La rendita e la collusione politica economia burocrazia

Appare intuitivo, oltre che dimostrato dalla storia, che quanto più si amplia l’area d’intervento del governo e dell’amministrazione e si accresce la dimensione delle risorse intermediate dal sistema pubblico, tanto più aumenta la tendenza delle imprese a ricercare opportunità di guadagno tramite rapporti collusivi con coloro che detengono il potere di emanare norme o erogare risorse monetarie. E, come ci ha fatto osservare Mancur Olson più di trent’anni fa, tale processo è ulteriormente intensificato dalla presenza diffusa e consolidata di gruppi d’interessi particolari, impegnati a conquistare quote crescenti di reddito piuttosto che ad accrescerne l’ammontare. Il risultato sarà una riduzione progressiva della produttività totale dei fattori e, quindi, della capacità di produrre reddito ossia un progressivo restringimento del prodotto sociale. Che è esattamente ciò che si osserva, da qualche decennio, nel contesto italiano. La balcanizzazione e il generale indebolimento della rappresentanza hanno giocato un ruolo decisivo.

Tipicamente, il sistema prevede l’interazione, spesso, ma non necessariamente, condizionata da comportamenti collusivi, fra tre soggetti: il politico, cui fa capo il controllo sulle risorse pubbliche, la banca, che ne è, per così dire, il braccio armato, e l’impresa, che deve assicurare il flusso di favori economici che chiude il cerchio. Un’altra versione del modello prevede solo un rapporto di scambio fra legislatore e impresa, avente a oggetto l’emanazione di norme capaci di costituire posizioni di vantaggio a favore dell’impresa, generalmente tramite limitazioni della concorrenza.

Naturalmente, ci sono tanti modi per essere o mettersi in condizione di ricavare una rendita vendendo una risorsa resa artificialmente scarsa a un prezzo che può essere fissato arbitrariamente oppure amministrando l’accesso a una risorsa di cui si ha la disponibilità esclusiva. Ma il caso che qui ci interessa maggiormente è quello che origina da un intervento dell’operatore pubblico, attraverso norme e regolamenti ad hoc, concessioni, ecc. Lo stato e i suoi funzionari, il governo, i partiti e gli uomini politici, i sindacati e i loro esponenti sono i principali complici, spesso i promotori e i difensori del sistema delle rendite. Le imprese, a loro volta, insieme con determinati gruppi di lavoratori o anche singoli attori, sono i principali beneficiari del sistema delle rendite e, quindi, non solo lo subiscono, più spesso lo accettano, talora lo cercano, addirittura lo avallano.

intreccio politica inefficienteÈ qui, in questo intreccio perverso fra potere politico ed economia che inevitabilmente si annida la malapianta della corruzione. Rendita e corruzione vanno di pari passo, anche se fra l’una e l’altra non sussiste alcun nesso causale. L’una è il brodo di cultura della seconda; la seconda si alimenta della prima. Tutt’e due affondano le loro radici nella dimensione esorbitante dell’intervento pubblico nell’economia, nel ruolo crescente che, dai tempi lontani dell’unità nazionale, lo stato ha avuto nel finanziamento della produzione, nella distribuzione del reddito e, in generale, nell’intermediazione delle risorse. Un corollario di questa endiadi è il clientelismo ossia il fenomeno sociale che descrive il modo in cui ci si relaziona all’interno di un sistema in cui vige la rendita e domina la corruzione. In cambio della partecipazione, generalmente modesta, alla distribuzione della rendita, gruppi di cittadini si acconciano a rinunciare alla loro indipendenza e autonomia politica, cedendo il consenso agli amministratori delle rendite. Il sistema democratico ne risulta pesantemente indebolito, se non compromesso.

È importante comprendere il carattere sistemico di questi fenomeni e i nessi che li legano inscindibilmente, perché questo ci dice che la lotta per cancellarli non è solo questione di qualche norma in più o più severa, ma esige l’impegno per un cambiamento di sistema, che investa il modus operandi dei principali attori economici, politici, sociali. Ciò implica un intervento radicale sulla macchina dello stato, sui modi in cui viene esercitata l’azione di governo, sia a livello centrale che locale, passando per una drastica riduzione del ruolo d’intermediazione dei politici e degli amministratori e per un sostanziale ricambio e ridimensionamento della dirigenza, troppo compromessa con il sistema di potere che gestisce le rendite e che pratica la corruzione per essere oggetto di riforma.

Lapo Berti (terzo di tre articoli) tratto da www.lib21.org

L’Italia nella palude: il concetto di rendita

Con una certa approssimazione si può affermare che vi è la possibilità di estrarre una rendita tutte le volte che i meccanismi caratteristici di un mercato aperto e concorrenziale sono o vengono messi fuori gioco, ogni volta che viene accordato un privilegio il cui effetto è di falsare la concorrenza. I casi tipici sono quelli in cui un’impresa riesce a ottenere una posizione dominante sul mercato tale da consentirgli di fissare i prezzi a suo piacimento, senza essere condizionata dalla concorrenza; oppure quelli in cui lo stato, con un proprio provvedimento, istituisce un monopolio, non importa se poi esso venga assegnato a un operatore privato o pubblico.

Possiamo, dunque, distinguere fra una “rendita di mercato” e una “rendita non di mercato”.

La rendita di mercato è, per così dire, fisiologica nei processi di mercato. Nel breve periodo, la linea di demarcazione fra ricerca della rendita (rent seeking) e ricerca del profitto (profit seeking) è molto labile e difficile da definire concretamente. In qualunque industria, le imprese, piccole o grandi che siano, sono costantemente protese a ricercare quell’innovazione che gli consenta di acquisire un vantaggio competitivo nei confronti delle imprese che operano nel medesimo mercato. Nella misura in cui vi riescono, ne ricaveranno un extra-profitto (o rendita) di entità superiore al guadagno imprenditoriale (profitto “normale”) delle imprese concorrenti. In un mercato competitivo, tuttavia, la pressione della concorrenza sarà tale da azzerare tale extra-profitto in un arco di tempo sufficientemente breve da impedire che la configurazione del mercato ne risulti stabilmente alterata. È questo il modo tipico in cui opera il meccanismo concorrenziale nella realtà.

concetto di renditaL’impresa che ha acquisito un extra-profitto, tuttavia, potrà essere tentata di renderlo stabile e permanente non solo reiterando la dinamica innovativa, che è un comportamento per così dire fisiologico, ma anche ponendo in atto strategie che gli consentano di mantenere la posizione di vantaggio acquisita sottraendosi alla logica concorrenziale. Si tratta, tipicamente, delle strategie che ricadono sotto i divieti della legislazione antitrust: acquisizioni, accordi, barriere all’entrata. Potrà, inoltre, tentare di ottenere protezione, normative favorevoli, esclusive, ecc. da parte dei decisori politici. Ma con ciò siamo, concettualmente, nel caso successivo.

