La montatura del caso Boschi

Si riparla di conflitto di interessi. Viene invocato per mettere sotto accusa Maria Elena Boschi, ma si tratta di una pura montatura politica e mediatica che ha costruito dal nulla il caso Boschi. Vediamo perché. Innanzitutto la Boschi ha dichiarato più volte di non aver sollecitato interventi di favore per Banca Etruria che portassero benefici a lei stessa e a membri della sua famiglia. D’altra parte nessuno ha potuto menzionare un solo atto che smentisse questa affermazione. Il governo di cui faceva parte, invece, ha commissariato la banca e ciò ha provocato l’esautorazione del padre montatura falsitàdella Boschi colpito da più sanzioni pecuniarie da parte di Bankitalia e oggi indagato dalla magistratura. Lei stessa ha ricordato che la sua famiglia ha perso nella vicenda l’investimento che aveva fatto nelle azioni della banca (peraltro di bassa entità). Questi i fatti. Ma quali sono le regole in caso si presenti un conflitto di interessi?

Secondo le norme attuali c’è una diversa configurazione se si tratta di dipendenti pubblici o di politici che rivestono cariche di governo. Nel primo caso la legge (DPR n. 62 del 2013) prevede l’obbligo di astenersi:

«Dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi con interessi personali, del coniuge, di conviventi, di parenti, di affini entro il secondo grado. Il conflitto può riguardare interessi di qualsiasi natura, anche non patrimoniali, come quelli derivanti dall’intento di voler assecondare pressioni politiche, sindacali o dei superiori gerarchici»

montatura mediaticaUna più puntuale spiegazione della norma è contenuta in una deliberazione dell’Anac  del 2015. Il conflitto può insorgere quando il soggetto “è portatore di interessi della sua sfera privata, che potrebbero influenzare negativamente l’adempimento dei doveri istituzionali” per cui il soggetto deve astenersi ogni volta che si presenti “un collegamento tra il provvedimento finale e l’interesse del titolare del potere decisionale”.

Ciò che conta, sottolinea l’Anac, è che il conflitto di interessi non pregiudichi il principio di imparzialità. In ogni caso anche per i dipendenti pubblici si parla sempre di partecipazione all’adozione di provvedimenti amministrativi ovvero il conflitto di interessi deve manifestarsi non nella staticità di una situazione personale, ma collegandosi ad un’attività specifica del proprio ruolo.

Per i politici cui vengono attribuiti incarichi di governo la normativa è diversa. Si tratta della legge (cosiddetta “Frattini”) n. 215 del 2004. Si dispone l’astensione del soggetto in conflitto di interessi dagli atti che implichino l’adozione di provvedimenti. In particolare la norma prevede che sussista conflitto di interessi quando il titolare di cariche di governo partecipi all’adozione di un atto ovvero ometta un atto dovuto  purchè l’atto abbia un’incidenza “specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate …. Con danno per l’interesse pubblico “.

Banca EtruriaIn conclusione in tutta la vicenda Banca Etruria non emerge alcun atto di governo al quale Maria Elena Boschi abbia partecipato o che abbia omesso di compiere che possa aver arrecato un qualche vantaggio di qualche tipo ai suoi familiari. E dunque il caso Boschi si può qualificare come una gigantesca montatura politica e mediatica messa in piedi per colpire il Pd e favorire altre forze politiche, M5S in primo luogo. In particolare si tenta di mettere sotto accusa i governi Renzi e Gentiloni ai quali va, invece, il merito di aver tamponato le conseguenze più disastrose dei fallimenti per i risparmiatori.

A questo punto bisognerebbe chiedersi a vantaggio di chi va questa gigantesca opera di depistaggio mediatico che, come effetto indiretto, produce anche un disorientamento dell’opinione pubblica attirata in una polemica molto accesa, ma basata sul nulla. Tutto ciò oggettivamente, distrae l’attenzione dalle responsabilità gravissime già conosciute, ma emerse con chiarezza nella Commissione parlamentare di inchiesta. È appena il caso di ricordare che per qualcuno questo effetto indiretto è una manna dal cielo.

