbe farlo meglio per definizione: è o non è l’espressione della volontà della collettività?

Ma non siamo in mondo ideale. In questo mondo reale ci vuole altro: ci vogliono i cittadini.

Per fare che? Ma diamine, per far conoscere le loro esigenze, per aiutare a verificare l’efficacia delle soluzioni adottate, per controllare che tutto funzioni ! è così difficile capirlo?

Noi ad Ascoli Piceno stiamo provando da qualche anno a portare questa possibilità in dono agli enti che gestiscono l’acqua, ma sembra che questo dono che i cittadini vogliono fare non sia capito né gradito. In concreto stiamo provando a far funzionare le forme di partecipazione che la legge prevede (comma 461 art. 2, legge 244/2007) per migliorare il servizio idrico. Forme e strumenti di partecipazione ignorati dai più; tanto è vero che pochi giorni fa anche un giornalista del Sole 24ore (Santilli l’11 giugno) sottolineava che il punto debole delle gestioni idriche sta nell’assenza di regole per la partecipazione. SBAGLIATO ! BOCCIATO ! è già tutto scritto, ma non ci danno ascolto. Perché? Eppure sarebbe così semplice, invece di tante discussioni, decidere che il GRANDE CONTROLLORE e il GRANDE VERIFICATORE siano i cittadini e costruire un sistema nel quale possano far pesare il loro punto di vista.

Ma non si fa perché non ci si crede. Ecco: la politica non crede che i cittadini possano prendersi dei compiti e svolgerli nel loro stesso interesse. Li tratta da bimbi smarriti che vanno guidati, puniti, ma non responsabilizzati. E la sedia rimane lì.

Invece i referendum dicono che i “bimbi” sono cresciuti e che adesso si muoveranno e la leveranno di mezzo ‘sta sedia. Noi ad Ascoli vogliamo farlo.

Alberto Franco coordinatore Cittadinanzattiva Ascoli Piceno

Raccolta differenziata: i ritardi dell’Italia e il ruolo dei cittadini (di Tiziana Toto)

La nuova direttiva europea sui rifiuti, recepita in Italia nell’aprile 2010, supera il concetto di raccolta differenziata per dare spazio a quello di recupero della materia. L’attenzione, dunque, non è più rivolta tanto alla modalità di raccolta dei rifiuti in sé e alle percentuali di rifiuti raccolti in maniera differenziata, quanto piuttosto all’effettivo riciclaggio della materia raccolta. In pratica, è come se si desse per scontato che gli obiettivi di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa precedente siano ormai raggiunti, e quindi si può guardare oltre, concentrandosi sulle modalità di recupero di quanto viene raccolto in termini di materia e di energia.

Ma come stanno le cose nel nostro Paese? Se solo per recepire la direttiva, che è del 2008, l’Italia ha impiegato due anni, per applicarla quanto tempo ci vorrà? Purtroppo per noi, siamo in netto ritardo: l’obiettivo del 48% di raccolta differenziata da raggiungere entro il 2008 non è stato affatto centrato, e ci sono seri dubbi che si possa realizzare quello del 60% entro il 2011, visto che attualmente l’Italia si colloca ad una soglia del 31%.

Va anche detto che la situazione è notevolmente diversa a seconda delle aree del Paese: alcune regioni del nord quali Trentino Alto Adige e Veneto hanno superato la soglia obiettivo fissata per il 2009 (pari al 50%), mentre regioni come Sicilia e Molise non arrivano al 10%.

In media il nord si attesta al 46% della raccolta differenziata, il centro al 23% ed il sud al 15%.

Perché differenze così marcate all’interno dello stesso Paese? Perché in Trentino Alto Adige si producono 496 kg di rifiuti per abitante e si riesce a differenziarne il 57% mentre in Basilicata a fronte di una produzione pro capite di 386 kg si arriva a differenziarne solo il 9%?