La rendita non di mercato richiede, invece, l’ingresso sulla scena dello stato in tutte le sue articolazioni ovvero il governo e l’amministrazione pubblica e del sistema della rappresentanza politica. La maniera più semplice, chiara e generale di definire il concetto di rendita in questa accezione è di sottolinearne il carattere di reddito derivato, che non rappresenta creazione di nuova ricchezza, ma costituisce un prelievo sulla ricchezza già prodotta, chiunque l’abbia prodotta. Questa definizione ha il pregio di mettere subito in rilievo la valenza negativa che inerisce alla rendita in una visione della distribuzione del reddito giustificata dall’apporto produttivo di ciascuno.

conquista privilegiIl processo che pone in essere una rendita non di mercato può originare sia dal lato dell’operatore pubblico sia dal lato degli agenti economici sia da quello di intermediari politici, ma consisterà sempre nell’istituzione di un privilegio esclusivo a favore di un determinato soggetto economico per il tramite del potere di cui dispongono, direttamente o indirettamente, i membri del governo, dell’amministrazione pubblica o dei partiti. Il processo che genera la rendita, in questo caso, può assumere le forme più svariate. Può trattarsi della concessione di un privilegio, come l’accesso esclusivo a una determinata risorsa o l’esercizio in esclusiva di una determinata attività; può trattarsi di acquisti effettuati dalla pubblica amministrazione a prezzi superiori a quelli di mercato o di salari e stipendi sensibilmente più elevati della media erogati ai dipendenti di imprese che fanno capo all’operatore pubblico; può trattarsi anche di una tassazione che privilegia ingiustificatamente determinati gruppi di persone o di operatori economici.

Lapo Berti – (secondo di tre articoli) da www.lib21.org

Scandali: la triste verità che prende a schiaffi l’Italia (di Claudio Lombardi)

Di scandalo in scandalo si fa sempre più chiara una semplice verità già conosciuta e detta, ma che ancora sorprende per la sua crudezza. La politica è stata invasa e conquistata da affaristi. L’unica vera ideologia nella quale hanno creduto ( nascosti dietro l’invenzione della padania o dietro la rivoluzione liberale o la paura del comunismo) è stata quella della conquista del potere e delle risorse che il potere permette di controllare. Mai come adesso il peso di tutto ciò che è promana dai poteri pubblici è stato così grande. Poteri pubblici contagiosi che hanno supportato un sistema di potere fondato sulle relazioni e sulle fedeltà personali che si è esteso a tutta la società e all’economia. I meriti e la libera competizione sono stati schiacciati sotto tonnellate di raccomandazioni, di scelte discrezionali, di connivenze e di collusioni implicite ed esplicite senza incontrare resistenze e sbarramenti, lasciando così unicamente alla Magistratura  il compito di inseguire i reati più macroscopici.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza della geniale operazione di marketing che negli ultimi venti anni ha preso il posto dei vecchi partiti. Il sogno che è stato suggerito agli italiani è la liberazione di quelle pulsioni individualistiche che prima ci si vergognava ad esibire e la liberazione dai valori tradizionali della serietà, della responsabilità, dell’onestà che ancora resistevano nell’immaginario collettivo. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi è stata questa: una sottile mano di vernice che salvasse le apparenze di una spinta alla corruzione di massa guidata e mediata dalla politica e pagata con le ricchezze dell’Italia.

I partiti che si sono opposti da sinistra sono riusciti a guidare il governo per periodi non brevi e pure con risultati importanti frutto dell’incontro con le componenti più intelligenti presenti al loro interno e in altre parti politiche, ma non hanno capito la forza dell’assalto del berlusconismo e non hanno prodotto idee unificanti. Da un lato ha prevalso una sinistra vecchia incapace di comprendere ciò che stava accadendo e concentrata sul culto delle proprie differenze. Dall’altro lato l’opposizione al berlusconismo si è basata su una ripulsa morale, ma lì si è fermata.

L’immaturità delle opposizioni ha permesso che la “narrazione” favolistica delle destre prendesse il sopravvento fornendo agli italiani l’unica ideologia che li abbia davvero unificati in questi venti anni: l’affermazione di sé, il rifiuto di limiti e di regole, il disinteresse verso la collettività avvertita come limite e non come risorsa.

Su queste basi ogni intervento pubblico è stato distorto nell’interesse di privati e il disastro segnalato dall’abnorme livello del debito pubblico non è la sua entità, ma il sistematico spreco di risorse per il quale è stato utilizzato. Fare appello oggi ad una espansione dell’intervento pubblico senza intervenire in profondità sui meccanismi del potere rischia di essere una tragica presa in giro.

Contro le degenerazioni della politica l’appello alla società civile è diventato rituale, vuoto e stucchevole. È ora di dire che le forze sane sono solo una parte della società civile nella quale finora hanno prevalso l’apatia, la visione angusta e accidiosa del familismo amorale, la cultura dei furbi legittimata dall’esibizione della ricchezza comunque conseguita, il gusto della lamentela in attesa che dall’alto piova qualcosa, l’inclinazione ad attendere che siano gli altri a farsi carico dei problemi.

C’è poi un’altra parte che sta crescendo. Una miriade di iniziative sociali, culturali, politiche che aspirano a un mondo diverso, cercano di prefigurarlo, di metterlo in atto, facendo lucidamente e coraggiosamente i conti con le sfide del presente. E’ l’immenso bacino del volontariato e del terzo settore, in cui si sta formando una nuova classe dirigente e dove si sperimentano modelli sociali ed economici alternativi. Sono i giovani che tenacemente s’impegnano nell’amministrazione dei loro territori; sono i giovani e meno giovani che profondono energie nel mondo delle professioni intellettuali, cercando forme di lavoro e di socialità nuove. Sono i giovani che cercano all’estero quello che non trovano in patria e spesso ci riescono brillantemente.

Anche l’economia è ricca di energie positive, di imprese piccole e grandi che innovano, che si misurano con le sfide della globalizzazione, che non aspettano protezione ma esigono supporto.