Claudio Lombardi

La truffa dei campi Rom nella capitale e la distrazione degli eletti

banda mafia capitaleUn piccolo inciso sulle intercettazioni. Se anni fa avessero approvato la legge con cui Berlusconi e tanti altri ipocriti di destra, centro e sinistra volevano abolirle o depotenziarle oggi la banda Carminati sarebbe ancor più padrona di Roma. Punto. Il resto sono chiacchiere.

Le sacrosante intercettazioni riferiscono che Buzzi con le sue cooperative ritenesse di guadagnare più con rifugiati e rom che con la droga. Mettiamo in fila i pezzi di un ragionamento semplice semplice.

Punto 1. Per guadagnare così tanto le cooperative dovevano per forza ricevere molti soldi dagli affidamenti del comune ed erogare servizi di valore infimo.

Punto 2. In molti si sono accorti da tempo che c’era questa distanza tra soldi spesi e servizi resi e lo hanno denunciato. In particolare l’associazione 21 luglio (http://www.21luglio.org/) ha prodotto corposi dossier nei quali dimostrava l’assurdità della situazione dei campi Rom rispetto ai soldi pubblici che venivano impegnati.

campo rom via di salonePunto 3. Ora che è tutto chiaro riesce veramente difficile capire come mai i tanti che potevano e dovevano vigilare non l’abbiano fatto o non si siano accorti di quelle denunce. Forse qualche funzionario era corrotto? Sì questo risulta dall’inchiesta in corso, ma vi è un altro livello che dovrebbe essere coinvolto.

Punto 4. La Giunta comunale, il Sindaco e tutti i rappresentanti politici eletti nel Consiglio comunale di Roma potevano avere un quadro della situazione ampio e chiaro precluso alla maggior parte dell’opinione pubblica. E potevano verificare sul campo la non corrispondenza tra soldi erogati e soldi effettivamente spesi. Non risulta l’abbiano fatto.

Punto 5. Risulta, invece, da notizie di stampa non smentite che la cooperativa 29 giugno abbia contribuito a finanziare le campagne elettorali di vari candidati al Consiglio comunale. Finanziamenti regolari ovviamente e regolarmente dichiarati dai candidati.

no finanziamenti da cooperative a politiciFine del ragionamento e conclusioni. Se le cooperative sociali operano su un mercato ristretto praticamente fatto solo da lavori provenienti da un unico committente (un ente pubblico territoriale comune o regione che sia) non sembra sensato che chi si candida a diventare committente (cioè a gestire l’istituzione Comune) accetti finanziamenti provenienti dai soggetti che col comune dovranno per forza lavorare.

Molte ragioni dicono che quei finanziamenti non dovevano e non dovrebbero più essere né chiesti né accettati. Altrimenti al ragionamento di cui sopra bisognerebbe aggiungere un conflitto di interessi che finora nessuno sembra avvertire e la caccia ai soldi a cui si è ridotta la politica diventerebbe la sua principale ragion d’essere

Claudio Lombardi

L’appello di Benedetta Tobagi per la riforma della Rai

benedetta tobagiScrive Benedetta Tobagi oggi su Repubblica che “il conflitto di interessi sul sistema radiotelevisivo è tornato sui giornali” sull’onda delle polemiche sui compensi delle star televisive. Ma cessate queste polemiche adesso tutto tace di nuovo. E, invece, non si deve tacere “perché la televisione è ancora il mezzo che più influenza l’opinione politica degli italiani, quindi lo stato del sistema radiotelevisivo resta un problema cruciale di democrazia.”

Benedetta Tobagi ricorda che l’Italia occupa il 57° posto nella classifica 2013 di Reporters sans frontières, tra i Paesi con “problemi sensibili” in materia di libertà d’informazione e che in ambito internazionale sono state rilevate da anni “le perduranti criticità del sistema radiotelevisivo italiano, legate a una normativa antitrust insufficiente e alle fonti di nomina degli organismi di governo della Rai e dei membri delle autorità garanti e di vigilanza, che assoggettano il servizio pubblico al controllo della politica.” se ne è occupato anche il Parlamento europeo con una risoluzione del 14 gennaio 2003, nella quale si esprimeva preoccupazione per la situazione in Italia, dove gran parte dei media e del mercato delle pubblicità è controllato, seppur in forme diverse, dallo stesso soggetto, che è anche leader politico.

televisione tg“Il tempo passa, ma la situazione resta critica” scrive la Tobagi soprattutto perché i dati dei monitoraggi che rilevano un pesantissimo squilibrio informativo dei telegiornali delle reti Mediaset e, quindi, una generale preponderanza del Pdl nell’informazione televisiva “non hanno ottenuto risonanza né pubblica riflessione”.