Di sicuro, della famigerata raccolta differenziata si parla da tanto tempo ed in alcuni casi anche da troppo tempo, arenandosi però sempre su quale sia la modalità migliore per effettuarla (il porta a porta piuttosto che i cassonetti stradali o le ecopiazzole…) senza badare troppo a quale possa essere la strategia migliore. Dal nostro punto di vista, qualunque sia la tipologia adottata, la raccolta differenziata richiede, per la sua riuscita, una seria collaborazione tra i cittadini e gli enti che la realizzano.

I cittadini rappresentano l’elemento cruciale di questo sistema e non possono essere semplicemente chiamati ad eseguire la raccolta differenziata senza un adeguato coinvolgimento nel processo di definizione della stessa e senza le informazioni sufficienti su tutte le fasi che vanno dalla raccolta all’effettivo smaltimento differenziato dei rifiuti.

Del resto la stessa Direttiva europea all’art. 31, Partecipazione del pubblico, afferma che “Gli Stati membri provvedono affinché le pertinenti parti interessate e autorità e il pubblico in generale abbiano la possibilità di partecipare all’elaborazione dei piani di gestione e dei programmi di prevenzione dei rifiuti e di accedervi una volta ultimata la loro elaborazione….”.

Sempre in tema di partecipazione civica il comma 461 dell’art.2 Legge 244/2007 (Legge Finanziaria per il 2008) sostiene che ai cittadini occorre richiedere non solo il pagamento di quanto dovuto per usufruire del servizio pubblico, ma un contributo proattivo per misurare la qualità di questi servizi, controllare il migliore uso delle risorse e per mettere a punto programmi di sviluppo.

Di certo, è utopistico pensare alla raccolta differenziata come allo strumento risolutivo del problema rifiuti nel momento in cui ci si trova di fronte a situazioni di emergenza. Per definizione ogni novità ha bisogno dei suoi tempi per entrare a regime e produrre degli effetti tangibili, soprattutto quando tali novità riguardano abitudini e modi di fare ben radicati.

Il punto è che su tematiche così importanti come quella dei rifiuti un ruolo particolarmente importante potrebbe essere giocato dalla cosiddetta “educazione civica” e concetti come quello della raccolta differenziate dovrebbero entrare a far parte del nostro bagaglio culturale a partire dai primi anni della scuola, per imparare sin da subito che i rifiuti, benché li chiamiamo con un unico nome, comprendono categorie di materiali molto diversi tra di loro e come tali possono essere raccolti, riciclati o smaltiti in modo diverso e quindi più sicuro.

Se la partecipazione dei cittadini è determinante, la corretta organizzazione del servizio non lo è di meno. Se gli impianti deputati al trattamento differenziato dei rifiuti sono inesistenti o insufficienti, come accade per la realtà romana, è evidente che la raccolta differenziata non produrrà risultati soddisfacenti in quanto i cassonetti stradali saranno sempre saturi e la gente sempre meno incentivata a proseguire la raccolta.

Ancora peggio: può capitare, dopo aver pazientemente depositato separatamente negli appositi cassonetti la plastica, la carta e il vetro, veder caricare tutto insieme su un unico camion. In alcuni casi anche l’organizzazione del cosiddetto “porta a porta” non è esente da critiche nel momento in cui il ritiro dell’umido non avviene quotidianamente e i cassonetti stradali sono ormai un miraggio.

Un ultimo aspetto riguarda i fantomatici risparmi in bolletta che dovrebbero derivare da una corretta applicazione della raccolta differenziata. Se l’ottica è quella del “chi più inquina più paga” dovrebbe valere anche il contrario, e cioè “chi meno inquina meno paga”, ma nella realtà dei fatti la carente organizzazione del servizio, nella maggioranza dei casi, rende impossibile individuare e premiare i comportamenti più virtuosi. Di conseguenza ci sarà chi continuerà comunque a differenziare i propri rifiuti per un suo personale spiccato senso civico, e chi invece rinuncerà e tornerà al semplice sistema dell’indifferenziato.

Tiziana Toto, Responsabile Servizi pubblici locali di Cittadinanzattiva

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