Il problema è che questa parte della nostra società non è rappresentata nella politica. Eppure in un’economia mista quale è quella italiana le politiche pubbliche hanno un ruolo decisivo. La situazione italiana è grave perché chi detiene i poteri pubblici non è affidabile e, fino a quando la sfera dell’azione pubblica non sarà risanata, l’economia non potrà contare sull’apporto dello stato e del governo. Per questo un programma minimo per la ricostruzione dell’Italia dovrà prevedere:

  • lotta senza quartiere all’illegalità e alla corruzione;
  • eliminazione di tutte le posizioni di privilegio e delle normative che le sostengono;
  • drastico abbattimento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza quindi limiti alle retribuzioni e reintroduzione di una imposizione sui patrimoni ereditati;
  • liberalizzazione piena delle attività economiche accompagnata da una sostanziale revisione dei meccanismi e degli organismi di controllo e supervisione dei mercati;
  • riforma radicale della pubblica amministrazione, con una verifica delle reali necessità di impiego non solo nelle amministrazioni centrali, ma anche negli enti locali e nelle regioni sia a statuto ordinario che speciale;
  • programma di investimenti finalizzati nella ricerca scientifica;
  • promozione degli investimenti nella green economy;
  • riqualificazione del sistema dell’Istruzione pubblica, basata sulla valorizzazione del merito e la tutela dei soggetti deboli.

Non è tutto, ovviamente, e non tutte queste cose potranno essere attuate contemporaneamente e con lo stesso tasso di riuscita. Ciò che conta è rendersi conto che è da qui che si dovranno misurare i programmi delle liste che chiedono il voto per governare. Ed è sempre da questo elenco che si misurerà la serietà dell’impegno di chi avrà la maggioranza nel futuro parlamento.

Claudio Lombardi

L’Economist dossier Italia: privilegi e corporazioni

Un anno fa, a giugno del 2011, l’Economist pubblicò un dossier sulla situazione italiana che fece scalpore per il giudizio su Berlusconi identificato come “l’uomo che ha fottuto un intero paese”. In realtà l’analisi era molto più ricca e approfondita. Qui se ne ripropone una sintesi, divisa in quattro parti, utile a comprendere un punto di vista esterno e non coinvolto nelle polemiche politiche nostrane.

 

I privilegi delle corporazioni

L’Italia è una giungla di piccoli privilegi, rendite e mercati chiusi. Ognuno ha la sua lobby di riferimento, con cui contribuisce a rendere quasi impossibile qualsiasi riforma. Il fenomeno è particolarmente evidente nel settore dei servizi e l’accesso a professioni che potrebbero attirare lavoratori immigrati è ostacolato da enormi barriere. In Gran Bretagna il personale delle farmacie è costituito in buona parte da brillanti giovani di origini asiatiche. In Italia la legge imponeva fino a poco tempo fa una distanza minima tra due farmacie, garantendo un enorme vantaggio a quelle già avviate, impedendo che se ne aprissero di nuove. Quando il titolare di una farmacia moriva, i suoi eredi avevano il diritto di gestire l’attività per dieci anni anche senza le qualifiche necessarie.

pericoloUn altro mercato chiuso è il settore dei taxi, in cui di solito gli immigrati sono la forza lavoro principale. A New York è difficile trovare un tassista di origine statunitense. A Milano, la città più dinamica d’Italia, è difficile trovare un taxi. Secondo un sondaggio informale condotto nell’arco di una settimana nel capoluogo lombardo, tutti i tassisti della città sono italiani e hanno sborsato una cifra consistente per entrare in una corporazione che, limitando il numero di taxi in circolazione, fa crescere i loro guadagni.

Il principio secondo cui a pochi individui sono garantiti dei comodi privilegi a discapito di tutti gli altri non è circoscritto al mondo del lavoro. In Italia manca un sistema di sussidi di disoccupazione universale: le persone che lavorano nella stessa linea di produzione ma svolgono operazioni differenti possono ricevere indennità diverse e per periodi diversi quando perdono il posto. Potrà sembrare un sistema ingiusto, ma metterlo in discussione è politicamente sconveniente e nessun partito è seriamente intenzionato a farlo. Inoltre, i gruppi di privilegiati sono da tempo un elemento distintivo della stessa politica italiana.

giovani e lavoroIn questi sistemi chiusi i perdenti vanno a ingrossare le fila dei disoccupati, di cui i giovani rappresentano una percentuale davvero troppo alta. Più di un quinto degli italiani di età compresa tra i 15 e i 29 anni non studia né lavora. Dopo una riforma introdotta nel 2003, i giovani con un lavoro in regola sono spesso costretti ad accettare condizioni svantaggiose (licenziamenti più facili e niente sussidi di disoccupazione). Di conseguenza la precarietà nel mercato del lavoro colpisce soprattutto una minoranza formata da giovani. Forse anche per questo gli italiani preferiscono un posto di lavoro difficile da trovare ma anche difficile da perdere e per questo motivo il sistema è bloccato.

I sistemi chiusi si prestano ad essere penetrati dalle organizzazioni mafiose come accade nei campi dell’edilizia e della movimentazione terra. Persino al nord le cosche mafiose sono riuscite a controllare diversi consigli comunali con il sostegno di poche centinaia di meridionali che si sono trasferiti dal sud.

Ma l’avversione alla concorrenza non è circoscritta alle piccole imprese. Nel 2008, quando Air France- Klm presentò la sua offerta d’acquisto per Alitalia, ormai in bancarotta, Berlusconi definì la proposta “offensiva”. Il governo ha deciso invece di scaricare 1,2 miliardi di euro di debiti di Alitalia sul bilancio dello stato (oltre ai tre miliardi già versati dai contribuenti) e di vendere la compagnia a una cordata di imprenditori italiani, garantendole per tre anni il monopolio della tratta Roma-Linate (l’aeroporto più comodo per raggiungere Milano).

televisioniNon è facile smantellare sistemi così convenienti. Dopo il successo delle reti di Berlusconi nel settore della tv commerciale, in Italia si è creato un duopolio televisivo formato da Rai (l’emittente di stato) e Mediaset. Il sistema è stato turbato nel 2003 dall’arrivo di Sky Italia, la pay tv di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Sky Italia è cresciuta in fretta: nel 2010 ha raggiunto quasi cinque milioni di abbonati. Il suo successo, tuttavia, gli ha creato dei problemi. È stata raddoppiata l’iva per le pay tv e Sky è stata inoltre penalizzata da una legge che abbassa i tetti di raccolta pubblicitaria per i canali a pagamento e li alza per i canali in chiaro, che costituiscono la principale fonte di guadagno di Mediaset.

Forse per questo il tasso di investimenti diretti esteri negli ultimi vent’anni sono sempre stati (in rapporto al pil) ben al di sotto della media europea.

Gli italiani di orientamento liberale criticano questo sistema, ma non sono abbastanza numerosi da esercitare un’influenza politica. Se sono così pochi è a causa di un ambiente ostile. Dopo la seconda guerra mondiale la maggior parte degli elettori italiani si è diviso per 50 anni tra la Democrazia cristiana, che aveva ereditato dalla chiesa cattolica l’avversione al libero mercato, e il Partito comunista. Anche gli attuali partiti di destra – il Popolo della libertà di Berlusconi e la Lega nord – sono chiaramente ostili alla concorrenza.