E, invece, c’è “bisogno di un dibattito ampio e trasparente: la necessità di una seria normativa antitrust, la concessione e ripartizione delle frequenze, la governance Rai — o dobbiamo ritenere che la legge Gasparri sia intoccabile come le tavole mosaiche? Su governance e antitrust, i disegni di legge accumulatisi negli anni restano a prender polvere negli archivi del Parlamento. Mi pare che sia venuta a mancare una consapevolezza diffusa della posta in gioco e della complessità dei problemi.”

libertà informazioneContinua Benedetta Tobagi “qualcuno prova a parlarne — penso a Tana de Zulueta con l’Iniziativa cittadina europea per il pluralismo nei media (www.mediainitiative.eu), al movimento MoveOn con l’appello “La Rai ai cittadini”, ai convegni organizzati da Articolo21, fondazione Di Vittorio ed Eurovisioni in vista del rinnovo della concessione del servizio pubblico, in scadenza nel 2016 — ma con eco scarsissima nel sistema mediale. Dove si svolgono, oggi, i dibattiti sulle distorsioni del sistema radiotelevisivo italiano? “

Fin qui l’appello di Benedetta Tobagi consigliere di amministrazione della Rai indicata da organizzazioni della società civile. Il movimento MoveOn ha promosso un Tavolo tecnico Parlamento-società civile per scrivere la riforma della Rai che si riunirà per la prima volta il 14 novembre alla Camera. Ecco l’occasione per una mobilitazione la più ampia possibile ed ecco un terreno concreto per il mondo delle associazioni di cittadini sensibili alla libertà di informazione e al pluralismo e per quella parte dei politici che si dichiara a favore della liberazione della Rai dal dominio dei gruppi di potere.

Una Rai indipendente al servizio della libertà (di Claudio Lombardi)

Presi da tante emergenze e urgenze, strattonati dalle vicende di partiti, formazioni politiche, blog e gruppi parlamentari, sorpresi da un governo che ha unito Pd e Pdl, la questione del controllo dell’informazione e del suo principale strumento – le televisioni – è passata in secondo piano. Quasi nessuno ne parla, ma ci sono sempre ottimi motivi per ricordarci che la Rai e quindi l’informazione radiotelevisiva pubblica è sempre nelle mani dei partiti e del governo, che l’impero Mediaset esiste ancora e il monopolio a due teste (Rai e Mediaset appunto) non è affatto scomparso.pluralismo tv

Dimenticarsene è un male perché l’informazione è un bene pubblico o, meglio, comune che, appartenendo a tutti, non può e non deve essere controllato da nessuno in misura prevalente. E non di sola informazione si tratta, ma di vera e propria formazione culturale dell’opinione pubblica che passa anche dai programmi di intrattenimento, dai dibattiti politici, dalla scelta dei film, dalla dose di pubblicità. Se intere generazioni assorbono dalle televisioni modelli di comportamento e di relazione uomo-donna centrati sull’esasperato individualismo e sul culto del valore dell’attrazione fisica; se la violenza che è una presenza costante dai primi cartoni animati ai film in prima serata: è lecito o no pensare che tutto ciò influenzi i comportamenti nella vita reale?

È ovvio che è così e non si tratta di invocare una qualche forma di censura, ma di rispondere con il pluralismo e la libertà. Però c’è un però: per anni abbiamo subito la privatizzazione delle televisioni come se fosse il trionfo della libertà di espressione. Qualcuno ha anche pensato che la privatizzazione di una parte della Rai sarebbe stata utile al pluralismo. Dopo tanti anni di esperienza dobbiamo convincerci che un pluralismo che passa per forza dai capitali privati investiti in un’azienda televisiva non dà garanzie né di libertà né di pluralismo.

pluralismoAllora si tratta di capire cosa garantisca un’informazione equilibrata e un uso della televisione che spalanchi le porte a una molteplicità di punti di vista, a sperimentazioni artistiche e creative o a professionisti della comunicazione liberandoli sia dalla sottomissione agli interessi di partiti in caccia di potere, sia di imprenditori in caccia di profitti (e di potere politico come è stato per venti anni con Berlusconi).

