La sovranità che conta è quella dell’Unione europea

Sarà stato l’esempio della Brexit, sempre più incagliata nella confusione seguita al voto sciagurato di elettori inconsapevoli e truffati dalla propaganda dei falsificatori tipo Nigel Farage, sarà che è stato percepito il timore degli italiani di perdere i propri i risparmi, sta di fatto che in Italia nessuna forza politica importante ha proposto nella campagna elettorale finita ieri l’uscita dall’euro e l’abbandono dell’Unione europea.

Strano. Lega e M5s per anni hanno fatto dell’adesione alla moneta unica il loro principale bersaglio. Euro, élite, burocrazia e banche sono stati indicati come i responsabili del declino dell’Italia. Demagoghi vecchi e nuovi hanno battuto sistematicamente su questo tasto per suscitare l’odio degli italiani contro tutto ciò che proveniva dalle istituzioni europee. Oggi che sono andati al governo e che hanno conquistato il potere (occupando tutte le cariche, posti e poltrone disponibili), hanno cambiato registro. Se prima il messaggio era “vogliamo uscire” , quello di adesso è “restiamo alle nostre condizioni”.

Sarebbe già un passo avanti se non fosse che per tutti e due il cuore del problema sono i soldi. L’Italia va male perché non spende abbastanza dato che è la spesa pubblica a far alzare il Pil. E chi le impedisce di spendere? L’Europa. Ecco quindi che la sostanza del messaggio sovranista ritorna e porta diritti ad una nuova conclusione: “ci siamo impegnati, ma non ce lo hanno fatto fare”. Sembra quasi la precostituzione di un alibi.

Perché un alibi? La situazione dei conti pubblici italiani è pessima e l’economia va male. Quando si dovrà decidere il bilancio per il 2020 il governo dovrà trovare decine di miliardi per colmare i buchi creati quest’anno. Buchi creati per nulla perché, dopo un anno di governo Lega – M5s non uno dei problemi dell’Italia è stato affrontato con serietà. Tutto è stato fatto all’insegna della propaganda e nessuna attenzione si è posta sulla sfiducia che veniva seminata dovunque. Se gli elettori meno attenti si possono ammaestrare con la propaganda non così i soggetti che comprano il nostro debito. Lo spread ha segnato il livello della sfiducia che i soci del governo hanno suscitato. Uno spread che si paga caro e non solo rispetto alla Germania, ma persino rispetto alla Spagna e al Portogallo.

Il problema cruciale dell’Italia era ed è come creare sviluppo e quindi lavoro. L’Italia è rimasta indietro da molti anni e non per colpa dell’euro o per le limitazioni alla sua sovranità. Se su 27 paesi dell’Unione europea l’Italia è l’ultimo per crescita del Pil come si fa a pensare che farebbe meglio se restasse da sola? Perché questo è il sogno dei sovranisti: restare da soli. Oggi la Lega non lo dice più apertamente (forse in attesa di un disastro esattamente come si consigliava di fare nel piano B),  ma il retro pensiero è sempre quello: con la lira avremmo fatto meglio di quello che abbiamo fatto con l’euro. Ma davvero? E noi dovremmo credere a questa favola che non ha alcun fondamento economico e che è stata smentita dalla nostra stessa storia?

Bisogna che gli italiani lo abbiano ben chiaro: la grande illusione della sovranità monetaria è quella di poter svalutare e stampare moneta cioè fare deficit e debito senza limiti. Appunto, una favola smentita già tante volte nella storia dell’umanità.

Per noi basta ripensare agli anni ’70 e ’80 per sbattere il muso con la realtà: l’Italia della lira non era più libera di quella di oggi, ma il contrario. Avere una propria moneta non significa poter fare ciò che si vuole perché ciò che conta non è il possesso di una moneta, ma il valore che le viene attribuito e riconosciuto. E questo dipende dall’economia, dai servizi, dal tenore di vita, dall’affidabilità, dalla fiducia. Come si fa a credere che uno stato possa stampare moneta a volontà e che possa usarla per i propri commerci prescindendo dal suo valore?