Invece in questi ultimi anni la sinistra ha fatto di più per aprire i mercati. Pier Luigi Bersani, un ex comunista che oggi guida il Partito democratico, il principale partito d’opposizione, ha avviato una serie di riforme durante l’ultimo governo di centrosinistra, tra il 2006 e il 2008. (fine seconda parte)

Guarire l’Italia (di Lapo Berti)

Da www.lib21.org pubblichiamo la seconda parte dell’analisi di Lapo Berti sui mali d’Italia. La prima parte è qui http://www.civicolab.it/?p=2164

Può guarire l’Italia? Può uscire dalla crisi o, meglio, dalla traiettoria declinante su cui si è immessa ormai da qualche decennio? Ed, eventualmente, a quali condizioni, contando su quali energie?

Non è facile dare una risposta a un quesito così complesso e qualunque risposta si tenti è destinata a essere parziale e insufficiente, niente più che un appunto per la discussione. Ma una prima cosa si può dire. Una politica e una stampa superficiali e tutt’altro che innocenti ci hanno abituato a pensare che, per uscire dalla crisi che ci attanaglia, bastino alcune misure economiche, simpaticamente definite “sacrifici” o “lacrime e sangue”, e qualche imprecisata riforma strutturale, non di rado a supporto dei citati sacrifici. Non è così. Le misure economiche saranno necessarie e anche le riforme strutturali, ma l’obiettivo non è solo il “risanamento” economico, la sfida è un’altra: è ricostruire la società, nella prospettiva di un cambiamento radicale del modello economico e sociale, che non può essere solo nostro, ma, almeno, europeo.

Un capitale sociale da ricostruire

Riflettendo sulle cose d’Italia, qualunque visuale si scelga, economica, politica, sociale o culturale, l’impressione che per prima s’impone all’attenzione è che ciò di cui oggi abbiamo maggiormente bisogno sia quell’insieme un po’ sfuggente di condizioni, di convenzioni e di regole non scritte cui viene dato il nome, un po’ riduttivo ma efficace, di “capitale sociale”, sulla base del quale vivono reti di relazioni per lo più informali, ma non solo, capaci di produrre fiducia e reciprocità. Oggi siamo sempre più consapevoli che, accanto alla disponibilità di risorse produttive, il capitale sociale è un fattore fondamentale nel determinare la capacità di un’economia di creare benessere per i cittadini. Possiamo dunque valutare bene quali siano i costi di un suo deperimento. La “qualità” dell’ambiente sociale è decisiva nel determinare le prestazioni del sistema economico, ma si riflette anche nel funzionamento del sistema politico e, a sua volta, ne è condizionata.

Gli studi condotti dai sociologi, ma anche l’esperienza diretta di tutti noi, ci dicono che, nel corso degli ultimi decenni il “capitale sociale” su cui poteva contare l’Italia si è deteriorato, impoverito. La ricchezza di relazioni che almeno certe aree del paese ereditavano da una lunga tradizione di forme associative e di cooperazione è stata poderosamente intaccata dai fenomeni caratteristici della modernità, come l’affermazione progressiva di atteggiamenti e comportamenti individualistici, ma anche dal dissolvimento di reti prevalentemente formali come quelle in cui si esprime la vita politica di una comunità.

Se oggi ci troviamo con un “capitale sociale” più povero è anche perché sono venuti meno, si sono dissolti quegli ambiti di relazione che massimamente sollecitano la partecipazione e la condivisione, contribuendo alla creazione di uno spazio pubblico solido e articolato, in cui le persone imparano a vivere in società.

La ricostruzione dell’Italia deve partire da qui, dalla capacità che noi tutti abbiamo di metterci in relazione e di condividere idee, progetti, saperi, di dare vita a comunità intelligenti e operose. La prima ricchezza da ricostituire è quella del tessuto sociale.

Un paese più dinamico e competitivo

Nel nostro paese è in atto una guerra feroce, non sempre dichiarata, quasi mai visibile al pubblico, tra un vasto, ramificato e ben radicato sistema di potere che fa perno sul “capitalismo relazionale” e quello che si può definire “capitalismo di mercato”. Da una parte c’è quel capitalismo senza capitale che, da sempre, vive di rapporti incestuosi con la politica, che non disdegna le tangenti e accetta la corruzione come un male necessario. Dall’altra parte, c’è un capitalismo che tenta la sfida dei mercati globali, che per reggere la competizione fa anche rete, ma senza collusione, che non vuole intrusioni della politica, ma solo un sistema di regole certe ed efficacemente applicate. La posta in palio è il governo del paese reale e di quello politico. Il terreno su cui la guerra si combatte è quello dell’abbattimento delle rendite e dei privilegi. La chiave è la concorrenza. L’obiettivo è che la competizione arrivi a governare il più possibile sia i processi economici che quelli sociali e politici, favorendo l’affermazione di chi sa meglio svolgere il proprio compito. Non ci sono alternative.

Un’economia “amichevole”

L’uscita dalla crisi che attanaglia le economie di tutto il mondo non sarà facile e non sarà breve. Forze potenti sono all’opera perché nulla cambi e rimangano in piedi i modelli di business e di consumo che sono largamente responsabili delle difficoltà in cui ci troviamo e in cui si trova l’intero pianeta. Ma la crisi è sempre anche un momento in cui si aprono opportunità, se non altro perché aumenta il numero di coloro che s’interrogano sul senso di ciò che vivono e che li circonda e che si mobilitano per cercare strade diverse. Occorre, dunque, cogliere ogni occasione per imprimere una svolta al modello economico dominante, spostandone la traiettoria e inducendo comportamenti virtuosi da parte delle imprese. La chiave di volta di questo passaggio è l’attivazione dei cittadini, che si devono ricordare di essere tali, ovvero titolari di diritti e di doveri anche quando si vestono da consumatori. Un consumo consapevole e responsabile è il primo passo verso un’economia più “amichevole” sia nei confronti dell’uomo che dell’ambiente. E’ un cambiamento che è nelle mani di tutti noi, che non richiede organizzazioni mastodontiche, campagne mediatiche, nuovi apparati giuridici. E’ sufficiente una buona informazione, diffusa capillarmente, utilizzando bene gli strumenti del web. Il nostro sito è nato anche per questo, per fare rete con altri siti che si propongono di passare dal dire al fare.