Insomma se il servizio pubblico non esistesse bisognerebbe inventarlo perché rappresenta l’infrastruttura a disposizione della società intera per far circolare informazioni, idee, creatività, intrattenimento. Il problema è che il servizio pubblico, cioè la Rai, è al centro da sempre degli appetiti di potere di chi sa benissimo quanto la televisione condizioni la formazione del consenso. Per questo da sempre la Tv pubblica è stata “governata” dalle maggioranze di governo con un’estensione alle opposizioni da quando esiste la Commissione parlamentare di vigilanza. Come sappiamo bene la logica in Rai da decenni è stata quella di un’influenza diretta della politica e di una spartizione dei posti di direzione. È un sistema che non garantisce più nulla e che, unito all’affermazione politica di Berlusconi che gli ha consentito di governare per molti anni sia le sue Tv che la Rai, ha sconvolto il mondo dell’informazione. Tra l’altro da tanti anni è pure saltata l’identificazione dei partiti come rappresentanti di tutte le componenti della società e, quindi, nemmeno si può dire che basti cambiare governo (escludendo il proprietario di Mediaset) per tornare alla normalità.potere comunicazione

Occorre cambiare sistema e bisogna farlo su tre piani diversi: gestione della Rai, conflitto di interessi e limiti alle concentrazioni televisive. Di proposte di riforma ne sono state scritte tante, ma nessuna è approdata ad una conclusione. C’è da tempo una proposta in campo elaborata da un movimento di cittadini, intellettuali, giornalisti che si chiama MoveOn Italia e che ha definito la sua riforma “La Rai ai cittadini”. Il cuore di questa proposta di cui si discuterà oggi alla Camera (Ore 17 Sala della Mercede, via della Mercede) è la soppressione della Commissione parlamentare di vigilanza e la creazione di un Consiglio delle comunicazioni audiovisive che ne assorbe le funzioni dall’indirizzo, alla vigilanza, alla nomina del consiglio di amministrazione Rai. Il Consiglio sarebbe composto da membri eletti da rappresentanze della società civile, dagli utenti (cioè da chi paga il canone) e dalle maggiori espressioni istituzionali (Parlamento, enti locali, regioni) mettendo così in movimento una platea di soggetti molto più ampia di quella dei partiti.

Rispetto alla situazione attuale il cambiamento sarebbe enorme e metterebbe in discussione un altro dei capisaldi dell’assetto attuale: il possesso delle azioni della Rai da parte del Ministero dell’economia. Bisognerebbe forse verificare l’utilità di mantenere l’attuale profilo societario (società per azioni), ma, in ogni caso, andrebbe stabilito che le azioni Rai non possono essere cedute e che il governo non ha alcun potere di influenza sulla gestione dell’azienda in virtù del controllo delle azioni.

Insomma la liberazione del servizio pubblico come contributo al pluralismo e alla libertà e non solo dell’informazione.

Claudio Lombardi

Le vie della corruzione (di Ferdinando Imposimato)

Quella del conflitto di interessi e’ una questione centrale della nostra, come di qualunque altra democrazia. Ed e’ bene cercare di spiegare di cosa si parla. La principale questione morale riguarda il conflitto di interessi dilagante, fonte di corruzione e criminalità e di una gestione dissennata delle risorse pubbliche. Questa e’ la situazione apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico o un giudice il quale, anzichè fare l’interesse pubblico nella sua attività istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanome. Questo viola l‘articolo 97 della Costituzione che impone alla pubblica amministrazione di agire rispettando i principi del buon andamento e della imparzialità.

conflitto di interesseIl conflitto di interessi e’ il principale strumento di corruzione diffuso in Italia. Un cancro che affligge la politica del Governo e le nostre istituzioni da decenni. E che si aggrava nonostante le denunzie e le accuse che fioccano per gli scandali ricorrenti. Che interessano varie categorie di persone: governanti, amministratori, governatori, banchieri, imprenditori, consulenti, magistrati, soggetti nei quali spesso si uniscono le funzioni di controllori e controllati. Con il permesso o nell’assenza della legge.

