L’impegno etico di un pastore della Chiesa

Pubblichiamo la risposta di Don Gianfranco Formenton ad una richiesta di sostegno elettorale della candidata del Pdl Ada Urbani

Gentile Senatrice,

ho ricevuto la sua lettera ai pastori del popolo cristiano dell’Umbria e ho deciso di risponderle in quanto pastore di una parte di questo popolo al quale recentemente il Card. Bagnasco ha raccomandato, dopo alcune eclatanti ed astrali promesse elettorali, di non farsi abbindolare.
Vedo che nella sua lettera lei parla in gran parte dei cosiddetti temi etici che lei riferisce unicamente ai luoghi comuni che tutti i politici in cerca di voti e consensi toccano quando si rivolgono ai cattolici: il fine vita, le unioni omosessuali, gli embrioni, l’aborto.

La ringrazio anche per la citazione dei vescovi spagnoli e per il suo impegno per la formazione culturale e politica improntata al rispetto di tutti i valori non negoziabili.

Ma rivolgendosi ai pastori del popolo cristiano lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita, nella vita cristiana e soprattutto in politica entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e di testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli.

Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito, sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzare i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni.

Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria modificazione dei valori di fondo della nostra società (come lei dice) operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione (questa sì che gli è riuscita) secondo la quale oramai il relativismo morale, tanto condannato dalla Chiesa, è diventato realtà. Concordo con lei, su questo mediare significherebbe accettare.

Un’idea di vita irreale ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi, sui giochi idioti del fine pomeriggio e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, di pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli.

Oltre a questo lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste che sono assolutamente anti-cristiane, anti-evangeliche, anti-umane. Mi consenta di dirle francamente che il Vangelo che i pastori annunciano al popolo cristiano non ha nulla a che vedere con ideologie che contrappongono gli uomini in base alle razze, alle etnie, alle latitudini, ai soldi e, mi creda, mentre nel Vangelo non c’è una sola parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto: sulle discriminazioni, invece, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla nonviolenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere.

Mi dispiace, gentile senatrice, ma non riterrò di fare qualcosa né per lei, né per il suo partito, né per i vostri alleati, anzi. Se qualcosa farò anche in queste elezioni questo non sarà certo di suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità.

Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti dal farsi abbindolare da certi ex-leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale, e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe una vera opera di misericordia nei confronti del nostro popolo.

don Gianfranco Formenton                                            Spoleto 12 febbraio 2013

Ci sono “Valori” e valori: etica pubblica, Chiesa e berlusconismo (di Ilaria Donatio)

Se esiste un’affinità “elettiva”, emersa in maniera prepotente nell’ultimo decennio di governo del centrodestra, è quella che collega il berlusconismo alla chiesa cattolica – più precisamente – alle gerarchie vaticane: una sorta di parentela acquisita che il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti individua e chiama con il suo nome.

“Sia la chiesa, sia la cultura berlusconiana”, scrive Galimberti, “fanno riferimento a coscienze che non pensano e aborrono la problematizzazione, più che a uno scambio di favori tra i due o alla negoziazione di ‘valori non negoziabili’, entrambi sono inconsapevolmente affini per il loro riferimento a un ‘popolo’ (di Dio o della Libertà) più desideroso di ubbidire a chi decide per lui che di pensare”.

Insomma, altro che i “cattolici adulti” di prodiana memoria! Alle gerarchie, dispiace constatarlo, è funzionale il “gregge” di fedeli tanto quanto al nostro Presidente del Consiglio preme avere un pubblico applaudente, lo stesso delle sue televisioni. Elettori da evocare nelle situazioni più problematiche, come negli Stati autoritari, teste manipolabili a piacimento, da stupire con effetti speciali, a cui raccontare barzellette abitate sempre da eroi “semplici”, come loro: scanzonati, mediocri, “dalle battute da bar” che tanto piacerebbero al cittadino medio. 

Strano. E sì, perché la Chiesa ha una tradizione “alta” a cui oggi, a suon di contestualizzazioni e richiami alla fedeltà rivolti ai politici cattolici, davvero non rende merito: è quella che si appellava alla coscienza, “un tribunale piccolo, ma supremo”. La definiva così, nel Cinquecento, il filosofo Tommaso Moro, patrono dei governanti. San Tommaso diceva che “l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale”. E nella sua opera più famosa, Utopia, descriveva una società pacifica dove è la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini. Trecento anni prima, un altro Tommaso, san Tommaso d’Aquino, chiedeva a chi si dovesse obbedire in caso di conflitto tra la parola del magistero e la voce della coscienza. E rispondeva convinto che «il magistero non è che parola di uomo, mentre la coscienza è voce di Dio». Nell’Ottocento è vissuto, invece, il cardinale John Henry Newman, beatificato pochi mesi fa, da Benedetto XVI: nel suo saggio “Sulla coscienza”, usando parole che al tempo scandalizzarono molti, affermava: “Sembra che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa, debba essere seguita”.

Sembrano parole lontanissime dalle posizioni ufficiali, assunte negli anni, dalle gerarchie cattoliche. Le stesse da cui il centrodestra è andato a fare anticamera, puntualmente, e a farsi dettare l’agenda politica alla vigilia di battaglie cruciali.

A questo proposito, leggiamo nei documenti ufficiali del magistero della chiesa: “Il cristiano è chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.  

Ma se è vero che la Chiesa cattolica interviene nella vita pubblica non come autorità politica ma  come autorità morale; e se è vero che i valori cui fa riferimento il mondo cattolico non dovrebbero mai “essere trattati come merce di scambio”, tanto da meritare la definizione di “principi non negoziabili”, allora non ci resta che una domanda, la più importante, in questo momento storico: perché la Chiesa, nella sua rappresentazione più elevata e ufficiale, il Vaticano, così come si esprime con nettezza sui diritti civili, le unioni di fatto, il fine vita e l’aborto, non ha mai detto una sola parola – chiara e definitiva – sul concetto di etica pubblica che il berlusconismo ha incarnato e incarna tuttora?  Sul suo disprezzo della legalità, sull’uso spregiudicato di riferimenti propri della cristianità – vedi la “famiglia” prêtàporter – sulla consuetudine a selezionare la classe dirigente sulla base di criteri altri rispetto a merito e capacità, su una concezione degradante e mortificante della donna, infine, su stili di vita e comportamenti distantissimi da sobrietà e limpidezza, entrambi valori evangelici.

Perché la Chiesa tace o, al più, sceglie una posizione fatta da prudenti distinguo e pelose equidistanze? Non possono bastare, per quanto importanti, le critiche affidate all’unico editoriale di censura pubblica, scritto dal direttore del quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, oppure la voce dissenziente del settimanale paolino, Famiglia Cristiana.

Non possono bastare: perché la determinazione con cui, direttamente dal pulpito vaticano, sono emesse molte delle condanne che colpiscono tantissimi cittadini solo per il loro orientamento sessuale; oppure le famiglie di malati terminali, ferite nella propria libertà di scelta; o, ancora, tante donne, considerate incapaci di qualsiasi decisione che riguardi del loro corpo e viste come costantemente in balìa della volontà dell’uomo; quella determinazione diventa silenzio e omissione grave nell’assistere a ben altri mercimoni.

Forse che, per la Chiesa, l’etica pubblica è un valore negoziabile mentre sulle scelte dei singoli è ancora necessario esercitare un controllo?

Ilaria Donatio