Ridare vigore alla democrazia

Nessuna delle possibili svolte cui abbiamo accennato sarà possibile, se non si trova il modo di restituire efficacia ai meccanismi democratici. La lunga deriva dell’individualismo mascalzone accompagnata alle degenerazioni populistiche dell’ultimo ventennio ha trasformato la vita democratica in un rituale sempre più stanco e sempre meno partecipato. Le persone si sono ritratte dai luoghi pubblici dove nasce e vive la partecipazione e hanno abbandonato al loro destino i principali attori collettivi della vita democratica, i partiti e, in misura minore, i sindacati. Ne è derivato un inaridimento della vita democratica che si è tradotto nella degenerazione della vita politica e nella corruzione del sistema della rappresentanza. Il risultato è stato la creazione di un abisso fra la vita, le aspirazioni, i modi di sentire dei cittadini e le rappresentazioni della politica. Anche qui, forse, dobbiamo avere l’ardire d’imboccare strade nuove o, magari, di recuperare idee, istanze, che in passato sono state sottovalutate e accantonate. Il sistema della rappresentanza va ripensato. Non è più pensabile, dopo quanto è successo, che ai cittadini venga richiesto di rilasciare deleghe in bianco, pena un possibile allargamento dello sciopero del voto fino a dimensioni che renderanno ridicole le elezioni. Bisogna pensare a creare forme di controllo e di partecipazione dei cittadini che si avvalgano di sedi formali e informali, di canali e modalità previsti e sanciti da norme, ma anche d’iniziative spontanee e autogestite dai cittadini stessi.

Più che una meta, un percorso

In passato, i fautori del cambiamento hanno talora tentato di fissare una meta, un obiettivo da raggiungere, una società da realizzare, ma poi ci si è persi durante il percorso, talora con esiti tragici. Sforziamoci, invece, d’individuare un percorso, un insieme di cose da fare che ci consentano, già mentre le facciamo, di riappropriarci di noi stessi e di riconoscerci con gli altri che condividono il senso della ricerca.

Un po’ ovunque, nella società, più nelle regioni del centro-nord che in quelle del sud, si notano movimenti di persone che si associano, per fare acquisti secondo una logica diversa, per tutelare un bene che si vuol far diventare comune, per promuovere una causa, per diffondere un sapere. Si tratta d’iniziative “locali”, che spesso sono possibili solo perché si collocano in una dimensione “maneggevole” e talora sono addirittura fiere del loro localismo. Anche se non è l’unico modo di lanciare un’iniziativa, partire dal “locale” è oggi la soluzione non solo più praticabile, ma anche quella più sana, addirittura necessaria per ridare alle persone il senso diretto di un loro protagonismo, di poter contare e, soprattutto, di poter realizzare ciò in cui si crede.

Ma se tutte queste espressioni di vitalità sociale devono sfociare in un movimento capace d’indurre mutamenti sostanziali del modello economico, sociale e politico in cui viviamo, è necessario che si mettano in rete, per raggiungere una massa critica che li faccia diventare anche protagonisti politici e per riuscire a esprimere un pensiero capace di una visione generale e quindi di un orientamento valido per tanti.

Siamo a una di quelle fasi cruciali della storia in cui solo se si riesce a ripartire dal basso, dalle cose stesse, dalla sensibilità e dalla volontà della maggioranza, si può produrre una svolta reale.

Lapo Berti da www.lib21.org

Notariato: invece della liberalizzazione i Comuni. Una proposta virtuosa (di Paolo Baronti)

 Il notariato: origini ed organizzazione attuale. Il notaio o nella antica dizione tuttora talvolta usata, notaro (dal latino “notare” ossia “annotare, prender nota”), è un libero professionista  esercente una funzione pubblica o, in qualche ordinamento, un pubblico funzionario al quale è affidata la funzione di garantire la validità dei contratti e, più in generale, dei negozi giuridici, attribuendo pubblica fede agli atti e sottoscrizioni apposte alla sua presenza. L’atto notarile ossia il documento redatto dal notaio con le prescritte formalità, garantisce la legittimità del negozio giuridico che contiene ed ha il valore probatorio dell’atto pubblico (art. 2700 codice civile: l’atto pubblico fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti). Tale definizione si riferisce più propriamente al cosiddetto notaio latino, presente nella grande maggioranza dei paesi di civil law, con la notevole eccezione dei paesi nordeuropei di Common law quali Inghilterra e Stati uniti. In tali paesi le funzioni del notaio latino sono generalmente svolte da un avvocato. In questi paesi non esistono documenti dotati di pubblica fede, giacché tutti i documenti fanno fede fino a sentenza contraria. È comunque prevista la figura del notary public che, a differenza del notaio latino, ha solo il compito di autenticare le firme. L’organizzazione del notariato moderno, nei paesi dove vige il cosiddetto notariato latino, risale sostanzialmente alla Rivoluzione francese (decreto del 29 settembre 1791. L’ordinamento francese fu ricalcato, nel Regno d’Italia, dalla legge del 25 ventoso anno XI (16 marzo 1803), che improntò a sé anche le successive leggi emanate nei vari Stati italiani dopo la Restaurazione; avvenuta l’unificazione, il notariato fu regolato in Italia dal R.D. 25 maggio 1879, n. 4900, poi sostituito dalla legge 16 febbraio 1913, n. 89, tuttora in vigore. Secondo tale legge (detta “legge notarile”), I notari sono ufficiali pubblici istituiti per ricevere gli atti tra vivi e di ultima volontà, attribuire loro pubblica fede, conservarne il deposito, rilasciarne le copie, i certificati e gli estratti. Per la sua funzione di pubblica utilità, il notariato non è configurabile come mera attività di impresa, ed è soggetto alla disciplina antitrust e ai principi di libera concorrenza secondo un regime specifico. L’esistenza di un albo professionale e di un tariffario di riferimento non è sanzionabile come una forma di cartello. In particolare le funzioni del notaio Italiano sono anche quelle di liquidare e riscuotere le imposte per conto dello Stato relativamente agli atti pubblici ricevuti. Il notaio italiano deve inoltre effettuare i controlli ipotecari e catastali, effettuare tutti gli adempimenti nei vari uffici pubblici quali ad esempio la registrazione dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate, la trascrizione presso la Agenzia del Territorio, la voltura presso il Catasto, le annotazioni presso il Registro dello Stato Civile, le iscrizioni al Registro delle Imprese. Si diventa notaio col superamento di un concorso nazionale articolato su tre prove scritte ed una prova orale. Il concorso è gestito direttamente dal Ministero della Giustizia e non dal Notariato. Il numero dei notai è fissato e programmato dal Ministero della Giustizia. I notai in esercizio sono 4.554 (dati giugno 2010).