E’ questo conflitto l’anello debole della tangentopoli che ci sommerge, e’ la sua mancata disciplina come delitto autonomo, dopo la depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio (articolo 324 del codice penale) avvenuta nel 1990 per volontà della sinistra. L’eliminazione di tale delitto ha consentito il prosperare di vecchie e nuove forme di criminalità che vanno sotto il nome di “colletti bianchi”.

Ed e’ proprio da questo che bisogna partire per capire ciò che di molto complesso sta accadendo.

Il conflitto d’interessi, oltre alla Costituzione, viola i codici deontologici. Ma non viola il codice penale. Ed oggi e’ divenuto il principale strumento di corruzione. Un cancro che affligge la politica e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E non si riesce a debellare. Proprio perche’ chi dovrebbe farlo – in primis il governo – versa in clamorosi conflitti di interessi e non intende quindi risolvere il problema. Anzi, la legislazione varata va nella direzione opposta, che e’ quella di favorire operazioni societarie sotto copertura, che nascondono spesso il riciclaggio di capitali sporchi di provenienza la più svariata. Sotto silenzio e’ passata la notizia del varo della legge contro la corruzione, che si e’ risolta in una maggiore apertura a questi fenomeni criminosi, con la riduzione assurda della pena per il delitto di concussione fraudolenta.

Il caso più clamoroso del conflitto di interessi riguarda certamente l’ex presidente del Consiglio Berlusconi. Il quale ha approvato leggi che favoriscono i suoi interessi patrimoniali – vedi leggi sul falso in bilancio, sulla esportazione di capitali e sul condono agli evasori – o gli interessi giudiziari propri e di amici, come la legge ex Cirielli, una forma di indulto ad personas; ma anche gli interessi politici, come le leggi che alterano la par condicio nell’uso dei mezzi di informazione, condizione indispensabile per una corretta competizione democratica, senza che intervenga alcuna sanzione.

Un altro fenomeno grave ha riguardato per anni i conflitti di interesse della Banca di Italia, in violazione dell’articolo 47 della Costituzione, per il quale «la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme e disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito». La mancata soluzione dei problemi emersi in materia di risparmio (i casi Monte Paschi di Siena, Cirio e Antonveneta), derivò da situazioni confliggenti della Banca d’Italia. Che da un lato svolge compiti di vigilanza e di controllo sugli istituti di credito; dall’altro e’ in parte di proprietà degli stessi istituti di credito che dovrebbe controllare (ex banche pubbliche divenute private); ma poi è anche organo di tutela dei risparmiatori, cui la Costituzione assegna speciale protezione.

banca d'ItaliaA questo si aggiunga un altro paradosso, che il Cicr (comitato per il credito e il risparmio), organo che doveva controllare la regolarità della condotta del Governatore della Banca d’Italia, era composto non solo dallo stesso Governatore, ma anche dai rappresentanti delle banche controllate, comproprietarie della Banca d’Italia, e da ministri che avevano interesse a favorire finanziamenti localistici, aperture di sportelli, prestiti a gruppi di clientes e roba del genere. Un guazzabuglio reso possibile da leggi-non leggi e carenza di leggi.

Le operazioni truffaldine sono state compiute con l’avallo formidabile di una politica criminogena fondata sulla depenalizzazione dell’interesse privato in atti di ufficio, sulla legittimazione dei fondi neri, sui condoni con il rientro dei capitali illeciti, sulle evasioni fiscali. Ma le operazioni sono state anche il risultato di controlli pressoche’ inesistenti di Banca d’Italia, in primis. E anche di Consob, Borsa, sindaci, revisori dei conti e agenzie di rating, che non hanno funzionato e non hanno garantito, come dovevano, un reticolo di trasparenza e affidabilità.

Gli organi di controllo sono stati un costosissimo apparato di supporto per una miriade di delitti (insider trading, truffa, falso in bilancio, bancarotta, riciclaggio) al confronto dei quali i reati del crimine organizzato appaiono ben poca cosa. La gravità dell’imbroglio e’ nel fatto che esso e’ stato reso possibile dalla complicità o dalla connivenza di soggetti istituzionali e di banche. Ancora una volta, prima della politica, sono arrivati i magistrati, che hanno fatto il loro dovere senza guardare in faccia nessuno.

