Manovra di bilancio e realtà

La manovra di bilancio impostata dal governo rivendica con orgoglio il diritto dell’Italia a scegliere la sua strada senza essere legata ai decimali del rapporto deficit/Pil. Salvini ha esibito il suo “me ne frego” (di Bruxelles) condiviso anche da Di Maio seppure in maniera più felpata come se i problemi veri potessero venire da lì. Piano piano fra gli italiani si sta facendo strada il timore che Lega e M5S vogliano davvero fare sul serio e giocare la scommessa dell’Italia troppo grande per fallire. Oppure creare l’incidente che possa giustificare il ritorno ad una moneta nazionale con la scusa di mettersi al riparo dalla speculazione finanziaria. Probabilmente entrambe le ipotesi sono vere e convivono in una coalizione i cui componenti fino a prima delle elezioni avevano fatto dell’ostilità verso l’euro la loro bandiera. E oggi? Oggi, al massimo, dicono che l’abbandono dell’euro non è nel contratto di governo oppure che è confinato nel reparto delle misure di emergenza. Insomma abbiamo capito che una possibilità c’è che nel corso del prossimo anno si attui il colpo di mano e si torni alla lira. Prima, però, si deve votare a maggio per il Parlamento europeo. Salvini e Di Maio sono certi che dalle elezioni uscirà una maggioranza di sovranisti che favorirà i loro piani. In che modo? Forse nell’unico modo possibile: provare a mantenere l’euro lasciando libertà di indebitamento ai singoli paesi. Oppure concordandone la fine.

Pure illusioni perché non è l’euro il problema dell’Italia e, meno che mai, l’Unione Europea. Lo si vede bene in questi giorni. Ancor prima di qualunque ultimatum o procedura di infrazione lo spread ha superato quota 300, ossia chi ci presta i soldi vuole più interessi da noi che non da Germania, Francia, Spagna, Portogallo ecc ecc. E li vuole a prescindere, per pura sfiducia nella stabilità italiana. Speculazione? No, semplice buonsenso. Chiunque lo farebbe, a meno che non voglia essere un benefattore.

In realtà i problemi dell’Italia affondano nel passato. Inutile prendersela con la Germania che piegherebbe l’Europa ai suoi interessi. In anni lontani dall’euro il semplice confronto dei tassi di inflazione tra Italia e Germania dimostra che tra i due paesi le diversità sono strutturali. Vediamo la serie storica 1973 – 1985.

Italia: 10,8 / 19,1 / 17 / 16,8 / 17 / 12,1 / 14,8 / 21,2 / 17,8 / 16,5 / 14,7 / 10,8 / 9,2

Germania: 7/ 7/ 5,9 / 4,3 / 3,7 / 2,7 / 4,1 / 5,4 / 6,3 / 5,3 / 3,3 / 2,4 / 2,2

Cosa suggeriscono questi dati? Instabilità contro stabilità. Instabilità che si ripercuote sul deficit, sul debito, sul valore della moneta. E sottostante una competizione economica che si gioca sul ribasso dei prezzi ottenuto con la svalutazione della lira. Salari e stipendi dietro ad arrancare per recuperare un po’ del valore perduto. E questa l’Italia a cui Salvini e Di Maio vogliono tornare quando fantasticano di recuperare sovranità? Sì, purtroppo è questa. Loro, però, sono convinti di poterla fare diversa, con la stessa flessibilità, ma senza le sue tare ereditarie. Ma veramente ci credono?

Non si direbbe a giudicare dal programma di politica economica descritto nella Nota di aggiornamento al Def 2018. Si prevede di aumentare il deficit per fare più spesa assistenziale e per mandare in pensione un po’ prima 400 mila persone. Non si punta sugli investimenti, ma come si potrebbe? L’Italia è il Paese nel quale giacciono 150 miliardi di stanziamenti già decisi per opere pubbliche che non si riesce a realizzare. Vogliamo aggiungerne altri? E per farci che? Li mettiamo come decorazione sui documenti? Una manovra di bilancio in deficit basata sulla spesa assistenziale che dovrebbe aumentare il Pil con cifre che appaiono palesemente inventate.