Ai tempi della lira l’inflazione era la tassa occulta che si mangiava reddito e risparmi degli italiani, ma non era ancora arrivata la globalizzazione e l’Italia poteva puntare sul basso costo del lavoro e sui prezzi delle esportazioni resi concorrenziali a colpi di svalutazioni (che significava inflazione sul fronte interno). Non solo questo però perché c’erano settori industriali innovativi che competevano a livello internazionale (chimica, meccanica, elettronica).

Oggi quelle industrie di punta non ci sono più e non sarebbe più possibile seguire la strada delle produzioni a basso valore aggiunto dove il costo del lavoro e il fattore prezzo sono determinanti perché il mondo ne è pieno. Dunque non è questo che oggi serve all’Italia. Servono invece tanti investimenti e tanta innovazione, ma non va più bene il modello produttivo del “piccolo è bello”. Oggi contano le catene della ricerca e del valore che portano a prodotti nuovi e a tanta tecnologia.

Oggi tutto ciò che ha valore deve essere fatto a livello continentale perché i nostri concorrenti sono inseriti in sistemi produttivi di quel livello. Puntare sulla chiusura è una scelta suicida. Il vero investimento che gli italiani dovrebbero fare è su un’Europa integrata e competitiva nella quale l’Italia sia un protagonista.

Domani si vota. Non lasciatevi incantare da chi rivendica con orgoglio la sovranità dell’Italia o da chi dice “prima gli italiani”. Sono i premi di consolazione degli sconfitti che fanno la voce grossa per non piangere. Votate chi punta sull’Unione europea perché è lì che c’è il futuro.

Claudio Lombardi

Marchionne, la FIAT e il bianco perlato della 500 (di Michele Pizzuti)

Cittadinanza attiva… Civico Lab… Apparentemente potrebbero bastare queste due parole per poter dire qualsiasi cosa. Cioè: io sono un cittadino attivo. Io sono una persona civile. Io sperimento idee in questo laboratorio. Sono vostro ospite.

Perciò dico a tutti voi che leggete: siete degli incompetenti. Anzi dei cretini. Sommessamente e senza boria ripeto: siete incompetenti e cretini. E non vi dico neanche le ragioni del mio ardire. Fatti miei. E’ il prezzo della libertà.

Bene. Un approccio di questo tipo meriterebbe una bella reazione. Liberi va bene, ma offendere… Civili (anzi Civico) sì, ma una reazione me l’aspetto. Mica siete babbei.

Fermi. Scherzavo. E’ il contesto che mi interessa. Anzi mi interessa un’altra cosa, la parola. Una parola (cretino o incompetente è lo stesso) non fa la storia di un laboratorio civile se la storia, anzi il laboratorio, non guarda al futuro.

Ecco perchè dico che la parola “sindacato”, se il sindacato continua a guardarsi allo specchio, non significa per nulla quello che significava quando, davvero, il padronato era il padrone delle ferriere.

Ricatto? Quello di Marchionne è un ricatto? Forse. Anzi, si. Formalmente lo è. Bello e buono. Ma dietro a Marchionne (e Marchionne si fa forza di questo dietro) rimbomba vigoroso il grido di dolore disperato di tanti medi e piccoli imprenditori che non reggono più alle regole nazionali. Ai diritti sempre e comunque. Non reggono più alle “sregole” della globalizzazione. Anzi non reggono più al disastro di un paese per vecchi, che non riesce a modernizzarsi. Per colpa di una classe politica insipiente. Per i veti delle lobbies. Ed ai quali (ai quali imprenditori) va tutta la mia considerazione. Si vabbè, tutte cose risapute. Ma davanti a Marchionne che c’è? Il Danubio o il Po?