Vi e’ stato l’intervento rapido, esemplare e competente della magistratura inquirente. Quella stessa magistratura che, sottoposta da anni agli attacchi forsennati dei vari Governi in carica, e’ oggi l’unica funzione pubblica italiana che, in questo momento, tiene alto il prestigio del Paese. La magistratura dimostra, con il caso Mps, di andare avanti senza strumentalizzazioni e senza guardare ne’ a destra ne’ a sinistra.

Ferdinando Imposimato (da una Nota pubblicata su Facebook)

Vendita de La7: a pensare male si fa peccato ma…. (di Claudio Lombardi)

Il fatto del giorno è la vendita de La7. Sembra strano in un momento in cui la crisi economica pone ben altri problemi agli italiani e nel momento in cui si sta concludendo una campagna elettorale importantissima per il futuro del Paese. Non lo è se si considerano il pluralismo e la libertà dell’informazione beni primari e non futili accessori.

Tutti ci cibiamo di informazione che è sempre stata l’essenza del potere. Senza informazione non sapremmo nulla e la democrazia e la libertà senza la circolazione delle informazioni non sarebbero possibili. Per questo sono anni che lo scontro politico epocale che si sta svolgendo in Italia ha il suo epicentro nel ruolo dell’impero mediatico ed economico che fa capo a Berlusconi.

Chi controlla le televisioni e gli altri mezzi di comunicazione controlla l’opinione pubblica e quindi può orientare il voto e di conseguenza controllare le istituzioni pubbliche. Questa è la cruda verità. Per questo tutto il sistema dell’informazione è stato l’oggetto dello scontro tra forze politiche e gruppi economici in questi ultimi venti anni.

La Rai in particolare che deteneva il monopolio della tv e che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo è stata messa sotto stretto controllo dei partiti e dei governi ed oggi sta sullo stesso piano in quanto a raccolta pubblicitaria e ascolti delle tv di proprietà di Berlusconi.

La vendita de La7 al gruppo Cairo communication decisa ieri sera sarebbe un fatto normale in un Paese normale, ma l’Italia non lo è per i motivi appena detti e sospettare che il capo partito e padrone di Mediaset Berlusconi possa condizionare il futuro padrone de La7 unica tv privata che fa concorrenza a Mediaset non è fantapolitica.

Che Urbano Cairo dichiari che non ha alcun rapporto con Berlusconi e che non ha alcuna intenzione di mettere La7 nell’orbita di Mediaset è ovvio, ma qualche sospetto nasce non tanto perché Cairo inizia la sua carriera come assistente personale di Berlusconi, ma ben di più perché la crisi de La7 è in gran parte dovuta, come si legge da notizie di stampa, alla raccolta pubblicitaria gestita proprio da Cairo Communication.

Un altro sospetto viene dalla fretta di chiudere la vendita dopo 9 mesi di trattative e proprio quando era spuntata l’offerta promossa da Diego Della Valle notoriamente un avversario di Berlusconi.

Senza addentrarsi oltre conviene però concentrarsi su cosa bisogna fare tra pochi giorni quando ci sarà un nuovo Parlamento. Tre sono i punti prioritari per l’informazione: riforma della Rai per sottrarla alla spartizione fra partiti; riscrivere i limiti di concentrazione proprietaria dei mezzi di informazione per impedire qualunque posizione dominante; una legge sul conflitto di interessi che impedisca a chi possiede giornali e tv di occupare cariche istituzionali.

Sarebbe ora di ricordarsi che l’informazione è un elemento fondamentale in qualunque regime politico e che la prima libertà è quella di informarsi senza che ci sia un padrone che decida cosa dobbiamo sapere e cosa no.

Claudio Lombardi

Iniziativa dei cittadini europei per la libertà di informazione

L’iniziativa popolare europea (Ice) è prevista all’art. 11 del Trattato di Lisbona, che recita “Cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione, che abbiano la cittadinanza di un numero significativo di Stati membri, possono prendere l’iniziativa d’invitare la Commissione europea, nell’ambito delle sue attribuzioni, a presentare una proposta appropriata su materie in merito alle quali tali cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione dei Trattati”.

Il 7 febbraio è partita la raccolta di firme per l’iniziativa a favore della libertà di informazione. Invitiamo tutti ad aderire collegandosi al sito www.mediainitiative.eu

Di seguito il testo dell’appello.