Persino sulla ricostruzione del ponte di Genova questo governo è riuscito a fare un pasticcio colossale. Per inseguire la smania esibizionista dei 5 stelle si sono anteposti i proclami e gli annunci al ragionamento e ci si è impiccati ai propri capricci. Dal giorno successivo al crollo, per farsi belli con gli elettori, Di Maio e Toninelli hanno proclamato la colpevolezza della società Autostrade e la sua esclusione dalla ricostruzione. Lo hanno scritto nel decreto per Genova senza considerare che la concessione è ancora operante e che Autostrade aveva e ha il dovere di ricostruire il ponte, ma che, se estromessa per decisione politica, non è detto che abbia il dovere di rimborsare lo Stato. Perlomeno fino a che un’apposita procedura amministrativa e giudiziaria non lo stabilisca. E così lo Stato metterà i soldi e inizierà una battaglia legale per farseli restituire da Autostrade. Un capolavoro di stupidità, con Genova strozzata e divisa.

Anche per le pensioni e il reddito di cittadinanza prevalgono i dubbi. La pretesa di rilanciare l’economia distribuendo soldi a pioggia ai pensionati e ai disoccupati è puerile. Potrebbe funzionare dopo una guerra, ma con l’ottava economia del mondo che significa puntare ad aumentare la spesa degli italiani con un assegno di povertà? Quale economia si pensa di rilanciare in questo modo? E poi in un Paese nel quale evasione fiscale e contributiva e lavoro nero sono una piaga storica si pensa di attribuire uno stipendiuccio a milioni di persone per non far niente? Il minimo che può accadere è che aumenti il lavoro nero e che lo Stato paghi per sempre. Basti pensare all’idiozia delle tre proposte di lavoro (congruo) che dovrebbero essere rifiutate per perdere il sussidio. Si tratterebbe di almeno 15 milioni di proposte di lavoro. Chi le dovrebbe fare? I centri per l’impiego? E da dove dovrebbero arrivare 15 milioni di proposte? Ma veramente si pensa che le aziende che assumono prenderebbero i primi di ipotetiche liste? In un mercato del lavoro che è sempre più segmentato, specializzato e con esigenze contingenti da soddisfare.

Ciò detto è chiaro che l’Eurozona non può limitarsi a difendere i parametri di bilancio. Il centro del confronto da parte di chi ha cervello deve essere questo: uscire da una rigidità su regole che non significano più niente. O l’Europa diventa un motore di sviluppo e si dota di politiche, risorse e strumenti anche economici o stavolta si rischia davvero il ritorno ad una semplice unione doganale. E allora ognuno per sé

Claudio Lombardi

Impressioni dalla Germania del rigore

Amburgo pioggia biciclettaAd Amburgo in agosto piove e fa freddo. Le guide turistiche avvertono che ogni tre giorni bisogna aspettarsene uno di pioggia. L’esperienza diretta di questa estate è un po’ diversa e dice che ogni tre giorni, forse, ci si può aspettare un po’ di sole. Niente di cui lamentarsi, siamo molto a nord, al limite dell’ultima propaggine della Germania verso la Danimarca e i paesi scandinavi. Siamo anche in una delle zone più ricche di commerci dell’intera Europa. Il porto di Amburgo da’ lavoro a 155mila persone il che, in un’epoca di meccanizzazione spinta e di automazione significa una dimensione fisica degli impianti portuali e un livello dei traffici veramente impressionanti.

Eppure di questa massiccia presenza non si riesce a farsene un’idea se non con una panoramica dall’alto o con i giri in battello che toccano una parte dei canali portuali o, meglio ancora, visitando il museo di Amburgo ricchissimo di una ricostruzione storica che fa perno sullo sviluppo del porto con plastici e proiezioni video su pannelli che ne emulano il gigantismo.

hafen cityIl rispetto per l’ambiente si percepisce, si vede, si tocca con mano anche solo passeggiando nel nuovo quartiere di Hafen City che sta sorgendo dove prima iniziava il porto. Basta guardare l’acqua e rendersi conto che è stranamente pulita così come le strade della città d’altra parte. Basta far caso al traffico scorrevole, alla ricca offerta di trasporto pubblico, all’incredibile diffusione della bicicletta (con questo clima!). Insomma basta guardarsi intorno e vedere che sviluppo, rispetto dell’ambiente e convivenza civile possono andare perfettamente d’accordo.