Beh, andiamo con ordine. Intanto, davanti a Marchionne  c’è la Punto EVO e la Panda. Mica una Mercedes. C’è pure la 500. Carina. Davvero carina la “cinquecento”. Ma 1.000 euro per il bianco perlato, dove li mettiamo? Sulla carrozzeria? Tutta qui la nuova FIAT? Mah ! Togliamo 10 minuti di pausa anche ai progettisti e ai manager. Perché una cosa è certa: un piano industriale automobilistico ha successo se le vetture sono competitive. E belle. E con il bianco perlato a misura di portafoglio.

Poi c’è il contesto. Che mi interessava approfondire. Ecco il contesto: un vuoto di infrastrutture e un insieme di difficoltà burocratiche. E quindi abbiamo capito che c’è il Po e non il Danubio. E sullo sfondo del Po, verso il Monviso, c’è Mirafiori. E la catena di montaggio. E gli operai. Che fino a ieri credevo non esistessero più. Che nessuno ne parlava più. Neanche De Gregori.

Allora, se per stringere una vite basta un cinese analfabeta, come deve trasformarsi l’operaio italiano per non farsi infinocchiare da un cinese che studia? Da quello che ho visto in TV – e vi confido che seppur amo poco il cachemire, non ho mai visto da vicino una catena di montaggio (sono laureato e intellettuale) – penso che il futuro della catena prevederà azioni più complesse di quelle di ieri (la vitarella) o di oggi (una serie di azioni standardizzate che dopo un addestramento tecnico possono essere eseguite senza eccessive difficoltà anche dal cinese appena citato), ma una serie di azioni in cui la parte umana (purtroppo tendente alla marginalizzazione, ma su questo siamo impotenti) possa avere ancora un ruolo operativo significativo.

Significativo. Ecco, qui c’è la differenza. Quella capacità che fa del nostro popolo, un gruppo di uomini e donne capace di adeguarsi ai cambiamenti e di guardare al futuro. Per questo i contratti saranno sullo sfondo. E il sindacato con loro. Mentre la forza lavoro dovrà assolutamente modernizzarsi all’interno di un contesto che, se non si arricchirà di infrastrutture che permettano loro una maturazione ed una crescita capace di battere la globalizzazione, invece di farlo vivere, questo popolo maledetto, lo farà morire.  

Insomma, sì. Ci riempiamo la bocca di speranze. Ma chiudiamo le orecchie al suono del futuro. Diciamo che c’è la globalizzazione ma non ne prendiamo atto. Ne parliamo solamente. Ma non l’abbiamo capita. Non abbiamo neanche la minima idea di quello che sta succedendo. Altro che riscaldamento globale. Mi chiedo. Il modello è diventare schiavi come i cinesi nelle sartorie di Prato e nelle Miniere (fa sempre effetto accennare alle miniere)? Certo che no. Ma se domani i cinesi, i brasiliani, gli indiani produrranno a prezzi competitivi anche manifatture di qualità, chi gli starà dietro? La Fiom? Certo che no. Lo so, lo so. Il problema è complesso. E non mi va neanche di semplificarlo. Ma se il sindacato non si modernizza, permettetemi di dire che sono degli incompetenti. Anzi dei veri e propri cretini. Con il rispetto dovuto. Modernizzarsi. Lo devono fare per i lavoratori. Ed anche per il paese. Ma i lavoratori non possono rimanere “estranee singolarità”. Unici a difendere ciò che esiste. Ormai, si è capito, non si tratta di più di difendere e basta. Ormai è ora di prendere in mano le redini di uno sviluppo nuovo. E qui, davvero, i sindacati non bastano mica, e nemmeno i lavoratori. Ci vuole un Paese intero che intraprenda questo percorso ed un leader che lo guidi saggiamente. Che sappia dove andare e ci faccia partecipi di questo percorso. “Damose da fà”, lo diceva un quasi Beato. Tutto dipende anche da noi, dal nostro orientamento. Cretini che non siamo altro.

Michele Pizzuti