Gli introiti dell’attività di notaio. Il costo dell’atto notarile si compone essenzialmente di 4 voci:

  • l’ammontare delle imposte che il notaio riscuote per lo Stato
  • le spese che devono essere sostenute presso Pubbliche amministrazioni per la preparazione dell’atto e i successivi adempimenti;
  • i compensi spettanti al Notaio per l’attività che svolge
  • l’IVA sui compensi che il Notaio incassa e riversa allo Stato

Nonostante che in tutti i siti internet ed in tutte le pubblicazioni del mondo notarile si evidenzi che i  compensi del Notaio costituiscono quindi solo una delle quattro voci di costo di un atto notarile, per giustificare gli enormi esborsi che i cittadini devono versare per la redazione di un contratto di compravendita, la categoria dei notai rimane da sempre ai vertici di tutte le graduatorie per i maggiori redditi dichiarati al fisco. Sarà pur vero che i notai non possono nascondere nulla al fisco, ma il sistema delle tariffe, con una progressività delle stesse sulla base del valore dell’immobile produce effetti sui costi molto consistenti. Per un contratto di vendita di 50.000 euro, la tariffa è di 1.400 euro (iva compresa), poi le tariffe salgono secondo gli scaglioni. Oltre i 100.000 euro, aumenta di circa 100 euro per ogni 25.000 euro di valore. Per le donazioni è previsto l’atto pubblico che comporta una maggiore tariffa di circa 150 euro.

 Il notariato: una funzione pubblica da recuperare al sistema pubblico. L’articolo 118 della Costituzione italiana, dopo la riforma del 2001 introduce il principio di sussidiarietà verticale, secondo il quale: “Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. La funzione del notariato è una funzione pubblica primaria della Repubblica e pertanto appare “naturale” il suo esercizio da parte dell’Ente costituzionalmente individuato per svolgere le funzioni di amministrazione più vicino ai cittadini, cioè il Comune. Capire come mai una funzione redditizia sia rimasta per due secoli delegata dallo Stato ad una corporazione, è materia da storici del diritto, ma principalmente si possono individuare  già ora tre fattori principali:

  • il ruolo dominante della borghesia, come classe sociale che ha imposto, attraverso la grande rivoluzione borghese del 1789 in Francia, tale modello a tutta l’Europa continentale, al seguito delle conquiste napoleoniche e poi è sopravvissuta alla Restaurazione per la obiettiva efficacia del sistema;
  • il sostanziale buon funzionamento complessivo della funzione notarile, che è rimasta largamente indenne da fenomeni di corruzione o malversazione, anche se, negli ultimi anni, in Italia,   si sono rilevati episodi seri, dal concorso truccato e poi annullato, ad inchieste su notai per falso;
  • la forza di una corporazione che ha sempre contrastato, sul nascere, qualsiasi ipotesi di modifiche alla situazione attuale.

Ma la situazione della Pubblica amministrazione in Italia è radicalmente cambiata. Contrariamente all’inizio dell’Ottocento ed al momento della formazione dello Stato unitario, essa ha a disposizione una dotazione più che adeguata di laureati in Giurisprudenza, idonei, con brevi corsi di aggiornamento, a svolgere le funzioni notarili.  Non a caso, già oggi, la legge – art. 97, comma 4, lett. c) del d.lgs. 267/2000  attribuisce al Segretario comunale  la competenza  a rogare tutti i contratti nei quali l’ente è parte ed autenticare scritture private ed atti unilaterali nell’interesse dell’ente”. Infatti il segretario comunale è il funzionario pubblico a cui sono affidati anche funzioni notarili esercitabili nel solo interesse dell’ente.

Le liberalizzazioni fallite. Secondo una recentissima indagine della Cgia di Mestre le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani. Nella stragrande maggioranza dei casi si è registrata, invece, una vera  e propria impennata dei prezzi o delle tariffe. Tra l’anno di liberalizzazione ed il 2011, i prezzi o le tariffe sono cresciute  con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale: si è passati  da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligopoli controllati dai privati, con aumenti fino al 186% – Assicurazioni auto. La vera questione politica da affrontare, infatti, che è la madre di tutti gli aumenti, è la constatazione che nel nostro Paese non riesce ad affermarsi, prima come convincimento culturale diffuso e poi come prassi operativa, tra tutte le categorie imprenditoriali, quello che è il caposaldo di un mercato liberalizzato, cioè l’effettiva  concorrenza tra le imprese.  Le imprese o le professioni dei servizi liberalizzati,  invece di operare miglioramenti organizzativi e/o  produttivi volti a migliorare la qualità e/o a ridurre i prezzi, preferiscono operazioni di cartello mantenendo tutti lo stesso prezzo. Si verificano, cioè,  collusioni oligopolistiche, diffusissime quali prassi ordinarie, con la conquista di settori di mercato non attraverso un miglioramento qualitativo dell’offerta (minor prezzo) ma eliminando i concorrenti, attraverso accordi bonari o acquisizione degli stessi con offerte pubbliche di acquisto (opa) ostili. I cittadini consumatori,  soprattutto quelli a reddito fisso e basso, assistono impotenti a tali prese in giro, perché delle liberalizzazioni di cui  i Governi che si sono succeduti si proclamano alfieri, non le vedono, ma assistono impotenti e senza tutela alcuna all’aumento di prezzi, tariffe, accise e via dicendo.

Liberalizzare il notariato: una proposta inutile. Pensare che i cittadini ricavino qualche giovamento sostanziale da un aumento del numero dei notai, appare un’ipotesi basata su una visione libresca, astratta dalla realtà e dai meccanismi oggettivi, reali che sono quelli sopra descritti. Le tariffe notarili sono stabilite per decreto ministeriale. Potrà essere prevista una riduzione della tariffa da rendere pubblica: ciò è vero, ma a fronte di una riduzione degli introiti, tutti i notai, vecchi e nuovi, arriveranno ad un accordo per non ridurre i prezzi e poi si alleeranno, ancora più compatti, per chiedere un aggiornamento delle tariffe! Chi aveva visto giusto nel difficile processo delle liberalizzazioni e nei possibili effetti perversi delle stesse, era stato Tommaso Padoa Schioppa, che in un articolo su Il Mulino, nel 2004, ammoniva che, in assenza di una cultura realmente liberale e rispettosa dei principi della concorrenza, si sarebbero manifestate patologie molto gravi e pertanto auspicava che, nel periodo iniziale, lo Stato avrebbe dovuto svolgere il ruolo di calmieratore, intervenendo, con un proprio soggetto imprenditoriale a garanzia del corretto realizzarsi dei processi di liberalizzazione. Un’analisi profetica di cui, però, nessuno si è avvalso, neppure lui quando, poco dopo, divenne ministro dell’Economia, nel Governo Prodi

Una proposta virtuosa. Il notariato risorsa economica per i piccoli comuni rurali e montani.  Sono oltre 7.000 i piccoli comuni senza la sede di un ufficio di un notaio nel loro territorio. In tali realtà si può legittimamente prevedere che il Segretario comunale, che è già  abilitato agli atti di rogito ed autentiche di scritture private in presenza di un interesse del Comune, possa, senza alcuna complicazione organizzativa, divenire un notaio, con tariffe più basse per i cittadini residenti nel proprio Comune. Sarebbe, tale intervento, un calmiere messo in campo dal sistema pubblico a garanzia dell’efficacia della riforma.  Tale  attività  da parte dei piccoli Comuni, inoltre, porterebbe risorse aggiuntive nei loro  Bilanci, taglieggiati in questi ultimi anni da tutte le finanziarie, estive ed invernali che si sono succedute. 