Il rispetto della persona fa parte del modello sociale tedesco e si aggiunge agli stili di vita salutistici sempre più diffusi fra i giovani. La presenza degli alimenti bio è la normalità nei supermercati e la diffusione dei locali che servono solo zuppe vegetali, insalate e frutta smentisce lo stereotipo del tedesco divoratore di wurstel.

Niente di paradisiaco, ma tutto ciò che è lecito aspettarsi dalla normalità di un paese della parte più avanzata d’Europa. Anche qui ci sono problemi e si vedono per le strade con una presenza di alcolisti e di sbandati che non ci si aspetterebbe. Ci sono le disuguaglianze che anche la ricca Germania coltiva con cura con gli estremi segnati dai minijob e dai guadagni dei vertici delle imprese più ricche d’Europa. Luci e ombre come è ovvio che sia in un mondo reale.

confronto modello tedesco ItaliaIl rallentamento della crescita del Pil però qui non si vede e il confronto con l’Italia è vincente da tutti i punti di vista. Come si fa a mettere insieme uno stato sociale efficiente e generoso, un livello dei servizi pubblici ineguagliabile, un costo della vita uguale o inferiore a quello italiano, una facilità nel trovare lavoro e nell’avviare attività imprenditoriali e professionali, salari e stipendi più alti, un livello elevato dell’istruzione e della ricerca, apparati pubblici e burocrazie che svolgono la loro funzione? Noi non ci siamo riusciti, ma in Germania è la realtà.

Noi italiani ci danniamo l’anima da anni per stendere una coperta sempre troppo corta e dobbiamo rincorrere i tagli e i mille episodi di corruzione e di spreco mentre l’economia rallenta e la disoccupazione aumenta.

Qui, nella “rigorosa” Germania tutto si tiene e, se si fa la tara delle ingiustizie sociali del capitalismo (alle quali, per ora, non si sfugge) tutto il resto funziona.

valore del meritoIl gestore di un ristorante portoghese, ex ufficiale di polizia che si è trasferito qui con tutta la famiglia da poco più di un anno, pronuncia la sua sentenza che vale, a suo dire, per l’Italia e per il Portogallo: corruzione, legami personali, interessi di gruppo tagliano le gambe alle possibilità di sviluppo perché mortificano il merito che qui in Germania, invece, conta ancora molto. Qui lo stato funziona e le regole vanno rispettate, ma le persone che vogliono lavorare e che hanno capacità trovano più facilmente le strade per affermarsi e servizi pubblici e assistenziali sui quali si può fare affidamento.

Da qui si ha la netta sensazione che il rigore che la Germania vuole imporre nei conti pubblici dei paesi dell’UE non sia quello che la orienta al suo interno. Il vero rigore tedesco è una realtà molto più complessa e più ricca di quello che la versione da esportazione trasmette con la sua rozza logica semplificatoria come se meno deficit e meno debito dovessero automaticamente tradursi in più sviluppo e più qualità della vita. Più che rigore quello predicato dai parametri europei difesi dal governo tedesco è una scorciatoia scelta da chi considera già persa la battaglia e non ha più fiducia che un cambiamento vero possa arrivare.

La realtà della ricca Amburgo parla sì di rigore, ma di una società intera organizzata intorno ai concetti di dovere e responsabilità nell’intreccio tra poteri pubblici e comunità. Un intreccio forte fondato, non a caso, sul rispetto degli interessi generali e sul coinvolgimento dei cittadini nella cura dello spazio pubblico.

Qui non vale l’immagine dello specchio frantumato nel quale si riflette la vita di un’Italia che riconosce come legittima la prevalenza dell’interesse individuale su quello generale e la pratica con l’esempio della classe dirigente prima ancora che con l’emulazione popolare. In realtà l’emulazione popolare tende sempre ad imboccare la strada che le viene lasciata aperta dalle élite e fatica a tracciarne una propria. Così il senso civico è spesso più debole delle tendenze egoiste se questo è l’esempio che viene dall’alto.

Di rigore c’è bisogno, ma forse il dibattito dovrebbe farsi più serio e più profondo per dargli un senso.

Claudio Lombardi