La libertà e il pluralismo dei media sono sotto attacco in Europa. L’erosione del diritto a un’informazione indipendente, libera e plurale è una minaccia al pieno esercizio della cittadinanza europea. Ma è un diritto che i cittadini europei possono rivendicare, firmando oggi a sostegno dell’Iniziativa Europea per il Pluralismo dei Media. Chiediamo all’Europa, grazie al nuovo strumento di democrazia diretta previsto dal Trattato di Lisbona, l’Iniziativa dei Cittadini Europei, di salvaguardare con norme comuni e vincolanti il diritto a un’informazione indipendente e pluralista, come sancito dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.

L’Italia per troppo tempo è stata un esempio negativo, con un servizio pubblico radiotelevisivo assoggettato alla politica, oltre alla commistione del potere economico, politico e mediatico consentita per legge, legittimando così un conflitto d’interesse senza pari al mondo. E purtroppo abbiamo fatto scuola: il peggioramento della normativa nel nostro paese è stato seguito da mosse restrittive anche in altri, come l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania. Anche in un paese con un sistema mediatico maturo come la Gran Bretagna, le inchieste in corso sul gruppo Murdoch stanno dimostrando come è la democrazia a soffrire in situazioni di concentrazione eccessiva dei media.

L’Iniziativa dei Cittadini Europei per il Pluralismo e la Libertà dei Media, che raccoglie oltre cento tra associazioni e organizzazioni della società civile in tutta Europa, gode anche del sostegno di numerose testate giornalistiche, di personalità del mondo della cultura, dello spettacolo, della politica e delle università. La nostra ambizione è quella di mobilitare i cittadini per rivendicare l’impegno delle istituzioni europee a sostegno dei diritti civili e delle libertà fondamentali, anche quando gli Stati li trascurano, come sempre più sta avvenendo.

Chiediamo, in particolare:

1)      Una legislazione efficace per evitare la concentrazione della proprietà dei media e della pubblicità;

2)      una garanzia di indipendenza degli organi di controllo rispetto al potere politico;

3)      la definizione del conflitto di interessi per evitare che i magnati dei mezzi di informazione occupino alte cariche politiche;

4) sistemi di monitoraggio europei più chiari per verificare con regolarità lo stato di salute e l’indipendenza dei media negli Stati Membri.

Per questo abbiamo bisogno di raggiungere un milione di firme, un numero che permetterà all’Iniziativa e a tutti i cittadini che partecipano alla campagna di aprire un nuovo processo legislativo a livello europeo. Firmare è semplice e può essere fatto anche online.

Unisciti a noi per difendere i tuoi diritti, firma oggi stesso online!

www.mediainitiative.eu

Partecipazione e libertà di informazione due anelli di una catena. Intervista a Marco Quaranta di MoveOn Italia

Il 18 ottobre si svolgerà a Roma in piazza Farnese la “Notte bianca della Rai ai cittadini” una manifestazione organizzata da MoveOn Italia. ce ne parla uno degli animatori del movimento, Marco Quaranta.

D: “Non voteremo più nessuno che non accetti di impegnarsi per liberare la Rai e restituirla ai cittadini. Questo è l’impegno che noi ci assumiamo, noi cittadini ce la stiamo mettendo tutta”. Così dice una frase del manifesto di MoveOn Italia. Ci puoi spiegare cos’è MoveOn Italia e quale è il suo programma?

R: Noi abbiamo preso la stessa idea che hanno avuto per sostenere Obama nella battaglia per la riforma sanitaria. Dopo 200 anni gli USA hanno adottato una riforma sanitaria valida per tutti e con la responsabilità dello Stato. Noi abbiamo pensato che MoveOn possa essere un modo giusto di partecipare alla politica avendo per obiettivi delle riforme che cambiano il sistema paese però proponendo e non solamente protestando. Noi abbiamo scelto la Rai pensando una riforma che la consegnasse ai cittadini, una riforma fatta di 5 punti che si ispira alla riforma del 2006 avanzata dal mondo della cultura  e dai giornalisti. Il punto essenziale  era e resta quello di togliere ai partiti e anche al governo la supremazia assoluta e il controllo totale della Rai. In effetti noi siamo l’unico paese occidentale che ha questo assetto dell’informazione, tutti dicono che non è tollerabile, ma non è successo niente fino a questo 2012. Alla politica diciamo e lo ribadiremo il 18 in piazza, che per cambiare davvero si può solamente dire:  “noi ci candidiamo alle prossime elezioni politiche, ma prendiamo l’impegno  di approvare queste leggi”, le leggi cioè che noi stiamo proponendo. La prima sono i 5 punti della Rai ai cittadini (trovate il testo completo sul sito moveonitalia.Wordpress.com), poi una legge di riforma dell’antitrust e una legge contro la corruzione basata sulla proposta Scarpinato (anche questa la trovate online).