Paolo Baronti

Basta rendite e privilegi: è ora di liberalizzare (di Lapo Berti)

La drammaticità della crisi economica attuale in Italia è il prodotto di una crisi globale che è andata a sommarsi a un declino economico ormai in atto da decenni. Se non s’interrompe quel declino, anche l’uscita dalla crisi, ammesso che ci sia, sarà solo precara. Ma il declino è frutto di un ingessamento che ha radici antiche e che si alimenta di rendite, di privilegi ingiustificati, di parassitismo. Occorre spezzare questa morsa. Liberalizzare i mercati significa aprire l’economia e la società a dinamiche nuove e trasparenti, mettere in campo energie nuove, giovani, spazzare la cattiva politica che si fonda sull’intermediazione delle risorse pubbliche. Ma liberalizzare ha senso solo se si liberalizza, una volta per tutte, l’intero sistema.

Un mercato chiuso alla concorrenza assomiglia un po’ a una torta che un gruppo di persone hanno deciso, sulla base di norme, regole scritte e non scritte, accordi, consuetudini, di dividersi fra di loro secondo certe proporzioni.

Di volta in volta, la torta viene riprodotta e suddivisa. Nessuno è indotto a introdurre cambiamenti o innovazioni, neanche per provare a ingrandire la torta.

Quello che conta è impedire che arrivi qualche nuovo soggetto che vuole partecipare alla spartizione. Ci si organizzerà, quindi, per evitare che questo avvenga. Si cercherà di ottenere una legge che sancisca la spartizione. Si faranno accordi, sotto qualsiasi forma, per renderla immodificabile. Se è il caso, si metteranno in scena proteste pubbliche più o meno virulente, tali, comunque, da condizionare la prospettiva breve, e miope, dei partiti.

Se il mercato viene aperto alla concorrenza, le cose cambiano di parecchio.

Tutti possono concorrere alla spartizione della torta. I nuovi aspiranti metteranno in campo strategie innovative, inventeranno nuove soluzioni, per aggiudicarsi una parte della torta, creando nuove opportunità e nuovi vantaggi per i clienti e consumatori che, con i loro acquisti, determinano la formazione della torta.

Il risultato è che tutti coloro che erano abituati a mangiarsi, anno dopo anno, la loro fetta di torta, si vedono improvvisamente posti di fronte alla possibilità che qualche “estraneo” gliela sottragga o, quanto meno, li costringa a ridurla, diminuendo o azzerando il beneficio, o, meglio, la rendita, assicurata dall’eliminazione della concorrenza.

E’ chiaro che, posti di fronte a questa prospettiva, molti saliranno sulle barricate, ma è altrettanto chiaro che, se si vuole arrecare un beneficio duraturo ai consumatori e all’economia nel suo complesso, quelle barricate andranno smantellate. Fra quelli che erano abituati a spartirsi la torta senza colpo ferire, in genere con la semplice conferma di una fedeltà politica, alcuni non ce la faranno e saranno costretti ad andarsene, altri tenteranno di adeguarsi alla nuova situazione, innovando o abbassando i prezzi e migliorando i prodotti e i servizi. Di nuovo, con un vantaggio per i clienti e i consumatori e con una maggiore efficienza per l’economia nel suo complesso.

L’Italia ha un’economia formata da tante torte, piccole e grandi, che da tempo immemorabile e, in genere, con la connivenza dello stato, sono appannaggio di gruppi fissi di soggetti che si trasmettono il “diritto” alla spartizione della torta da una generazione all’altra.

Il risultato è un’inefficienza complessiva del sistema che produce costi ingiustificati per i consumatori e, specialmente se si tratta di servizi, anche per le imprese. E’ un sistema in cui prevale la rendita, assicurata da norme che singoli gruppi d’interesse contrattano con il potere politico in un regime di rapporti opachi in cui spesso alligna la corruzione. Si calcola che, in questo modo, il settore dei servizi che sono erogati al riparo dalla concorrenza porti nelle tasche dei produttori profitti quasi doppi rispetto al resto dell’area dell’euro.

Tutto ciò ha ragioni storiche profonde, che hanno a che vedere con il modo in cui l’Italia, fin dalla costituzione dello stato unitario, ha imboccato la via dell’industrializzazione.

Un’insufficiente disponibilità di capitale accumulato, rispetto alle nazioni concorrenti come l’Inghilterra, la Francia, la Germania, ha imposto il predominio delle banche nel finanziamento delle imprese, riducendo a un ruolo secondario il mercato borsistico. La guida del processo d’industrializzazione è irrimediabilmente finita nelle mani dello stato, attribuendo ai governi un potere da cui ancora non si sono separati.

Si è stabilito allora quell’intreccio perverso fra governo, forze politiche di maggioranza, sistema bancario e imprese che ha condizionato in profondità il modello capitalistico italiano e che solo negli ultimi anni ha cominciato a subire smottamenti, facendo intravedere la possibilità di un cambiamento di sistema. Le imprese si sono abituate a ricercare, anche con mezzi illeciti, la protezione dello stato piuttosto che il confronto con il mercato. Si sono moltiplicate le lobby, che hanno trasformato il parlamento e, quindi, la politica in un mercato delle vacche sempre meno trasparente e sempre più corrotto.

Le persone si sono abituate a pensare che per trovare un lavoro, per fare carriera, era meglio rinunciare a far valere le proprie capacità per porsi al riparo di qualche corporazione, economica, politica, sindacale che fosse.

Ne sono risultate indebolite tutte le spinte che normalmente rendono dinamico un contesto sociale, dalla premiazione del merito alla ricerca del successo, dalla voglia di innovare all’assunzione del rischio. Ne è derivato il desolante e stagnante panorama sociale che abbiamo di fronte.