D: Se la partecipazione dei cittadini è l’essenza della democrazia l’informazione ne è il presupposto indispensabile. Cosa è stato il berlusconismo e quali sono i problemi di fondo del modello Italia? Con il passaggio al governo Monti è cambiato qualcosa? Cosa dobbiamo aspettarci adesso?

R: Innanzitutto il berlusconismo è stato possibile perché in Italia c’è la spartizione del potere, non c’è la politica che si occupa dei bisogni dei cittadini. La netta sensazione è che i partiti vogliono il potere per insediarsi nei gangli vitali della democrazia e per spartirsi quello che c’è di pubblico. Questo è il dato che più sta facendo scalpore in Italia. E poi vediamo che ciò che è successo nella regione Lazio e abbiamo visto che in Lombardia l’alternativa a Formigoni era Penati. Ciò che si capisce è che c’è uno schema, un vero male italiano, nel quale non si percepisce quale possa essere una vera alternativa al berlusconismo. Per questo noi di MoveOn diciamo solo che vogliamo parlare tramite le leggi e vogliamo sentire chi le appoggia perché i discorsi vuoti non ci interessano. Impegni concreti ci vogliono e questo diremo il 18 ai politici che parteciperanno. Avremo certo dei disagi perché i cittadini sono arrabbiati anzi disperati per il comportamento dei politici ma noi, come dice spesso Saviano, non possiamo spargere fango su tutto, dobbiamo sempre trovare delle strade percorribili. Come dicevo prima Obama ha saputo trovare la strada per affermare il principio che lo Stato si deve occupare della salute del cittadino, povero o ricco che sia e che la politica di questo si deve occupare. Ovviamente chi aderisce a questa impostazione sono coloro che si sono battuti di più contro il berlusconismo. Ci sono dei personaggi che hanno trovato le strade per vincere (da De Magistris fino al M5S) e noi stiamo cercando di dire che i cittadini possono cambiare qualcosa e fare delle proposte molto concrete. Vorremmo considerare come passato tutto quello che è successo in questi anni che è a dir poco inaudito perchè è incredibile pensare che ancora sia il governo il padrone della Rai e che i partiti abbiano ancora un controllo decisivo sulla televisione pubblica.

D: Questo significa che i problemi della libertà di informazione e della partecipazione dei cittadini sono strutturali e non solo contingenti cioè fanno parte del sistema Italia e si sono enormemente aggravati negli anni del berlusconismo trionfante. Quali cambiamenti sono allora necessari perché siano affrontati e perché si muova un rinnovamento vero e non solo di formule politiche di governo?

R: Bé la prima cosa è considerare l’informazione centrale perché è il perno dell’educazione di un paese e noi sappiamo benissimo che il servizio televisivo, pubblico o privato che sia, è l’unico modo per raggiungere milioni di italiani ed è, in sostanza, uno dei pochi poteri trasversali. Sappiamo quindi molto bene che la televisione può anche condizionare il voto. Per questo è così importante il conflitto di interessi ed è una delle questioni più importanti del sistema Italia e non riguarda solo Berlusconi perché conosciamo l’intreccio fra poteri pubblici, privati e del denaro che si realizza dentro ai partiti. L’unico modo per continuare il nostro percorso democratico è una triplice riforma che tocchi la disciplina dei poteri nell’economia attraverso l’antitrust, la gestione dell’informazione televisiva e la lotta alla corruzione. Se mancheranno queste riforme su cui l’Italia è in enorme ritardo vuol dire che puniremo il merito, puniremo la possibilità di essere più liberi, puniremo la possibilità di guardare a un futuro dove la politica e l’economia siano indipendenti e dove la politica sia dedicata soltanto al bene di tutti

(intervista a cura di Claudio Lombardi)