Un programma di liberalizzazioni come quello annunciato dal presidente Monti rappresenta, in sé, una svolta epocale. Se venisse attuato e, soprattutto, se avesse la necessaria ampiezza e completezza, costituirebbe, per l’Italia, un cambiamento di paradigma. Cambierebbero le regole del gioco e, quindi, i comportamenti degli attori economici, imprese, lavoratori, consumatori. Cambierebbero i valori di riferimento. Cambierebbero le aggregazioni politiche, verrebbe ridisegnata la mappa degli schieramenti politici.

Una rivoluzione, in pratica, quella rivoluzione liberale di cui, già quasi un secolo fa, parlava, inascoltato, Piero Gobetti, prefigurando una convergenza di interessi, nel nome del liberalismo, fra tutti coloro che volevano porre fine a un’economia parassitaria e a una politica corrotta.

Certo, le liberalizzazioni non sono la soluzione di tutti i problemi, ma sono la premessa per voltare pagina, per provare a sottrarre l’Italia al declino cui è attualmente condannata, per tentare di dare vita a nuovi modelli economici e sociali. A patto, naturalmente, che non si guardi in faccia a nessuno e si agisca rapidamente e contemporaneamente in tutti i settori, con una logica di sistema. Il governo Monti, relativamente al riparo dai ricatti della piccola politica, può farlo.

Lapo Berti da www.lib21.org

Autostrade: il gioco delle parti e i pasticci dei politici (di Claudio Lombardi)

Piccola riflessione sull’aumento del canone dovuto all’ANAS dai concessionari autostradali e sull’introduzione del pedaggio per le autostrade gestite dall’ANAS entrambi disposti dalla manovra del Governo. Il fine è, evidentemente, incrementare le entrate per l’ANAS senza alcun aggravio per il bilancio dello Stato. La modalità di realizzazione è l’aumento dei pedaggi autostradali e l’introduzione dei pedaggi dove, finora, non c’erano (Grande Raccordo Anulare di Roma, per esempio) entrambi pagati, ovviamente, da chi utilizza queste strade. Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non per il fatto che si impone agli utenti di pagare qualcosa in più per un servizio del quale, molto spesso, non si può fare a meno.

Si può, quindi, inserire la misura disposta dalla manovra del Governo sotto la voce “aumenti di tariffe”. Non si tratta di un prelievo fiscale in senso stretto, ma un po’ ci si avvicina dato che gli spostamenti con mezzi privati totalizzano una percentuale nettamente maggioritaria rispetto a quelli con mezzi pubblici. In una città come Roma, ad esempio, far pagare la percorrenza sul GRA e sull’Autostrada per l’aeroporto di Fiumicino significa colpire una bella fetta di utenti “pendolari” che vengono a Roma per lavorare o che dalla città si spostano per lo stesso motivo. Considerando che lo stato del trasporto pubblico, ferroviario e su gomma, non è, spesso, una valida alternativa e che i tagli che colpiscono enti locali e regioni incideranno molto su questo settore non sembra strano che l’aumento dei pedaggi sia percepito come una nuova tassa.

C’è, però, un aspetto particolare da non trascurare e riguarda i pedaggi autostradali.

Nel presentare l’ultima relazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, il Presidente Catricalà, denunciava che “in campo autostradale concessioni a scadenza lontana, associate alla debolezza strutturale della vigilanza, pregiudicano l’affermazione della concorrenza.”

Traducendo dal linguaggio misurato del Presidente dell’antitrust ciò significa che gli utenti pagano più di quanto dovrebbero grazie ad un sistema di regolazione debole.

Nel caso delle autostrade e della Società Autostrade per l’Italia, in particolare, bisogna ricordare che la legge 101 del 2008 ha approvato le convenzioni relative alle concessioni autostradali e lo ha fatto interrompendo una procedura preparatoria complessa, ma necessaria per definire schemi di riferimento e linee guida appropriate. Nel caso di Autostrade per l’Italia, il maggiore concessionario esistente, la convenzione approvata con legge stabiliva una durata di circa 35 anni con regole predefinite per stabilire le tariffe per l’intero periodo. Ecco a cosa si riferiva Catricalà nel suo discorso.

Dovrebbe essere evidente che una regolazione che dura per più di 30 anni e stabilisce incrementi tariffari costanti e non prevede un frazionamento temporale per verificare e modificare i patti tra società concessionaria e Stato non va bene e non fa certo l’interesse degli utenti che, in questo caso, non hanno alcuna possibilità di far pesare il loro parere. Veramente non ce l’avrebbero nemmeno se la regolazione tariffaria e della qualità del servizio durasse 5 anni, ma le cose potrebbero cambiare e la loro valutazione potrebbe essere inserita fra i requisiti per procedere alla regolazione.
Con quasi 35 anni di durata, come è stabilito dalla legge 101/2008, questa possibilità non esiste.

Ecco perché “l’affare” autostrade è un gigantesco meccanismo per far guadagnare ad Autostrade per l’Italia S.p.A. tanti soldi senza verifiche, controlli e ridiscussioni varie. E questo grazie ad una legge che ha bloccato gli organismi tecnici che non avranno più voce in capitolo fino al 2038.

Tra l’altro esistono valutazioni da parte di chi si occupa di regolazione e di autostrade in particolare che dicono che le tariffe pagate oggi ancora incorporano i costi dell’investimento iniziale di quando le autostrade furono costruite e questo perché, semplicemente, da allora non sono mai diminuite. In pratica è come se gli utenti pagassero un mutuo che non finisce mai.

Qualcuno potrebbe dire che le autostrade sono state vendute dallo Stato e pagate dagli acquirenti che adesso riscuotono le tariffe e pagano i canoni di concessione. Certo, ma ci sono tecnici che si sono presi la briga di studiare i numeri e hanno concluso che le società che gestiscono le autostrade, pur avendole pagate e dovendole gestire, ci guadagnano lo stesso un mucchio di soldi e questo grazie al “mutuo che non finisce mai”.

Ecco perché pesa una convenzione approvata con legge che dura più di 30 anni.

Ed ecco perché anche il piccolo aumento deciso con la manovra del Governo da’ fastidio.

Per finire bisogna pensare che vendere, di fatto, la rete autostradale non era l’unica soluzione possibile per chi aveva deciso la privatizzazione. Ce n’era un’altra: il mantenimento della proprietà della rete e l’affidamento in concessione con gare pubbliche e per singole tratte alle migliori aziende di gestione. Ci avrebbero guadagnato lo stesso, ma almeno il controllo sarebbe rimasto nelle mani pubbliche e la concorrenza tra gestori ci sarebbe stata.

Alla fine i politici (di entrambi gli schieramenti oggi in Parlamento) hanno deciso, ma chi ci ha guadagnato? E quali problemi sono stati risolti?

Claudio Lombardi